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Diffondere l’educazione per cambiare la società

Giuseppe Campagnoli 22 Novembre 2020

« Il gran torto degli educatori è il volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità, che la vita giovanile non differisca dalla matura, di voler sopprimere la differenza dei gusti e dei desideri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi e la forza della necessità suppliscano all’esperienza.. »

Giacomo Leopardi. Zibaldone 1824

«Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudonoo vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme,Manicomi, Scuole chiuse e scuole che sembrano aperte, colorate,suadenti, accattivanti e ruffiane… Ministeri, Conventi, Centri Commerciali,Stadi e Villaggi Outlet, Social Network… Codeste pubbliche e private architetture reali e virtuali son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero- contro il disordine – contro la solitudine – palliativi contro la povertà a vantaggio del consumo sfrenato – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi, società e mercati come bastioni e trincee veri o fittizi alla sua tremebondaggine.Vi sono sinistri magazzini e opifici di uomini cattivi in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore. Facciamone a meno se possibile».

Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole 1914

L’educazione diffusa

“L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deveassumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attivitàche devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramiteun progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attivitàpubbliche e private interessate, degli insegnanti, dei ragazzie bambini stessi. All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con la realtà, si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggiore autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi. È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno,una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamodi sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progettoper trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio.”

Dal Manifesto dell’educazione diffusa AA.VV. 30/07/2018

L’ educazione diffusa per immagini.

La prima è l’immagine che sta diventando l’emblema internazionale dell’educazione diffusa.

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Educazione

Telescuola

Non immaginavo di dover riproporre questo scritto dopo appena sei mesi! Un articolo e alcuni disegni e foto dei nostri cugini di Charlie Hebdo e Libèration mi avevano colpito, per le loro affinità e per la coincidenza con alcune mie idee non proprio popolari tra i pedagoghi conformi e di moda , tanto da indurmi a proporli in una parafrasi sintetica accompagnata da eloquenti immagini. Ora mi tocca rilanciare il tutto. Di chi sarà la colpa?

Benvenuti all’ Italian Academy

dal Testo originale di Jacques Littauer in versione « italica »

“Liceali che fanno girare degli screenshots dei loro professori presi durante i corsi a distanza; famiglie di cinque persone che si scannano per usare l’unico pc della casa; un insegnante che si stupisce dell’improvvisa partecipazione di una dei suoi allievi non capendo che sua madre le sta suggerendo le risposte…L’esperienza di “continuità pedagogica” imposta a tutti dalla ministra vira verso l’incubo.

Se molti politici credono che i professori non lavorino se non in classe, gli insegnanti delle elementari, delle medie e delle superiori vedono oggi l’impegno moltiplicato almeno per due. Non bisogna soltanto creare nuovi supporti elettronici per le lezioni ( testi, grafici, video..) ma bisogna anche relazionarsi individualmente con ogni allievo. Per non bruciarsi gli occhi davanti allo schermo tutto il santo giorno alcuni insegnanti stampano i compiti, li correggono, li scandiscono e li spediscono uno ad uno alle loro pecorelle. Quanto sa di veloce e trascendentale tutto questo!

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Lo sapevamo. A partire dal 2010 c’è stata la follia dei MOOC (Massive Open Online Courses)!aperti a tutti. Ce n’era per tutti i gusti: da Harvard, Stanford, MIT, Moma e tante scuole e università pubbliche e private: d’un tratto sono diventati accessibili gratis a chiunque sapesse leggere, che avesse una presa di corrente e un computer. Tutti coloro che hanno sbattuto il muso sulle diete o sui corsi di pianoforte a distanza lo sanno bene: nessuno ci riesce bene da solo, senza alcun aiuto di altri allievi, senza scambi con il professore, senza vincoli di orario e senza alcuna efficace verifica o autovalutazione delle cose apprese. (ndr: ricordo con un moto di riso un corso del Moma sulla fotografia dove con accorgimenti vari potevi, step dopo step, arrivare al « diploma » senza aver appreso nulla. Costo 100 Dollari per diventare un non fotografo.) È così che il 90% degli allievi iscritti ai corsi on line abbandona strada facendo e che gli unici sopravvissuti sono quelli con più titoli di studio: siamo molto lontani dalla democrazia digitale. Senza contare che i vari MOOC, già in via di estinzione prima del COVID, costano milioni a scuole e università. Il Coronavirus sancirà definitivamente il falllimento dell’insegnamento a distanza e della sua implicita diseguaglianza sociale.

Per non agire malamente, indistintamente e in modo classista, ammesso e non concesso che si dovesse fare, ci si sarebbe dovuti concentrare almeno sugli snodi cruciali dei percorsi scolastici (così come sono nell’obsoleto contesto della scuola istituzionale) ma soprattutto sugli studenti in difficoltà riservando loro le attenzioni e magari ci si sarebbe dovuti occupare anche di alcuni luoghi educativi nella città: ( non è forse indispensabile l’educazione come il cibo, l’agricoltura, la mobilità, l’informazione, il farmaco e la salute?) luoghi diffusi ad affollamento zero ( le stesse distanze a vista delle file ai supermercati, alle edicole, alle farmacie, agli opifici “essenziali”,ai sentieri dei cani e dei padroni) da usare fin da ora con le stesse dovute precauzioni di distanziamento che continuano ad avere tutti gli spazi urbani ritenuti necessari alla vita. Si potrebbe fare contenendo i rischi con le regole che non impediscono relazioni interumane frattali di metro in metro.

E’ invece successo il contrario: i figli dei poveri o gli allievi in difficoltà sono letteralmente scomparsi e alcuni professori sono arrivati al paradosso di dare loro degli “zeri” fittizi nella speranza di ricevere un segno di vita. Ma per il Ministero tutto sta andando bene tanto che avrebbe appena lanciato, tra le righe di alcune ineffabili circolari, decreti e messaggi quasi da libro cuore, una specie di operazione “vacanza educativa” per una prolungata sessione scolastica molto virtuale, poco virtuosa e decisamente burocratica prevista dalla primavera fino a tutta l’estate. »

La scuola da un muro all’altro

Perché invece di non considerare miracolosa la scuola a distanza dentro nuovi muri non si pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per predisporre tutti insieme (famiglie, insegnanti, mentori, studenti, maestri e pontificatori psicopedagogici) il canovaccio di un bel progetto per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente ? Non sarebbe un anno perduto. Non più di questa scuola « irretita » e di pronto soccorso. Non perdiamo una occasione unica per non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini di un istituto che si pone gli stessi problemi burocratici, docimologici e classificatori perfino a distanza. Approfittiamo infine per aprire le menti dei bambini, dei giovani e non solo alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli per la vita e per la natura. Superiamo alcuni pannicelli caldi condivisibili solo in un contesto educativo come quello vigente (quel recinto di cui spesso ho parlato che mira a migliorare le cose da dove sono ma non a oltrepassarle) e che glissano elegantemente su concetti come l’esperienza, la conoscenza del mondo, la libertà in educazione. Questa è una riflessione che tanti (come avete visto non solo in Italia)stanno facendo anche per contrastare l’iperattività culturale e mediatica non sempre disinteressata e di una specie di mercato nero delle idee più disparate dei tempi difficili. In Italia ho l’impressione, e non appaia come una banalità, che chi non abbia vissuto personalmente, anche per uno scarto anagrafico di qualche anno, le scuole prima delle riforme dei primi anni ‘60 abbia perduto tanti dati esistenziali utili per riflettere sulla scuola oggi e che non si possono recuperare dalle storie di altri o dalla storiografia scolastica e dalle teorie pedagogiche solo accademiche.

Questa mancanza di fondo la percepisco in molti addetti ai lavori e a volte perfino in alcuni amici « di scuola ». È come se mancasse l’aver vissuto una parte essenziale di un racconto. E allora spesso non ci si capisce e si danno per scontate cose che non lo sono poi tanto così come si credono innovative idee che non lo sono affatto. Ma ora la svolta! Halleluiah!!! Habemus team! Istituito al ministero con grande eco e plauso tra gli innovatori, un gruppo di consulenti per l‘innovazione didattica e la formazione! Spero di non aver preso l’ennesimo abbaglio, anche se la presenza come esperto,dal nome singolarmente evocativo,di un già sottosegretario dell’ineffabile ministro leghista Bussetti non mi ispira nulla di buono. Ma non farò il solito pregiudizievole bastian contrario .Ci sarà chi finalmente contribuirà ad aprire la strada nella scuola pubblica all‘educazione diffusa e alla città educante? Si potrà finalmente dire di essere usciti dalla misera Buona Scuola e dai suoi perfidi strascichi? Finirà la visione pedagogica reclusoria e classificatoria mai di fatto cambiata dall’800 ad oggi se non con tante gattopardesche fintevgiravolte riformiste? Nell’attesa, che si spera breve, avvantaggiatevi leggendo le istruzioni! La speranza è sempre l’ultima dea.E poi, semmai, faremo da soli. Come spesso è accaduto. Letto, tradotto, parafrasato, trasposto, dissentito e sottoscritto da Giuseppe Campagnoli

8 Aprile 2020-5 Novembre 2020

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Buona educazione

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Abbiamo provato, su esplicita richiesta e, confesso, con un po’ di titubanza, a suggerire idee sull’educazione e la cultura per un programma di un Movimento politico « progressista » in vista di prossime elezioni regionali. Ecco a confronto ciò che abbiamo proposto e ciò che è rimasto nelle linee programmatiche del movimento, seppure provvisorie e, naturalmente, sintetiche.

Il 18 Luglio 2020 abbiamo scritto come contributo per il programma del Movimento politico:

« L’educazione è il fondamento della vita e della vita sociale e da essa dipende, come è noto, tutto il resto. Da essa dipendono la salute, il lavoro, la cultura, l’ambiente, la città, la solidarietà e la condivisione del concetto di comunità a tutti i livelli. Attraverso le istituzioni, anche dal basso, si può cominciare a realizzare una sottile rivoluzione in campo educativo e culturale. Ogni punto di qualsiasi programma politico è permeato dal concetto di educazione che non deve essere imposta o indotta dall’alto con indicazioni, programmi, istruzioni, luoghi deputati e organizzazioni di controllo e misura. Essa deve essere solo guidata attraverso la vita reale, i suoi luoghi, le esperienze che contengono già in sé molti saperi variegati e interconnessi e le possibilità di apprenderli e realizzarli per la vita.  Vivere la città e il territorio, abitarli, conoscerli e parteciparvi sono idee e azioni strettamente connesse ed interdipendenti. Attraverso  l’educazione potranno rinascere e rivivere i territori avviandosi verso il concetto di città educante dove anche i luoghi dell’abitare, oltre che quelli del lavoro e del tempo libero, della cultura e dell’apprendere, dovranno essere sottratti gradualmente alla speculazione ed al mercimonio, con opportune politiche urbanistiche e di gestione del territorio. Non sarebbe utopia iniziare dalle istituzioni più prossime ai cittadini come Comuni e Regioni a percorrere le norme già in vigore e pensarne di nuove o mettere in campo esperimenti e iniziative in direzione di un ripensamento radicalmente nuovo dei concetti di educazione e di cultura. Educazione diffusa e cultura diffusa quindi. Occorre superare l’educazione formale e informale e la formazione per un concetto di educazione incidentale e diffusa lungo tutto l’arco della vita. Le sinergie tra enti locali e scuole autonome per incidere anche sugli indirizzi nazionali con esperimenti e proposte sono fondamentali.

 Proviamo a rileggere in senso creativo e progressivo le “competenze” in fatto di scuola, cultura, professionalità, socialità, territorio e città della Regione e a ribaltarle in una accezione di rinnovamento radicale possibile da avviare anche con le leggi attuali.

Ecco una lista breve e concreta, all’interno del programma e delle attuali competenze regionali, che vede cultura ed educazione come volani e tessuto connettore per tutto il resto. Agevoliamo ed incentiviamo esperimenti di educazione diffusa, dal nido all’educazione degli adulti, passando per l’università e i mestieri ma anche per la costruzione della vita e l’agire quotidiano della comunità connettendo altresì strettamente le attività e le iniziative culturali del territorio. Superare concetti come il profitto, lo sfruttamento e le diseguaglianze sociali è elemento fondamentale per qualsiasi cambiamento e passa naturalmente attraverso l’educazione.

• Nel processo di cambiamento occorre integrare i luoghi e i tempi dell’educazione con i luoghi e i tempi della cultura e del lavoro.

 • Nella definizione dell’organizzazione delle cosiddette reti scolastiche si tenderà a superare progressivamente l’edilizia scolastica a favore di reti di luoghi educativi nella città e nel territorio create attraverso convenzioni, intese, accordi nel territorio a partire, per esempio, da un unico “portale educante” che sostituirebbe tanti reclusori scolastici con un polo educativo di quartiere o di piccola città. La creazione di reti attive di musei, teatri, botteghe, laboratori artigiani e artistici, fattorie didattiche e agricole, scuole parentali, montessoriane, steineriane e sperimentali, associazionismo culturale tenderanno oltre che alla realizzazione di educazione e cultura diffuse anche al recupero dei centri storici e delle periferie ad un uso culturale ed educativo, abitativo e produttivo diffuso. Le  risorse di economie da edilizia scolastica potranno essere investite per il personale aggiuntivo nella educazione diffusa, per interventi di attori esterni (esperti, botteghe, artigiani…musei..)  come nelle politiche attive nell’inclusione sociale e nella integrazione in genere all’interno dei percorsi educativi.

 • La costruzione del cosiddetto “calendario scolastico” potrà essere gestita insieme alle autonomie scolastiche e locali, alle associazioni e agli enti coinvolti, superando rigidità e protocolli per avviarsi verso concetti più coraggiosi e già praticabili di calendari plurisettimanali e flessibili, di orari di prossimità, in stretta relazione con le attività di educazione diffusa che si avvieranno in via sperimentale nel territorio.

 • L’ istruzione professionale potrà essere integrata da accordi e protocolli con i percorsi educativi in via di ridisegno, così da scongiurare anche la percezione e la realtà di attività diversamente classificate e considerate, spesso come di serie B.

• Creare una rete di associazioni ed enti (magari accreditati) per le manifestazioni culturali diffuse a livello regionale e sovraregionale per scongiurare clientele e privilegi dei “soliti noti” attraverso protocolli trasparenti di scelta e finanziamento di iniziative, eventi e attività per sancire anche a livello normativo il legame tra cultura ed educazione, lavoro, turismo sostenibile.

 • In questo contesto sarebbe auspicabile e in qualche caso indispensabile una politica territoriale per una mobilità leggera e sostenibile come supporto virtuoso per una città e territori educanti. I gruppi di studenti, cittadini, adulti, anziani, migranti, turisti in formazione, lavoro e tempo libero si muoverebbero  insieme, non più segregati in luoghi diversi, liberamente in una rete di trasporto fatta di ciclabili, pedonali diffuse, mezzi pubblici elettrici, metropolitane leggere di superficie.

 • Tutte le prerogative che seguono dovranno essere integrate in un piano regionale che le indirizzi verso un concetto diverso di educazione che superasse, come già detto, la divisione strumentale e pericolosa tra educazione formale, non formale, informale, istruzione, formazione, addestramento:

 1) le iniziative e le attività di promozione relative all’ambito delle funzioni conferite;

 2) la costituzione, i controlli e la vigilanza, ivi compreso lo scioglimento, sugli organi collegiali scolastici a livello territoriale.

 3) Iniziative coordinale con altri enti territoriali in merito a:

 a) educazione degli adulti;

 b) interventi integrati di orientamento scolastico e professionale;

 c) azioni tese a realizzare le pari opportunità di istruzione;

 d) azioni di supporto tese a promuovere e sostenere la coerenza e la continuità in verticale e orizzontale tra i diversi gradi e ordini di scuola;

 e) interventi perequativi;

 f) interventi integrati di prevenzione della dispersione scolastica e di educazione alla salute. »

Il Movimento politico (innominato) il 23 Luglio 2020 ha scritto nel suo programma in bozza definitiva in merito ad “istruzione e cultura”:

« Per un maggiore investimento nella scuola e nella formazione professionale dalla prima infanzia all’università.

 Per una politica culturale integrata e lungimirante, in cui la Regione svolga correttamente le funzioni di programmazione e coordinamento, favorendo la progettazione e l’organizzazione integrata a livello territoriale.

o Incremento del numero di posti di Nido d’ infanzia garantendo la gratuità per i nuclei con fasce di reddito più basse.

o Integrazione tra il sistema scolastico e formativo con il sostegno strategico del percorso formativo professionale ed il collegamento con il mondo del lavoro.

o Impegno per l’opposizione al progetto dell’autonomia differenziata.

o Impegno per programmare e sostenere corsi di aggiornamento per insegnanti, d’intesa con le scuole, finalizzati a elevare la qualità educativa della didattica.

o Piano di investimenti per l’edilizia scolastica e il recupero di edifici dismessi fatiscenti. o Interventi integrati di prevenzione della dispersione scolastica.

o Creazione di reti attive di musei, teatri, botteghe,laboratori artigiani e artistici, fattorie didattiche e agricole, scuole parentali, montessoriane, steineriane e sperimentali e associazionismo culturale al fine di promuovere la realizzazione di educazione e cultura diffuse e al recupero dei centri storici e delle periferie ad un uso culturale ed educativo, abitativo e produttivo.

o Valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico e sostegno a Musica, Teatro e Cinema anche mediante la creazione di una rete di associazioni ed enti accreditati per manifestazioni culturali diffuse per scongiurare clientele e privilegi attraverso protocolli trasparenti di scelta e finanziamento di iniziative, eventi e attività. »

Ai lettori l’ardua sentenza. Ci pare che i punti, miseri e stringati che echeggiano da lontanissimo qualche idea del Manifesto della educazione diffusa sono solo quelli evidenziati  in grassetto.  La speranza è che nel programma definitivo lo spazio per educazione e cultura sia quello che meriterebbero e che ci sia qualcuno nella politica che “il coraggio se lo possa dare”. Oppure non ci resta che piangere o partire dal basso senza poter contare affatto sulle istituzioni? Occorre insistere e resistere facendo? Immagino di si e noi come altri siamo sempre pronti a dare una mano.  (Leggi anche La scuola delle linee guida e  “Quale idea di scuola” )

Un’intervista di uno degli ideatori (insieme al Prof. Paolo Mottana dell’Università Bicocca di Milano) del progetto di educazione diffusa a Laforzadicambiare  di Pesaro nell’estate del 2017 all’uscita del Manifesto dell’educazione diffusa.

ReseArt  7 Agosto 2020

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Educazione Politica

Quale idea di scuola

Mi rammarico delle reazioni a dir poco immeritate e forse anche un po’ sopra le righe (si è scomodato perfino un vicedirettore!) ad un mio articolo e ad una lettera al quotidiano il Manifesto di cui lamentavo, avendo letto (purtroppo sì, li ho letti, eccome se li ho letti checché ne dicano i censori sicuri di sè!) negli ultimi anni tanti articoli e saggi sulla scuola quasi tutti dello stesso tenore, una visione obsoleta e comunque specularmente arretrata rispetto a quella comunque peggiore della destra liberista, della pedagogia liberale o di quella imperante nell’attuale «sinistra» di governo filtrata dal populismo pragmatico suo alleato. A tal proposito ricordo l’essenza di una intervista a Massimo Baldacci del 2014 proprio sul Manifesto che ben rappresenta quella che credo sia l’idea di scuola prevalente nel quotidiano e che mi pare ben lontana dall’auspicare una rivoluzione quanto mai urgente in campo educativo magari verso una salutare descolarizzazione. Ho rappresentato la mia delusione e il mio disappunto, di uomo di scuola da una vita e di libertario convinto, rispetto a ciò che mi sarei aspettato da un giornale che ho sempre letto e seguito fin dagli anni della sua fondazione, in fatto di idee sulla scuola o meglio sull’ educazione che credo sia il fondamento di tutto il resto. Ho scoperto con sorpresa un certo massimalismo in una materia che per sua natura dovrebbe essere libera e lontana dai monopoli del potere o del contropotere, qualsiasi essi siano, ma anche un difetto di informazione su ciò che si muove, spesso per affinità con tanti maestri sovversivi e dissenzienti in campo educativo, nella direzione di oltrepassare qualsiasi modello di scuola obbediente e guidato o organizzato altrove.

Ricordo per inciso ciò che scrive Francesco Codello su chi io considero un pedagogista affine alla nostra idea di educazione:

“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria.”

Quanto a Baldacci, sono sicuramente d’accordo sul fatto che occorra “..privilegiare lo sviluppo umano e non il capitale umano. Non incoraggiare i produttori efficienti, ma i liberi pensatori» ma credo altresì che questo non debba e non possa essere fatto sostituendo un potere con un altro o semplicemente correggendo alcuni aspetti del paradigma scolastico attuale agendo solo sugli investimenti per strutture, edifici, personale, oppure sulla centralità degli alunni e degli studenti, sul voto, sulle cattedre e sui banchi. Credo che l’attuale paradigma scolastico andrebbe assolutamente superato. Si parla di orientare le politiche scolastiche e i percorsi di istruzione. Ma mi chiedo, da parte di chi? Di un nuovo potere? Da un’azione collettiva e condivisa dal basso? Non è affatto chiaro. Pedagogia militante vuol dire che diventerebbe di nuovo una virtù obbedire ad altri programmi e indicazioni istituzionali? Perché insistere ad usare ancora il termine scuola?

L’educazione certamente non deve svilupparsi in funzione di un sistema economico ma neppure in funzione di un potere che fondasse il suo essere democratico sull’equivoco della rappresentanza o sulla pretesa funzione di guida di alcune “avanguardie” magari verso un sistema che nella realtà sostituirebbe, come spesso è successo nella storia, un’oligarchia con un’altra. È l’educazione, libera, autonoma, descolarizzata l’unico presupposto per fondare nel tempo una società di eguali, o meglio di equivalenti solidali e cooperanti. Non è una utopia, o meglio non lo sarebbe se non vi fosse l’ostacolo dell’alternanza di poteri a tutti i costi guidata e controllata dell’egemonia dell’economia sulla vita. Ciò che sta accadendo in tanti movimenti nel mondo pare voglia andare in direzione di questa utopia. È sbagliato quindi e pericoloso voler portare a sintesi il paradigma liberista del capitale umano con quello sociale dello sviluppo umano. Non sono a mio avviso compatibili con la libertà dell’educazione e riprodurrebbero una sorta di neosocialdemocrazia, passante per un concetto ibrido di scuola che sintetizza il “produttore e il cittadino”. Si vuole forse uscire da un tipo di pensiero unico per entrarne in un’altro? Non basta ciò che sta accadendo nel mondo? L’educazione non è affatto estranea a tutto questo e andrebbe sottratta a qualsiasi potere.

Giuseppe Campagnoli

2 Luglio 2020

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calamità Educazione Politica Salute Società

Politicamente scorretto.

LA RABBIA, QUELLA CHE RESISTE AL TERRIBILE DEUS EX MACHINA E A CHI LO HA SPINTO SULLE NOSTRE STRADE CHE NON ERANO PROPRIO PLACIDE. QUESTO MALE È UNO DI QUELLI CHE NUOCE E BASTA SE NON PRELUDE A RADICALI MUTAZIONI SOCIALI.

Sono arrabbiato più che preoccupato, più che addolorato, più che terrificato, più che ottimista, più che pessimista, più che dogmatico.

Arrabbiato con chi ha ridotto la salute pubblica italiana, la scuola pubblica italiana, la società italiana  e non solo, a questo livello. 

Arrabbiato con chi ha sfruttato e continua a farlo.

Arrabbiato con chi tiene in piedi il capitalismo e pretende di farlo vivere anche dopo questa emergenza, anzi, approfittando proprio di questa emergenza, in guisa di famelici stormi di zamuri.

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Briganti. Da Charlie Hebdo

  • Arrabbiato con chi non parla più di migranti, di senza tetto, di disoccupati ,di poveri  di altri malati.
  • Arrabbiato con chi crede che tutto continuerà come prima.
  • Arrabbiato con i ricchi e sfacciati elemosinieri che danno milioni in carità per farsi applaudire ora quando avrebbero potuto e dovuto dare migliaia di miliardi da tanto tempo.
  • Arrabbiato con chi dice #tuttoandrabene quando non sarà così e non sarà per tutti.
  • Arrabbiato con una parte criminale di questo mondo che ha preparato autostrade per guerre, cataclismi, fame, sconvolgimenti climatici, inquinamento, carestie e quindi anche per piaghe come i virus e le pandemie.
  • Arrabbiato con chi piange e con chi ride, con chi scrive, fa lo snob, fa video, posta convulsamente, fa battute e sciorina idiozie, canta, balla sul balcone, passeggia, porta a spasso il cane 5 volte al giorno, saccheggia i negozi, fa ancora selfie e dirette video e va ai raduni dei Puffi. Sono arrabbiato con i vips, i politici e i media sciacalli…
  • Arrabbiato per chi è costretto da solo in un monolocale senza luce e poca aria, per chi casa non ce l’ha proprio, per chi vive in 5 o 6 persone, anziani e bambini compresi tra quattro mura anguste, per chi non uscirebbe per sfizio ma per respirare e vivere, per chi è in carcere o in un centro profughi, come per chi soprattutto viene gettato senza difese nelle trincee della resistenza ad un nemico che hanno contribuito i poteri economici e sociali  a spingere inesorabilmente contro di noi, soprattutto contro di noi.

Sono tremendamente arrabbiato con chi loda la scuola a distanza dentro nuovi muri, con chi vuole riaprire e richiudere le carceri scolastiche o renderle gabbie dorate di spazi da fantascienza  e non pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente. Una occasione per  non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini ma per aprire le menti alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli e naturali per la vita e per la natura. Sono arrabbiato con chi dice che la scienza non è democratica. La scienza può e deve essere democratica e collettiva perché deve risolvere i problemi  di tutti, nessuno escluso o emarginato e migliorare la vita senza altri fini se non quello di preservare e rendere più accogliente il mondo in cui viviamo. 

Le strade

Sono arrabbiato perché non  abbiamo ancora  capito. E se l’unico antivirus possibile restasse  l’anarchia? Non certo, ormai l’abbiamo assodato, quella falsa social-democrazia da sempre cavalcata da pochi, non quel comunismo e quel nazionalismo delle dittature “di popolo” provvisorie nei proclami ma che poi restano per sempre e di pochi. Resterebbe solo invece, finalmente la possibilità di una responsabilità dell’autogoverno, costruita lentamente e profondamente con l’educazione incidentale e totale, nel mondo reale, in comunione con gli altri e la natura; di una responsabilità collettiva dell’economia della salute e del sapere  garantiti a tutti, delle risorse circolari. Resta la libertà di un reddito universale e della cooperazione del fare, del produrre e dell’usare e la libertà, infine, della condivisione spontanea, del tempo lento e di tutti. Perché le regole imposte da un gruppo, da una classe, da una casta, da una lobby contengono già in sè il germe della trasgressione, della disobbedienza e del conflitto. Ciò che invece induce la vita compatibile, il rispetto dell’ambiente, del prossimo, dei bisogni e delle priorità umane e naturali attraverso una educazione profonda, comune, estesa e condivisa dalla nascita alla trasformazione finale, non sarà mai una regola da rispettare a priori e quasi sempre a vantaggio di altri.

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È la buona ora adesso di ricominciare da ZERO. Con nuovi e diversi paradigmi. Già molti, dal basso ci stanno provando, nei cortili ancora chiusi, tra le case,  da lontano con i mezzi della tecnica usati con juicio, spontaneamente, con rispetto reciproco, condividendo le regole di buon senso comune e di scienza compresa e assimilata, organizzandosi a vivere in modo nuovo, collettivo e solidale, badando bene a non farsi  organizzare con fare subdolo e strumentale da chi poi se ne gioverà elettoralmente, economicamente o anche pure, come già è successo, accademicamente.Un mio anziano professore giurista e saggio diceva spesso che la legge comincia dove finisce il buon senso e lo Stato dove finisce la libertà e la natura. Era un liberale. 

Non dimentichiamoci di tutto questo. Perché i poveri morti e le sofferenze,  la fatica e la pazienza infinite non siano stati invano e tutto non ricominci a girare come prima e forse anche peggio di prima. Non dimentichiamo che chi tiene in mano il potere definisce utopia ciò che non giova ai suoi interessi.  

Un abbraccio a chi è stato gettato nella mischia senza armi e protezioni. Ci risentiamo alla fine di questo incubo grottesco e drammatico. Forse.

Giuseppe Campagnoli  maledetta estate.

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Educazione Infanzia Scuola

Bimbi stregoni?

TRADUZIONE E PARAFRASI DI GIUSEPPE CAMPAGNOLI DALL’ ARTICOLO SU LIBERATION di GUILLAUME LACHENAL (HISTORIEN DES SCIENCES, PROFESSEUR À SCIENCES-PO (MÉDIALAB))

Sono stati reclusi per mesi e quelli che rientrano a scuola questa settimana saranno soggetti a protocolli degni di una sala operatoria. Che bisogno c’era di snobbare e sottovalutare prima e mettere a rischio e maltrattare i bambini poi, durante questa epidemia?

“I bimbi europei sono stati oggetto di un’enorme maltrattamento durante il periodo di confinamento. Ci si ricorderà della Spagna (o dell’Italia n.d.r.) dove sono stati sequestrati per due mesi senza la minima possibilità di uscire. Come scrisse il corrispondente di Libèration, nella scala delle libertà individuali erano sotto il gradino dei cani. Non pare sia andata meglio in Francia e sembra che la cosa debba durare per qualche settimana ancora: i pochi che rientreranno a scuola saranno soggetti a protocolli da sala operatoria e gli altri, se non saranno preclusi da parchi e giardini saranno comunque privati di scivoli e giostre mentre gioiscono sindaci prefetti e regioni perché le aree gioco resteranno comunque interdette. La nostra società della benevolenza diventa all’improvviso molto aggressiva. Come si può capire la relazione tossica tra la lotta contro l’epidemia e l’infanzia? Era già chiaro fin dall’inizio. Ricordiamo Macron il 12 Marzo:

” I nostri bambini e i nostri più giovani, dicono gli scienziati, sono quelli che diffondono più velocemente il virus” spiegava, ” e allora per proteggere e ridurre i contagi del virus nel nostro territorio bisogna chiudere le scuole”.

Il primo argomento, col senno di poi è risultato errato: i casi sono rarissimi a quelle età, come hanno mostrato anche gli studi cinesi, mentre i rischi sono comunque da contemperare ( è un principio di salute pubblica) con i rischi sanitari e sociali, quelli veramente forti, della loro clausura. L’altro argomento, quello di proteggere noi e gli anziani dalla minaccia epidemiologica che rappresentano bimbi e giovani è puramente teorico: se è chiaro che i bambini possono essere infettati ed infettivi è altrettanto chiaro che gli adulti se la son cavata da soli, da veri grandi, per far esplodere l’epidemia con gli aperitivi, la movida, i cori, i funerali, i matrimoni,  i raduni dei puffi, i call centers.. e l’hanno ben saputo fare! Si attende ancora, sei mesi dopo i primi casi, la benché minima prova che i bambini possano essere l’anello mancante nella dinamica dei cluster. Ed eccoci difronte ad un enigma: perché questa accusa largamente rigettata dal corpo insegnante è così centrale nel dibattito pubblico? Che bisogno c’ era di mettere a rischio e maltrattare i bambini durante questa epidemia? La storia qui ha un suo peso: Ebola nel 2014 il cui “paziente zero” sarebbe stato Emilio un bambino di due anni della Guinea che amava giocare troppo con i pipistrelli; l’esperienza dell’influenza dove le scuole avrebbero fatto da incubatrici o la più remota memoria terribile della polio, epidemia si disse trasmessa da bambini vittime e colpevoli ad un tempo. Ma  c’è un motivo antropologico più profondo per la messa in stato d’accusa dei bambini come origine e vettore di contaminazione della società e degli anziani in particolare.

La figura che forse tormenta la nostra ragione epidemiologica è quella del bambino stregone definizione che però non ha nulla a che vedere con quella rassicurante e prevedibile del “giovane” (delinquente, della periferia, etc..) nè con il concetto di capro espiatorio. Caratteristica tedesca fino al XVIII secolo (i processi di bambini d’Augsburg in Baviera e di Molsheim, oggi in Alsazia, che sfociarono in esecuzioni di ragazzi e ragazze a decine sono esempi famosi) il bambino stregone è un fenomeno moderno e paradossale che emerge in Europa nel momento in cui il bambino si afferma come un soggetto di diritto preso in carico e tutelato dalle chiese e dagli stati. Nel XVII secolo quando la caccia alle streghe si affievolisce il bambino cambia di stato: le vittime di ieri sono ormai sospettate di prendere parte ad un complotto malefico (spesso descritto anche come una epidemia) contro la società. Dagli anni ’90 il fenomeno si è amplificato in Africa, in particolare nel centroafrica. Dei bambini, talvolta molto giovani si ritrovano accusati, spesso all’interno della cerchia famigliare, di aver provocato malattie, incidenti o infortuni. Confessano pubblicamente i loro atti anche con l’aiuto di un pastore pentecostale e sono quindi bastonati, buttati in strada, talvolta anche uccisi, raramente “purificati” dai loro peccati. Il fenomeno è legato ad una crisi sociale profonda prodotta nella regione dagli effetti di una combinazione delle politiche di assestamento del sistema, dall’epidemia di aids e dalle guerre civili che compromettono le strutture familiari e le generazioni.

 

L’accusa ai bambini è la proiezione dello smarrimento degli adulti incapaci di assicurare la sopravvivenza in una economia, importata e imposta dall’occidente, tra le scorribande delle milizie, le guerre per i diamanti e tanto altro. Il bambino stregone  è la spia della  congiura di un mondo ribaltato dove il  potere magico, una volta  attribuito alle figure autoritarie, oggi è il segno di una gerontocrazia che affonda e si preoccupa. Noi dal canto nostro viviamo un tempo di morti in più, di corpi mal sepolti e di turbolenze tra generazioni dove i bambini, reucci rispettati di un tempo, ora rasentano i muri come dei vecchi impauriti, gli adulti si lamentano del loro infantilismo e gli anziani muoiono dietro dei teli bianchi. Vale per gli scolari mocciosi, come per i bambini stregoni:  sono proiezioni dei nostri scompensi, applichiamo loro dei protocolli sanitari assurdi, rituali impossibili di sanificazione di libri, di pennarelli e lavagne, procedure fantasiose per riprendere il controllo delle energie che ci sono sfuggite. Si sognano  braccialetti elettronici su di loro per agevolarne le “confessioni” mentre gli si attribuiscono  poteri che non hanno per scongiurare la nostra impotenza”

Dimenticati quando la priorità è il mercato e la sopravvivenza del mondo degli adulti, colpevolizzati ed esorcizzati come dei piccoli stregoni anche oggi,  in occidente come in oriente, quando ci si occupa finalmente di loro per segregarli di nuovo, controllarli, classificarli, addestrarli sotto stretta sorveglianza nei rinnovati e distanziati reclusori scolastici spesso eufemisticamente indicati come innovativi spazi di una bella edilizia scolastica fatta di corridoi e aule serraglio.

Giuseppe Campagnoli 15 Maggio 2020 

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Almanacco di una scuola immobile. Re-censione

Nell’ennesimo almanacco, annuario della scuola di Micromega un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire.

La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate (la civica, l’artistica, la aziendale, la finanziaria, la linguistica…) delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, del latino che appare e scompare, delle improbabili “scuole senza”,”scuole con” dell’edilizia scolastica omnipresente, delle materie di cui non si può fare a meno.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata, pochi convinti che debba essere rifondata dalle basi del concetto di educazione magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e pannicelli caldi sparsi quà e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente…

Pochissime le eco che rimandano a qualcosa di più e di oltre. Pochissimo il coraggio di osare anche con il rischio di essere chiamati visionari o sovversivi, come lo erano, d’altra parte Freinet, Illich, Fourier, Ward, Freire…che non sono proprio diventati riferimenti di pedagogie alla moda declinate in troppi modi e in troppe versioni spesso contrastanti tra loro. Non sarebbe il caso di pensare finalmente ad un bel repertorio di buone idee e di buone pratiche? Ad un virtuoso ibrido di belle esperienze che ricostruiscano ex novo una scuola completamente diversa, completamente autonoma dal mondo economico attuale e magari diffusa in ogni ambito della vita e della natura?

Ogni sapiente, come spesso accade, deve dire la sua da un parziale, spesso scontato, punto di vista senza apportare nulla di nuovo e significativo nell’antologia delle prediche sulla scuola a cui ormai siamo terribilmente abituati da tanti decenni, forse fin dalla nascita della scuola pubblica.

Tante perle di saggezza scontata e inutile, a volte in buona fede a volte meno, da Raimo che rilancia l’educazione ad una generica cittadinanza, a Barbero eccellente storico ma improbabile pedagogo, da Galli della Loggia ed altri che fanno la storia di una scuola che non potrà mai proseguire, alle confessioni disperate di prof. che non riescono a capire che occorre ribaltare il tavolo, Scognamiglio che non pare uscire dal paradigma di una scuola che vorrebbe includere escludendo di fatto a priori anche linguisticamente, da Nardella che fa la descrizione implicita dei fallimenti di esperimenti spurii e isolati ad Affinati con le sue esemplari insulae di virtù educativa, alle scuole aperte ma non troppo di Oliva, alla felicità di essere connessi (dove? con chi? perchè?) di Vera Gheno, finanche ai luoghi scolastici belli ma pur sempre chiusi di Berdini. E così via ancora attraverso le scuole pop, la società ottusa e analfabeta di una nuova oclocrazia, gli italiani e le storie, il latino, le note e la lingua fin dalla culla… Il tutto sempre in questo attuale confuso e obsoleto paradigma ideale e reale della scuola.

Una delusione cocente e crescente, soprattutto se penso a ciò che faticosamente si sta muovendo al di fuori di questo dorato recinto della solita speculazione educativo-didattica-didascalico-formativa e parapsicosociopedagogica e che spesso è sconosciuto, misconosciuto, boicottato, minimizzato, quando non ostacolato e ghettizzato. Tutto questo ci dice che occorre più che mai osare ed oltrepassare la scuola lasciando da parte i soloni e i mediatici che parlano di tutto e di niente senza offrire nessuna idea veramente rivoluzionaria e globalmente praticabile anche da subito, sicuramente con meno risorse inutili e sprechi diffusi e con più gratificazione per tutti, insegnanti compresi, che per primi rinascerebbero per primi ad un nuovo ruolo sicuramente più remunerato e più riconosciuto oltre che appassionante. C’è chi ci sta credendo molto e si sta dando da fare, anche da dentro il sistema.

Se siete masochisti e volete versare lacrime amare sul futuro dei nostri giovani e sulla capacità delle genti di leggere e capire la realtà leggete questa mirabile antologia di detti e contraddetti, di pontefici del sapere e del non volere, di mirabili saggi onnipresenti sulla scena abusata degli affabulatori di scuola. Magari vi verrà un sussulto di orgoglio e di disgusto insieme che spinga verso un reale superamento di tutto ciò che rende la scuola a volte vecchia, a volte inutile, a volte pericolosa, a volte perfino grottescamente paradossale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2020

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ambiente Economia Educazione Politica

Non c‘è verde senza il rosso e il nero.

La natura non salta e non viaggia da sola. “Oh natura, oh natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” scriveva il mio sublime concittadino. La natura deve seguire il suo corso senza interferenze dedicate all’ umano egoista e cieco sviluppo. La natura fu violata per primo da chi, come scriveva Rousseau, tracciò quel perfido cerchio sulla terra intorno a sé esclamando: “Questo é mio!” E poi si continuò con mirabili perizia e cinismo fino ai disastri di oggi perpetrati sempre per il profitto e lo sviluppo. Effluvi di veleni nell’aere,nelle foreste, nelle campagne e nelle città, nei monti nei mari e nei fiumi. Stragi di esseri viventi per i mercanti globali, povertà, guerre, devastazioni diffuse per il possesso e il dominio sulle cose e sulle genti da manipolare e degenerare. Non ci può essere verde senza rosso e nero. Il verde da solo ci perde e si confonde, inganna e mette delle piccole toppe alle immani ferite del pianeta. Per di più nell’ipocrisia dell’ossimoro in nuce del “capitalismo etico e sostenibile” dei perfidi di Davos che fanno finte ecologiste usando il treno per radunarsi tra le nevi dorate della Svizzera campione di generosità universale. Intanto il caritatevole Oxfam sciorina regolarmente i dati delle ricchezze e povertà dal suo scranno rigorosamente dichiarato no profit e qualche frangia radical-bobo-green sta assorbendo e fagocitando, con le sue irresistibili sirene,tanti ingenui seguaci. Non sono casuali le incestuose alleanze tra certe destre, certi falsi progressisti e alcuni partiti verdognoli nel mondo. Il verde non potrà mai essere in fondo a destra. Neppure in un centro equilibrista e pusillanime. É incompatibile per ambiente. E allora non c‘é salvezza della natura senza alcuni, pochi ma fermi assunti verbali fondamentali e imprescindibili che sono inequivocabilmente anche libertari e comunitari.

È essenziale ridurre e tendenzialmente sostituire l’attuale sistema economico fondato pur sempre sul dilemma padrone e servo, sfruttatore sfruttato, sia che si tratti di persone che di luoghi, di popoli o di territori. La natura dovrebbe essere aiutata ad evolvere virtuosamente lontano dall’assioma “homo homini lupus” seppure riveduto, corretto e aggiornato, quando non reso slogan ideologico.

Nella fase di transizione occorre portare, attraverso le tasse, almeno al fattore 12 la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi delle persone.

È imperativo usare alcune risorse disponibili per lo stretto bisogno NORMALE, NECESSARIO, NATURALE, al di là di ogni intenzione mercantile e speculativa, anche minima.

Si cominci ad investire il pubblico danaro (frutto dell’equa contribuzione di tutti, ciascuno secondo le proprie disponibilità) per correggere, risanare, minimizzare i danni arrecati alla natura tutta.

Tutti gli organismi internazionali appositamente e finalmente rifondati, si impegnino ad incentivare o anche imporre, l’accoglienza e la permeabilità a fini umanitari dei cosiddetti confini, la mobilità, l’uso del suolo, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente in generale, compatibili con un danno pari a zero per la natura, la salute, il futuro della terra.

Si promuova l’educazione diffusa e la controeducazione indispensabili idee di radicale cambiamento dell’istruzione per combattere consapevolmente ignoranza, egoismo e intolleranza e rifondare le città e i territori, preservando e curando la natura, organizzandosi anche dal basso, collettivamente e liberamente.

Non si può certamente pensare che il pianeta possa essere curato e salvato prescindendo da drastici interventi culturali e sociali cui il capitalismo ovviamente si oppone spesso anche subdolamente per la sua pervicace e immutabile natura, ben oltre le ipocrisie e i palliativi di un improbabile mercato eticamente regolato. Non è una ciclabile in più, una differenziata in più, un’isola pedonale e una bella spuria abitudine o iniziativa ecologoca che faranno la differenza. Occorre cambiare il mondo passando in ordine di priorità per l’educazione, l’economia, la politica. Diffusamente e subitaneamente. Partendo dall’educare. L’educazione appunto, perchè il nodo dell’ignoranza è un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. I cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi ad educarsi e a diventare bene informati. Occorre seriamente pensare ad una limitazione drastica dei poteri pubblici nazionali ed internazionali e ad un decentramento e diffusione capillari dei poteri, quasi fino ad una virtuosa accezione anarchica. In una fase transitoria l’ educazione diffusa e il decentramento progressivo dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche plebiscitarie e populiste, dall’oclocrazia o da un crescente astensionismo della partecipazione alla vita civile e sociale. Senza meno. Affinché il verde, il nero e il rosso insieme si impegnino a cambiare e salvare il mondo, senza distrazioni e rigorosamente in autonomia e libertà.

Giuseppe Campagnoli 21 Gennaio 2020

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Educazione Scuola Società verità Vita

La scuola non basta

La scuola non basta

La scuola non basta, non è mai bastata. Violenza, intolleranza, egoismo, sfruttamento, emergenze climatiche e ambientali, dipendenze, criminalità piccola e grande, degrado urbano e territoriale, diseguaglianze. La scuola non basta per uscire dal recinto che contiene ed alimenta tutto questo. Diffondere capillarmente l’educazione potrebbe avviare una rivoluzione persistente e alla fine in qualche modo risolutiva. I dialoghi e i discorsi nei bar, nelle piazze, nei centri commerciali, sul bus, a tavola, al lavoro, dal dottore segnalano una drammatica emergenza libertaria ed educativa dentro e fuori , in ogni luogo, anche culturale, se e quando la cultura è solo moda, intrattenimento, mercato. I luoghi si degradano e con essi le persone che li frequentano ma non li vivono nè li trasformano. Non basta fare convegni, raduni, gruppi, eventi e kermesses spuri e variegati sul clima, sulle migrazioni, sulla sicurezza, il lavoro, la salute. Non basta più e sovente resta solo  un coacervo di lamenti collettivi, promesse, slogans, piccoli angoli di autocompiacimento, buone intenzioni di cui si lastricano ogni giorno  pericolosi e infernali sentieri, viottoli, strade e stradelle. Non è pessimismo  ma sano realismo e ottima spinta  verso una convergenza, di coloro che resistono e vogliono un cambiamento radicale e salvifico, in un unico sforzo che tragga linfa dalla rifondazione della società in un progetto educativo da cui può nascere una vera rivoluzione. Si mettano insieme le buone idee e le buone pratiche senza etichette e bollini, senza sponsor ma con risorse vere e consistenti, umane e materiali. Tante storie ho letto e vissuto che poi restano lì dove sono nate e spesso finiscono senza contaminare e contaminarsi felicemente altrove. Tante belle esperienze non si conoscono o se ne avverte qualcosa troppo tardi. Tantissime scuole. tantissimi insegnanti e studenti, tantissime genti disorientate e irretite vorrebbero trovare la strada insieme per uscire da questo labirinto senza fine in cui ci tiene chiusi un mondo irreale e artefatto gestito e ordinato altrove.

Rieducazione diffusa

Come si recupera più di mezzo secolo di mala educazione  che ha ridotto le persone schiave di chi le vuole sottomesse e senza pensiero? Come si fonda un futuro di buona educazione diffusa per una nuova vita di persone libere, solidali, eque e appassionate ?

Partendo dai luoghi del vivere. Tutti, nessuno escluso e nessuno privilegiato. Partendo da mentori e maestri, tanti, diversi appassionati, bravi e diffusi, o meglio, sparpagliati in ogni angolo, in ogni tempo del giorno e della notte.

Partendo da quei mentori e maestri che già sono in tanti di noi e che solo uscendo da gusci e recinti istituzionali o ingannevolmente innovativi potranno mettersi a disposizione di una collettività disorientata e disillusa , arrabbiata e violenta, preda di tanti pifferai incantatori. Mettersi a disposizione anche quotidianamente, informalente, magari accanto alla scuola che si trasforma e si libera, nel loro piccolo e  intorno bisognoso di tanta controeducazione.

Partendo infine dal mondo per esplorarlo, farvi esperienze e da queste apprendere ciò che piace e ciò che serve, a noi e alla comunità. Non ad altri o per altri. Soprattutto non per chi vorrebbe dominare su tutto e su tutti con il potere, il denaro e i falsi miti.

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Una risata  seppellirà questo mondo morente?

“Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica e soffocante. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita, anch’esso diffuso e cresciuto nelle penultime generazioni . La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato tanti governanti al potere e che forse porterà anche i prossimi, i peggiori in assoluto, finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, degli sfruttati, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.”

“Proseguiamo per questo sulla  strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero, giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che gigioneggia ma agisce in modo decisamente reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento. Solo cosi molti riapriranno gli occhi e le menti liberandosi dall’influenza nefasta dei bravi suonatori di Hamelin nelle istituzioni, nella “cultura”” e nella politica. Tanti mentori “condotti” e riconosciuti potranno guidare e supportare uno spontaneo e collettivo, a volte inconscio, desiderio di educarsi magari disobbedendo e resistendo, cercando nuove vie di conoscenza e nuovi modi di vivere più liberi ed eguali.” Dall’educazione è sempre nato tutto il resto. Nel bene e nel male.

Giuseppe Campagnoli in varie date e in vari luoghi.

 

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Ma questo è un bel manifesto!

“Ma questo è un bel manifesto!” Ha esclamato una mia amica leggendo questi punti che ho buttato giù ma che ho in mente da sempre per avviare la società ad un futuro vicino all’equità, alla libertà ed alla fratellanza tra gli uomini. Come sosteneva Rousseau tutti i mali sono venuti dal possesso e dalla proprietà ed è per questo che è proprio l’economia a fare la differenza tra uno stato di sfruttamento, di povertà e ricchezza contrapposte ed uno stato di libertà. Nella nostra Italia martoriata da tempo, giusto fin dalla sua “non-unità” una delle caratteristiche più eclatanti è che siamo da tanto un paese  povero e allo stremo, con servizi collettivi al collasso mentre tanti cittadini sono più meno ricchi e risparmiatori. Non vi fa venire in mente qualcosa di lapalissiano questa constatazione? Da dove vengono i danari per i servizi, per lo stato sociale, per il funzionamento della nostra comunità? Dai contributi dei cittadini attraverso le tasse. E allora perché lo stato è povero e gran parte   dei suoi cittadini  di fatto non lo è e tende a nasconderlo nelle banche, nei beni immobili oltre la casa dove abita e in investimenti vari, salvo poi il piagnisteo  e la ignobile pretesa che tutti paghiamo per loro quando vengono truffati per la loro dabbenaggine o la loro ingordigia? Tutto ciò accade perchè c’è troppo mercato e troppo poco Stato. E c’è un sistema fiscale decisamente iniquo che non accenna, neppure nelle intenzioni elettorali di tutti i contendenti a cambiare per nulla. La cosiddetta tassa piatta e le elemosine sotto varie forme, tendenti a lasciare i poveri come sono e i ricchi anche, se non ad aumentarli, aggravano questo stato di cose. Per una società più giusta e più libera, non certo utopica , molto si potrebbe fare già da ora, non solo nel nostro strano paese dove l’analfabetismo di ritorno ed una scuola chiusa, inutile per i più e a senso unico hanno vanificato l’educazione e il vero senso di solidarietà ed onestà nella maggior parte della gente che viene invece sopraffatta dall’ignoranza e dall’ egoismo. Questi potrebbero essere i primi utili passi in una sorta di lista delle azioni propedeutiche ed ineluttabili verso una democrazia laica e libertaria.

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« Il fondamento della vita in comune è l’educazione ed è tempo di una vera e propria rivoluzione in campo educativo: educazione incidentale, libera, senza muri e orari, senza competizione, forte e aperta a tutti i saperi, senza discriminazioni e separazioni di sorta.

Il fondamento dell’equità è la lotta allo sfruttamento e alle diseguaglianze che generano ricchezze e povertà. Occorre ridurre queste disuguaglianze agendo sulla forbice tra redditi e ricchezza personale o collettiva  con un tassazione che riduca gradualmente la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi al massimo (massimo!) a 12 volte. (CFR Le Facteur 12”) Qualsiasi profitto serve a garantire una vita dignitosa e deve essere per forza reinvestito per la ricerca, il sociale e ridurre la dipendenza della vita dal lavoro.    

Le libertà ed i diritti civili conquistati con tante lotte e sacrifici nei secoli sono intoccabili e vanno ampliati (aborto, divorzio, unioni civili, concetto obsoleto di famiglia, lotta alle discriminazioni sessuali, di religione, di provenienza geografica…) 

Nazioni, patria e  frontiere sono concetti di altri tempi e dei tempi delle guerre. La solidarietà  collettiva e individuale tra umani e soprattutto  verso le persone vittime di guerre, fame, carestie e danni provocati direttamente o indirettamente da colonizzazioni, predazioni multinazionali e mercanti e impresari di paesi diventati ricchi sulle spalle del terzo mondo è una legge di civiltà per tutti, in Italia, in Europa, nel mondo.

La gratuità e l’accesso totale alle cure  di qualità  per tutti in qualsiasi situazione personale, geografica  e anagrafica sono diritti fondamentali. Occorre sottrarre al mercato la salute e la medicina.

Occorre togliere gradualmente al mercato  ed alla speculazione anche altri beni e servizi fondamentali e vitali come agricoltura, cibo, acqua, casa, educazione, ambiente, trasporti…

E’ fondamentale, in attesa della liberazione dalla schiavitù del lavoro, l’ istituzione di un reddito minimo (e di un limite anche massimo per equità)  e di un reddito di cittadinanza universale con fondi tratti dalla tassazione e dalla riduzione di redditi e patrimoni che eccedono la regola equa (e implicitamente scritta anche in Costituzione negli articoli dedicati al lavoro, alla iniziativa privata, alle tasse etc..) del fattore “12”.

È essenziale la tutela globale dell’ambiente naturale e di tutti gli esseri viventi e auspicabile la graduale abolizione di allevamenti intensivi per il mercato dell’ iperproduzione.

La religione è un fatto personale. La società  e lo Stato sono laici. 

E non finisce qui.

Giusepe Campagnoli

22 Maggio 2019

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La scuola. Una scuola. Quale scuola?

 

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“Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.”

Come contraltare avvilente alle nostre idee sulla necessaria rivoluzione in campo educativo che vuole essere il prodromo di una rivoluzione più ampia in campo sociale e culturale è divertente annotare, a partire dalla vacua sezione riguardante l’istruzione del famigerato “Contratto di governo”, i passi che si stanno facendo in questo campo delicato e importante della vita delle persone. L’aveva annunciato l’ineffabile ministro che non ci sarebbero state rivoluzioni. Si sta dimostrando  più realista del re anche nel lasciar mano libera sulle cose del suo dicastero agli altri ministri “competenti” (?). L’alternanza scuola-lavoro che è sopravvissuta in forme diverse e forse peggiori, il concorsone per i docenti di storica formulazione, l’educazione civica che aggiunge una materia al già intasato coacervo disciplinare e diventa quasi la summa della pletora di “educazioni” tanto care all’establishment scolastico vetero e  neodemocristiano, l’abrogazione di regi decreti sulla disciplina alle elementari che da tempo non avevano, di fatto, alcuna efficacia e via così con tante altre perle tese a lasciare le cose come stanno o, nel segno del cambiamento, a peggiorale come le telecamere nelle scuole, l’ennesima giravolta sulle regole dell’Esame di Stato alla fine della scuola secondaria di secondo grado, i contentini parasindacali alla classe docente-elettrice e alla via così.. Chi intravvede dei segnali positivi e di cambiamento anche se minimi credo stia prendendo dei forti abbagli o è caduto ingenuamente nella trappola del guardare il dito al posto della luna indotto dalle grandi capacità di propaganda dell’accoppiata improbabile che ci governa, capacità caratteristica da sempre della furbizia politica. Ultima perla è l’educazione civica che nelle scuole sta per diventare l’ennesima materia classificatoria e prescinde dal fatto che intere generazioni di genitori a partire dagli anni ’60 siano state decisamente abbandonate e forse anche incentivate ad usum delphini nel loro neoanalfabetismo crescente e ahimè inconsapevole (non il saggio “hoc unum scio, me nihil scire “).Questa ignoranza diffusa (diffusa lo è di sicuro!) che lo stesso Gramsci (che aveva un’idea di scuola come riscatto comunque legata ai suoi tempi) temeva molto come veicolo di controllo del potere, non si è configurata solo nel campo dell’istruzione di base ma anche negli aspetti civili, umani e sociali e si spinge anche oltre  creando illetterati perfino con lauree e specializzazioni, come avviene peraltro anche in altri paesi d’Europa e del mondo che spesso questa società mercantile porta addirittura ad esempio (vedi OCSE-PISA) di eccellenza educativa e scolastica.

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Nei prossimi cinque anni, secondo la contrattazione governativa, che come pare è  un patto ineluttabile, questo, alla lettera, è quello che di rivoluzionario dovrebbe avvenire:

“22. SCUOLA

La scuola italiana ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà. Dopo le politiche dei tagli lineari e del risparmio, l’istruzione deve tor- nare al centro del nostro sistema Paese. La buona qualità dell’insegna-mento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabileper la corretta formazione dei nostri ragazzi.

La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia. Per far ciò occorre ripartire innanzitutto dai nostri docenti. In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza perconsentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento.

Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del si- stema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative deinostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, per-tanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico preca-riato e dall’altro un efficace sistema di formazione.

Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti (ormai a livelli record), che non consentono un’adeguata continuità didattica.Un altro dei fallimenti della c.d. “Buona Scuola” è stato determinato dalla possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico. Intendiamo superare questo strumento tanto inutile quanto dannoso. 

Una scuola che funzioni realmente ha bisogno di strumenti efficaci che assicurino e garantiscano l’inclusione per tutti gli alunni, con maggiore attenzione a coloro che presentano disabilità più o meno gravi, ai quali va garantito lo stesso insegnante per l’intero ciclo.

Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolasticache in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini. 

La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione. È necessarioche anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani. Per consen- tire tutto ciò garantiremo ai nostri docenti una formazione continua. Intendiamo garantire la presenza all’interno delle nostre scuole di docenti preparati ai processi educativi e formativi specifici, assicurandoloro la possibilità di implementare adeguate competenze nella gestio-ne degli alunni con disabilità e difficoltà di apprendimento. 

La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso.”

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Ciò che sta avvenendo giorno per giorno è sotto gli occhi di tutti. Al di là delle giaculatorie di principi a volte lapalissiani e scontati del contratto che, mentre nega la pur terribile “Buona scuola ” renziana, di fatto ne riproduce parti non secondarie in altre forme declinate, i dettagli più incisivi (dove si nasconde il diavolo) e gli interventi più pericolosi e conservatori che incidono anche sulla scuola stanno passando per altre vie e per altri ministeri in effetti molto solerti (immigrazione, sicurezza, lavoro, autonomie differenziate, tagli di risorse..)

Trovate nel testo qualcosa che ricordi minimamente o possa dare suggestioni  circa le idee di scuola senza mura, di città educante, di educazione diffusa? Se è così ditemi per favore dove. Sarà la mia cataratta che avanza (fisica e anche mentale?) a non farmi vedere questi segni tra le righe? Illuminatemi. Non entro nel merito dei singoli provvedimenti anche più recenti perché a mio avviso bastano i titoli e basta osservare il disegno generale, l’idea di scuola, di società, di vita che non accenna minimamente a ripudiare l’economia mercantile  su cui tutto si fonda, dalla salute, alla città, dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla persona, nella vita di tutti i giorni. Se le cose non cambiano o non danno neppure un segnale minimo di cambiare non sono io ad essere il solito bastian contrario. Se il mio atteggiamento di educatore, architetto e cittadino di fronte  a ciò che avviene intorno a noi è lo stesso da anni significa che le cose non accennano neppure ad essere messe veramente in discussione. Non bisogna d’altronde lasciarsi distrarre ma continuare per una strada che forse non troverà tanti autentici sostenitori se non dal basso, nei gruppi, nelle associazioni, nelle persone di buona volontà e comunque in direzione decisamente e coraggiosamente contro chi di fatto ha paura della educazione diffusa. Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.

Ecco, per esempio, cosa scrivevo quasi due anni fa. E’ cambiato qualcosa nella scuola delle istituzioni?

https://researt.net/2017/08/06/tutti-alla-fine-vogliono-la-scuola-del-mercato/

Giuseppe Campagnoli

3 Maggio 2019

 

 

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Architettura Educazione giuseppe campagnoli mercato partiti politici Scuola

La scuola e la politica. Ma la città educante continua ad andare avanti, malgrè tout.

Continuano i tentativi di strumentalizzazioni e ostacoli sulla via della vera educazione diffusa. Due facce della stessa medaglia?

Ecco un’appendice di riflessioni significative alla nostra avventura nella divulgazione del Manifesto della educazione diffusa per una città educante.  Ad ogni passo è stato necessario distinguere il grano dal loglio con molta prudenza. Abbiamo avuto a che fare, nel  percorso,  ormai lungo un biennio, di avvio del progetto attraverso la presentazione del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” (Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, edizioni Asterios Trieste) e gli incontri, i seminari, i convegni promossi da associazioni, scuole, amministrazioni comunali, politici, giornalisti, genitori, insegnanti e presidi, Università ed enti vari, anche con le mire propagandistiche ed elettorali di partiti al governo e all’opposizione, di giornali e tv, associazioni e gruppi di varia estrazione, a volte per ostracizzare e boicottare, a volte per lusingare ad usum delphini e cavalcare l’onda del bisogno di cambiamento purché sia. Io stesso ho rischiato seriamente di  cadere in qualche tranello da propaganda elettorale per ingenuità o per eccessiva fiducia nelle persone che in malafede avevano tentato di coinvolgermi.

Col senno di poi sono riuscito ad evitare altre imboscate  di segni opposti mentre come contraltare  ho avuto la grande soddisfazione in diverse occasioni di condividere le idee della educazione diffusa e della scuola senza mura e confini, con scuole, insegnanti, libere associazioni, genitori e studenti, senza secondi fini e senza mercato.

 

        

 

Avevo già scritto una nota in merito ai tentativi di apporre etichette più o meno tendenziose al nostro progetto di educazione diffusa. La libertà è la nostra bandiera, per una rivoluzione sottile della educazione e della città che per sua natura non  si può legare a nessuno né avere sponsor di partito o ideologici (le idee si, le ideologie no). Ben vengano invece le amministrazioni pubbliche o private, i sindaci e i presidi, e anche i provveditori (anche se non sono più tali) illuminati che siano disponibili a sperimentare e a cimentarsi con la vera innovazione  da attuare attraverso vie lunghe e irte di ostacoli nella loro città e nei loro territori. Per quel che mi riguarda mio considero un libertario nelle mie, non ancora superate perché raramente realizzate, idee del mondo, dell’educazione e della vita. E’ pericoloso oltre che falso sostenere che non esistano più le categorie della destra e della sinistra e lo si fa in genere per creare confusione a favore di un equivoco tutti contro tutto o di una parte retriva, conservatrice, intollerante, nazionalista ed egoista che si pone contro quel tutto che ama la libertà, l’accoglienza e l’equità sociale. Sappiamo da diversi segnali e movimenti nel mondo che la sinistra delle idee esiste-rà finché ci sarà ricchezza e povertà, superstizioni dominatrici, sopraffazione, capitalismo, guerre e fame. Essa deve solo riflettere ed unire chi crede ancora nell’eguaglianza, chi non confonde tra libertà e liberalismo o liberismo e tra sicurezza e intolleranza. Esisterà per chi non ama il mercato in tutte le sue forme, per chi crede che l’ambiente, la casa, la salute e l’educazione siano un diritto inalienabile e non vi si possa fare speculazione di nessun tipo mentre  debbano essere sottratte a qualsiasi mercato. Nel caso della città educante, come l’educazione anche l’architettura non può avere una connotazione prevalentemente mercantile, perché è un’arte per l’uomo e per l’ambiente. Il suo sposalizio con l’educazione può costruire la città che educa conservando e trasformando spazi, costruendone di nuovi, belli ed accoglienti dove apprendere, scambiare, cercare ed errare. Per questo non ci arrenderemo e il progetto andrà avanti con chi sarà disposto a condividere questo sforzo senza altri profitti se non quelli della comunità e del suo futuro. Il progetto andrà avanti mettendo a punto gli strumenti concreti da suggerire a chi vorrà provare a sperimentare l’educazione diffusa sia dal punto di vista pedagogico e didattico che da quello dell’architettura che tende a trasformare la città ed avviare il processo graduale di sostituzione dell’edilizia scolastica con portali, basi, aule vaganti, musei, teatri e botteghe, officine, ateliers, piazze e strade educanti recuperando a nuova vita sia il concetto di educazione che quello di città.

Giuseppe Campagnoli 17 Marzo 2019

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Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

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Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

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Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

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Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

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Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019

 

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Educazione

Manifesto dell’educazione diffusa – Comune-info

 

È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo. Un Manifesto da firmare e sperimentare. Articolo di aa.vv.

Scarica i volantini in PDF e jpg per diffondere il Manifesto per le adesioni.

volantino adesioni 2019 il manifesto della educazione diffusa

— Leggi su comune-info.net/2018/07/manifesto-educazione-diffusa/

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arte della politica crescita decrescita Economia Educazione equità sociele Filosofia Politica populismo Povertà proprietà Ricchezza e povertà Varia umanità

Il mercato non ama l’educazione.

I mercanti e gli accumulatori non amano l’educazione. Amano solo il danaro, il mercato e il possesso.Si servono dell’istruzione per addestrare tanti sudditi obbedienti e spesso inconsapevoli.

Sono pochi quelli che parlano di cambiamento fuori dal recinto del mercato e del capitalismo. Quelli che si definiscono o definiamo populisti, liberisti, liberali, dem, sovranisti, cittadinisti e via cantando si muovono dentro lo stesso recinto e alla fine pare una specie di guerra tra bande per spartirsi lo stesso bottino da trincee diverse. La lotta alla povertà viene intesa quasi sempre come ripristino del meritocratico e quindi mercantile ascensore sociale per lasciare fermo il diritto alla ricchezza trascurando come sia sempre frutto di violenza, sopraffazione, furbizia, crimine più o meno legale, accumulo forsennato. Lo stesso Jean Jacques Rousseau, il cui nome è stato abusivamente e scandalosamente preso in prestito dai sedicenti libertari neocitoyens in combutta con i neo poteri capitalisti del web e le scientologies nostrane, stigmatizzava la proprietà privata come l’origine di tutti i mali, un attentato continuo al diritto originario alla comunione della natura e delle sue risorse e auspicava una rivolta globale contro la proprietà per liberare veramente l’umanità dalla povertà e dalle varie schiavitù.

« Le premier qui ayant enclos un terrain s’avisa de dire : Ceci est à moi, et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile. Que de crimes, de guerres, de meurtres, que de misères et d’horreurs n’eût point épargnés au genre humain celui qui, arrachant les pieux ou comblant le fossé, eût crié à ses semblables : “Gardez-vous d’écouter cet imposteur ; vous êtes perdus si vous oubliez que les fruits sont à tous et que la terre n’est à personne!” Mais il y a grande apparence qu’alors les choses en étaient déjà venues au point de ne plus pouvoir durer comme elles étaient : car cette idée de propriété, dépendant de beaucoup d’idées antérieures qui n’ont pu naître que successivement, ne se forma pas tout d’un coup dans l’esprit humain : il fallut faire bien des progrès, acquérir bien de l’industrie et des lumières, les transmettre et les augmenter d’âge en âge, avant que d’arriver à ce dernier terme de l’état de nature. […] La métallurgie et l’agriculture furent les deux arts dont l’invention produisit cette grande révolution. Pour le poète, c’est l’or et l’argent, mais pour le philosophe ce sont le fer et le blé qui ont civilisé les hommes, et perdu le genre humain. »

“Tant que les hommes se contentèrent de leurs cabanes rustiques, tant qu’ils se bornèrent à coudre leurs habits de peaux avec des épines ou des arêtes, à separer de plumes et de coquillages, à se peindre le corps de diverses couleurs, à perfectionner ou embellir leurs arcs et leurs flèches, à tailler avec des pierres tranchantes quelques canots de pêcheurs ou quelques grossiers instruments de musique, en un mot tant qu’ils ne s’appliquèrent qu’à des ouvrages qu’un seul pouvait faire, et qu’à des arts qui n’avaient pas besoin du concours de plusieurs mains, ils vécurent libres, sains, bons et heureux autant qu’ils pouvaient l’être par leur nature, et continuèrent à jouir entre eux des douceurs d’un commerce indépendant: mais dès l’instant qu’un homme eut besoin du secours d’un autre; dès qu’on s’aperçut qu’il était utile à un seul d’avoir des provisions pour deux, l’égalité disparut, la propriété s’introduisit, le travail devint nécessaire et les vastes forêts se changèrent en des campagnes riantes qu’il fallut arroser de la sueur des hommes, et dans lesquelles on vit bientôt l’esclavage et la misère germer et croître avec les moissons.”

Discours sur l’inégalité. J.J. Rousseau 1754

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Note: “C’est donc la propriété, l’usurpation qui a crée et institutionnalisé l’inégalité entre les hommes. Le travail, et l’oppression qui en découle, est la conséquence de la propriété. L’institution de la propriété est le début de l’inégalité morale, parce que si les hommes peuvent “posséder” les choses, alors les différences de « patrimoine» sont sans rapport avec les différences physiques. Cependant, Rousseau ne dénonce pas en soi la propriété (comme le fera l’anarchiste Bakounine), il dénonce les inégalités de propriété.” 

 “E’ dunque la proprietà, l’usurpazione del bene comune che ha creato e istituzionalizzato la disuguaglianza tra gli uomini. La fatica e l’oppressione che ne deriva è la conseguenza della proprietà. L’istituzione della proprietà è l’inizio della diseguaglianza morale perchè se gli uomini possono possedere le cose allora le differenze patrimoniali sono senza relazione con le differenze fisiche. Rousseau non denuncia la proprietà in sé (come l’anarchico Bakunin) la denuncia la diseguaglianza della proprietà.”

Anche tanti giornalisti, tanti saggisti e tanti mezzibusti, seppure si dichiarino progressisti, liberali o “di sinistra”, blaterano dallo stesso pulpito reale o virtuale, dentro il medesimo recinto e considerano un dogma che si continui dentro l’attuale perniciosa economia lottando solo per migliorarla (per chi?) includendo, in posizione decisamente minoritaria e marginale, con regalie, filantropie, elemosine e carità pelose anche in varie forme di sostegno reddituale incontrollabili e aleatorie, (inclusione, cittadinanza, minimo universale…) le fasce deboli  come se fosse possibile con questi ipocriti palliativi garantire l’eguaglianza. Soltanto in un futuro lontanissimo, parte di quella utopia che segue tante altre utopie, un futuro profondamente e radicalmente diverso, si potrà dire di fare a meno del lavoro come è oggi inteso, cioè di schiavitù e obbligo, per procurarsi di che vivere e di che godere, in altre forme, magari anche bene e trarne pure una soddisfazione come in un piacevole gioco abolendo capitalismo e salariato. Oggi tutto quello che si può cominciare a fare, magari anche attraverso una rivoluzione dell’educazione e poi dell’economia e di tutto il resto è uscire idealmente e coraggiosamente fuori da quel recinto e battersi per un cambiamento radicale dei presupposti della vita stessa imposti e governati altrove. Se le leggi ad usum delphini, i poteri e i governi remano contro, come accade sempre di più, ci si serva della disobbedienza civile con la messa in campo di iniziative, esperimenti, moti dal basso, non violenti ma persistenti, insistenti, diffusi e permanenti in una specie di insieme tra mobbing e stalking per la libertà, dal basso verso l’alto per ribaltare e trasformare e dal basso verso il basso per convincere, educare e trasformare in meglio le persone lontano dalle “non conoscenze” indotte, dagli egoismi, dalle violenze e dall’individualismo sfrenato. Si può fare perché in qualche parte già si fa. Ed è ipocrita oltre che fuorviante fingere che sia una cosa complicata, fare disquisizioni filosofiche o politiche di lana caprina, sostenere che per ora bisogna accontentarsi di piccoli minimali passi, per ostacolare il sogno per un cammino dell’eguaglianza, che, con poco, potrebbe essere realtà e trascinare con sé un forte cambiamento nel rapporto con la natura, la materia, la psiche, i nostri simili intendendovi comprese tutte le forme di vita. Ed è proprio l’educazione in una accezione nuova, diffusa, permeante ogni aspetto e ogni età  della vita l’unica che può garantire il cambiamento anche perchè nel tempo induce conoscenze e consapevolezze della realtà tali da consentire scelte politiche più vere perchè corrispondenti a ciò che la natura è e chiede: ricerca, racconto, comunione, accoglienza, rispetto, amore. Quando si nasce, e sicuramente anche prima, scatta il processo educativo istintivo e incidentale. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto. È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto deve venire dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri. Deve portare con sè fin dai primi passi umani le parole chiave che oggi ahimè piacciono sempre meno a chi mira al dominio sugli altri e sulle cose del mondo. Queste alcune di quelle parole che spesso cambiano forma ma mai il contenuto: accoglienza, tolleranza, inclusione, equità sociale, dignità, libertà di espressione, rispetto, Come diceva Rousseau tutti i mali vengono dal possesso e dall’accumulo, dallo sfruttamento e dal non porre limiti alla proprietà oltre che ai modi per acquisirla. Forse è ora di finirla nel categorizzare le persone tra primi e ultimi, ricchi e poveri, bisognosi e non bisognosi senza agire affatto sulle cause che determinano queste differenze e a cui i poteri tutti non sono mai stati e non sono ancora estranei

 

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Giuseppe Campagnoli

17 Dicembre 2018

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La cattiva scuola e la cattiva architettura.

 

Credo che non si possa progettare e costruire un bello spazio per una brutta scuola. Ecco anche perché l’edilizia scolastica di oggi e di ieri rappresenta la forma del concetto obsoleto, padronale e mercantile, dell’educazione e dell’ istruzione. Perfino Colin Ward l’aveva osservato della sua “Architettura del dissenso” perfettamente coniugata con la sua idea di “educazione incidentale”. Il mio recente articolo nel numero 5 de “La rivista dell’istruzione“, una specie di provocatorio infiltrato nella cultura osservante in educazione e architettura, sottolinea l’esigenza di accompagnare giocoforza ad un nuovo concetto di educazione anche una nuova visione della città e dei suoi luoghi superando il concetto manualistico e tipologico di edilizia scolastica per un’altra frontiere del concepire i luoghi dell’educare. Per una strana coincidenza, nell’ultimo numero della  rivista di architettura Casabella, vi sono degli esempi significativi dell’ “architettura” scolastica internazionale che vi ripropongo in una sintesi per immagini. Tutti gli edifici proposti sono ad uso della corrente idea di scuola che di fatto si è perpetrata immutata, forse a tratti solo dissimulata, fin dal XVIII secolo. Scuole in Burkina Faso, in Svizzera, Los Angeles  a Nantes. Globalizzazione e omologazione.

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Nell’articolo citato dalla Rivista dell’istruzione, che fa parte del FOCUS sugli spazi scolastici oggi e che vi invito a leggere, ho tentato di scuotere il pubblico di addetti ai lavori che discute di innovazione  pur restando dentro il solito recinto concettuale. Ecco il sommario del fascicolo.

La Rivista dell’Istruzione. Maggioli Editore Rimini.

FASCICOLO 5 / 2018

INDICE E SOMMARIO

IL PUNTO

La scuola che vorrei – Giacomo Stella

DOSSIER

Il supermercato, la biblioteca e l’aula scolastica – Marco Orsi

Spazi per una didattica alternativa – Mariagrazia Marcarini

FOCUS

Aula: spazio anonimo o ambiente di apprendimento? – Alessandra Rucci

Materiali per nutrire l’immaginazione – Franco Lorenzoni

Le carte geografiche murali – Gino De Vecchis

Le pareti di una scuola raccontano… – Maria Rosa Turrisi

Le riunioni e i gruppi di lavoro – Paola Toni

Sull’uso del grembiule a scuola – Cinzia Mion

Evviva l’intervallo (e il cortile) – Lorenza Patriarca

Cooperare a scuola – Mariella Marras

La campanella e l’ora di lezione – Stefania Chipa, Elena Mosa, Lorenza Orlandini

PROFESSIONALITÀ

Cattedra – Maurizio Muraglia

Imparare leggendodi Gheti Valente

CULTURA DELLA SCUOLA

Quaderni e quadernoni per costruire conoscenza – Roberta Passoni

La messa a punto del testo – Rinaldo Rizzi

SAPERI DI CITTADINANZA

La classe, spazio che include o che esclude – Luciano Rondanini

GOVERNANCE

Il disegno di una città educante scolastica – Giuseppe Campagnoli

 

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DESKTOP

Le inquietudini della scuola del futuro – Roberto Baldascino

SILLABARIO

Il cartellone delle presenze – Lorella Zauli

OSSERVATORIO GIURIDICO

Quale educazione finanziaria economica? – Mavina Pietraforte

(RI)LETTI PER VOI

Rileggendo Bruner. Saggi per la manosinistra – Giovanni Fioravanti

 

 

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Nel fascicolo della rivista si danno numeri sull’edilizia scolastica, si avanzano proposte di ogni sorta ma, in sostanza, si descrive il desolante panorama delle scuole italiane oggi, si ricordano e raccontano i tentativi lodevoli di superarlo  e le soluzioni spesso palliative. D’altronde il vero problema è rinnovare radicalmente l’educazione e con essa i suoi luoghi deputati, moltiplicandoli, trasformandoli  e “sparpagliandoli”. Ecco l’incipit significativo del mio pezzo che presenta qualche ironia nel titolo:”Il disegno di una città educante scolastica”.  Per il resto leggete la rivista.

“Ci sono le città, i loro quartieri, le campagne, le montagne, le coste e il loro intorno ambientale. Ci sono 42.000 edifici scolastici urbani e rarissimi rurali tra cui molti obsoleti, insicuri, di vecchia concezione, altri nuovi ma vecchi nell’idea, seppure accattivanti tecnologicamente ed esteticamente ma pur sempre delimitati, gerarchizzati negli spazi, ingenuamente funzionali ed in genere emarginati in aree similcampus e periferie degradate spesso senza alcuna decente urbanizzazione. Prima di poter trasformare la città in educante, cosa che potrà avvenire tra non meno di qualche decennio, posso suggerire alcuni passi nella marcia di avvicinamento che potrebbe essere avviata fin da ora in una specie di periodo di transizione tra la scuola delle materie, degli orari, delle cattedre, dei banchi e delle mura e della educazione ristretta e contenuta a quella della educazione diffusa. Purtroppo si insiste ancora a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando si persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire e della cementificazione, oggi sostituita per mitigare l’effetto di reclusorio scolastico dalla falsa ecologia del costruire in legno, con colori, arredi ergonomici, vetrate e giardinetti, magari chiavi in mano. Dovrebbe invece essere l’insieme delle auspicabili trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica. Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana i “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante.”

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Giuseppe Campagnoli

23 Ottobre 2018

 

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Sperimentare la scuola diffusa nella città

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Trasformare l’educazione e la città dal basso.

Dopo la pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa  la campagna di adesioni sta proseguendo ed anche i contatti per avviare iniziative e progetti. Per agevolare la messa in pratica di proposte sperimentali provo a fare una estrema sintesi delle principali ineluttabili azioni concrete da poter mettere in campo fin da ora.

    • Il primo passaggio fondamentale è la costituzione della Rete di coordinamento della educazione diffusa con la fondazione di una associazione, un comitato e una direzione scientifica che garantiscano le competenze nelle aree educative e pedagogiche, amministrative e di pianificazione e progettazione architettonica. Dalla rete nasceranno gruppi formali e informali (alcuni sono già presenti sui socials) per avviare o progettare esperienze di educazione diffusa.

 

    • A livello periferico e locale occorre costruire micro-reti di educazione diffusa e comunità educanti composte da almeno un istituto scolastico, un comitato di genitori, enti pubblici, associazioni, botteghe, teatri, mercati, biblioteche e librerie, musei, professionisti volontari e singoli cittadini. Il tutto potrebbe già operare negli spazi disponibili nelle norme per le sperimentazioni e l’autonomia scolastica.

 

    • I primi firmatari del Manifesto supporteranno le iniziative in nuce proponendo incontri formativi e di progettazione nei territori a loro prossimi.

 

    • I gruppi di supporto alla sperimentazione locale, costituiti attraverso la rete di coordinamento, attiveranno la progettazione volontaria di architetture tese a  trasformare gli spazi individuati nella città educante in altrettanti luoghi di apprendimento, ricerca e condivisione e per proporre idee alle amministrazioni locali in sostituzione della obsoleta e superata edilizia scolastica verso il concetto di basi, portali e agorà da dove partire, tornare e sostare per scambiare, condividere, verificare le esperienze vissute nelle peregrinazioni educanti per la città il territorio (cfr. Il disegno della città educante)

 

    • La sperimentazione si avvierà includendo sempre più parti di attività di “scuola aperta” diminuendo gradualmente l’orario rigido al chiuso per sostituirlo con  momenti flessibili di attività per aree tematiche all’esterno e nei luoghi educanti della città, per tutto l’arco dell’anno solare.

 

    • Strumenti come protocolli e convenzioni sono già delle collaudate modalità per coinvolgere ed impegnare enti, associazioni, privati, sponsors. Potranno essere attivate dai gruppi locali apposite campagne di donazione e di contribuzione o attivare la partecipazione a bandi nazionali o europei.

Importantissima è infine l’azione di sensibilizzazione nei territori con incontri e seminari divulgativi, performances, mostre, street socials, concerti, spettacoli teatrali e ogni altra iniziativa pubblica utile a far conoscere l’idea e promuovere le esperienze di educazione diffusa. 

Pesaro 18 Settembre 2018

Giuseppe Campagnoli