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I mecenati

 

Durante un viaggio tra il piacere dell’errare e la tristezza dell’accadere mi imbatto in una bella e singolare esibizione di migliaia di artisti riuniti  a Trieste nel Salone degli Incanti sotto l’egida mecenate dei Benetton (nella fattispecie Imago Mundi-Luciano Benetton Collection). Mi corre subito un pensiero al danaro, alla sua provenienza, ai mecenati, alle tragedie vecchie e nuove, a Genova e all’Argentina a che cosa sia l’arte e quanto essa sia più o meno serva del mercato o dei sensi di colpa e delle carità pelose dei mecenati filantropi. E mi sorge d’impulso un pensiero: “Hanno sempre tantissimo da farsi perdonare i mecenati e tantissimo anche gli artisti?” Le immagini che vedete senza alcun ulteriore commento sono una scelta di impressioni dettate proprio da questi ed altri sentimenti.

Giuseppe Campagnoli

Trieste 16 Agosto 2018

 

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Chi è la Popsophia nostrana.

 

Fuga dalla libertà

Glissiamo elegantemente sulle giaculatorie popsophistiche che si ripetono anche quest’anno senza innovazioni sostanziali e divertiamoci ad indagare su quel poco che è dato sapere della  “retrofilosofia” dell’Associazione che gestisce Popsophia: dallo Statuto, ai soci, alla trasparenza e tutto il resto.

 Statuto Popsophia_

Dalle notizie raccolte in rete sembra una impresa political culturale familiare, nella miglior tradizione democristiana che traspare anche dalla storia pubblica dei fondatori. La presidenza,  la direzione  artistica di cui non si può dire non sia intraprendente e vivace pare siano tutte in famiglia. I fondi pubblici non mancano da anni e la kermesse gode l’ ampia presenza di vips radical chic o per dirla alla francese “bobos” a dritta e a manca, tanto per coprire tutti i palati e non scontentare, neo-democristianamente, nessuno, senza prendere vere parti politiche o culturali. Non abbiamo ancora scoperto chi sono i soci del sodalizio e se vi siano tra loro dei privati cittadini, esperti o personalità della cultura: non abbiamo trovato alcun elenco pubblico. Forse ci sono solo le imprese mecenati social e altri enti ad usum delphini. Non pare vi sia un Comitato artistico o scientifico nè un regolamento. Lo Statuto, scarno ed essenziale, si mantiene in superficie. Ma il sodalizio, ci si tiene a dirlo e a scriverlo è No profit : una parola miracolosa. Non mancano negli eventi, come abbiamo già detto, i comuni, la regione, le scuole, gli studenti, le greggi di volontari gratisetamoredei, le imprese e il mercato a caccia di visibilità e di sgravi fiscali.

In genere ci occupiamo di educazione, arte e cultura ma qui non le abbiamo proprio viste e non le vedremo. Abbiamo invece assistito più spesso a forme di intrattenimento paraludico e a passerelle di narcisismi intellettuali ed effimere elucubrazioni. I #popsophismi. Cosa ci sia veramente dietro Popsophia, a parte l’interesse di chi la gestisce, lo possiamo solo intuire grazie alla nostra esperienza dei mondi delle arrampicate cultural sociali e dell’italico mezzobustismo intellettuale, di quel limbo mediatico e comunicativo superficiale che finge profondità di idee ma cerca solo protagonismo, visibilità e pecunia. Quel limbo  che forse nasconde la mancanza di  vero merito e talento dietro il successo che sovente è nemico della qualità, come scriveva Victor Hugo.

Giuriamo che non parleremo mai più di Popsophia. Ora ci annoia solo.Speriamo in eventi nuovi e in un ricambio e che quest’anno, la mediocrazia finalmente, neoanalfabetismo italico permettendo, floppi! Ma visto il vuoto di concorrenza di eventi paralleli ne dubitiamo. Ai pesaresi non è concesso di scegliere.

Popsophisticherie e Festival della mente

 

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#popsophisticherie?

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Chi paga e chi tifa..

#popsophisma

Hanno fatto il colpaccio di avere una riserva sulle pagine de La Repubblica il giornale di pseudofilocentrocentrosinistra ora un po’ più liberaleggiante. Sono arrivati sugli italici altari mediatici. I popsophaici saranno contenti e no profit. Quest’anno, poiché abbiamo detto ed espresso tutto su questa saga popolarfurbesca negli anni passati e il giro è sempre lo stesso a parte dei cambi di mezzibusti, presentiamo una raccolta ragionata in tre puntate degli incensi e delle critiche (spero ve ne saranno abbastanza vista la capacità di censura preventiva  dello staff prosoposophaico..) pubblicate in rete e sulla stampa.

Le danze inizieranno da giovedì 14.

Researtù

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Il ritorno della forza!

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L’oro d’Italia: l’arte.

Nel mio ampio excursus con gli articoli su ReseArt relativamente a che cosa sia arte e che cosa sia invece solo mercimonio e bricolage redditizio, a che cosa sia l’educazione formale ed informale all’arte in tutto l’arco della vita e in quali luoghi si debba praticare e con quali insegnanti, traspariva l’essenza preziosa di tutte le arti, anche come veicolo, quando sana e reale, di rilancio non speculativo dell’economia di un paese. Mi piace citare una frase del Prof.  Flavio Caroli   che dirime a pieno la vexata quaestio della qualità in campo artistico. Ci si riferiva espressamente a mostre ed eventi di arte figurativa ma il concetto appare valido anche per il teatro, il cinema, la musica, i laboratori “artistici” per infanti, anziani, dilettanti e dilettevoli, le scuole di danza, di canto, di musica, di arti varie che crescono come funghi a volte buoni a volte velenosi, le kermesses cultural popolari di cui oggi è piena l’Italia con alterne sorti di valore (abbiamo parlato e riparleremo presto, per esempio, della nostra vicina Popsophia o “Popsophisma” come l’abbiamo ribattezzata).

ARTE, ARTE! ARTE?

La-porta-del-tempo

ineffabile bricolage artistico di uno dei soliti carneadi con una curiosa storia

L’oro d’Italia nella migliore delle ipotesi sta facendo arricchire altri paesi più efficienti o forse più furbi (vedi il Regno Unito con la mostra su Pompei fatta poco tempo fa con i nostri reperti concessi ad una contropartita ridicola), nella peggiore si sta trasformando in rovine materiali e spirituali per il degrado e l’abbandono gridati da anni, la scarsa qualità degli eventi, la speculazione di enti e privati, la superficialità ed il proliferare di associazioni, personaggi e congreghe incompetenti e spesso anche supponenti.

Ecco una galleria di veri artisti, falsi artisti, dilettanti, buffoni, truffaldini e mentecatti,saltimbanchi delle arti. Chi possiede cultura profonda non fatica a riconoscerli.

Il binomio vincente dovrebbe essere più educazione e scuola di qualità per formare artisti, addetti, esperti e managers dedicati, più Stato efficiente ed efficace e meno privato (cfr. Mazzuccato) pronto a speculare e mirare solo al profitto, per sponsorizzare, conservare, allestire, rilanciare e ottimizzare i nostri preziosi prodotti. Arte, turismo, agricoltura e  cultura sarebbe una terna vincente se non fosse ormai quasi troppo tardi.. Si vedono alcuni segnali, ma non bastano e sono stati intempestivi. I giovani ne cogliessero il significato e si preparassero con dedizione e studio a diventare essi stessi dei bravi artisti, storici, musicisti, cineasti, architetti, insegnanti, lasciando in secondo piano i reality, i social perniciosi, i talents, il bricolage artistico provinciale e i truffaldini presenti ad ogni angolo della cultura, e soprattutto l’idea del profitto che è nemico di tutte le arti.

Giuseppe Campagnoli

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Carlo Franzini (Saturnino) e Alberto Spadolini (Spadò)

due veri artisti al margine.

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Giovani esploratori a Recanati

Un reportage dall’inaugurazione, a Recanati il 23 Aprile 2016, della mostra “60 anni di scout” presso la Chiesa di San Vito. Organizzata da Fabio Buschi e Roberto Calorosi in collaborazione con il Circolo Numismatico Filatelico Recanatese e con il patrocinio del Comune di Recanati e della campagna “Recanati Capitale della Cultura 2018”. Sponsors dell’evento Unipol Sai e Banca di Credito Cooperativo di Recanati e Colmurano. Incontri, memorie , rimpatriate, commozione ed impressioni. Le foto sono di Giuseppe e Marco Campagnoli, i testi  della memoria qui riportati sono di Giuseppe Campagnoli ed Enzo Polverigiani.

Ricordi Scout 1961-1968
di Giuseppe Campagnoli

“Ho ricordi ondivaghi del mio trascorso da scout nell’ASCI di Recanati 1° prima come lupetto, poi come “giovane esploratore” e  Akela per qualche mese..
Il periodo era dall’inizio degli anno ’60 fino oltre la metà quando a 17 anni sotto la spinta del rock’n roll,  della politica e delle fanciulle  abbandonai Don Mariano e gli scouts…
Ho dei flash di memoria di quando ci dondolavamo sugli sgabelli di legno fatti da noi nell’angolo di squadriglia, delle litigate ai campi estivi con altri capisquadriglia in competizione, di quando mio fratello Alfredo salì su un albero e vi rimase per qualche tempo in segno di protesta per  un fatto che lo aveva colpito ingiustamente e il mio contributo alla sua discesa. Ricordo ancora le guardie notturne alla cambusa da difendere dalle scorrerie degli altri reparti
le notti all’addiaccio dentro una sacco di iuta davanti al fuoco, l’alzabandiera mattutina, le cucine con i bidoni di lamiera,la promessa, i nomi di caccia e i tanti giochi di avventura. 
Ho poca memoria dell’aspetto religioso e caritatevole, molta della solidarietà e delle amicizie nate e consolidate. Ho ancora presenti i costumi e i movimenti del Miles Gloriosus di Plauto recitato tra gli applausi al San Giorgio di Ascoli Piceno e le scene della sfortunata kermesse che mi vide cadere platealmente  da “cavallo” nella giostra del saracino “scout” allo stesso San Giorgio!”

 

Ricordi Scout 1952-1956
di Enzo Polverigiani

“Da quando, dalle note biografiche del neo presidente del Consiglio Matteo Renzi, si è appreso che lo stesso è stato lupetto e boy scout, a differenza di tanti suoi seguaci che setacciando le loro vite si sono scoperti, guarda caso, boy scout a loro volta, mi sono sempre accuratamente imboscato. Ma adesso una fotografia, emersa dalla notte dei tempi, mi inchioda senza scampo: così esco allo scoperto e dichiaro di essere stato boy scout, anche se per poco e con scarso profitto. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e dei compagni ritratti nella foto ne riconosco appena un paio, augurandomi che siano presenti e riconoscano anche me, magari facendosi una risata.
Perché, e questo lo ricordo bene, diedi le dimissioni dalla squadriglia Tigre (molto meno aggressiva di quella, tristemente famosa, che avrei incrociato anni e anni dopo, in Bosnia) per via di…un paio di lenzuola. Bisogna sapere che mia madre, l’istigatrice della mia iscrizione, mi teneva nella bambagia, con la divisa sempre in ordine e mi raccomandava le buone maniere. Per cui ero guardato un po’ di traverso, come un signorino, dal rude, manesco e decisionista cappellano don Mariano, e dai miei compagni altrettanto rudi, abituati ai campeggi, ai sacchi a pelo, alle tende che io cercavo invece di schivare. In più, essendo uno dei più giovani, non mi era permesso portare l’agognato coltello (a pensarci bene, di misure proibite) che era di pertinenza soltanto dei più anziani ed esperti.
Un bel giorno, mia madre mi convinse a partecipare a un campeggio: e io, quando fu ora di dormire sotto la tenda, dopo i cori di rito, invece del sacco a pelo tirai fuori lenzuola e coperte. Fui seppellito dalle risate, e ciò mi indusse, poi, a rassegnare le dimissioni. Forse anche per questo non ho mai provato a diventare presidente del Consiglio.”

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Touche pas à Popsophia.La censura.

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Finisce la saga di Popsophia con un breve strascico di miserie umane. E’ noto che ReseArt non cerca nè pubblicità né danaro e neppure gloria ma cerca solamente di dire ciò che pensa, nel bene e nel male, nei campi di cui si occupa. Recentemente si è occupato della kermesse di Popsophia a Pesaro, una specie di festival della filosofia Pop sulla scia epigona di quello che da più tempo si fa in Francia e Belgio. La manifestazione ha goduto e gode anche di fondi pubblici (tra cui è da annoverare anche l’Enel di cui lo stato è l’azionista maggiore) e questo fa si che l’attenzione sui risultati debba essere maggiore. ReseArt ha recensito l’idea, la pratica, gli eventi e i personaggi non sempre in termini negativi. Gli articoli si possono trovare raccolti nella pagina REPORTAGES.

I posts sono stati divulgati su Twitter, Facebook e Google Plus mentre i videoclips girati e montati in originale da ReseArt si trovano su Youtube. Le condivisioni degli scritti sono state estese alle pagine ed ai social di Popsophia e di vari media. Il risultato è stato che ReseArt è stato bloccato dalla consolle di Popsophia su tutti i social e anche dalle newesletters cui si era iscritto. Questo non è accaduto solo per noi ma anche ad altri incauti cittadini che hanno osato esprimere giudizi non positivi pur sempre in modo corretto. Abbiamo ricevuto posts e mail in tal senso e questo ci ha confortato e ci ha convinto di essere sulla giusta strada. Qui di seguito riportiamo un esempio lasciando anonimo l’autore:

“Buongiorno,

mi chiamo A.S. e vi scrivo per ringraziarvi per aver commentato e criticato il festival Popsophia e in particolare l´edizione di quest´anno. Sono maceratese, conosco perció il festival e sono rimasta atterrita dalla scelta del tema nonché dalla completa frivolezza del programma.
Mi fa molto piacere vedere che altre persone abbiano avuto la mia stessa reazione. Anche io come voi sarei molto felice di sapere piú dettagliatamente da dove vengono i soldi che confluiscono in questo festival dal contenuto quanto meno discutibile. Vi scrivevo quindi per chiedervi se avete nuove informazioni a riguardo e se durante il festival ci sia stato un qualche tipo di protesta. Io non vivo stabilmente nelle Marche, quindi non ho avuto modo di andare. A tal proposito, vi inoltro il breve scambio di mail con la “direttrice artistica”. Che, di fronte alla mia mail di critica – seppur aspra – si é sentita in diritto di cancellarmi dalla newsletter. Bell´esempio di apertura al dialogo. A seguito di questo, non sapendo bene come reagire, avevo scritto a Blob, chiedendo una posizione pubblica di Ghezzi a riguardo, che a quanto so non é arrivata. Non conosco la vostra redazione, ma di nuovo, grazie di aver criticato pubblicamente Popsophia.Ciao, A.S.”

Non è tutto oro quindi quel che riluce. Gli sponsors, con cui pure abbiamo condiviso i nostri commenti e le nostre riserve, tacciono come di solito fa la politica finché è conveniente  fare come Ponzio Pilato, salvo che non intervengano dubbi sui finanziamenti pubblici a tutte le manifestazioni culturali della regione (criteri, qualità, turn over, pari opportunità).

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Dopo l’estate, tirati per la giacchetta, faremo una piccola ma approfondita inchiesta sulle sponsorizzazioni di Popsophia, sull’uso dei volontari (come all’EXPO?) sulle caratteristiche no profit dell’Associazione e sull’obbligo di trasparenza da chi riceve fondi pubblici. Ci porremo domande, analizzeremo anche il coinvolgimento delle scuole (sempre utile mano d’opera gratuita) e di altri enti e privati. Abbiamo assistito in prima persona in passato ad esempi non virtuosi di contaminazione tra pubblico e privato e di sfruttamento dei contesti culturali ed educativi non proprio “no profit”. Nel caso di specie chi potrà mettersi delle medaglie se le metterà e le luciderà mentre chi dovrà fare ammenda la farà e lascerà spazio ad altri. A presto.

Giuseppe Campagnoli

Da Wikipedia: La pop philosophie (ou pop’philosophie, selon la graphie d’origine) est une notion inventée par Gilles Deleuze durant les années 1970, qui connaît un regain d’intérêt au début du xxie siècle sur la scène culturelle parisienne. Sa seule caractéristique stable consiste dans l’affirmation d’une connexion possible entre la philosophie et la « pop culture », entendue comme l’ensemble des productions culturelles de masse du monde contemporain. Mais la définition précise de cette articulation évolue largement entre les années 1970 et les années 2000.

Semaine de la Pop Philosophie  2007-2015 à Brussels et Marseille

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