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Quale anarchia?

Yannick Haenel su Charlie Hebdo 13 Febbraio 2019

Traduzione di Giuseppe Campagnoli

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Crediamo nell’anarchia

“L’anarchia mi è sempre apparsa più interessante della democrazia”.Questa frase del filosofo italiano Giorgio Agamben mi piace. L’ho appena letta in “Creazione e anarchia” sottotitolo: “L’opera nell’età della religione capitalista” tradotto dall’italiano da Joel Gayraud (Bibliothèque Rivages). Anarchia o democrazia? E’ una domanda che merita di essere posta. Effettivamente un anarchico non è uno contro la democrazia bensì uno che la considera insufficiente; un anarchico in realtà vuole più democrazia, vuole una democrazia illimitata. L’anarchico respinge l’autorità, rifiuta la validità dell'”arché“, un termine che in greco significa al tempo stesso il principio e l’ordine; l’anarchico vorrebbe che tutto cominciasse ad ogni istante e che il tempo stesso fosse liberato dalle sue catene.

 

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In questo piccolo libro limpido e radicale, sèguito di altri saggio appassionanti come “Il fuoco e il racconto” oppure “Nudità”,Giorgio Agamben va ancora più lontano e approfondisce un’idea di Walter Benjamin “Il capitalismo come religione” che ribalta il nostro modo di pensare:  l’anarchia invece di essere il contrario del capitalismo non ne potrebbe essere invece l’essenza? Agamben fa notare che: “un potere non cade  quando non gli si obbedisce più ma quando cessa di dare ordini” Questo sarebbe il senso stesso della crisi senza fine dei governi occidentali. La stupidità mediatica si chiede oggi se dopo l’Italia e il Belgio non sia il turno della Francia di diventare un paese ingovernabile. A parte gli scherzi: sarebbe tempo di accorgersi che non solo nessun paese è ormai governabile ma che l’ingovernabilità ha rimpiazzato la politica dopo che il capitalismo finanziario ha preso il potere. Infatti il capitalismo non ha più bisogno di dare ordini: come si potrebbe infatti oggi disobbedire al mercato? Agamben ritorna su di un evento importante ma poco ricordato che è accaduto il 15 Agosto 1971. Quel giorno Richard Nixon dichiarò che la conversione del dollaro in oro era sospesa. Svuotando il danaro di tutto il suo valore questa decisione apriva la porta a chi cinquant’anni più tardi si sarebbe impadronito del pianeta: il regno irreversibile della speculazione. Sul dollaro americano si legge “In God We Trust”. All’epoca della convertibilità della moneta in oro una scritta come quella aveva il senso di una fede. La banca, che non è altro che una macchina per fabbricare credito, aveva il placet della Chiesa che gestiva la fede. Oggi il danaro vale per sè stesso e quindi non vale nulla. Non c’è quindi più bisogno di credere in lui. Svuotandosi di ogni rapporto con la fede la società ha realizzato a pieno la sua perversione. Così viviamo sotto il dominio di una specie di anarchia globalizzata che ci controlla, anche noialtri poveri anarchici, senza pietà.”

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Tasse: per superare il plusvalore e creare la società degli eguali

Prendo spunto da un mio vecchio editoriale su La Stampa « Plusvalore e disvalore » per declinare il concetto di tasse come un formidabile deus ex machina capace di equilibrare economicamente la società fino a condurla ad un assetto da società degli eguali. Al di là dei marchingegni politico propagandistici delle tasse progressive o di quelle flat comunque fondate più o meno sull’iniquità e sul disequilibrio, una tassa sana e giusta oltre ad essere ineluttabile (l’evasione è sanzionata in modo pesante e senza perdono) deve essere in grado di sancire l’idea che il diritto ad un reddito e al possesso di beni per avere funzione sociale  (come si recita nelle più avanzate carte costituzionali dall’era moderna in poi) deve avere dei limiti in baso ed in alto tali da preservare le garanzie ad una vita dignitosa (con pane e companatico) e a dei servizi fondamentali (salute, istruzione, abitazione,tempo libero) uguali per tutti. Ciò comporta che la tassazione deve giocoforza ricondurre redditi, rendite e patrimoni a livelli minimi (vita dignitosa) e massimi (vita un po’ più che dignitosa). Se si considera che un reddito minimo annuale ( assicurati i servizi essenziali e i benefits di cui si è detto) non possa andare al di sotto della soglia di una vita dignitosa ogni anno, un reddito massimo, patrimoni compresi (in base all’investimento in studi, alla professione, ai rischi ed alle responsabilità) non può superare le 10 volte (e sarebbe più che generoso!) questo reddito minimo. Il resto diventerebbe evasione, furto o sottrazione al patrimonio comune di servizi fondamentali. La differenza all’interno di questa forbice (ammesso che l’accumulo sia proibito o contemperato da tasse che riconducano i minimi e i massimi entro limiti) dipende dalla capacità di risparmio o dalle scelte di investimento di quel plusvalore controllato tra il reddito di sopravvivenza  e il valore massimo percepito. Non ci sarebbe molto da fare. Allo stato attuale occorre “plafoner le revenues” con accorte politiche su salari, compensi e costi di merci e servizi, e imposizione di tasse calibrate sul mantenimento della forbice tra redditi minimi e massimi per ogni contribuente. I patrimoni esistenti finanziari o immobiliari o altro vanno tassati di conseguenza. Non si potrà più speculare privatamente su casa, salute, istruzione etc. e quindi il tutto andrà gradualmente ricondotto ai limiti di reddito, rendite e patrimoni indicati. Nessuno potrà avere in totale (tra guadagni, beni, investimenti etc.) più di dieci volte il reddito minimo. La tassazione provvede piano piano a ricondurre tutti al concetto di vita dignitosa eliminando ricchezza e quindi povertà senza di fatto livellare pesantemente alcunché. Tutti  saranno liberi di guadagnare ed avere beni entro questi ragionevoli limiti! Non è abbastanza?

Se una forza politica  si impegnasse in un progetto del genere sarei il primo a darle il voto. Altrimenti astensione, in attesa di tempi migliori, lottando per tempi migliori. Con l’equità sociale così concepita il mondo potrebbe vincere sulla fame, sullo sfruttamento, sulla povertà e forse anche sulle guerre. Non più mercanti ingordi e padroni , non più competizione e classi, non più homo homini lupus.  Tutti sarebbero egualmente ricchi ed egualmente poveri senza dover rinunciare praticamente a nulla se non al lusso ed all’ipersuperfluo. E non sarebbe utopia perchè potrebbe essere applicata senza sforzo da domani stesso, solo che si volesse.

Giuseppe Campagnoli Dicembre 2017

 

 

 

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Jobs acts, le multinazionali e gli studenti erranti in Europa.

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Jobs acts, loi pour l’emploi, students et Erasmus.

In tempi di jobs act in Italia e di loi pour l’emploi  in Francia anche il progetto Erasmus  mostra spesso , ahinoi, luci ed ombre in fatto di scuola-lavoro, sicurezza, equità sociale e pari opportunità. Partiamo da questa lettera di un giovane studente a Parigi indirizzata qualche settimana fa alla multinazionale in cui ha lavorato appena un mese dopo essere stato inspiegabilmente  congedato durante il periodo di prova.

“Madame, Monsieur,

Le 1er Mars 2016, un mois avant la fin de ma période d’essai en qualité de Brand Representative, j’ai été convoqué de façon inattendue par deux managers dans une petite salle des bureaux de votre magasin plus grande de la ville. Après un discours embarrassant et une analyse improbable de mon expérience de travail et sur mes considérations, les managers m’ont communiqué que l’entreprise n’avait plus besoin de moi. J’ai demandé des explications et j’ai précisé que tous les commentaires que j’avais reçus de la part de mes collègues, des managers et, surtout, des clients avaient été très positifs. Les raisons présentées maladroitement mais fermement par les deux managers étaient, pour eux, irrévocables. À mon avis, ces raisons étaient aléatoires, vagues et voire grotesques : « pas assez d’énergie», « tu as bien compris le sens de la marque mais tu n’as pas su créer assez d’ambiance» …

Les raisons étaient en claire contradiction avec les compliments reçus maintes fois par d’autres managers, voire même par les deux managers mentionnés ci-dessus. Les compliments concernaient la qualité de mon travail dès le début de ma période d’essai. Il y a un mois, après l’entretien d’embauche, j’ai été choisi presque immédiatement. J’ai reçu une formation expresse et bâclée, avec un flot d’informations concernant les plans, les rôles, les horaires et j’ai été mis sur le terrain immédiatement avec toute l’incertitude d’une préparation trop courte et insuffisante. Horaires et shift aléatoires, toujours trop changeants et aucun repère concernant la hiérarchie. Cependant, dès la première semaine de travail je me suis bien adapté et j’ai accompli mes tâches le mieux possible. J’ai élargi mes connaissances, mes capacités techniques et relationnelles face aux clients et à mes collègues. J’ai toujours eu un comportement correct et proactif tandis que d’autres collègues, en toute honnêteté, ne se gênaient pas pour téléphoner, écrire des messages ou bavarder pendant le service. Bien sûr, ces collègues n’ont jamais été convoqués par les très perspicaces et attentifs managers. J’ai eu beaucoup de retours positifs de la part de certains managers malgré leurs consignes répétées plusieurs fois et souvent ambigües et contradictoires. Pour ce poste, j’ai dû ouvrir un compte courant et effectuer toutes les démarches exigeantes prévues par la loi ; l’administration française n’a rien à envier à celles d’autres pays européens ! Au bout de 30 jours de travail, soudainement, de façon inattendue, à la fin de mon service, un service qui s’était très bien passé (certains clients ont même fait des compliments à mon sujet aux caissiers qui m’en ont fait part) j’ai été invité dans la petite salle avec les deux managers qui m’ont communiqué la nouvelle concernant la rupture de la période d’essai. Ma période d’essai de deux mois se terminait normalement le 2 avril, or on m’a obligé à partir le 15 mars, tout en me faisant comprendre qu’il était préférable que je parte tout de suite soit le 4 mars car leur décision était définitive. Je sais que pour interrompre la période d’essai aucune de deux parties n’est obligée de présenter de motivation. Cependant, vous l’avez fait : le manque d’énergie. Un motif difficile à comprendre. Par conséquent, des doutes me viennent. Peut-être que l’interruption de ma période d’essai est due plutôt à un manque de désinvolture effrontée et impolie envers les clients ?  Ou alors un doute encore pire, que j’espère être infondé, que la vraie raison de la rupture soit le port des appareils auditifs, que je porte toujours, discrets mais tout de même visibles?

J’ai l’intention de raconter mon expérience dans votre entreprise car la raison évoquée pour la rupture de la période d’essai ne me paraît ni pertinente ni réaliste.  Ceci étant dit, je vous demande, si possible, quelques éclaircissements.. Je crois en plus d’etre en droit de recevoir une INDEMNITé COMPENSATRICE, parce que je n’ai reçu aucune communication écrite concernant le délai de prévenance. J’ai signè seulement la « prise d’acte » de la communication de clôture de la période d’essai. En fait l’ordonnance du n° 2014- 699 du 26 juin 2014 est venue préciser que lorsque le délai de prévenance n’a pas été respecté, son inexécution ouvre droit pour le salarié, sauf s’il a commis une faute grave, à une indemnité compensatrice. Cette indemnité est égale au montant des salaires et avantages que le salarié aurait perçus s’il avait accompli son travail jusqu’à l’expiration du délai de prévenance, indemnité compensatrice de congés payés comprise (article L. 1221-25, dernier alinéa, du code du travail).

Dans l’attente de votre réponse, je vous prie d’agréer mes salutations distinguées.” E.F.S.C.

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Erasmo è il nome emblematico del nostro studente, sorpreso e deluso dal fulmine a ciel sereno, è stato licenziato in tronco da uno degli stores più grande e meglio ubicato d’Europa di un  noto marchio multinazionale, prima della fine del periodo di prova, perché poco macho, poco felice e gioiosamente ebete,per qualche altro oscuro e discriminatorio motivo o perché già anziano alla soglia dei 24 anni, come è già avvenuto? La motivazione della coppia di managers (i capi e capetti dello store che si caratterizzano per dire e contraddire, ordinare e contrordinare, lodare e dileggiare) che hanno convocato alla fine del turno in una stanzetta il malcapitato studente-brand representative dopo appena un mese di prova, sui due previsti dal contratto per comunicargli di non essere più gradito, sono apparse aleatorie, generiche oltre che buffe e grottesche: “non c’era energia..”, “hai ben compreso il senso del marchio ma non ha saputo creare atmosfera..” Erano certamente  in palese contraddizione con le lodi e i complimenti avuti in più di una occasione dal ragazzo proprio da altri (ma, a volte, anche dagli stessi) managers sulla qualità del suo operato. Raccontiamo senza commenti e senza chiose  questa piccola storia del mondo del lavoro precario senza citare peccati e peccatori ma indicando con precisione il contesto geografico e commerciale.

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L’Europa non dovrebbe essere cinica come l’America, ma non è così. La storia intreccia le vicende degli studenti Erasmus con le loro instabili e deludenti esperienze di lavoro tese spesso ad integrare i ridicoli contributi delle borse di studio all’estero. Appena arrivato nella metropoli più ambita d’Europa il nostro studente errante ha inviato decine di curricola mettendo in campo anche le sue ottime competenze linguistiche e culturali. Si sorprese e si entusiasmò quando fu convocato per un colloquio da un notissimo brand  e quasi immediatamente assunto in prova dopo un frettoloso quanto inadeguato training, con programmi, ruoli  ed orari aleatori e continuamente mutevoli.

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La meritocrazia. Un falso mito.

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Mi sono fatto persuaso, come direbbe il Commissario Montalbano, che le questioni di meritocrazia di cui tanto si parla, a destra, a sinistra (!) in alto e in basso, nel lavoro, nell’amministrazione, a scuola, nelle università etc. siano falsi miti, pericolosi e iniqui nella sostanza. Il merito sembra essere diventato la foglia di fico del neo-neoliberismo a destra come nella sedicente sinistra.

Affinché il concetto corrente di merito possa essere valido e giusto dovrebbero essere assicurate alcune fondamentali propedeuticità: la parità di condizioni di partenza (economiche, sociali, di salute..) la parità di trattamento durante le attività (di lavoro, di apprendimento..), l’assenza di discriminazioni in base al sesso, alla razza, alle convinzioni religiose, ideali e politiche e l’assenza di ostacoli esterni e indipendenti dalla propria volontà. Chi sproloquia ad ogni angolo di merito ne tratta a prescindere dalle condizioni o ha tenuto conto dei requisiti basilari affinché sia garantita a tutti la libertà e l’eguaglianza nello svolgimento dei propri compiti e doveri? La meritocrazia credo, ahimè, che non possa prescindere, per come è strutturata la società in occidente e, peggio, in oriente e nel terzo mondo, dal concetto di competizione e competitività esasperate tutte legate al mercato anche quando si tratti di istruzione, salute, benessere e sicurezza.

Il merito legato alla competizione è quindi una parola d’ordine liberista e non libertaria. Chi la usa non può definirsi progressista e liberal. Alcuni paesi, partendo dal campo educativo stanno affrontando una rivoluzione culturale che tende a ridurre se non ad eliminare la competizione, nemica dell’apprendimento, del lavoro e del raggiungimento di obbiettivi di qualità, in netta controtendenza rispetto a quanto si è creduto finora. I risultati di tale inversione si stanno già apprezzando.

Poiché la natura, come si sa, non ama fare  salti sono convinto che ognuno abbia in nuce  uno o più talenti. Il compito della società è allora solo quello di aiutarci a scoprirli e valorizzarli, non invece quello  di premiare solo chi abbia avuto la fortuna, l’avventura o i mezzi di poterli utilizzare perché già palesi ed evidenti. Chi dà al massimo delle proprie capacità merita lo stesso compenso di chi ha avuto fortuna e talento. Questa è equità.

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La carta di Milano. L’arte dei buoni propositi.

Ecco il testo della Carta di Milano, la carta dei buoni propositi per l’alimentazione nel mondo lanciata all’Expo 2015 di Milano.

Ed ecco il nostro manifesto visuale sulle sensazioni che una visita all’Expo ci ha suggerito. Metteteli a confronto e poi traetene le conclusioni.

Queste alcune parole chiave:

Sostenibilità ambientale

Equità

McDonalds

Cibo sano

Acqua pulita e gratuita

Energia sostenibile

CocaCola

SlowFood

Equo accesso al cibo a tutti

Agricoltura equa e sostenibile

Monsanto

Nutella

Fame

Gourmet

Mezzogiorno di cuoco

Nestlé

Tutela

ecosistemi

Benetton

Burger King

Eataly

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