Categorie
dialetto memoria Musica poesia

Recanati. Marzo 2015.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Un breve racconto per condividere un’impressione ed essere leggermente autobiografico nel constatare come il passato debba essere ricordato per un attimo per poi andare avanti sfruttando solo la memoria che è già dentro di noi. Absit iniuria verbis…Mi aspettavo molto di più, mi aspettavo di salutare finalmente Francesca, dopo tanto tempo, annunciata ed evocata dalla poesia di Giacomo, “Verrà?”, mi aspettavo un abbraccio ideale dai compagni di un tempo, perché, nonostante il tempo, noi, in fondo, siamo sempre gli stessi e siamo fatti di passato e presente e di desideri per il futuro. Mi aspettavo un attimo, solo un attimo di memoria fuori dal tempo, dolce e serena. Ma così non è stato.

Ecco il breve racconto di una delusione improvvisa, inspiegabile, struggente.

Poco tempo fa, sapendo che ci sarebbe stato un incontro di musica e poesia e forse un rendez vous di vecchi amici ho fatto una toccata e fuga serale a Recanati. A parte l’abbraccio sincero con il mio amico ottimo anfitrione e il saluto caloroso di una vecchia conoscenza che non vedevo da decenni, una platea ancien e sconosciuta o almeno non riconosciuta, tipica delle università della terza età, nella cornice di un’atmosfera della città grigia e ventosa è il teatro della kermesse che appare subito affatto popolare pur anche nelle citazioni più familiari e nei ricordi più leggeri. L’esordio delle immancabili presentatrici istituzionali è già illuminante con il distinguo tra “lettere basse e lettere alte” come se una lettera popolare ma sincera di un contadino o di un soldato non possa essere sublime poesia e sia necessario essere di lettera culturalmente altolocata per scrivere in plausibili versi. Conoscevo le poesie dell’autore sul palco e le avevo apprezzate nelle letture dal webriconoscendovi, in un misto di sana nostalgia ed emozione, luoghi, fatti e persone che sono stati a me molto familiari e vicini. In sala ahimè i versi hanno reso meno, in una dizione a fil di voce che è sembrata meno appassionata, forse per la vertigine della platea…  Gli intervalli con gli accordi di un musicista sicuramente virtuoso ma apparso un po’ imbolsito, ripetitivo e a tratti anche incerto, non hanno giovato alla comunicazione ed alle emozioni che si sarebbero potute suscitare. Ho capito finalmente, in una fortissimissima (per dirla con Leopardi) sensazione di disagio, che la mia città forse non era più la mia città e come sia vero il detto che nessuno è profeta in patria se è un profeta e soprattutto se non ha più una vera patria. Nel mezzo di un irresistibile senso di patetico, il pensiero e la fuga discreta sono stati un attimo. Un grazie comunque sincero a Leo perché mi ha fatto involontariamente capire che, a volte, il passato è meglio che resti dov’è, bello perché  irrangiugibile come, sovente, anche il presente. Addio Recanati sparita, melanconica e irresistibile solo nei miei ricordi da lontano.Addio ricordi di figure che ho amato forse nella mia immaginazione e che non posso e non debbo sperare che tornino neppure a salutarmi da lontano.

Categorie
dialetto Education Educazione lingua recanati Scuola storia Varia umanità

Il paese dove il “sci” suona.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

IF

Provocato benevolmente da Silvia Donati, da recanatese doc, voglio fare una brevissima chiosa al dialetto che si parla nella mia città sicuramente fin dal ‘700.

Inizio citando da Leopardi: “Ella non può figurarsi quanto sia bella. È così piana e naturale e lontana da ogni ombra di affettazione, e non tiene punto né della leziosaggine toscana né della superbia romana, mentre basta uscir due passi dal suo territorio per accorgersi di una notabile differenza, la quale in più luoghi pochissimo distanti, non che notabile è somma”. Qui ci sono riferimenti ad una verità incontestabile che segnala nella lingua recanatese non rare influenze e forse contaminazioni dal romanesco e dal toscano ma senza superbia e leziosaggine ( mo’ vengo, babbo, mi fijo, mi padre,capare, pija foco,e me’ cojoni, monno....)mentre si rilevano forti distanze sia dagli idiomi delle vicine Loreto, Osimo, Castelfidardo, Porto Recanati che del maceratese. Ho vissuto molto nelle campagne circostanti Recanati (Santa Croce di Sambucheto) e assicuro che la lingua era decisamente diversa da quella del borgo. Alcune ricerche e riferimenti confortano questa mia convinzione. Dice infatti nel suo libro sul Dialetto Recanatese del 1991 Gabriele Mariani che” la peculiarità della pronuncia è riconducibile nel filone del parlar toscano e umbro ma senza leziosità superflue o inflessioni minimamente rimarchevoli” riconducendo il filone (che Leopardi aveva già individuato) nel gruppo italico centrale laziale-umbro-toscano che fa da cerniera tra le lingue romagnole del nord (Senigallia, Pesaro, Fano) e quelle  (Ascoli, Fermo etc..) del sud delle Marche. Recanati è sempre stata un’ eccezione nel suo territorio anche per le alternate vicende storiche e per la  forte vocazione mercantile. Nei miei viaggi per l’Italia è un fatto che mi abbiano scambiato per toscano o romano, mai per abruzzese o marchigiano ( di cui il maceratese sembra essere l’emblema stereotipato). Per approfondire: dialetto.unimc.it.

 Giuseppe Campagnoli