Categorie
ambiente Economia Educazione Politica

Non c‘è verde senza il rosso e il nero.

La natura non salta e non viaggia da sola. “Oh natura, oh natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” scriveva il mio sublime concittadino. La natura deve seguire il suo corso senza interferenze dedicate all’ umano egoista e cieco sviluppo. La natura fu violata per primo da chi, come scriveva Rousseau, tracciò quel perfido cerchio sulla terra intorno a sé esclamando: “Questo é mio!” E poi si continuò con mirabili perizia e cinismo fino ai disastri di oggi perpetrati sempre per il profitto e lo sviluppo. Effluvi di veleni nell’aere,nelle foreste, nelle campagne e nelle città, nei monti nei mari e nei fiumi. Stragi di esseri viventi per i mercanti globali, povertà, guerre, devastazioni diffuse per il possesso e il dominio sulle cose e sulle genti da manipolare e degenerare. Non ci può essere verde senza rosso e nero. Il verde da solo ci perde e si confonde, inganna e mette delle piccole toppe alle immani ferite del pianeta. Per di più nell’ipocrisia dell’ossimoro in nuce del “capitalismo etico e sostenibile” dei perfidi di Davos che fanno finte ecologiste usando il treno per radunarsi tra le nevi dorate della Svizzera campione di generosità universale. Intanto il caritatevole Oxfam sciorina regolarmente i dati delle ricchezze e povertà dal suo scranno rigorosamente dichiarato no profit e qualche frangia radical-bobo-green sta assorbendo e fagocitando, con le sue irresistibili sirene,tanti ingenui seguaci. Non sono casuali le incestuose alleanze tra certe destre, certi falsi progressisti e alcuni partiti verdognoli nel mondo. Il verde non potrà mai essere in fondo a destra. Neppure in un centro equilibrista e pusillanime. É incompatibile per ambiente. E allora non c‘é salvezza della natura senza alcuni, pochi ma fermi assunti verbali fondamentali e imprescindibili che sono inequivocabilmente anche libertari e comunitari.

È essenziale ridurre e tendenzialmente sostituire l’attuale sistema economico fondato pur sempre sul dilemma padrone e servo, sfruttatore sfruttato, sia che si tratti di persone che di luoghi, di popoli o di territori. La natura dovrebbe essere aiutata ad evolvere virtuosamente lontano dall’assioma “homo homini lupus” seppure riveduto, corretto e aggiornato, quando non reso slogan ideologico.

Nella fase di transizione occorre portare, attraverso le tasse, almeno al fattore 12 la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi delle persone.

È imperativo usare alcune risorse disponibili per lo stretto bisogno NORMALE, NECESSARIO, NATURALE, al di là di ogni intenzione mercantile e speculativa, anche minima.

Si cominci ad investire il pubblico danaro (frutto dell’equa contribuzione di tutti, ciascuno secondo le proprie disponibilità) per correggere, risanare, minimizzare i danni arrecati alla natura tutta.

Tutti gli organismi internazionali appositamente e finalmente rifondati, si impegnino ad incentivare o anche imporre, l’accoglienza e la permeabilità a fini umanitari dei cosiddetti confini, la mobilità, l’uso del suolo, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente in generale, compatibili con un danno pari a zero per la natura, la salute, il futuro della terra.

Si promuova l’educazione diffusa e la controeducazione indispensabili idee di radicale cambiamento dell’istruzione per combattere consapevolmente ignoranza, egoismo e intolleranza e rifondare le città e i territori, preservando e curando la natura, organizzandosi anche dal basso, collettivamente e liberamente.

Non si può certamente pensare che il pianeta possa essere curato e salvato prescindendo da drastici interventi culturali e sociali cui il capitalismo ovviamente si oppone spesso anche subdolamente per la sua pervicace e immutabile natura, ben oltre le ipocrisie e i palliativi di un improbabile mercato eticamente regolato. Non è una ciclabile in più, una differenziata in più, un’isola pedonale e una bella spuria abitudine o iniziativa ecologoca che faranno la differenza. Occorre cambiare il mondo passando in ordine di priorità per l’educazione, l’economia, la politica. Diffusamente e subitaneamente. Partendo dall’educare. L’educazione appunto, perchè il nodo dell’ignoranza è un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. I cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi ad educarsi e a diventare bene informati. Occorre seriamente pensare ad una limitazione drastica dei poteri pubblici nazionali ed internazionali e ad un decentramento e diffusione capillari dei poteri, quasi fino ad una virtuosa accezione anarchica. In una fase transitoria l’ educazione diffusa e il decentramento progressivo dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche plebiscitarie e populiste, dall’oclocrazia o da un crescente astensionismo della partecipazione alla vita civile e sociale. Senza meno. Affinché il verde, il nero e il rosso insieme si impegnino a cambiare e salvare il mondo, senza distrazioni e rigorosamente in autonomia e libertà.

Giuseppe Campagnoli 21 Gennaio 2020

Categorie
capitalismo Ecomomia economia sostenibilità Educazione Equità sociale

Prove di vita

Riprendo, distillando da una intervista di Pierre Rosanvallon, alcuni concetti in parte condivisibili e in parte da superare verso una  società basata sul mutuo appoggio e sulla eliminazione delle gerarchie politiche e sociali; verso un’anarchia organizzata e responsabile che superasse rapidamente anche la guida delle cosiddette “avanguardie”e si costruisse a partire dall’educazione. 

Dice Pierre Rosanvallon: “L’ individuo può sentire le piccole ingiustizie molto più violentemente delle grandi disuguaglianze” Di fronte alla crescente complessità del mondo sociale e alla radicalizzazione della protesta politica, lo storico e sociologo sta elaborando una nuova teoria in  “Prove di vita”, titolo del suo ultimo libro. Negli ultimi anni molti analisti si sono  affaticati non poco cercando di analizzare il clima di disincanto politico e  di eccessiva sfiducia, anche di odio verso le autorità pubbliche.  La protesta sociale sembra essersi indurita mentre è diventata difficile da leggere e comprendere.  Secondo Rosanvallon se l’identità di classe, la questione del potere d’acquisto o delle disuguaglianze sono ancora rilevanti per comprendere il rapporto dei cittadini con la politica, ad essa si “sovrappongono” preoccupazioni più soggettive, immediate e direttamente sensibili, legate ai “processi” di vita, al rispetto dell’integrità degli individui.

Prove di vita. Capire in modo diverso i francesi (e non solo)

“Abbiamo sempre definito la classe sociale come un fatto oggettivo.  Tuttavia, il marxismo ha anche insistito sulla “coscienza di classe”.  Entrambi sono, infatti, inseparabili. Rabbia, paura, risentimento… Queste diverse emozioni genereranno da sole problemi sociali.  Provati individualmente gli uomini creano comunità di disagio.  Prima, essere membro di una comunità significava in qualche modo condividere una fede comune o un’appartenenza chiaramente definita, ora si tratta di condividere un’esperienza di fronte all’osservazione di una violazione dell’uguaglianza, della discriminazione o del disprezzo.  

 La lotta per la distribuzione della ricchezza non è scomparsa;  si impone anche con maggiore urgenza con il contemporaneo aumento delle disuguaglianze.  La tradizionale questione sociale, nel senso ampio del termine, esiste ancora ed è più esasperata.  La comprensione della società deve tener conto della nuova importanza della “specificità delle situazioni”, per parlare come Jean-Paul Sartre.  Joseph Schumpeter diceva che il contenuto di un’aula cambia come quello di un autobus pieno, ma pieno di persone che salgono e scendono, quindi persone diverse.  Descrivere la società non significa solo farlo staticamente, ma cercare di comprenderne le dinamiche.  Questa dinamica è determinata da eventi quali il declassamento o progressione sociale, i vari incidenti nella vita a cui si aggiungono le condizioni socio-economiche iniziali. Devono essere perseguite anche politiche solide e radicali di ridistribuzione delle tasse, come raccomandato da Thomas Piketty, al fine di ridurre queste enormi disuguaglianze costose per la società intera. Tuttavia, la vita sociale non riguarda solo le strutture oggettive, ma anche il modo in cui le persone si sentono.  In sociologia, un certo numero di lavori recenti (in particolare di Nicolas Duvoux) insistono sulla distinzione tra povertà oggettiva e povertà soggettiva.  Risulta che la percezione della realtà è costitutiva quanto la sua stessa oggettività.  Il sentimento di ingiustizia si basa sulla percezione che ci sia una misura sbagliata delle cose.  In questo differisce dagli approcci statistici che mirano a costruire categorie di classificazione generali.  Tuttavia, è questo che determina maggiormente i comportamenti e le scelte politiche.

Storicamente, lo stato si è definito come un riduttore di incertezze, ha affermato Hobbes.  È lui che fa una promessa di sicurezza e permette ai cittadini di proiettarsi nel tempo.  Oggi il potere pubblico così com’è storicamente non basta più.  La dimensione sovrana dello Stato e i meccanismi del welfare state sono diventati meno efficaci quando non generatori di nuove disuguaglianze. Un insieme di eventi e minacce non possono più essere considerati rischi assicurabili come ad esempio la pandemia o le calamità naturali ricorrenti. Questi problemi richiedono di ridefinire le modalità di intervento dello Stato in modo che continui a svolgere il suo ruolo di riduzione dell’incertezza.  Queste nuove forme di instabilità interrompono il nostro rapporto con le minacce all’esistenza e la comprensione dell’ansia che ne deriva.

 La società dà più importanza all’individualità e all’autodifesa.  Questo è ciò che Rosanvallon ha chiamato “l’individualizzazione della singolarità”.  Ognuno esiste come una persona unica, ognuno vuole possedere se stesso.  Tuttavia, le diverse forme di aggressione, sia sul lavoro che nel rapporto tra i sessi o le altre diversità sono una distruzione di questo individualismo della singolarità.  In precedenza, gli individui si definivano più in relazione al gruppo sociale a cui appartenevano.  Era dunque la condizione del gruppo sociale che contava.  Ora l’individuo e la condizione si sovrappongono.  Questo a volte può portare a sentire le piccole ingiustizie molto più violentemente delle grandi disuguaglianze. Questo individualismo  non ha nulla a che fare con quello egoista o separativo, che è centrale in una visione conservatrice della società quando lamenta gli individui atomizzati e ignora il bene comune. Al contrario, è una nuova tappa dell’emancipazione umana, quella del desiderio di un’esistenza pienamente personale.  Questo avvento è legato alla crescente complessità del mondo sociale e al fatto che gli individui sono ormai determinati tanto dalla loro storia quanto dalle loro caratteristiche socio-economiche o culturali.  Il confronto con le prove della vita, quelle della disuguaglianza, del disprezzo, della discriminazione e dell’ingiustizia, plasmano la vita di oggi.  Accusare, come fanno alcuni, le persone discriminate di essere troppo radicali e di giocare sulla competizione vittimistica, infatti, evita soprattutto di confrontarsi con la realtà dei loro problemi.

 Ci sono sempre più storici interessati alle emozioni. Lo storico e studioso del movimento operaio Emmanuel Fureix ha scritto ampiamente sulle emozioni come categoria di analisi.  Non è solo il prezzo del pane a fare le rivoluzioni, ma anche i sentimenti di indignazione e ingiustizia. Da qui l’espressione di “economia morale”. I populisti capivano, senza aver realmente teorizzato – ad eccezione del populismo di sinistra e dei suoi teorici  – che le masse erano governate tanto dagli affetti quanto dagli interessi.  In Passions and Interests (1980), l’economista Albert O. Hirschman ha spiegato come l’avvento di una società mercantile sperasse di regolare le passioni assumendo che gli interessi fossero più vitali.  Oggi possiamo vedere la tendenza opposta: gli interessi sono ormai spesso soppiantati dalle passioni.  La forza dei populisti sta nel saper manipolare queste emozioni agendo da speculatori di rabbia e risentimento.La rabbia e il risentimento hanno una forte capacità  reattiva e negativa, ma non fanno una politica di cambiamento sociale.  Di fronte a ciò, i partiti di governo restano prigionieri di una vecchia visione dei conflitti sociali, siano essi di espressione tecnocratica o economicista.  Dietro queste emozioni, vedono solo l’incomprensione, la manifestazione di un’illusione, persino una negazione della realtà, sebbene queste siano effettivamente il frutto di esperienze vissute e situazioni sperimentate.”

Rielaborazione e traduzione di Giuseppe Campagnoli

6 Settembre 2021

IMG_3416.jpeg

Leggi anche:

Categorie
città Educazione diffusa Scuola Scuola italiana

La giostra

Tornano e ritornano a giro come in una brutta giostra certi nomi che rientrano nel recinto dei pontificatori di successo (vedi Victor Hugo) su una scuola che a loro avviso sarebbe solo da cambiare magari con trovate originali e rimandi pretestuosi e mistificatori a veri rivoluzionari pedagogici del passato. Un’idea di scuola che andrebbe giusto modernizzata e tuttosommato da mantenere così com’è con tante belle trovate di senzazaini, bastacompiti, nonsolobanchi, bimbineiboschi, piccole, belle, nuove, libere scuole, tutt’altre scuole, reti e irretimenti vari. Comunque una scuola (sempre scuola!) ma non da oltrepassare e abolire. Una sorta di liberalesimo educativo con qualche timida progressione verso cambiamenti impercettibili e sempre con juicio spesso promossa da  nuovi bobos fautori di un’ idea di educazione in un’accezione  decisamente conservatrice spesso anche a sinistra che a volte fa perfino il verso alla destra che vorrebbe chiudere di più e meglio, controllare fino alla libertà di conoscere fino in fondo cosa sia la nostra natura. Proliferano  di contro pure protagonismi eclettici, estemporanei e spesso anche settari ad ampio spettro di singoli e di gruppi che ottengono affollate tifoserie mediatiche sia negli ambiti pedagogici pubblici o para pubblici che in quelli privati   delle congreghe mistico-eco-educative familiari, parrocchiali, fricchettone o tribali che siano. Io mi ritengo decisamente  fuori da certi recinti. Con una battuta: il mio essere ibrido e forse beneficamente schizofrenico tra architettura, educazione, arte e mestiere di insegnante e direttore di scuole d’arte mi tiene lontano da certi impulsi di protagonismo specialistico.

Tenendo comunque fuori dai ragionamenti l’idea di scuola della destra liberista o peggio sovranista, reclusoria, classista e meritocratica, oggi cosa succede?

-Se critichi la scuola pubblica così com‘è, sei ostracizzato  dall‘establishment burocratico, politico e pedagogico.

-Se critichi l‘idea di scuola dell‘opposizione di sinistra tiepida e neoliberal-liberista o anche  massimalista e vetero gramsciana, sei emarginato e compatito come visionario.

-Se critichi alcune (troppe) esperienze e idee privatamente e parentalmente  finto libertarie e real liberiste e fricchettone  delle cento educazioni del bosco, delle radure, degli gnomi e degli stregoni, sei attaccato con altrettanta e forse più intensa veemenza.

Senza possibilità di dialogo in ogni caso. Provare per credere.

Personalmente vorrei distinguere le possibili iniziative ispirate chiaramente  alla nostra idea di società educante da tutte queste congreghe che qualche volta provano, anche solo linguisticamente a saltare sul carro dell’educazione diffusa. Molti che trattano di scuola indicandola come “fuori o diffusa” non hanno spesso fatto, neppure per sbaglio, alcun riferimento al Manifesto della educazione diffusa e alle sue successive indicazioni. Oggi tutti sono pronti a fare di tutto in questa bailamme bulimica sulla scuola. Mi piacerebbe solo  che  si provasse sinceramente e seriamente in molti contesti a sperimentare l’educazione diffusa in tutte le sue prerogative. Per vedere l’effetto che fa. L’ appello che ho di recente “diffuso” per invitare a sperimentare la nostra proposta di educazione e di città riprende una mia riflessione totalmente controcorrente su educazione e territorio tratta da “L’educazione è fuori” edito dall’Università di Macerata che credo sarà l’ultima mia uscita pubblica di questo tipo, almeno finché non passerà la buriana.

Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. L’edificio tradizionale solo in questa fase, assolutamente transitoria, assumerebbe il ruolo di “portale” verso tante esperienze significative altrove. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Si può cominciare a interpolare pedagogia e architettura per integrare il dove con il cosa, il come e il quando: tempi, luoghi ed esperienze. L’architettura dell’educazione è anche questo. Si prefigura l’eliminazione graduale dell’edilizia scolastica verso la città educante fatta di una rete di luoghi per l’esperienza e l’apprendimento, pubblici o privati, aperti o chiusi ma trasparenti e ampi. Certamente non per fare le stesse cose che si facevano in classe o nei cosiddetti viaggi di istruzione, visite guidate e uscite didattiche. La destrutturazione delle discipline sconnesse e separate a favore di aree esperienziali e campi di educazione incidentale dove il bambino/la bambina, il/la giovane, l’adulto/a che crescono e apprendono insieme sono soggetti protagonisti che si educano reciprocamente prefigura tanti luoghi, diversi e interconnessi. Indispensabile per la città educante è lo smontaggio dell’orario scolastico a favore di tempi flessibili e orari di prossimità, con l’anno educativo che potrebbe durare dodici mesi con pause di tempo libero diluite e diffuse. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita sicuramente non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono e che influiscono enormemente sulla crescita, la creatività, la libertà. La marcia di avvicinamento a una nuova idea di educazione potrebbe integrare mirabilmente, in tante sperimentazioni brevi, che facessero tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, l’insieme dei progetti-scuola, dei tempi-scuola e dei luoghi-scuola sfruttando tutte le potenzialità dei territori. Se si trasformassero, riducendoli anche di numero, gli edifici scolastici per un uso misto e flessibile (museo e scuola, biblioteca e scuola, terziario e scuola…) e si usassero gli spazi di cultura e non solo, pubblici e privati della città e di tutto il territorio sarebbe un gran bel passo verso l’educazione diffusa. Si domandava l’architetto della città partecipata Giancarlo De Carlo già nel 1969:

– È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

– Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si svolgono?”

Racconterò sempre l’idea di educazione e città che condivido in pieno con l’amico Paolo Mottana quando me lo chiederanno senza intravvedere sottotraccia secondi o terzi fini, mentre parteciperò volentieri a tutte le iniziative che volessero metterla in pratica così come l’abbiamo declinata.

Non mi resta per ora che viaggiare  con i saggi e rivoluzionari che da tempo sognavano una società interamente educante anche in una accezione publica di città e territori. E ora mi metto realmente in viaggio per un po’.Una sana vacatio da tutto.

Quando tornerò cambierò gli attori, qualche scena e il finale della mia Commedia giocosa. Troppe cose sono cambiate nel frattempo.

Giuseppe Campagnoli 24 Luglio 2021      

Categorie
antroposofia Educazione Scuola

Una scuola antroposofica. Post scriptum.

Poiché non credo che i social siano il luogo adatto per qualsiasi dibattito serio, riprendo con questa lettera semi-aperta, il racconto e qualche considerazione su un fatto accaduto un po’ di tempo fa e che mi vede ancora sorpreso e perplesso. L’ amministratore del gruppo Facebook « Tutta un’altra scuola » legato a Terra Nuova Edizioni, in merito ad un mio recente articolo su questo sito che riportava, traducendolo e commentandolo, un pezzo di Charlie Hebdo su alcune esperienze di scuole steineriane in Francia e non solo, scriveva:

“Terra Nuova è stata arbitrariamente associata da alcuni utenti di Facebook con l’articolo “Una scuola antroposofica”, pubblicato su un blog personale venerdì 28 maggio da Giuseppe Campagnoli, in quanto co-autore del libro da noi pubblicato “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” scritto insieme al professor Paolo Mottana, che ha condiviso l’articolo sul suo profilo Facebook. Pur nel rispetto della libera espressione dei propri autori, accogliendo anche approcci critici e senza entrare nel merito del caso specifico citato (che attiene a una realtà francese e non italiana), Terra Nuova non può che prendere le distanze da questo articolo così come da ogni forma di generalizzazione tendente a denigrare, stigmatizzare, accusare nel loro complesso approcci pedagogici che oggi nel nostro paese sono espressione di una ricerca e di una proposta. Terra Nuova, che coordina il gruppo-progetto “Tutta un’altra scuola”, ha al contrario sempre favorito, raccolto, messo in rete differenti esperienze e approcci educativi, sottolineando il valore e la ricchezza della “biodiversità” culturale e pedagogica. Ha sempre incoraggiato il dialogo tra le tante “anime” della pedagogia, della scuola, dell’educazione, verificandone l’impatto e i risultati positivi basati sul confronto costruttivo, che è ciò che porta evoluzione, apertura e che amplia la conoscenza.Terra Nuova è nata nel 1977 proprio con l’intento di creare sinergia tra i vari mondi di un’ecologia intesa in senso lato, portando insieme negli anni idee anche molto diverse tra loro quando espressione seria di un pensiero consapevole, e rimane fermamente convinta di continuare su questa strada.”

Ora, l’articolo che si può leggere qui: https://researt.net/2021/05/28/una-scuola-antroposofica/ non è stato l’unico dedicato al variegato mondo delle pedagogie e delle scuole, in genere non pubbliche (che è diverso da statali) sicuramente da approfondire nel bene e nel male.

A seguito delle reazioni allo scritto innescate anche dalla plateale dissociazione di Terra Nuova riporto, per informazione, di seguito i commenti, pubblicati nello stesso post, da Paolo Mottana : «A me pare che Giuseppe (Campagnoli ndr) abbia solo esemplificato una realtà in cui gli assunti educativi poggiano su fondamenti dogmatici e spirituali piuttosto discutibili. Per quanto mi riguarda le scuole steineriane sono l’esatto opposto per esempio delle scuole libertarie. Detto ciò credo che qui il punto fosse rivendicare, da buon sostenitore dell’approccio dell’educazione diffusa, una trasformazione radicale della società che dovrebbe divenire, nella nostra proposta, educante e pienamente coinvolta a tutti i livelli nella formazione dei suoi giovani laddove molte proposte si accontentano invece di costruire enclave che non scalfiscono il corpo sociale e che, in alcuni casi, lo perpetuano tale e quale. In ogni caso i post sono fatti per discutere. Quindi che si discuta liberamente. Bisogna comunque saper distinguere chi critica le scuole private per puro spirito statalista e chi in nome di un’alternativa sociale più ampia, che non è l’attuale scuola pubblica, per quanto riformata. E poi, nell’arcipelago delle scuole private c’è di tutto. C’è del buono, per esempio nelle scuole all’aperto, in certo unschooling, in molte esperienze parentali e poi ci sono proposte che mi lasciano molto perplesso, e una di queste è la steineriana, così come certi ecovillaggi, come certe esperienze a forte caratura spiritualista, come certi asili nel bosco, certo homeschooling e così via. Metter oscurantisti contro illuministi mi sembra un po’ semplificatorio, come talora semplificatorio mi pare sia il ragionamento degli alternativi “antiscientifici” non meno di quello degli scientisti…”

La ratio dell’articolo “incriminato” che per par condicio è comunque bilanciato, come già detto, da tanti scritti parimenti critici anche su altre simili idee di scuola, è un rafforzamento ed una ulteriore spiegazione e promozione dell’educazione diffusa come progetto che si intende opporre ad un insieme di concezioni della scuola, che hanno in comune delle regole, diciamo pure dogmatiche, e che spaziano da quella statale reclusoria, classista e classificatoria fino al variegato mondo del privato liberale o liberista, parentale e pseudo libertario, oltre che ad una certa sinistra massimalista e vetero gramsciana. L’educazione diffusa si oppone a queste idee e pratiche perché non propone certamente un’ alternativa separata o elitaria accanto alla scuola pubblica, che continuerebbe nel caso a fare i suoi danni, ma invece mira, attraverso sperimentazioni e prove, solo pro tempore anche di natura associativa o simil parentale, a sostituire l’idea e la pratica educativa nel sistema pubblico trasformandolo nel tempo in una intera società educante fino ad abolire il concetto stesso di scuola. In parte e in piccolo, questo sta già accadendo, ad esempio, nelle esperienze, diverse ma con medesimi fini, di Bimbisvegli in Serravalle di Asti, che è già dentro la scuola statale, o nell’Officina del fare e del sapere di Gubbio,che ha molte diffuse connessioni attive con la realtà sociale del territorio. Altrettante prove sul campo simili sono tuttora in pectore o in fase di progetto.

Tornando a Terra Nuova e Tutta un’altra scuola riconosco loro pienamente un grande merito quando mettono insieme le idee e le pratiche educative innovative e rivoluzionarie affini e compatibili, ne fanno una mappa ragionata e le diffondono cercando una sintesi ideale tra di loro; lo sono meno, a mio avviso, quando, sebbene ne capisca i risvolti più pragmatici che ideali, accolgono, difendono, promuovono e sostengono senza apparente distinzione progetti e proposte spesso, a mio parere, palesemente antitetiche e incompatibili tra di loro. L’ educazione diffusa è, come molti sanno, un’idea tesa alla costruzione di una intera società educante, rigorosamente pubblica perché creata, organizzata e sostenuta (materialmente e pedagogicamente) dalla collettività seppure descolarizzata e non centralizzata. Anche gli esperimenti “privati” di educazione diffusa sono finalizzati, nel loro essere transitori, ad incidere nel pubblico per trasformarlo lentamente ma decisamente e radicalmente.
Ripeto, per concludere e chiudere la vexata quaestio, di non aver osservato, fino a prova contraria, in tutto il post attenzionato, come direbbero i censori, alcuna associazione esplicita dell’articolo in questione con Terra Nuova Edizioni che si affretta invece inspiegabilmente a dissociarsene, anche con una certa perentorietà, quasi fosse una excusatio non petita, con tutto quel che segue. E’ vero altresì che non ho affatto avuto nello scritto intenzioni denigratorie e accusatorie ma semplicemente l’esigenza di rendere noto un reportage della rivista francese condividendone in trasparenza certe riflessioni critiche e alcuni fondati dubbi.

Ribadisco la mia sorpresa ma anche il mio dispiacere per questa presa di distanza non necessaria da un semplice racconto con commento critico di un fatto, sorretto da testimonianze dirette, (un fatto non proprio raro, non solo in Francia) che dovrebbe far sicuramente riflettere proprio chi ama la libertà e rifugge dai dogmi e dalle consorterie di qualsiasi natura.

Spero che il buon-senso dell’accogliere anche il dis-senso prevalga mentre mi rifiuto di credere assolutamente che quanto scritto nel volume « Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso » non sia stato pienamente compreso in tutti i suoi risvolti, espliciti o impliciti che siano. Confido comunque sia nella serietà e nella lealtà dell’evitare che questo episodio diventi un pretesto per ostracizzare o glissare su altre iniziative in fieri relative all’educazione diffusa che ha nella sua caratteristica fondamentale (leggi il Manifesto della educazione diffusa 2018) proprio il compito di fare virtuoso repertorio di tanti storici maestri, cui ci si ispira per affinità elettive, in tema di libertà, di comunità in campo educativo e di trasformazione radicale della città e dei territori essendo in grado di distinguere il grano dal loglio per usarli entrambi come e dove si conviene. Passatemi di nuovo una battuta in una giaculatoria che descrive un periodo storico in cui si sproloquia parossisticamente con i termini di scuola, pedagogia, istruzione, formazione e si spandono ovunque discorsi sull’ educazione che solo a tratti e raramente appare diffusa mentre per lo più e in modo spurio ci sembra profusa, soffusa, anfusa, refusa, e soprattutto confusa.

10 Luglio 2021

Giuseppe Campagnoli

Categorie
Educazione Politica Scuola Società

Un manifesto politico

E’ tempo di rileggere e sottolineare gli aspetti squisitamente politici del “Manifesto dell’educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli nel 2017 e sottoscritto da tanti insegnanti, genitori, pedagogisti, associazioni, che di tanto dibattito e di tanti incontri su e giù per l’ Italia è stato protagonista, provocando anche belle iniziative ed esperimenti suggestivi di controeducazione tuttora in atto. Ad ogni frase c’è un riferimento ad un’ idea di società, di educazione e di città decisamente rivoluzionaria. Mi piace ricordare qui, scorrendo il testo, qualche pensiero che molti hanno condiviso e che aiutano a non equivocare il messaggio profondo del Manifesto stesso.

IMG_0072

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione”

“L’energia  che questa popolazione reclusa (i bambini, i ragazzi, gli stranieri, gli anziani..) potrebbe imprimere alla vita sociale è incalcolabile se solo si potesse metterla davvero in moto e non tenerla in scacco, stagnante, incatenata)

“Sulla scia di una discreta organizzazione, in una città, si può cominciare ad immaginare la nuova scuola e la nuova educazione in diverse dimensioni: quella storica e architettonica, quella logistica, quella organizzativa e quella pedagogica e culturale, senza scindere più tra spazi per apprendere, per comunicare,per esibire, per documentare, per vivere.”

“non si può imparare in luoghi e spazi che incitano alla guerra del competere e alla gerarchia nella forma e nella concezione”

“L’educazione incidentale è il primo riferimento per un nuovo modo di pensare l’educazione”

“La seccante e vana discussione sulla valutazione, sulla verifica, sulle prove, con l’educazione diffusa conoscerà finalmente la sua fine”

“Nessuno sarà inserito in tirocini o apprendistati volti ad essere immessi precocemente in un mercato del lavoro distruttivo e del tutto alieno da ogni finalità di autentico sviluppo e ampliamento delle capacità delle persone..”

b8f57be3-8e06-451e-af5e-2b385e486dda

“Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi.”

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi e riconoscere.”

“Fa comodo alle autorità mettere sotto scorta chi si muove in maniera imprevedibile ancora al di fuori del compasso ordinatore dell’ordine del lavoro. Fa comodo a chi li ha messi al mondo sapere che sono sotto protezione, non abbandonati a sé stessi e alle loro pulsioni mobili e variabili, liberandoli dal timore che si avventurino in zone ignote, alla mercé dell’inatteso e del sorprendente. Fa comodo a tutti sapere i bambini e i giovani fuori dal mondo.”

“Basta con l’obbligo, con il sacrificio e con la sottomissione, ogni fatica deve contenere in sé la sua ricompensa, deve essere l’anello di un tracciato di cui si coronano in tempi brevi continue tappe di soddisfacimento.”

“Costringerà a rallentare, a prestare attenzione, a farsi attori di cura, di attenzione, di comunicazione, informazione, orientamento. Interpellerà tutti, mostrando che si può abitare la città come un grande luogo collettivo (e virtuosamente mescolato), di conoscenza, di cultura, di esperienza, di operatività sensata.”

La declinazione fattuale del Manifesto nell'”Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” consiglia e suggerisce strade per realizzare l’educazione diffusa nei contesti reali considerando prioritaria la dimensione  squisitamente pubblica e non privata e familiare dell’educazione in direzione di una intera società educante.

“Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa, attorno alla quale Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli hanno formulato la loro proposta di educazione diffusa e di città educante. Che non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere.
Si viene accompagnati  (sia come genitore, educatore, insegnante o qualsivoglia vocazione si abbia ) attraverso un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” l’educazione diffusa. Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani. Basta volerlo.”

Giuseppe Campagnoli

4 Giugno 2018.

Aggiornato il 29 Maggio 2021

Categorie
Educazione Scuola

Tutta un’altra scuola!

Prendo spunto dalla brutta disavventura burocratica e non solo che sta vivendo il mio amico maestro Giampiero Monaca, ideatore e mentore del progetto Bimbisvegli, un’ avanguardia di educazione diffusa, per riproporre con forza e speranza un racconto sul tema della mia amica Liliana Sghettini bravissima scrittrice di letteratura per l’infanzia. Un racconto che più di ogni altra cosa dovrebbe far capire ai burocrati e ai finti pedagoghi della nostra scuola, statale e non solo, come l’attuale sistema andrebbe cambiato radicalmente prima che sia troppo tardi. Un racconto che pone ancora la domanda “Chi ha paura dell’educazione diffusa?”

Articolo da La Stampa di Torino

Tutta un’altra scuola
di Liliana Sghettini (pubblicato nel 2019 con il volume “L’architettura di una città educante”


Sul dolce pendio di una bella collina si ergeva un paesino i cui abitanti vivevano felici. Dalle case affacciate sulla vallata si scorgevano i più bei tramonti che si fossero mai visti.
A sera, un arancione intenso riscaldava i tetti e placava i cuori cosicché tutti potessero coricarsi sereni. La natura era rigogliosa e gli abitanti svolgevano lavori umili ma soddisfacenti: erano contadini, pastori, ciabattini, muratori e panettieri.
In paese abitava una donna di nome Rosa che non aveva né famiglia né figli.


Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, né quanti anni avesse ma si diceva che forse aveva origini divine.
Pare che anche la Dea della saggezza un tempo avesse abitato in quei luoghi…
Il paese era popolato da molti gioiosi bambini che ogni mattina,
sgranocchiando pane o biscotti appena sfornati, correvano alla scuola di donna Rosa. La sua però non era una scuola comune: non c’erano le aule e neppure i banchi, ma c’erano i prati, non c’erano le interrogazioni e neppure i voti, ma c’erano le esperienze e i racconti e non c’erano neppure le vacanze perché i bambini amavano molto andarci.
Che fosse autunno, inverno oppure primavera, donna Rosa li conduceva per vie, sentieri e campi:
<< La scuola è il mondo, cari bambini!>> diceva ogni volta.
Quei bambini non erano mai usciti dal loro piccolo paese ma sembrava che il mondo lo conoscessero bene…
Conoscevano il bosco e le sue creature, il fiume con i suoi ruscelli e conoscevano l’avvicendarsi delle stagioni, la terra e i suoi preziosi frutti. Dai racconti di donna Rosa fantasticavano di luoghi lontani e avventure affascinanti.
Quei bambini erano tanto felici finché un giorno uno gelido vento soffiò da nord avvolgendo l’intero paese. Donna Rosa capì che non si trattava di un vento qualunque…
<< Per oggi la scuola è finita, rincasiamo bambini miei.>> disse ai suoi scolari.
A sera si accorse che anche il tramonto non era del solito colore e rimase a guardarlo preoccupata…
Il mattino seguente solo alcuni alunni si presentarono all’appello ma donna Rosa non chiese spiegazioni. Radunò i presenti ed uscì.
Lo stesso fu nei giorni a venire finché solo un bambino di nome Giosuè, uno tra i più vivaci, si presentò all’appello.
Donna Rosa dispiaciuta lo prese per mano ed andarono insieme a cercare gli altri. Percorrendo i viottoli tra le case del paese non incontrarono nessuno. I bambini sembravano tutti spariti. Si vedeva giusto qualche anziano recarsi lentamente dal fornaio o verso la bottega delle carni.
Donna Rosa capì e malgrado fosse molto triste continuò a sorridere a Giosuè.
Poi un giorno anche lui non si presentò all’appello e Donna Rosa rimasta sola, radunò le sue cose e se ne andò via…
In paese tutto continuò a svolgersi come prima tranne la scuola.
I genitori, per un inspiegabile motivo, avevano deciso che era arrivato il tempo di cambiare.
Un edificio scolastico venne inaugurato nella piazza principale.

Dapprima sembrava bello.
Le pareti erano coperte di vernice verde, ma non era come il verde dei prati.
Dalle finestre entrava tanto sole ma non era come quello sulla pelle durante le passeggiate nei campi.
La campanella trillava alle otto in punto ma non era allegra come la voce di donna Rosa.
I bambini accortisi fin dal primo giorno della differenza ne parlarono con i genitori, ma loro non vollero ascoltare. Avevano deciso per il cambiamento e forse era giusto così…
Gli alunni della nuova scuola trascorrevano tutto il tempo seduti a studiare e le belle gite per vie e sentieri erano oramai un lontano ricordo. Uno ad uno, pian piano, si intristirono…
Qualcuno pensò di marinare la scuola e Giosuè, il più ribelle di tutti, smise addirittura di andarci.
I suoi genitori piuttosto contrariati per il suo comportamento gli chiesero spiegazioni e lui testardo rispose: << Questa non è scuola!>>
Poi aggiungeva: << Rivogliamo la maestra Rosa>> facendosi portavoce anche dei compagni meno coraggiosi che la pensavano esattamente come lui.
Ogni volta però veniva totalmente ignorato così un giorno decise di scappare di casa.
<< È sempre stato un ribelle>> commentò irritato il papà.
<< È un bambino sensibile e intelligente>> lo difese la mamma.
Fatto sta che i giorni passavano e Giosuè non rincasava. Mentre la mamma era preoccupata, il papà era convinto che si fosse rifugiato nella foresta e che prima o poi, mosso dalla fame, sarebbe tornato con la coda tra le gambe. E invece Giosuè non aveva alcuna intenzione di rientrare perché si era costruito una casetta sull’ albero dove dormiva la notte, mentre di giorno andava alla ricerca dei frutti del bosco per mangiare.


La scuola di donna Rosa gli aveva insegnato a cavarsela, più di quanto suo padre non potesse immaginare.
Poi un brutto temporale si abbatté sulla collina perturbando il bosco per alcuni giorni e Giosuè fu costretto a cercare un altro riparo. Dapprima intimorito, poi ricordò di una grotta che donna Rosa gli aveva mostrato durante una delle solite passeggiate.
Una volta ritrovata, con sua grande sorpresa, vide che la grotta era abitata. Fece luce e scoprì una donna ricurva che sonnecchiava con le spalle adagiate sulle rocce. Si avvicinò e vi riconobbe il volto di donna Rosa.
<< Maestra!>> disse sconcertato.


La donna aprì gli occhi, aveva uno sguardo triste e rassegnato.
<< Cosa ti è capitato?>>
<< Nulla, bambino mio, nulla.>>
<< Perché sei qui?>>
<< Perché ho terminato il mio lavoro.>>
<< Non è vero, ti rivogliamo a scuola.>>
<< Caro bambino non si può fermare il cambiamento.>>
E così dicendo la aiutò ad alzarsi.
Nel frattempo, gli abitanti del paese si erano radunati nella piazza principale.
Erano tutti preoccupati per Giosuè che da giorni vagava da solo nel bosco e invece lui aveva dato una grande prova di coraggio.
Non solo era riuscito a cavarsela ma aveva ritrovato donna Rossa che venne acclamata da tutti i suoi festanti alunni.
Da quel giorno i bambini avrebbero scelto per la loro scuola.

Questa storia dovrebbe essere incorniciata nelle presidenze dei dirigenti scolastici managers, dei capi degli uffici scolastici, dei ministri e dei burocrati scolastici, dei pedagoghi rampanti, degli psicologi omologati e anche…ahinoi..di troppi insegnanti addestratori, badanti e guardiani insieme.

5 Febbraio 2021 Giuseppe Campagnoli

Categorie
Educazione

Diffondere l’educazione per cambiare la società

Giuseppe Campagnoli 22 Novembre 2020

« Il gran torto degli educatori è il volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità, che la vita giovanile non differisca dalla matura, di voler sopprimere la differenza dei gusti e dei desideri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi e la forza della necessità suppliscano all’esperienza.. »

Giacomo Leopardi. Zibaldone 1824

«Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudonoo vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme,Manicomi, Scuole chiuse e scuole che sembrano aperte, colorate,suadenti, accattivanti e ruffiane… Ministeri, Conventi, Centri Commerciali,Stadi e Villaggi Outlet, Social Network… Codeste pubbliche e private architetture reali e virtuali son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero- contro il disordine – contro la solitudine – palliativi contro la povertà a vantaggio del consumo sfrenato – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi, società e mercati come bastioni e trincee veri o fittizi alla sua tremebondaggine.Vi sono sinistri magazzini e opifici di uomini cattivi in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore. Facciamone a meno se possibile».

Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole 1914

L’educazione diffusa

“L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deveassumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attivitàche devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramiteun progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attivitàpubbliche e private interessate, degli insegnanti, dei ragazzie bambini stessi. All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con la realtà, si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggiore autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi. È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno,una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamodi sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progettoper trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio.”

Dal Manifesto dell’educazione diffusa AA.VV. 30/07/2018

L’ educazione diffusa per immagini.

La prima è l’immagine che sta diventando l’emblema internazionale dell’educazione diffusa.

Categorie
Educazione

Telescuola

Non immaginavo di dover riproporre questo scritto dopo appena sei mesi! Un articolo e alcuni disegni e foto dei nostri cugini di Charlie Hebdo e Libèration mi avevano colpito, per le loro affinità e per la coincidenza con alcune mie idee non proprio popolari tra i pedagoghi conformi e di moda , tanto da indurmi a proporli in una parafrasi sintetica accompagnata da eloquenti immagini. Ora mi tocca rilanciare il tutto. Di chi sarà la colpa?

Benvenuti all’ Italian Academy

dal Testo originale di Jacques Littauer in versione « italica »

“Liceali che fanno girare degli screenshots dei loro professori presi durante i corsi a distanza; famiglie di cinque persone che si scannano per usare l’unico pc della casa; un insegnante che si stupisce dell’improvvisa partecipazione di una dei suoi allievi non capendo che sua madre le sta suggerendo le risposte…L’esperienza di “continuità pedagogica” imposta a tutti dalla ministra vira verso l’incubo.

Se molti politici credono che i professori non lavorino se non in classe, gli insegnanti delle elementari, delle medie e delle superiori vedono oggi l’impegno moltiplicato almeno per due. Non bisogna soltanto creare nuovi supporti elettronici per le lezioni ( testi, grafici, video..) ma bisogna anche relazionarsi individualmente con ogni allievo. Per non bruciarsi gli occhi davanti allo schermo tutto il santo giorno alcuni insegnanti stampano i compiti, li correggono, li scandiscono e li spediscono uno ad uno alle loro pecorelle. Quanto sa di veloce e trascendentale tutto questo!

olive-learning

Lo sapevamo. A partire dal 2010 c’è stata la follia dei MOOC (Massive Open Online Courses)!aperti a tutti. Ce n’era per tutti i gusti: da Harvard, Stanford, MIT, Moma e tante scuole e università pubbliche e private: d’un tratto sono diventati accessibili gratis a chiunque sapesse leggere, che avesse una presa di corrente e un computer. Tutti coloro che hanno sbattuto il muso sulle diete o sui corsi di pianoforte a distanza lo sanno bene: nessuno ci riesce bene da solo, senza alcun aiuto di altri allievi, senza scambi con il professore, senza vincoli di orario e senza alcuna efficace verifica o autovalutazione delle cose apprese. (ndr: ricordo con un moto di riso un corso del Moma sulla fotografia dove con accorgimenti vari potevi, step dopo step, arrivare al « diploma » senza aver appreso nulla. Costo 100 Dollari per diventare un non fotografo.) È così che il 90% degli allievi iscritti ai corsi on line abbandona strada facendo e che gli unici sopravvissuti sono quelli con più titoli di studio: siamo molto lontani dalla democrazia digitale. Senza contare che i vari MOOC, già in via di estinzione prima del COVID, costano milioni a scuole e università. Il Coronavirus sancirà definitivamente il falllimento dell’insegnamento a distanza e della sua implicita diseguaglianza sociale.

Per non agire malamente, indistintamente e in modo classista, ammesso e non concesso che si dovesse fare, ci si sarebbe dovuti concentrare almeno sugli snodi cruciali dei percorsi scolastici (così come sono nell’obsoleto contesto della scuola istituzionale) ma soprattutto sugli studenti in difficoltà riservando loro le attenzioni e magari ci si sarebbe dovuti occupare anche di alcuni luoghi educativi nella città: ( non è forse indispensabile l’educazione come il cibo, l’agricoltura, la mobilità, l’informazione, il farmaco e la salute?) luoghi diffusi ad affollamento zero ( le stesse distanze a vista delle file ai supermercati, alle edicole, alle farmacie, agli opifici “essenziali”,ai sentieri dei cani e dei padroni) da usare fin da ora con le stesse dovute precauzioni di distanziamento che continuano ad avere tutti gli spazi urbani ritenuti necessari alla vita. Si potrebbe fare contenendo i rischi con le regole che non impediscono relazioni interumane frattali di metro in metro.

E’ invece successo il contrario: i figli dei poveri o gli allievi in difficoltà sono letteralmente scomparsi e alcuni professori sono arrivati al paradosso di dare loro degli “zeri” fittizi nella speranza di ricevere un segno di vita. Ma per il Ministero tutto sta andando bene tanto che avrebbe appena lanciato, tra le righe di alcune ineffabili circolari, decreti e messaggi quasi da libro cuore, una specie di operazione “vacanza educativa” per una prolungata sessione scolastica molto virtuale, poco virtuosa e decisamente burocratica prevista dalla primavera fino a tutta l’estate. »

La scuola da un muro all’altro

Perché invece di non considerare miracolosa la scuola a distanza dentro nuovi muri non si pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per predisporre tutti insieme (famiglie, insegnanti, mentori, studenti, maestri e pontificatori psicopedagogici) il canovaccio di un bel progetto per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente ? Non sarebbe un anno perduto. Non più di questa scuola « irretita » e di pronto soccorso. Non perdiamo una occasione unica per non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini di un istituto che si pone gli stessi problemi burocratici, docimologici e classificatori perfino a distanza. Approfittiamo infine per aprire le menti dei bambini, dei giovani e non solo alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli per la vita e per la natura. Superiamo alcuni pannicelli caldi condivisibili solo in un contesto educativo come quello vigente (quel recinto di cui spesso ho parlato che mira a migliorare le cose da dove sono ma non a oltrepassarle) e che glissano elegantemente su concetti come l’esperienza, la conoscenza del mondo, la libertà in educazione. Questa è una riflessione che tanti (come avete visto non solo in Italia)stanno facendo anche per contrastare l’iperattività culturale e mediatica non sempre disinteressata e di una specie di mercato nero delle idee più disparate dei tempi difficili. In Italia ho l’impressione, e non appaia come una banalità, che chi non abbia vissuto personalmente, anche per uno scarto anagrafico di qualche anno, le scuole prima delle riforme dei primi anni ‘60 abbia perduto tanti dati esistenziali utili per riflettere sulla scuola oggi e che non si possono recuperare dalle storie di altri o dalla storiografia scolastica e dalle teorie pedagogiche solo accademiche.

Questa mancanza di fondo la percepisco in molti addetti ai lavori e a volte perfino in alcuni amici « di scuola ». È come se mancasse l’aver vissuto una parte essenziale di un racconto. E allora spesso non ci si capisce e si danno per scontate cose che non lo sono poi tanto così come si credono innovative idee che non lo sono affatto. Ma ora la svolta! Halleluiah!!! Habemus team! Istituito al ministero con grande eco e plauso tra gli innovatori, un gruppo di consulenti per l‘innovazione didattica e la formazione! Spero di non aver preso l’ennesimo abbaglio, anche se la presenza come esperto,dal nome singolarmente evocativo,di un già sottosegretario dell’ineffabile ministro leghista Bussetti non mi ispira nulla di buono. Ma non farò il solito pregiudizievole bastian contrario .Ci sarà chi finalmente contribuirà ad aprire la strada nella scuola pubblica all‘educazione diffusa e alla città educante? Si potrà finalmente dire di essere usciti dalla misera Buona Scuola e dai suoi perfidi strascichi? Finirà la visione pedagogica reclusoria e classificatoria mai di fatto cambiata dall’800 ad oggi se non con tante gattopardesche fintevgiravolte riformiste? Nell’attesa, che si spera breve, avvantaggiatevi leggendo le istruzioni! La speranza è sempre l’ultima dea.E poi, semmai, faremo da soli. Come spesso è accaduto. Letto, tradotto, parafrasato, trasposto, dissentito e sottoscritto da Giuseppe Campagnoli

8 Aprile 2020-5 Novembre 2020

Categorie
amministratori cultura Educazione Scuola

Buona educazione

Unknown-1

Abbiamo provato, su esplicita richiesta e, confesso, con un po’ di titubanza, a suggerire idee sull’educazione e la cultura per un programma di un Movimento politico « progressista » in vista di prossime elezioni regionali. Ecco a confronto ciò che abbiamo proposto e ciò che è rimasto nelle linee programmatiche del movimento, seppure provvisorie e, naturalmente, sintetiche.

Il 18 Luglio 2020 abbiamo scritto come contributo per il programma del Movimento politico:

« L’educazione è il fondamento della vita e della vita sociale e da essa dipende, come è noto, tutto il resto. Da essa dipendono la salute, il lavoro, la cultura, l’ambiente, la città, la solidarietà e la condivisione del concetto di comunità a tutti i livelli. Attraverso le istituzioni, anche dal basso, si può cominciare a realizzare una sottile rivoluzione in campo educativo e culturale. Ogni punto di qualsiasi programma politico è permeato dal concetto di educazione che non deve essere imposta o indotta dall’alto con indicazioni, programmi, istruzioni, luoghi deputati e organizzazioni di controllo e misura. Essa deve essere solo guidata attraverso la vita reale, i suoi luoghi, le esperienze che contengono già in sé molti saperi variegati e interconnessi e le possibilità di apprenderli e realizzarli per la vita.  Vivere la città e il territorio, abitarli, conoscerli e parteciparvi sono idee e azioni strettamente connesse ed interdipendenti. Attraverso  l’educazione potranno rinascere e rivivere i territori avviandosi verso il concetto di città educante dove anche i luoghi dell’abitare, oltre che quelli del lavoro e del tempo libero, della cultura e dell’apprendere, dovranno essere sottratti gradualmente alla speculazione ed al mercimonio, con opportune politiche urbanistiche e di gestione del territorio. Non sarebbe utopia iniziare dalle istituzioni più prossime ai cittadini come Comuni e Regioni a percorrere le norme già in vigore e pensarne di nuove o mettere in campo esperimenti e iniziative in direzione di un ripensamento radicalmente nuovo dei concetti di educazione e di cultura. Educazione diffusa e cultura diffusa quindi. Occorre superare l’educazione formale e informale e la formazione per un concetto di educazione incidentale e diffusa lungo tutto l’arco della vita. Le sinergie tra enti locali e scuole autonome per incidere anche sugli indirizzi nazionali con esperimenti e proposte sono fondamentali.

 Proviamo a rileggere in senso creativo e progressivo le “competenze” in fatto di scuola, cultura, professionalità, socialità, territorio e città della Regione e a ribaltarle in una accezione di rinnovamento radicale possibile da avviare anche con le leggi attuali.

Ecco una lista breve e concreta, all’interno del programma e delle attuali competenze regionali, che vede cultura ed educazione come volani e tessuto connettore per tutto il resto. Agevoliamo ed incentiviamo esperimenti di educazione diffusa, dal nido all’educazione degli adulti, passando per l’università e i mestieri ma anche per la costruzione della vita e l’agire quotidiano della comunità connettendo altresì strettamente le attività e le iniziative culturali del territorio. Superare concetti come il profitto, lo sfruttamento e le diseguaglianze sociali è elemento fondamentale per qualsiasi cambiamento e passa naturalmente attraverso l’educazione.

• Nel processo di cambiamento occorre integrare i luoghi e i tempi dell’educazione con i luoghi e i tempi della cultura e del lavoro.

 • Nella definizione dell’organizzazione delle cosiddette reti scolastiche si tenderà a superare progressivamente l’edilizia scolastica a favore di reti di luoghi educativi nella città e nel territorio create attraverso convenzioni, intese, accordi nel territorio a partire, per esempio, da un unico “portale educante” che sostituirebbe tanti reclusori scolastici con un polo educativo di quartiere o di piccola città. La creazione di reti attive di musei, teatri, botteghe, laboratori artigiani e artistici, fattorie didattiche e agricole, scuole parentali, montessoriane, steineriane e sperimentali, associazionismo culturale tenderanno oltre che alla realizzazione di educazione e cultura diffuse anche al recupero dei centri storici e delle periferie ad un uso culturale ed educativo, abitativo e produttivo diffuso. Le  risorse di economie da edilizia scolastica potranno essere investite per il personale aggiuntivo nella educazione diffusa, per interventi di attori esterni (esperti, botteghe, artigiani…musei..)  come nelle politiche attive nell’inclusione sociale e nella integrazione in genere all’interno dei percorsi educativi.

 • La costruzione del cosiddetto “calendario scolastico” potrà essere gestita insieme alle autonomie scolastiche e locali, alle associazioni e agli enti coinvolti, superando rigidità e protocolli per avviarsi verso concetti più coraggiosi e già praticabili di calendari plurisettimanali e flessibili, di orari di prossimità, in stretta relazione con le attività di educazione diffusa che si avvieranno in via sperimentale nel territorio.

 • L’ istruzione professionale potrà essere integrata da accordi e protocolli con i percorsi educativi in via di ridisegno, così da scongiurare anche la percezione e la realtà di attività diversamente classificate e considerate, spesso come di serie B.

• Creare una rete di associazioni ed enti (magari accreditati) per le manifestazioni culturali diffuse a livello regionale e sovraregionale per scongiurare clientele e privilegi dei “soliti noti” attraverso protocolli trasparenti di scelta e finanziamento di iniziative, eventi e attività per sancire anche a livello normativo il legame tra cultura ed educazione, lavoro, turismo sostenibile.

 • In questo contesto sarebbe auspicabile e in qualche caso indispensabile una politica territoriale per una mobilità leggera e sostenibile come supporto virtuoso per una città e territori educanti. I gruppi di studenti, cittadini, adulti, anziani, migranti, turisti in formazione, lavoro e tempo libero si muoverebbero  insieme, non più segregati in luoghi diversi, liberamente in una rete di trasporto fatta di ciclabili, pedonali diffuse, mezzi pubblici elettrici, metropolitane leggere di superficie.

 • Tutte le prerogative che seguono dovranno essere integrate in un piano regionale che le indirizzi verso un concetto diverso di educazione che superasse, come già detto, la divisione strumentale e pericolosa tra educazione formale, non formale, informale, istruzione, formazione, addestramento:

 1) le iniziative e le attività di promozione relative all’ambito delle funzioni conferite;

 2) la costituzione, i controlli e la vigilanza, ivi compreso lo scioglimento, sugli organi collegiali scolastici a livello territoriale.

 3) Iniziative coordinale con altri enti territoriali in merito a:

 a) educazione degli adulti;

 b) interventi integrati di orientamento scolastico e professionale;

 c) azioni tese a realizzare le pari opportunità di istruzione;

 d) azioni di supporto tese a promuovere e sostenere la coerenza e la continuità in verticale e orizzontale tra i diversi gradi e ordini di scuola;

 e) interventi perequativi;

 f) interventi integrati di prevenzione della dispersione scolastica e di educazione alla salute. »

Il Movimento politico (innominato) il 23 Luglio 2020 ha scritto nel suo programma in bozza definitiva in merito ad “istruzione e cultura”:

« Per un maggiore investimento nella scuola e nella formazione professionale dalla prima infanzia all’università.

 Per una politica culturale integrata e lungimirante, in cui la Regione svolga correttamente le funzioni di programmazione e coordinamento, favorendo la progettazione e l’organizzazione integrata a livello territoriale.

o Incremento del numero di posti di Nido d’ infanzia garantendo la gratuità per i nuclei con fasce di reddito più basse.

o Integrazione tra il sistema scolastico e formativo con il sostegno strategico del percorso formativo professionale ed il collegamento con il mondo del lavoro.

o Impegno per l’opposizione al progetto dell’autonomia differenziata.

o Impegno per programmare e sostenere corsi di aggiornamento per insegnanti, d’intesa con le scuole, finalizzati a elevare la qualità educativa della didattica.

o Piano di investimenti per l’edilizia scolastica e il recupero di edifici dismessi fatiscenti. o Interventi integrati di prevenzione della dispersione scolastica.

o Creazione di reti attive di musei, teatri, botteghe,laboratori artigiani e artistici, fattorie didattiche e agricole, scuole parentali, montessoriane, steineriane e sperimentali e associazionismo culturale al fine di promuovere la realizzazione di educazione e cultura diffuse e al recupero dei centri storici e delle periferie ad un uso culturale ed educativo, abitativo e produttivo.

o Valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico e sostegno a Musica, Teatro e Cinema anche mediante la creazione di una rete di associazioni ed enti accreditati per manifestazioni culturali diffuse per scongiurare clientele e privilegi attraverso protocolli trasparenti di scelta e finanziamento di iniziative, eventi e attività. »

Ai lettori l’ardua sentenza. Ci pare che i punti, miseri e stringati che echeggiano da lontanissimo qualche idea del Manifesto della educazione diffusa sono solo quelli evidenziati  in grassetto.  La speranza è che nel programma definitivo lo spazio per educazione e cultura sia quello che meriterebbero e che ci sia qualcuno nella politica che “il coraggio se lo possa dare”. Oppure non ci resta che piangere o partire dal basso senza poter contare affatto sulle istituzioni? Occorre insistere e resistere facendo? Immagino di si e noi come altri siamo sempre pronti a dare una mano.  (Leggi anche La scuola delle linee guida e  “Quale idea di scuola” )

Un’intervista di uno degli ideatori (insieme al Prof. Paolo Mottana dell’Università Bicocca di Milano) del progetto di educazione diffusa a Laforzadicambiare  di Pesaro nell’estate del 2017 all’uscita del Manifesto dell’educazione diffusa.

ReseArt  7 Agosto 2020

Categorie
Educazione Politica

Quale idea di scuola

Mi rammarico delle reazioni a dir poco immeritate e forse anche un po’ sopra le righe (si è scomodato perfino un vicedirettore!) ad un mio articolo e ad una lettera al quotidiano il Manifesto di cui lamentavo, avendo letto (purtroppo sì, li ho letti, eccome se li ho letti checché ne dicano i censori sicuri di sè!) negli ultimi anni tanti articoli e saggi sulla scuola quasi tutti dello stesso tenore, una visione obsoleta e comunque specularmente arretrata rispetto a quella comunque peggiore della destra liberista, della pedagogia liberale o di quella imperante nell’attuale «sinistra» di governo filtrata dal populismo pragmatico suo alleato. A tal proposito ricordo l’essenza di una intervista a Massimo Baldacci del 2014 proprio sul Manifesto che ben rappresenta quella che credo sia l’idea di scuola prevalente nel quotidiano e che mi pare ben lontana dall’auspicare una rivoluzione quanto mai urgente in campo educativo magari verso una salutare descolarizzazione. Ho rappresentato la mia delusione e il mio disappunto, di uomo di scuola da una vita e di libertario convinto, rispetto a ciò che mi sarei aspettato da un giornale che ho sempre letto e seguito fin dagli anni della sua fondazione, in fatto di idee sulla scuola o meglio sull’ educazione che credo sia il fondamento di tutto il resto. Ho scoperto con sorpresa un certo massimalismo in una materia che per sua natura dovrebbe essere libera e lontana dai monopoli del potere o del contropotere, qualsiasi essi siano, ma anche un difetto di informazione su ciò che si muove, spesso per affinità con tanti maestri sovversivi e dissenzienti in campo educativo, nella direzione di oltrepassare qualsiasi modello di scuola obbediente e guidato o organizzato altrove.

Ricordo per inciso ciò che scrive Francesco Codello su chi io considero un pedagogista affine alla nostra idea di educazione:

“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria.”

Quanto a Baldacci, sono sicuramente d’accordo sul fatto che occorra “..privilegiare lo sviluppo umano e non il capitale umano. Non incoraggiare i produttori efficienti, ma i liberi pensatori» ma credo altresì che questo non debba e non possa essere fatto sostituendo un potere con un altro o semplicemente correggendo alcuni aspetti del paradigma scolastico attuale agendo solo sugli investimenti per strutture, edifici, personale, oppure sulla centralità degli alunni e degli studenti, sul voto, sulle cattedre e sui banchi. Credo che l’attuale paradigma scolastico andrebbe assolutamente superato. Si parla di orientare le politiche scolastiche e i percorsi di istruzione. Ma mi chiedo, da parte di chi? Di un nuovo potere? Da un’azione collettiva e condivisa dal basso? Non è affatto chiaro. Pedagogia militante vuol dire che diventerebbe di nuovo una virtù obbedire ad altri programmi e indicazioni istituzionali? Perché insistere ad usare ancora il termine scuola?

L’educazione certamente non deve svilupparsi in funzione di un sistema economico ma neppure in funzione di un potere che fondasse il suo essere democratico sull’equivoco della rappresentanza o sulla pretesa funzione di guida di alcune “avanguardie” magari verso un sistema che nella realtà sostituirebbe, come spesso è successo nella storia, un’oligarchia con un’altra. È l’educazione, libera, autonoma, descolarizzata l’unico presupposto per fondare nel tempo una società di eguali, o meglio di equivalenti solidali e cooperanti. Non è una utopia, o meglio non lo sarebbe se non vi fosse l’ostacolo dell’alternanza di poteri a tutti i costi guidata e controllata dell’egemonia dell’economia sulla vita. Ciò che sta accadendo in tanti movimenti nel mondo pare voglia andare in direzione di questa utopia. È sbagliato quindi e pericoloso voler portare a sintesi il paradigma liberista del capitale umano con quello sociale dello sviluppo umano. Non sono a mio avviso compatibili con la libertà dell’educazione e riprodurrebbero una sorta di neosocialdemocrazia, passante per un concetto ibrido di scuola che sintetizza il “produttore e il cittadino”. Si vuole forse uscire da un tipo di pensiero unico per entrarne in un’altro? Non basta ciò che sta accadendo nel mondo? L’educazione non è affatto estranea a tutto questo e andrebbe sottratta a qualsiasi potere.

Giuseppe Campagnoli

2 Luglio 2020

Categorie
calamità Educazione Politica Salute Società

Politicamente scorretto.

LA RABBIA, QUELLA CHE RESISTE AL TERRIBILE DEUS EX MACHINA E A CHI LO HA SPINTO SULLE NOSTRE STRADE CHE NON ERANO PROPRIO PLACIDE. QUESTO MALE È UNO DI QUELLI CHE NUOCE E BASTA SE NON PRELUDE A RADICALI MUTAZIONI SOCIALI.

Sono arrabbiato più che preoccupato, più che addolorato, più che terrificato, più che ottimista, più che pessimista, più che dogmatico.

Arrabbiato con chi ha ridotto la salute pubblica italiana, la scuola pubblica italiana, la società italiana  e non solo, a questo livello. 

Arrabbiato con chi ha sfruttato e continua a farlo.

Arrabbiato con chi tiene in piedi il capitalismo e pretende di farlo vivere anche dopo questa emergenza, anzi, approfittando proprio di questa emergenza, in guisa di famelici stormi di zamuri.

IMG_2278
Briganti. Da Charlie Hebdo

  • Arrabbiato con chi non parla più di migranti, di senza tetto, di disoccupati ,di poveri  di altri malati.
  • Arrabbiato con chi crede che tutto continuerà come prima.
  • Arrabbiato con i ricchi e sfacciati elemosinieri che danno milioni in carità per farsi applaudire ora quando avrebbero potuto e dovuto dare migliaia di miliardi da tanto tempo.
  • Arrabbiato con chi dice #tuttoandrabene quando non sarà così e non sarà per tutti.
  • Arrabbiato con una parte criminale di questo mondo che ha preparato autostrade per guerre, cataclismi, fame, sconvolgimenti climatici, inquinamento, carestie e quindi anche per piaghe come i virus e le pandemie.
  • Arrabbiato con chi piange e con chi ride, con chi scrive, fa lo snob, fa video, posta convulsamente, fa battute e sciorina idiozie, canta, balla sul balcone, passeggia, porta a spasso il cane 5 volte al giorno, saccheggia i negozi, fa ancora selfie e dirette video e va ai raduni dei Puffi. Sono arrabbiato con i vips, i politici e i media sciacalli…
  • Arrabbiato per chi è costretto da solo in un monolocale senza luce e poca aria, per chi casa non ce l’ha proprio, per chi vive in 5 o 6 persone, anziani e bambini compresi tra quattro mura anguste, per chi non uscirebbe per sfizio ma per respirare e vivere, per chi è in carcere o in un centro profughi, come per chi soprattutto viene gettato senza difese nelle trincee della resistenza ad un nemico che hanno contribuito i poteri economici e sociali  a spingere inesorabilmente contro di noi, soprattutto contro di noi.

Sono tremendamente arrabbiato con chi loda la scuola a distanza dentro nuovi muri, con chi vuole riaprire e richiudere le carceri scolastiche o renderle gabbie dorate di spazi da fantascienza  e non pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente. Una occasione per  non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini ma per aprire le menti alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli e naturali per la vita e per la natura. Sono arrabbiato con chi dice che la scienza non è democratica. La scienza può e deve essere democratica e collettiva perché deve risolvere i problemi  di tutti, nessuno escluso o emarginato e migliorare la vita senza altri fini se non quello di preservare e rendere più accogliente il mondo in cui viviamo. 

Le strade

Sono arrabbiato perché non  abbiamo ancora  capito. E se l’unico antivirus possibile restasse  l’anarchia? Non certo, ormai l’abbiamo assodato, quella falsa social-democrazia da sempre cavalcata da pochi, non quel comunismo e quel nazionalismo delle dittature “di popolo” provvisorie nei proclami ma che poi restano per sempre e di pochi. Resterebbe solo invece, finalmente la possibilità di una responsabilità dell’autogoverno, costruita lentamente e profondamente con l’educazione incidentale e totale, nel mondo reale, in comunione con gli altri e la natura; di una responsabilità collettiva dell’economia della salute e del sapere  garantiti a tutti, delle risorse circolari. Resta la libertà di un reddito universale e della cooperazione del fare, del produrre e dell’usare e la libertà, infine, della condivisione spontanea, del tempo lento e di tutti. Perché le regole imposte da un gruppo, da una classe, da una casta, da una lobby contengono già in sè il germe della trasgressione, della disobbedienza e del conflitto. Ciò che invece induce la vita compatibile, il rispetto dell’ambiente, del prossimo, dei bisogni e delle priorità umane e naturali attraverso una educazione profonda, comune, estesa e condivisa dalla nascita alla trasformazione finale, non sarà mai una regola da rispettare a priori e quasi sempre a vantaggio di altri.

IMG_3783.jpg

È la buona ora adesso di ricominciare da ZERO. Con nuovi e diversi paradigmi. Già molti, dal basso ci stanno provando, nei cortili ancora chiusi, tra le case,  da lontano con i mezzi della tecnica usati con juicio, spontaneamente, con rispetto reciproco, condividendo le regole di buon senso comune e di scienza compresa e assimilata, organizzandosi a vivere in modo nuovo, collettivo e solidale, badando bene a non farsi  organizzare con fare subdolo e strumentale da chi poi se ne gioverà elettoralmente, economicamente o anche pure, come già è successo, accademicamente.Un mio anziano professore giurista e saggio diceva spesso che la legge comincia dove finisce il buon senso e lo Stato dove finisce la libertà e la natura. Era un liberale. 

Non dimentichiamoci di tutto questo. Perché i poveri morti e le sofferenze,  la fatica e la pazienza infinite non siano stati invano e tutto non ricominci a girare come prima e forse anche peggio di prima. Non dimentichiamo che chi tiene in mano il potere definisce utopia ciò che non giova ai suoi interessi.  

Un abbraccio a chi è stato gettato nella mischia senza armi e protezioni. Ci risentiamo alla fine di questo incubo grottesco e drammatico. Forse.

Giuseppe Campagnoli  maledetta estate.

Categorie
Educazione Infanzia Scuola

Bimbi stregoni?

TRADUZIONE E PARAFRASI DI GIUSEPPE CAMPAGNOLI DALL’ ARTICOLO SU LIBERATION di GUILLAUME LACHENAL (HISTORIEN DES SCIENCES, PROFESSEUR À SCIENCES-PO (MÉDIALAB))

Sono stati reclusi per mesi e quelli che rientrano a scuola questa settimana saranno soggetti a protocolli degni di una sala operatoria. Che bisogno c’era di snobbare e sottovalutare prima e mettere a rischio e maltrattare i bambini poi, durante questa epidemia?

“I bimbi europei sono stati oggetto di un’enorme maltrattamento durante il periodo di confinamento. Ci si ricorderà della Spagna (o dell’Italia n.d.r.) dove sono stati sequestrati per due mesi senza la minima possibilità di uscire. Come scrisse il corrispondente di Libèration, nella scala delle libertà individuali erano sotto il gradino dei cani. Non pare sia andata meglio in Francia e sembra che la cosa debba durare per qualche settimana ancora: i pochi che rientreranno a scuola saranno soggetti a protocolli da sala operatoria e gli altri, se non saranno preclusi da parchi e giardini saranno comunque privati di scivoli e giostre mentre gioiscono sindaci prefetti e regioni perché le aree gioco resteranno comunque interdette. La nostra società della benevolenza diventa all’improvviso molto aggressiva. Come si può capire la relazione tossica tra la lotta contro l’epidemia e l’infanzia? Era già chiaro fin dall’inizio. Ricordiamo Macron il 12 Marzo:

” I nostri bambini e i nostri più giovani, dicono gli scienziati, sono quelli che diffondono più velocemente il virus” spiegava, ” e allora per proteggere e ridurre i contagi del virus nel nostro territorio bisogna chiudere le scuole”.

Il primo argomento, col senno di poi è risultato errato: i casi sono rarissimi a quelle età, come hanno mostrato anche gli studi cinesi, mentre i rischi sono comunque da contemperare ( è un principio di salute pubblica) con i rischi sanitari e sociali, quelli veramente forti, della loro clausura. L’altro argomento, quello di proteggere noi e gli anziani dalla minaccia epidemiologica che rappresentano bimbi e giovani è puramente teorico: se è chiaro che i bambini possono essere infettati ed infettivi è altrettanto chiaro che gli adulti se la son cavata da soli, da veri grandi, per far esplodere l’epidemia con gli aperitivi, la movida, i cori, i funerali, i matrimoni,  i raduni dei puffi, i call centers.. e l’hanno ben saputo fare! Si attende ancora, sei mesi dopo i primi casi, la benché minima prova che i bambini possano essere l’anello mancante nella dinamica dei cluster. Ed eccoci difronte ad un enigma: perché questa accusa largamente rigettata dal corpo insegnante è così centrale nel dibattito pubblico? Che bisogno c’ era di mettere a rischio e maltrattare i bambini durante questa epidemia? La storia qui ha un suo peso: Ebola nel 2014 il cui “paziente zero” sarebbe stato Emilio un bambino di due anni della Guinea che amava giocare troppo con i pipistrelli; l’esperienza dell’influenza dove le scuole avrebbero fatto da incubatrici o la più remota memoria terribile della polio, epidemia si disse trasmessa da bambini vittime e colpevoli ad un tempo. Ma  c’è un motivo antropologico più profondo per la messa in stato d’accusa dei bambini come origine e vettore di contaminazione della società e degli anziani in particolare.

La figura che forse tormenta la nostra ragione epidemiologica è quella del bambino stregone definizione che però non ha nulla a che vedere con quella rassicurante e prevedibile del “giovane” (delinquente, della periferia, etc..) nè con il concetto di capro espiatorio. Caratteristica tedesca fino al XVIII secolo (i processi di bambini d’Augsburg in Baviera e di Molsheim, oggi in Alsazia, che sfociarono in esecuzioni di ragazzi e ragazze a decine sono esempi famosi) il bambino stregone è un fenomeno moderno e paradossale che emerge in Europa nel momento in cui il bambino si afferma come un soggetto di diritto preso in carico e tutelato dalle chiese e dagli stati. Nel XVII secolo quando la caccia alle streghe si affievolisce il bambino cambia di stato: le vittime di ieri sono ormai sospettate di prendere parte ad un complotto malefico (spesso descritto anche come una epidemia) contro la società. Dagli anni ’90 il fenomeno si è amplificato in Africa, in particolare nel centroafrica. Dei bambini, talvolta molto giovani si ritrovano accusati, spesso all’interno della cerchia famigliare, di aver provocato malattie, incidenti o infortuni. Confessano pubblicamente i loro atti anche con l’aiuto di un pastore pentecostale e sono quindi bastonati, buttati in strada, talvolta anche uccisi, raramente “purificati” dai loro peccati. Il fenomeno è legato ad una crisi sociale profonda prodotta nella regione dagli effetti di una combinazione delle politiche di assestamento del sistema, dall’epidemia di aids e dalle guerre civili che compromettono le strutture familiari e le generazioni.

 

L’accusa ai bambini è la proiezione dello smarrimento degli adulti incapaci di assicurare la sopravvivenza in una economia, importata e imposta dall’occidente, tra le scorribande delle milizie, le guerre per i diamanti e tanto altro. Il bambino stregone  è la spia della  congiura di un mondo ribaltato dove il  potere magico, una volta  attribuito alle figure autoritarie, oggi è il segno di una gerontocrazia che affonda e si preoccupa. Noi dal canto nostro viviamo un tempo di morti in più, di corpi mal sepolti e di turbolenze tra generazioni dove i bambini, reucci rispettati di un tempo, ora rasentano i muri come dei vecchi impauriti, gli adulti si lamentano del loro infantilismo e gli anziani muoiono dietro dei teli bianchi. Vale per gli scolari mocciosi, come per i bambini stregoni:  sono proiezioni dei nostri scompensi, applichiamo loro dei protocolli sanitari assurdi, rituali impossibili di sanificazione di libri, di pennarelli e lavagne, procedure fantasiose per riprendere il controllo delle energie che ci sono sfuggite. Si sognano  braccialetti elettronici su di loro per agevolarne le “confessioni” mentre gli si attribuiscono  poteri che non hanno per scongiurare la nostra impotenza”

Dimenticati quando la priorità è il mercato e la sopravvivenza del mondo degli adulti, colpevolizzati ed esorcizzati come dei piccoli stregoni anche oggi,  in occidente come in oriente, quando ci si occupa finalmente di loro per segregarli di nuovo, controllarli, classificarli, addestrarli sotto stretta sorveglianza nei rinnovati e distanziati reclusori scolastici spesso eufemisticamente indicati come innovativi spazi di una bella edilizia scolastica fatta di corridoi e aule serraglio.

Giuseppe Campagnoli 15 Maggio 2020 

Categorie
Education Educazione Scuola Scuola italiana

Almanacco di una scuola immobile. Re-censione

Nell’ennesimo almanacco, annuario della scuola di Micromega un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire.

La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate (la civica, l’artistica, la aziendale, la finanziaria, la linguistica…) delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, del latino che appare e scompare, delle improbabili “scuole senza”,”scuole con” dell’edilizia scolastica omnipresente, delle materie di cui non si può fare a meno.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata, pochi convinti che debba essere rifondata dalle basi del concetto di educazione magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e pannicelli caldi sparsi quà e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente…

Pochissime le eco che rimandano a qualcosa di più e di oltre. Pochissimo il coraggio di osare anche con il rischio di essere chiamati visionari o sovversivi, come lo erano, d’altra parte Freinet, Illich, Fourier, Ward, Freire…che non sono proprio diventati riferimenti di pedagogie alla moda declinate in troppi modi e in troppe versioni spesso contrastanti tra loro. Non sarebbe il caso di pensare finalmente ad un bel repertorio di buone idee e di buone pratiche? Ad un virtuoso ibrido di belle esperienze che ricostruiscano ex novo una scuola completamente diversa, completamente autonoma dal mondo economico attuale e magari diffusa in ogni ambito della vita e della natura?

Ogni sapiente, come spesso accade, deve dire la sua da un parziale, spesso scontato, punto di vista senza apportare nulla di nuovo e significativo nell’antologia delle prediche sulla scuola a cui ormai siamo terribilmente abituati da tanti decenni, forse fin dalla nascita della scuola pubblica.

Tante perle di saggezza scontata e inutile, a volte in buona fede a volte meno, da Raimo che rilancia l’educazione ad una generica cittadinanza, a Barbero eccellente storico ma improbabile pedagogo, da Galli della Loggia ed altri che fanno la storia di una scuola che non potrà mai proseguire, alle confessioni disperate di prof. che non riescono a capire che occorre ribaltare il tavolo, Scognamiglio che non pare uscire dal paradigma di una scuola che vorrebbe includere escludendo di fatto a priori anche linguisticamente, da Nardella che fa la descrizione implicita dei fallimenti di esperimenti spurii e isolati ad Affinati con le sue esemplari insulae di virtù educativa, alle scuole aperte ma non troppo di Oliva, alla felicità di essere connessi (dove? con chi? perchè?) di Vera Gheno, finanche ai luoghi scolastici belli ma pur sempre chiusi di Berdini. E così via ancora attraverso le scuole pop, la società ottusa e analfabeta di una nuova oclocrazia, gli italiani e le storie, il latino, le note e la lingua fin dalla culla… Il tutto sempre in questo attuale confuso e obsoleto paradigma ideale e reale della scuola.

Una delusione cocente e crescente, soprattutto se penso a ciò che faticosamente si sta muovendo al di fuori di questo dorato recinto della solita speculazione educativo-didattica-didascalico-formativa e parapsicosociopedagogica e che spesso è sconosciuto, misconosciuto, boicottato, minimizzato, quando non ostacolato e ghettizzato. Tutto questo ci dice che occorre più che mai osare ed oltrepassare la scuola lasciando da parte i soloni e i mediatici che parlano di tutto e di niente senza offrire nessuna idea veramente rivoluzionaria e globalmente praticabile anche da subito, sicuramente con meno risorse inutili e sprechi diffusi e con più gratificazione per tutti, insegnanti compresi, che per primi rinascerebbero per primi ad un nuovo ruolo sicuramente più remunerato e più riconosciuto oltre che appassionante. C’è chi ci sta credendo molto e si sta dando da fare, anche da dentro il sistema.

Se siete masochisti e volete versare lacrime amare sul futuro dei nostri giovani e sulla capacità delle genti di leggere e capire la realtà leggete questa mirabile antologia di detti e contraddetti, di pontefici del sapere e del non volere, di mirabili saggi onnipresenti sulla scena abusata degli affabulatori di scuola. Magari vi verrà un sussulto di orgoglio e di disgusto insieme che spinga verso un reale superamento di tutto ciò che rende la scuola a volte vecchia, a volte inutile, a volte pericolosa, a volte perfino grottescamente paradossale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2020

Categorie
Educazione Scuola Società verità Vita

La scuola non basta

La scuola non basta

La scuola non basta, non è mai bastata. Violenza, intolleranza, egoismo, sfruttamento, emergenze climatiche e ambientali, dipendenze, criminalità piccola e grande, degrado urbano e territoriale, diseguaglianze. La scuola non basta per uscire dal recinto che contiene ed alimenta tutto questo. Diffondere capillarmente l’educazione potrebbe avviare una rivoluzione persistente e alla fine in qualche modo risolutiva. I dialoghi e i discorsi nei bar, nelle piazze, nei centri commerciali, sul bus, a tavola, al lavoro, dal dottore segnalano una drammatica emergenza libertaria ed educativa dentro e fuori , in ogni luogo, anche culturale, se e quando la cultura è solo moda, intrattenimento, mercato. I luoghi si degradano e con essi le persone che li frequentano ma non li vivono nè li trasformano. Non basta fare convegni, raduni, gruppi, eventi e kermesses spuri e variegati sul clima, sulle migrazioni, sulla sicurezza, il lavoro, la salute. Non basta più e sovente resta solo  un coacervo di lamenti collettivi, promesse, slogans, piccoli angoli di autocompiacimento, buone intenzioni di cui si lastricano ogni giorno  pericolosi e infernali sentieri, viottoli, strade e stradelle. Non è pessimismo  ma sano realismo e ottima spinta  verso una convergenza, di coloro che resistono e vogliono un cambiamento radicale e salvifico, in un unico sforzo che tragga linfa dalla rifondazione della società in un progetto educativo da cui può nascere una vera rivoluzione. Si mettano insieme le buone idee e le buone pratiche senza etichette e bollini, senza sponsor ma con risorse vere e consistenti, umane e materiali. Tante storie ho letto e vissuto che poi restano lì dove sono nate e spesso finiscono senza contaminare e contaminarsi felicemente altrove. Tante belle esperienze non si conoscono o se ne avverte qualcosa troppo tardi. Tantissime scuole. tantissimi insegnanti e studenti, tantissime genti disorientate e irretite vorrebbero trovare la strada insieme per uscire da questo labirinto senza fine in cui ci tiene chiusi un mondo irreale e artefatto gestito e ordinato altrove.

Rieducazione diffusa

Come si recupera più di mezzo secolo di mala educazione  che ha ridotto le persone schiave di chi le vuole sottomesse e senza pensiero? Come si fonda un futuro di buona educazione diffusa per una nuova vita di persone libere, solidali, eque e appassionate ?

Partendo dai luoghi del vivere. Tutti, nessuno escluso e nessuno privilegiato. Partendo da mentori e maestri, tanti, diversi appassionati, bravi e diffusi, o meglio, sparpagliati in ogni angolo, in ogni tempo del giorno e della notte.

Partendo da quei mentori e maestri che già sono in tanti di noi e che solo uscendo da gusci e recinti istituzionali o ingannevolmente innovativi potranno mettersi a disposizione di una collettività disorientata e disillusa , arrabbiata e violenta, preda di tanti pifferai incantatori. Mettersi a disposizione anche quotidianamente, informalente, magari accanto alla scuola che si trasforma e si libera, nel loro piccolo e  intorno bisognoso di tanta controeducazione.

Partendo infine dal mondo per esplorarlo, farvi esperienze e da queste apprendere ciò che piace e ciò che serve, a noi e alla comunità. Non ad altri o per altri. Soprattutto non per chi vorrebbe dominare su tutto e su tutti con il potere, il denaro e i falsi miti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è images.jpeg

Una risata  seppellirà questo mondo morente?

“Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica e soffocante. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita, anch’esso diffuso e cresciuto nelle penultime generazioni . La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato tanti governanti al potere e che forse porterà anche i prossimi, i peggiori in assoluto, finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, degli sfruttati, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.”

“Proseguiamo per questo sulla  strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero, giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che gigioneggia ma agisce in modo decisamente reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento. Solo cosi molti riapriranno gli occhi e le menti liberandosi dall’influenza nefasta dei bravi suonatori di Hamelin nelle istituzioni, nella “cultura”” e nella politica. Tanti mentori “condotti” e riconosciuti potranno guidare e supportare uno spontaneo e collettivo, a volte inconscio, desiderio di educarsi magari disobbedendo e resistendo, cercando nuove vie di conoscenza e nuovi modi di vivere più liberi ed eguali.” Dall’educazione è sempre nato tutto il resto. Nel bene e nel male.

Giuseppe Campagnoli in varie date e in vari luoghi.

 

Categorie
analfabetismo arte della politica banche capitalismo Economia Educazione Elezioni Italia povertà Ricchezza e povertà sfruttamento Sociale Società

Ma questo è un bel manifesto!

“Ma questo è un bel manifesto!” Ha esclamato una mia amica leggendo questi punti che ho buttato giù ma che ho in mente da sempre per avviare la società ad un futuro vicino all’equità, alla libertà ed alla fratellanza tra gli uomini. Come sosteneva Rousseau tutti i mali sono venuti dal possesso e dalla proprietà ed è per questo che è proprio l’economia a fare la differenza tra uno stato di sfruttamento, di povertà e ricchezza contrapposte ed uno stato di libertà. Nella nostra Italia martoriata da tempo, giusto fin dalla sua “non-unità” una delle caratteristiche più eclatanti è che siamo da tanto un paese  povero e allo stremo, con servizi collettivi al collasso mentre tanti cittadini sono più meno ricchi e risparmiatori. Non vi fa venire in mente qualcosa di lapalissiano questa constatazione? Da dove vengono i danari per i servizi, per lo stato sociale, per il funzionamento della nostra comunità? Dai contributi dei cittadini attraverso le tasse. E allora perché lo stato è povero e gran parte   dei suoi cittadini  di fatto non lo è e tende a nasconderlo nelle banche, nei beni immobili oltre la casa dove abita e in investimenti vari, salvo poi il piagnisteo  e la ignobile pretesa che tutti paghiamo per loro quando vengono truffati per la loro dabbenaggine o la loro ingordigia? Tutto ciò accade perchè c’è troppo mercato e troppo poco Stato. E c’è un sistema fiscale decisamente iniquo che non accenna, neppure nelle intenzioni elettorali di tutti i contendenti a cambiare per nulla. La cosiddetta tassa piatta e le elemosine sotto varie forme, tendenti a lasciare i poveri come sono e i ricchi anche, se non ad aumentarli, aggravano questo stato di cose. Per una società più giusta e più libera, non certo utopica , molto si potrebbe fare già da ora, non solo nel nostro strano paese dove l’analfabetismo di ritorno ed una scuola chiusa, inutile per i più e a senso unico hanno vanificato l’educazione e il vero senso di solidarietà ed onestà nella maggior parte della gente che viene invece sopraffatta dall’ignoranza e dall’ egoismo. Questi potrebbero essere i primi utili passi in una sorta di lista delle azioni propedeutiche ed ineluttabili verso una democrazia laica e libertaria.

image

« Il fondamento della vita in comune è l’educazione ed è tempo di una vera e propria rivoluzione in campo educativo: educazione incidentale, libera, senza muri e orari, senza competizione, forte e aperta a tutti i saperi, senza discriminazioni e separazioni di sorta.

Il fondamento dell’equità è la lotta allo sfruttamento e alle diseguaglianze che generano ricchezze e povertà. Occorre ridurre queste disuguaglianze agendo sulla forbice tra redditi e ricchezza personale o collettiva  con un tassazione che riduca gradualmente la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi al massimo (massimo!) a 12 volte. (CFR Le Facteur 12”) Qualsiasi profitto serve a garantire una vita dignitosa e deve essere per forza reinvestito per la ricerca, il sociale e ridurre la dipendenza della vita dal lavoro.    

Le libertà ed i diritti civili conquistati con tante lotte e sacrifici nei secoli sono intoccabili e vanno ampliati (aborto, divorzio, unioni civili, concetto obsoleto di famiglia, lotta alle discriminazioni sessuali, di religione, di provenienza geografica…) 

Nazioni, patria e  frontiere sono concetti di altri tempi e dei tempi delle guerre. La solidarietà  collettiva e individuale tra umani e soprattutto  verso le persone vittime di guerre, fame, carestie e danni provocati direttamente o indirettamente da colonizzazioni, predazioni multinazionali e mercanti e impresari di paesi diventati ricchi sulle spalle del terzo mondo è una legge di civiltà per tutti, in Italia, in Europa, nel mondo.

La gratuità e l’accesso totale alle cure  di qualità  per tutti in qualsiasi situazione personale, geografica  e anagrafica sono diritti fondamentali. Occorre sottrarre al mercato la salute e la medicina.

Occorre togliere gradualmente al mercato  ed alla speculazione anche altri beni e servizi fondamentali e vitali come agricoltura, cibo, acqua, casa, educazione, ambiente, trasporti…

E’ fondamentale, in attesa della liberazione dalla schiavitù del lavoro, l’ istituzione di un reddito minimo (e di un limite anche massimo per equità)  e di un reddito di cittadinanza universale con fondi tratti dalla tassazione e dalla riduzione di redditi e patrimoni che eccedono la regola equa (e implicitamente scritta anche in Costituzione negli articoli dedicati al lavoro, alla iniziativa privata, alle tasse etc..) del fattore “12”.

È essenziale la tutela globale dell’ambiente naturale e di tutti gli esseri viventi e auspicabile la graduale abolizione di allevamenti intensivi per il mercato dell’ iperproduzione.

La religione è un fatto personale. La società  e lo Stato sono laici. 

E non finisce qui.

Giusepe Campagnoli

22 Maggio 2019

IMG_0552

Categorie
Education Educazione Governo innovazione istruzione ministro dell'istruzione Politica Scuola

La scuola. Una scuola. Quale scuola?

 

IMG_0037

“Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.”

Come contraltare avvilente alle nostre idee sulla necessaria rivoluzione in campo educativo che vuole essere il prodromo di una rivoluzione più ampia in campo sociale e culturale è divertente annotare, a partire dalla vacua sezione riguardante l’istruzione del famigerato “Contratto di governo”, i passi che si stanno facendo in questo campo delicato e importante della vita delle persone. L’aveva annunciato l’ineffabile ministro che non ci sarebbero state rivoluzioni. Si sta dimostrando  più realista del re anche nel lasciar mano libera sulle cose del suo dicastero agli altri ministri “competenti” (?). L’alternanza scuola-lavoro che è sopravvissuta in forme diverse e forse peggiori, il concorsone per i docenti di storica formulazione, l’educazione civica che aggiunge una materia al già intasato coacervo disciplinare e diventa quasi la summa della pletora di “educazioni” tanto care all’establishment scolastico vetero e  neodemocristiano, l’abrogazione di regi decreti sulla disciplina alle elementari che da tempo non avevano, di fatto, alcuna efficacia e via così con tante altre perle tese a lasciare le cose come stanno o, nel segno del cambiamento, a peggiorale come le telecamere nelle scuole, l’ennesima giravolta sulle regole dell’Esame di Stato alla fine della scuola secondaria di secondo grado, i contentini parasindacali alla classe docente-elettrice e alla via così.. Chi intravvede dei segnali positivi e di cambiamento anche se minimi credo stia prendendo dei forti abbagli o è caduto ingenuamente nella trappola del guardare il dito al posto della luna indotto dalle grandi capacità di propaganda dell’accoppiata improbabile che ci governa, capacità caratteristica da sempre della furbizia politica. Ultima perla è l’educazione civica che nelle scuole sta per diventare l’ennesima materia classificatoria e prescinde dal fatto che intere generazioni di genitori a partire dagli anni ’60 siano state decisamente abbandonate e forse anche incentivate ad usum delphini nel loro neoanalfabetismo crescente e ahimè inconsapevole (non il saggio “hoc unum scio, me nihil scire “).Questa ignoranza diffusa (diffusa lo è di sicuro!) che lo stesso Gramsci (che aveva un’idea di scuola come riscatto comunque legata ai suoi tempi) temeva molto come veicolo di controllo del potere, non si è configurata solo nel campo dell’istruzione di base ma anche negli aspetti civili, umani e sociali e si spinge anche oltre  creando illetterati perfino con lauree e specializzazioni, come avviene peraltro anche in altri paesi d’Europa e del mondo che spesso questa società mercantile porta addirittura ad esempio (vedi OCSE-PISA) di eccellenza educativa e scolastica.

inaugurazione-scuola-primaria-montecassiano-2

Nei prossimi cinque anni, secondo la contrattazione governativa, che come pare è  un patto ineluttabile, questo, alla lettera, è quello che di rivoluzionario dovrebbe avvenire:

“22. SCUOLA

La scuola italiana ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà. Dopo le politiche dei tagli lineari e del risparmio, l’istruzione deve tor- nare al centro del nostro sistema Paese. La buona qualità dell’insegna-mento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabileper la corretta formazione dei nostri ragazzi.

La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia. Per far ciò occorre ripartire innanzitutto dai nostri docenti. In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza perconsentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento.

Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del si- stema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative deinostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, per-tanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico preca-riato e dall’altro un efficace sistema di formazione.

Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti (ormai a livelli record), che non consentono un’adeguata continuità didattica.Un altro dei fallimenti della c.d. “Buona Scuola” è stato determinato dalla possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico. Intendiamo superare questo strumento tanto inutile quanto dannoso. 

Una scuola che funzioni realmente ha bisogno di strumenti efficaci che assicurino e garantiscano l’inclusione per tutti gli alunni, con maggiore attenzione a coloro che presentano disabilità più o meno gravi, ai quali va garantito lo stesso insegnante per l’intero ciclo.

Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolasticache in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini. 

La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione. È necessarioche anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani. Per consen- tire tutto ciò garantiremo ai nostri docenti una formazione continua. Intendiamo garantire la presenza all’interno delle nostre scuole di docenti preparati ai processi educativi e formativi specifici, assicurandoloro la possibilità di implementare adeguate competenze nella gestio-ne degli alunni con disabilità e difficoltà di apprendimento. 

La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso.”

cropped-img_5910.jpg

Ciò che sta avvenendo giorno per giorno è sotto gli occhi di tutti. Al di là delle giaculatorie di principi a volte lapalissiani e scontati del contratto che, mentre nega la pur terribile “Buona scuola ” renziana, di fatto ne riproduce parti non secondarie in altre forme declinate, i dettagli più incisivi (dove si nasconde il diavolo) e gli interventi più pericolosi e conservatori che incidono anche sulla scuola stanno passando per altre vie e per altri ministeri in effetti molto solerti (immigrazione, sicurezza, lavoro, autonomie differenziate, tagli di risorse..)

Trovate nel testo qualcosa che ricordi minimamente o possa dare suggestioni  circa le idee di scuola senza mura, di città educante, di educazione diffusa? Se è così ditemi per favore dove. Sarà la mia cataratta che avanza (fisica e anche mentale?) a non farmi vedere questi segni tra le righe?