Categorie
Architettura didattica edifici scolastici Education Educazione istruzione Politica riforma scolastica Scuola

Il racconto continua: l’educazione diffusa per una città educante

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare.

 

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa, agli appunti di architettura della città educante che presto diventeranno un libro dettagliato e pieno di suggerimenti e consigli per le trasformazioni urbane necessarie ad una città che accoglie ed induce l’educazione diffusa. Non ultimo una specie di manualetto di istruzioni che Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli stanno preparando ad uso di insegnanti, scuola, educatori, famiglie e associazioni.

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

Senza titolo.jpg

Nel tempo, la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building ha avuto evoluzioni e involuzioniin una specie di andirivieni culturale. Oggi anche nelle avanguardie degli innovativi spazi per la scuola non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9  libri su 10 vanno letti in diagonale. Accade così anche nei progetti e nella ricerca. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

Senza titolo.png

Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhetdi architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura.

Categorie
amministratori aria fritta Educazione la buona scuola ministro dell'istruzione Politica populismo renzi riforma scolastica Scuola

L’talia degli ominicchi e della educazione autoritaria.


IMG_5331

Colgo l’occasione dell’insediamento dell’ennesimo nuovo ministro (ripercorrendo con sgomento il triste declino dei ritratti presenti nella sala dei ministri a Viale Trastevere) per ribadire alcuni concetti che ad ogni passo ritornano come corsi e ricorsi.

L’ambiente dove ho passato la maggior parte della mia vita lavorativa, da figlio di maestri elementari rurali, da studente, da docente, da preside e da consulente ministeriale ipercritico e bastian contrario, la mia esperienza scientifica, umana e, anche, del “gossip” scolastico mi spingono a riproporre una serie di concise considerazioni su quella che dovrebbe essere la buona scuola del futuro.

Categorie
Educazione istruzione populismo riforma scolastica riforme Scuola Scuola italiana

Le buone scuole del futuro.

Ho fatto le pulci a suo tempo alle riforme Moratti e Gelmini tese a restaurare una scuola di classe ed introdurne una aziendale con le famigerate tre “i” di inglese, informatica e impresa. L’impresa e cioè il mercato, l’informatica e cioè la rete inebetente e, dulcis in fundo, l’inglese, la rozza (non me ne voglia il sopravvalutato Shakespeare, o chi per lui) lingua del colonialismo e del globalismo.  Ho fatto le pulci a più riprese alle belle e buone scuole renziane che non hanno fatto altro che conservare il peggio delle precedenti riforme connotando la nuova proposta di assetto della scuola italiana di  quel liberalismo di mezza marca anglosassone   e teutonica spinto da slogans meritocratici e tecnocratici.

IMG_5272

Dopo aver  sviscerato le idee del centro destra e del centro sinistra, del centro e della destra, secondo le categorie della politica tradizionale ho letto il programma sull’ educazione e sulla scuola del Movimento 5 Stelle, il nuovo che avanza (avanza nel senso di andare avanti o nel senso di “avanzi”?), il terzo incomodo per gli italiani, il terzo litigante sulla scena politica. L’educazione e l’istruzione dovrebbero essere la base di ogni nazione civile, prima ancora della sanità, dell’economia, dell’ambiente e di altro ancora, perchè è proprio da lì che dovrebbe venire la coscienza della comunità ed il sapere sano  per tutto il resto delle cose da curare. Ma così non mi pare sia nemmeno per il coacervo di cittadini che si pongono come fautori della rivoluzione risolutrice di tutti gli italici endemici problemi.

M5S_Programma_Scuola_preview

 

images

Il testo è recentissimo (Maggio 2017) e, a ben leggere, nei suoi capisaldi si trova un misto di ovvietà e conservazione:

  • aumentare gli investimenti,
  • interdisciplinarietà e compresenze,
  • ripristino di vecchi insegnamenti e inserimento di nuovi (sempre materie e discipline?)
  • Nuove “educazioni” da aggiungere quelle famigerate del periodo democristiano?
  • Valorizzazione del personale docente,
  • “Priorità” alle scuole statali (le private-soprattutto infanzia e materne- quindi resterebbero finanziate in seconda battuta?):

“Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia.”

  • Combattere i diplomifici,
  • No alla scuola-azienda e al preside manager,
  • Abolizione o revisione profonda dei test INVALSI (revisione?)
  • Alternanza scuola lavoro facoltativa presso aziende virtuose (?)
  • La scuola si apre all’esterno ma sempre scuola sarà:

“La scuola deve aprirsi maggiormente all’esterno: si può fare scuola anche nelle biblioteche, nei parchi, nei luoghi culturali, nelle università, all’interno di mostre, officine, botteghe di artigiani. Si può fare scuola risolvendo problemi reali della comunità in cui si vive: l’esperienza diretta della realtà è una delle chiavi più importanti per realizzare un apprendimento significativo.
Gli studenti devono diventare i veri protagonisti del processo di apprendimento.
Sarà quindi importante investire sull’ammodernamento delle scuole e sulla realizzazione di ambienti innovativi che consentano interventi educativi all’avanguardia. Sarà imprescindibile adeguare gli spazi alle esigenze di una didattica sempre più interconnessa con il mondo digitale e con le nuove tecnologie che consentono interattività e protagonismo degli alunni. Gli studenti potranno costruire da sé le conoscenze, anche attraverso la produzione e l’utilizzo di supporti didattici e libri digitali che potranno essere condivisi con alunni di altre scuole, scaricati e stampati gratuitamente da internet.”  Ma dove ho sentito queste frasi? Sembrano considerazioni lapalissiane in mezzo a proposte decisamente retro.  Aumentare le gite scolastiche e le visite ai musei? L’edilizia scolastica e i reclusori restano? Saranno solo ammodernate le terribili scuole esistenti? Preparare meglio gli insegnanti?  Asservimento al mondo digitale che è la nuova, terribile faccia del perfido mercato con un sostanziale mantenimento delle tre “I” di morattiana memoria?

Secondo me occorre invece ripartire con coraggio e accettare i rischi di sperimentare nuovi scenari per trasformare l’esistente educativo in un’altra cosa, tutta un’altra cosa. Occorre avviare un processo di controeducazione in altri luoghi, tanti altri luoghi variegati e diffusi che non siano le carceri della cosiddetta edilizia scolastica. Occorre cominciare a disegnare la Città educante. Questa città ahimè non è mai stata nemmeno nei sogni della politica italiana di chi ci ha governato nell’ultimo secolo e nemmeno di chi si dice pronto a farlo per cambiare le cose. Il modello è sempre quello ottocentesco rivisitato da Gentile,  dalla DC  e dal radicalismo chicchettoso, sempre con forti iniezioni di psicopedagogia e didattismo d’oltreoceano. Noi insistiamo sulla nostra strada che a mio avviso per ora coincide  con alcune esperienze e con le prove di innovazione e rivoluzione sottile che si stanno diffondendo in autonomia e  dal basso e che appaiono in linea con la nostra idea di non-scuola.

 

Un altro programma sulla scuola: http://www.asterios.it/catalogo/la-citta-educante

PREVIEW LA CITTA’ EDUCANTE Pag.3-33

 

fullsizeoutput_2682

Categorie
Architettura edifici scolastici Educazione giuseppe campagnoli istruzione la buona scuola pedagogia riforma scolastica Scuola Scuola italiana

Prove di educazione diffusa.

Prove di educazione diffusa. Si può fare!

Dopo l’avvio del gruppo di studio previsto per il 30 Giugno sarebbe opportuno già da ora connettere e condividere tutte le esperienze che stanno nascendo su ispirazione delle idee contenute ne “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli Asterios editore  Trieste.  Abbiamo ricevuto segnalazioni da un quartiere di Milano, da Monza, dal Piemonte e dalle Marche, ci sono stati richiesti diversi interventi tesi ad illustrare nel mese di settembre l’idea e le ipotesi di sperimentazione. Qualcuno ci segnala la sua città come possibile scenario di una sperimentazione. Molte mail scrivono di avere in campo delle iniziative giudicate simili se non uguali a quelle da noi proposte, magari anche presentate “al governo” (sic!) per un non meglio precisato “bando adolescenza”. Poi si scopre, (evidentemente chi ci ha scritto non ha letto il nostro volumetto), che si tratta di progetti parascolastici spuri ed effimeri e che non hanno in sé neppure il respiro di un avvio di rivoluzione, seppure sottile e progressiva, in campo scolastico.

IMG_4968

Moltiplicare le gite scolastiche o le uscite in città o in campagna, pratica già in uso da molto tempo, non vuole dire avviarsi sulla strada della scuola diffusa. Molte attività sembrano far parte ancora della endemica “progettite” che affligge le scuole italiane a caccia di una misera parte della esigua torta di risorse economiche destinate all’istruzione o di medaglie da appuntare sul proprio vessillo scolastico in questa corsa mercantile all’immagine e alla pubblicità che tanto paventava chi osteggiava la scuola- azienda per i bambini e i ragazzi “clienti” o “utenti”. Ci vuole ben altro. L’avventura del cambiamento comporta dei rischi e delle rinunce. Comporta un lavoro enorme e spesso volontario, ma svolto per sé stessi e per la collettività, non per i diktat di un sistema che punta sulla scuola (oggi più privata che pubblica) per assicurarsi fedeli consumatori o managers, tecnocrati e quadri senza scrupoli. Nella parte finale del libro che contiene il Manifesto, segnatamente nei capitoli “Immaginiamo” e “La transizione”  si espone con chiarezza quali possano essere le linee per una fase di avvio, passo dopo passo, verso tante piccole  sperimentazioni tese a dimostrare la bontà e la fattibilità dell’idea proposta di Città educante. Non ci fermeremo neppure con le calure estive ma prepareremo ciò che serve per riprendere, nel mese di settembre, i cicli di interventi illustrativi del Manifesto della educazione diffusa e di presentazione del nostro “libro di testo” e la raccolta di dati relativi a esperienze già avviate o in pectore che siano in linea con la nostra concezione di scuola diffusa nella città. Vi aspettiamo. La città ci aspetta e non vede l’ora!

Giuseppe Campagnoli

25 Giugno 2017

Il progetto prende forma.

 

 

 

 

Categorie
Educazione formazione provveditorati riforma scolastica Scuola italiana

Lectio brevis

Le vicende di questo periodo della mia vita, dal successo incipiente dell’idea di scuola diffusa grazie anche al prezioso contributo degli amici Paolo Mottana e Asterios Delithanassis, mi fanno ripensare al primo scritto lungo (non lo chiamo libro) che in solitaria ho affrontato sulla scuola nel lontano 2009 appena sbattute anzitempo tutte le porte delle burocrazie scolastiche e architettoniche per intraprendere una strada libera e autonoma del pensiero. Di quello scritto mi piace oggi ri-citare le parti in cui descrivo “dal di dentro” un mondo pieno di contraddizioni e di ridicole pantomime che ancora perseverano nei patetici e drammatici conati di riforme,  riformine e riformacce.

Ecco una teoria di stralci in cui molto si riconosceranno e riconosceranno anche personaggi che, chissà come mai, hanno anche fatto ad oggi improvvise carriere burocratiche e accademiche oltre che assumere impensabili e fors’anche improbabili incarichi di grande responsabilità.

Senza titolo

“Questo scritto è il risultato artigianale di una proposta che doveva confluire in un libro da pubblicare alla scadenza degli obiettivi che l’Europa, nella Conferenza di Lisbona del 2000, si era prefissata di raggiungere nell’educazione e nell’istruzione entro il 2010. Il saggio elaborato a “quattro mani” da me e da un amico che ringrazio per avermi accompagnato in questa fatica per oltre un anno e mezzo e che non ha trovato interesse nei nostri blasonati italici editori. I miei capitoli, dopo i numerosi grandi rifiuti, sono stati raccolti in questo saggio, insieme ad altri scritti che ricompongono un racconto della mia vita di architetto, insegnante, dirigente scolastico e consulente del Ministero dell’Istruzione.  L’idea originaria per un libello in tandem sarebbe stata buona, ma gli editori cui ci siamo rivolti, con la solita ipocrita formula “non rientra nelle nostre attuali linee editoriali” l’hanno bocciata senza appello, salvo aver poi pubblicato libri alla moda sulla scuola, pamphlet costruiti a tavolino da ghostwriters e giornalisti che trattano di scuola persentitodire, da scrittori improvvisatisi esperti della materia, trattata spesso come un gossip.Ecco alcuni pedagoghi dilettanti che hanno scritto di scuola (li cito intenzionalmente senza dividere il grano dall’oglio, che è abbondante e invito anche voi lettori a discernere): Daniel Pennac, Paola Mastrocola, Gianfranco Giovannone, Mario Giordano, Giovanni Floris, Paolo Mazzocchini, Andrea Bajani, Frank Mc Court, Gianni Resti, Chiara Friso, Vittorino Andreoli, Orazio Niceforo…E la Litizzetto? E Bruno Vespa? Che cosa aspettano? Dov’è il loro libro sulla scuola?  Più realisticamente, allora ho preferito percorrere la via dell’autopubblicazione. Spero di poter far giungere le mie idee più lontano possibile.” “Non ho frequentato una scuola materna, ma ho avuto insegnamenti materni e paterni, oltre che bucolici, avendo vissuto da 0 anni a 11 anni nel giardino della mia casa-scuola, giardino rurale di S.Croce.

IMG_8601

Ricordo le passeggiate tenendo al guinzaglio mucche al pascolo che mi salutavano con le loro lingue raspose come enormi cani da passeggio! La scuola elementare fu il naturale proseguimento degli insegnamenti tra natura e cultura, con un padre maestro amante dei numeri e della filosofia e una madre maestra amante della musica e della poesia, ma soprattutto del teatro. I miei fratelli condividevano questa specie di comune educativa familiare che si allargava agli altri allievi che, a piedi, raggiungevano la casa-scuola dalle campagne circostanti e avevano sempre qualcosa da insegnare. La solitudine della natura e del pensiero attraverso il rigore magistrale di mio padre e quello dolce e severo di mia madre hanno qui avuto origine e, in qualche modo, costruito la mia controversa personalità, che ha attraversato la vita in alterne fasi artisticamente trasgressive ed edonistiche o rigorosamente etiche e conformiste.

image

Solo ora, nella terza età, abbandonando un lavoro sostanzialmente insoddisfacente, sono alla ricerca, attraverso il passato, senza rimpianti, della mia originaria creatività trasgressiva e prepotente! La scuola mi ha sempre accompagnato non come aspetto marginale o strumentale. Ogni luogo e ogni attività è stata sempre legata in qualche modo alla scuola.Natura e scuola; poesia teatro musica e scuola; architettura e scuola; arte e scuola, amore e scuola! Il privato si è, invece, spiegato in direzione spesso opposta, spesso utilitaristica: a soddisfare solo una delle mie due anime: quella tranquilla e razionale, quella della prosa che consentiva, solo a tratti, di riaffiorare, spesso con prepotenza, all’anima poetica, drammatica, visionaria e passionale che pochi oggi conoscono perché è un mio grande segreto incolpevole e sacro. La passione per la scuola è legata a episodi importanti della mia vita: un libro, una dedica, affinità platoniche che mai avrebbe potuto essere altrove e che ritrovo in alcuni momenti cruciali di pensiero e di memoria. La legge del contrappasso mi ha fatto abbinare una vita sentimentale più banale, più prosaica, come a cercare il rovescio della mia medaglia. Viene, comunque, il momento di un’eredità che si costruisce inaspettatamente e consente di coltivare ancora passioni e amori intellettuali. Un’eclettismo irrequieto che mai si è rassegnato ad affrontare solo una strada. Con la Scuola sempre e comunque in sottofondo per i miei ricordi di scolaro, di studente liceale, di universitario, di docente, di preside, di uomo.”

“L’essenza dei mali della scuola, delle sue burocrazie e degli stereotipi è visibile nei riti che si replicano e che rappresentano la spia di una scuola malata.

1 Settembre: l’auditorium della scuola è affollato, molti gruppetti di docenti abbronzati discutono animatamente: si sentono racconti di vacanze e acconti di lamentele per l’anno che sta per iniziare. Entrano il Preside e la sua corte con circa tre quarti d’ora di ritardo e si siedono al tavolo della presidenza.

1 Settembre: la sala delle Comunicazioni al Ministero 2 è semivuota, qualche borsa appoggiata qua e là, gruppetti di persone che chiacchierano nel corridoio esterno. Sono già trascorsi trenta minuti dall’ora stabilita. Al tavolo della presidenza, già in posizione, due mega direttori generali, qualche ispettore e funzionario. La riunione è fissata dalle 10 alle 13: debbono arrivare convocati da tutta Italia: sono già le 11 e la sala è ancora in attesa.

5 Settembre: la sala è già piena. Qualcuno arriva trafelato alla spicciolata e prende posto. Il Direttore Generale Regionale è sul suo scranno attorniato dallo staff di ispettori, funzionari, dirigenti, sagrestani e scruta la platea, mentre di fronte a lui si forma un capannello di questuanti e di presenzialisti.

La riunione doveva iniziare da mezz’ora…

15 Settembre: il professore è in cattedra, l’aula è semivuota e stanno entrando i primi studenti con 10 minuti di ritardo e già sono a pistolare col cellulare (proibito) o a imbellettarsi fissando attentamente lo specchietto (tollerato). I riti si ripetono immutabili nel tempo, le cose che si dicono, sono sempre le stesse, i ruoli e le gerarchie restano, sfumati ma persistenti. Un cambiamento nel tempo, però, c’è stato. Nel bene e nel male il protagonismo si sta evolvendo al femminile: ministre in performance su You Yube, direttrici generali rare ma spumeggianti, fantasmagoriche, efficienti simboli viventi della managerialità pubblica emergente; dirigenti scolastiche rampanti pronte a fare da coreute al Direttore Generale di turno che stigmatizza, cito testualmente, il cachinnare dei tempi moderni e le onora dell’appellativo di ancillae domini; docenti prese dal furore della pedagogia e della modernità; studentesse di successo, ferocemente competitive e irraggiungibili nelle performances da compagni di classe sempre più avviliti. Falsi femminismi e maldestra emancipazione anche nella scuola che puzza sempre di più di antifemminismo e di razzismo antigenere quando spinge la donna a  fingere di essere un uomo per avanzare socialmente e professionalmente. Sono le movidas delle platee scolastiche e, se il buongiorno si vede dal mattino, non vi risparmio il racconto di queste performances che sono la spia, il risultato ma anche una delle tante cause del malessere scolastico. Per non parlare dei look da donne in carriera! Questi rituali si replicano da decenni a diversi livelli e in differenti occasioni. Il Capo ripescato dalla pensione perché allineato col Ministro saluta l’ennesimo nuovo corso della scuola italiana e i suoi proconsoli regionali a difesa del pensiero unico del “presidente-maestro”, anche qui rappresentato dall’ennesima ancilla ministra. Imperativi sui risparmi, sul rigore, sul rispetto di tempi e regole…Ancora una volta nessun nuovo serio progetto, ma lodi all’innovazione: il maestro unico, il 5 in condotta, i voti in decimi!!! Ispettori vagano con i loro borsoni in mano (ma cosa conterranno?) da un lato all’altro della sala, mentre si percepisce un’attesa nei loro sguardi per un ruolo finalmente non più da mercenari del Mecenate politico di turno o del Direttore illuminato. In un altro luogo, il manager della scuola regionale esordisce sbalordendo la platea con una raffica di citazioni latine alternate da rare sintassi nella lingua madre e qualche arcaismo da Accademia della Crusca mentre, con paludato autoincenso, snoda il rosario del “suo” Progetto culturale per la sua scuola, nella sua regione-laboratorio. Tutti gli astanti (anche quelli che dondolano il capo in avanti in segno di obbedienza) sanno essere, invece, solo una celebrazione dei narcisismi ministeriali. In questi microcosmi c’è tutta la scuola italiana, ma anche il costume e l’habitus degli italiani dabbene di leopardiana memoria. Persino nelle scuole le sceneggiate continuano. Il Preside avvia la sua allocuzione per una platea distratta e già stanca ancor prima di iniziare con un discorso dèjà entendu sulle novità ministeriali, raccomandando di essere seri e rigorosi, ma pur sempre con un occhio vigile al calo degli iscritti e a scongiurare la perdita di posti di lavoro. La platea si risveglia a ogni frase che contenga questioni economiche o sindacali, mentre guarda da un’altra parte o bisbiglia o esce e entra per fumare alla spicciolata quando si discutono il calendario scolastico, il programma delle attività, l’ora di 50 o 60 minuti! (rara applicazione nel quotidiano della teoria della relatività!)”

P1110757

“Vige ancora la burocrazia del controllore e non quella della responsabilità, quella dell’adempimento e non quella del risultato. A fronte di risorse quasi nulle, organici fluttuanti, ma sempre più ridotti e ingessati, edilizia allo stremo e senza alcuna qualità, resiste una èlite amministrativa statale travestita da moderna managerialità che scimmiotta modelli di gestione anglosassoni senza aver modificato di uno spillo la fisionomia della scuola. Le Regioni, nella maggior parte dei casi ignoranti di scuola, con risorse umane riciclate da altri settori, si occupano maldestramente di pianificazione territoriale dei servizi scolastici, del calendario scolastico e di foraggiare, spesso in modo clientelare, quelle attività delle scuole che alimentano una perniciosa progettite che ingoia risorse distribuite a pioggia con risultati difficilmente verificabili.                                   E, nel frattempo, si simula cultura attraverso la cura dell’immagine e della visibilità a tutti i costi, per consolidare o migliorare le rendite di posizione dei dirigenti ministeriali illuminati, ma pur sempre politicamente sponsorizzati. Si inventano progetti, manifesti, concorsi, protocolli d’intesa, corsi di formazione sostanzialmente inutili perché non controllabili nei risultati e nelle ricadute, a breve e lungo termine, sui comportamenti, sulle modificazioni nelle metodologie di insegnamento e, quindi, sull’apprendimento di chi vi partecipa. Imperversano in questo clima sovrastimati e superpagati formatori, opinabili studiosi e ricercatori, cervelli emigrati altrove che trovano l’”America” in Italia pur essendo sovente degli sconosciuti. Tutto ciò gratifica pochi ingenui volontari che ancora credono alle favole psicopedagogiche e sociali di gran di moda, mentre si preparano trampolini per molti arrampicatori stanchi o incapaci di insegnare, alla ricerca di vie brevi per il successo o per appuntarsi medaglie per carriere immeritate.        In una tale deregulation, l’amministrazione statale funge sostanzialmente da passacarte senza alcuna vera capacità di coordinamento o di promozione, mentre quella regionale che dovrebbe nella mente dei legislatori assumere la governance del sistema scolastico si sta occupando solo di pochi spiccioli clientelari, di aprire e chiudere scuole secondo le necessità elettorali e di giocare col calendario scolastico! Il passaggio dai Provveditorati, che erano le mamme e talvolta le suocere dei presidi e dei direttori didattici, agli Uffici Scolastici Regionali (nella mente contorta dei legislatori tanti piccoli ministeri regionali) accanto a una autonomia scolastica zoppa, ha condotto a una confusione evidente di ruoli e ha svuotato di poteri l’amministrazione periferica, lasciando le scuole in una splendida autarchia moltiplicatrice di contenzioso.”

20140529-092219-33739060.jpg

Ministri supponenti, sindacati opponenti a ogni costo, presidi manager, amministratori clientelari e funzionari ministeriali presi dalla conservazione della poltrona, si sono riempiti la bocca dell’ autonomia; hanno speso patrimoni per seminari e convegni autocelebrativi, ma sostanzialmente masochisti, senza rendersi conto che sono sempre mancati gli aggettivi capisaldi per una vera libertà della scuola: culturale, ideologica, politica, finanziaria, gestionale. In realtà, le scuole hanno dovuto fare ciò che altrove si decideva senza adeguate risorse e con l’illusione di essere in piena libertà d’azione. La cattiva burocrazia non cede il suo potere e moltiplica adempimenti e illude che non vi sia più il controllo ottuso delle procedure, mentre non c’è modo di incidere sui risultati e i presidi aprono banchetti agli angoli delle strade offrendo gadget e promozioni a che si iscrive alla sua scuola Una guerra tra poveri: veramente la scuola della miseria, non solo tra le scrivanie, ma anche tra i banchi. Leggiamo degli attacchi alla scuola di genitori sempre iperprotettivi e litigiosamente propensi a dare lavoro al TAR, leggiamo sgomenti dei trasgressivi video scolastici immessi nel circuito voyeristico di internet, del bullismo, del burn out degli insegnanti, di presidi con i numeri degli avvocati in tasca!                                                 Ma non sarà con le boutades del Ministro di turno che un problema così grande potrà essere risolto! La politica attuale per la scuola, a tutti i livelli, è quella del levare che, per paradosso, aumenta con il decentrare invece di rendere le risorse più mirate e più abbondanti, proprio perché il decentrare senza autonomia è solo una specie di abbandono al fai da te di scuole sempre più indigenti. La devolution tanto cara agli egoismi padani applicata alla scuola oltre che all’economia, al fisco e all’amministrazione in generale, nella storia italiana di colonizzazione del Sud da parte del Nord non farebbe altro che moltiplicare le differenze e aumentare povertà e ignoranza nel meridione a vantaggio del nord arricchito grazie all’immigrazione interna ed esterna e all’accumulo delle razzie perpetrate nel mezzogiorno fin dall’invasione sabauda. La scuola è morta, viva la scuola?”

Giuseppe Campagnoli

 

Categorie
Architettura didattica edilizia scolastica Edilizia Scolastica education facilities istruzione renzi riforma scolastica Scuola italiana Varia umanità

La nostra scuola innovativa.

head-bambiniarchitetti.jpg

E’ uscito un singolare bando di concorso ministeriale per idee di edilizia scolastica innovative. L’innovazione starebbe nel costruìre altre scuole con aule, corridoi, atri, arredi, banchi etc.? L’innovazione starebbe nell’aggiungere altri edifici in una concezione ormai obsoleta degli spazi per apprendere? Una specie di gara d’appalto (le regole sono quelle) indistinta sulla scorta di criteri generici e sostanzialmente vecchi limitata a delle specifiche aree geografiche.

Ecco lo spirito in nuce:

“In esecuzione del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 3 novembre 2015, n. 860, adottato ai sensi dell’articolo 1, comma 155, della legge 13 luglio 2015, n. 107, è avviato il presente concorso di idee, da svolgersi secondo le modalità di cui all’articolo 156 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. L’obiettivo è quello di acquisire idee progettuali per la realizzazione di scuole innovative da un punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale e antisismica, caratterizzate dalla presenza di nuovi ambienti di apprendimento e dall’apertura al territorio. Il concorso di idee si svolge in un’unica fase consistente nell’esame e nella valutazione, da parte di apposita Commissione giudicatrice di esperti, delle proposte ideative presentate dai concorrenti e finalizzata alla individuazione delle migliori idee per singole aree territoriali regionali. Il concorso di idee è unico ma suddiviso in 52 aree territoriali, individuate da ciascuna Regione sulla base della procedura avviata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 7 agosto 2015, n. 593…”

“Nella presentazione della propria proposta progettuale i candidati dovranno tenere conto delle seguenti finalità:

– realizzazione di ambienti didattici innovativi, a partire dalle esigenze pedagogiche e didattiche e dalla loro relazione con la progettazione degli spazi.

In particolare:

▪ permettere agilmente l’allestimento di setting didattici diversificati e funzionali ad attività differenziate (lavorare per gruppi, lavorare in modo individualizzato, presentare elaborati, realizzare prodotti multimediali, svolgere prove individuali o di gruppo, discutere attorno ad uno stesso tema, svolgere attività di tutoraggio tra pari tra studenti ecc.);

▪ permettere lo svolgimento di attività laboratoriali specialistiche tanto per ambito disciplinare che per tipologia di strumentazione necessaria (ad esempio dotazioni tecnologiche o periferiche specifiche);

– sostenibilità ambientale, energetica ed economica: rapidità di costruzione, riciclabilità dei componenti e dei materiali di base, alte prestazioni energetiche, utilizzo di fonti rinnovabili, facilità di manutenzione;

– presenza di spazi verdi fruibili che arricchiscono l’abitabilità del luogo; – relazione della soluzione progettuale con l’ambiente naturale, con il paesaggio e con il contesto di riferimento anche in funzione didattica. In particolare, gli spazi verdi e l’ambiente naturale dovranno essere in continuità o facilmente accessibili dagli spazi della didattica quotidiana formando in tal modo una estensione concretamente fruibile dell’ambiente educativo integrato della scuola;

– apertura della scuola al territorio: la scuola come luogo di riferimento per la comunità; – coinvolgimento dei soggetti interessati e loro partecipazione attiva; – permeabilità e flessibilità degli spazi, fruibilità di tutti gli ambienti;

– attrattività degli spazi anche al fine di contrastare il fenomeno della dispersione scolastica;

– concezione dell’edificio come strumento educativo finalizzato allo sviluppo delle competenze sia tecniche che sensoriali;

– attenzione alla presenza di spazi per la collaborazione professionale e il lavoro individuale dei docenti;

– presenza di spazi dedicati alla ricerca, alla lettura e alla documentazione, con particolare riguardo all’ottimizzazione degli stessi rispetto alle possibilità di utilizzo di dispositivi tecnologici digitali individuali o di gruppo e alle potenzialità offerte dalla connettività diffusa; Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali Direzione generale per interventi in materia di edilizia scolastica, per la gestione dei fondi strutturali per l’istruzione e per l’innovazione digitale

– concezione e ideazione degli spazi nell’ottica del benessere individuale e della socialità, anche attraverso la previsione di aree sociali e informali in cui la comunità scolastica può incontrarsi e partecipare ad attività interne o aperte al territorio.”

Dopo le ineffabili Linee Guida sull’edilizia scolastica di qualche mese fa ora le #scuoleinnovative  Noi della “Scuola diffusa” contrapponiamo al conformismo didattico e pedagogico condito di futurismo neoliberista, un’idea di più ampio respiro, veramente innovativa e rivoluzionaria legata davvero al territorio e alla città che recupera il recuperabile degli spazi esistenti senza disperdere risorse per restauri e messe in sicurezza dispendiosi quando non impossibili, e nuove costruzioni pensate da professionisti che spesso sanno poco o nulla di scuola ma sono sicuramente alla moda per ipertecnologia e ipersostenibilità.

cover225x225-2

Ecco invece, in nuce la nostra proposta di “Scuola diffusa” che dopo un decennio di studi è finalmente approdata nel dibattito nazionale sugli spazi per la cultura e l’istruzione

“Ripercorreremo, dopo aver citato i passi del libro-madre che hanno fatto sviluppare l’idea la storia e le tappe fondamentali che hanno condotto a questo seminario di studi. Nel capitolo “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del libro L’architettura della scuola si legge, tra l’altro: “Trattando di cultura e di scuola il locus non può non essere il cuore della città” e ancora “ pensiamo che nel progettare una scuola o un museo o una biblioteca sono più presenti i significati e i contenuti che la “meccanica” funzione” oppure meglio: “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

Categorie
edifici scolastici Edilizia Scolastica education facilities Education riforma scolastica Scuola

La scuola diffusa. Una storia da raccontare.

IMG_0018

In previsione di un seminario che potrebbe coinvolgere l’amministrazione scolastica, quella locale e una università, ho preparato una sintesi storica del progetto “La scuola diffusa” che da anni sto curando in attesa di sviluppi concreti e che verrà letta e discussa ufficialmente alla prima occasione pubblica utile.

Il progetto ha tratto spunto da un’idea che era già in nuce nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere poi sviluppata in successivi saggi, articoli, iniziative e attività di ricerca. E’ il momento di fare la storia di questa proposta e intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. La Buona Scuola dice di muoversi nella direzione di una rivoluzione organizzativa ma nulla si dice di nuovo sull’edilizia scolastica se non provvedere a tappare i buchi della sicurezza e tamponare una obsolescenza ormai cronica. Il discorso potrebbe essere ribaltato. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, forse non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna.

Giuseppe Campagnoli

Ecco il link al testo integrale:

 La scuola diffusa 2016. Una storia da raccontare.

La scuola diffusa.jpg

Categorie
didattica docenti edilizia scolastica Educazione istruzione la buona scuola ministro dell'istruzione riforma scolastica Scuola italiana Varia umanità

La Buona scuola. Quale modello di orario?

Ecco dove dovrebbero andare le risorse: gli spazi della scuola, il superamento delle rigidezze organizzative, l’inserimento dei linguaggi dell’arte nei curricula.

Da Education2.0  Organizzazione della scuola  3 Marzo 2016 Giuseppe Campagnoli

IMG_5272

giuseppe campagnoli 2014  Allegoria (o Allegria?)  della buona scuola

Dalle informazioni raccolte presso i miei ex colleghi dirigenti e docenti sull’applicazione dell’organico, del PTOF e sulle altre “innovazioni” organizzative introdotte dalla “Buona Scuola” ho percepito un clima da arte dell’arrangiarsi. Le poche buone pratiche nascono casualmente, spesso come frutto della creatività nel risolvere le emergenze e della necessità di attuare giocoforza alcune indicazioni contenute nella legge. La malattia endemica della scuola, la “progettite” (cfr. un mio studio del 2003 di quando dirigevo l’Ufficio Studi dell’USR per le Marche) non è regredita negli ultimi 15 anni ma è peggiorata e si indirizza in mille rivoli di progetti e iniziative a volte inutili e risibili, mentre l’uso delle risorse non pare né pianificato né ottimizzato. Sembra che i docenti “in più” e a disposizione finiscano sovente a fare i tappabuchi e i “badanti” in classe oppure, se va meglio, per coprire le esigenze aleatorie della diffusa e storica “iperprogettualità” che vede i collegi dei docenti esercitarsi in funamboliche quanto improbabili e spesso intempestive programmazioni e in una concreta guerra tra poveri. Era già difficile con il POF, figuriamoci con il PTOF. Ma, invece dei piagnistei, nonostante la “cattiva scuola” pare continui, vediamo di fare proposte, anche visionarie.

Categorie
cultura edifici scolastici Educazione istruzione riforma scolastica Scuola italiana Varia umanità

La scuola italiana:una storia infinita.

Mi accingo a leggere la storia della scuola italiana di Giuseppe Ricuperati (Storia della scuola in Italia Editrice La Scuola Brescia 2015). Ho assistito alla presentazione del volume a Pesaro, a cura dello stesso autore, per la Società di Studi Storici. Confesso lo sgomento per la scandalosa latitanza della gente di scuola (presidi,”provveditori”, insegnanti, amministratori locali..) rappresentata  soltanto da sparuti gruppetti. A tal proposito vorrei riproporre dei pensieri pubblicati tempo fa su La Stampa per annunciare (alla fine della mia lettura) una recensione partecipata e propositiva del libro in questione soprattutto per la parte “moderna e contemporanea”.

image

Mea culpa sulla scuola. 1 Maggio 2014

Nel ricordare il geniale maestro Manzi, da uomo che ha passato una vita nella scuola, non posso nonpensare ai danni che sono stati fatti negli ultimi 40 anni. Mi rimprovero, da docente e dirigente di nonaver combattuto abbastanza per il diritto negato a una scuola più rigorosa e quindi più efficace, controriforme pensate da tecnici e politici incompetenti e/o in mala fede. Il pernicioso analfabetismo funzionale di cui soffre oggi un’ampia fetta della popolazione italiana diffonde i suoi effetti nefasti su concezione della vita, lavoro, capacità imprenditoriale, autonomia di giudizio, voto e molto altro. E sulla percezione della democrazia e della libertà. Ho vissuto il sessantotto in modo critico e credo che parte dello stato della scuola italiana di oggi abbia origine da quei tempi e da quei principi travisati. L’insieme delle norme e dei comportamenti (a partire dall’infausta riforma della scuola media) su formazione dei docenti e carriere scolastiche degli studenti,gestione della scuola, valutazione, relazioni sindacali ha reso il sistema educativo, dalla primaria all’università, una fabbrica di ignoranza ma, ahimè, anche di presunzione dove le eccezioni confermano solo una diffusa e consolidata regola. E’ utile lanciare un appello affinché le cose cambino anche copiando con umiltà qualche eccellenza dei vicini europei che, grazie al loro modo di concepire l’istruzione, stanno combattendo con successo la crisieconomica per assicurare un futuro ai loro giovani. La ricetta è sempre quella del buon senso e del coraggio: moltiplicare per 10 gli investimenti, dare in mano a personalità capaci, competenti e di trincea le leve per migliorare e consolidare ciò che funziona ma cambiare subito ciò che non funziona. Alcuni esperti, allarmati per il crescente fenomeno dell’analfabetismo nella popolazione italiana,propongono una soluzione: richiamare ciclicamente i cittadini ad un test di competenze linguistiche,scientifiche, artistiche e di cultura generale. Le sorprese sarebbero infinite. Una provocazione? Forse.

La solita riforma. 10 Luglio 2014

Ancora una volta si parla di cambiare la scuola.. Ma non ho sentito le parole cultura, istruzione, investimento. Solo di aumento di ore per gli insegnanti. L’ennesima riforma scolastica? Questa volta si parla anche di orario dei docenti. Il problema è semplice. Si propone di estendere l’orario «certo» dalle 18 alle 36 ore settimanali. Nulla di male se poi questo orario corrispondesse a quello attualmente in vigore tra lavoro certo (lezioni e riunioni obbligatorie) e sommerso (preparazione, correzioni compiti etc.) e nulla di male se lo stipendio mensile diventasse dilivello europeo. Ma sarà poi così? O sarà l’ennesimo taglio infingardo a uno dei settori strategici per unanazione che vuol crescere, abbassando ulteriormente qualità e rigore? Da ex studente e docente (oltre 40 anni ) e anche dirigente scolastico (17 anni) ammetto che è necessaria e urgente una riforma del sistema anche per quel che riguarda la carriera dei docenti ma dico altresì che occorre osservare e trasformare tutto il campo e non i singoli orticelli. Abbiamo assistito ai balletti sulla scuola negli ultimi quarant’anni di riforme annunciate, false riforme, restaurazioni e promesse dirivoluzioni sottili. Se i nuovi rottamatori facessero sul serio dovrebbero riflettere sul fatto che nei paesi europei più avanzati e di buon senso in fatto di scuola fare il docente è una professione ambita perché frutto di una preparazione e selezione adeguata e ad hoc, dotata di mezzi abbondanti e di emolumenti, a parità di impegno e competenze, corrispondenti a quasi al doppio di quelli italiani. Cosa si vuol fare? Si vuole mettere in campo l’ennesima guerra tra i poveri e continuare a far credere aduna opinione pubblica sempre più analfabeta che il mestiere della scuola è quello che può godere di tre mesi di vacanze? Oppure si deciderà di mettere le mani veramente nella cultura e nell’istruzione italiana una volta per tutte?

La scuola oltre le mura. 9 Dicembre 2014

Ho riletto criticamente le serie di articoli pubblicati dai media sull’edilizia scolastica cui anche il sottoscritto ha contribuito, apparendo forse utopico. Ne ho tratto la sensazione di una certa disforia e una percezione di quella non rara «aria fritta» che un mio buon maestro napoletano di architettura attribuiva in particolare agli rchitetti e agli psicopedagogisti. Ho lasciato la professione militante anche per questo. Ho trovato nei testi che trattano di architettura scolastica molti luoghi comuni e mode intellettuali. Amore per l’erba del vicino e parole spesso narcisisticamente prese a prestito da uninfondato complesso di inferiorità verso il mondo anglosassone e scandinavo. Non è di un edificio specializzato che occorre parlare ma su quali siano i luoghi per apprendere. Altrimenti ripeteremmo quello che Papini considerava un errore: pensare a uno stabilimento, un monumento immobile anche se tecnologicamente innovativo. Si sa che a respingere l’uomo in formazione può essere il paludato ambiente neoclassico come l’ipertecnologia di una «machine à enseigner» piena di tubi, vetri e ferri. Nessuno pare aver letto gli oltre 5000 progetti di scuole del concorso lanciato da Open architecture network nel 2009 con il titolo «Better classroom design». Là si potevano trovare spunti per un dibattito meno provinciale evitando di ripetere le giaculatorie che si sentono da anni sulle innovazioni tecnologiche, l’ecosostenibilità, le scuole belle, verdi, gialle, rosse e blu. L’errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta ai primi del’900 nel suo «Chiudiamo le scuole» dal discusso Papini. Perché non raccogliere la sfida di una scuolaoltre le mura e senza le mura?

Ci siamo venduti l’abbecedario? 23 Gennaio 2015

Il 5% degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto. Guai a fallire la sua riformaRiprendo gli studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello «stato presente dei costumi degli italiani»: l’alfabetizzazione primaria.L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano che Internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori italiani è che il 5%degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce ascrivere che in uno stampatello «cuneiforme »; il 40 % ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30% gravi difficoltà a comprendere ciò che legge. Solo il 20% è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace. Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche,creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale,a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi eper la collettività, senza possedere «gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea»? Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei 14 anni (!!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi,Foscolo anche scrittori come Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Le responsabilità ci sono ma vanno individuate con cognizione di causa. Di fatto è così. Un nuovo fallimento nel rifondarla sarà il fallimento per tutto il resto.

Giuseppe Campagnoli

Categorie
Educazione Ministero della pubblica istruzione pedagogia riforma scolastica Scuola italiana studenti Varia umanità welfare

Scuola? Scuola! Scuola.

image

Una trilogia di scritti di Giuseppe Campagnoli su La Stampa sul tema della scuola italiana.

Mea culpa sulla scuola

1 Maggio 2014

Nel ricordare il geniale maestro Manzi, da uomo che ha passato una vita nella scuola, non posso nonpensare ai danni che sono stati fatti negli ultimi 40 anni. Mi rimprovero, da docente e dirigente di nonaver combattuto abbastanza per il diritto negato a una scuola più rigorosa e quindi più efficace, controriforme pensate da tecnici e politici incompetenti e/o in mala fede. Il pernicioso analfabetismo funzionale di cui soffre oggi un’ampia fetta della popolazione italiana diffonde i suoi effetti nefasti su concezione della vita, lavoro, capacità imprenditoriale, autonomia di giudizio, voto e molto altro. E sulla percezione della democrazia e della libertà. Ho vissuto il sessantotto in modo critico e credo che parte dello stato della scuola italiana di oggi abbia origine da quei tempi e da quei principi travisati. L’insieme delle norme e dei comportamenti (a partire dall’infausta riforma della scuola media) su formazione dei docenti e carriere scolastiche degli studenti,gestione della scuola, valutazione, relazioni sindacali ha reso il sistema educativo, dalla primaria all’università, una fabbrica di ignoranza ma, ahimè, anche di presunzione dove le eccezioni confermano solo una diffusa e consolidata regola. E’ utile lanciare un appello affinché le cose cambino anche copiando con umiltà qualche eccellenza dei vicini europei che, grazie al loro modo di concepire l’istruzione, stanno combattendo con successo la crisieconomica per assicurare un futuro ai loro giovani. La ricetta è sempre quella del buon senso e del coraggio: moltiplicare per 10 gli investimenti, dare in mano a personalità capaci, competenti e di trincea le leve per migliorare e consolidare ciò che funziona ma cambiare subito ciò che non funziona. Alcuni esperti, allarmati per il crescente fenomeno dell’analfabetismo nella popolazione italiana,propongono una soluzione: richiamare ciclicamente i cittadini ad un test di competenze linguistiche,scientifiche, artistiche e di cultura generale. Le sorprese sarebbero infinite. Una provocazione? Forse.

Categorie
Educazione all'arte Insegnamento storia ell'arte Istituti Licei riforma scolastica Scuola storia dell'arte

Insegnare la storia delle arti.Chi e come?

IMG_1116

Entro (forse per qualcuno a gamba tesa) nella diatriba, a volte tutta scolastica e anche un po’ corporativa, sull’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole italiane. Prendo spunto dall’ultimo intervento dell’associazione ArtemDocere, in ordine di tempo, senza voler dire una parola sui tecnicismi degli orari e delle afferenze tra le classi di concorso, i titoli di studio e le discipline. Analizzando gli attuali titoli di accesso a questo insegnamento che meriterebbe più attenzione e competenza da parte di tutti, mi voglio esprimere in una triplice veste, che credo garantisca una posizione affatto sospetta: una formazione di tipo classico, architetto, ex docente di discipline geometriche e architettoniche ed ex dirigente di scuole ad indirizzo artistico.

Categorie
la buona scuola ministro dell'istruzione Parlamento Italiano pedagogia Politics riforma scolastica Scuola Scuola italiana università valutazione

Scuola, scuola… scuola!

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Cerchiamo di far tesoro delle buone pratiche in campo di sistemi scolastici in Europa e nel mondo laddove, per opinione condivisa, le cose funzionano e cittadini, professori e dirigenti sono abbastanza soddisfatti! Sia il governo che chi protesta studino di più, meglio e insieme ciò che si fa altrove. L’erba del vicino non è sempre più verde ma molto spesso ci si avvicina! Osserviamo come vengono formati, reclutati e valutati docenti e presidi, osserviamo chi dirige l’apparato scolastico in tutte le sue articolazioni; osserviamo cosa e come si insegna ed apprende. Osserviamo le responsabilità che vengono affidate a chi dirige le scuole. Osserviamo gli stipendi ma anche se il posto di lavoro sia eterno nonostante tutto. Osserviamo soprattutto se vi sia competizione, come funziona il sistema pubblico-privato e via discorrendo. Non reputiamoci sempre i migliori e i più democratici perchè abbiamo un passato storico e culturale ingombrante e crediamo di aver fatto solo noi battaglie culturali e sociali, non sempre efficaci e realmente progressiste. Mentre noi spesso facciamo i sofisti nella nostra “società ristretta” gli altri fanno fatti concreti e spesso di qualità! Mentre, come diceva Leopardi, noi ci perdiamo in chiacchiere, feste e chiese (anche nel senso di fazioni) altrove hanno trovato il modo di educare ed istruire un’ampia platea di giovani con risultati mediamente buoni. Non perdiamo tempo solo a lodare i nostri cervelli esportati all’estero e non culliamoci su quei limitati allori.Non è sulle punte di eccellenza che si misura la bontà della scuola. Una buona scuola produce talenti e competenze diffusi e trasversali, non solo splendide eccezioni, seppure numerose, rispetto a una regola di mediocre livello. Ed è qui che si parrà la nobilitate dell’italico sistema di istruzione.

scuola media 2.JPG3l

La rampa e il teatro in una scuola media a Recanati
(Architetti Basilici, Campagnoli, Tarducci – 1977)
Categorie
edilizia scolastica Edilizia Scolastica education facilities Educazione giuseppe campagnoli istruzione ministro dell'istruzione pedagogia riforma scolastica Scuola italiana

Oltre l’edilizia scolastica

Oltre le aule.

Come  superare l’edilizia scolastica

Oltre le aule

Un pamphlet sull’architettura per la scuola in linea gratuitamente su i Tunes store e su iBook store. Un libretto in cui si descrivono le ipotetiche modalità di attuazione dei principi della scuola diffusa attraverso una architettura per la cultura e l’istruzione diversa, basata sulle buone pratiche della storia e sulle innovazioni per il futuro. Il sequel de “L’architettura della scuola” e di “Questioni di stile” Giuseppe Campagnoli Giugno 2015

“Nei miei precedenti saggi e articoli sull’argomento mi sono addentrato progressivamente e pericolosamente sulla via della negazione di un’ architettura scolastica specializzata, perché foriera di gerarchie e di rigidezze anche pedagogiche oltre che sociali. I pamphlets “L’architettura della scuola” , “Questione di stile” e i vari interventi su riviste e quotidiani intendevano costruire una nuova idea di scuola in una nuova idea di architettura. Ora è il momento di dimostrare come e dove assumendo uno scenario plausibile.Si deve considerare che la scuola possa essere l’intero territorio della città e del suo intorno in duplice accezione orizzontale e verticale (cioè per tutti i gradi e tutte le tipologie di apprendimento). Si deve sognare che la scuola sia ogni giorno una teoria di luoghi da scoprire per imparare.

Categorie
Ministro Politica riforma scolastica Scuola Scuola italiana

La buona scuola. The good school. La bonne école.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Riforme.Reforms.Reformes.

Allegoria della buona scuola italiana. Allegory of the Renzi’s good school. Allégorie de la bonne école de Monsieur Renzi.

Un paese vale quanto la sua scuola. Une nation c’est comme sa école. The school make good country.

IMG_5273

Categorie
crescita cultura didattica Ecomomia Education Educazione formazione riforma scolastica Scuola

Riforma della scuola. Paura?

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Scuole elementari 1906

Siamo alle solite. La scuola è il motore della società? Allora rimandiamone la riforma o minimizziamola. Come temevamo l’elefante ha partorito il topolino!

La riforma degli annunci mirabolanti si sta riducendo alla solita serie di misure palliative e inutili. Il corpus della scuola non verrà nemmeno sfiorato e sarà tanto se si risolverà, con una italica ricetta ipocrita e minimalista, l’annosa questione dei docenti precari autogenerati nel tempo da una scellerata organizzazione delle risorse umane e, anche, da una incomprensibile sudditanza verso sindacati autoreferenziali che hanno spesso difeso, ammettiamolo, lo status quo  e la quantità, fingendo di puntare alla qualità del servizio pubblico che può essere garantita solo con autentica formazione ricorrente e obbligatoria, valutazione e merito.  Se il fondamento di uno stato moderno è la scuola e se da lì parte tutto il resto siamo alle solite. L’Italia non ripartirà mai veramente. La chiave del successo degli stati emergenti in Europa e nel mondo è la scuola, la cultura, l’educazione e la formazione continua. Gli investimenti nei sistemi scolastici, nelle risorse umane e nelle infrastrutture (edilizia, servizi etc…) negli altri paesi sono, nell’insieme, quasi tripli, rispetto al nostro. Non faremo molta strada se accontenteremo solo le imprese e i lavoratori autonomi a discapito dei servizi pubblici fondamentali e dei contribuenti più assidui e sicuri. Consiglio di confrontare i nostri più recenti articoli con i fatti che stanno accadendo in questi giorni in seno al nostro governo.

Il paese di balocchi

Sulla buona scuola avevamo già scritto

Dare i numeri sulla buona scuola

La scuola buona o la buona scuola?

 Giuseppe Campagnoli 4 Marzo 2015

Categorie
la buona scuola miur renzi riforma scolastica Scuola

Dare i numeri sulla buona scuola.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Proprio dare i numeri, anche in senso figurato. Questo mi pare sia il risultato della consultazione ministeriale “ciceroprodomosua” della Buona Scuola. Cosa ci si aspettava che dicessero i docenti? E i genitori? E i Presidi? E le associazioni di docenti tese spasmodicamente, a parte rare illuminate eccezioni, ad aumentare gli orari delle loro classi di concorso? Ricordo che fosse più attendibile e anche meno superficiale la famigerata consultazione del ministro Berlinguer che ne ebbe anche a soffrire! Mettendo insieme le priorità espresse dai vari interlocutori  viene fuori poco e sarà il Governo a fare quello che vuole insieme a Confindustria che tanto pare apprezzare il magico e “rivoluzionario” new deal. L’edilizia scolastica viene lasciata a parte come se non fosse determinante per una buona scuola. Ah già!  ma lì ci sono un miliardo di Euro! Sapete che gli investimenti corrispondenti sull’architettura scolastica di altri paesi in Europa (quelli che contano) sono circa 15 volte di più? Con un miliardo si riesce a mala pena ad intervenire seriamente, tra nuovi edifici, ristrutturazioni e messa in sicurezza (pro tempore..) su non più di un migliaio  tra 42.000 edifici!

Ma questo è un discorso a parte di cui abbiamo trattato più volte. I numeri della scuola sono comunque significativi per descrivere schizofrenie, corporazioni, carenza di consapevolezza pedagogica e di equità sociale, stereotipi e burn out, assemblearismo endemico, demagogia e assistenzialismo. L’equità e il diritto allo studio sono un’altra cosa. Passano attraverso il rigore, la serietà, le pari opportunità e la giustizia che, a loro volta passano attraverso una preparazione solida ed una vocazione eccezionale di docenti e dirigenti scolastici!

Non mi pare che si possa rifondare la scuola interpolando i dati contraddittori che ho letto. Non credo sia possibile senza le risorse adeguate con investimenti di almeno il 4% del PIL nel segmento primario e secondario solo per rimettersi in carreggiata. Qualcosa comunque si può dire e, leggendo in diagonale e molto tra le righe, qualche proposta di buon senso appare.

 Alcune brevi note sui suggerimenti che si ritengono parzialmente positivi (come facemmo per il documento programmatico da noi chiamato “voglio ma non posso“) per ciascun macrocapitolo del report.

  1. Assunzioni: fine delle graduatorie e nuove regole per concorsi collegati con preparazione universitaria ad hoc
  2. Organico funzionale: disponibilità di docenti non per “tappabuco” o “badanza”ma per attività didattiche effettive programmate anche a livello sovra-istituto.
  3. Abilitazione: obbligo di lauree ad hoc per insegnare qualsiasi disciplina più un’abilitazione a fine prova e tirocinio di almeno due anni.
  4. Concorso e classi di concorso: Il concorso deve accertare le capacità di insegnare e le competenze disciplinari. Curriculum e pubblicazioni sono solo valore aggiunto. Le classi di concorso vanno ridefinite di nuovo. Occorre copiare gli ambiti disciplinari dei paesi dove funzionano e legarli strettamente alle lauree specialistiche per l’insegnamento.
  5. Formazione e carriera: la formazione e la carriera sono per il miglioramento della qualità del docente e la sua funzione nell’ambito di lavoro collaborativo. Ne discende anche la progressione della retribuzione: merito per l’80% e anzianità per non più del 20%. Istituire una vera Associazione nazionale dei docenti.
  6. Trasparenza e valutazione: Pubblicizzare e valutare le strutture, il piano formativo e i risultati della scuola, i profili dei docenti e i loro curricula, gli esiti a cinque anni dall’uscita degli studenti. Evitare la concorrenza di tipo aziendale delle scuole.
  7. Organi di governo: Più potere agli organi consultivi e deliberativi in campo didattico e organizzativo.Meno partecipazioni esterne se non di tipo solo consultivo. Garantire che l’intervento delle famiglie e degli studenti sia di tipo costruttivo e non da semplici “clienti”.
  8. Scuole aperte: questo punto è legato strettamente agli spazi della scuola e ad una concezione dell’edilizia scolastica come “diffusione” dei luoghi dell’apprendimento. Vedi anche: Gli spazi della scuola diffusi nel territorio – Politiche educative – Education 2.0
  9. Burocrazia: la burocrazia va semplificata e digitalizzata realmente. Non raddoppiare gli archivi (cartacei ed elettronici) formare realmente il personale. Adeguare strutture e reti.
  10. Conoscenze e Competenze: riequilibrare il peso di conoscenze e competenze, fin dalla scuola dell’infanzia, da tempo abbandonate o sottovalutate ma strategiche per un paese come l’Italia e fondamentali nella formazione della persona ad ogni età della vita: creatività, arte, musica, educazione fisica, educazione civica,educazione economica e politica.
  11. Sistema scolastico: i cicli scolastici vanno cambiati in funzione della costruzione di un sistema duale. I danni alla scuola e l’analfabetismo di ritorno sono nati dalle riforme degli anni ’60. Prima fra tutti la perniciosa introduzione della scuola media unica nel 1963: lo spartiacque tra una alfabetizzazione ed una formazione adeguate e una progressiva dealfabetizzazione per rincorrere il falso mito dell’egualitarismo (non dell’equità) scolastico e la sostanziale abolizione dei percorsi vocazionali. Occorre un obbligo scolastico fino ai 18 anni in percorsi distinti per chi intende lavorare ed applicarsi nelle professioni tecniche e in  arti  e mestieri applicati ( manualità colta degli istituti tecnici e professionali) e chi invece vuole aderire a percorsi più teorici e speculativi (struttura liceale) Nessuna preclusione con adeguati accorgimenti di passaggio da un percorso all’altro e adeguato sostegno per i capaci e meritevoli. In molti paesi ha dato prova di funzionamento.Il percorso artistico deve essere un segmento a parte, collegato a Conservatori, Accademie, ISIA, Scuole di architettura etc…
  12. Scuola e mondo del lavoro: è la scuola che deve servirsi del mondo del lavoro, non viceversa, Questa è una regola fondamentale e da questo discendono tutte le possibilità di raccordo proficuo per entrambi evitando sfruttamenti e inutilità di stages e laboratori. Anche qui occorre copiare l’erba del vicino! Le aziende avranno sgravi ed agevolazioni e gli studenti saranno remunerati.
  13. Risorse finanziarie: le risorse della scuola da fonti pubbliche e anche da sponsors. I fondi pubblici erogati anche su base premiale rigorosa anche in base ai contesti in cui si opera. Trasparenza, rigore, efficacia ed efficienza. Il privato può intervenire su strutture, edifici, laboratori, rapporti scuola-lavoro. Ben venga il crowd funding serio che abbia una caratteristica avanzata di banca etica autentica.
  14. Quello che manca: manca la vera fase di progettazione della nuova scuola. Ora va avviato rapidamente e per tappe certe e ravvicinate un lavoro di gruppi composti da docenti,dirigenti ed esperti militanti presi dal territorio della scuola e adeguatamente compensati per questo difficile e prezioso lavoro!
  15. GRAZIE A TUTTI! E ORA FARETE COME VI PARE?

La grafica della  pagina finale pare emblematica e ahimè profetica: è l’immagine una bolla di sapone? Speriamo con tutte le forze che non lo sia davvero. E speriamo che ci si metta a lavorare rapidamente e per gruppi presi dalla trincea di docenti, presidi ed esperti militanti come si fece virtuosamente ai tempi di Brocca che realizzò un ottimo lavoro, cooptando gente della scuola nel lavoro diretto di riforma, vanificato però poi dalla maledetta consuetudine distorta dello sperimentare in eterno!

Per la scuola meglio questa immagine…

IMG_1916