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Il racconto continua: l’educazione diffusa per una città educante

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare.

 

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa, agli appunti di architettura della città educante che presto diventeranno un libro dettagliato e pieno di suggerimenti e consigli per le trasformazioni urbane necessarie ad una città che accoglie ed induce l’educazione diffusa. Non ultimo una specie di manualetto di istruzioni che Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli stanno preparando ad uso di insegnanti, scuola, educatori, famiglie e associazioni.

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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Nel tempo, la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building ha avuto evoluzioni e involuzioniin una specie di andirivieni culturale. Oggi anche nelle avanguardie degli innovativi spazi per la scuola non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9  libri su 10 vanno letti in diagonale. Accade così anche nei progetti e nella ricerca. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

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Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhetdi architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura.

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amministratori cultura Educazione Scuola

Buona educazione

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Abbiamo provato, su esplicita richiesta e, confesso, con un po’ di titubanza, a suggerire idee sull’educazione e la cultura per un programma di un Movimento politico « progressista » in vista di prossime elezioni regionali. Ecco a confronto ciò che abbiamo proposto e ciò che è rimasto nelle linee programmatiche del movimento, seppure provvisorie e, naturalmente, sintetiche.

Il 18 Luglio 2020 abbiamo scritto come contributo per il programma del Movimento politico:

« L’educazione è il fondamento della vita e della vita sociale e da essa dipende, come è noto, tutto il resto. Da essa dipendono la salute, il lavoro, la cultura, l’ambiente, la città, la solidarietà e la condivisione del concetto di comunità a tutti i livelli. Attraverso le istituzioni, anche dal basso, si può cominciare a realizzare una sottile rivoluzione in campo educativo e culturale. Ogni punto di qualsiasi programma politico è permeato dal concetto di educazione che non deve essere imposta o indotta dall’alto con indicazioni, programmi, istruzioni, luoghi deputati e organizzazioni di controllo e misura. Essa deve essere solo guidata attraverso la vita reale, i suoi luoghi, le esperienze che contengono già in sé molti saperi variegati e interconnessi e le possibilità di apprenderli e realizzarli per la vita.  Vivere la città e il territorio, abitarli, conoscerli e parteciparvi sono idee e azioni strettamente connesse ed interdipendenti. Attraverso  l’educazione potranno rinascere e rivivere i territori avviandosi verso il concetto di città educante dove anche i luoghi dell’abitare, oltre che quelli del lavoro e del tempo libero, della cultura e dell’apprendere, dovranno essere sottratti gradualmente alla speculazione ed al mercimonio, con opportune politiche urbanistiche e di gestione del territorio. Non sarebbe utopia iniziare dalle istituzioni più prossime ai cittadini come Comuni e Regioni a percorrere le norme già in vigore e pensarne di nuove o mettere in campo esperimenti e iniziative in direzione di un ripensamento radicalmente nuovo dei concetti di educazione e di cultura. Educazione diffusa e cultura diffusa quindi. Occorre superare l’educazione formale e informale e la formazione per un concetto di educazione incidentale e diffusa lungo tutto l’arco della vita. Le sinergie tra enti locali e scuole autonome per incidere anche sugli indirizzi nazionali con esperimenti e proposte sono fondamentali.

 Proviamo a rileggere in senso creativo e progressivo le “competenze” in fatto di scuola, cultura, professionalità, socialità, territorio e città della Regione e a ribaltarle in una accezione di rinnovamento radicale possibile da avviare anche con le leggi attuali.

Ecco una lista breve e concreta, all’interno del programma e delle attuali competenze regionali, che vede cultura ed educazione come volani e tessuto connettore per tutto il resto. Agevoliamo ed incentiviamo esperimenti di educazione diffusa, dal nido all’educazione degli adulti, passando per l’università e i mestieri ma anche per la costruzione della vita e l’agire quotidiano della comunità connettendo altresì strettamente le attività e le iniziative culturali del territorio. Superare concetti come il profitto, lo sfruttamento e le diseguaglianze sociali è elemento fondamentale per qualsiasi cambiamento e passa naturalmente attraverso l’educazione.

• Nel processo di cambiamento occorre integrare i luoghi e i tempi dell’educazione con i luoghi e i tempi della cultura e del lavoro.

 • Nella definizione dell’organizzazione delle cosiddette reti scolastiche si tenderà a superare progressivamente l’edilizia scolastica a favore di reti di luoghi educativi nella città e nel territorio create attraverso convenzioni, intese, accordi nel territorio a partire, per esempio, da un unico “portale educante” che sostituirebbe tanti reclusori scolastici con un polo educativo di quartiere o di piccola città. La creazione di reti attive di musei, teatri, botteghe, laboratori artigiani e artistici, fattorie didattiche e agricole, scuole parentali, montessoriane, steineriane e sperimentali, associazionismo culturale tenderanno oltre che alla realizzazione di educazione e cultura diffuse anche al recupero dei centri storici e delle periferie ad un uso culturale ed educativo, abitativo e produttivo diffuso. Le  risorse di economie da edilizia scolastica potranno essere investite per il personale aggiuntivo nella educazione diffusa, per interventi di attori esterni (esperti, botteghe, artigiani…musei..)  come nelle politiche attive nell’inclusione sociale e nella integrazione in genere all’interno dei percorsi educativi.

 • La costruzione del cosiddetto “calendario scolastico” potrà essere gestita insieme alle autonomie scolastiche e locali, alle associazioni e agli enti coinvolti, superando rigidità e protocolli per avviarsi verso concetti più coraggiosi e già praticabili di calendari plurisettimanali e flessibili, di orari di prossimità, in stretta relazione con le attività di educazione diffusa che si avvieranno in via sperimentale nel territorio.

 • L’ istruzione professionale potrà essere integrata da accordi e protocolli con i percorsi educativi in via di ridisegno, così da scongiurare anche la percezione e la realtà di attività diversamente classificate e considerate, spesso come di serie B.

• Creare una rete di associazioni ed enti (magari accreditati) per le manifestazioni culturali diffuse a livello regionale e sovraregionale per scongiurare clientele e privilegi dei “soliti noti” attraverso protocolli trasparenti di scelta e finanziamento di iniziative, eventi e attività per sancire anche a livello normativo il legame tra cultura ed educazione, lavoro, turismo sostenibile.

 • In questo contesto sarebbe auspicabile e in qualche caso indispensabile una politica territoriale per una mobilità leggera e sostenibile come supporto virtuoso per una città e territori educanti. I gruppi di studenti, cittadini, adulti, anziani, migranti, turisti in formazione, lavoro e tempo libero si muoverebbero  insieme, non più segregati in luoghi diversi, liberamente in una rete di trasporto fatta di ciclabili, pedonali diffuse, mezzi pubblici elettrici, metropolitane leggere di superficie.

 • Tutte le prerogative che seguono dovranno essere integrate in un piano regionale che le indirizzi verso un concetto diverso di educazione che superasse, come già detto, la divisione strumentale e pericolosa tra educazione formale, non formale, informale, istruzione, formazione, addestramento:

 1) le iniziative e le attività di promozione relative all’ambito delle funzioni conferite;

 2) la costituzione, i controlli e la vigilanza, ivi compreso lo scioglimento, sugli organi collegiali scolastici a livello territoriale.

 3) Iniziative coordinale con altri enti territoriali in merito a:

 a) educazione degli adulti;

 b) interventi integrati di orientamento scolastico e professionale;

 c) azioni tese a realizzare le pari opportunità di istruzione;

 d) azioni di supporto tese a promuovere e sostenere la coerenza e la continuità in verticale e orizzontale tra i diversi gradi e ordini di scuola;

 e) interventi perequativi;

 f) interventi integrati di prevenzione della dispersione scolastica e di educazione alla salute. »

Il Movimento politico (innominato) il 23 Luglio 2020 ha scritto nel suo programma in bozza definitiva in merito ad “istruzione e cultura”:

« Per un maggiore investimento nella scuola e nella formazione professionale dalla prima infanzia all’università.

 Per una politica culturale integrata e lungimirante, in cui la Regione svolga correttamente le funzioni di programmazione e coordinamento, favorendo la progettazione e l’organizzazione integrata a livello territoriale.

o Incremento del numero di posti di Nido d’ infanzia garantendo la gratuità per i nuclei con fasce di reddito più basse.

o Integrazione tra il sistema scolastico e formativo con il sostegno strategico del percorso formativo professionale ed il collegamento con il mondo del lavoro.

o Impegno per l’opposizione al progetto dell’autonomia differenziata.

o Impegno per programmare e sostenere corsi di aggiornamento per insegnanti, d’intesa con le scuole, finalizzati a elevare la qualità educativa della didattica.

o Piano di investimenti per l’edilizia scolastica e il recupero di edifici dismessi fatiscenti. o Interventi integrati di prevenzione della dispersione scolastica.

o Creazione di reti attive di musei, teatri, botteghe,laboratori artigiani e artistici, fattorie didattiche e agricole, scuole parentali, montessoriane, steineriane e sperimentali e associazionismo culturale al fine di promuovere la realizzazione di educazione e cultura diffuse e al recupero dei centri storici e delle periferie ad un uso culturale ed educativo, abitativo e produttivo.

o Valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico e sostegno a Musica, Teatro e Cinema anche mediante la creazione di una rete di associazioni ed enti accreditati per manifestazioni culturali diffuse per scongiurare clientele e privilegi attraverso protocolli trasparenti di scelta e finanziamento di iniziative, eventi e attività. »

Ai lettori l’ardua sentenza. Ci pare che i punti, miseri e stringati che echeggiano da lontanissimo qualche idea del Manifesto della educazione diffusa sono solo quelli evidenziati  in grassetto.  La speranza è che nel programma definitivo lo spazio per educazione e cultura sia quello che meriterebbero e che ci sia qualcuno nella politica che “il coraggio se lo possa dare”. Oppure non ci resta che piangere o partire dal basso senza poter contare affatto sulle istituzioni? Occorre insistere e resistere facendo? Immagino di si e noi come altri siamo sempre pronti a dare una mano.  (Leggi anche La scuola delle linee guida e  “Quale idea di scuola” )

Un’intervista di uno degli ideatori (insieme al Prof. Paolo Mottana dell’Università Bicocca di Milano) del progetto di educazione diffusa a Laforzadicambiare  di Pesaro nell’estate del 2017 all’uscita del Manifesto dell’educazione diffusa.

ReseArt  7 Agosto 2020

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Educazione Scuola

La scuola delle linee guida.

Mi duole dover riprendere frasi e concetti ripetuti fino alla noia, di questi tempi, parlando di scuola. Non ci si poteva aspettare nulla di meglio dalle istituzioni ed è per questo che occorre fare pressione dal basso e mettere un po’ di chiarezza nelle idee e nei concetti che riguardano un aspetto primario del vivere, l’educazione. Questa è una antologia di pensieri e di considerazioni che ho espresso nelle ultime settimane e che ripeto al fine di comune giovamento.

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Hanno chiuso le scuole, le chiese, gli stadi, i mercati, i cinema, i musei e i teatri. E ci hanno imposto solo un filo tra noi. Ma la mente è stata ancora libera e il corpo anche. Le forze dell’aere ci sono venute in soccorso. Parlavamo, ci vedevamo, ascoltavamo ancora. L’ eco e il vento erano con noi. Ma ora diffondiamoci e diffondiamo. Sparpagliati ma legati negli spiriti muoviamo passi leggeri da soli ma non soli. Uno verso il bosco, l’altro a qualche metro in radura. E sulla riva del mare, dentro l’anfiteatro, la corte e la via, in mezzo alla piazza vuoti ma visibili dagli altri occhi lontani che la forza ci consente. Questa ci fa parlare, dialogare, vedere, scambiare, suonare insieme anche se un po’ distanti proprio come le danzatrici del tiaso che appena si sfiorano le dita ma riescono a muoversi all’unisono in mosse leggere. Scriviamo pensieri e storie sul foglio lanciato nel prato o sulla vitrea tavoletta moderna mentre osserviamo le case, le selve, le pietre, i numeri e leggiamo i racconti che rimbalzano in aria , le formule, le immagini e i suoni tutti insieme dalla stessa mente non più divisa tra vecchie inutili stanze. Proviamo a non pensare più ai reclusori scolastici, agli orari, alle distanze, alle lavagne, ai voti, ai banchi e ai corridoi dei passi perduti. Approfittiamo del fatto che i muri non contengono più a forza frotte di bimbi e giovani, per immaginare un graduale ma deciso e mirabile ritorno tra campi e giardini, piazze, teatri e cortili  non trovando  più aule, corridoi, banchi tondi quadrati, in giro e in quadrato ma tanti altri spazi e tanti altri luoghi sparsi per le stesse città e campagne ripensati dopo questa triste pausa di riflessione indotta da un pericoloso ma forse non del tutto inutile deus ex machina. Altro che linee guida per chi non sa dove guidarsi. Cogliamo l’attimo per cambiare finalmente in educazione, in salute, in mobilità, in cultura, in economia. Il perfido deus ci sta proponendo una forte sveglia. Approfittiamone noi e non permettiamo che ne approfittino, come pare stiano già facendo, i potenti e i devastatori del pianeta e dopo questa introspezione forzata riflettiamo su ciò che non serve o serve a pochi, su ciò che sta distruggendo natura e città, su chi non perde mai tempo per sfruttare, escludere, speculare, dominare. E cominciamo ad agire in comune diffusamente e liberamente. Aprendo e demolendo tutti i recinti reali e virtuali che pretendono di costringerci. Dopo esserci scritti belle lettere e fatti le lontananze da balconi, finestre e da un lato all’altro della strada e della rete ritroviamoci presto  non più segregati e immobili ma in una bella città in mutamento e in una natura in rinascita.

Si stanno addensando singolari (e tempestive?) convergenze che spesso ci lusingano ma ci spingono anche a porci tante domande se confrontate con quello che in realtà sta accadendo a livello istituzionale e nel panorama di tanti  pontificatori di scuola. (cfr.https://comune-info.net/almanacco-di-una-scuola-immobile/

Dice Giuseppe Paschetto intervistato sulla rivista Tutta un’altra scuola:

«In questi mesi ho avuto possibilità di confronto con diversi gruppi e persone impegnate nell’innovazione della scuola: Edoardo Martinelli e la scuola di Barbiana, Maurizio Parodi, Mara Verzilli e il gruppo Basta Compiti, ottana Monica Guerra, Sonia Coluccelli, l’Associazione Bimbi Svegli di Giampiero Monaca, Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli con il loro concetto di città educante, il movimento di Scuola all’aperto promosso da Biella Cresce e poi naturalmente Tutta un’altra Scuola» spiega Paschetto.

«Con la Accili ho poi lavorato alla predisposizione di un documento che contenesse concrete proposte di innovazione da presentare alla ministra Azzolina – prosegue – Oltre a far riferimento alle attività delle nostre due scuole abbiamo attinto alle migliori esperienze a livello italiano e internazionale, con un occhio di riguardo alla realtà finlandese. Le 50 pagine del documento “Una rete nazionale di scuole per l’innovazione didattica” prendono le mosse da un’analisi delle correnti pedagogiche e degli approcci educativi alternativi (il costruttivismo, Dewey, Morin, Bauman, Montessori, Don Milani, Munari, Cooperative Learning, Flipped Classroom, didattica delle neuroscienze), si presentano alcuni scenari innovativi in linea con le Indicazioni Nazionali e quindi si passa alla parte di proposta».

La proposta operativa prevede la creazione a partire da settembre di una rete di scuole diffuse in tutte le Regioni che si impegnino rispetto ai seguenti punti per un triennio:

  1. La valorizzazione dei talenti e il potenziamento dell’inclusione;
  2. L’adozione di una didattica interdisciplinare e per campi d’esperienza che vada oltre la suddivisione artificiosa in discipline;
  3. La pratica delle scuola all’aperto;
  4. La sperimentazione di forme di valutazione formativa che permettano il superamento della pratica dei voti numerici;
  5. L’eliminazione dei compiti a casa obbligatori.
  • Il cambiamento dell’approccio metodologico proposto prevede innanzitutto un apprendimento per campi d’esperienza e non per artificiosa suddivisione in discipline. Gli alunni non più come ascoltatori di lezioni e ripetitori di spiegazioni ma come protagonisti attivi e anche agenti di cambiamento nel loro territorio. Problem solving, creatività, cooperative learning, manualità, capacità di progettare, saranno alcune delle tecniche attive utilizzate. Le discipline dovranno recuperare la loro autentica natura di strumenti funzionali a raggiungere gli obiettivi delle attività interdisciplinari. Occorrerà uno sforzo corale di tutti i docenti per abbandonare i recinti e le prerogative delle proprie discipline e anche ovviamente la presunzione che alcune materie e alcune intelligenze siano più importanti di altre. I singoli insegnanti, invece di continuare ad  essere depositari unici di un sapere frammentato in discipline,  gestiranno piuttosto   laboratori legati alla propria disciplina e intesi come laboratori tematici finalizzati all’approfondimento all’apprendimento di conoscenze e abilità utili per l’acquisizione di competenze necessarie al percorso didattico degli studenti.
  • La scuola all’aperto e l’educazione diffusa saranno in questo approccio importantissime risorse. Scuola all’aperto non intesa solo come spazio fisico ma concepita come ambiente di apprendimento, esattamente come viene proposta anche da Mottana e Campagnoli nel loro libro “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”. Fare scuola prevalentemente all’aperto, oltre agli evidenti vantaggi di tipo psico-fisico ed educativo, offre in questo momento anche la possibilità di evitare le mascherine, mantenendo solo l’attenzione alle norme igieniche fondamentali.
  • Cambiare le modalità di valutazione per superare la pratica sterile dei voti numerici sarà un altro aspetto qualificante della sperimentazione. Il primo anno di sperimentazione valutativa sarà dedicato alla introduzione di valutazioni dialogiche, valorizzando la valutazione tra pari e l’autovalutazione il tutto in una prospettiva e non classificatoria. I ragazzi dovranno anche aver modo di valutare l’operato dei loro docenti, anche in questo caso in chiave migliorativa.
  • Infine, accogliendo le giuste sollecitazioni di un vasto movimento di insegnanti e genitori coordinato da Maurizio Parodi con la campagna “Basta compiti!”, si sperimenterà l’abolizione dei compiti a casa obbligatori. Gli insegnanti dovranno allora essere bravi a far scattare negli alunni la molla che li porterà ad approfondire spontaneamente al di là dell’orario delle lezioni. Questo succede solo se si fa amare la scuola.”

Sono condivisibili, con sorpresa, alcuni principi, seppure espressi in qualche modo molto timidamente e con una strana cautela. Appare una specie di repertorio singolare di riferimenti pedagogici e didattici che so bene non possono coesistere e che di fatto non sembrano proporre un radicale mutamento del paradigma educativo.

Infatti, nel documento ministeriale che circola in questi giorni sul “futuro” della scuola, non vedo  nulla di tutto questo, a meno che non ne sia la preoccupante e, in qualche modo preventivabile, traduzione  burocratica . Neppure timidi anticipi o antipasti. Leggo un linguaggio vetero amministrativo in concetti nebulosi per azioni da intraprendere con una delega senza risorse e con poche idee di cambiamento reale.

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Molte le parole chiave, obsolete e spesso emblematiche, sovente mutuate dal mondo aziendale in versione anglosassone, sempre sintomi di una grave malattia, restano: edilizia scolastica, autonomia scolastica, sussidiarietà, inclusione, alleanza educativa oppure, udite, udite,  smart working, webinar, educazione e cura dei piccolirefezione scolastica, competenze trasversali, sezioni carcerarie, tempo scuola, offerta formativa, convitti e semicomvitti, partecipazione studentesca, didattica digitale integrata, ripartenza (implicito significato di ripresa della marcia di un treno déjà vu, patto educativo, insieme a neologismi significanti e raccapriccianti come “edilizia scolastica leggera”.

Anche solo una lettura diagonale è sufficiente per capire, navigando in un lessico scontato e privo anche di minimi  veri contenuti innovativi o di suggerimenti e spunti concreti e utili pur sempre dentro il vecchio e usurato recinto del sistema scolastico attuale. Sostengo da parte mia, fortemente, da anni che la scuola debba essere superata. L’educazione non dovrà essere solo quella di Gramsci, di Montessori, di Fourier, di Illich, di Freinet, di Freire,  di Milani, Rodari, De Carlo, Ward etc.. Dovrà essere uno splendido repertorio di tutte le più avanzate idee  dei sovversivi pensatori pedagogici verso l’educazione diffusa che ne rappresenta l’unica auspicabile sintesi e che supera l’istituzione.  Anche a sinistra, o perlomeno in quel che resta del concetto di sinistra, non si sono fatti ahinoi  passi avanti e la contrapposizione in sostanza è su temi parasindacali, utili ma non sufficienti, affatto sufficienti anche perchè nessuno dice che la scuola non va cambiata ma oltrepassata e radicalmente. I tempi sono cambiati, chi domina il mondo e anche il paradigma dell’educazione e pure del lavoro non sono più i padroni di una volta e la scuola deve uscire decisamente dal recinto del suo attuale significato che è sostanzialmente globalizzato. Non bisogna sostituire un potere con un altro, attraverso una lotta di egemonie educative, ma liberare e liberarci tout court da qualsiasi dominio che in genere comincia ad esercitarsi prepotentemente e subdolamente proprio con l’istruzione quando viene ancora considerata un “lavoro” in preparazione di “una vita di lavoro” spesso sfruttata e strumentalizzata. L’educazione incidentale sarebbe la chiave di volta, insieme ai mentori e ai maestri delle arti e ai luoghi diffusi dove viverla, per una vera rivoluzione pedagogica, preludio ad una sottile, ostinata e contraria rivoluzione collettiva di natura economica e sociale. In tanti articoli di giornali “progressisti” , anche europei, in una teoria crescente di presenze mediatiche divenuta parossistica di questi tempi in cui non si è mai parlato così tanto e spesso così male di scuola, ho trovato pur sempre gli stereotipati riferimenti, magari non al voto ma al giudizio, non alla discriminazione aperta ma al merito che, alla fine, altro non è se non una discriminazione occulta. Ho trovato luoghi comuni non superati come la scuola dell’obbligo, lo svantaggio (che è connaturato a questo modello di scuola) le discriminazioni che questa nostra scuola non potrà mai superare perché le contiene nella sua stessa  ideologia. Sembra che il problema cruciale sia la didattica e in particolare quella a distanza. Sembra che si possa cambiare  agendo solo sul voto, sullo zaino, sul rapporto docente discente, sulla disposizione di arredi e spazi o sulla progettazione di dorate avanguardiste gabbie scolastiche, come pure sulla leva della terribile meritocrazia o su palliative azioni di limitazione ed edulcorazione delle discriminazioni e del classismo tuttora presenti. Pochi mettono in discussione “la scuola” in sé, come se Montessori, Fourier, Freire, Freinet, Milani, Ward e tanti altri fossero passati invano con le loro idee di radicali cambiamenti spesso accolti solo parzialmente ed immobilmente quando non elitariamente. Capisco le riviste accreditate di pedagogia e scuola dove spesso sono ospitato (a volte quasi come un infiltrato) e la loro fatica a staccarsi dal termine “scuola” tanto da confondere il concetto di “Educazione diffusa”con quello, ormai obsoleto, da noi superato ed arcaico – seppure di questi tempi alquanto abusato- di “Scuola diffusa”. Una ingenua insegnante si spinge a scrivere: “Ci vuole davvero tanta creatività ed immaginazione per superare la realtà che ci circonda!”. Purtroppo di creatività ed immaginazione ne vedo ben poca intorno. Chi realmente ce l’ha e la sta usando viene spesso stigmatizzato come utopico visionario, nonostante abbia dato utili suggerimenti per una azione reale e concreta a chi, coraggioso, soprattutto nella scuola pubblica, volesse provare! Le diseguaglianze sociali non si superano con una scuola che resterebbe comunque mercantile e che continuerebbe ad essere valutata dallo stesso mercato (vedi OCSE, PISA, INVALSI…) che vuole alla fine persone addestrate e utili al suo mondo che oggi, come sempre, vediamo approfittare in ogni modo, persino con subdoli mezzi come la beneficienza e il mecenatismo, anche delle disgrazie dell’umanità. Gli insegnanti che si impegnano e che dubitano di molte cose della scuola purtroppo non riescono ancora ad uscire dal recinto in cui sono stati costretti e propongono soluzioni che spesso esasperano i problemi perché ne sono parte essenziale quando non vengono persino accolte come innovatrici perché  in fine dei conti non ostacolano il cammino della scuola addestrativa e del controllo. Mi spiace che il pensiero di Gramsci non si stato fatto evolvere verso i problemi di oggi e verso il concetto del superamento dell’idea di lavoro ovunque e comunque. Risibili le scaramucce tra docenti curricolari e di sostegno che non si risolvono assolutamente dentro l’attuale modello educativo  e che sono rimaste le stesse di quelle che ricordo amaramente appartenere alle mie esperienze di docente e preside da oltre vent’anni. Vere tante osservazioni e tante denunce ma inutili ed effimere le proposte che tuttosommato sono sempre là, dentro una falsa idea di educazione che considera marginali l’esperienza, il mondo esterno, la città, l’ambiente, la vita e ineluttabilmente necessari il controllo, la valutazione, la sicurezza, la gestione e l’organizzazione rigida di tempi, luoghi, materie, persone.

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Adesso tutti a voler aprire le porte e fare lezione nella piazza, nel teatro, nel bosco e nel sottobosco ma con in testa la stessa idea di lezione, di valutazione, di organizzazione, in una chiave che fa più pensare ad “ore d’aria” che a una vera idea di educazione diffusa che non distingue il come, il quando e il dove e non opera alcuna  separazione tra educazione formale, non formale e informale. Cito me stesso da Comune-info.net : “Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori, come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative, senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo (in genere di importazione nordeuropea o anglosassone), valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Educazione diffusa significa, invece, ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale istintivo o solo guidato e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanenteQualcuno sostiene di aver praticato o di praticare nel suo contesto l’educazione diffusa ma in realtà si tratta spesso solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione, che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perché sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate “best practices”) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo ideale per questo tipo di società del consumo totale e universale.”

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Il problema non è solo il terribile voto nella scuola primaria, o semplicisticamente uscire ogni tanto dall’edificio scolastico, il problema è la scuola tutta che a mio avviso non è migliorabile né trasformabile specialmente in un momento come questo. Essa è solo oltrepassabile e come scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione e promotore con me e tanti altri del Manifesto della educazione diffusa: “Occorre, non vorrei ripeterlo all’infinito, ABBATTERE LA SCUOLA, che IN SE’, intrinsecamente, è letteralmente costruita secondo lo schema dell’oppressione della forza lavoro, con gli stessi protocolli normativi, le stesse scissioni, lo stesso sfruttamento del tempo e della vita e con un destino evidente di fallimento dei suoi obiettivi piamente dichiarati (un po’ come quelli della costituzione tanto belli quanto costantemente traditi), rispetto a risultati quelli sì raggiunti, di produrre individui portatori di un sapere frammentato e inutilizzabile nella maggior parte dei casi, obbedienti e incapaci – nella grandissima maggioranza – di esercitare una cittadinanza critica, attiva e oppositiva.
Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA, reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

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Mi piacerebbe che vi fosse, nel panorama di quella che una volta chiamavamo sinistra, un po’ più di attenzione verso ciò che si muove in linea con idee veramente libertarie e decisamente fuori dal recinto di questa scuola delle istituzioni che paradossalmente, parrebbe andar bene (con le dovute riformette partigiane) a tutto l’arco parlamentare, cespuglietti compresi. Chiudo con un passo di un anonimo scritto di uno degli oltre 400 firmatari del Manifesto della educazione diffusa:

“Aderisco al MANIFESTO!
Sono un’insegnante tecnico-pratico dei servizi socio sanitari di un Istituto professionale …..
L’adolescenza è una fase di vita ricca di opportunità, di crescita e di sfide evolutive. Quanti sogni quando si è adolescenti, ma dove vanno a finire i loro sogni, i loro desideri e i loro talenti? C’è un mercato che vuole decidere il prototipo del giovane perfetto e allora … quanta fatica vivere con pienezza la realtà quotidiana da parte di un adolescente … ogni giorno qualcuno gli apre orizzonti paradisiaci da raggiungere e spesso gli stessi genitori spingono verso questi obiettivi impossibili.
Dove abbiamo sbagliato? Viene da chiedersi. I giovani hanno bisogno di fare esperienze che diano loro una maggiore autonomia, penso sia necessario riproporre una cultura del corpo intelligente, inteso come veicolo dell’apprendere e crescere. Credo in una concezione del corpo che comprende il rapporto tra corpo e psiche, corpo ed azione, corpo ed emozione, vita e conoscenza.
La grande lezione montessoriana appare quanto mai moderna ed attuale, il bisogno di muoversi, di sperimentare.. Il corpo non si riduce alla dimensione fisica, non è soltanto un insieme biologico di organi. È il luogo vissuto di piacere o di dolore, luogo in cui ogni persona vive, sente, esiste; luogo del proprio essere.
Si all’educazione diffusa!!!….”

Ma le Linee Guida del Ministero dell’Istruzione non si spingono a tanto! D’altra parte” il coraggio uno non se lo può dare.”

Giuseppe Campagnoli

25 Giugno 2020

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Educazione Educazione diffusa Riforma della scuola Scuola

Da Manifesto a Manifesto: la scuola deve essere superata.

La scuola deve essere superata. L’educazione non dovrà essere solo quella di Gramsci, di Montessori, di Fourier, di Illich, di Freinet, di Freire,  di Milani, Rodari, De Carlo, Ward etc.. Dovrà essere uno splendido repertorio di tutte le più avanzate idee  dei sovversivi pensatori pedagogici verso l’educazione diffusa che ne rappresenta l’unica auspicabile sintesi.

Qualche tempo fa scrissi una lettera al quotidiano Il Manifesto per suscitare attenzione sulla nostra idea di scuola e di educazione. Un’idea che si propone di ribaltare il paradigma scolastico e uscire radicalmente da recinto di tutte le “scuole” che oggi sono appannaggio del mondo mercantile dove opera benissimo la destra e ahimè anche gran parte della sinistra  a volte sedicente alternativa. Ecco cosa scrivevo:

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“Caro Manifesto,

sono un vecchio lettore fin da quando contribuii negli anni ‚70 alla fondazionedi uno dei primi circoli de il Manifesto in quel di Recanati, da cui poi ho visto troppi transfughi verso il PCI ed altrohe..Glisso sulla situazione politica attuale pur confermando che il mio unico punto di riferimentoè ancora il vostro giornale. Mi sono occupato per una vita di architettura e di scuola e attualmente sto contribuendo ad un progetto “dal basso“ sull’educazione diffusa, convinto chesolo con una rivoluzione in educazione le cose possano veramente cominciare a cambiare. A partire dal libro scritto con Paolo Mottana della Università Bicocca di Milano nel 2017 sulla città educante è nato il Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha avuto finora e sta ispirando progetti in giro per l’Italia. Ho provatoa mandarvi notizie e informazioni sul progetto, veramente innovativo e rivoluzionario, per diverse vie (non ultima questa in cui ora vi scrivo) senza alcun esito. La rivista on line Comune-info ha dedicato uno spazio fisso a questa idea e pubblica spesso articoli sull’argomento. Se si vuole cambiare la politica e tutto il resto occorre cambiare la scuola facendo tesoro e repertorio di alcune idee di Gramsci, Hillmann, Fourier oltre che di Freinet, Illich, Freire, Montessori, Milani, Colin Ward e Giancarlo de Carlo.. Mi piacerebbe che dedicaste uno spazio all’idea della educazione diffusa che suggerisce un modo per oltrepassare la scuola di oggi, mercantile, classista e classificatoria oltre che liberisticamente meritocratica.”

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Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli. “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso.” Terra Nuova edizioni Firenze

Ho provato in seguito a coinvolgere il giornale se non altro perché desse un po’ di spazio alla nostra idea di educazione, sicuramente  fuori dal recinto istituzionale ma, ora scopro una certa disattenzione non solo della sinistra nostrana  parlamentare (ed era ovvio) ma, sorprendentemente anche da quella per tradizione autonoma e antagonista. Gli articoli del quotidiano si limitano spesso a proporre punti di vista di insegnanti, esperti e giornalisti che non mostrano fino in fondo il coraggio di andare oltre le seppur valide idee gramsciane che erano i presupposti di rivincita sociale  contestualizzate però ai tempi di una scuola ben più classista, discriminatoria e da combattere esclusivamente con la parola d’ordine forse ormai desueta e propria di una concezione egemonica della pedagogia: “Lo studio è un lavoro,  la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro”

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Immagine dall’articolo de il Manifesto sul libro di Massimo Baldacci: «Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci»

I tempi sono cambiati, chi domina il mondo e anche il paradigma dell’educazione come del lavoro non sono più i padroni di una volta e la scuola deve uscire decisamente dal recinto del suo attuale significato che è sostanzialmente globalizzato. Non bisogna sostituire un potere con un altro, attraverso una lotta di egemonie educative, ma liberare e liberarci tout court da qualsiasi dominio che in genere comincia ad esercitarsi prepotentemente e subdolamente proprio con l’istruzione quando viene ancora considerata un “lavoro” in preparazione di “una vita di lavoro” spesso sfruttata e strumentalizzata. L’educazione incidentale sarebbe la chiave di volta, insieme ai mentori e ai maestri delle arti e ai luoghi diffusi dove viverla, per una vera rivoluzione pedagogica, preludio ad una sottile, ostinata e contraria rivoluzione collettiva di natura economica e sociale.

Negli ultimi articoli e lettere sul Manifesto come peraltro su altri giornali progressisti che ho letto, anche europei, in una teoria crescente di presenze mediatiche divenuta parossistica di questi tempi in cui non si è mai parlato così tanto e spesso così male di scuola, ho trovato pur sempre gli stereotipati riferimenti, magari non al voto ma al giudizio, non alla discriminazione aperta ma al merito che, alla fine, altro non è se non una discriminazione occulta. Ho trovato luoghi comuni non superati come la scuola dell’obbligo, lo svantaggio (che è connaturato a questo modello di scuola) le discriminazioni che questa nostra scuola non potrà mai superare perché le contiene nella sua stessa  ideologia. Sembra che il problema cruciale sia la didattica e in particolare quella a distanza. Sembra che si possa cambiare  agendo solo sulle risorse economiche, sul voto, sullo zaino, sul rapporto docente discente, sulla disposizione di arredi e spazi o sulla progettazione di dorate avanguardiste gabbie scolastiche, come pure sulla leva della terribile meritocrazia o su palliative azioni di limitazione ed edulcorazione delle discriminazioni e del classismo tuttora presenti. Pochi mettono in discussione “la scuola” in sé, come se Montessori, Fourier, Freire, Freinet, Milani, Ward e tanti altri fossero passati invano con le loro idee di radicali cambiamenti spesso accolti solo parzialmente ed immobilmente quando non elitariamente. Capisco le riviste accreditate di pedagogia e scuola dove spesso sono ospitato (a volte quasi come un infiltrato) e la loro fatica a staccarsi dal termine “scuola” tanto da confondere il concetto di “Educazione diffusa”con quello, ormai obsoleto, da noi superato ed arcaico – seppure di questi tempi alquanto abusato- di “Scuola diffusa”.

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Una ingenua insegnante si spinge a scrivere: “Ci vuole davvero tanta creatività ed immaginazione per superare la realtà che ci circonda!”. Purtroppo di creatività ed immaginazione ne vedo ben poca intorno. Chi realmente ce l’ha e la sta usando viene spesso stigmatizzato come utopico visionario, nonostante abbia dato utili suggerimenti per una azione reale e concreta a chi, coraggioso, soprattutto nella scuola pubblica, volesse provare!

Le diseguaglianze sociali non si superano con una scuola che resterebbe comunque mercantile e che continuerebbe ad essere valutata dallo stesso mercato (vedi OCSE, PISA, INVALSI…) che vuole alla fine persone addestrate e utili al suo mondo che oggi, come sempre, vediamo approfittare in ogni modo, persino con subdoli mezzi come la beneficienza e il mecenatismo, anche delle disgrazie dell’umanità. Gli insegnanti che si impegnano e che dubitano di molte cose della scuola purtroppo non riescono ancora ad uscire dal recinto in cui sono stati costretti e propongono soluzioni che spesso esasperano i problemi perché ne sono parte essenziale quando non vengono persino accolte come innovatrici perché  in fine dei conti non ostacolano il cammino della scuola addestrativa e del controllo. Mi spiace che il pensiero di Gramsci non sia stato fatto evolvere verso i problemi di oggi e verso il concetto del superamento dell’idea di lavoro ovunque e comunque. Risibili le scaramucce tra docenti curricolari e di sostegno, tra didattica a distanza e in presenza o all’aperto per fare le stesse cose negli stessi modi. Niente si risolverà assolutamente dentro l’attuale modello educativo   che è rimasto sostanzialmente lo stesso che ricordo amaramente appartenere alle mie esperienze di docente e preside da oltre vent’anni. Vere tante osservazioni e tante denunce ma inutili ed effimere le proposte che tuttosommato sono sempre là, dentro una falsa idea di educazione che considera marginali l’esperienza, il mondo esterno, la città, l’ambiente, la vita e ineluttabilmente necessari il controllo, la valutazione, la sicurezza, la gestione e l’organizzazione rigida di tempi, luoghi, materie, persone.

 Il problema è la scuola tutta che a mio avviso non è migliorabile nè trasformabile. Essa è solo oltrepassabile e come scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione e promotore con me e tanti altri del Manifesto della educazione diffusa: “Occorre, non vorrei ripeterlo all’infinito, ABBATTERE LA SCUOLA, che IN SE’, intrinsecamente, è letteralmente costruita secondo lo schema dell’oppressione della forza lavoro, con gli stessi protocolli normativi, le stesse scissioni, lo stesso sfruttamento del tempo e della vita e con un destino evidente di fallimento dei suoi obiettivi piamente dichiarati (un po’ come quelli della costituzione tanto belli quanto costantemente traditi), rispetto a risultati quelli sì raggiunti, di produrre individui portatori di un sapere frammentato e inutilizzabile nella maggior parte dei casi, obbedienti e incapaci – nella grandissima maggioranza – di esercitare una cittadinanza critica, attiva e oppositiva.
Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA, reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Caro Manifesto, quindi, mi piacerebbe che vi fosse, da parte di un giornale che ho sempre apprezzato, un po’ più di attenzione verso ciò che si muove in linea con idee veramente libertarie e decisamente fuori dal recinto di questa scuola delle istituzioni che paradossalmente, parrebbe andar bene (con le dovute riformette partigiane) a tutto l’arco parlamentare, cespuglietti compresi. Chiudo con un passo di un anonimo scritto di uno degli oltre 400 firmatari del Manifesto della educazione diffusa:

“Aderisco al MANIFESTO!
Sono un’insegnante tecnico-pratico dei servizi socio sanitari di un Istituto professionale …..
L’adolescenza è una fase di vita ricca di opportunità, di crescita e di sfide evolutive. Quanti sogni quando si è adolescenti, ma dove vanno a finire i loro sogni, i loro desideri e i loro talenti? C’è un mercato che vuole decidere il prototipo del giovane perfetto e allora … quanta fatica vivere con pienezza la realtà quotidiana da parte di un adolescente … ogni giorno qualcuno gli apre orizzonti paradisiaci da raggiungere e spesso gli stessi genitori spingono verso questi obiettivi impossibili.
Dove abbiamo sbagliato? Viene da chiedersi. I giovani hanno bisogno di fare esperienze che diano loro una maggiore autonomia, penso sia necessario riproporre una cultura del corpo intelligente, inteso come veicolo dell’apprendere e crescere. Credo in una concezione del corpo che comprende il rapporto tra corpo e psiche, corpo ed azione, corpo ed emozione, vita e conoscenza.
La grande lezione montessoriana appare quanto mai moderna ed attuale, il bisogno di muoversi, di sperimentare.. Il corpo non si riduce alla dimensione fisica, non è soltanto un insieme biologico di organi. È il luogo vissuto di piacere o di dolore, luogo in cui ogni persona vive, sente, esiste; luogo del proprio essere.
Si all’educazione diffusa!!!….”

Giuseppe Campagnoli

8 Giugno 2020

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arte controeducazione Educazione educazione artistica Infanzia Scuola

Diario artistico di quarantena

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“Tutto ha inizio i primi del mese di Marzo, quando il noto virus fa la sua comparsa nella penisola costringendo alla chiusura incondizionata le scuole di tutta Italia. Ora potete immaginare cosa può significare per un bambino, che sino a quel momento si era preoccupato di giocare con i compagni, ridere, urlare, leggere e studiare in classe?  Eppure, con la più disarmante semplicità e naturalezza, i piccoli allievi si sono adattati alla nuova modalità, nel mio caso di fare arte a distanza, dimostrando video lezione dopo video lezione la grande capacità creativa che neanche il più navigato artista potesse mai esprimere. Abbiamo raccontato, costruendo un libro pop up, gli artisti e le opere degli ultimi cento anni, dall’impressionismo di Monet, all’avanguardia meno nota di Hundertwasser. Attraverso lo studio della geometria applicata al materiale, è stato quindi possibile creare dei motori di movimento usando le mani e l’ingegno. L’arte del libro in movimento è molto simile alla musica, partendo da un numero abbastanza limitato di meccanismi base, che potremmo paragonare alle note del pentagramma, si riesce a creare un numero infinito di possibilità fondendo con armonia i movimenti alla storia narrata. Ne è uscita una raccolta così bella che sembra voler spuntare fuori dalle pagine del libro da un momento all’altro. Sono orgoglioso ed in qualche modo “felice” di aver vissuto quest’avventura insieme a questi piccoli Artisti…..

Buone vacanze bambini” 

Maestro d’arte Daniele Gigli Scuola primaria Villaggio Scolastico Montessori di Roma.

Una interessante anteprima estemporanea in un’area di quelle auspicate nell’educazione diffusa, un’area che recupera l’intelligenza simbolica, libera e creativa da sempre negletta  e quasi atrofizzata nella scuola istituzionale oppure relegata a bricolage artistico educativo di tanti, troppi attori privati non sempre competenti e disinteressati. Una rivincita del pensiero divergente che in realtà permea anche tutte le aree di conoscenza ed esperienza e ne garantisce l’originalità e la libertà di ricerca, espressione, naturalità e legame con l’ambiente oltre ad una sana capacità critica e di positivo  dissenso. Si auspica che questa come tutte le altre aree esperienziali possano svilupparsi fuori dalle mura del reclusorio scolastico, nella vita reale, nelle città e nei territori.

Scrivono a tal proposito Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli in “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”:

“Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro. Niente come la cultura simbolica può entusiasmarli e vivacizzarli e al contempo vivacizzare il mondo intorno a loro, contribuendo a creare quel circolo virtuoso tra educazione e vita che nulla come l’educazione gaia e diffusa è in grado di promuovere.”

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La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili.

I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i dieci e i quattordici anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i quattordici e i diciannove anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe e agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi.

Meglio di qualsiasi parola ecco le letture creative dell’arte moderna e contemporanea dei bambini con le loro “carte magiche”. Oltre le costrizioni dei muri e degli schermi virtuali che sono solo un pretesto temporaneo e provvisorio.

Giuseppe Campagnoli 6 Giugno 2020

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Architecture Architettura edilizia scolastica Educazione Scuola Scuola italiana

L’architettura di una città educante. Sogni e segni.

E’ stato pubblicata alla fine del 2019, in versione e-boook e in stampa on demand la riedizione aggiornata ed ampliata del volumetto “Il disegno della città educante” del 2017 con un bel racconto di Liliana Sghettini intitolato “Tutta un’altra scuola”. La nuova edizione contiene dei riferimenti più puntuali alle esperienze di Giancarlo de Carlo e la sua Urbino, città educante ante litteram seppure mancata per colpa delle amministrazioni poco lungimiranti nonché a quelle ci Colin Ward e la sua educazione incidentale coniugata con una sorta di architettura dissenziente. Vorrei proporre qui degli assaggi in una sorta di reading-writing dove chi fosse interessato potrà anticipare i contenuti più significativi del volumetto. Uscito anche alla fine di Aprile un nuovo saggio a quattro mani di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli sul “come si può cominciare a praticare” concretamente l’educazione diffusa e costruire una città educante. E’ un utile strumento per chi volesse sperimentare le idee del Manifesto della educazione diffusa e provare a cambiare, oltrepassandola da dentro, la nostra disastrata e obsoleta scuola pubblica. Dalla teoria visionaria, ma non tanto, del primo saggio alla pratica del secondo, attraverso l’impegno ideale del Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha ricevuto in forte aumento di questi tempi emergenziali dove l’idea potrebbe essere vincente nell’approfittare per indurre una sottile rivoluzione educativa ed urbana.

Mai più edilizia scolastica.

“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mentori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, La città educante. Manifesto della educazione diffusa

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Il feticcio urbano.

Una città a dimensione umana e ambientale. Una città a espansione limitata e autodeterminata per evitare la violenza che si crea nelle eccessive agglomerazioni umane come sosteneva Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano: la città inabitabile, istigatrice di discordia.Le città, tuttavia, non sono fatte solo di manufatti edilizi e di residenze, d’infrastrutture e di reti tecnologiche. Sono luoghi pulsanti della modernità, ricche di capitale immateriale e di saperi, soprattutto perché sono fatte di vita vissuta di chi le abita e ci vive, e di chi, non residenti, le usa. Luoghi dunque in continua trasformazione, dove si produce in tutti i campi delle attività umane cultura e ricchezza economica, innovazioni tecnologiche e servizi avanzati al produttivo e alle persone. Ma le città sono anche luoghi d’interessi contrapposti, soggetti alla ferrea legge del mercato, generatori di conflitti, di disuguaglianze economiche e sociali, e di crescenti criticità ambientali. Mitscherlich, nel suo pamphlet, Il feticcio urbano, le ha definite luoghi inospitali, istigatrici di discordia.”

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La città. l’educazione, gli architetti, i mentori.

“La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

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“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

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   Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

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Un Manifesto dell’architettura diffusa?

“Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.”

Il racconto allegorico ” La scuola senza mura” che supera tutte le distanze imposte, mentali o fisiche che siano. 

Tutta un’altra scuola. Un racconto di Liliana Sghettini

“Sul dolce pendio di una bella collina si ergeva un paesino i cui abitanti vivevano felici. Dalle case affacciate sulla vallata si scorgevano i più bei tramonti che si fossero mai visti.A sera, un arancione intenso riscaldava i tetti e placava i cuori cosicché tutti potessero coricarsi sereni. La natura era rigogliosa e gli abitanti svolgevano lavori umili ma soddisfacenti: erano contadini, pastori, ciabattini, muratori e panettieri. In paese abitava una donna di nome Rosa che non aveva né famiglia né figli. Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, né quanti anni avesse. Gli anziani raccontavano che forse aveva origini divine. Pare che la Dea della saggezza, un tempo, abitasse in quei luoghi… Il paese era popolato da molti gioiosi bambini che ogni mattina, sgranocchiando biscotti appena sfornati, correvano nella scuola di donna Rosa. La sua però non era una scuola come le tutte altre: non c’erano le aule e neppure i banchi, ma c’erano le passeggiate nei prati; non c’erano le interrogazioni e neppure i voti, ma c’erano i racconti e le esperienze; non c’erano le vacanze e neppure gli scioperi perché i bambini amavano molto andarci. Che fosse autunno, inverno oppure primavera, donna Rosa li conduceva per vie, sentieri e campi: << Bambini, la scuola è il mondo!>> ripeteva sempre.

 Quei bambini non erano mai usciti dal loro piccolo paese eppure sembrava che conoscessero molto del mondo. Conoscevano il bosco e le sue creature, il fiume con i suoi pesci e conoscevano l’avvicendarsi delle stagioni, la terra e i suoi preziosi frutti. Dai racconti di donna Rosa fantasticavano di luoghi lontani e avventure affascinanti. Quei bambini erano tanto felici finché un giorno un gelido vento soffiò da nord avvolgendo l’intero paese e la sua gente. Donna Rosa intuì che non si trattava di un vento qualsiasi. 

<< Per oggi la scuola è finita.>> 

<<Rincasiamo bambini miei.>> 

A sera ne ebbe conferma quando vide un tramonto che non era il solito… Il mattino seguente solo alcuni bambini si presentarono all’appello ma donna Rosa non chiese spiegazioni. Radunò i presenti e partì per fare scuole nella via, come al solito. Lo stesso fu nei giorni a seguire finché solo un bambino di nome Giosuè, uno tra i più vivaci, si presentò all’appello. Donna Rosa lo prese per mano ed andarono a cercare gli altri. Nei viottoli e tra le case non incontrarono nessuno. I bambini sembravano addirittura spariti. Si vedeva giusto qualche anziano recarsi lentamente dal panettiere o verso la bottega delle carni. Donna Rosa suo malgrado continuò a sorridere. Poi un giorno anche Giosuè non si presentò all’appello e Donna Rosa rimasta sola, radunò le sue cose e se ne andò via chissà dove… In paese tutto continuò a svolgersi come prima, tranne la scuola. I genitori senza un apparente motivo avevano deciso che era arrivato il momento di cambiare. Un edificio scolastico venne inaugurato nella piazza principale. Le pareti erano tinteggiate di una bella vernice verde, ma non era come il verde dei prati. Le finestre erano piene di sole ma non era come quello nel cielo durante le passeggiate. La campanella trillava alle otto ma non era allegra come la voce di donna Rosa. I bambini parlarono con i genitori, volevano tornare nella scuola di Donna Rosa ma loro non vollero sentire ragioni. Avevano deciso e forse era giusto così… La scuola era solo studiare sui libri e le lunghe passeggiate erano oramai un lontano ricordo. Uno ad uno, pian piano, si intristirono… Qualcuno pensò di marinare la scuola e Giosuè, il più ribelle di tutti, smise addirittura di andarci. I suoi genitori erano naturalmente contrariati, Giosuè non si rassegnava al cambiamento.

<< Questa non è scuola!>> diceva arrabbiato <<Rivogliamo la maestra Rosa>> insisteva facendosi portavoce anche dei compagni meno coraggiosi. Poi un giorno, decise di scappare di casa.

<< È sempre stato un ribelle>> commentò il papà.

<< È un bambino intelligente>> lo difese la mamma.

Passavano i giorni e Giosuè non rincasava, la mamma era preoccupata, mentre il papà era convinto che prima o dopo, mosso dai disagi e dalla fame, sarebbe tornato con la coda tra le gambe. E invece Giosuè non tornò perché nel bosco aveva costruito una casetta sull’ albero e lì dormiva la notte cibandosi dei frutti che raccoglieva durante il giorno. La scuola di donna Rosa gli aveva insegnato a cavarsela da solo, più di quanto suo padre non potesse immaginare. Poi, un brutto temporale, abbattutosi d’improvviso sulla collina perturbò il bosco e Giosuè fu costretto a cercare un altro riparo. Dapprima intimorito, non sapeva dove andare ma poi ricordò di una grotta che donna Rosa, una volta gli aveva mostrato. Appena arrivato si accorse che qualcuno ci si era già rifugiato. Fece luce e con sua grande sorpresa vi trovò una donna, ricurva, che sonnecchiava adagiata sulle pietre. Si avvicinò e vi riconobbe donna Rosa.

<< Maestra!>> disse sconcertato. << Cosa ti è capitato?>>

<< Nulla, bambino mio, nulla.>>

<< Perché sei qui?>>

<< Perché ho terminato il mio lavoro.>>

<< Non è vero, ti vogliamo a scuola.>>

<< Caro bambino non si può fermare il cambiamento.>>

<<Certo che si può, se non ci piace.>>

E così dicendo la aiutò ad alzarsi.

Insieme tornarono in paese dove nessuno avrebbe mai immaginato di vederli nuovamente insieme. Gli adulti erano sgomenti, i bambini felici. Da quel giorno i genitori avrebbero ascoltato i loro figli scegliendo insieme una nuova scuola.”

Giuseppe Campagnoli

31 Maggio 2020

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Educazione Infanzia Scuola

Bimbi stregoni?

TRADUZIONE E PARAFRASI DI GIUSEPPE CAMPAGNOLI DALL’ ARTICOLO SU LIBERATION di GUILLAUME LACHENAL (HISTORIEN DES SCIENCES, PROFESSEUR À SCIENCES-PO (MÉDIALAB))

Sono stati reclusi per mesi e quelli che rientrano a scuola questa settimana saranno soggetti a protocolli degni di una sala operatoria. Che bisogno c’era di snobbare e sottovalutare prima e mettere a rischio e maltrattare i bambini poi, durante questa epidemia?

“I bimbi europei sono stati oggetto di un’enorme maltrattamento durante il periodo di confinamento. Ci si ricorderà della Spagna (o dell’Italia n.d.r.) dove sono stati sequestrati per due mesi senza la minima possibilità di uscire. Come scrisse il corrispondente di Libèration, nella scala delle libertà individuali erano sotto il gradino dei cani. Non pare sia andata meglio in Francia e sembra che la cosa debba durare per qualche settimana ancora: i pochi che rientreranno a scuola saranno soggetti a protocolli da sala operatoria e gli altri, se non saranno preclusi da parchi e giardini saranno comunque privati di scivoli e giostre mentre gioiscono sindaci prefetti e regioni perché le aree gioco resteranno comunque interdette. La nostra società della benevolenza diventa all’improvviso molto aggressiva. Come si può capire la relazione tossica tra la lotta contro l’epidemia e l’infanzia? Era già chiaro fin dall’inizio. Ricordiamo Macron il 12 Marzo:

” I nostri bambini e i nostri più giovani, dicono gli scienziati, sono quelli che diffondono più velocemente il virus” spiegava, ” e allora per proteggere e ridurre i contagi del virus nel nostro territorio bisogna chiudere le scuole”.

Il primo argomento, col senno di poi è risultato errato: i casi sono rarissimi a quelle età, come hanno mostrato anche gli studi cinesi, mentre i rischi sono comunque da contemperare ( è un principio di salute pubblica) con i rischi sanitari e sociali, quelli veramente forti, della loro clausura. L’altro argomento, quello di proteggere noi e gli anziani dalla minaccia epidemiologica che rappresentano bimbi e giovani è puramente teorico: se è chiaro che i bambini possono essere infettati ed infettivi è altrettanto chiaro che gli adulti se la son cavata da soli, da veri grandi, per far esplodere l’epidemia con gli aperitivi, la movida, i cori, i funerali, i matrimoni,  i raduni dei puffi, i call centers.. e l’hanno ben saputo fare! Si attende ancora, sei mesi dopo i primi casi, la benché minima prova che i bambini possano essere l’anello mancante nella dinamica dei cluster. Ed eccoci difronte ad un enigma: perché questa accusa largamente rigettata dal corpo insegnante è così centrale nel dibattito pubblico? Che bisogno c’ era di mettere a rischio e maltrattare i bambini durante questa epidemia? La storia qui ha un suo peso: Ebola nel 2014 il cui “paziente zero” sarebbe stato Emilio un bambino di due anni della Guinea che amava giocare troppo con i pipistrelli; l’esperienza dell’influenza dove le scuole avrebbero fatto da incubatrici o la più remota memoria terribile della polio, epidemia si disse trasmessa da bambini vittime e colpevoli ad un tempo. Ma  c’è un motivo antropologico più profondo per la messa in stato d’accusa dei bambini come origine e vettore di contaminazione della società e degli anziani in particolare.

La figura che forse tormenta la nostra ragione epidemiologica è quella del bambino stregone definizione che però non ha nulla a che vedere con quella rassicurante e prevedibile del “giovane” (delinquente, della periferia, etc..) nè con il concetto di capro espiatorio. Caratteristica tedesca fino al XVIII secolo (i processi di bambini d’Augsburg in Baviera e di Molsheim, oggi in Alsazia, che sfociarono in esecuzioni di ragazzi e ragazze a decine sono esempi famosi) il bambino stregone è un fenomeno moderno e paradossale che emerge in Europa nel momento in cui il bambino si afferma come un soggetto di diritto preso in carico e tutelato dalle chiese e dagli stati. Nel XVII secolo quando la caccia alle streghe si affievolisce il bambino cambia di stato: le vittime di ieri sono ormai sospettate di prendere parte ad un complotto malefico (spesso descritto anche come una epidemia) contro la società. Dagli anni ’90 il fenomeno si è amplificato in Africa, in particolare nel centroafrica. Dei bambini, talvolta molto giovani si ritrovano accusati, spesso all’interno della cerchia famigliare, di aver provocato malattie, incidenti o infortuni. Confessano pubblicamente i loro atti anche con l’aiuto di un pastore pentecostale e sono quindi bastonati, buttati in strada, talvolta anche uccisi, raramente “purificati” dai loro peccati. Il fenomeno è legato ad una crisi sociale profonda prodotta nella regione dagli effetti di una combinazione delle politiche di assestamento del sistema, dall’epidemia di aids e dalle guerre civili che compromettono le strutture familiari e le generazioni.

 

L’accusa ai bambini è la proiezione dello smarrimento degli adulti incapaci di assicurare la sopravvivenza in una economia, importata e imposta dall’occidente, tra le scorribande delle milizie, le guerre per i diamanti e tanto altro. Il bambino stregone  è la spia della  congiura di un mondo ribaltato dove il  potere magico, una volta  attribuito alle figure autoritarie, oggi è il segno di una gerontocrazia che affonda e si preoccupa. Noi dal canto nostro viviamo un tempo di morti in più, di corpi mal sepolti e di turbolenze tra generazioni dove i bambini, reucci rispettati di un tempo, ora rasentano i muri come dei vecchi impauriti, gli adulti si lamentano del loro infantilismo e gli anziani muoiono dietro dei teli bianchi. Vale per gli scolari mocciosi, come per i bambini stregoni:  sono proiezioni dei nostri scompensi, applichiamo loro dei protocolli sanitari assurdi, rituali impossibili di sanificazione di libri, di pennarelli e lavagne, procedure fantasiose per riprendere il controllo delle energie che ci sono sfuggite. Si sognano  braccialetti elettronici su di loro per agevolarne le “confessioni” mentre gli si attribuiscono  poteri che non hanno per scongiurare la nostra impotenza”

Dimenticati quando la priorità è il mercato e la sopravvivenza del mondo degli adulti, colpevolizzati ed esorcizzati come dei piccoli stregoni anche oggi,  in occidente come in oriente, quando ci si occupa finalmente di loro per segregarli di nuovo, controllarli, classificarli, addestrarli sotto stretta sorveglianza nei rinnovati e distanziati reclusori scolastici spesso eufemisticamente indicati come innovativi spazi di una bella edilizia scolastica fatta di corridoi e aule serraglio.

Giuseppe Campagnoli 15 Maggio 2020 

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Educazione Educazione diffusa Scuola Scuola italiana

È tempo di vera educazione diffusa.

Speriamo in un reale cambiamento coraggioso.

Ne sto sentendo un po’ troppe sulla scuola in questi tempi difficili e anche pericolosi. Si sparpagliano qua e là, le parole “educazione diffusa“, “città educante“ “scuola oltre le mura“ “scuola diffusa” spesso a sproposito e senza riferire le fonti o le origini delle idee in una confusa deriva spesso anche esibizionista che spero non nasconda un’ appropriazione selvaggia, distorta o annacquata dell’idea di educazione diffusa, facendo dimenticare la cifra radicale della versione originaria per contrabbandarla con qualche passeggiata in cortile, in piazza o in giardino o con contaminazioni non audaci ma decisamente azzardate in senso conservativo. Il nostro progetto è fuori dal solito recinto che raccoglie, seppure ai suoi margini, delle spinte innovatrici in genere non intenzionate ad oltrepassare l’attuale paradigma educativo. Il panorama di oggi sempre di più contiene o costringe molte esperienze, un tempo d’avanguardia, le digerisce e le omologa attraverso un certo establishment pedagogico, sedicente progressista, che le travasa spesso alla rinfusa in appelli, manifesti, reti, gruppi ed eterei gruppuscoli. Ne avevo già scritto preoccupato in tante occasioni anche prima dell’attuale emergenza. Mai però come ora si è scatenata una bulimia di interventi in campo scolastico, pedagogico, didattico, istruttivo, ludico, addestrativo. Vorrei citare per questo i riferimenti di alcuni articoli che già evocavano qualche pericolo di confusione , come utile promemoria e guida per una specie di autocritica collettiva. Insieme a me ne scriveva in perfetta sintonia anche il mio amico Paolo Mottana, il cuore della filosofia dell’educazione diffusa. I titoli emblematici raccontavano di compiti a casa, di bambini e ragazzi che abitano il mondo, di paure dell’educazione diffusa, di scuola immobile e del fatto che il radicale cambiamento non si riduce ad una semplice ripetuta uscita dall’edificio scolastico per fare sempre le stesse cose come in una specie di ora d’aria.

https://comune-info.net/sui-compiti-a-casa/

https://comune-info.net/che-bambini-e-ragazzi-abitino-il-mondo/

https://comune-info.net/chi-ha-paura-delleducazione-diffusa/

https://comune-info.net/la-gita-non-e-educazione-diffusa/

https://comune-info.net/almanacco-di-una-scuola-immobile/

Per una doverosa puntualizzazione e per rimarcare il concetto originale di “educazione diffusa”riepilogo in breve i capisaldi dell’idea attraverso alcuni passi del recente volume di istruzioni seguite al manifesto che in meno di due anni ha raccolto centinaia di entusiastiche adesioni attive.

E’ appena il caso di osservare come le nostre idee teoriche e soprattutto pratiche potrebbero mirabilmente aiutare nella fase di riapertura in sicurezza delle attività educative proprio scongiurando i pericolosi assembramenti di una scuola reclusa ed obbligata tra le quattro mura dell’obsoleto contenitore scolastico.

La pedagogia. (Paolo Mottana)

Esperienza ed educazione incidentale in un curricolo.

“Un curricolo come si può intuire, un po’ diverso. Parliamoci chiaro, se vogliamo costruire percorsi di apprendimento autentico, dall’esperienza, centrati sulla partecipazione e il coinvolgimento sociale, culturale, affettivo dei bambini e dei ragazzi, dobbiamo lasciarci alle spalle l’idea tutta scolastica delle discipline, almeno così come le abbiamo intese finora e di tutto il bailamme di prove, lezioni e interrogazioni che si trascina dietro. Basta con tutto questo e basta con un sapere fatto a pezzi, mutilato e inutilizzabile.
Il curricolo che vi proponiamo, del tutto riformabile, manipolabile e trasformabile è fondato su alcune grandi aree di esperienza le quali, peraltro, possono intrecciarsi continuamente. Ma è dovuto per amore di stile, e anche per dare risposta a una delle domande amletiche che corrugano le fronti di genitori e insegnanti che si affacciamo su questo nuovo orizzonte. Tenendo conto che ahinoi tutti abbiamo, come già detto, insieme alla storia e alle scienze, interiorizzato quella “scuola interna”, nocivissima, che ci fa percepire come incomprensibile e inutile tutto ciò che non sia ispirato dall’idea illuministica di discipline separate e irrimediabilmente incomponibili tra loro e soprattutto con le esigenze vitali di bambini e adolescenti.

  1. Area della natura: bambini e adolescenti necessitano, specie dopo l’avvento della civiltà industriale e del suo vessillo congestionato, la città contemporanea, di vivere esperienze in natura, o almeno di quella che è rimasta e che ogni giorno soffre di nuovi attacchi e distruzioni…
  2. Area del servizio civile: come noto, noi abbiamo messo fuori gioco i minori dal poter offrire il loro contributo alla vita e ai problemi sociali, trasformandoli così, invece che in ricchezza (so di far godere con questa frase qualche businessman dell’educazione) in pesi e in costi poco ammortizzabili (tranne ovviamente per il loro ruolo precipuo di consumatori). Ebbene invece noi siamo convinti che i ragazzi possano fare molto, in termini di aiuto, servizio e collaborazione in tante iniziative di cura e solidarietà…
  3. Area del lavoro: messi fuori dal mondo del lavoro per motivi anche nobili, oggi però i ragazzi hanno una possibilità e noi crediamo una gran voglia di fare cose proprio in quel mondo: il lavoro può essere anche un campo di esperienza straordinario, oltre che un luogo dove si subisce sfruttamento e oppressione. Noi vogliamo propiziare esperienze e quindi trovare soggetti che aiutino i ragazzi non solo a guardare ma anche a fare in modo istruttivo e gratificante vere e proprie attività di lavoro: ancora una volta nelle botteghe, nei ristoranti, nelle cucine, nelle aziende artigiane, nelle officine, negli alberghi, nelle attività creative (design, grafica, illustrazione, fotografia, video, ecc.), in aziende eticamente accettabili (lo sappiamo, argomento spinoso ma a nostro giudizio fondamentale, non si può sperimentare il lavoro dove si sfrutta o si produce merce che uccide o opprime o inquina il mondo, sorry)…
  4. Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro…
  5. Area del corpo: negletta e neglettissima, la regione delle esperienze corporee va assolutamente posta tra quelle da curare con maggior impegno nell’educazione gaia e diffusa, anche perché, per dire una ovvietà, bambini e ragazzi sono soprattutto corpo e i loro corpi vanno accuditi, lavorati, curati, formati, affinati: quindi, oltre allo sport, unica attività pagana concessa nei nostri istituti penitenziali, largo a tutto il resto: arti marziali (molto importanti per dare forma all’aggressività e all’eros, specie se arti effettuate in gruppi misti per genere), bioenergetica, massaggio, cultura e pratica dell’autoguarigione, yoga, meditazione, un’educazione sessuale all’altezza della loro età e delle loro giuste e focose esigenze, laicissima e articolatissima, esperienze acquatiche, boschive, aeree e terrestri (dall’arrampicata sugli alberi alla lotta nel fango). Dalle saune agli idromassaggi e così via, cercando tutte le risorse disponibili in zona…
    “Se poi nel programmare si valuterà che certi saperi giudicati indispensabili sono troppo sacrificati si potranno sempre predisporre laboratori o seminari specifici: che siano però giustificati fondatamente, non per far rientrare dalla finestra la “scuola tradizionale” giustamente cacciata dalla porta…

  • Organizzazione discreta

    Non ci si fasci la testa con l’ansia da programmazione. Qui, cioè nella gaia educazione diffusa, entriamo in un altro mondo. Si programma non per ore ma per esperienze. Voi direte, sì bravo però le ore sono ore… Ok, però attenzione: avendo a disposizione insegnanti con il doppio d’ore (sempre nel pubblico, ovviamente…
    “Comunque vanno progettate ampie attività o esperienze, tipo: per due mesi allestimento spettacolo teatrale tutti i lunedì e venerdì mattina. Oppure: lavori di manutenzione al giardino tutti i mercoledì pomeriggio. Oppure frequenza al corso di danza per due ore il giovedì nella seconda mattinata. E così via. La programmazione dovrebbe essere per unità macro anche per evitare le corse da un punto all’altro del territorio. Sapere che per una giornata si sta nello stesso posto è più rassicurante che doversi spostare in più luoghi diversi. Se questo accade occorre sempre lasciare ampi margini tra la fine di un’attività e l’altra.”

L’architettura (Giuseppe Campagnoli)

La città diventa educante

«Coraggio (o temerarietà), danari (poi non tanti…) e buon (o cattivo) senso

1. In una prima fase i centri storici e l’immediata periferia dovranno diventare totalmente pedonali e ciclabili disegnando una rete di linee sicure per bambini, ragazzi, anziani, disabili e comunque per tutti, guidate da colori e indicazioni chiare e stimolanti. Basta una delibera e un’ordinanza.

2. Accordi e convenzioni con vari luoghi (botteghe, orti urbani, agricoltori, musei, teatri, laboratori, centri sociali e di quartiere, residences di accoglienza di migranti ) che fanno da tappe durante i percorsi in città e campagna. Bastano accordi di programma, protocolli e intese promosse dai presidi e dai sindaci o da uno di questi.

3. Dovrà essere costruita nel tempo una rete di piste ciclabili e pedonali o ampliata dove già esistesse purché protetta dal traffico veicolare (con quinte di verde, paraventi mobili e strutture disegnata e costruita in modo partecipato. Il traffico veicolare va contenuto e ridotto drasticamente e progressivamente con ordinanze e determine per fermarlo ai limiti urbani e rurali magari costruendo degli hot spots di raccordo con terminal di bus elettrici, cicli e monopattini e piccoli tram urbani, nell’intento di rallentare i tempi e ricondurre la vita ad una forma sostenibile per tutti. Alla faccia della stupida corsa al profitto!

Molte città e molte associazioni hanno provato con convegni, progetti, iniziative a rendere autonomi i bambini e ragazzi nella città. L’unico grave difetto è averlo voluto fare dentro il recinto di spazi, di regole, di orari e programmi della scuola attuale senza pensare ad un suo ribaltamento seppure possibile anche dentro le norme attuali, con sperimentazioni e spazi dell’autonomia, con accordi e sinergie con chi gestisce e chi vive la città. Credo che solo dentro un progetto come quello dell’educazione diffusa si possa veramente liberare l’uso della città in funzione educante e fare sempre di più a meno di reclusori scolastici più o meno mitigati.

Quali sono allora i passi minimi da fare?

• Una o più scuole insieme a genitori, insegnanti, associazioni fanno un accordo con il sindaco, (o con il sindaco e il capo della moribonda provincia nel caso di una scuola secondaria di secondo grado) con associazioni di artigiani e mercanti, con i capi di musei, teatri etc. e preparano la rete delle “vie” e la mappa dei luoghi da connettere alla base (l’ex edificio scolastico, il nuovo portale, l’edificio pubblico o privato trasformato ad hoc…) ed eventualmente da modificare e riadattare con un piano a breve, medio o lungo termine.

• Le scuole , i docenti, le famiglie le associazioni, anche in seguito agli accordi col territorio trasformano, nel caso non vi fosse altra soluzione per un portale ad hoc, il reclusorio scolastico in una base aperta, senza aule e corridoi, senza uffici (espulsi altrove) ma con spazi comuni, aperti, biblioteche, auditorium etc.

• si rivoluzionerà il tempo scuola e il cosa-scuola applicando l’educazione diffusa, le aree di esperienza, i mentori e gli esperti, la libertà e la curiosità, la gaia ricerca e l’apertura delle menti di tutti, nessuno escluso, in un progetto-canovaccio da condividere e far partire per un anno intero di prova.

• la scuola, le famiglie, le associazioni, i municipi, i privati coraggiosi e non mercantili aiutano con oboli, tempo libero e contributi in natura, a sostenere l’iniziativa.

• In definitiva, per cominciare, ma solo per cominciare, si potrà costituire modularmente una splendida alleanza per organizzare e realizzare anche in piccolo una bella città educante”

Ben venga chi è desideroso di contribuire a questo progetto per migliorarlo, per integrarlo, per diffonderlo, per programmarne sperimentazioni e “prove generali” in diverse realtà territoriali magari approfittando della svolta che comunque la società dovrebbe virtuosamente avere nella fase di transizione dall’emergenza a quello che sarà il “dopo” e che tutti dovremmo contribuire a costruire diversamente, molto diversamente dal “prima”.

Giuseppe Campagnoli 1 Maggio 2020

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Telescuola

Avevo promesso di non scrivere nulla dopo l’articolo del 19 Marzo scorso, preferendo l’attesa attiva (ricerca, consulenze gratisetamorenaturae, adomandarispondo, preparazione frenetica per il dopo emergenza) e il defilamento rispetto all’iperattività a volte esibizionista di questi tempi dove la speranza è l’ultima dea ma molto, molto lontana. Un articolo e alcuni disegni e foto dei nostri cugini di Charlie Hebdo e Libèration mi hanno invece colpito, per le loro affinità e per la coincidenza con alcune mie idee non proprio popolari tra i pedagoghi conformi e di moda , tanto da indurmi a proporli in una parafrasi sintetica accompagnata da eloquenti immagini.

Benvenuti all’ Azzolina Academy

dal Testo originale di Jacques Littauer in versione « italica »

“Liceali che fanno girare degli screenshots dei loro professori presi durante i corsi a distanza; famiglie di cinque persone che si scannano per usare l’unico pc della casa; un insegnante che si stupisce dell’improvvisa partecipazione di una dei suoi allievi non capendo che sua madre le sta suggerendo le risposte…L’esperienza di “continuità pedagogica” imposta a tutti dalla ministra vira verso l’incubo.

Se molti politici credono che i professori non lavorino se non in classe, gli insegnanti delle elementari, delle medie e delle superiori vedono oggi l’impegno moltiplicato almeno per due. Non bisogna soltanto creare nuovi supporti elettronici per le lezioni ( testi, grafici, video..) ma bisogna anche relazionarsi individualmente con ogni allievo. Per non bruciarsi gli occhi davanti allo schermo tutto il santo giorno alcuni insegnanti stampano i compiti, li correggono, li scandiscono e li spediscono uno ad uno alle loro pecorelle. Quanto sa di veloce e trascendentale tutto questo!

olive-learning

Lo sapevamo. A partire dal 2010 c’è stata la follia dei MOOC (Massive Open Online Courses)!aperti a tutti. Ce n’era per tutti i gusti: da Harvard, Stanford, MIT, Moma e tante scuole e università pubbliche e private: d’un tratto sono diventati accessibili gratis a chiunque sapesse leggere, che avesse una presa di corrente e un computer. Tutti coloro che hanno sbattuto il muso sulle diete o sui corsi di pianoforte a distanza lo sanno bene: nessuno ci riesce bene da solo, senza alcun aiuto di altri allievi, senza scambi con il professore, senza vincoli di orario e senza alcuna efficace verifica o autovalutazione delle cose apprese. (ndr: ricordo con un moto di riso un corso del Moma sulla fotografia dove con accorgimenti vari potevi, step dopo step, arrivare al « diploma » senza aver appreso nulla. Costo 100 Dollari per diventare un non fotografo.) È così che il 90% degli allievi iscritti ai corsi on line abbandona strada facendo e che gli unici sopravvissuti sono quelli con più titoli di studio: siamo molto lontani dalla democrazia digitale. Senza contare che i vari MOOC, già in via di estinzione prima del COVID, costano milioni a scuole e università. Il Coronavirus sancirà definitivamente il falllimento dell’insegnamento a distanza e della sua implicita diseguaglianza sociale.

Per non agire malamente, indistintamente e in modo classista, ammesso e non concesso che si dovesse fare, ci si sarebbe dovuti concentrare almeno sugli snodi cruciali dei percorsi scolastici (così come sono nell’obsoleto contesto della scuola istituzionale) ma soprattutto sugli studenti in difficoltà riservando loro le attenzioni e magari ci si sarebbe dovuti occupare anche di alcuni luoghi educativi nella città: ( non è forse indispensabile l’educazione come il cibo, l’agricoltura, la mobilità, l’informazione, il farmaco e la salute?) luoghi diffusi ad affollamento zero ( le stesse distanze a vista delle file ai supermercati, alle edicole, alle farmacie, agli opifici “essenziali”,ai sentieri dei cani e dei padroni) da usare fin da ora con le stesse dovute precauzioni di distanziamento che continuano ad avere tutti gli spazi urbani ritenuti necessari alla vita. Si potrebbe fare contenendo i rischi con le regole che non impediscono relazioni interumane frattali di metro in metro.

E’ invece successo il contrario: i figli dei poveri o gli allievi in difficoltà sono letteralmente scomparsi e alcuni professori sono arrivati al paradosso di dare loro degli “zeri” fittizi nella speranza di ricevere un segno di vita. Ma per il Ministero tutto sta andando bene tanto che avrebbe appena lanciato, tra le righe di alcune ineffabili circolari, decreti e messaggi quasi da libro cuore, una specie di operazione “vacanza educativa” per una prolungata sessione scolastica molto virtuale, poco virtuosa e decisamente burocratica prevista dalla primavera fino a tutta l’estate. »

La scuola da un muro all’altro

Perché invece di non considerare miracolosa la scuola a distanza dentro nuovi muri non si pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per predisporre tutti insieme (famiglie, insegnanti, mentori, studenti, maestri e pontificatori psicopedagogici) il canovaccio di un bel progetto per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente ? Non sarebbe un anno perduto. Non più di questa scuola « irretita » e di pronto soccorso. Non perdiamo una occasione unica per non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini di un istituto che si pone gli stessi problemi burocratici, docimologici e classificatori perfino a distanza. Approfittiamo infine per aprire le menti dei bambini, dei giovani e non solo alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli per la vita e per la natura. Superiamo alcuni pannicelli caldi condivisibili solo in un contesto educativo come quello vigente (quel recinto di cui spesso ho parlato che mira a migliorare le cose da dove sono ma non a oltrepassarle) e che glissano elegantemente su concetti come l’esperienza, la conoscenza del mondo, la libertà in educazione. Questa è una riflessione che tanti (come avete visto non solo in Italia)stanno facendo anche per contrastare l’iperattività culturale e mediatica non sempre disinteressata e di una specie di mercato nero delle idee più disparate dei tempi difficili. In Italia ho l’impressione, e non appaia come una banalità, che chi non abbia vissuto personalmente, anche per uno scarto anagrafico di qualche anno, le scuole prima delle riforme dei primi anni ‘60 abbia perduto tanti dati esistenziali utili per riflettere sulla scuola oggi e che non si possono recuperare dalle storie di altri o dalla storiografia scolastica e dalle teorie pedagogiche solo accademiche.

Questa mancanza di fondo la percepisco in molti addetti ai lavori e a volte perfino in alcuni amici « di scuola ». È come se mancasse l’aver vissuto una parte essenziale di un racconto. E allora spesso non ci si capisce e si danno per scontate cose che non lo sono poi tanto così come si credono innovative idee che non lo sono affatto. Ma ora la svolta! Halleluiah!!! Habemus team! Istituito al ministero in queste ore, con grande eco e plauso tra gli innovatori, un gruppo di consulenti per l‘innovazione didattica e la formazione! Spero di non aver preso l’ennesimo abbaglio, anche se la presenza come esperto,dal nome singolarmente evocativo,di un già sottosegretario dell’ineffabile ministro leghista Bussetti non mi ispira nulla di buono. Ma non farò il solito pregiudizievole bastian contrario .Ci sarà chi finalmente contribuirà ad aprire la strada nella scuola pubblica all‘educazione diffusa e alla città educante? Si potrà finalmente dire di essere usciti dalla misera Buona Scuola e dai suoi perfidi strascichi? Finirà la visione pedagogica reclusoria e classificatoria mai di fatto cambiata dall’800 ad oggi se non con tante gattopardesche fintevgiravolte riformiste? Nell’attesa, che si spera breve, avvantaggiatevi leggendo le istruzioni! La speranza è sempre l’ultima dea.E poi, semmai, faremo da soli. Come spesso è accaduto. Letto, tradotto, parafrasato, trasposto, dissentito e sottoscritto da Giuseppe Campagnoli

8 Aprile 2020

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Almanacco di una scuola immobile. Re-censione

Nell’ennesimo almanacco, annuario della scuola di Micromega un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire.

La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate (la civica, l’artistica, la aziendale, la finanziaria, la linguistica…) delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, del latino che appare e scompare, delle improbabili “scuole senza”,”scuole con” dell’edilizia scolastica omnipresente, delle materie di cui non si può fare a meno.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata, pochi convinti che debba essere rifondata dalle basi del concetto di educazione magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e pannicelli caldi sparsi quà e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente…

Pochissime le eco che rimandano a qualcosa di più e di oltre. Pochissimo il coraggio di osare anche con il rischio di essere chiamati visionari o sovversivi, come lo erano, d’altra parte Freinet, Illich, Fourier, Ward, Freire…che non sono proprio diventati riferimenti di pedagogie alla moda declinate in troppi modi e in troppe versioni spesso contrastanti tra loro. Non sarebbe il caso di pensare finalmente ad un bel repertorio di buone idee e di buone pratiche? Ad un virtuoso ibrido di belle esperienze che ricostruiscano ex novo una scuola completamente diversa, completamente autonoma dal mondo economico attuale e magari diffusa in ogni ambito della vita e della natura?

Ogni sapiente, come spesso accade, deve dire la sua da un parziale, spesso scontato, punto di vista senza apportare nulla di nuovo e significativo nell’antologia delle prediche sulla scuola a cui ormai siamo terribilmente abituati da tanti decenni, forse fin dalla nascita della scuola pubblica.

Tante perle di saggezza scontata e inutile, a volte in buona fede a volte meno, da Raimo che rilancia l’educazione ad una generica cittadinanza, a Barbero eccellente storico ma improbabile pedagogo, da Galli della Loggia ed altri che fanno la storia di una scuola che non potrà mai proseguire, alle confessioni disperate di prof. che non riescono a capire che occorre ribaltare il tavolo, Scognamiglio che non pare uscire dal paradigma di una scuola che vorrebbe includere escludendo di fatto a priori anche linguisticamente, da Nardella che fa la descrizione implicita dei fallimenti di esperimenti spurii e isolati ad Affinati con le sue esemplari insulae di virtù educativa, alle scuole aperte ma non troppo di Oliva, alla felicità di essere connessi (dove? con chi? perchè?) di Vera Gheno, finanche ai luoghi scolastici belli ma pur sempre chiusi di Berdini. E così via ancora attraverso le scuole pop, la società ottusa e analfabeta di una nuova oclocrazia, gli italiani e le storie, il latino, le note e la lingua fin dalla culla… Il tutto sempre in questo attuale confuso e obsoleto paradigma ideale e reale della scuola.

Una delusione cocente e crescente, soprattutto se penso a ciò che faticosamente si sta muovendo al di fuori di questo dorato recinto della solita speculazione educativo-didattica-didascalico-formativa e parapsicosociopedagogica e che spesso è sconosciuto, misconosciuto, boicottato, minimizzato, quando non ostacolato e ghettizzato. Tutto questo ci dice che occorre più che mai osare ed oltrepassare la scuola lasciando da parte i soloni e i mediatici che parlano di tutto e di niente senza offrire nessuna idea veramente rivoluzionaria e globalmente praticabile anche da subito, sicuramente con meno risorse inutili e sprechi diffusi e con più gratificazione per tutti, insegnanti compresi, che per primi rinascerebbero per primi ad un nuovo ruolo sicuramente più remunerato e più riconosciuto oltre che appassionante. C’è chi ci sta credendo molto e si sta dando da fare, anche da dentro il sistema.

Se siete masochisti e volete versare lacrime amare sul futuro dei nostri giovani e sulla capacità delle genti di leggere e capire la realtà leggete questa mirabile antologia di detti e contraddetti, di pontefici del sapere e del non volere, di mirabili saggi onnipresenti sulla scena abusata degli affabulatori di scuola. Magari vi verrà un sussulto di orgoglio e di disgusto insieme che spinga verso un reale superamento di tutto ciò che rende la scuola a volte vecchia, a volte inutile, a volte pericolosa, a volte perfino grottescamente paradossale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2020

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Architettura edilizia scolastica Educazione Scuola

Un altro treno per l’educazione diffusa?

L’architettura della città educante a Pontedera.

Un corto di sintesi dei contenuti dell’intervento

Il 22 e 23 Novembre scorsi a Pontedera si è svolto un interessante confronto sugli spazi dell’educazione promosso con il Convegno “Mani operose, teste pensanti” dal Centro di Ricerca Educativa e Didattica Valdera che coinvolge una rete dei comuni della val d’Era dedicata ai “servizi” educativi oltre che culturali di quel territorio. Ho partecipato, invitato, con un intervento sull’architettura della città educante fondato sull’idea di oltrepassare la scuola verso l’educazione diffusa. In molti momenti mi sono sentito quasi un infiltrato, circondato da relatori “riformisti” dentro il recinto della scuola istituzionale, con timide e, a volte, un po’ superficiali avanguardie che prospettano cambiamenti solo estetici o di facciata. Da qualche sporadico segnale comunque ho potuto percepire una certa voglia di andare oltre le solite riforme. Perfino nell’intervento promettente del ricercatore esperto in ambienti di apprendimento dell’Indire, partner della manifestazione, ho trovato germi di risveglio.

Che si siano accorti che occorre una vera e propria rivoluzione e non i soliti palliativi? Glisso sull’intervento della rappresentante della “Scuola senza zaino“ che liquida quelli della educazione diffusa come visionari ricordando pedantemente le cifre delle scuole prive di zaini.

Spazi “innovativi” per una didattica “innovativa”. Immagini dal sito pubblico delle “Scuole senza zaino”.

Come se i cosiddetti “visionari” non abbiano generato nella storia dell’educazione esperienze mirabili e veramente rivoluzionarie. Glisso pure su quello dell’architetto che gioca, compiacendosene assai, con le parole, le immagini e gli spazi educativi “centrifughi e centripeti”, mentre ho apprezzato molto gli spunti di alcuni testimoni della trincea educativa che auspicano, in fondo, il superamento di una scuola reclusoria, del controllo, della gerarchia e della rigidezza, a favore della libertà, del movimento, della corporeità, dell’arte e del pensiero cosiddetto “divergente”.

Persiste comunque, ahinoi, la tendenza a pensare che il cambiamento passi per lo spostamento di mobilio, le nuove tecnologie digitali, il colore alle pareti, i banchi, le sedie e le cattedre moderni ed ergonomici, le boutades del design onnipresente o l’autodeterminazione di ambienti comunque chiusi e controllati e alla via così. Ho cercato, alla fine di una estenuante pletora di interventi compressi in un pomeriggio, di lanciare il messaggio dell’educazione diffusa attraverso l’idea dell’architettura di una città e di territori interi che diventano essi stessi scuola. Qui di seguito alcune immagini delle mie provocazioni.

Alla fine, la sorpresa di aver suscitato un forte interesse e una evidente attiva curiosità negli appassionati membri e volontari del CRED come pure in un sindaco rappresentante dei comuni della rete educativa. Mi ha preso in disparte e mi ha testualmente confidato di aspettare da tempo un’idea come quella della città educante, per progettare di applicarla all’ insieme di comuni, di scuole, di luoghi culturali e sociali del suo territorio. Se son rose.. Conservo qualche timida speranza che vedo coltivarsi in potenza anche dentro esperienze come il CRED, in tante parti d’Italia e non solo. Le domande ancora inevase sono quelle che l’architetto mirabile Giancarlo de Carlo si poneva sulla rivista di Harvard nel 1969 : “È necessario costringere la scuola in una istituzione ad hoc? L’attività educativa deve svolgersi in un edificio appositamente progettato e costruito? Entrambe le risposte continuano ad essere negative.

Giuseppe Campagnoli 27 Novembre 2019

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La scuola non basta

La scuola non basta

La scuola non basta, non è mai bastata. Violenza, intolleranza, egoismo, sfruttamento, emergenze climatiche e ambientali, dipendenze, criminalità piccola e grande, degrado urbano e territoriale, diseguaglianze. La scuola non basta per uscire dal recinto che contiene ed alimenta tutto questo. Diffondere capillarmente l’educazione potrebbe avviare una rivoluzione persistente e alla fine in qualche modo risolutiva. I dialoghi e i discorsi nei bar, nelle piazze, nei centri commerciali, sul bus, a tavola, al lavoro, dal dottore segnalano una drammatica emergenza libertaria ed educativa dentro e fuori , in ogni luogo, anche culturale, se e quando la cultura è solo moda, intrattenimento, mercato. I luoghi si degradano e con essi le persone che li frequentano ma non li vivono nè li trasformano. Non basta fare convegni, raduni, gruppi, eventi e kermesses spuri e variegati sul clima, sulle migrazioni, sulla sicurezza, il lavoro, la salute. Non basta più e sovente resta solo  un coacervo di lamenti collettivi, promesse, slogans, piccoli angoli di autocompiacimento, buone intenzioni di cui si lastricano ogni giorno  pericolosi e infernali sentieri, viottoli, strade e stradelle. Non è pessimismo  ma sano realismo e ottima spinta  verso una convergenza, di coloro che resistono e vogliono un cambiamento radicale e salvifico, in un unico sforzo che tragga linfa dalla rifondazione della società in un progetto educativo da cui può nascere una vera rivoluzione. Si mettano insieme le buone idee e le buone pratiche senza etichette e bollini, senza sponsor ma con risorse vere e consistenti, umane e materiali. Tante storie ho letto e vissuto che poi restano lì dove sono nate e spesso finiscono senza contaminare e contaminarsi felicemente altrove. Tante belle esperienze non si conoscono o se ne avverte qualcosa troppo tardi. Tantissime scuole. tantissimi insegnanti e studenti, tantissime genti disorientate e irretite vorrebbero trovare la strada insieme per uscire da questo labirinto senza fine in cui ci tiene chiusi un mondo irreale e artefatto gestito e ordinato altrove.

Rieducazione diffusa

Come si recupera più di mezzo secolo di mala educazione  che ha ridotto le persone schiave di chi le vuole sottomesse e senza pensiero? Come si fonda un futuro di buona educazione diffusa per una nuova vita di persone libere, solidali, eque e appassionate ?

Partendo dai luoghi del vivere. Tutti, nessuno escluso e nessuno privilegiato. Partendo da mentori e maestri, tanti, diversi appassionati, bravi e diffusi, o meglio, sparpagliati in ogni angolo, in ogni tempo del giorno e della notte.

Partendo da quei mentori e maestri che già sono in tanti di noi e che solo uscendo da gusci e recinti istituzionali o ingannevolmente innovativi potranno mettersi a disposizione di una collettività disorientata e disillusa , arrabbiata e violenta, preda di tanti pifferai incantatori. Mettersi a disposizione anche quotidianamente, informalente, magari accanto alla scuola che si trasforma e si libera, nel loro piccolo e  intorno bisognoso di tanta controeducazione.

Partendo infine dal mondo per esplorarlo, farvi esperienze e da queste apprendere ciò che piace e ciò che serve, a noi e alla comunità. Non ad altri o per altri. Soprattutto non per chi vorrebbe dominare su tutto e su tutti con il potere, il denaro e i falsi miti.

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Una risata  seppellirà questo mondo morente?

“Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica e soffocante. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita, anch’esso diffuso e cresciuto nelle penultime generazioni . La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato tanti governanti al potere e che forse porterà anche i prossimi, i peggiori in assoluto, finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, degli sfruttati, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.”

“Proseguiamo per questo sulla  strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero, giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che gigioneggia ma agisce in modo decisamente reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento. Solo cosi molti riapriranno gli occhi e le menti liberandosi dall’influenza nefasta dei bravi suonatori di Hamelin nelle istituzioni, nella “cultura”” e nella politica. Tanti mentori “condotti” e riconosciuti potranno guidare e supportare uno spontaneo e collettivo, a volte inconscio, desiderio di educarsi magari disobbedendo e resistendo, cercando nuove vie di conoscenza e nuovi modi di vivere più liberi ed eguali.” Dall’educazione è sempre nato tutto il resto. Nel bene e nel male.

Giuseppe Campagnoli in varie date e in vari luoghi.

 

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L’educazione diffusa si potrà fare solo tutti insieme

Nel panorama delle iniziative e delle condivisioni sul tema della educazione diffusa e della città educante credo si stia facendo ancora un po’ di confusione, muovendosi tra le esperienze in atto delle cento scuole e scuolette private e parentali, del bosco, della campagna, della radura e i filoni storicamente consolidati come le scuole Montessori (con diverse etichette spesso contrapposte), il movimento di cooperazione educativa, le scuole steineriane, quelle ispirate a Don Milani et coetera.

Per il mio punto di vista, che oltre ad essere quello di un uomo che nella scuola ha passato una vita in ruoli diversi è anche quello di un architetto che ha una visone pedagogica e formativa di una possibile evoluzione della città e del territorio, l’educazione diffusa è una specie di repertorio ragionato ed assolutamente integrato di tutte le buone esperienze presenti e passate  in una nuova, rivoluzionaria e complessa visione, di tutto il moderno, il non classista e antimercantile che persiste nelle varie teorie e nelle varie esperienze sparse per il mondo. Una costante tra le nuove e le vecchie idee, seppure ancora innovative, dovrebbe essere quella di proiettare, non occasionalmente, ma definitivamente, l’educazione fuori dai luoghi istituzionalmente e burocraticamente dedicati e a considerarla totalizzante, libera da programmi, discipline, orari, classificazioni, esami e funzioni che non siano quelle della crescita e dello sviluppo della creatività e della curiosità della persona che solo così potrà anche apprendere per sé e per la comunità. Al tempo stesso che l’educazione e la scuola (se vogliamo ancora chiamarla così) siano scevre da etichette, bolllini, sponsors, coacervi settari e imprimatur di vario genere. Tutti i movimenti e le iniziative che si ispirano liberamente, ma condividendone il senso e i principi, al Manifesto della educazione diffusa  fanno dei passi avanti verso la città educante e una educazione veramente rivoluzionaria. E’ allora indispensabile che accanto alla trasformazione dei luoghi della città avvenga, gradualmente ma radicalmente, una trasformazione del concetto di educazione  senza equivoci e possibilmente in modo collettivo anche quando si avviano dall’interno della scuola pubblica o delle istituzioni che rappresentano e governano le città e i territori.

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Mi piace pensare che in campo educativo non sia utile nè serio dividersi in tante teorie, piccole o grandi sette, iniziative spurie, a volte effimere e a volte ridondanti, presuntuose e che spesso presentano caratteri di conservazione, di élite, per esibire le proprie etichette e i propri marchi o bollini nei convegni, nei seminari e nel confronto pubblico, come pure nella realtà scolastica. Come gioveranno tutte queste kermesses al cambiamento dell’educazione e della città che in sostanza mi pare siano ancora le stesse e in qualche caso anche peggiorate? Mi parrebbe più saggio cercare e trovare punti di incontro solidi e reali per rifondare, con il contributo di tutti, un pensiero educativo rivoluzionario, multiforme ma non contraddittorio o decisamente datato o autoreferenziale. L’apporto culturale e teorico ma soprattuto concreto di tante esperienze storicamente emergenti o nascostamente diffuse è fondamentale e indispensabile per ripartire e far nascere  l’educazione del futuro, quella che rispetto a quella tradizionale e istituzionale noi amiamo chiamare Controeducazione.

La strada è lunga, ma occorre almeno imboccarla, tutti insieme. Siamo ancora nella piazzola di partenza dopo due anni dall’uscita del Manifesto della educazione diffusa e dopo tre dalla pubblicazione del libro  che lo ha ispirato e che, con il valore di  fare tesoro di tanti apporti teorici importanti, ha lanciato l’idea dell’educazione diffusa in una città educante.Facciamo tutti uno sforzo di sintesi e di proposta unitaria per non disperdere delle belle idee e delle belle esperienze in cento rivoli facilmente fagocitati o emarginati dalla scuola padronale e governativa che sovente finge di essere o provare a diventare innovativa.

Giuseppe Campagnoli 7 Ottobre 2019

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Tra le righe di Fourier, Freinet, Ward

 

Rilettura di un architetto della città educante tra le righe di Charles Fourier, Celestine Freinet, Colin Ward.

Per questo non c’è bisogno di precettori. Riflessioni e memorie da un interessante articolo apparso tempo fa nel blog di filosofia di Laurence Bouquet e degli allievi del Liceo Xavier Marmier di Pontarlier: “L’enfance du désir, le philosophe Charles Fourier et la question de l’éducation” 

Aldo Rossi la città analoga

L’educazione diffusa e la città educante sono figlie e sorelle di tante maestre e maestri. Quelli a cui mi piace riferirmi di più, anche per esperienza personale, sono proprio Charles Fourier, Celestine Freinet e Colin Ward, per il loro essere sovversivi nella concezione della vita e dell’educazione. La parola chiave sembra essere la “passione” nell’esperienza, nella ricerca, nell’apprendimento e nella crescita. Allora come oggi, mutatis mutandis le persone sono animate dalle medesime passioni: ambizione, invidia, desiderio di ricchezza ed onori, ricerca di piaceri di ogni sorta. La loro indiscriminata repressione, il freno imposto a favore della ragione a tutti i costi impedisce alle passioni di svilupparsi in senso positivo e in direzione dell’umanità e dell’armonia sociale. Il mondo cosiddetto civilizzato cammina “sulla testa” e le passioni vere e sincere potrebbero distruggerlo soprattutto quando sono fondate sull’empatia e sul rispetto delle persone libere e non delle regole e delle ragioni. Costruire una società o una architettura secondo dei paradigmi imposti comporta assenza quasi totale di libertà, di passione, di esperienza e di creatività. Per questo non c’è bisogno di precettori nè di luoghi dei precetti, come non c’è bisogno di regole e tipologie per pensare e costruire i manufatti (manu-fatti!) del nostro vivere. L’educazione e l’architettura debbono essere processi appassionati e collettivi. La società invece ci pone difronte a valori decisamente contrastanti: quelli dei maestri, come la morale e il sapere e quelli della famiglia, come l’ignoranza e il danaro. Anche la città si trasforma e si evolve in queste contraddizioni in una sintesi perversa dell’agire ciascuno contro tutti, dove man mano che si cresce non si è più capaci di uscire dalla società a cui si è condannati dall’economia, dall’educazione, dalla forma e dalla sostanza dell’ambiente in cui si è costretti a vivere. La passione, il disinteresse e la voglia di fare dell’infanzia dovrebbero permeare tutte le età e diventare il carattere essenziale di una educazione diffusa ed esperienziale così come l’impeto e il sapere indotto dal fare che ispirava i costruttori delle cattedrali gotiche e delle città medievali come delle architetture collettive aborigene di ogni parte del mondo. Al contempo diventa essenziale il legame tra generazioni, un legame non di tradizioni e ricordi ma di esperienze comuni, di mentori reciproci.

La città sostenibile

Le cose umane passano attraverso il tempo e si interpolano mirabilmente per ingenerare attraverso l’armonia continue novità generate da passione e curiosità da ricerca indietro e vanti nel tempo.

“A l’inverse l’harmonie engendre la nouveauté, elle met les institutions au service du désir ou plutôt des passions multiples, elle ne soumet pas le désir aux institutions. Elle n’impose pas à l’homme une seconde nature qui tout au plus dissimule les penchants qu’elle prétend combattre. L’éducation sociétaire ne contraint pas la nature, elle l’accompagne. Il s’agit non de transformer l’individu, mais de tout faire pour empêcher l’arrêt de son développement naturel. La nature chez n’est pas une essence fixe permettant de définir l’homme ; il la conçoit plutôt comme un principe de production du divers à partir des  passions fondamentales qui nous habitent.”

Non bisogna sottomettere il desiderio, la passione e la curiosità alle istituzioni perchè l’educazione non deve coartare la natura ma assecondarla e consentire all’uomo di svilupparsi non di trasformarsi ad uso e consumo di qualcun altro. L’educazione non può imporre un fine prestabilito e preordinato ma scoprire e attualizzare le infinite possibilità dell’essere umano senza selezioni e senza costrizioni. Perfino la suddivisione classificatoria tra infanzia adolescenza ed età adulta è una povertà semantica che maschera realtà ben più complesse e intrecciate.       « Nourrissons et nourrissonnes 0 à 9 mois, poupons et pouponnes 9 à 21 mois, lutins et lutines 21 à 36 mois, bambins et bambines 36 à 4 ½ ans, chérubins et chérubines 4 ½ à 6 ½ ans, séraphins et séraphines 6 ½ à 9 ans, lycéens et lycéennes 9 à 12 ans, gymnasiens et gymnasiennes 12 à 15 ans, jouvenceaux et jouvencelles 15 à 19 ans »

Marciapiedi diffusi

Celestine Freinet propaga, espande ed applica tutto questo nella sua “pedagogia sovversiva” per non svilire il gusto innato di apprendere dentro schemi preordinati e muri fisici e mentali. E allora esperienza,studio e ricerca fuori dalle mura scolastiche, apprendimento condiviso e reciproco,autoorganizzazione della vita collettiva con attenzione alla singolarità di ciascuno (per inciso la mia formazione elementare con i miei maestri di casa, di bottega e di vita) cercando di non separare l’educazione dalla vita e quindi la scuola dalla vita. In una frase tutta un’ idea di educazione: «Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessantissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?»

La classe. Celestine Freinet

Le stesse domande e pressappoco le stesse risposte in Colin Ward che singolarmente era un architetto, un amante del fare arte, un insegnante, un direttore di scuola, un figlio di maestri proprio come colui che scrive. L’incidentalità dell’educazione oltrepassa le barriere delle istituzioni “famiglia” e “scuola”. per le strade, nei boschi,negli spazi di gioco, sui bus, nei negozi e nelle botteghe, nelle campagne e e nelle officine si trovano i luoghi vitali pieni di opportuinità educative straordinarie.La creatività, l’intraprendenza, la passione sono i motori dell’apprendere non strutturato e non programmato “sulle” persone per gli scopi spesso venali delle istituzioni. “I moderni sistemi scolastici hanno isolato ogni forma di sapere esperienziale, hanno standardizzato e unificato i profili di uscita degli studenti, hanno omologato criteri e metodi di valutazione che pesano fortemente sull’insegnare e sull’apprendere” (Francesco Codello in “L’educazione incidentale Eleuthera Milano 2018)

Da tutto questo e tanto altro nel 2017  l’educazione diffusa per una città educante 

Giuseppe Campagnoli 23 Settembre 2019

 

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Italiani: un déjà vu?

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Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani del 2019

Ma qual è oggi la “classe ristretta” di cui parlava Leopardi nel 1824? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”? Ci sono nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza. Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si adula nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttore di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco o diventano gli oggetti di carità ed elemosina mentre chi si è procurato ricchezze quasi sempre sfruttando gli altri predica la tolleranza e la solidarietà, ma anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse anche a chi non le ha mai pagate, il liberismo invece del liberalesimo, il populismo al posto della democrazia partecipata. E’ nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia come esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza quando questa è plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare le minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi “oppi dei popoli” che citava Leopardi: ..le chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

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Singolari affinità elettive verso l’architettura della città educante

Ricordo le tappe importanti e un po’ autobiografiche del percorso verso la negazione dell’efficacia dell’edilizia scolastica nell’educazione diffusa, a favore di una intera città educante. Da Aldo Rossi a Giancarlo De Carlo e Colin Ward, ho ritrovato le idee di una architettura “medievale” della città  tra apparenti contrasti e sublimi affinità.

Prendo spunto da passi della  relazione della mia tesi di laurea (1973) e del primo dei rari progetti di edilizia scolastica (1977)  realizzati nella ondivaga carriera di architetto “condotto” , passando attraverso brani dei saggi fondamentali, per raccontare la marcia di avvicinamento all’architettura della città educante che troverà presto un esito in una specie di breviario utile a suggerire modi per realizzare l’educazione diffusa in una città concepita come educante senza appositi reclusori scolastici. Dell’edilizia scolastica e dei suoi anfitrioni pedagoghi e progettisti ho già detto abbastanza anche nelle loro versioni più o meno avanguardiste. La mia storia è la prova di un cammino di idee sulla città e sulla sua capacità di educare chi la vive senza bisogno di costruire manufatti frutto anche di funzionalismi ingenui o in mala fede.

Dalle  relazioni dei progetti

1973. Intervento sulla città di Chieti.

“Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”

1977. Progetto di Scuola Media a Villa Teresa di Recanati:

” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”

1997. Progetto di restauro e ridisegno dell’Istituto d’Arte di Pesaro:

” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…”  “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”

2009. Concorso internazionale Open Architecture Network. An artistic Classroom:

L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…

Dai saggi

2007. Franco Angeli Milano. “L’architettura della scuola”:

“ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.  “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

2014. ReseArt Pesaro “Questione di stile:”

“Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… “

2015. ReseArt Pesaro. “Oltre le aule”:

“La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca, gli uffici e i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”

2017. Asterios Editore. Trieste. “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”:

“Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e  il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…

L’autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, una mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti, sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua di segni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera  città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali ma credo che avessero in mente già una intera città educante.

Giuseppe Campagnoli 13 Luglio 2019

 

 

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Roma VII Municipio: intorno all’educazione diffusa.

 

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Un bell’incontro di autoformazione sul tema della comunità per l’educazione diffusa  il 30 Maggio scorso a Roma presso il centro di aggregazione giovanile Scholè del VII Municipio di Roma nell’ambito dell’iniziativa Comunità educante diffusa promossa dall’assessore Elena De Santis.

L’dea di città educante per oltrepassare la scuola di oggi è stata illustrata presentando i contenuti del Manifesto della educazione diffusa, nato ormai tre anni fa e concretizzato in un appello pubblicato nel Luglio 2018 e sottoscritto da oltre 400 persone della scuola e della società civile. Gli interventi teorici del pedagogista Vincenzo Piccione e dello psicologo Filippo Pergola oltre a quelli esperienziali di esponenti di istituzioni e associazioni che si occupano di educazione nel territorio del municipio, hanno fatto da corollario all’essenza dell’incontro, tutta incentrata sul concetto di città educante, chiave di volta della trasformazione dell’attuale paradigma scolastico in un’accezione libertaria, aperta ed in una comunione progressivamente integrata con la città, per contribuire alla sua trasformazione in un luogo accogliente e vivibile, inclusivo e tollerante, occasione di apprendimento, crescita e formazione in ogni suo spazio e attività e in ogni momento della vita.

Personalmente ho potuto apprezzare la varietà di idee presenti nei contesti amministrativi locali che si declinano a volte in modo anche opposto in relazione al territorio in cui operano, contraddicendo, in positivo e inaspettatamente, certi luoghi comuni sulla monoliticità ideologica di certi movimenti del cosiddetto “nuovo che avanza”. Provenendo da un piccolo comune amministrato dalla stessa compagine politica ho constatato come profondamente differenti e piacevolmente contraddittorie possano essere le azioni e le iniziative in campo educativo  in luoghi e situazioni diverse. Le persone e la loro esperienza spesso fanno un’ enorme  differenza nell’approccio con la realtà e la volontà di rivoluzionarla, tanto da non riconoscere a volte la comune origine politica di chi opera e amministra.

1270136e-0839-4d5e-bc80-10eba06dfb01-1.jpgFoto  tratta dalla pagina  della Comunità educante del VII Municipio

Dall’incontro sono emersi punti di vista comuni sul concetto di educazione diffusa che non è uno slogan o un titolo per troppi racconti apparentemente simili ma profondamente diversi. E’ piuttosto una modalità di lento ma forte  ribaltamento dell’istituzione scuola e del concetto di educazione, di istruzione, di formazione decisamente opposti a quelli attuali, ancorché tendenti ad una specie di timida riforma o ad innovazioni che tali in fondo non sono anche per la loro natura teorica e metodologica troppo legata ai paradigmi della società post industriale e mercantilmente tecnologica. Per non dilungarmi vorrei lasciare spazio ad una specie di sintetico report testuale ed audiovisivo del bel pomeriggio dedicato alla diffusione della educazione in una città da trasformare partendo da una prima declinazione sperimentale dell’educazione diffusa.

I principi «attivi», concreti e  fondanti del Manifesto della educazione diffusa si possono   condensare in qualche riga essenziale:

  • L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.
  • L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.
  • L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.
  • L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
  • Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

 

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Da qui anche qualche suggerimento immediatamente operativo:

Strutturare percorsi didattici per macroaree tematiche trasversali e integrate nei diversi linguaggi che stimolino la partecipazione in senso creativo attraverso l’esperienza nel tessuto culturale e sociale di riferimento superando progressivamente la fittizia ripartizione in discipline, le misurazioni, la competizione, i tempi rigidi e contingentati. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali..

Elaborare insieme ad altri soggetti ipotesi di architettura per trasformare gli spazi individuati nella città educante in luoghi di apprendimento. Avviare sperimentazioni che includano una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta” trasformando ed aprendo gli spazi scolastici da ridisegnare come “portali” educanti che possano essere cogestiti anche da genitori e realtà sociali.

 

Stimolare e promuovere politiche di cittadinanza per bambine/i e ragazze/i in ogni settore della vita sociale ed istituzionale nella città.

 

Dedicare parte dei percorsi educativi alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione ed agli esercizi di dialogo interiore attraverso l’animazione, il teatro, la musica…

Educazione diffusa al VII Municipio

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2019

 

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La scuola. Una scuola. Quale scuola?

 

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“Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.”

Come contraltare avvilente alle nostre idee sulla necessaria rivoluzione in campo educativo che vuole essere il prodromo di una rivoluzione più ampia in campo sociale e culturale è divertente annotare, a partire dalla vacua sezione riguardante l’istruzione del famigerato “Contratto di governo”, i passi che si stanno facendo in questo campo delicato e importante della vita delle persone. L’aveva annunciato l’ineffabile ministro che non ci sarebbero state rivoluzioni. Si sta dimostrando  più realista del re anche nel lasciar mano libera sulle cose del suo dicastero agli altri ministri “competenti” (?). L’alternanza scuola-lavoro che è sopravvissuta in forme diverse e forse peggiori, il concorsone per i docenti di storica formulazione, l’educazione civica che aggiunge una materia al già intasato coacervo disciplinare e diventa quasi la summa della pletora di “educazioni” tanto care all’establishment scolastico vetero e  neodemocristiano, l’abrogazione di regi decreti sulla disciplina alle elementari che da tempo non avevano, di fatto, alcuna efficacia e via così con tante altre perle tese a lasciare le cose come stanno o, nel segno del cambiamento, a peggiorale come le telecamere nelle scuole, l’ennesima giravolta sulle regole dell’Esame di Stato alla fine della scuola secondaria di secondo grado, i contentini parasindacali alla classe docente-elettrice e alla via così.. Chi intravvede dei segnali positivi e di cambiamento anche se minimi credo stia prendendo dei forti abbagli o è caduto ingenuamente nella trappola del guardare il dito al posto della luna indotto dalle grandi capacità di propaganda dell’accoppiata improbabile che ci governa, capacità caratteristica da sempre della furbizia politica. Ultima perla è l’educazione civica che nelle scuole sta per diventare l’ennesima materia classificatoria e prescinde dal fatto che intere generazioni di genitori a partire dagli anni ’60 siano state decisamente abbandonate e forse anche incentivate ad usum delphini nel loro neoanalfabetismo crescente e ahimè inconsapevole (non il saggio “hoc unum scio, me nihil scire “).Questa ignoranza diffusa (diffusa lo è di sicuro!) che lo stesso Gramsci (che aveva un’idea di scuola come riscatto comunque legata ai suoi tempi) temeva molto come veicolo di controllo del potere, non si è configurata solo nel campo dell’istruzione di base ma anche negli aspetti civili, umani e sociali e si spinge anche oltre  creando illetterati perfino con lauree e specializzazioni, come avviene peraltro anche in altri paesi d’Europa e del mondo che spesso questa società mercantile porta addirittura ad esempio (vedi OCSE-PISA) di eccellenza educativa e scolastica.

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Nei prossimi cinque anni, secondo la contrattazione governativa, che come pare è  un patto ineluttabile, questo, alla lettera, è quello che di rivoluzionario dovrebbe avvenire:

“22. SCUOLA

La scuola italiana ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà. Dopo le politiche dei tagli lineari e del risparmio, l’istruzione deve tor- nare al centro del nostro sistema Paese. La buona qualità dell’insegna-mento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabileper la corretta formazione dei nostri ragazzi.

La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia. Per far ciò occorre ripartire innanzitutto dai nostri docenti. In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza perconsentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento.

Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del si- stema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative deinostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, per-tanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico preca-riato e dall’altro un efficace sistema di formazione.

Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti (ormai a livelli record), che non consentono un’adeguata continuità didattica.Un altro dei fallimenti della c.d. “Buona Scuola” è stato determinato dalla possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico. Intendiamo superare questo strumento tanto inutile quanto dannoso. 

Una scuola che funzioni realmente ha bisogno di strumenti efficaci che assicurino e garantiscano l’inclusione per tutti gli alunni, con maggiore attenzione a coloro che presentano disabilità più o meno gravi, ai quali va garantito lo stesso insegnante per l’intero ciclo.

Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolasticache in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini. 

La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione. È necessarioche anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani. Per consen- tire tutto ciò garantiremo ai nostri docenti una formazione continua. Intendiamo garantire la presenza all’interno delle nostre scuole di docenti preparati ai processi educativi e formativi specifici, assicurandoloro la possibilità di implementare adeguate competenze nella gestio-ne degli alunni con disabilità e difficoltà di apprendimento. 

La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso.”

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Ciò che sta avvenendo giorno per giorno è sotto gli occhi di tutti. Al di là delle giaculatorie di principi a volte lapalissiani e scontati del contratto che, mentre nega la pur terribile “Buona scuola ” renziana, di fatto ne riproduce parti non secondarie in altre forme declinate, i dettagli più incisivi (dove si nasconde il diavolo) e gli interventi più pericolosi e conservatori che incidono anche sulla scuola stanno passando per altre vie e per altri ministeri in effetti molto solerti (immigrazione, sicurezza, lavoro, autonomie differenziate, tagli di risorse..)

Trovate nel testo qualcosa che ricordi minimamente o possa dare suggestioni  circa le idee di scuola senza mura, di città educante, di educazione diffusa? Se è così ditemi per favore dove. Sarà la mia cataratta che avanza (fisica e anche mentale?) a non farmi vedere questi segni tra le righe? Illuminatemi. Non entro nel merito dei singoli provvedimenti anche più recenti perché a mio avviso bastano i titoli e basta osservare il disegno generale, l’idea di scuola, di società, di vita che non accenna minimamente a ripudiare l’economia mercantile  su cui tutto si fonda, dalla salute, alla città, dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla persona, nella vita di tutti i giorni. Se le cose non cambiano o non danno neppure un segnale minimo di cambiare non sono io ad essere il solito bastian contrario. Se il mio atteggiamento di educatore, architetto e cittadino di fronte  a ciò che avviene intorno a noi è lo stesso da anni significa che le cose non accennano neppure ad essere messe veramente in discussione. Non bisogna d’altronde lasciarsi distrarre ma continuare per una strada che forse non troverà tanti autentici sostenitori se non dal basso, nei gruppi, nelle associazioni, nelle persone di buona volontà e comunque in direzione decisamente e coraggiosamente contro chi di fatto ha paura della educazione diffusa. Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.

Ecco, per esempio, cosa scrivevo quasi due anni fa. E’ cambiato qualcosa nella scuola delle istituzioni?

https://researt.net/2017/08/06/tutti-alla-fine-vogliono-la-scuola-del-mercato/

Giuseppe Campagnoli

3 Maggio 2019

 

 

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L’educazione diffusa potrà salvare la città?

La città si trasforma e cambia con l’educazione.

Forse in extremis ma credo che l’educazione diffusa potrà contribuire a salvare la città. Il volume in uscita la prossima estate sull’architettura della città educante, riedizione ampliata e completa della prova generale pubblicata come assaggio e intitolata “Il disegno della città educante”, fa ben capire come potrebbe trasformarsi una città e bloccare quella perniciosa deriva che è cominciata con la terziarizzazione dei centri storici, con l’espulsione dei suoi abitanti e delle sue nobili e diffuse  attività e con la creazione di periferie sempre più insignificanti e degradate dove insistono brutte scuole, desolate aree sportive, verde incolto e abbandonato, propaggini di aree industriali e artigianali in una desolante ed insalubre commistione. Proprio oggi leggendo su Il Manifesto un articolo dedicato all’ invasione della nuova speculazione residenziale turistica nei centri storici ormai snaturati dalla presenza di mercanti di gadget turistici  e di tipologie abitative sempre più tese a diventare dei veri e propri  alberghi piuttosto che abitazioni di residenti, riflettevo da architetto e uomo di scuola su quanto potrebbe incidere in controtendenza una trasformazione delle parti di città in senso permanentemente educante. Si potrebbe indurre la rinascita di botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza e di strada, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie oltre che ripopolare quartieri e vie di residenti e abitanti stabili con la sola velleità di ospitare stranieri alla pari e senza fine di lucro e di accogliere per mostrare i propri luoghi  ed educare attraverso di essi. E’ questo che di virtuoso provocherebbe e chiederebbe l’improvviso e continuo sciamare  di bambini e ragazzi, di artisti, di artigiani e anziani, di stranieri e vagabondi, desiderosi di essere finalmente utili con le loro esperienze e i loro saperi attraverso i luoghi ridisegnati e rivisitati di tutta la città fino a trasformare i centri storici e tutte le periferie in un unico centro pulsante senza soluzione di continuità ideale.

La scuola che si trasforma e trasforma la città è un sogno che potrebbe avverarsi, un sogno dove l’unico mercato sarà quello delle piccole e grandi  cose utili alla vita ed al desiderio di conoscenza che è innato in ognuno di noi e che non viene certo soddisfatto trascorrendo ore su un banco ad apprendere nozioni imposte altrove e che in gran parte svaniranno dopo poco tempo per non lasciare alcuna traccia. Il fatto che oggi molte città si stiano trasformando in tante disneyland del turismo e del consumo ha fatto loro perdere qualsiasi valore educativo e anche quella  profonda geosignificanza che avevano avuto per secoli. La cultura e il sapere oggi vengono anche fisicamente periferizzati a meno che i loro antichi luoghi non possano essere tesaurizzati nel mercato del profitto a tutti i costi. Restituiamo i centri alle case popolari, alle botteghe, agli studenti, agli anziani, ai viaggiatori senza scopo di lucro e facciamo sparire le periferie cominciando da lì l’invasione benefica della campagna verso la città, dei margini verso il nucleo. Si può fare.

Si può fare usando anche  con coraggio gli strumenti dell’esproprio e della confisca per pubblica utilità dei luoghi e dei beni che sono frutto di speculazione, di accumulo, di latrocinio, di evasione fiscale. Se è stato ed è possibile per le grandi spesso inutili opere pubbliche e brutte e pericolose infrastrutture perché non si potrebbe fare per le case, per i monumenti, per gli edifici con valenza pubblica e sociale, per i manufatti abbandonati, per tutte le architetture e i luoghi finora usati per la speculazione ed il mercimonio. Una città a misura di bambino e di umanità è possibile anche attraverso l’educazione che cominciasse a permearla proiettandovi saperi e passioni, voglia di ricerca e di osservazione, di dialogo, di accoglienza, di sete di sapere incidentale e per questo assai più utile di quello obbligato o subdolamente indotto. Sarebbe anche l’occasione grazie alla quale  la cultura, il turismo consapevole ed attivo, il verde e l’agricoltura potrebbero rinascere a vita nuova senza l’assillo quotidiano del profitto. Tutto ciò potrebbe indurre dal basso anche l’inversione dell’attuale sistema economico basato sulle diseguaglianze, sulle nuove/antiche classi sociali, sulle guerre del mercato e del possesso che vuole egemonizzare tutto, dalla educazione alla famiglia, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero.