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La mitologia lecorbusieriana.

Le origini culturali dissimulate di molte archistars.

Gli elementi di architettura, di urbanistica e di concezione della città di Lecorbusier e il suo abaco come lo chiamava Aldo Rossi non sono poi così originali. L’originalità sta forse nell’averli messi insieme in una forma diversa, come del resto accade con le note in musica e come, del resto, hanno fatto all’inizio del ‘900 anche altri architetti. Lui lo fece in una forma in qualche modo élitaria e anche autoritaria. Il mio percorso nel mondo dell’architettura fin dagli anni 60 ha preso le mosse dal razionalismo e ha glissato ragionevolmente e scolasticamente sul sopravvalutato Jeanneret per soffermarsi in seguito sull’Abate di Saint Denis, John Ruskin, Viollet Leduc, Adolf Loos, Aldo Rossi, Giancarlo De Carlo e da ultimo Colin Ward. Le due villes a diversi livelli di scala e di idea, la Ville Savoye e pure la Ville Radieuse, ritengo siano gli emblemi del pensiero in architettura di Le Corbusier che non può essere scisso dalla  visione della vita e dell’uomo a dir poco discutibili. Un percorso di confronti emergenti è inevitabile e, partendo dal simbolo mediatico e accademico dell’idea di architettura lecorbuseriana che è Ville Savoye, provo a tracciare un profilo diverso del “maestro”.

L’architettura è vita e politica (polis)

Le Corbusier alla madre, agosto 1940: «Il denaro, gli ebrei (in parte responsabili), la massoneria, tutto questo subirà la giustalegge». Sempre alla madre, ottobre 1940: «Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazionedell’Europa». Il famoso, famigerato ordine nuovo. Sappiamo, sapete tutti com’è andata.” Le Corbusier è stato fascista. Un po’ lo si sapeva (e se ne parlava poco). Ma ora emerge con forza: più fascista di quanto si sapesse, antisemita, con qualche simpatia per Hitler. Le polemiche sono avvampate a Parigi, quando ha aperto, il 29 aprile, la grande mostra “Le Corbusier. Mesures de l’homme” al Centre Pompidou ( qui la recensione di Cesare de Seta ), dove l’unica misura mancante è la misura politica. Non c’è traccia delle sue idee politiche negli anni del primo fascismo, della Francia occupata, del regime filotedesco di Vichy. Ben strano, per il Beaubourg, indirizzo topico del sistema culturale francese, e mentre escono tre libri che rileggono Le Corbu illuminandone le zone d’ombra.Già intorno al 1925 Le Corbusier è affascinato da Mussolini e dal fascismo italiano. Frequenta gli ambientidel partito Le Faisceau, Georges Valois, Marcel Bucard. Stringe un forte legame con Pierre Winter, medico-scrittore prossimo all’eugenetica, antilluminista, cultore dell’orientalista René Guénon. Con Winter, che diventa suo medico e trainer personale, l’ambizioso architetto svizzero che dialoga con tutte leavanguardie, dal Werkbund al Bauhaus al Lingotto degli ingegneri italiani, fonda nel 1930 la rivista fascista “Plans”. Poi, dal 1933, con François de Pierrefeu e il mussoliniano Hubert Lagardelle, lancia la rivista “Prélude”, di cui rimane agli archivi lo slogan: «Noi conosciamo gli uomini che la Francia attende. Sono portatori di soluzioni. Il loro obiettivo – il nostro – è la conquista dello Stato». Per imporsi come urbanista che tra il 1934 e il ’37 corteggia il potere fascista a Roma, anche in chiave di Africa Orientale Italiana, a pietire un’udienza personale dal Duce che non arriva mai. Oggi gli studi di Chaslin e Perelman rileggono l’intera sua teoria della “Ville radieuse” (1935), la città strutturata, i comportamenti indotti, le case come “macchine per abitare”, in chiave autoritaria; se non «totalitaria» (così si esprime l’architetto tedesco Hans Kollhoff). L’appoggio al governo filotedesco di Vichy. Clamorosi i dettagli emersi. Il maresciallo Pétain si trasferisce il 1° luglio 1940 dopo l’accordo col tedesco invasore, Le Corbusier il giorno 3. Abita in grandi alberghi. Corteggia i vertici politici fino a ottenere dal ministro degli Interni Peyrouton una nomina per la ricostruzione di aree urbane distrutte; nel maggio 1941 Pétain lo chiama in un comitato per la nuova edilizia. Ritrova l’amico Lagardelle divenuto ministro del Lavoro, il diplomatico-scrittore Jean Giraudoux, altro filotedesco; si lega ad Alexis Carrel, pensatore razzista, filonazista, pro eutanasia. Del resto, a Parigi, Arletty va a letto con un ufficiale della Wehrmacht… Le Corbusier è un architetto e pittore di enorme talento. Ha studiato il déco, teorizzato l’Esprit nouveau (esce ora in edizione italiana il suo importante testo “L’arte decorativa”, Quodlibet), ha amato Picasso, l’antifascista Picasso, spaziato dalla cultura Bauhaus del Weissenhof di Stoccarda all’arte purista, è misurato con l’avanguardia russa. Ma per brama di gloria, e per imporre il proprio corpus dottrinale, fa anticamera presso chi si renderà complice della Shoah. Disilluso, a un certo punto capisce: Pétain, in sensoartistico, è l’Ottocento, e il potere esecutivo è di Pierre Laval. Le Corbu prende le distanze. Ma lo fa tardi. Infine, l’antisemita. Chaslin ne rintraccia le radici nel primo periodo elvetico, quando il giovane architetto maturò antipatie lavorando per industriali orologieri ebrei (Schwob, Ditisheim, Meyer). Sempre del 1940,alla vigilia delle leggi antiebraiche, ecco un’altra sua lettera: «Gli ebrei passano un brutto momento. Un po’ mi dispiaccio. Ma sembra che la loro cieca brama di denaro abbia corrotto il paese». Parte di questi documenti era stata rivelata nel 2008 nella biografia di Nicholas Fox Weber “Le Corbusier: Life” (Knopf), ma passata sotto silenzio. Il settimanale elvetico “Die Weltwoche” oggi scrive di «arte della rimozione».  Quanto a lui, il fascinoso Le Corbu in papillon e occhiali iconici, dopo il 1945 fu riabilitato al volo dalla Francia democratica guidata dal patriota Charles de Gaulle (che aveva disprezzato). Non fu il solo. Sotto questo aspetto, la sua biografia ricorda, in peggio, quella del presidente Mitterrand. Dal 1947 il suo ego di urbanista potè esprimersi in India, chiamato dal presidente Nehru per creare la città di Chandigarh. In Francia, nel 1955, produsse un’ultima meraviglia creativa, Notre-Dame du Haut. Una chiesa; lui che teneva poco alla Chiesa con la maiuscola. Diciamo che Le Corbu scelse bene il suo nome da Corvo. Volò a lungo, ma con le ali nere. In Europa, nei manuali e nei cuori degli appassionati, oggi vive soprattutto l’architetto delle meravigliose case bianche: moderne, ariose, eleganti, democratiche. Più di quanto egli stesso sognasse.Le discutibili idee di Le Corbusier che si riflettono non poco sulla sua opera. L’uomo e l’artista si confondono sempre e non è dato il caso di una separazione netta tra la concezione di vita e l’espressione professionale e culturale. Anche l’abitare e l’essere delle città risentono delle dee rispetto al mondo. Nelle varie esposizioni e nei saggi che celebrano Lecorbusier si glissa colpevolmente su questo aspetto. Cito passi di un articolo de l’Espresso del 2015 esaurienti e significativi che fanno ben comprendere alcuni aspetti anche tecnici ed estetici di Le Corbusier.”

La sua città a grana grossa è una concezione assai mercantile, che ahimè ancora regge.

Una città a grana grossa è una città autoritaria e tecnocratica che lo stesso Colin Ward criticava in Le Corbusier e in tante tendenze dell’urbanistica moderna: Colin Ward (1924-2010), uno dei massimi pensatori libertari della seconda metà del XX secolo che molto ha scritto anche di questioni urbane, nel 1989 analizzava, a partire dal disastroso caso di Birmingham, il processo di sostituzione della tradizionale grana fine del tessuto urbano con quella grossa della città pensata per il traffico automobilistico e la redditività finanziaria. Quest’ultima si era liberata di tutte quelle piccole attività economiche – «riparatori di ombrelli, tiralinee per registri contabili, manutentori di macchine da cucire, corniciai, pasticceri, confezionatori di scarpe da ballo» –per diventare il luogo dove solo le imprese dai grandi numeri di capitale, fatturato e profitto potevano essere ammesse[1].

L’analisi che Ward fa del tessuto urbano e delle sue trasformazioni ricorda molto gli scritti di Jane Jacobs della fine degli anni Cinquanta, dove la sua osservazione degli effetti del rinnovamento urbano di New York si focalizza sulla perdita di migliaia di piccole attività, la cui presenza è una delle componenti fondamentali della vita urbana perché ne struttura la diversità tipica di un ecosistema. Leggere Colin Ward è quindi utile alla definizione di una genealogia del pensiero critico all’urbanistica del Novecento che ha assunto connotazioni di tipo  libertario (ma non liberista, come qualcuno vorrebbe far credere almeno nel caso di Jane Jacobs) in opposizione alla visioneautoritaria della città contemporanea, già ben visibile nella Ville Radieuse di Le Corbusier. Sono le grandi opere realizzate dalla pubblica amministrazione, nella New York di Robert Moses come nella Birmingham di Sir Herbert Manzoni, ad essere responsabili, più della speculazione immobiliare, della sparizione delle piccole imprese urbane. La grande ricostruzione post bellica ha cancellato «la città comprensibile», e l’ha sostituita con una in cui non si riesce più a orientarsi in assenza di cartelli stradali. Il risultato è che «la vita autentica della città» risiede ormai solo in quelle parti di tessuto urbano risparmiato dalle ristrutturazioni urbanistiche o, come nel caso delle migliori concretizzazioni dei principi dell’urbanistica novecentesca, dove la città contemporanea ha preso la forma dell’insediamento spontaneo (M.B.).

Le ville e le case bianche

Una voglia di candore freudiana. Come scrive Antonello Russo nelle suo “Le Corbusier e le sue ville bianche” Quodlibet Studio Macerata 2016 “La costruzione di quelle che Alan Colquhoun ha indicato come le case bianche. (Colquhoun, 1993, p. 40) di Le Corbusier, allinea, in un’unica esplorazione, gli spunti grammaticali di una sofisticata sintassi che avrebbe alimentato in maniera significativa l’architettura della prima metà del Novecento, e non solo. L’attenzione rivolta alla città alle sue regole di composizione come organismo complesso e fine ultimo della ricerca mediata da Le Corbusier attraverso una lettura antropocentrica che, nel porre l’uomo al centro della visione distribuisce nell’abitazione una meditata sequenza di luoghi. finalizzati all’osservazione dello spazio, in piedi, seduti o sdraiati, dove la struttura portante, pur riconoscendosi, non si mostra nella sua reiterazione invasiva fornendo, piuttosto, un ordine implicito in grado di organizzare uno spazio ortogonale a prevalente sviluppo verticale.” Il colore prevalente, rigorosamente bianco, è come se volesse suggerire una sorta di freudiano “candore” che disimpegna la forma rispetto alla natura e il privato rispetto all’ambiente che si presenta variegato e pieno di colori e di forme. I bianchi di fondo delle unità d’abitazione, delle città ideali, della cappella di Rochamp e infine della Ville Savoye non sono scelte semplicemente decorative, ma sono profondamente simboliche e formalmente determinate.

Il candore di facciata

Le meravigliose case bianche sfuggite di mano all’urbanista autoritario per colpa dell’artista creativo oggi rappresentano il naufragio della modernità? E’ emblematica l’istallazione dell’artista che fa naufragare l’opera lecorbuseriana in un simbolico fiordo. La Villa Savoye affonda nei fiordi danesi. “Flooded Modernity”, un’installazione dell’artista danese Asmund Havsteen-Mikkelsen, rappresenta il naufragio della modernità e del potere della ragione. Ma anche del potere dell’individualismo dell’architetto moderno che riprende quello rinascimentale mentre snobba il lascito teorico del fare collettivo e tutto sommato democratico delle architetture medievali delle città e delle cattedrali. La modernità viene accostata alla rivoluzione industriale ed al dominio del capitale e della personalità degli artisti che si eleva sopra le masse e indica loro come e dove abitare, come istruirsi, lavorare, muoversi e usare del tempo liberosenza che possano partecipare alle scelte ed alla costruzione degli spazi che vivranno. Fortunatamente abbiamo avuto anche personalità di mentori e non di dittatori della forma come Aldo Rossi, De Carlo, Colin Ward e tanti altri architetti non propriamente mercantili e non celebrati per le loro ville padronali, le chiese, le  città ideali e non “analoghe”.

Giuseppe Campagnoli

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Quanto basta di architettura…

Ripubblico in occasione degli incensi mediatici e politici all’architettura mercantile dei pontificatori con una dedica speciale  al mio nuovo amico Claudio. Si ravvederà?😉

“Juste assez d’architecture pour briller en société” è il titolo di un piccolo libro di Philip Wilkinson tradotto da Danie Gouadec, apparentemente superficiale ed innocuo ma in fondo molto utile perché mette a confronto semplicemente  gli “stili” architettonici storici e contemporanei concentrandosi soprattutto su quelli attuali mettendone a nudo alcune caratteristiche che a volte hanno generato dannose sopravvalutazioni. Le teorie e le pratiche che mi preme mettere a confronto più di altre sono quelle di due mostri sacri internazionali oltre che unici premi Pritzker italiani come  il compianto Aldo Rossi e l’archistar (!) Renzo Piano. Ecco la descrizione  delle due esperienze ed alcune chiose per testo ed immagini.

Il neo razionalismo è nato in Italia sotto il nome di “La tendenza” in reazione agli eccessi del modernismo e del postmoderno. Proponendo una architettura corrispondente alla loro epoca, i neorazionalisti, a partire da Aldo Rossi, propongono il rispetto dell’identità e della storia urbana (strutture, forme e disegni della città) come se si fosse difronte ad un vero e proprio organismo vivente, che si trasforma virtuosamente solo attraverso interventi ispirati dalla collettività e non dal singolo. Il post moderno al contrario (insieme all’high tech) si pone come urbanistico, ludico, commerciale e popolare, con riferimenti storici nulli o disinvolti, quasi completamente assoggettato al mercato e alla globalizzazione “L’high tech” E’ il tipo di architettura che diventa design e che sfrutta con ostentazione le tecnologie cosiddette d’avanguardia e di moda. Apparsa intorno agli anni ’70 l’architettura “high tech” ostenta la sua alta tecnologia con una forte presenza scenica tesa a provocare un brutale shock di novità a tutti i costi. Gli elementi chiave sono la prefabbricazione, l’uso di materiali “pret à porter” e l’esibizione esteriore della tecnologia. Gli adepti principali di questo tipo di design di architettura, che trae le sue lontane origini anche dalle idee di R.B. Fuller sono stati e sono Richard Rogers, Renzo Piano, Norman Foster, Nicholas Grimshaw e Michael Hopkins. “

Questo scrissi invece nel lontano 1973: “Integrando le letture fondamentali della città e del movimento moderno si arriva ad acquisire gli strumenti essenziali alle nostra disciplina, gli unici strumenti capaci di portare alla costruzione logica di un progetto che non è nient’altro se non di architettura perchè per essere tale non deve assolutamente sconfinare in campi che non sono di pertinenza dell’architetto e che invece pretendono di risolvere problemi di architettura con strumenti che le sono estranei. Il concetto di funzione preclude l’essenza autonoma dell’oggetto architettonico, facendone una forma concepita per una specializzazione, mistificando la validità di una operazione progettuale che si configura come la costruzione di un manufatto architettonico o di una parte di città che potranno assumere nel tempo diverse funzioni. Un intervento da architetti nel territorio deve essere solo un progetto di architettura che a sua volta è una elaborazione collettiva nella storia in un luogo che è la città, capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sè stessa. E’ solo leggendo e scomponendo la città e il territorio nelle loro parti che può derivare il progetto come costruzione sull’architettura per ristabilire quell’equilibrio spezzato dalla speculazione edilizia, agli interventi dissennati sul territorio dai monumenti a sé stessi di tanti architetti privi di storia.”

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Un emblema singolare  di questa brutta rottura con la città e della città e del cosiddetto funzionalismo ingenuo è proprio il cosiddetto Beaubourg a Parigi tanto celebrato ed osannato e ripreso recentemente da un media francese. Proprio qui un parigino ha ben definito il Centro Pompidou come bellissimo ed entusiasmante per ciò che contiene ma non per il contenitore:“Ce centre est frequenté pour l’interêt de son contenu et non pour son architecture, toujours aussi affreuse. La situation, dans le plus vieux quartier de paris, aurait merité un style different: rien de glorieux donc!..” Una bella impalcatura permanente?

https://www.facebook.com/VivreParis/videos/439356273523266/

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Al di là della personale propensione per una architettura dissenziente e vicina al concetto collettivo della costruzione della città medievale prima delle signorie, la mia scuola fondamentale è stata proprio quella della cosiddetta “Tendenza” e molti germi di quella educazione sono rimasti intatti e si riferiscono alla “città analoga”, ai linguaggi comuni dell’architettura storica che andrebbero trasformati e non rinnegati, alla città che si autocostruisce collettivamente con l’architetto che fa solo da interprete e mentore. come scrive Colin Ward tra l’altro: “L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico…”. “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”.

Schermata 2019-06-11 alle 12.54.18.png Il Centro Pompidou oltre ad essere il simbolo della distruzione realizzata in varie fasi di una parte di città (Les Halles, Plateau Beaubourg in questo caso) quasi come gli sventramenti dissennati di Via della Conciliazione a Roma e dei piani Haussmanniani della medesima Parigi, senza alcun rispetto per la storia e per un dialogo Leto, progressivo e costruttivo con questa, come è sempre avvenuto, rappresenta l’avvio dell’architettura di rottura non virtuosa mercantile e ipertecnologica dei tubi e del ferro che non hanno nulla a che fare con il Christal Palace o con La Tour Eiffel nati per scopi diversi, decisamente provvisori e meno esibizionisti. Un enorme giocattolo colorato per architetti infantili e provocatori ma non rispettosi del cuore pulsante di una città che a ben vedere dalla mia prima visita proprio nel 1977 anno della sua inaugurazione a due anni fa non dà l’impressione di averlo  ancora né accolto né assimilato come del resto checchè se ne dica e sene scriva,anche il famoso megapilone del ponte dell’ingegner Eiffel.

“Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella committenza oltre che nella politica e nella professione. La società non ha bisogno delle archistars. Sono loro che ne hanno avuto bisogno e l’hanno sfruttata e turlupinata ad usum delphini. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola! Il tempo, si diceva all’università negli anni ’70, si sarebbe dovuto spendere, almeno per un ventennio, nella ricerca urbana e architettonica per costruire uno stile contemporaneo sia per la città che per la campagna, per gli edifici pubblici che per quelli privati e residenziali. Niente di tutto ciò in realtà è stato davvero fatto. Basta osservare il territorio : dell’architettura non c’è traccia. Lo stile contemporaneo è un desolante eclettismo informe, un’accozzaglia di manufatti che non hanno nulla di estetico e sovente nemmeno nulla di funzionale. Se si glissa sul comprensibile ma non accettabile analfabetismo estetico e architettonico di figure come geometri e ingegneri non si può trascurare il penoso vuoto culturale della maggior parte degli architetti sul mercato e la loro vocazione prevalente e comune anche ad altre categorie di professionisti ed imprenditori al mero profitto o alla elucubrazione stilistica fine a se stessa. Non si capisce nemmeno il gran successo delle nostre archistars nel mondo se non con un degrado culturale che si è globalizzzato e che giudica l’architettura prevalentemente dai falsi miti della tecnologia e dalla ecologia. Non ci sarebbe bisogno di tante elucubrazioni tecno-ecologiche se solo si conoscesse la storia e ci si comportasse di conseguenza senza eccesive fratture e con la continuità che un organismo come la città e il suo intorno richiedono, attraverso interventi innovativi ma non completamente estranei. E’ indispensabile garantire una sorta di biocompatibilità con un organismo che è vivente e mal sopporta corpi estranei o trapianti innaturali. Persino oggetti tanto declamati come il Beaubourg, gli l’high-tech, spesso solo high di Renzo Piano, Santiago Calatrava, Massimiliano Fuksass & Co. temo restino una estraneità nel contesto urbano in cui si collocano. Si fatica a immaginare che possano, nel tempo, integrarsi mirabilmente con i loro intorni urbani come è accaduto per le architetture civili ed emergenti costruite prima degli anni ’50.”

Ormai ci sono oggetti del culto contemporaneo sui quali non si ha il coraggio di discutere. Ma basta aver occhio per osservare la città nel suo insieme, le sue trasformazioni nel tempo e il vulnus che certi oggetti le procurano al di là del turismo o delle chiacchiere pseudo scientifiche e artistiche. Come certi oggetti d’arte anche certi oggetti di architettura non sono affatto né arte né architettura perché non sono universali se non per il mercato che oggi, ahinoi, comprende e deforma anche l’informazione, la critica, la storia. Osservare la continuità o la sublime continua- discontinuità tra medioevo, rinascimento, barocco e neoclassico non provoca nei lettori saggi ed accorti lo sgomento che provocano certi corpi estranei nel corpus di una città da intendere come un organismo vivente in cui sia stata inserita una orrenda protesi. Aldo Rossi, non profeta in patria e per lungo tempo anche all’estero, aveva capito e letto la città e come vi si dovesse intervenire. A suo modo e  in modo singolarmente convergente ma per altra via l’aveva capito anche Giancarlo de Carlo. Una buona architettura sarebbe una sintesi virtuosa di affinità elettive tra il pensiero di Aldo Rossi, de Carlo e Colin Ward. Questo è quello che sto tentando di fare nel mio piccolo di vecchio architetto controcorrente, inserendo anche il sublime concetto della città che educa sè stessa e i suoi abitanti, che suggerisce a questi le proprie vocazioni di crescita e trasformazione coerenti con la salute del suo mirabile organismo che indica come pensare e costruire collettivamente spazi per abitare, per condividere, per mostrare, per apprendere, per pensare e per divertirsi.

Giuseppe Campagnoli. Oggi.

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Architettura, città e potere. Pecunia non olet

“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa” Dicembre 1973 dalla tesi di Laurea di Giuseppe Campagnoli

Architettura e potere. Pecunia non olet.

Prendo spunto dalla tristissima  notizia dell’ennesima cattedrale del potere e del mercato  affidata  a Renzo Piano (archistar di cui ho scritto abbastanza come del resto di Calatrava, Fuksass e altri) dalla Vac Foundation, istituzione moscovita fondata nel 2009 dal l’oligarca e magnate degli idrocarburi Leonid Mikhelson, come “dono “ai cittadini moscoviti e… al mondo!

Qui la descrizione tratta da un articolo di Laura Milan su Tecnoring: “Renzo Piano a Mosca per il GES2, un nuovo centro culturale. Il progetto trasformerà un’ex centrale elettrica in un polo dedicato alla cultura e alla formazione nel centro di Mosca, in un’area vicina all’Ottobre Rosso e allo Strelka Institute di Rem Koolhaas”  

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Non sono finiti i tempi in cui l’architettura e l’arte (se così è lecito ancora definirle oggi) vengono asservite al potere politico o economico continuando a realizzare mostri  e abbandonare tante parti di città al degrado. Nessuno degli architetti oggi emergenti ha mai veramente pensato a risolvere i problemi del costruire, dell’abitare e del vivere la città in modo collettivo, come è giusto e naturale che sia. In modo differente ma alla fine tutto sommato inconsapevolmente convergente  Giancarlo de Carlo e Aldo Rossi lo fecero. L’uno con il sogno di una architettura partecipata e l’altro con l’architettura della città che è idea e memoria collettiva di una specie di autocostruzione rispettosa della storia e delle evoluzioni sociali, decisamente in contrasto con ciò che paventava profeticamente, per il destino delle città moderne seminatrici di discordia, Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano

Dissentire anche in architettura e urbanistica (ammesso che sia diversa dall’architettura) è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo e per ritrovare quella loro funzione sociale ed educativa.

La città che educa non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di qualche anno fa:

“1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnoli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

La città che educa sarà quella pensata e costruita con l’ausilio di nuovi mèntori dell’architettura:

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.”  Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Eleuthera e Apple Books. L’architetto diventa  mediatore  e guida di processi di trasformazione collettiva  delle città e del territorio, direttamente con l’autocostruzione o indirettamente con una  pogettazione e costruziuone mediate non più dal mercato ma dalla società civile secondo i suoi bisogni funzionali e culturali ampiamente condivisi. Ci provò a modo suo tempo fa Giancarlo de Carlo nella sua mirabile esperienza di Urbino da trasformare in una città-campus, una sorta di città educante sostenuta da Carlo Bo e per un po’ dall’amministrazione della città.  La storia è descritta in qualche modo nel libro edito nel 2018: “Sono geloso di questa città” di Lorenzo Mingardi per Quodlibet Studio di Macerata.  Vi si trovano spunti per una idea di città che non sia un mercato totale (immobiliare, turistico, ricreativo, speculativo in ogni sorta di beni) ma una serie di parti e di luoghi con una funzione dialogica, culturale, educativa e residenziale in modo partecipato fina dalle fasi di progettazione. 

Il  libro “racconta l’avventura dei primi vent’anni di lavoro di Giancarlo De Carlo a Urbino, una città che è stata per lui non solo il luogo dei suoi capolavori, ma anche una compagna di vita.
A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la Giunta comunale urbinate – guidata dal sindaco Egidio Mascioli – e il rettore dell’Università, Carlo Bo, lavorano insieme all’elaborazione di un progetto di rilancio economico della città affidato interamente al potenziale culturale dell’Ateneo. A Giancarlo De Carlo è assegnato il compito di tradurre tale programma in forme architettoniche, ampliando le strutture dell’istituzione, sia all’interno sia all’esterno del tessuto storico.
Forte della discussione internazionale sviluppatasi intorno ai CIAM, i suoi interventi fanno di Urbino uno dei più significativi esempi di città-campus mai progettati in Italia nel XX secolo: lo sviluppo dell’Università coincide, cioè, con la crescita della città.
Attraverso documenti inediti, il libro fa emergere la figura di un architetto che non si limita a tradurre in volumi e spazi i desiderata di un committente illuminato, ma li incastona in una strenua difesa del la propria idea di città, confrontandosi anche con fenomeni inediti come la contestazione studentesca – alla base del suo pamphlet del ’68, La piramide rovesciata, incentrato sull’esigenza di un rinnovamento dell’architettura per una più intensa partecipazione degli studenti alle trasformazioni strutturali della società. Ma sono soprattutto le vicende relative al Piano Regolatore (1954-1964), al primo brano dei collegi universitari sul colle dei Cappuccini (1960) e alla Facoltà di Magistero (1968), quelle che ci fanno capire come De Carlo avesse acquisito in quegli anni un’autorevolezza tale da consentirgli di guidare lui stesso la trasformazione culturale della città, divenendone il principale interprete. E non tralasciava nessuna occasione per ribadirlo: «Sono geloso di questa città al punto da non poter dormire la notte se altri la guardano con speranze possessive o, peggio, se le mettono le mani addosso senza capire la sua natura». 

In parallelo osserviamo  le riflessioni e l’agire di Colin Ward che lancia l’architettura del dissenso come chiave di volta per riappropriarsi dei destini della città e del territorio da parte di chi li vive e li usa senza dover subire le imposizioni formali e sostanziali di chi lo vorrebbe trasformare e gestire ad uso e consumo di poche èlites economiche e politiche.

“Il tema di fondo del lavoro di Ward sull’architettura e la città è la storia sociale nascosta dell’abitare, con una particolare attenzione alle forme popolari e non ufficiali di costruzione e trasformazione dei luoghi. Ogni esempio costruttivo di relazione non passiva tra le persone e il proprio ambiente di vita, ogni caso in cui l’habitat umano o una sua piccola porzione è il frutto, anche solo in parte, di una trasformazione attuata da esseri viventi in prima persona e non da un’entità astratta o burocratica, sono per lui testimonianze di quella «anarchia in atto» che costituisce il nucleo centrale della sua idea libertaria, i «semi sotto la neve» di una possibilità latente, da ricercare nella vita di tutti i giorni, molto più che nella prospettiva palingenetica di un futuro remoto. Nella ricerca di questi semi, Colin Ward è stato un vero rabdomante. La sua sfida era di scovarne non solo in luoghi esotici o primitivi, ma nel presente e nel passato prossimo, dentro alle nostre città e campagne, nella Londra capitale del mondo sviluppato, perfino in un’architettura monumentale tra le più celebrate, come dimostra il suo libro sulla cattedrale di Chartres…”

“L’alterità della ricerca di Ward rispetto al discorso contemporaneo sull’architettura, la sua capacità di farvi convergere una molteplicità di esperienze minoritarie e vitali, di «voci di dissenso creativo» (come recita il sottotitolo di uno dei suoi libri più belli) e quindi di indicare tracce di alternative possibili, spesso già in atto, spero che renda questa antologia di testi tradotti per la prima volta in italiano uno strumento utile per l’oggi e il domani, e non solo la testimonianza di un passato recente.
Lo spostamento di baricentro che caratterizza queste riflessioni, dall’architettura come oggetto (di nuovo implicita in tante teorizzazioni contemporanee) al suo sostanziarsi in una rete di relazioni concrete e cangianti con contesti, luoghi, climi, biografie, conflitti, conduce Ward su un terreno più vivo e problematico, che mette in discussione le tecniche edilizie, i processi decisionali, la proliferazione burocratica, ponendoli in rapporto alle questioni energetiche e ambientali, ai gradi di autonomia che tali tecniche e processi aggiungono o tolgono alle persone e alle loro pratiche attive, alla dimensione degli apparati e delle attrezzature che esse implicano, ai loro effetti sulla vita dei cittadini più deboli e più piccoli.”

“L’insieme di esperienze su cui Ward riflette comprende innumerevoli esempi di mutualismo e di auto-organizzazione nel campo dell’abitare (e i loro conflitti con le logiche del welfare in cui sono le istituzioni a provvedere ai bisogni abitativi dei cittadini), le esperienze degli autocostruttori di tutti i tempi e latitudini, studiate in profondità e fuori dai cliché folkloristici che spesso le accompagnano, gli usi degli spazi di umanità offerti dalla città premoderna «a grana fine» e il loro attrito con quelli «pianificati» nel segno dello «sviluppo», le tracce di rivendicazione di un rapporto con la natura e di possibilità di vita all’aria aperta testimoniate dalle attività delle classi popolari urbane: la cultura dell’ortismo, l’epopea dei primi campeggiatori, i giochi e le avventure urbane dei bambini e dei ragazzi. Egli intreccia queste esperienze con le ricerche di architetti e critici in qualche modo irregolari, figure a volte fondamentali nella storia dell’architettura e dell’urbanistica, a volte del tutto marginali e trascurate, mettendo insieme una compagine quanto mai variegata: Mumford, Geddes e Howard, il filone Arts and Crafts con Morris, Ruskin e William Richard Lethaby, il poliedrico Rudofsky, i suoi compagni anarchici Giancarlo De Carlo e John F. Turner …..” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Chiunque abbia intrapreso questa strada sia in via teorica che pratica non ha avuto molto seguito nè dalla politica nè dall’economia forse perchè non c’era ancora quel legame verso il basso, verso la platea dei cittadini che dovrebbero essere i protagonisti principi della crescita e delle trasformazioni dei luoghi in cui vivono, apprendono, lavorano e passano il tempo libero che si spera sia sempre più ampio rispetto a quello dedicato ad un lavoro schiavistico e in gran parte pleonastico perchè funzionale a quel plusvalore che va ai padroni  e padroncini dell’attuale sistema economico paradossalmente e fortunatamente in una fase di crisi crescente anche per i suoi stessi valori. Ma chi fa notizia e danaro sono i vips dell’architettura che pontificano sulla carta e sui media oltre che nel mercato golbalizzato. Le archistars  imperversano nell’empireo delle architetture delle multinazionali e delle oligarchie politiche e mercantili spacciando per arte al servizio della collettività dei monumenti a sè stessi e ad un mondo oppressivo e autoreferenziale che ha coniato un concetto di bellezza improbabile e inesistente perchè affatto gratuito e a suo esclusivo uso e consumo. La questione delle abitazioni non è stata mai risolta. Neppure il degrado crescente e al limite del non ritorno di periferie e centri urbani è stato ancora risolto. Le miracolose ricette dei guru dell’architettura erano solo alla prova dei fatti boutades pubblicitarie e autoreferenziali.Come se replicare le discutibili idee del Beaubourg,  di Potzdam Platz o delle vaghe torri urbane di ferro e vetro e di boscaglia rampicante fossero la soluzione ai problemi delle città! Le riviste patinate di architettura oltre al 70 % di pubblicità mercantile, ai panegirici dei soliti noti e alle discutibili archeologie architettoniche non sanno apportare alcun contributo veramente rivoluzionario ad un pensare e fare architettura oggi vicino a chi questa architettura deve vivere, non come cliente ma come uomo e comunità. Certe cose della vita non possono essere oggetto di mercato. Tra queste ci sono anche l’educazione, l’arte  e l’architettura.

Giuseppe Campagnoli 8 Novembre 2019

 

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Architettura beni culturali Education Educazione giuseppe campagnoli

Oh che bel castello! Potrebbe essere un bel portale educante.

 

Una storia emblematica e purtroppo ricorrente e assolutamente multipartisan nell’ Italia dell’abbandono progressivo di beni storici e artistici  e spreco di risorse pubbliche è quella del castello di Montefiore di Recanati, dove si intrecciano anche passaggi di architetti con una certa affinità elettiva come il sottoscritto e Giancarlo de Carlo che, oltre ad Aldo Rossi, per idee contrapposte ma ricongiunte come in una circonferenza infinita sono stati i miei riferimenti culturali  originari anche se oggi ampiamente superati ed aggiornati.  Questa storia che si intreccia con la mia biografia e la mia vecchia professione, tanto amata e tanto odiata, è tornata in evidenza di nuovo e di recente,  in conseguenza ad un ripresa di interesse locale per il monumento.

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Il monumento

Punto forte del sistema difensivo duecentesco del Comune di Recanati verso Osimo costruito sulle rovine del castrum Montali, la fortificazione fu ristrutturata e rinnovata dal 1405 per tutto il XV secolo con l’aggiunta della torre centrale in funzione di avvistamento per la guarnigione già presente. Il castello divenne una vera e propria rocca con cassero e rivellino. Si trasforma nel tempo, venute meno le esigenze difensive, in borgo rurale  a partire dal seicento e le tracce di sedime delle abitazioni all’interno della corte sono solide, evidenti e fanno parte integrante della storia del manufatto. Permane nell’ottocento il borgo con 29 famiglie di artigiani, braccianti e filatrici più la parrocchia. Il borgo murato è completo a metà ottocento ma viene demolito negli anni successivi secondo la perniciosa filosofia conservativa e purista del tempo. Restano tracce del sedime e rari documenti catastali gregoriani della struttura interna della cortina abitata. Una foto del 1920, dopo alcuni interventi di consolidamento e restauro statali e comunali otto-novecenteschi (compresa la rampa d’accesso) mostra ancora un corpo (la chiesa) interno alla cinta muraria poi demolito insieme ad altri.

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L’idea di un recupero possibile

Nel lontano 1987 l’idea di recuperare il Castello, un presidio dal disegno e dalla storia originali, venne proposta all’allora Amministrazione del Comune che la accolse con qualche ambiguità e con qualche riserva ma la fece sviluppare fino a che non divenne un progetto vero e proprio con tanto di approvazione, dopo varie vicende burocratiche, della Soprintendenza competente.  Nel 1990 a progetto definitivo completato arrivò il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici con alcune prescrizioni utili alla realizzazione delle opere, ed una sorprendente indicazione di mantenere la rampa di accesso in muratura (novecentesca) forse perché realizzata a suo tempo proprio su progetto di quell’ufficio. Il progetto completo di preventivi particolareggiati, di diagnosi e cura dei dissesti, di particolari costruttivi di strutture murarie, arredi fissi e mobili e impianti tecnologici, compreso un plastico in legno, fu consegnato definitivamente al Comune. Ma del progetto, dopo alterne vicende burocratiche, che non sto per pudore ad elencare, non si  fece nulla.

Le linee principali del progetto

Il progetto di consolidamento, restauro e riuso prevedeva di destinare la struttura a botteghe artistiche ed artigiane, una ludoteca pubblica e un centro di documentazione con biblioteca, emeroteca e audiovisivi,, in sostanza un polo educativo e culturale che con qualche intervento accessorio e aggiornato potrebbe ben essere oggi una delle basi e dei portali dell’educazione diffusa. L’impianto avrebbe dovuto essere integrato, nella corte, da strutture prefabbricate in legno che avrebbero riprodotto la fisionomia del vecchio borgo sorto all’interno delle mura tra il 1500 e il 1800.Una mini città educante.  Partecipò al progetto anche il noto e compianto artista  Loreno Sguanci che disegnò una scultura-stele  simbolica da porre all’esterno della cinta muraria. Un parere estremamente utile e lusinghiero per i due giovani progettisti fu espresso in una lettera dall’Arch. Faglia consulente del FAI e dell’Istituto Italiano dei Castelli che lo visitò insieme al principe di Galles in un viaggio a Recanati. Collaborarono ufficialmente al progetto redatto dagli architetti Giuseppe Campagnoli e Giancarlo Stohr, giovani studenti di architettura e neo architetti alle prime armi. Il progetto era pronto quasi esecutivo ma ben tre amministrazioni di diverso colore non riuscirono o non vollero  realizzarlo.

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I progetti  successivi

Le amministrazioni succedutesi nel tempo, pur avendo già un progetto pagato (nella sostanza valido anche dopo trent’anni per la sua attualità, soprattutto nelle destinazioni d’uso previste), da cui partire per il restauro e  riuso del castello, diedero  incarichi ad altri professionisti, tra cui uno studio legato a Giancarlo De Carlo, di cui si vedono alcuni rendering e disegni qui sotto, suscitando anche l’attenzione della Corte dei Conti che dovette intervenire con gli esiti noti ai cittadini di Recanati. Successivamente, alla fine degli anni ’90, furono effettuati alcuni minimi interventi per un uso parziale come teatro all’aperto e per l’accessibilità alla torre maestra. Pare che non siano stati effettuati interventi di consolidamento delle fondazioni. Oggi si torna a parlare del castello (perché di castello si tratta) . Cosa succederà? Che si possa riparlare di un uso culturale ed educativo? Che possa diventare un bel portale aperto al territorio, alla campagna ed alla città? Per una città educante sarebbe un bel gioiello da recuperare ad un uso veramente attivo e permanente con biblioteche, botteghe, radure, anfiteatri all’aperto, costruiti come  in un bello scenario di apprendimento incidentale ed esperienziale, seppure nella sua contenuta dimensione che comunque è un pregio di dimensione umana. Nemo propheta in patria come suggerisce la storia in quel di Recanati e poi di Pesaro e Urbino per realizzare architetture per l’ educazione diffusa…ma non si può mai sapere.

Giuseppe Campagnoli Luglio 2019

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L’educazione diffusa potrà salvare la città?

La città si trasforma e cambia con l’educazione.

Forse in extremis ma credo che l’educazione diffusa potrà contribuire a salvare la città. Il volume in uscita la prossima estate sull’architettura della città educante, riedizione ampliata e completa della prova generale pubblicata come assaggio e intitolata “Il disegno della città educante”, fa ben capire come potrebbe trasformarsi una città e bloccare quella perniciosa deriva che è cominciata con la terziarizzazione dei centri storici, con l’espulsione dei suoi abitanti e delle sue nobili e diffuse  attività e con la creazione di periferie sempre più insignificanti e degradate dove insistono brutte scuole, desolate aree sportive, verde incolto e abbandonato, propaggini di aree industriali e artigianali in una desolante ed insalubre commistione. Proprio oggi leggendo su Il Manifesto un articolo dedicato all’ invasione della nuova speculazione residenziale turistica nei centri storici ormai snaturati dalla presenza di mercanti di gadget turistici  e di tipologie abitative sempre più tese a diventare dei veri e propri  alberghi piuttosto che abitazioni di residenti, riflettevo da architetto e uomo di scuola su quanto potrebbe incidere in controtendenza una trasformazione delle parti di città in senso permanentemente educante. Si potrebbe indurre la rinascita di botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza e di strada, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie oltre che ripopolare quartieri e vie di residenti e abitanti stabili con la sola velleità di ospitare stranieri alla pari e senza fine di lucro e di accogliere per mostrare i propri luoghi  ed educare attraverso di essi. E’ questo che di virtuoso provocherebbe e chiederebbe l’improvviso e continuo sciamare  di bambini e ragazzi, di artisti, di artigiani e anziani, di stranieri e vagabondi, desiderosi di essere finalmente utili con le loro esperienze e i loro saperi attraverso i luoghi ridisegnati e rivisitati di tutta la città fino a trasformare i centri storici e tutte le periferie in un unico centro pulsante senza soluzione di continuità ideale.

La scuola che si trasforma e trasforma la città è un sogno che potrebbe avverarsi, un sogno dove l’unico mercato sarà quello delle piccole e grandi  cose utili alla vita ed al desiderio di conoscenza che è innato in ognuno di noi e che non viene certo soddisfatto trascorrendo ore su un banco ad apprendere nozioni imposte altrove e che in gran parte svaniranno dopo poco tempo per non lasciare alcuna traccia. Il fatto che oggi molte città si stiano trasformando in tante disneyland del turismo e del consumo ha fatto loro perdere qualsiasi valore educativo e anche quella  profonda geosignificanza che avevano avuto per secoli. La cultura e il sapere oggi vengono anche fisicamente periferizzati a meno che i loro antichi luoghi non possano essere tesaurizzati nel mercato del profitto a tutti i costi. Restituiamo i centri alle case popolari, alle botteghe, agli studenti, agli anziani, ai viaggiatori senza scopo di lucro e facciamo sparire le periferie cominciando da lì l’invasione benefica della campagna verso la città, dei margini verso il nucleo. Si può fare.

Si può fare usando anche  con coraggio gli strumenti dell’esproprio e della confisca per pubblica utilità dei luoghi e dei beni che sono frutto di speculazione, di accumulo, di latrocinio, di evasione fiscale. Se è stato ed è possibile per le grandi spesso inutili opere pubbliche e brutte e pericolose infrastrutture perché non si potrebbe fare per le case, per i monumenti, per gli edifici con valenza pubblica e sociale, per i manufatti abbandonati, per tutte le architetture e i luoghi finora usati per la speculazione ed il mercimonio. Una città a misura di bambino e di umanità è possibile anche attraverso l’educazione che cominciasse a permearla proiettandovi saperi e passioni, voglia di ricerca e di osservazione, di dialogo, di accoglienza, di sete di sapere incidentale e per questo assai più utile di quello obbligato o subdolamente indotto. Sarebbe anche l’occasione grazie alla quale  la cultura, il turismo consapevole ed attivo, il verde e l’agricoltura potrebbero rinascere a vita nuova senza l’assillo quotidiano del profitto. Tutto ciò potrebbe indurre dal basso anche l’inversione dell’attuale sistema economico basato sulle diseguaglianze, sulle nuove/antiche classi sociali, sulle guerre del mercato e del possesso che vuole egemonizzare tutto, dalla educazione alla famiglia, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero.

Ritorno alla mia citazione di qualche tempo fa intorno ad una nuova città per un nuovo  medioevo   già storicamente da non leggere come così retrogrado  se è vero che aveva già concepito i liberi comuni, la città che nasce e cresce senza architetti, gli spazi liberi e ospitali oltre che aperti alla cultura. ”Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”. (Pëtr Kropotkin). Una città così concepita diventerebbe assolutamente inclusiva. Vi sarebbero spostamenti virtuosi dalle periferie destinate alla riqualificazione o alla sana demolizione verso i centri storici dove rinascerebbero mille piccole attività sostenibili sia dal punto di vista sociale che economico ed ecologico, dove rinascerebbero la cultura, l’educazione, il verde, e un turismo non mercantile per viaggiatori saggi e consapevoli.  Gli educatori, i politici liberi e gli architetti dovrebbero solidalmente avviare questo percorso partendo magari da piccole realtà ed esperienze per estendere l’idea alle grandi città ed alle aree metropolitane che si risanerebbero così ridotte e ridimensionate in una specie di “divisione” virtuosa in tante moderne new towns che moltiplicassero i centri facendo evaporare ghetti e periferie accogliendo l’invasione di prati, radure e giardini. E’ sempre stata solo una meschina questione economica. Sarebbe ora di cambiare e la strada è già indicata.

Giuseppe Campagnoli 3 Aprile 2019

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Architettura Educazione giuseppe campagnoli mercato partiti politici Scuola

La scuola e la politica. Ma la città educante continua ad andare avanti, malgrè tout.

Continuano i tentativi di strumentalizzazioni e ostacoli sulla via della vera educazione diffusa. Due facce della stessa medaglia?

Ecco un’appendice di riflessioni significative alla nostra avventura nella divulgazione del Manifesto della educazione diffusa per una città educante.  Ad ogni passo è stato necessario distinguere il grano dal loglio con molta prudenza. Abbiamo avuto a che fare, nel  percorso,  ormai lungo un biennio, di avvio del progetto attraverso la presentazione del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” (Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, edizioni Asterios Trieste) e gli incontri, i seminari, i convegni promossi da associazioni, scuole, amministrazioni comunali, politici, giornalisti, genitori, insegnanti e presidi, Università ed enti vari, anche con le mire propagandistiche ed elettorali di partiti al governo e all’opposizione, di giornali e tv, associazioni e gruppi di varia estrazione, a volte per ostracizzare e boicottare, a volte per lusingare ad usum delphini e cavalcare l’onda del bisogno di cambiamento purché sia. Io stesso ho rischiato seriamente di  cadere in qualche tranello da propaganda elettorale per ingenuità o per eccessiva fiducia nelle persone che in malafede avevano tentato di coinvolgermi.

Col senno di poi sono riuscito ad evitare altre imboscate  di segni opposti mentre come contraltare  ho avuto la grande soddisfazione in diverse occasioni di condividere le idee della educazione diffusa e della scuola senza mura e confini, con scuole, insegnanti, libere associazioni, genitori e studenti, senza secondi fini e senza mercato.

 

        

 

Avevo già scritto una nota in merito ai tentativi di apporre etichette più o meno tendenziose al nostro progetto di educazione diffusa. La libertà è la nostra bandiera, per una rivoluzione sottile della educazione e della città che per sua natura non  si può legare a nessuno né avere sponsor di partito o ideologici (le idee si, le ideologie no). Ben vengano invece le amministrazioni pubbliche o private, i sindaci e i presidi, e anche i provveditori (anche se non sono più tali) illuminati che siano disponibili a sperimentare e a cimentarsi con la vera innovazione  da attuare attraverso vie lunghe e irte di ostacoli nella loro città e nei loro territori. Per quel che mi riguarda mio considero un libertario nelle mie, non ancora superate perché raramente realizzate, idee del mondo, dell’educazione e della vita. E’ pericoloso oltre che falso sostenere che non esistano più le categorie della destra e della sinistra e lo si fa in genere per creare confusione a favore di un equivoco tutti contro tutto o di una parte retriva, conservatrice, intollerante, nazionalista ed egoista che si pone contro quel tutto che ama la libertà, l’accoglienza e l’equità sociale. Sappiamo da diversi segnali e movimenti nel mondo che la sinistra delle idee esiste-rà finché ci sarà ricchezza e povertà, superstizioni dominatrici, sopraffazione, capitalismo, guerre e fame. Essa deve solo riflettere ed unire chi crede ancora nell’eguaglianza, chi non confonde tra libertà e liberalismo o liberismo e tra sicurezza e intolleranza. Esisterà per chi non ama il mercato in tutte le sue forme, per chi crede che l’ambiente, la casa, la salute e l’educazione siano un diritto inalienabile e non vi si possa fare speculazione di nessun tipo mentre  debbano essere sottratte a qualsiasi mercato. Nel caso della città educante, come l’educazione anche l’architettura non può avere una connotazione prevalentemente mercantile, perché è un’arte per l’uomo e per l’ambiente. Il suo sposalizio con l’educazione può costruire la città che educa conservando e trasformando spazi, costruendone di nuovi, belli ed accoglienti dove apprendere, scambiare, cercare ed errare. Per questo non ci arrenderemo e il progetto andrà avanti con chi sarà disposto a condividere questo sforzo senza altri profitti se non quelli della comunità e del suo futuro. Il progetto andrà avanti mettendo a punto gli strumenti concreti da suggerire a chi vorrà provare a sperimentare l’educazione diffusa sia dal punto di vista pedagogico e didattico che da quello dell’architettura che tende a trasformare la città ed avviare il processo graduale di sostituzione dell’edilizia scolastica con portali, basi, aule vaganti, musei, teatri e botteghe, officine, ateliers, piazze e strade educanti recuperando a nuova vita sia il concetto di educazione che quello di città.

Giuseppe Campagnoli 17 Marzo 2019

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Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

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Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

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Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

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Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

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Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019

 

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Girovagare per la città educante. Ma gli architetti dove sono?

Ma gli architetti dove sono?

In questo scorcio di tempo si sono moltiplicate le iniziative e gli incontri sull’educazione diffusa, persino in Brasile! A questo punto occorre fare un riassunto e un consuntivo tra la fine del 2018 , anno di pubblicazione del Manifesto e l’inizio del 2019. Si ripetono e si aggiornano le occasioni di presentazione del volume “La città educante.Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, occasioni per discutere anche  gli approfondimenti e i suggerimenti progettuali contenuti nel Manifesto (operativo) della educazione diffusa. Nel frattempo si avviano iniziative di formazione per educatori, insegnanti e studenti, coinvolgimenti in workshop e seminari di associazioni, enti e gruppi di docenti e cittadini che hanno scoperto con interesse e voglia di cambiamento le idee dell’educazione diffusa. In questo ultimissimo periodo siamo stati, tra l’altro, a Milano e addirittura a Sao Paulo in Brasile con il corso di Paolo Mottana programmato ora anche in altre città, siamo stati invitati a Roma in un workshop di Save the Children dedicato alla dispersione scolastica, a Parma e Biella con la Biblioteca del CEPDI e l’Università di Parma, con il licei G&Q Sella di Biella e l’Osservatorio del Biellese dei beni culturali e del paesaggio. Ad ogni incontro c’è qualche passo avanti significativo e si registrano notevoli coinvolgimenti anche se le difficoltà, che non nascondevamo fin dall’inizio di questa avventura, persistono soprattutto in una certa forte diffidenza delle istituzioni pubbliche ma anche, in parte, della gente di scuola che non sa o non vuole ancora svestirsi delle male pratiche dei programmi, delle discipline, degli orari, delle classi, dei voti…

Ulteriore difficoltà, che persiste, sta nel mancato significativo coinvolgimento dell’architettura nelle sue vesti istituzionali, professionali e anche accademiche, nonostante i tanti tentativi di contatto. Sembra che quel mondo non riesca a proporre altro se non speculazioni edilizie più o meno dissimulate, la monumentalità del terzo millennio e il narcisismo di tante personalità diventate delle stars del sistema. Si continua a perseverare diabolicamente nel concetto di edilizia scolastica, seppure spacciata per architettura con il belletto degli open spaces, delle nuove tecniche e tecnologie, della prossemica e del design d’avanguardia, dei learning spaces esotici del Nord Europa, cooptando l’ignaro mondo della scuola con tanti specchietti per le allodole. Nei numerosi convegni che ho frequentato non ho mai trovato nulla che somigliasse all’idea della città educante che piano piano sostituisce gli edifici scolastici con altri luoghi dell’educazione, che vorrebbe progettare oggetti come i portali, le tane, le basi della educazione diffusa e ridisegnare e trasformare la città in tal senso. Non ho trovato chi proponesse di rinunciare ad inserire nel corpo vivo della città  oggetti estranei ed improbabili per concentrarsi sul recupero, sulla progettazione partecipata e collettiva, sulla lettura e interpretazione di ciò che la città stessa suggerisce per la propria crescita e trasformazione anche in funzione della conoscenza e dei saperi. Ma anche su quel fronte non vorremmo demordere e, oltre a riscrivere un piccolo ma denso essai  sull'”Architettura della città educante”  concentrato su come la città si possa trasformare con l’aiuto dei mentori-architetti che in tanti articoli e riflessioni ho citato, vorremmo organizzare qualche occasione di incontro proprio con gli architetti, le loro scuole e le loro associazioni, allo scopo di riflettere concretamente su queste tematiche. Qualche speranza era nata tra il 2016 e il 2018 a Cesena e a Pesaro nelle due occasioni di dibattito sui luoghi dell’apprendere, così come a Bolzano  durante un convegno sulla progettazione partecipata delle scuole o alla Fiera Didacta di Firenze che si rivelò in gran parte un mercato di banchi, cattedre e sussidi per una didattica obsoleta o per i reclusori scolastici.  Ma poi non ci sono stati coinvolgimenti significativi, anzi. Gli architetti non si sono visti dall’orizzonte della città educante se mai vi fossero stati per un attimo, lontani e sfuggenti. A volte hanno fatto  delle fugaci comparse per poi tornare alle loro occupazioni consuete. Li cercheremo ancora e li ritroveremo, perchè senza una città e un territorio trasformati non c’è vera educazione diffusa come benissimo sosteneva anche il nostro Colin Ward. Le città hanno luoghi abbandonati, edifici storici, spazi eccezionali che non aspettano altro se non di essere recuperati a nuova vita in una accezione anche educante e ci sono  forze vive pronte ad occuparsene se solo l’architettura ufficiale e professionale smettesse di essere autoreferenziale e di replicare le solite cattive pratiche del costruire ad ogni costo per il mercato, per i monumenti della politica o per la gloria delle riviste patinate

      

10 Marzo 2019

Giuseppe Campagnoli

 

 

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Manifesto dell’educazione diffusa – Comune-info

 

È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo. Un Manifesto da firmare e sperimentare. Articolo di aa.vv.

Scarica i volantini in PDF e jpg per diffondere il Manifesto per le adesioni.

volantino adesioni 2019 il manifesto della educazione diffusa

— Leggi su comune-info.net/2018/07/manifesto-educazione-diffusa/

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Autocostruire la città e l’educazione

L’architettura dissenziente (vedi Colin Ward) e l’educazione diffusa (vedi Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli)possono aiutare a  costruire nuove città e territori. Trasformare il ruolo di architetti, urbanisti, insegnanti ed educatori in funzione di una visione partecipata e collettiva della città e dell’educazione è possibile. Le difficoltà a far digerire una siffatta concezione non è trascurabile perchè si sottrarrebbero poteri a figure e sistemi che hanno il monopolio  della gestione del futuro dei luoghi e delle persone, ma vale la pena darsi da fare per questo. L’idea è che una città educante non si costruisce dal nulla o non si trasforma dalla vecchia configurazione imponendola ex cathedra ma si autocostruisce leggendo la sua storia, interpretando i suoi valori educanti in modo collettivo e proseguendo in modo coerente la sua crescita positiva ed a misura dell’umanità che la deve vivere. Solo una discreta organizzazione condivisa dal basso potrà essere affidata ad esperti ed addetti ai lavori che assumeranno il ruolo di mere guide e traduttori per ridurre e assorbire virtuosamente quegli spazi di improvvisazione e di non conoscenza che potrebbero indurre una partecipazione spontaneista o una democrazia diretta tout court. Le norme ed i regolamenti saranno solo dei pretesti e dei pro-forma ovvero delle convenzioni condivise per poi muoversi liberamente a concepire fisionomie diverse per i territori e le città e per i luoghi dell’educare già presenti in essi o da progettare e realizzare. La residenza, le strutture pubbliche collettive aperte e chiuse (nel senso di protette dagli agenti atmosferici) i parchi e i giardini, le campagne, i monti e i litorali dovranno essere letti e reinterpretati, in qualche caso per trasformarli, in altri per conservarli. Il territorio e la città vanno ascoltati e assecondati per evitare fratture pericolose ad uso solo della speculazione o del successo di qualche tecnico o politico narcisista.

La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi.

Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.

Giuseppe Campagnoli 12 Gennaio 2019

Il manifesto della educazione diffusa e le linee guida

 

 

 

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Le archistelle pontificano

Calatrava

Disegno di Calatrava per Genova

E’ di qualche ora fa la notizia che nella gara tra le due stelle architettoniche dei ponti (pontifices) l’ha spuntata il senatore Renzo Piano. Due ponti, due città, due storie di segni  e una sola filosofia. Venezia e il ponte di Calatrava, Genova e il ponte di Piano. Facili sarebbero le battute se non fosse che ne va dell’architettura, dei soldi pubblici e del decoro di due città emblematiche. Nota è la vicenda del ponte pedonale che conduce al piazzale della stazione a Venezia opera di Santiago Calatrava, multinazionale dell’architettura come Renzo Piano, che mantiene alcune criticità di statica, di barriere architettoniche, di gradini, di costi in generale. Il progetto del ponte di Genova, per ora solo un disegno e un costo preventivato che pare essere, fino a prova contraria, uno slancio da poetico filantropo  del pluripremiato architetto verso la sua città sarà appaltato alle solite note multinazionali. Ammesso che nel frattempo l’altro pontefice non faccia ricorso con la sua cordata di imprese.

Multinazionali gli architetti e le imprese dunque. Alla faccia di tanti professionisti seri e preparati e forse meno mercantili e tecnologici ma più sociali e artisti. L’arte come mercato o il mercato come arte? Questione di stile? Un tempo si parlava dell’architetto condotto, come il medico, una figura di intermediario sociale tra la collettività, la città e il territorio per curare le loro sane trasformazioni: dalla residenza al verde, dai monumenti agli edifici pubblici, dai ponti e grandi strutture (come si chiamava una materia in cui feci un esame complementare tanto tempo fa). Oggi le “cose importanti” non le fanno più gli architetti ma le imprese di architettura e le loro holdings multinazionali con tanti schiavi disegnatori ai remi. E’ sempre il mercato bellezza!

Progetto del ponte di Genova (Renzo Piano)

Integrando le letture fondamentali della città e del movimento moderno si arriva ad acquisire gli strumenti essenziali alle nostra disciplina, li unici strumenti capaci di portare alla costruzione logica di un progetto che non è nient’altro se non di architettura percvhè per essere tale non deve assolutamente sconfinare in campi che non sono di pertinenza dell’architetto e che invece pretendono di risolvere problem di architettura con strumenti che le sono estranei”
“il concetto di funzione preclude l’essenza autonoma dell’oggetto architettonico,facendone una forma concepita per una specializzazione,mistificando la validità di una operazione progettuale che si configure come la costruzione di un manufatto architettonico o di una parte di città che potranno assumere nel tempo diverse funzioni”
“un intervento da architetti nel territorio deve essere solo un progetto di architettura”
“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia in un luogo che è la città, capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sè stessa”
“E’ solo leggendo e scomponendo la città e il territorio nelle loro parti che può derivare il progetto come costruzione dell’ architettura per ristabilire quell’equilibrio spezzato dalla speculazione edilizia e dagli interventi dissennati sul territorio ”

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Il Beaubourg a Parigi. Quando Renzo Piano ( insieme a Franchini e Rogers) forse era solo un architetto.

“Il tempo, si diceva all’università negli anni ’70, si sarebbe dovuto spendere, almeno per un ventennio, nella ricerca urbana e architettonica per costruire uno stile contemporaneo e collettivo sia per la città che per la campagna, per gli edifici pubblici che per quelli privati e residenziali. Niente di tutto ciò in realtà è stato davvero fatto. Basta osservare il territorio : dell’architettura non c’è traccia. Lo stile contemporaneo è un desolante eclettismo informe, un’accozzaglia di manufatti che non hanno nulla di estetico e sovente nemmeno nulla di funzionale. Se si glissa sul comprensibile ma non accettabile analfabetismo estetico e architettonico delle molteplici figure di paraprogettisti, non si può trascurare il penoso vuoto culturale della maggior parte degli architetti sul mercato e la loro vocazione prevalente e comune anche ad altre categorie di professionisti ed imprenditori al mero profitto o alla elucubrazione stilistica fine a se stessa per farne dei monumenti al proprio ego. Non si capisce nemmeno il  gran successo delle nostre archistelle nel mondo se non con un degrado culturale ormai globalizzzato e che giudica l’architettura prevalentemente dai falsi miti della tecnologia e dalla paraecologia. Non ci sarebbe bisogno di tante elucubrazioni tecno-ecologiche se solo si conoscesse la storia e ci si comportasse di[…]”

Venezia e immagini di ponti della storia dell’arte (Il ponte di Langlois di Van Gogh e quello di Dolceacqua di Monet)

Giuseppe Campagnoli 19 Dicembre 2018

Passi di: Giuseppe Campagnoli. “Questione di stile”. ReseArt blog 2014, 2014. Apple Books. https://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewBook?id=876491744

Leggi anche: https://comune-info.net/2018/12/trasformare-e-riadattare-la-citta-diffusa/

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Controarchitettura per l’umanità.

 

Il potere, politico, laico, religioso o economico  si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti e le sue città che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e i financial buildings, le residenze e i giardini rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura  di pochi sui tanti. Ma anche i tipi della residenza e del lavoro sono stati influenzati dai vari poteri. La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città in modo collettivo ed autonomo per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente  alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale, una casa.

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E’ finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma  anche solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionanti.

La prima cosa da fare è non costruire più nulla per un po’. Il lavoro degli architetti, ammesso che ve ne sia ancora bisogno, è quello di trasformare e riadattare continuamente.  E’ infatti un delitto non riutilizzare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, magari in autocostruzione, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…) La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne  costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. E’ questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma provvisoria, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia. La nuova architettura sarà pensata e costruita dai suoi fruitori collettivamente come avveniva spesso fino al medioevo, senza intermediari pubblici o privati.

In “Questione di stile” avevo già tracciato qualche linea di controarchitettura.

“Rileggendo gli scritti e i  disegni di Aldo Rossi ho rinnovato la convinzione che vi sia più che mai bisogno di rifondare l’architettura della città affinchè non si dica in futuro che dal razionalismo in poi non vi è più stato uno stile in architettura e forse anche nelle altre arti. Uno stile non autoritario ma spontaneo, diffuso, collettivo. Da tempo ho rinunciato alla professione abbandonando l’ordine professionale italiano con una lettera in cui lamentavo la situazione  di un mestiere che è pur sempre stato  un venale mercato dove l’arte  la cultura e la socialità hanno un ruolo subalterno quando non sono assenti del tutto. Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia! Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella oltre che nella politica e nella professione ammesso che ve ne sia ancora bisogno. La società non ha bisogno delle archistars e forse non ha nemmeno più bisogno dell’architettura così come l’abbiamo concepita finora né dei suoi mercantili mentori. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola! Bene ha scritto Colin Ward nella sua “Architettura del dissenso” : “La cultura ufficiale e autoritaria prescrive determinate forme architettoniche per la casa, l’ufficio, l’opificio, la scuola, anche differenziati per ogni tipo di gerarchia…” “Ora che il movimento moderno si è esaurito capiamo come i suoi principi fossero elitari o brutalmente meccanicisti ignorando le preferenze della gente per i luoghi della loro vita, del loro lavoro, del orto svago..”

Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata “Juste assez de…” edizioni Dunod intitolato “Juste assez d’architecture pour briller en société” di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i 50 grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright….gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana  e del paesaggio, fino a diventare autonoma, collettiva e spontanea come se la città trasformasse sé stessa. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile per l’uomo ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, ad un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese. A me pare che oggi questo non esista più e da una parte è anche un bene se si volesse ricominciare da zero a ridisegnare le città e il territorio. Oggi è un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive,quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poicè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non meriti uno stile o degli stili è un vero peccato o che, meglio, non diventi parte del fare umano e non di pochi eletti è una disgrazia. Lo stile più bello in Europa era quello del medioevo, quando non c’erano architetti ma interpreti della città come i famosi maestri comacini e i meravigliosi autocostruttori del popolo.

Giuseppe Campagnoli

5 Ottobre 2018

 

 


 

 

 

 

 

 

 

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Sperimentare la scuola diffusa nella città

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Trasformare l’educazione e la città dal basso.

Dopo la pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa  la campagna di adesioni sta proseguendo ed anche i contatti per avviare iniziative e progetti. Per agevolare la messa in pratica di proposte sperimentali provo a fare una estrema sintesi delle principali ineluttabili azioni concrete da poter mettere in campo fin da ora.

    • Il primo passaggio fondamentale è la costituzione della Rete di coordinamento della educazione diffusa con la fondazione di una associazione, un comitato e una direzione scientifica che garantiscano le competenze nelle aree educative e pedagogiche, amministrative e di pianificazione e progettazione architettonica. Dalla rete nasceranno gruppi formali e informali (alcuni sono già presenti sui socials) per avviare o progettare esperienze di educazione diffusa.

 

    • A livello periferico e locale occorre costruire micro-reti di educazione diffusa e comunità educanti composte da almeno un istituto scolastico, un comitato di genitori, enti pubblici, associazioni, botteghe, teatri, mercati, biblioteche e librerie, musei, professionisti volontari e singoli cittadini. Il tutto potrebbe già operare negli spazi disponibili nelle norme per le sperimentazioni e l’autonomia scolastica.

 

    • I primi firmatari del Manifesto supporteranno le iniziative in nuce proponendo incontri formativi e di progettazione nei territori a loro prossimi.

 

    • I gruppi di supporto alla sperimentazione locale, costituiti attraverso la rete di coordinamento, attiveranno la progettazione volontaria di architetture tese a  trasformare gli spazi individuati nella città educante in altrettanti luoghi di apprendimento, ricerca e condivisione e per proporre idee alle amministrazioni locali in sostituzione della obsoleta e superata edilizia scolastica verso il concetto di basi, portali e agorà da dove partire, tornare e sostare per scambiare, condividere, verificare le esperienze vissute nelle peregrinazioni educanti per la città il territorio (cfr. Il disegno della città educante)

 

    • La sperimentazione si avvierà includendo sempre più parti di attività di “scuola aperta” diminuendo gradualmente l’orario rigido al chiuso per sostituirlo con  momenti flessibili di attività per aree tematiche all’esterno e nei luoghi educanti della città, per tutto l’arco dell’anno solare.

 

    • Strumenti come protocolli e convenzioni sono già delle collaudate modalità per coinvolgere ed impegnare enti, associazioni, privati, sponsors. Potranno essere attivate dai gruppi locali apposite campagne di donazione e di contribuzione o attivare la partecipazione a bandi nazionali o europei.

Importantissima è infine l’azione di sensibilizzazione nei territori con incontri e seminari divulgativi, performances, mostre, street socials, concerti, spettacoli teatrali e ogni altra iniziativa pubblica utile a far conoscere l’idea e promuovere le esperienze di educazione diffusa. 

Pesaro 18 Settembre 2018

Giuseppe Campagnoli

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Il manifesto della educazione diffusa si “diffonde”. Ma l’architettura della città?

 

Dopo aver assistito al meraviglioso varo del Manifesto della educazione diffusa che centinaia di adesioni sta ricevendo che si spera siano tutte operative, alla data di riapertura delle scuole (nulla per ora è cambiato) resta l’urgenza di riflettere su un aspetto non trascurabile del  progetto sull’educazione diffusa. Emerge prepotente da tutti i risvolti dell’esperienza vissuta intensamente (libri,seminari, convegni, articoli, dibattito serrato) in questi ultimi due anni (dal seminario di Cesena del Settembre 2016) la carenza di cultura architettonica ed urbana in gran parte degli attori e del pubblico che hanno seguito il processo evolutivo dell’idea di una scuola senza mura. D’altra parte l’Italia, se si eccettuano le tante archistars del libero mercato internazionale ipertecnologiche e narcisiste, è da decenni un panorama desolato di centri storici deturpati o abbandonati, di periferie squallide e invivibili, di architettura inesistente e di edilizia pervasiva, mercantile e mostruosa. Non è un caso se accanto al successo del Manifesto della educazione diffusa pubblicato nel Marzo del 2017 altrettanto non è accaduto per “Il Disegno della città educante” dove si argomentavano, anche in termini progettuali e operativi le indispensabili  e ineluttabili trasformazioni, anche radicali della città per poter trasformare la scuola in educazione diffusa. Persino la politica insiste a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire. Eppure potrebbe essere proprio l’insieme di queste trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica.

Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante. Non si cambia l’educazione solamente uscendo più volte dai reclusori scolastici che per la maggior parte del tempo resterebbero tali o moltiplicando le gite e le visite scolastiche horslesmurs. Va ribaltato il concetto di luogo dell’educazione e l’architettura ha un ruolo determinante in questa trasformazione radicale della scuola e della città insieme. Ahimè pochi o nulli sono ancora gli architetti, gli urbanisti, gli esperti di disegno urbano (il sottoscritto non fa eccezione…) invitati o coinvolti nelle varie kermesses in programma già dal mese di settembre sulla educazione diffusa. E’ veramente un peccato. Speriamo che gli organizzatori e gli sponsors degli eventi si ravvedano presto e capiscano che l’educazione diffusa non si realizzerà senza le necessarie trasformazioni dei luoghi della città e della città stessa.

Scuole e carceri moderne

 

“Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul corpo vivo di una vera realtà urbana, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi, provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori.

Da queste fantasie nascono i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.Questi potranno essere, accanto a tutti gli altri luoghi del vivere e del lavorare per vivere, gli oggetti e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali. ” Dall’anteprima de “Il Disegno della città educante.” di Giuseppe Campagnoli pronto per la seconda edizione nel 2019.

Giuseppe Campagnoli 1 Settembre 2018

 

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L’anno della scuola senza mura.

Potrebbe essere l’anno della svolta nelle sperimentazioni del Manifesto della educazione diffusa e della città educante. Per anticipare in termini semplici e operativi i contenuti del Disegno della città educante che dovrebbe essere a breve pubblicato in versione cartacea, propongo delle brevi linee guida utili a chi sta già sperimentando o vorrà farlo nei quartieri e nelle città.

POSTER BRESSANONE

Il coinvolgimento di una amministrazione locale è essenziale o quanto meno auspicabile per garantire un  minimo di risorse economiche distratte virtuosamente dalla rinuncia a costruire nuove scuole e dalle economie derivanti dal non dover più fare manutenzione e gestione per gli edifici scolastici dismessi. In prima battuta, oltre alla stesura di un canovaccio educativo di attività ed iniziative per i gruppi o le classi coinvolti, alla scelta di insegnanti e  mentori, delle tematiche fondamentali e dei traguardi da condividere con famiglie e gli studenti  nelle diverse fasce d’età, sarà indispensabile costruire un sodalizio flessibile e un patto, sottoscritto per impegno, tra associazioni, cooperative, gruppi culturali, enti pubblici e privati, laboratori e botteghe intenzionati a collaborare e dare il loro contributo alla realizzazione della educazione diffusa. Le amministrazioni e i vari soggetti coinvolti individueranno insieme agli educatori, alle famiglie, ai cittadini ed esperti che vi si vorranno impegnare, una teoria di luoghi utili della città per la realizzazione del progetto, a partire dal “portale”  (per un quartiere) o dai “portali” (per le città medie e grandi) che saranno le basi  per la diffusione educativa urbana come descritto in modo approfondito nei testi fondamentali citati in premessa. Con l’insieme delle risorse finanziarie, politiche e culturali che si uniranno in questo sforzo, sarà possibile avviare il disegno di una città nuova che assumesse un ruolo pedagogico permanente e continuo. Il soggetto promotore in prima istanza potrebbe essere una scuola, un comune, un’ associazione culturale, un gruppo di cittadini , di genitori, di insegnanti…

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Il nodo delle risorse economiche è comunque un problema fondamentale che potrebbe anche essere affrontato avviando serie iniziative di crowdfunding, candidature a progetti nazionali ed europei, ricerca di investitori e di sponsors senza scopo di lucro visto che il progetto è assolutamente di natura etica e sociale. Chi vorrà lavorare in questa direzione in Italia e anche all’estero o lo sta già facendo dovrebbe collegarsi in rete e condividere tematiche, obbiettivi e modalità di realizzazione della Città educante. Nella parte architettonica e urbana, si metterà a punto  un piano di recupero e trasformazione di luoghi come musei, biblioteche, teatri, vecchie scuole, vecchi edifici di culto, botteghe e opifici, piazze, cortili e giardini. Questi avranno dei nuovi spazi dedicati al confronto, alla ricerca ed all’apprendere integrati con quelli delle funzioni specifiche e non più esclusive dei luoghi. I famosi portali della città educante, da progettare e costruire o collocare in manufatti già esistenti da far rinascere a vita nuova, saranno un bel coacervo di auditorium , di piazzette coperte, di biblioteche e librerie, di cinema e teatri chiusi e aperti, di caffè, di botteghe artigiane e mercantili dove tanti cittadini in formazione vivranno la loro giornata o muoveranno i loro passi verso gli innumerevoli luoghi educanti riguadagnati alla città. Invece di costruire nuove scuole, nuovi finti villaggi outlet e centri commerciali, nuovi multisala e teatri megagalattici, il pubblico e il privato discreto, l’associazionismo e il volontariato, gli artigiani e i mercanti virtuosi insieme agli artisti, agli educatori, agli architetti  e ai muratori e costruttori progetteranno e realizzeranno la grande CasaMatta (cfr “La città educante. Manifesto della educazione diffusa) multifunzione. Niente di nuovo sotto il sole ma uno spazio ancora valido che rivive come le antiche piazze composite del medioevo e del rinascimento in una “basilica” del sapere,del saper fare e del fare tutti e tre in simultanea.

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A Milano e Monza qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta.

MONZA

“La Monza che lavora sulla città educante di Paolo Mottana e di Giuseppe Campagnoli per farne una realtà cittadina. Il gruppo nasce come luogo di incontro e confronto e come base organizzativa per incontri ed eventi che sensibilizzino la cittadinanza al tema della controeducazione e della educazione diffusa. Il gruppo non deve essere utilizzato per proporre offerte commerciali, pubblicità’ , ed eventi a meno che non siano strettamente connessi al progetto e alle sue finalita’.”

https://www.facebook.com/groups/educazionediffusamonzese/

MILANO

“Sono passati poco più di quattro mesi dal fatidico incontro a Base Milano e il progetto Quartiere Educante ha proseguito con tenecia ed entusiasmo, accogliendo sempre più sostenitori (1621 followers!) e cominciando a riscontrare interesse anche da parte di alcune Istituzioni (Assessorato all’Educazione del Comune di Milano e Municipio 6) e di enti del terzo settore. In questi mesi le nostre energie si sono concetrate in particolare per la realizzazione della sperimentazione e insieme a due scuole secondarie di I grado di Milano, con il sostegno del Municipio 6 e di molte realità territoriali che si sono mostrate disponibili a collaborare, abbiamo elaborato la nostra Proposta di sperimentazione. Siamo così giunti al passaggio cruciale: il vaglio della Proposta di sperimentazione da parte dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia e successivamente del Miur. Siamo in attesa di essere convocati per un incontro. Da qui capiremo come proseguire e se riusciremo a realizzare le due classi pilota già da settembre 2018. Nel sito www.quartiereeducante.com potete trovare maggiori informazioni e nuovi video con interventi di Paolo Mottana (anche al Senato!). Ricordiamo che Quartiere Educante è anche su Facebook: www.facebook.com/quartiereeducante e che per informazioni potete scrivere a: quartiereeducante@gmail.com”

 IN QUARTIEREDUCANTE MILANO 6

 

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Giuseppe Campagnoli

Pesaro 1 Febbraio 2018

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Scuole “chiavi in mano”

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Come abbiamo recentemente accennato in altro articolo, ora ci sono anche le scuole “chiavi in mano”. Il mercato della speculazione immobiliare non si fa scrupoli nemmeno quando si tratti di risolvere i problemi dell’educazione e dell’istruzione anche attraverso la costruzione degli edifici  che ancora si ha l’ardire di pensare e realizzare per rinchiudere, controllare ed addestrare durante parte della giornata bambini e adolescenti. Abbiamo già detto molto sulle tendenze dell’architettura scolastica attuale ma non avevamo mai affrontato un mercato che si sta evolvendo in modo invadente e pericoloso. A partire dalle speculazioni sulle catastrofi naturali  è nato un business delle “casette”, delle “scuolette” e in generale di quel coacervo di edilizia pubblica che dall’emergenza e dall’urgenza tende a diventare ordinaria follia. Spesso si sono uniti in terribili joint ventures multinazionali pseudoilantropiche del pret-à-porter dell’arredo con aziende locali e nazionali dell’edilizia di pronto consumo che promette, fino a prova contraria, tempi rapidissimi, miracoli strutturali, ecologici ed innovativi. Allora imperversano nuove interpretazioni del balloon frame di derivazione coloniale americana, travi e pilastri lamellari, tetti aereati e ventilati, pareti rotanti (come le lame di jeeg robot!),materiali ipertecnologici che mi fanno venire in mente ogni tanto come un tempo si ardì di vendere perfino agli ai ricchi arabi una foresta di finte palme di lamellare! Ma queste strutture sono veramente utili all’abitare dignitoso?

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Sono utili ad una concezione veramente innovativa dell’educazione, della salute, dell’amministrazione? Sono veramente economiche a conti fatti? Non è che le strutture fondanti in cemento armato (la parte immmersa dell’iceberg) costano più della scuola stessa? I materiali sono salubri? Quanto durano? Sono pericolosi? Ai posteri l’ardua sentenza?

Nota:
"Di recente poiché la formaldeide è stata riconosciuta dall’International Agency for research on Cancer come sostanza cancerogena, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato in 100 microgrammi per metro cubo la soglia che non andrebbe superata nei locali chiusi (più dei 10 stabiliti nel 1995, che tenevano conto delle categorie a rischio, bambini e asmatici).
 Occorre evitare l’acquisto di strutture, pannelli e mobili con formaldeide cercando quelli con il marchio CQA-Formaldehyde E1 che contraddistingue le produzioni di pannelli a bassa emissione di
formaldeide, rispondenti ai requisiti imposti dalle normative internazionali in materia.
L' APAT (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici) ci spiega che oggi è disponibile un sistema estremamente semplice in grado di misurare in due ore la concentrazione di formaldeide presente nell’ambiente."

Intanto proliferano palestre, scuole, municipi, case popolari “chiavi in mano” come tanti mercatini natalizi sudtirolesi o come tanti kit del fai da te dell’arredo domestico. Il legno delle strutture spesso viene camuffato da paramenti esterni e cappotti che incarcerano spazi e volumi, i truciolati o similari pieni di collanti ed impregnanti vengono nascosti prudentemente alla vista fino al primo inconveniente o al primo allarme-salute. Intanto la velenosa formaldeide che permea tante strutture lignee e plastiche dorme fino a che non comincerà a rilasciare i suoi dannosissimi effluvi anche peggio dell’amianto, dicono alcuni scienziati. Ma gli accattivanti colori, le forme ammiccanti di quei pochi edifici esteticamente appena accettabili che gigioneggiano una architettura “d’avanguardia” scimmiottando le nordiche ipocrisie, hanno convinto, ahinoi, ingenui genitori, insegnanti, presidi come anche meno ingenui architetti-mercanti con i loro carnet  interi di scuole, scuoline  e scuolacce di ogni genere o, peggio, gli amministratori locali di tutte le tendenze, con l’occhio vigile, come minimo, alle prossime elezioni.

Non siamo affatto d’accordo, in linea con le nostre idee e ricerche, sul costruire ancora scuole e altri edifici o casamenti di pubblica utilità come si è fatto e si fa ancora ma se  la marea non si fosse arrestata e non tutti si fossero ancora convinti della bontà di una rivoluzione sottile dell’educazione, della città e dell’architettura , almeno bisognerebbe contenere i danni di questa fase che consideriamo assolutamente ed ineluttabilmente solo transitoria.

Per un concreto aiuto ecco un collage di immagini e suggestioni illuminanti del mercimonio che si fa anche dei luoghi dell’apprendere con la connivenza di politica, impresa e ,ahimè, anche di professionisti e accademici. Le “buone” e le “belle” scuole bipartisan.

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Dall’aula all’ambiente d’apprendimento?

Ho finito proprio ora di leggere, molto in diagonale, come sosteneva Manfredo Tafuri che dovessero essere letti dopo le prime pagine alcuni libri, il saggio “Dall’aula all’ambiente di apprendimento” a cura di Giovanni Biondi, Samuele Bozzi, Leonardo Tosi. Il saggio a più mani è targato INDIRE, il governativo Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa di cui conosco vita morte e miracoli  per avervi avuto contatti diretti o indiretti  in alcune occasioni quando dirigevo l’Ufficio Studi di una Direzione Scolastica Regionale occupandomi di formazione del personale e anche di edilizia scolastica tra il 2001 e io 2007. Il libro è solo e sostanzialmente una storia della ricerca negli ambiti dell’edilizia scolastica e degli spazi della pedagogia. Una storia appunto e nient’altro. Perché sono ormai storia anche le idee e le proposte che espongono teorie sulla trasformazione degli edifici scolastici in ecologici, flessibili, aperti, tecnologicamente avanzati e “connessi”. Sono storia perché l’innovazione non può non passare per una rivoluzione sottile del dove e del come si insegna e si apprende. Una rivoluzione dunque e non continui  imbellettamenti ed edulcorazioni dell’esistente che da aula si fa spazio multitasking, da corridoio si fa tessuto connettivo, da banco si fa arredo polifunzionale, da scuola diventa quasi un centro commerciale o un enorme living room.  L’evoluzione degli spazi educativi, nessuno l’ha detto nel libro, deve tener conto delle esigenze di affrancamento della scuola dal mercato e dalla visione economicistica della vita e della cultura e deve spingersi piano piano ma inesorabilmente fuori dagli obsoleti edifici scolastici, verso la città e i suoi luoghi. Non è il caso di entrare nel dettaglio dei vari capitoli scritti dai noti o meno noti Berlinguer, Zini, Biondi, Mosa, Tosi, Cannella, Rapallini, Giorgi, Meda, Borri, Bianchini, Canazza e Moscato, sicuramente meritevoli per lo sforzo di ricerca di dati e di riferimenti, di considerazioni e riflessioni sull’esistente e sulla storia  ma assolutamente del tutto disattenti a quello che si sta muovendo in autonomia e libertà ma con rigore e onestà intellettuale, dal basso, nel territorio e nelle città, tra i soggetti  e i luoghi che si vorrebbero al centro dell’educazione talvolta in modo assolutamente demagogico e paternalistico.

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“Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi.