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Dietro l’auto di D’Annunzio. Art déco a Forlì

Behind D’Annunzio’s car

 

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Ancora una volta una bella mostra a Forlì presso il polo museale di San Domenico, ancora una volta i padroni dell’arte vietano di prendere foto e fare riprese. I visitatori sono amanti dell’arte ma non speculatori o mercanti. Vogliono solo avere un ricordo della loro esperienza senza essere costretti a pagare una gabella oltre il biglietto d’ingresso acquistando il catalogo. Vogliono personalizzare la loro memoria visiva raccogliendo dettagli, colori, angoli e prospettive come hanno fatto in altre occasioni soprattutto all’estero. Qui non si può. L’abbiamo scritto altre volte e sempre a proposito dello stesso museo. Questa volta non ci dilunghiamo in pianti e critiche. Ci bastano i numerosi messaggi di dissenso sul libro dei visitatori della mostra. Ci basta ricordare i nostri precedenti articoli: Il Liberty a ForlìGiovanni Boldini a Forlì. Divieto di prendere nota. Le foto nei musei nelle mostre Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre! e ci basta, questa volta, farvi vedere una nostra modesta clip clandestina e pacatamente sarcastica.

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Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre!

Dopo aver visitato la mostra dedicata a Giovanni Boldini ai Musei San Domenico di Forlì, e la mostra sul Liberty nella stessa sede ora tocca a Piero della Francesca e pare che perseverare diabolicum sit. I cerberi addestrati nelle varie sale placcavano e tampinavano quando non emettevano grida improvvise e perentorie verso chi solo provasse a rivolgere il proprio smartphone o la propria digitale verso una qualsiasi opera, o anche solo verso il muro! Quanto a “Piero della Francesca: indagine su un mito”, quattro o cinque quadri di Piero e troppo altro intorno. Specchietti per le allodole del mercato. L’idea era buona ma ci aspettavamo molto più Piero e meglio collocato tra i tanti studiosi, le tante citazioni e i tanti rimandi anche troppo lontani. Ma una cosa ho assodato ed è stato utilissimo, se ce ne fosse bisogno: grandi artisti moderni, dai macchiaioli agli impressionisti, da Balthus a Hopper, lo avevano visto, letto, studiato, disegnato. Tanti falsi artisti analfabeti del mercato, oltre alla scuola formale o informale purché rigorosa, hanno fatto altrettanto con lui e con altri geni del passato?

Nelle immagini qui sotto, la locandina-specchio e quella che per onestà e un pizzico di suspence avrebbe dovuto essere.

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Quanto alla libertà di fotografare e ridisegnare le opere per tracciare la storia della propria visita, mi piace riportare di nuovo (della serie gutta cavat lapidem!) una bella lettera aperta pubblicata sul Corriere di Como già nel Marzo 2014. Lo scopo di chi fotografa con onestà e competenza è scrivere una nota o un appunto, fare uno schizzo nel proprio diario per una memoria colta dei propri viaggi di studio, non certo assicurarsi una specie di trofeo consumistico. Credo sia il perfido mercato dei cataloghi e delle proprietà delle opere (auspico che l’arte, quella vera, sia un giorno tutta pubblica e lasciamo le botteghe al bricolage artistico di tanti pseudo artisti di cui è pieno il mondo !) ad imporre tali divieti e il mercimonio plateale che si fa ancora dell’opera d’arte.

“Lettera aperta al direttore della Triennale e colleghi.
In Italia molti responsabili di esposizioni, musei, mostre sono nemici giurati delle macchine fotografiche del pubblico. Ma perché? Io vedo tre ragioni.
Primo motivo: alcuni oggetti (quadri, tele, carte) possono essere davvero rovinati dai flash. Secondo motivo: si vogliono tutelare i diritti d’autore dei musei. Terzo: si vogliono vendere i cataloghi.
Obiezioni. 1: per proteggere gli oggetti, basta proibire i flash, non le macchine fotografiche. 2: per avere un’immagine commercializzabile, pubblicabile, vendibile bisogna avere delle condizioni che in genere il pubblico non ha: bisognerebbe togliere tutti i vetri, inclinare gli oggetti in modo opportuno rispetto alla luce, perché sia ben illuminato, non abbia strani riflessi di luce, di fari e faretti, di oggetti che sono di fronte e che sono, magari, degli oggetti a righe. Le foto realizzate dal normale visitatore non riescono a esser commercializzabili. 3: se poi il problema è quello di vendere i cataloghi, non tutti dopo aver pagato il biglietto e il viaggio possono pagare anche il catalogo. Chi poi va a vedere le mostre gratuite, a volte va a vederle proprio perché sono gratuite e se deve pagare il catalogo invece del biglietto siamo al punto di prima. E in ogni caso nessuno può permettersi di pagare tutti i cataloghi di tutte le mostre che vede.
Quindi: perché non lasciamo che il visitatore si faccia le sue foto, anche bruttarelle?
Sono bruttarelle, ma sono le sue, gli servono da promemoria: quando va a casa, guarda una foto brutta, chiude gli occhi e pensa l’originale bello; guarda la foto di una didascalia e va a cercarsi su Internet o sull’enciclopedia chi è quell’autore. Perché questo non si deve fare? Perché non dare questo sostegno alla memoria?
In tal modo una cosa vista una volta diventa davvero patrimonio di chi l’ha vista, diventa un fatto culturale, non rimane una cosa vista una volta, mordi e fuggi.
Altrimenti vedere una mostra sarebbe come mangiare un gelato: quando l’hai mangiato non c’è più.
Dico male? Buon lavoro a tutti quelli che lavorano per la cultura.
Caterina de Camilli”

Giuseppe Campagnoli 16 Maggi8o 2016

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Bricolage artistico. Ecco un bell’esempio.

Bricolage artistico. Ecco un bell’esempio giratoci dal nostro Giovanni Contardi

Abbiamo scritto spesso, io e i miei colleghi autori di questo blog, di artisti autodidatti  e improvvisati e dei bluff che il mercato, compresi ahimè gallerie e musei ritenuti prestigiosi, in Italia e all’estero, ci offrono ad ogni piè sospinto (CFR: L’arte a distanza del MoMa). Passi la filosofia mercantile riguardo all’arte che impera in paesi come gli Stati Uniti, la Germania, l’Asia, Il medio oriente e più raramente il Regno Unito e i paesi scandinavi. Ma che in Italia, il paese ritenuto a ragione la culla della qualità di molte arti, dove fare arte si insegna più e meglio di altri paesi in prestigiose scuole pubbliche e private o in “botteghe” apprezzate in tutto il mondo della vera cultura, si dia spazio al “di tutto di più”, al neoanalfabetismo della creatività ed al bricolage artistico è proprio una bestemmia! Per una sollecitazione che mi è venuta da uno squallido battibecco più da gossip che da persone colte suscitato nel web da un mio intervento, ho l’occasione, che non posso perdere, di mostrarvi un esempio emblematico corredato dalle immagini e dal back ground culturale dichiarato dall’artista nel suo curriculum vitae. Un artista cui è stato paradossalmente intitolato anche uno spazio pubblico museale di un piccolo paese dell’entroterra marchigiano che contiene alcune sue opere “donate” per essere di fatto esposte gratis ai cittadini che pagano le tasse anche per questo. Mi hanno raccontato che  una giunta municipale illuminata , nello stesso comune negli anni 90, aveva deliberato la rimozione di un’opera posta difronte alla residenza comunale per destinarla successivamente, nella sua degna collocazione, come “pirolo” per il traffico in una rotatoria! C’è una mostra in corso nella città di Pesaro presso una struttura espositiva pubblica-privata sponsorizzata da aziende e dalla pubblica amministrazione. E’ consuetudine di ReseArt di stigmatizzare i peccati risparmiando i peccatori (che comunque sono facilmente individuabili per chi lo volesse). Potete visitare la mostra e dirci cosa ne pensate oppure trovare una galleria di opere e la biografia nell’ineffabile sito personale del de cuius.

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No comment.

Voglio concludere lasciando al lettore l’ardua sentenza nel riproporre una citazione che ritengo estremamente illuminante su che cosa debba essere l’arte e come fare per riconoscerla:

“Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire, anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti. L’arte parla da sola e deve essere universalmente compresa; non  ha bisogno che qualcun altro la spieghi altrimenti è come una macchina con libretto di istruzioni.
Che provochi solo accidentalmente conoscenza. La funzione prioritaria non è la conoscenza.
Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte. Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.” da Maurizio Ferraris

Giovanni Contardi Aprile 2016