Bianche galere

Città educante: studenti e cittadini partecipano a laboratori, biblioteche e attività urbane a Roma.

Mi spiace , e mi annoia anche, ogni volta tornare dopo anni, ad ogni “rentrée scolaire”, sullo stesso argomento. Spero solo nel detto “repetita iuvant”. Rarissimi sono i paesi coraggiosi che hanno osato affrontare la strada di sperimentare la città educante che, progressivamente, come scriveva Giancarlo De Carlo ad Harvard  nel 1969,  potrà fare a meno di progettare e costruire reclusori scolastici per pensare ad architetture diverse più coerenti col concetto di educazione diffusa che riuscirebbe ad  oltrepassare finalmente l’attuale sistema educativo  in fondo ancora gentiliano e “separatista” di bambini e ragazzi dal mondo in cui apprendere realmente e con efficacia sulle vere orme di Freinet, Ferrère, Foucault, Montessori, Milani. In questi giorni ho dovuto chiosare numerose propagandistiche “inaugurazioni” (Cattolica, Recanati, Pesaro, Ancona, Aosta, Fucecchio, La Spezia, Spoleto…) di ogni segno al rientro scolare nei luoghi che ben tristemente descriveva Papini già nel 2019: “Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanetti e i giovanotti che dai tre, ai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello?” Un Comune dell’entroterra romagnolo qualche tempo fa aveva preso la strada della città educante rinunciando in un primo tempo ad edifici ad hoc per pensare ad una rete di luoghi della città collegati ad una unico “portale educativo” per tutti gli ordini scolastici. Le spinte della politica conservatrice e del mercato edilizio scolastico legato molto spesso a meccanismi di tipo clientelare ed elettorale, nonostante le economie e i vantaggi dimostrati che una città educante, avrebbe ottenuto al posto dell’edilizia scolastica, portarono alla fine alla scelta peggiore. Pecunia non olet si direbbe, anche sulla pelle dell’educazione. Già nel lontano 1977 progettammo e realizzammo, con il mio studio di architettura, uno spazio educativo “di transizione” tra la vecchia concezione di reclusorio scolastico e un’idea di luogo aperto dentro e fuori, una sorta di ante litteram del portale dell’educazione diffusa che già nella relazione di progetto veniva evocato.

Da quella data l’idea di un architetto e di un uomo di scuola ebbe un’evoluzione drastica verso la negazione del concetto di edilizia scolastica intesa come concezione di manufatti funzionalmente definiti a scopi educativi per avviarsi ad un concetto strettamente legato all’idea dell’educazione diffusa che prefigurava gradualmente il superamento dell’edificio scolastico, anche sulla scia di Papini, De Carlo e Coli Ward, fino ad un nuovo oggetto chiamato “base” o “portale” ben descritto in tutte le mie pubblicazioni fino alle ultime: il contributo al testo di Paolo Mottana “Il sistema dell’educazione diffusa” del 2023 e la “cronaca morale” pubblicata nel N°67 della rivista accademica Le Télémaque edita dalle Presses Universitaries de Caen. Una raccolta degli scritti su questo tema fin dall’origine dell’idea è contenuta nel volume “Dissertazioni tra architettura ed educazione” di cui offro una copia in pdf scaricabile qui:

https://boa.unimib.it/handle/10281/453124

Non mi dilungo in ulteriori descrizioni mentre invito architetti, amministratori locali, dirigenti scolastici, docenti, associazioni, cittadini interessati a visitare la pagina dei podcasts da me pubblicati di recente sullo stesso tema: L’ARCHITETTURA DI UNA CITTÀ EDUCANTE

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