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Non c‘è verde senza il rosso e il nero.

La natura non salta e non viaggia da sola. “Oh natura, oh natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” scriveva il mio sublime concittadino. La natura deve seguire il suo corso senza interferenze dedicate all’ umano egoista e cieco sviluppo. La natura fu violata per primo da chi, come scriveva Rousseau, tracciò quel perfido cerchio sulla terra intorno a sé esclamando: “Questo é mio!” E poi si continuò con mirabili perizia e cinismo fino ai disastri di oggi perpetrati sempre per il profitto e lo sviluppo. Effluvi di veleni nell’aere,nelle foreste, nelle campagne e nelle città, nei monti nei mari e nei fiumi. Stragi di esseri viventi per i mercanti globali, povertà, guerre, devastazioni diffuse per il possesso e il dominio sulle cose e sulle genti da manipolare e degenerare. Non ci può essere verde senza rosso e nero. Il verde da solo ci perde e si confonde, inganna e mette delle piccole toppe alle immani ferite del pianeta. Per di più nell’ipocrisia dell’ossimoro in nuce del “capitalismo etico e sostenibile” dei perfidi di Davos che fanno finte ecologiste usando il treno per radunarsi tra le nevi dorate della Svizzera campione di generosità universale. Intanto il caritatevole Oxfam sciorina regolarmente i dati delle ricchezze e povertà dal suo scranno rigorosamente dichiarato no profit e qualche frangia radical-bobo-green sta assorbendo e fagocitando, con le sue irresistibili sirene,tanti ingenui seguaci. Non sono casuali le incestuose alleanze tra certe destre, certi falsi progressisti e alcuni partiti verdognoli nel mondo. Il verde non potrà mai essere in fondo a destra. Neppure in un centro equilibrista e pusillanime. É incompatibile per ambiente. E allora non c‘é salvezza della natura senza alcuni, pochi ma fermi assunti verbali fondamentali e imprescindibili che sono inequivocabilmente anche libertari e comunitari.

È essenziale ridurre e tendenzialmente sostituire l’attuale sistema economico fondato pur sempre sul dilemma padrone e servo, sfruttatore sfruttato, sia che si tratti di persone che di luoghi, di popoli o di territori. La natura dovrebbe essere aiutata ad evolvere virtuosamente lontano dall’assioma “homo homini lupus” seppure riveduto, corretto e aggiornato, quando non reso slogan ideologico.

Nella fase di transizione occorre portare, attraverso le tasse, almeno al fattore 12 la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi delle persone.

È imperativo usare alcune risorse disponibili per lo stretto bisogno NORMALE, NECESSARIO, NATURALE, al di là di ogni intenzione mercantile e speculativa, anche minima.

Si cominci ad investire il pubblico danaro (frutto dell’equa contribuzione di tutti, ciascuno secondo le proprie disponibilità) per correggere, risanare, minimizzare i danni arrecati alla natura tutta.

Tutti gli organismi internazionali appositamente e finalmente rifondati, si impegnino ad incentivare o anche imporre, l’accoglienza e la permeabilità a fini umanitari dei cosiddetti confini, la mobilità, l’uso del suolo, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente in generale, compatibili con un danno pari a zero per la natura, la salute, il futuro della terra.

Si promuova l’educazione diffusa e la controeducazione indispensabili idee di radicale cambiamento dell’istruzione per combattere consapevolmente ignoranza, egoismo e intolleranza e rifondare le città e i territori, preservando e curando la natura, organizzandosi anche dal basso, collettivamente e liberamente.

Non si può certamente pensare che il pianeta possa essere curato e salvato prescindendo da drastici interventi culturali e sociali cui il capitalismo ovviamente si oppone spesso anche subdolamente per la sua pervicace e immutabile natura, ben oltre le ipocrisie e i palliativi di un improbabile mercato eticamente regolato. Non è una ciclabile in più, una differenziata in più, un’isola pedonale e una bella spuria abitudine o iniziativa ecologoca che faranno la differenza. Occorre cambiare il mondo passando in ordine di priorità per l’educazione, l’economia, la politica. Diffusamente e subitaneamente. Partendo dall’educare. L’educazione appunto, perchè il nodo dell’ignoranza è un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. I cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi ad educarsi e a diventare bene informati. Occorre seriamente pensare ad una limitazione drastica dei poteri pubblici nazionali ed internazionali e ad un decentramento e diffusione capillari dei poteri, quasi fino ad una virtuosa accezione anarchica. In una fase transitoria l’ educazione diffusa e il decentramento progressivo dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche plebiscitarie e populiste, dall’oclocrazia o da un crescente astensionismo della partecipazione alla vita civile e sociale. Senza meno. Affinché il verde, il nero e il rosso insieme si impegnino a cambiare e salvare il mondo, senza distrazioni e rigorosamente in autonomia e libertà.

Giuseppe Campagnoli 21 Gennaio 2020

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Amazzonia ambiente Architettura ecologia Varia umanità

El obispo rojo

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Avevo qualche remora a raccontare questa storia, vuoi per un senso di pudore familiare vuoi per le mie consolidate convinzioni non proprio inclini alle religioni ed alle evangelizzazioni di qualsiasi genere. Le recenti terribili notizie sull’Amazzonia hanno fatto emergere prepotentemente l’esigenza di una breve narrazione un po’ autobiografica. El obispo rojo veniva chiamato il fratello di mia madre vescovo salesiano missionario nel Territorio Federal Amazonas del Venezuela, a Puerto Ayacucho, tra i confini brasiliano e Colombiano. Andando a trovarlo quando era ancora in vita (ora è “enterrado” in terra amazzonica) e visitando le zone tra Puerto Ayacucho e Manapiare, alla fine degli anni ’80, scoprii tanto, riguardo alle sue idee ed azioni in difesa della natura e degli Indios Yanomami senza peraltro pretendere conversioni o adesioni ma addirittura consentendo una specie di virtuosa quanto singolare commistione tra il loro credo animista e quello cattolico solo quando liberamente accolto. Scoprii dell’ impegno suo personale e dei confratelli (che sembravano più dei rivoluzionari che dei preti, barbudos che fumavano yopo e vivevano per lunghi periodi nei villaggi isolati della selva) teso a salvaguardare dallo sfruttamento, dalle deportazioni e anche dalle uccisioni da parte di banditi legali e illegali, di compagnie minerarie, di latifondisti e di governi, le popolazioni locali, soprattutto di etnia yanomami. Più volte i missionari li accompagnavano tra mille rischi dal Brasile oltre il confine che per loro, naturalmente, non esisteva, con il Venezuela fino ad allora meno pericoloso (si fa per dire) per la loro sopravvivenza anche perchè addirittura venvano fatti oggetto di caccia spietata da parte dei latifondisti con gli elicotteri. Scoprii altresì che aveva fondato un Museo Etnografico in Puerto Ayacucho, prendendolo in giro perchè lo avevano voluto intitolare a lui ancora vivente!

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Museo etnografico di Puerto Ayacucho

Il museo aveva ed ha tuttora l’unico intento da testimone  di raccogliere la storia, le tradizioni e la cultura yanomami allo scopo di farne conoscere l’essenza preziosa assolutamente da preservare senza interferenze o contaminazioni,  con una azione decisa di  difesa e tutela contro un progresso basato sulla distruzione sistematica di natura e persone, per il  profitto di compagnie minerarie e agricole e dell’avanzante turismo globale dissacratore, incolto e devastatore che avrebbe voluto trasformare le belle churuate in altrettanti resorts.

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Lo Shabono. Un villaggio centrale e collettivo

El obispo rojo lo chiamavano perchè spesso soleva dire che se nel combattere per difendere il popolo indio, il suo habitat, la sua cultura veniva tacciato di ideologia comunista, allora sì, poteva essere chiamato “comunista”. In una tesi di dottorato pubblicata nel 2007 a Brasilia dedicata alle popolazioni indios tra Brasile e Venezuela, sono riprese alcune sue posizioni ed  interventi che venivano citati attraverso la stampa venezuelana come  di “estrema sinistra” quando chiedevano di bloccare le concessioni per lo sfruttamento, la contaminazione e la progressiva distruzione di quei luoghi e di quelle popolazioni a scopo minerario, agricolo o turistico.

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L’obispo rojo

“Ci sono sovversivi  nelle Amazzoni” titolava il “Diario di Caracas” nel 1987.

Da questa visita, da questi fatti e da tante riflessioni scaturì negli anni ’90 un progetto partecipato di recupero architettonico di un villaggio indio utilizzando idee, forme, materiali e tecniche tradizionali (legno di alberi da ripiantare subito come è loro costume, adobe, mattoni di terra…) per sostituire le baraccopoli di lamiera costruite dal governo per rendere forzatamente stanziali i gruppi e poter avere mano libera sul territorio con una specie di “villaggio educante nomade” antelitteram. Il progetto, guidato da due architetti (Stohr e Campagnoli) venne ideato e disegnato con la partecipazione di una classe dell’Istituto d’Arte di Pesaro. Una storia questa che dovrebbe far riflettere su quello che certi governi violenti e irresponsabili stanno facendo all’Amazzonia, terra da sempre senza confini e padroni se non la natura e chi ci vive liberamente da secoli e su quanto si potrebbe fare per contrastare attivamente questa terribile tendenza.

Giuseppe Campagnoli

Agosto 2019

Churuate e nuovi villaggi a Manapiare

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Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

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Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

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Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

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Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

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Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019

 

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Una città educante.Immaginiamo.

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Una piccola città, una rete di scuole coraggiose e un sindaco anch’esso coraggioso. Associazioni, architetti, cittadini, cooperative, mercanti e artigiani tutti coraggiosi. Queste la sceneggiatura e la scenografia minime per cominciare a costruire una città educante. Non si tratta di uscire dalla scuola di tanto in tanto oppure di perpetuare la famigerata progettite, malattia contagiosa della scuola a caccia di fondi e di medaglie per iniziative e attività spesso inutili.  Si tratta di stare in modo permanente nella città reale e nei suoi luoghi ad educare e ad educarsi mentre si vive. Nel frattempo che le scuole e i loro insegnanti e direttori ripensano tempi e metodi dell’educazione in modo radicale e decisamente incompatibile con lo star fermi, anche solo un’ora, in un banco davanti a un propalatore di nozioni o ad una lavagna d’ardesia o elettronica, la città si organizza e si trasforma per accogliere bambini, ragazzi, adulti ed anziani di ogni provenienza per tutto l’arco della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Il sindaco e la sua amministrazione decidono di investire gran parte delle risorse per l’istruzione, per l’edilizia scolastica e culturale, per la mobilità urbana, il commercio, la cultura e i servizi in genere, in un progetto integrato di educazione diffusa che contemporaneamente preserva, trasforma e rende più bella e viva tutta la città. Le associazioni e i gruppi di cittadini contribuiscono e collaborano in varie forme. Si fa un piano urbano flessibile girando per la città e segnalando in una mappa luoghi e spazi adatti a quella virtuosa trasformazione. In un quartiere c’è un complesso di luoghi contigui che comprende una biblioteca, due scuole, un museo e un parco. Diventerà un portale della educazione diffusa, una tana, una base. Le scuole cambieranno forma e saranno collegate fisicamente con la biblioteca e con il museo oltre che con il giardino. Verranno creati ambienti aperti, comuni e flessibili in ogni manufatto, dove ritrovarsi a gruppi e decidere il programma della giornata o della settimana.

 

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Là dei bambini dai 6 ai 10 anni, laggiù ragazzi dagli 11 ai 14,  nell’auditorium, nella biblioteca e nel bar libreria gruppetti di giovani dai 15 ai 19 anni. Più avanti degli adulti ed anziani che recuperano il tempo perduto, che consigliano, aiutano e supportano, che apprendono e condividono con i più giovani. Mèntori ed esperti fanno da catalizzatori e aiutano ad organizzare le attività per aree  tematiche trasversali guidando i gruppi attraverso la città e i luoghi già individuati e attrezzati in precedenza o riscoperti e riadattati alla bisogna. Si parlerà e giocherà con la matematica presso il museo del calcolo e della scienza o presso quell’azienda informatica; si farà arte nelle sale e negli spazi comuni del museo, nell’atelier e nella bottega; la biblioteca e la libreria ospiteranno chi fa ricerca in tutte le direzioni; l’edicola trasformata ad hoc e la redazione del giornale locale ospiteranno giovani e ragazzi che intendessero approfondire le notizie e l’attualità, discuterne e farne un quotidiano; la fattoria, la bottega artigiana e il mercato guideranno nei loro percorsi e nei loro spazi giovani e adulti desiderosi di capire ed approfondire gli aspetti più vari della vita urbana e rurale. Il tempo verrà speso da una parte all’altra, a seconda degli interessi, del bisogno  o del canovaccio predisposto per un complesso di attività, accostandosi ora a un teatro, a una piazza, a una corte, a un orto, al municipio ad un opificio. Secondo un disegno più ampio e condiviso ogni edificio pubblico e molti edifici privati e collettivi saranno costruiti, recuperati, trasformati o modificati con una azione collettiva di architettura compatibile e rispettosa dei luoghi ed avranno la possibilità di accogliere ed ospitare i gruppi per svolgere diverse attività legate alla funzione, da intendersi comunque del tutto provvisoria e in movimento, del manufatto. A queste trasformazioni partecipano gruppi di cittadini guidati dai mèntori-architetti che saranno gli interpreti delle visioni e delle possibilità di mutazione virtuosa della città e delle sue parti, questa volta obbedendo solo alla leggi del bisogno comune e delle necessità di benessere e di conoscenza e non più a quelle della speculazione, spesso occulta, del mercato o di qualche interessato mecenatismo politico.

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Immaginiamo un teatro pieno di atelier per recitare, danzare, fare animazione, suonare e cantare; immaginiamo un museo pieno di laboratori e spazi per fare, riprodurre, copiare disegnare, dipingere, scolpire, fotografare; immaginiamo una biblioteca  con annessi tanti spazi aperti o chiusi e trasparenti dove riunirsi, studiare, guardare films e video, ascoltare musica e poesia, ricercare, scrivere, dialogare, insegnare, apprendere; immaginiamo una teoria di botteghe dove provare a fare gioielli, piccoli oggetti di artigianato, bricolage, riparare mobili e suppellettili, apprendere un’arte applicata; immaginiamo un opificio e un laboratorio che espanda i suoi spazi con atelier di studio e ricerca, di tirocini aperti e creativi; immaginiamo un municipio che contenga ambiti dedicati di scambio, di conoscenza della vita pubblica e della vera politica della città  con la possibilità di simulazioni dell’amministrare e del condividere, del gestire in modo comune il territorio. Immaginiamo, come nel racconto finale de “La città educante. Il Manifesto della educazione diffusa” il libro maestro di questa rivoluzione in educazione, che le città riescano a trasformarsi tanto da rendere naturale il connubio inscindibile tra l’apprendere e il fare, il muoversi e il fare, l’osservare e il fare, il partecipare e il fare, il giocare e l’apprendere, crescere e formarsi, senza i muri dello spazio, dell’età, della provenienza culturale, delle diversità in modo non occasionale ma permanente.

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Dovremmo cominciare con gli strumenti che già ci sono nella politica, nelle norme ancora aperte e nell’ economia libera,  da usare con giudizio e con equità  per avviare finalmente il cammino verso una società opposta a quella attuale con l’educazione diffusa nella città e nel territorio educanti. Per ora basterebbero delle scuole coraggiose, sindaci coraggiosi, gruppi di cittadini coraggiosi. La mappa e il canovaccio delle azioni ci sono, la strada o le strade da percorrere pure. E’ l’ora di fare.

Giuseppe Campagnoli 11 Febbraio 2019

 

Esempi di aule vaganti

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L’arte della sicurezza: un salto di qualità.

 

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L’Associazione S.E.T.A. si rilancia.

In quasi otto anni dalla sua fondazione l’Associazione S.E.T.A (Safety Education & Training Agency) ente no profit marchigiano che si occupa di educazione e formazione alla sicurezza, alla sostenibilità, alla protezione civile e di tutela del patrimonio culturale e artistico, ha lanciato e svolto varie attività formative anche con discreto successo di risultati. Tra queste emergono un progetto europeo sulla gestione della sicurezza e della prevenzione e protezione in vari ambiti (Workshop Grundtvig Educivis); una attività di formazione dedicata alle scuole aquilane coinvolte nel sisma del 2009 (Araba Fenice); un progetto di rete  in e-learning per docenti italiani e argentini sulla didattica della sicurezza (Perla); un corso di Perfezionamento sulla educazione alla sostenibilità, alla protezione civile ed alla tutela del patrimonio artistico in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia, un percorso di formazione sulla sicurezza alimentare (Alibe) poi sfociato in una candidatura ad un Erasmus plus  ed altre iniziative di formazione in ambito scolastico o destinate alle amministrazioni locali riconosciute anche dal Ministero dell’Istruzione. Oggi l’associazione vanta l’accreditamento presso la Regione Marche quale ente di formazione professionale e sta rinnovando la sua azione anche  in partnership  con le Università di Macerata e Camerino sui comuni argomenti istituzionali.

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Una piccola banlieu italiana in provincia.Come tante.

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Un nostro lettore ha fatto un breve tour nel territorio di un piccolo paese dell’entroterra pesarese, una volta ricco, ora più povero ma sempre un po’ degradato per ambiente, cultura e qualità della vita. Una specie di banlieu suburbana legata funzionalmente e dipendente dalla città più grande proprio come accade in Francia. Sono cambiate, come altrove, le amministrazioni, ma cosa è cambiato?

In proposito ricordiamo questo articoletto su La Stampa di tempo fa:

“Chi è causa del suo mal. Viviamo in un’area del centro nord una volta ricca di un importante distretto produttivo monotematico. Quasi 15 anni fa fu commissionato dalle amministrazioni locali uno studio sullo sviluppo industriale della zona nel ventennio successivo. Gli esperti dissero che se non ci si fosse riconvertiti ad altre produzione sarebbe stata la fine. Nessun imprenditore seguì il consiglio tecnico pensando solo al proprio immediato alto profitto e ora sta succedendo quello che era stato previsto. Fin dagli anni 90 abbiamo assistito a imprese commerciali improvvisate che poi hanno dovuto chiudere nel giro di un anno e si era in tempi in cui il credito veniva erogato senza tanti complimenti. Solo uno sprovveduto avrebbe potuto pensare che la pacchia sarebbe durata più di 10 anni. Anche oggi si vedono numerosi esercizi commerciali con gli stessi prodotti nel raggio di 100-200 metri! E’la concorrenza? No. E’ la follia. Si è buttata a mare l’agricoltura disseminando le campagne di falsi agriturismo (in parte sovvenzionati a fondo perduto) turismo e cultura lasciati a una libera impresa spesso impreparata e votata ad alti profitti in tempi brevi. Le banche nel frattempo hanno fatto il loro dubbio lavoro dando soldi a chi non li meritava e dato il colpo di grazia ad un mercato già viziatodall’improvvisazione imprenditoriale e dalla mancata pianificazione produttiva… La tragedia è che ci stanno rimettendo le persone preparate, oneste e non venali che si trovano sia nel pubblico che nel privato tra quelli che lavorano il tempo necessario, raggiungono gli obbiettivi, guadagnano il giusto e pagano tutte le tasse spesso per avere i servizi inefficienti per colpa di chi non le paga. Per risollevarsi occorre puntare prima sull’istruzione, sulla ricerca, sulla limitazione dell’iniziativa privata quando provoca danni alla collettività (vedi sanità, trasporti) e sugli investimenti nei soli settori che in Italia possono rendere: agricoltura, cultura, turismo, artigianato, manifattura di qualità! Non sarebbe stato difficile!”

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ambiente cittadini città Cultura Pesaro ecologia Varia umanità

Ciclabilis mirabilis

Pesaro: Dicembre 2015, bicipolitana ecologica. Ciclabilis mirabilis.Scorci e scene da un percorso suburbano bi-ciclabile. E’ tutto ecologico?

 CICLABILIS MIRABILIS

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ambiente Architettura consumatori decrescita Economia equità sociele Esposizione Universale EXPO 2015

Expo 2015. Girotondo pop.

Clip dedicata all’Expo 2015.

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alluvioni ambiente amministratori cittadini maltempo prevenzione Protezione civile

Maltempo, alluvioni, responsabilità.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Senza titolo

Ho scritto dei fatti drammatici provocati dagli eventi meteorologici nelle Marche e altrove in Italia più e più volte e ora mi ritrovo a riproporre pari pari quello che scrissi giusto un anno fa. Di chi sarà la colpa? Forse di tutti: governi, amministrazioni locali, protezione civile, ma da ultimo e non per ultimi anche i cittadini che spesso desiderano la botte piena e la moglie ubriaca. Come si dice in campo fisiologico che la “prima digestio fit in ore” anche in campo di prevenzione la “prima prevenzione avviene nei nostri comportamenti quotidiani”. Se non ho curato il mio campo, il mio fosso, la mia scarpata non posso prendermela con il comune o con il meteo. Se ho voluto spendere i miei risparmi per i miei diletti invece di provvedere a regolare le acque nel mio giardino e a rispettare le norme sismiche e idrogeologiche della mia casa, non posso andare in piazza a protestare contro il sindaco e dare la colpa ad altri. Ma una cosa sono le scelte che i cittadini sono in grado di fare, altro è il danno subito da chi non ha le risorse nemmeno per vivere. Nessuna previsione potrà mai dire con certezza assoluta cosa accadrà dopodomani. La scienza fatica a prevedere certi fenomeni anche entro poche ore! Educazione ed istruzione ci aiuterebbero molto. Ma è proprio in questo campo che le risorse sono state tagliate ampiamente. I cittadini debbono conoscere qual’è la loro parte nella salvaguardia del territorio e debbono sapere come comportarsi prima, durante e dopo gli eventi calamitosi. I cittadini debbono essere messi in grado di valutare bene i rischi che corrono, ad esempio, quando estorcono permessi (attraverso i TAR, i contenziosi con i Comuni etc..) di costruire e produrre in aree da sempre a rischio. I cittadini debbono contribuire attivamente alla prevenzione ed alla tutela dei beni comuni a partire dal proprio ambiente domestico e dal proprio intorno territoriale. Gli eventi meteo straordinari sono ormai una realtà ma sono una realtà anche l’abbandono delle campagne agli agriturismo e ai pannelli solari, la speculazione edilizia che ha riempito l’Italia di doppie, triple e quadruple case, la speculazione finanziaria e l’ottusità imprenditoriale e politica che hanno creduto che l’Italia fosse un paese per l’industria pesante e per l’ipercommercio. E’ colpevole anche la tendenza dei cittadini quando protestano per le antenne e non rinunciano a tv e cellulari, quando urlano contro la TAV ma si lamentano dei ritardi dei treni, quando stigmatizzano l’inquinamento ma non fanno due passi senza auto, allestiscono impunemente tavernette abusive al di sotto del livello stradale… Chi è senza peccato scagli la prima pietra e duole constatare come tra le foto di cronaca si notino sindaci e assessori con la pala in mano ad uso e consumo della propaganda non ricordando che il proprio dovere va fatto sempre senza clamore!

Montelabbate, 24 Maggio 2015

Giuseppe Campagnoli