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L’architettura di una città educante. Sogni e segni.

E’ stato pubblicata alla fine del 2019, in versione e-boook e in stampa on demand la riedizione aggiornata ed ampliata del volumetto “Il disegno della città educante” del 2017 con un bel racconto di Liliana Sghettini intitolato “Tutta un’altra scuola”. La nuova edizione contiene dei riferimenti più puntuali alle esperienze di Giancarlo de Carlo e la sua Urbino, città educante ante litteram seppure mancata per colpa delle amministrazioni poco lungimiranti nonché a quelle ci Colin Ward e la sua educazione incidentale coniugata con una sorta di architettura dissenziente. Vorrei proporre qui degli assaggi in una sorta di reading-writing dove chi fosse interessato potrà anticipare i contenuti più significativi del volumetto. Uscito anche alla fine di Aprile un nuovo saggio a quattro mani di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli sul “come si può cominciare a praticare” concretamente l’educazione diffusa e costruire una città educante. E’ un utile strumento per chi volesse sperimentare le idee del Manifesto della educazione diffusa e provare a cambiare, oltrepassandola da dentro, la nostra disastrata e obsoleta scuola pubblica. Dalla teoria visionaria, ma non tanto, del primo saggio alla pratica del secondo, attraverso l’impegno ideale del Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha ricevuto in forte aumento di questi tempi emergenziali dove l’idea potrebbe essere vincente nell’approfittare per indurre una sottile rivoluzione educativa ed urbana.

Mai più edilizia scolastica.

“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mentori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, La città educante. Manifesto della educazione diffusa

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Il feticcio urbano.

Una città a dimensione umana e ambientale. Una città a espansione limitata e autodeterminata per evitare la violenza che si crea nelle eccessive agglomerazioni umane come sosteneva Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano: la città inabitabile, istigatrice di discordia.Le città, tuttavia, non sono fatte solo di manufatti edilizi e di residenze, d’infrastrutture e di reti tecnologiche. Sono luoghi pulsanti della modernità, ricche di capitale immateriale e di saperi, soprattutto perché sono fatte di vita vissuta di chi le abita e ci vive, e di chi, non residenti, le usa. Luoghi dunque in continua trasformazione, dove si produce in tutti i campi delle attività umane cultura e ricchezza economica, innovazioni tecnologiche e servizi avanzati al produttivo e alle persone. Ma le città sono anche luoghi d’interessi contrapposti, soggetti alla ferrea legge del mercato, generatori di conflitti, di disuguaglianze economiche e sociali, e di crescenti criticità ambientali. Mitscherlich, nel suo pamphlet, Il feticcio urbano, le ha definite luoghi inospitali, istigatrici di discordia.”

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La città. l’educazione, gli architetti, i mentori.

“La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

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“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

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   Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

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Un Manifesto dell’architettura diffusa?

“Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.”

Il racconto allegorico ” La scuola senza mura” che supera tutte le distanze imposte, mentali o fisiche che siano. 

Tutta un’altra scuola. Un racconto di Liliana Sghettini

“Sul dolce pendio di una bella collina si ergeva un paesino i cui abitanti vivevano felici. Dalle case affacciate sulla vallata si scorgevano i più bei tramonti che si fossero mai visti.A sera, un arancione intenso riscaldava i tetti e placava i cuori cosicché tutti potessero coricarsi sereni. La natura era rigogliosa e gli abitanti svolgevano lavori umili ma soddisfacenti: erano contadini, pastori, ciabattini, muratori e panettieri. In paese abitava una donna di nome Rosa che non aveva né famiglia né figli. Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, né quanti anni avesse. Gli anziani raccontavano che forse aveva origini divine. Pare che la Dea della saggezza, un tempo, abitasse in quei luoghi… Il paese era popolato da molti gioiosi bambini che ogni mattina, sgranocchiando biscotti appena sfornati, correvano nella scuola di donna Rosa. La sua però non era una scuola come le tutte altre: non c’erano le aule e neppure i banchi, ma c’erano le passeggiate nei prati; non c’erano le interrogazioni e neppure i voti, ma c’erano i racconti e le esperienze; non c’erano le vacanze e neppure gli scioperi perché i bambini amavano molto andarci. Che fosse autunno, inverno oppure primavera, donna Rosa li conduceva per vie, sentieri e campi: << Bambini, la scuola è il mondo!>> ripeteva sempre.

 Quei bambini non erano mai usciti dal loro piccolo paese eppure sembrava che conoscessero molto del mondo. Conoscevano il bosco e le sue creature, il fiume con i suoi pesci e conoscevano l’avvicendarsi delle stagioni, la terra e i suoi preziosi frutti. Dai racconti di donna Rosa fantasticavano di luoghi lontani e avventure affascinanti. Quei bambini erano tanto felici finché un giorno un gelido vento soffiò da nord avvolgendo l’intero paese e la sua gente. Donna Rosa intuì che non si trattava di un vento qualsiasi. 

<< Per oggi la scuola è finita.>> 

<<Rincasiamo bambini miei.>> 

A sera ne ebbe conferma quando vide un tramonto che non era il solito… Il mattino seguente solo alcuni bambini si presentarono all’appello ma donna Rosa non chiese spiegazioni. Radunò i presenti e partì per fare scuole nella via, come al solito. Lo stesso fu nei giorni a seguire finché solo un bambino di nome Giosuè, uno tra i più vivaci, si presentò all’appello. Donna Rosa lo prese per mano ed andarono a cercare gli altri. Nei viottoli e tra le case non incontrarono nessuno. I bambini sembravano addirittura spariti. Si vedeva giusto qualche anziano recarsi lentamente dal panettiere o verso la bottega delle carni. Donna Rosa suo malgrado continuò a sorridere. Poi un giorno anche Giosuè non si presentò all’appello e Donna Rosa rimasta sola, radunò le sue cose e se ne andò via chissà dove… In paese tutto continuò a svolgersi come prima, tranne la scuola. I genitori senza un apparente motivo avevano deciso che era arrivato il momento di cambiare. Un edificio scolastico venne inaugurato nella piazza principale. Le pareti erano tinteggiate di una bella vernice verde, ma non era come il verde dei prati. Le finestre erano piene di sole ma non era come quello nel cielo durante le passeggiate. La campanella trillava alle otto ma non era allegra come la voce di donna Rosa. I bambini parlarono con i genitori, volevano tornare nella scuola di Donna Rosa ma loro non vollero sentire ragioni. Avevano deciso e forse era giusto così… La scuola era solo studiare sui libri e le lunghe passeggiate erano oramai un lontano ricordo. Uno ad uno, pian piano, si intristirono… Qualcuno pensò di marinare la scuola e Giosuè, il più ribelle di tutti, smise addirittura di andarci. I suoi genitori erano naturalmente contrariati, Giosuè non si rassegnava al cambiamento.

<< Questa non è scuola!>> diceva arrabbiato <<Rivogliamo la maestra Rosa>> insisteva facendosi portavoce anche dei compagni meno coraggiosi. Poi un giorno, decise di scappare di casa.

<< È sempre stato un ribelle>> commentò il papà.

<< È un bambino intelligente>> lo difese la mamma.

Passavano i giorni e Giosuè non rincasava, la mamma era preoccupata, mentre il papà era convinto che prima o dopo, mosso dai disagi e dalla fame, sarebbe tornato con la coda tra le gambe. E invece Giosuè non tornò perché nel bosco aveva costruito una casetta sull’ albero e lì dormiva la notte cibandosi dei frutti che raccoglieva durante il giorno. La scuola di donna Rosa gli aveva insegnato a cavarsela da solo, più di quanto suo padre non potesse immaginare. Poi, un brutto temporale, abbattutosi d’improvviso sulla collina perturbò il bosco e Giosuè fu costretto a cercare un altro riparo. Dapprima intimorito, non sapeva dove andare ma poi ricordò di una grotta che donna Rosa, una volta gli aveva mostrato. Appena arrivato si accorse che qualcuno ci si era già rifugiato. Fece luce e con sua grande sorpresa vi trovò una donna, ricurva, che sonnecchiava adagiata sulle pietre. Si avvicinò e vi riconobbe donna Rosa.

<< Maestra!>> disse sconcertato. << Cosa ti è capitato?>>

<< Nulla, bambino mio, nulla.>>

<< Perché sei qui?>>

<< Perché ho terminato il mio lavoro.>>

<< Non è vero, ti vogliamo a scuola.>>

<< Caro bambino non si può fermare il cambiamento.>>

<<Certo che si può, se non ci piace.>>

E così dicendo la aiutò ad alzarsi.

Insieme tornarono in paese dove nessuno avrebbe mai immaginato di vederli nuovamente insieme. Gli adulti erano sgomenti, i bambini felici. Da quel giorno i genitori avrebbero ascoltato i loro figli scegliendo insieme una nuova scuola.”

Giuseppe Campagnoli

31 Maggio 2020

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Un altro treno per l’educazione diffusa?

L’architettura della città educante a Pontedera.

Un corto di sintesi dei contenuti dell’intervento

Il 22 e 23 Novembre scorsi a Pontedera si è svolto un interessante confronto sugli spazi dell’educazione promosso con il Convegno “Mani operose, teste pensanti” dal Centro di Ricerca Educativa e Didattica Valdera che coinvolge una rete dei comuni della val d’Era dedicata ai “servizi” educativi oltre che culturali di quel territorio. Ho partecipato, invitato, con un intervento sull’architettura della città educante fondato sull’idea di oltrepassare la scuola verso l’educazione diffusa. In molti momenti mi sono sentito quasi un infiltrato, circondato da relatori “riformisti” dentro il recinto della scuola istituzionale, con timide e, a volte, un po’ superficiali avanguardie che prospettano cambiamenti solo estetici o di facciata. Da qualche sporadico segnale comunque ho potuto percepire una certa voglia di andare oltre le solite riforme. Perfino nell’intervento promettente del ricercatore esperto in ambienti di apprendimento dell’Indire, partner della manifestazione, ho trovato germi di risveglio.

Che si siano accorti che occorre una vera e propria rivoluzione e non i soliti palliativi? Glisso sull’intervento della rappresentante della “Scuola senza zaino“ che liquida quelli della educazione diffusa come visionari ricordando pedantemente le cifre delle scuole prive di zaini.

Spazi “innovativi” per una didattica “innovativa”. Immagini dal sito pubblico delle “Scuole senza zaino”.

Come se i cosiddetti “visionari” non abbiano generato nella storia dell’educazione esperienze mirabili e veramente rivoluzionarie. Glisso pure su quello dell’architetto che gioca, compiacendosene assai, con le parole, le immagini e gli spazi educativi “centrifughi e centripeti”, mentre ho apprezzato molto gli spunti di alcuni testimoni della trincea educativa che auspicano, in fondo, il superamento di una scuola reclusoria, del controllo, della gerarchia e della rigidezza, a favore della libertà, del movimento, della corporeità, dell’arte e del pensiero cosiddetto “divergente”.

Persiste comunque, ahinoi, la tendenza a pensare che il cambiamento passi per lo spostamento di mobilio, le nuove tecnologie digitali, il colore alle pareti, i banchi, le sedie e le cattedre moderni ed ergonomici, le boutades del design onnipresente o l’autodeterminazione di ambienti comunque chiusi e controllati e alla via così. Ho cercato, alla fine di una estenuante pletora di interventi compressi in un pomeriggio, di lanciare il messaggio dell’educazione diffusa attraverso l’idea dell’architettura di una città e di territori interi che diventano essi stessi scuola. Qui di seguito alcune immagini delle mie provocazioni.

Alla fine, la sorpresa di aver suscitato un forte interesse e una evidente attiva curiosità negli appassionati membri e volontari del CRED come pure in un sindaco rappresentante dei comuni della rete educativa. Mi ha preso in disparte e mi ha testualmente confidato di aspettare da tempo un’idea come quella della città educante, per progettare di applicarla all’ insieme di comuni, di scuole, di luoghi culturali e sociali del suo territorio. Se son rose.. Conservo qualche timida speranza che vedo coltivarsi in potenza anche dentro esperienze come il CRED, in tante parti d’Italia e non solo. Le domande ancora inevase sono quelle che l’architetto mirabile Giancarlo de Carlo si poneva sulla rivista di Harvard nel 1969 : “È necessario costringere la scuola in una istituzione ad hoc? L’attività educativa deve svolgersi in un edificio appositamente progettato e costruito? Entrambe le risposte continuano ad essere negative.

Giuseppe Campagnoli 27 Novembre 2019

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Dialogo tra un viaggiatore e venditori di dorati reclusori scolastici

Dialogo tra un viandante e venditori di dorati reclusori scolastici

Ho appena finito di leggere (rigorosamente in diagonale, come suggeriva Manfredo Tafuri in certi casi) l’ennesimo libro che tratta di “pedagogia e architettura scolastica” ma che scrive, disserta e disegna sempre e comunque di volgare, seppure aggiornata, edilizia scolastica. Ripensando a Giovani Papini  ad Aldo Rossi, Giancarlo de Carlo e soprattutto a Colin Ward non mi viene, un po’ per il caldo e un po’ per la noia di doversi sempre ripetere, di scrivere una recensione né di osservare come nel libro manchino del tutto riflessioni sulle idee di vera rivoluzione per i luoghi dell’educazione. Allora mi limito a riproporre il testo integrato di alcuni miei articoli recentemente pubblicati qui e su comune-info in linea con Il Manifesto della educazione diffusa, che esprimono a pieno ed esaurientemente il mio pensiero sul rapporto tra architettura ed educazione che non può prescindere dall’idea di società, di città e di territorio. Pensiero che non trova molti accoliti tra gli architetti del mercato e dell’accademia. Ma questo non è poi un gran male.

L’architettura dissenziente (vedi Colin Ward) e l’educazione diffusa possono aiutare a costruire nuove città e territori. Trasformare il ruolo di architetti, urbanisti, insegnanti ed educatori in funzione di una visione partecipata e collettiva della città e dell’educazione è possibile. Le difficoltà a far digerire una siffatta concezione non è trascurabile perché si sottrarrebbero poteri a figure e sistemi che hanno il monopolio  della gestione del futuro dei luoghi e delle persone, ma vale la pena darsi da fare per questo. L’idea è che una città educante non si costruisce dal nulla o non si trasforma dalla vecchia configurazione imponendola ex cathedra ma si autocostruisce leggendo la sua storia, interpretando i suoi valori educanti in modo collettivo e proseguendo in modo coerente la sua crescita positiva e a misura dell’umanità che la deve vivere. Solo una discreta organizzazione condivisa dal basso potrà essere affidata ad esperti e addetti ai lavori che assumeranno il ruolo di mere guide e traduttori per ridurre e assorbire virtuosamente quegli spazi di improvvisazione e di non conoscenza che potrebbero indurre una partecipazione spontaneista o una democrazia diretta tout court. Le norme e i regolamenti saranno solo dei pretesti e dei pro-forma ovvero delle convenzioni condivise per poi muoversi liberamente a concepire fisionomie diverse per i territori e le città e per i luoghi dell’educare già presenti in essi o da progettare e realizzare. La residenza, le strutture pubbliche collettive aperte e chiuse (nel senso di protette dagli agenti atmosferici) i parchi e i giardini, le campagne, i monti e i litorali dovranno essere letti e reinterpretati, in qualche caso per trasformarli, in altri per conservarli. Il territorio e la città vanno ascoltati e assecondati per evitare fratture pericolose ad uso solo della speculazione o del successo di qualche tecnico o politico narcisista. Città e natura La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Soltanto così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perché l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza.

Gradara/PU (tratta da pixabay.com)

La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sé idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a se stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le ”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi.

Dissentire in educazione come in architettura. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:

“I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”.

In un testo noto come Il mutuo appoggio nel 1902 scrive invece Pëtr Kropotkin:

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”.

Architettura sociale diffusa

All’architettura come attività sociale diffusa ha dedicato molte attenzioni anche Colin Ward. Nell’antologia Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano (eleuthera), a cura di Giacomo Borella, tra l’altro, si legge:

“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica…”. “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo…”. “L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico…”. “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”.

Massa Marittima/Gr (tratta da pixabay.com)

Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata” che è comunque un passo avanti ma dove il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare e applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna… Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi, degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de L’architettura della città educante si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.

scuola rurale

Il potere, politico, laico, religioso o economico  si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti e le sue città che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e ifinancial buildings, le residenze e i giardini rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura di pochi sui tanti. Ma anche i tipi della residenza e del lavoro sono stati influenzati dai vari poteri. La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città in modo collettivo ed autonomo per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale, una casa.

È finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma anche solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionati. La prima cosa da fare è non costruire più nulla per un po’ o forse per sempre. Il lavoro degli architetti, ammesso che ve ne sia ancora bisogno, è nella fase transitoria verso una “architettura incidentale”, quello di trasformare e riadattare continuamente. È infatti un delitto non riutilizzare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, riadattarli magari in autocostruzione come dovrebbe essere fatto anche per le nuove residenze e i servizi collettivi, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…). La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. È questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa e della architettura “incidentale” e dissenziente. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma non definitiva, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia. La nuova architettura sarà pensata e costruita dai suoi fruitori collettivamente come avveniva spesso fino al medioevo e anche oggi nelle poche aree del pianeta ancora non contaminate dal mercato e dalla tecnologia del consumo, senza intermediari pubblici o privati.n Questione di stile del 2014 avevo già tracciato qualche linea di controarchitettura. “Rileggendo gli scritti e i  disegni di Aldo Rossi ho rinnovato la convinzione che vi sia più che mai bisogno di rifondare l’architettura della città affinché non si dica in futuro che dal razionalismo in poi non vi è più stato uno stile in architettura e forse anche nelle altre arti. Uno stile non autoritario ma spontaneo, diffuso, collettivo. Da tempo ho rinunciato alla professione abbandonando l’ordine professionale italiano con una lettera in cui lamentavo la situazione di un mestiere che è pur sempre stato un venale mercato dove l’arte  la cultura e la socialità hanno un ruolo subalterno quando non sono assenti del tutto. Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia! Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità e al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella oltre che nella politica e nella professione ammesso che ve ne sia ancora bisogno. La società non ha bisogno delle archistars e forse non ha nemmeno più bisogno dell’architettura così come l’abbiamo concepita finora né dei suoi mercantili mentori. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola..” Bene ha scritto Colin Ward nella sua Architettura del dissenso:

“La cultura ufficiale e autoritaria prescrive determinate forme architettoniche per la casa, l’ufficio, l’opificio, la scuola, anche differenziati per ogni tipo di gerarchia… Ora che il movimento moderno si è esaurito capiamo come i suoi principi fossero elitari o brutalmente meccanicisti ignorando le preferenze della gente per i luoghi della loro vita, del loro lavoro, del loro svago…”.

Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata Juste assez de… edizioni Dunod intitolato Juste assez d’architecture pour briller en société di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i cinquanta grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright…. gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana e del paesaggio, fino a diventare autonoma, collettiva e spontanea come se la città trasformasse da sola sé stessa. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile per l’uomo ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, a un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese. A me pare che oggi questo non esista più e da una parte è anche un bene se si volesse ricominciare da zero a ridisegnare le città e il territorio. Oggi è un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive, quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poiché ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora oggi non diventi parte del fare umano e non di pochi eletti è una disgrazia. Lo stile più bello in Europa era quello del medioevo, quando non c’erano architetti ma interpreti della città come i famosi maestri comacini e i meravigliosi anonimi autocostruttori del popolo.

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La lettura de L’educazione incidentale raccolta di scritti di Colin Ward a cura di Francesco Codello per Elèuthera di Milano (2018) e ancor prima de L’architettura del dissenso dello stesso autore e casa editrice (2016) mi conducono a recensirli entrambi o meglio a rileggerli e commentarli con la lente del concetto di città educante. Le intuizioni pedagogiche e architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo. Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto fin dal tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più autentico ma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo pedagogico e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione.

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Colin Ward rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze tra l’architettura e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto “incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford, Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie pure nel mio maestro Aldo Rossi, mi riappacifica con l’idea che la pedagogia e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia, psicologismi e mercato, materiali inerti, rigide organizzazioni e vita fluente. Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tutto sommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione della nostra città educante: un viaggio, come ho già detto altrove, di una coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta (leggi Una scuola oltre le mura).

Annota Colin Ward:
“In quanto osservatore di come i bambini sappiano colonizzare un ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle «tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano”.
Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”. Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri. Che dire degli orti urbani e rurali e delle loro meravigliose doti di cultura architettonica libera e autonoma e di piccola grande aula all’aperto che dal primo libro di Ward sull’architettura rimandano direttamente a quello sull’educazione incidentale?
“Troppe persone hanno un’impressione sbagliata degli orti. Il movimento non è totalmente dipendente per il suo benessere dal sostegno che riceve da governo ed enti locali (…). Gli orti hanno la loro origine nel self-help, non nella beneficenza, e anche adesso il concetto di self-help è fondamentale (…). Nell’intero corso della sua storia, il movimento degli orti ha sempre avuto come forza motrice il self-help. L’esempio è dato dai lavoratori giunti dalla campagna durante le crisi periodiche nell’andamento del ciclo economico dell’epoca vittoriana, i quali, essendo costretti a cercare un impiego in città (spesso lavorando 55 ore settimanali, con mansioni orribili), cercavano impazientemente un’attività alternativa al lavoro in fabbrica ed erano quindi felicissimi di lavorare la terra quando ne avevano la possibilità (…). È sorprendente che in così tanti abbiano trovato la forza, la determinazione e l’autentica passione per il giardinaggio che erano necessarie per accudire i loro orti: sono segni di un sentimento profondo”.

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Il discorso dell’orto urbano o rurale come luogo dell’apprendere, non solo ai fini di un mestiere agricolo, si ritrova nell’educazione incidentale tra le tante possibilità di pensare ad una teoria di spazi per crescere al di fuori delle rigidezze istituzionali e per superarle nel tempo. Anche l’idea delle aree tematiche trasversali è già sfiorata nelle descrizioni di Colin Ward e fa intendere comunque una “discreta organizzazione” collettiva dei contenuti, dell’insegnamento e degli ambiti in cui opera senza obblighi particolari o classificati. Illuminante è la presentazione del volume di Ward fatta da Elèutheria anche alla luce delle nostre idee di educazione diffusa :
“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria”.

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Il susseguirsi dei capitoli, già in alcuni titoli e nelle note del curatore Francesco Codello, prefigura un’idea mirabilmente affine a quella della città educante e del suo ridisegno: La libertà della strada:
“la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.
La città come risorsa:
“rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.
Adattare l’ambiente imposto:
“superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.
Il gioco come protesta ed esplorazione:
“ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.
Luoghi di apprendimento:
”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e delimitati”. E qui fervono le citazioni di Friedrich Froebel, Pestalozzi, Rousseau,la Summerhill School, Steiner, Illich, Goodman…
Educare all’intraprendenza:
”Esiste un luogo nel quale tutti possiamo ritornare ad essere bambini, svincolati da vuoti formalismi e pericolose forme di competitività…”.

Che l’estate porti consiglio a chi si occupa di scuola e di architettura…

Giuseppe Campagnoli 2018-2019

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Girovagare per la città educante. Ma gli architetti dove sono?

Ma gli architetti dove sono?

In questo scorcio di tempo si sono moltiplicate le iniziative e gli incontri sull’educazione diffusa, persino in Brasile! A questo punto occorre fare un riassunto e un consuntivo tra la fine del 2018 , anno di pubblicazione del Manifesto e l’inizio del 2019. Si ripetono e si aggiornano le occasioni di presentazione del volume “La città educante.Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, occasioni per discutere anche  gli approfondimenti e i suggerimenti progettuali contenuti nel Manifesto (operativo) della educazione diffusa. Nel frattempo si avviano iniziative di formazione per educatori, insegnanti e studenti, coinvolgimenti in workshop e seminari di associazioni, enti e gruppi di docenti e cittadini che hanno scoperto con interesse e voglia di cambiamento le idee dell’educazione diffusa. In questo ultimissimo periodo siamo stati, tra l’altro, a Milano e addirittura a Sao Paulo in Brasile con il corso di Paolo Mottana programmato ora anche in altre città, siamo stati invitati a Roma in un workshop di Save the Children dedicato alla dispersione scolastica, a Parma e Biella con la Biblioteca del CEPDI e l’Università di Parma, con il licei G&Q Sella di Biella e l’Osservatorio del Biellese dei beni culturali e del paesaggio. Ad ogni incontro c’è qualche passo avanti significativo e si registrano notevoli coinvolgimenti anche se le difficoltà, che non nascondevamo fin dall’inizio di questa avventura, persistono soprattutto in una certa forte diffidenza delle istituzioni pubbliche ma anche, in parte, della gente di scuola che non sa o non vuole ancora svestirsi delle male pratiche dei programmi, delle discipline, degli orari, delle classi, dei voti…

Ulteriore difficoltà, che persiste, sta nel mancato significativo coinvolgimento dell’architettura nelle sue vesti istituzionali, professionali e anche accademiche, nonostante i tanti tentativi di contatto. Sembra che quel mondo non riesca a proporre altro se non speculazioni edilizie più o meno dissimulate, la monumentalità del terzo millennio e il narcisismo di tante personalità diventate delle stars del sistema. Si continua a perseverare diabolicamente nel concetto di edilizia scolastica, seppure spacciata per architettura con il belletto degli open spaces, delle nuove tecniche e tecnologie, della prossemica e del design d’avanguardia, dei learning spaces esotici del Nord Europa, cooptando l’ignaro mondo della scuola con tanti specchietti per le allodole. Nei numerosi convegni che ho frequentato non ho mai trovato nulla che somigliasse all’idea della città educante che piano piano sostituisce gli edifici scolastici con altri luoghi dell’educazione, che vorrebbe progettare oggetti come i portali, le tane, le basi della educazione diffusa e ridisegnare e trasformare la città in tal senso. Non ho trovato chi proponesse di rinunciare ad inserire nel corpo vivo della città  oggetti estranei ed improbabili per concentrarsi sul recupero, sulla progettazione partecipata e collettiva, sulla lettura e interpretazione di ciò che la città stessa suggerisce per la propria crescita e trasformazione anche in funzione della conoscenza e dei saperi. Ma anche su quel fronte non vorremmo demordere e, oltre a riscrivere un piccolo ma denso essai  sull'”Architettura della città educante”  concentrato su come la città si possa trasformare con l’aiuto dei mentori-architetti che in tanti articoli e riflessioni ho citato, vorremmo organizzare qualche occasione di incontro proprio con gli architetti, le loro scuole e le loro associazioni, allo scopo di riflettere concretamente su queste tematiche. Qualche speranza era nata tra il 2016 e il 2018 a Cesena e a Pesaro nelle due occasioni di dibattito sui luoghi dell’apprendere, così come a Bolzano  durante un convegno sulla progettazione partecipata delle scuole o alla Fiera Didacta di Firenze che si rivelò in gran parte un mercato di banchi, cattedre e sussidi per una didattica obsoleta o per i reclusori scolastici.  Ma poi non ci sono stati coinvolgimenti significativi, anzi. Gli architetti non si sono visti dall’orizzonte della città educante se mai vi fossero stati per un attimo, lontani e sfuggenti. A volte hanno fatto  delle fugaci comparse per poi tornare alle loro occupazioni consuete. Li cercheremo ancora e li ritroveremo, perchè senza una città e un territorio trasformati non c’è vera educazione diffusa come benissimo sosteneva anche il nostro Colin Ward. Le città hanno luoghi abbandonati, edifici storici, spazi eccezionali che non aspettano altro se non di essere recuperati a nuova vita in una accezione anche educante e ci sono  forze vive pronte ad occuparsene se solo l’architettura ufficiale e professionale smettesse di essere autoreferenziale e di replicare le solite cattive pratiche del costruire ad ogni costo per il mercato, per i monumenti della politica o per la gloria delle riviste patinate

      

10 Marzo 2019

Giuseppe Campagnoli

 

 

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La cattiva scuola e la cattiva architettura.

 

Credo che non si possa progettare e costruire un bello spazio per una brutta scuola. Ecco anche perché l’edilizia scolastica di oggi e di ieri rappresenta la forma del concetto obsoleto, padronale e mercantile, dell’educazione e dell’ istruzione. Perfino Colin Ward l’aveva osservato della sua “Architettura del dissenso” perfettamente coniugata con la sua idea di “educazione incidentale”. Il mio recente articolo nel numero 5 de “La rivista dell’istruzione“, una specie di provocatorio infiltrato nella cultura osservante in educazione e architettura, sottolinea l’esigenza di accompagnare giocoforza ad un nuovo concetto di educazione anche una nuova visione della città e dei suoi luoghi superando il concetto manualistico e tipologico di edilizia scolastica per un’altra frontiere del concepire i luoghi dell’educare. Per una strana coincidenza, nell’ultimo numero della  rivista di architettura Casabella, vi sono degli esempi significativi dell’ “architettura” scolastica internazionale che vi ripropongo in una sintesi per immagini. Tutti gli edifici proposti sono ad uso della corrente idea di scuola che di fatto si è perpetrata immutata, forse a tratti solo dissimulata, fin dal XVIII secolo. Scuole in Burkina Faso, in Svizzera, Los Angeles  a Nantes. Globalizzazione e omologazione.

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Nell’articolo citato dalla Rivista dell’istruzione, che fa parte del FOCUS sugli spazi scolastici oggi e che vi invito a leggere, ho tentato di scuotere il pubblico di addetti ai lavori che discute di innovazione  pur restando dentro il solito recinto concettuale. Ecco il sommario del fascicolo.

La Rivista dell’Istruzione. Maggioli Editore Rimini.

FASCICOLO 5 / 2018

INDICE E SOMMARIO

IL PUNTO

La scuola che vorrei – Giacomo Stella

DOSSIER

Il supermercato, la biblioteca e l’aula scolastica – Marco Orsi

Spazi per una didattica alternativa – Mariagrazia Marcarini

FOCUS

Aula: spazio anonimo o ambiente di apprendimento? – Alessandra Rucci

Materiali per nutrire l’immaginazione – Franco Lorenzoni

Le carte geografiche murali – Gino De Vecchis

Le pareti di una scuola raccontano… – Maria Rosa Turrisi

Le riunioni e i gruppi di lavoro – Paola Toni

Sull’uso del grembiule a scuola – Cinzia Mion

Evviva l’intervallo (e il cortile) – Lorenza Patriarca

Cooperare a scuola – Mariella Marras

La campanella e l’ora di lezione – Stefania Chipa, Elena Mosa, Lorenza Orlandini

PROFESSIONALITÀ

Cattedra – Maurizio Muraglia

Imparare leggendodi Gheti Valente

CULTURA DELLA SCUOLA

Quaderni e quadernoni per costruire conoscenza – Roberta Passoni

La messa a punto del testo – Rinaldo Rizzi

SAPERI DI CITTADINANZA

La classe, spazio che include o che esclude – Luciano Rondanini

GOVERNANCE

Il disegno di una città educante scolastica – Giuseppe Campagnoli

 

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DESKTOP

Le inquietudini della scuola del futuro – Roberto Baldascino

SILLABARIO

Il cartellone delle presenze – Lorella Zauli

OSSERVATORIO GIURIDICO

Quale educazione finanziaria economica? – Mavina Pietraforte

(RI)LETTI PER VOI

Rileggendo Bruner. Saggi per la manosinistra – Giovanni Fioravanti

 

 

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Nel fascicolo della rivista si danno numeri sull’edilizia scolastica, si avanzano proposte di ogni sorta ma, in sostanza, si descrive il desolante panorama delle scuole italiane oggi, si ricordano e raccontano i tentativi lodevoli di superarlo  e le soluzioni spesso palliative. D’altronde il vero problema è rinnovare radicalmente l’educazione e con essa i suoi luoghi deputati, moltiplicandoli, trasformandoli  e “sparpagliandoli”. Ecco l’incipit significativo del mio pezzo che presenta qualche ironia nel titolo:”Il disegno di una città educante scolastica”.  Per il resto leggete la rivista.

“Ci sono le città, i loro quartieri, le campagne, le montagne, le coste e il loro intorno ambientale. Ci sono 42.000 edifici scolastici urbani e rarissimi rurali tra cui molti obsoleti, insicuri, di vecchia concezione, altri nuovi ma vecchi nell’idea, seppure accattivanti tecnologicamente ed esteticamente ma pur sempre delimitati, gerarchizzati negli spazi, ingenuamente funzionali ed in genere emarginati in aree similcampus e periferie degradate spesso senza alcuna decente urbanizzazione. Prima di poter trasformare la città in educante, cosa che potrà avvenire tra non meno di qualche decennio, posso suggerire alcuni passi nella marcia di avvicinamento che potrebbe essere avviata fin da ora in una specie di periodo di transizione tra la scuola delle materie, degli orari, delle cattedre, dei banchi e delle mura e della educazione ristretta e contenuta a quella della educazione diffusa. Purtroppo si insiste ancora a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando si persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire e della cementificazione, oggi sostituita per mitigare l’effetto di reclusorio scolastico dalla falsa ecologia del costruire in legno, con colori, arredi ergonomici, vetrate e giardinetti, magari chiavi in mano. Dovrebbe invece essere l’insieme delle auspicabili trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica. Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana i “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante.”

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Giuseppe Campagnoli

23 Ottobre 2018

 

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Il manifesto della educazione diffusa si “diffonde”. Ma l’architettura della città?

 

Dopo aver assistito al meraviglioso varo del Manifesto della educazione diffusa che centinaia di adesioni sta ricevendo che si spera siano tutte operative, alla data di riapertura delle scuole (nulla per ora è cambiato) resta l’urgenza di riflettere su un aspetto non trascurabile del  progetto sull’educazione diffusa. Emerge prepotente da tutti i risvolti dell’esperienza vissuta intensamente (libri,seminari, convegni, articoli, dibattito serrato) in questi ultimi due anni (dal seminario di Cesena del Settembre 2016) la carenza di cultura architettonica ed urbana in gran parte degli attori e del pubblico che hanno seguito il processo evolutivo dell’idea di una scuola senza mura. D’altra parte l’Italia, se si eccettuano le tante archistars del libero mercato internazionale ipertecnologiche e narcisiste, è da decenni un panorama desolato di centri storici deturpati o abbandonati, di periferie squallide e invivibili, di architettura inesistente e di edilizia pervasiva, mercantile e mostruosa. Non è un caso se accanto al successo del Manifesto della educazione diffusa pubblicato nel Marzo del 2017 altrettanto non è accaduto per “Il Disegno della città educante” dove si argomentavano, anche in termini progettuali e operativi le indispensabili  e ineluttabili trasformazioni, anche radicali della città per poter trasformare la scuola in educazione diffusa. Persino la politica insiste a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire. Eppure potrebbe essere proprio l’insieme di queste trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica.

Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante. Non si cambia l’educazione solamente uscendo più volte dai reclusori scolastici che per la maggior parte del tempo resterebbero tali o moltiplicando le gite e le visite scolastiche horslesmurs. Va ribaltato il concetto di luogo dell’educazione e l’architettura ha un ruolo determinante in questa trasformazione radicale della scuola e della città insieme. Ahimè pochi o nulli sono ancora gli architetti, gli urbanisti, gli esperti di disegno urbano (il sottoscritto non fa eccezione…) invitati o coinvolti nelle varie kermesses in programma già dal mese di settembre sulla educazione diffusa. E’ veramente un peccato. Speriamo che gli organizzatori e gli sponsors degli eventi si ravvedano presto e capiscano che l’educazione diffusa non si realizzerà senza le necessarie trasformazioni dei luoghi della città e della città stessa.

Scuole e carceri moderne

 

“Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul corpo vivo di una vera realtà urbana, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi, provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori.

Da queste fantasie nascono i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.Questi potranno essere, accanto a tutti gli altri luoghi del vivere e del lavorare per vivere, gli oggetti e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali. ” Dall’anteprima de “Il Disegno della città educante.” di Giuseppe Campagnoli pronto per la seconda edizione nel 2019.

Giuseppe Campagnoli 1 Settembre 2018

 

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Per sperimentare l’ educazione diffusa

 

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La scuola diffusa. Una storia.

La scuola diffusa non può essere appannaggio del populismo che dice di essere per il popolo ma lo inganna e lo manipola. Non è la “buona scuola” ma neppure ciò che si profila come il dopo “buona scuola” conservatore e autoritario. La scuola diffusa non è l’educazione civica nelle scuole e neppure più soldi per i reclusori scolastici. Educazione è libertà di pensiero, di movimento, di accoglienza, di tolleranza. Educazione è libertà dai mercati piccoli e grandi. Non è meritocrazia e nemmeno controllo e valutazione. Educazione è una città nuova per tutti gli uomini e non solo per gli italiani. Meraviglia e sconcerta che molti insegnanti abbiano sostenuto i partiti del neo governo. Partiti che hanno condiviso un programma fondato sull’intolleranza, la finta lotta alle disuguaglianze, la difesa delle imprese piuttosto che dei lavoratori, l’omofobia e la deportazione dei migranti, degli zingari e dei derelitti (non vi ricorda qualcuno?), gli interventi conservatori e retrogradi sulla scuola.Partiti applauditi dai fascisti di CasaPound. Con certi insegnanti si potrà passare solo dalla brutta “buona scuola” ad una terribile “nuova scuola”.Mala tempora currunt.

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2018

 

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare per riflettere

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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E’ in crescita la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building. Ma non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9 libri su 10 vanno letti in diagonale. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere  da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

 

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Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e ricerche e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhet di architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico tra educazione ed architettura del nuovo millennio 

La scuola: Luogo o non luogo?

La scuola diffusa, Provocazione o utopia?

 Per Adolf Loos quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura a opera dell’uomo quella è architettura. Il locus è un concetto ben più profondo del luogo. Esso è un concentrato di significati d’uso, di memoria, di racconti, di amore… Anche la scuola dovrebbe essere un locus: uno spazio pieno di storia e di poesia, senza tempo e senza artifici. Quella dell’edilizia scolastica in Italia è una vecchia storia come peraltro quella della scuola stessa che nessuna pseudo-riforma è riuscita ancora a rinnovare. La qualità delle pochissime buone pratiche cui si può attingere porta con sé sempre tre elementi: investimenti adeguati, organizzazione della didattica rivoluzionata, gestione delle scuole in mano a un unico Ente, obbligo nella progettazione di un team multidisciplinare con anni di esperienza sul campo della scuola. Gli edifici per l’educazione debbono essere nelle città e non nelle periferie ed essere riconoscibili dentro e fuori proprio come dovrebbe essere un monumento: una chiesa, un municipio, un teatro…Da qui la riflessione sugli architetti che non fanno tesoro dell’insegnamento della creatività e dell’amore per i luoghi importanti della nostra vita come quelli dedicati all’educazione privilegiando la funzione tecnica e le evoluzioni tecnologiche. Altra è la connotazione umanistica dell’architettura che si contrappone a quella del funzionalismo ingenuo che elude ogni valenza di natura formale e non soddisfa nemmeno i bisogni di funzionamento, se è vero che l’esigenza di dare significato ai luoghi dell’apprendere è interamente assorbita dalle banali ma ineluttabili questioni di sicurezza. Il luogo infatti sarebbe di per sé sicuro e protettivo se lo si pensasse avendo chiara l’idea di scuola e l’idea di architettura insieme legate dalla voglia di costruire spazi accoglienti, inclusivi e al tempo stesso stimolanti, mai completamente scoperti e spiegati per essere ogni giorno nuovi a chi li abita e li usa. La scuola è uno spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non è più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Oggi gli spazi si sono progressivamente chiusi all’educazione, per radicalizzare i soli significati di istruzione e formazione e rinunciare alla vera creatività, confinando il fare arte tra le poetiche ed i linguaggi accessori e gli spazi al funzionalismo e al tecnicismo esasperato, come se l’aula con un computer su ogni banco trasfigurasse e sublimasse il suo valore banale di spazio fisico e cablato in un vero luogo. Nella scuola come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione non sono indifferenti i segni tangibili dell’“ intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, altrettanto significativamente, uno spazio nuovo anche perché antico e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

POSTER BRESSANONE

Oltre le aule

Bisogna superare l’edificio scolastico per un territorio complesso dell’apprendimento: la città scuola. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la scuola del futuro. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del palazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quellascholacome otiumche raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. L’aula sarebbe aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico a quello virtuale del web. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La scuola non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato. L’architettura e l’educazione dovrebbero adeguarsi alle nuove esigenze della conoscenza e della crescita delle persone: non possono essere le stesse nei secoli. Aldo Rossi, con i suoi insegnamenti, mi convinse che l’architettura disgiunge, nel tempo, la forma dalla funzione: non c’è miglior modo di concepire gli spazi per eccellenza, quelli dell’imparare. Da una idea di architettura e di scuola che coincidono, nasce forse una utopia che potrebbe, nel tempo, diventare una splendida realtà. Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un orario di prossimità, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione. Naturalmente la scuola andrebbe riorganizzata in modo estremamente flessibile, per superare tutte le rigidità dovute anche a una normativa disforica sulla sicurezza, che assimila, tout court, i luoghi per l’apprendimento ai luoghi di lavoro, con tutte lelimitazioni del caso. Riuscendo a concepire un insieme di regole ad hoc, e adattando i diversi spazi della città alla frequentazione di classi e gruppi di scolari e studenti, si muterebbe l’idea di scuola attuale, tutto sommato ancora fissa negli spazi e nei tempi. Ogni luogo pubblico della città (municipio, biblioteca, mediateca, laboratori, università) avrebbe spazi dedicati e attrezzati per fare scuola, e consentirebbe a gruppi di discenti di non fossilizzarsi per ore nello stesso ambito, sempre di fronte alla medesima lavagna, allo stesso panorama. Sarebbe sufficiente solo un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di portale di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la stazione di partenza verso le aule virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di rendezvousall’inizio della giornata di studio. L’edificio–scuola, così come oggi concepito, lascerebbe il posto a una costruzione che fa da ingresso a una sorta di parco della conoscenza, sostituto innovativo delle aule tradizionali e degli spazi specializzati che, ahimè, ancora oggi altro non sono se non aule diversamente arredate e attrezzate.

 Una bibliografia  minima.

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La scuola senza mura

L’errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta nel 1914 nel saggio «Chiudiamo le scuole» dal discusso Giovanni Papini scrittore e saggista dei primi del novecento. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Ora si tratta di passare ai fatti. Provare a simulare una scuola senza mura in una vera città coinvolgendo tutti gli attori possibili. Nel volume “Oltre le aule” c’è un incipit di proposta concreta e una possibile strada per verificarne la fattibilità. La pedagogia, l’urbanistica e l’architettura dovranno essere gli attori principali. Quando Papini scriveva “chiudiamo le scuole” intendeva che dovessero essere riaperte altrove e in altro modo per fare una educazione diversa, a volte “contro” ed una architettura diversa, a volte “ultra”. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna. Per preparare una simulazione in un contesto reale e statisticamente compatibile del progetto di scuola diffusa sarebbe necessario assicurarsi la collaborazione dell’amministrazione di una città di media grandezza, dei gestori della di mobilità, di una Scuola di Architettura e una di Scienze della Formazione e di almeno una scuola per ogni segmento (Infanzia, Primaria, Secondaria di primo e secondo grado). Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto in periferia, non è un luogo chiuso da muri e comparti, non è un edificio unico e monolitico, la scuola è diffusa ed en plein air. L’incontro di affinità elettiva con il Prof. Mottana, mi ha spinto a prefigurare uno scenario condiviso in funzione di una educazione rivoluzionata insieme ai suoi luoghi, una controeducazione in una ultraarchitettura per nuove concezioni dell’istruzione e la cultura. Cento anni fa condurre tutti all’alfabetizzazione era un’ utopia. Come far giungere il messaggio educativo in tutto il territorio. Spero che anche quella di liberare chi apprende e chi insegna dai muri e dalla staticità, diventi nel tempo una realtà. In quell’accezione  di scuola che si riferisce più al tempo che allo spazio.

 

Allegoria della città-scuola. Giuseppe Campagnoli. Seminario CDE Cesena 12 Settembre 2016.

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Brani da “La città educante. Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e “Il disegno della città educante” di Giuseppe Campagnoli

“Immaginiamo che scelgano. Che nelle infinite possibilità di esperienza che il mondo rivela ad ogni passo essi scelgano. Scelgano di fermarsi in un giardino a chiacchierare o giocare. Scelgano di entrare in un supermarket, in un cinema, in una bottega. A vederli in circolazione liberi, senza adulti al seguito, ci sarebbe sconcerto, allarme, qualcuno chiamerebbe la forza pubblica perché dei minori si muovono indipendenti nella città, nella strada, a gruppi, a bande, a coppie, solitari. Noi non siamo più abituati a vedere bambini e bambine, ragazzi e ragazze che solcano lo spazio pubblico, da molto tempo sono stati confinati in luoghi speciali, sotto scorta, sotto vigilanza. Noi non siamo più abituati alla presenza invadente e talora insolente dei giovani e dei giovanissimi. Noi che li abbiamo posti a distanza. Che a suo tempo fummo posti a distanza, al confino, nelle mani di persone che nella maggior parte dei casi non avevano né rispetto né comprensione per noi, per loro. Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi  riconoscere.

Le buone e belle scuole: memento

Le brutte scuole. Ancora Giovanni Papini in tempi in cui l’archi- tettura c’era ancora, accomunava la desolazione degli edifici pubblici collettivi. Il luogo comune delle costruzioni di degenza si perpetua nei comportamenti, negli spazi, negli arredi! Letti, banchi e cattedre, corsie e corridoi, sale d’attesa, uffici e sportelli, ambulatori e deambulatori! I ritmi scanditi dalle aule e dalle camerate, dai corridoi e dai gabinetti.  La modernità ha peggiorato la situazione perché ha solo imbellettato e sovrastrutturato di tecnologie e di gadgets gli stessi spazi, gli stessi arredi, le stesse forme che denunciano gerarchia e potere. Nemmeno le innovazioni pedagogiche o didattiche sono state capaci di modificare significativamente il tradizionale, ottocentesco modello: aule, corridoi, servizi… Se si prova a viaggiare nell’Italia scolastica ne sortisce uno stereotipo spaziale, superato solo da qualche rara eccezione, in cui collochiamo volentieri anche l’esperienza degli spazi suggeriti dal metodo di Maria Montessori, che si può descrivere in un racconto di avvicinamento, di accoglienza, di percorso, di uso. Il luogo dove sorge la scuola è spesso periferico o acquartierato, il verde minimale, i graffiti malamente fatti e rifatti in molte pareti (ve ne sarebbero anche di pregio se i muri lo meritassero!) Come al tempo dei romani gli studenti cercano di firmare ciò che non ritengono familiare e confortevole con graffiti, scritte, epiteti, slogan: un grido di dolore! Nelle periferie scolastiche le ampie finestrature a nastro nelle pareti squadrate e tecnologiche con ampio uso di cemento e prefabbricati, gli infissi in ferro o alluminio, denunciano la poca attenzione all’estetica, al comfort, al risparmio energetico anche nelle opere inaugurate di recente, seppure progettate più di un decennio fa.

Il disegno della città educante. Minuta

Diffondere l’educazione

Sostanzialmente quello di un secolo fa. Statico, fisso, sclerotico. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno per vedere dove ci possono portare. Basta con le belle scuole. La città tutta è una bella scuola e forse anche sicura. È assolutamente necessario ricorrere a un po’ di fantasia e utopia e anche a un po’ di realtà per provare a cambiare, mentre ahimè quasi tutti, esperti compresi, restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio. Tutte cose tra l’altro ampiamente contestate a inizio del 900 sia dalle pedagogie nuove, con i loro laboratori, le aule all’aperto, le tipografie ecc., o più radicalmente da figure, tra le molte, come quella di Giovanni Papini, nel suo “Chiudiamo le scuole” del 1912. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a di- versi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita. È tempo di una nuova scuola dell’arte e di un’arte della scuola: questo accadrà quando la mente sarà libera da burocrazie quotidiane e pianificazioni scolastico-aziendali e si riuscirà a pensare che la memoria dei veri maestri del fare poeticamente l’architettura della scuola anch’essa ahimè divenuta preda del mercato, è la stessa del “fare scuola”. Progettare con la storia, con l’amore per l’anima dei luoghi e con quell’idea dell’imprevisto prevedibile e poetico, dell’immaginazione e della creatività è l’agire più prossimo alla relazione umana che della scuola deve essere il fondamento. La scuola è infatti spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunicazione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non sono più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione, non sono indifferenti i segni tangibili dell’ “intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, al- trettanto significativamente, uno spazio “nuovo” anche perché “antico” e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

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“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mèntori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. Occorre ora mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le sue parole e le sue considerazioni. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà. Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. Per poter prefigurare la vera città educante sarebbe necessario non separare più la città da una campagna abbandonata a sé stessa o allo sfruttamento selvaggio dei latifondi o lasciata alle disforie degli improvvisati borghesi agricoltori radical chic o dei falsi agriturismo. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste. Sarebbe un male riprendere in mano l’utopia della città giardino del futuro e usarla per costruire un modello di città educante del futuro con tutti gli adattamenti e aggiornamenti necessari? Nel tentativo di fare un esperimento in una città vera, anche se piccola, sarebbe utile immettere quei germi positivi presenti in nuce nelle idee di Howard e dei suoi epigoni. Si tratta di sgombrare il campo all’organizzazione eccessiva ed alle rigidezze disegnative e simboliche da città ideale cinquecentesca per sovrapporre una rete di connessioni virtuose e di nodi e portali significativi tra il verde e il costruito, tra i campi e i boschi, tra i monumenti e i cespugli. Il giardino urbano si fa campagna e viceversa un po’ come avviene ancora per il Phoenix Park di Dublino, con le greggi in città e i cittadini in campagna senza soluzione di continuità tra una piazza e una radura, un bosco e un rondeaux. Le chiameremo le campagne urbane perché sono macchie di verde coltivato o selvaggio di collinette e di radure che contaminano il costruito e lo permeano di vita naturale e di orti urbani all’ennesima potenza. L’educazione qui è di casa più che tra i muri degli edifici, più che nelle piazze e nelle strade.La trasformazione di musei, teatri, biblioteche, castelli, botteghe e laboratori in portali e aule diffuse.

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Da tempo stiamo girando e disegnando attorno a questi oggetti strani e misteriosi inseriti nella città accanto ai suoi edifici storici e ai suoi spazi emergenti (le piazze, i viali, le corti) in diverse occasioni virtuali dove hanno interpretato spazi diversi e multiformi, dal caffè letterario, all’internet point, dal laboratorio alla serra urbana, dalla biblioteca di quartiere all’aula vagante. Prendiamo le mosse dalla città “per parti” o da un piccolo borgo che è già di per sé una parte e un tutto. Identifichiamo i luoghi, i percorsi e le basi di partenza. Identifichiamo gli edifici e il costruito virtuoso che possano fungere da basi, tane, radure, piazze dell’educazione. In una prima fase i gruppetti (le classi che sperimentano o i gruppi visti orizzontali o verticali) si muoveranno sempre di più nell’arco della giornata e con il loro mèntore dal portale collettivo verso tutte le “aule” diffuse dove troveranno, esperti, sapienti ed amici più grandi che soddisferanno le loro curiosità e la loro ricerca aiutandoli nel contempo a conoscere e apprendere. In una prima fase i portali potranno essere edifici contigui ed integrati composti di vecchie scuole riadattate, biblioteche, auditorium, manufatti che prima erano una cosa e ora ne saranno un’altra.

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Il quartiere educante

Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme con tutto l’organismo urbano si poteva pensare ad una mini town autosufficiente. Una parte di città potrebbe essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un quartiere. Compito dell’architetto educante è quello di disegnare o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore scolastico (finchè duri) sarà quello di pensare alla organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e agli esperti, alla gestione e alla discreta organizzazione. La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili. I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i 10 e i 14 anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i 14 e i 19 anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe ed agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi. Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di volta in volta ed organizzare le persone, i luoghi il tempo e le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere 24h su 24 i flussi di cittadini in formazione, da 0 a cento anni.

Giuseppe Campagnoli 19 Maggio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dall’edilizia scolastica ai portali ed ai luoghi urbani dell’educazione

Le tristi immagini di nuovi reclusori scolastici, che altro non sono se non la versione 3.0 della visione ottocentesca della scuola mercantile e oppressiva e la prova tangibile dell’analfabetismo montante in architettura ed estetica, mi fanno tornare a scrivere della fase di transizione tra i luoghi della scuola di oggi e quelli della città educante. Il nodo della fisionomia rivoluzionaria della città che educa sono i “portali” o le “basi” che diventano segni di riconoscimento della trasformazione della immagine urbana in educante. Gli sforzi architettonici dovrebbero quindi concentrarsi d’ora in poi, attraverso esperimenti e avanguardie, nel progettare questi luoghi di aggregazione, scambio e partenza verso le parti significative della città e nel trasformare, attribuendo loro capacità di accoglienza e  funzione educante, i manufatti e gli spazi già votati a questo scopo (teatri, giardini, boschi, biblioteche, musei, botteghe, ateliers…).

Intervenendo da architetti in una città si dovrebbero anzitutto individuare i punti significanti e disegnare una rete interconnessa di questi siti che diventerebbero i poli della educazione diffusa costantemente dialoganti (per mobilità, funzioni e uso nel tempo) con le Basi che ne costituiscono il fulcro. Nel testo ” Il disegno della città educante” appena uscito immaginavo una città reale, individuavo una parte significativa, delle basi ed una minima rete di connessioni. Oltre a lavorare sugli edifici già esistenti come scuole e biblioteche da trasformare radicalmente, aprire e connettere con la città, si immaginavano serie di “aule vaganti ” polifunzionali e dei portali intesi come una versione virtuosa e moderna di centro culturale ricco di spazi comuni, botteghe, laboratori, auditoriums, cinema, teatri, biblioteche e librerie, luoghi di riunione e condivisione.

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Non sarebbe così difficile far muovere le amministrazioni delle città della scuola, cittadini e insegnanti in quella direzione. Invece di progettare una o più scuole si cominci a progettare una rete, le sue basi e ad investire sulla trasformazione virtuosa di spazi già esistenti ma male utilizzati o scarsamente usati. La normativa si può già curvare a questo scopo. Quante volte lo hanno fatto per finalità negative, inutili o addirittura criminose? Gli ostacoli, a mio avviso, sono solo di natura culturale e politica, di quella politica di bottega e consortile, di mercato e di sfruttamento e controllo.

Se ne parlerà a Milano in occasione del Convegno “Ma sei fuori?!” organizzato da Quartiereeducante presso il Teatro Bruno Munari il 26 Maggio 2018 .

Nella fase transitoria e di passaggio (fondato sulla disobbedienza civile, sulle iniziative di autoproduzione e autodeterminazione dal basso, sul boicottaggio di chi ruba, sfrutta e fa mercato di tutto) dalla società mercantile a quella della libertà consapevole e della responsabilità collettiva, anche qualche ente privato o imprenditore illuminato potrebbero essere coinvolti nella trasformazione della città. Se si partisse seppure solamente in uno o due piccoli paesi o in un quartiere di una metropoli, anche la parte architettonica o dei luoghi potrebbe avanzare verso il futuro insieme a quella educativa che già sta nascendo pur nel muoversi dai consueti luoghi scolastici che piano piano vengono abbandonati per gran parte della giornata.

Giuseppe Campagnoli

21 Aprile 2018

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Edilizia scolastica 3.0

 

Ci saranno la bandiera, il prete, il sindaco, gli assessori il, maresciallo, il provveditore. Tutto come prima, tutto come sempre. E’ sorto un nuovo casamento scolastico di quelli che già ai primi del ‘900 aborriva Papini in funzione della libertà dei luoghi  dell’ educare, del riabilitarsi, del curarsi. E nella mente di ciascun cittadino  dovrebbero sorgere spontanee queste domande:

  • Quali sono gli aspetti innovativi in termini pedagogici e architettonici dell’edificio costruito?
  • Qual è la valenza ecologica e sostenibile in relazione ai materiali costruttivi e agli arredi scelti?
  • Quanto è costata la demolizione del vecchio edificio e quanto la ricostruzione del nuovo “chiavi in mano”?
  • Sono stati stipulati mutui e finanziamenti per sostenere i costi? Per quanti anni? E per quale cifra annua?
  • Per quanto tempo è stato garantito l’edificio?
  • Quali sono i costi annui di gestione e manutenzione?
  • Era ineluttabile la costruzione di nuova edilizia scolastica?
  • Non si poteva avviare un processo, forse più lungo ma sicuramente più economico e  innovativo per tutta la città, di educazione diffusa?
  • Chi ha firmato il progettato dell’architettura?
  • Quali sono i principi architettonici e pedagogici ispiratori dell’opera?
  • La ricollocazione dell’edificio nello stesso quartiere e nello stesso sito potrà migliorare la viabilità e l’impatto urbanistico generale già problematico da tempo?

Le risposte ci saranno, saranno chiare, pubbliche e tempestive?

La primavera porta l’ennesima inaugurazione di un nuovo reclusorio scolastico (leggasi scuola elementare) che quasi per una provocazione del destino è stato ricostruito sotto le mie finestre, per riprendere il contenuto di una lettera che inviai, rigorosamente in par condicio ad alcuni sindaci (di vari orientamenti politici ma di pari orientamento veteroculturale) della mia provincia, che si sono voluti cimentare nella costruzione di nuovi monumenti all’istruzione mercantile. Ricordo la lettera e il commento  che inviammo qualche mese fa con una copia del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Per oltrepassare la scuola”. Ahinoi non siamo stati degnati di alcuna risposta e nessun commento nella miglior prassi di trasparenza e dialogo.

“Spettabile amministrazione,

così come ho fatto con altre città, sindaci e assessori propongo la lettura del volumetto che allego in omaggio con la speranza che ci si decida in futuro ad intraprendere la strada della educazione diffusa evitando lo scempio della costruzione di nuovi reclusori scolastici. Qualche amministrazione illuminata e rivoluzionaria già ci sta pensando e in molte realtà come Milano, Monza, Cosenza, Genova, Urbino, Cattolica, si stanno muovendo iniziative dal basso (genitori, insegnanti, cittadini) per sperimentare forme di educazione diffusa in luoghi diversi dagli obsoleti edifici scolastici. E’ un dono per le feste d’inverno di cui spero possiate far tesoro.” “Si moltiplicano le occasioni di uscire dalle aule scolastiche ma, ahinoi, si deve ad un certo punto inesorabilmente rientrarvi. Se non si identificano, trasformano e rivoluzionano i luoghi della città che potrebbero fare da scenari per ospitare l’educazione diffusa, temo che il nostro Manifesto possa restare ancora per molto sulla carta. Bisogna convincere e vincere le resistenze dell’apparato politico, scolastico e amministrativo e “costringerlo” in qualche modo a fare dei passi significativi verso la direzione di una città che educa. Se da una parte si insiste pervicacemente sull’aria fritta e sull’idea ancora mercantile e classiJcatoria della Buona scuola e dall’altra, come splendidi carbonari, si fanno esperimenti di educazione diffusa e progetti decisamente rivoluzionari, spesso con rischio di predazione e strumentalizzazione da parte di certa politica da folla manzoniana ma di dubbia valenza libertaria, le strade rimarranno divergenti e vincerà ancora quella falsamente innovativa delle tre “i” e delle tre “c” (inglese, informatica e impresa; conoscenze, competenze e capacità). Quando siamo stati ospitati, raramente, in qualche consesso istituzionale, per illustrare il nostro Manifesto si aveva la forte impressione di essere gli eccentrici fricchettoni di turno che facevano audience e stimolavano la curiosità per un attimo di divagazione dalle cose “serie”. Occorre infiltrarsi e contaminare attraverso progetti e interventi sempre più frequenti, reali e diffusi gli spazi lasciati liberi e contemporaneamente ma decisamente agire per trasformare la città, contrastando la costruzione di nuovi reclusori scolastici a favore della realizzazione dei portali della città educante e della trasformazione degli spazi che hanno in nuce la vocazione alla controeducazione come le piazze, le strade, le biblioteche, i musei, i teatri, le botteghe…”

Resta la speranza che si cominci da qualche parte a sperimentare altre strade architettoniche, anche se, per il momento, sembra che si voglia perseverare diabolicamente nello sprecare risorse per demolire, progettare e costruire scuole su scuole anche come monumenti propagandistici per le amministrazioni di turno. Quando abbiamo provato prima timidamente e poi un po’ meno a far presente che ci sarebbero altre strade più innovative ed efficaci, oltre che economicamente sostenibili, siamo stati nella migliore delle ipotesi ignorati o snobbati. Così va il mondo da queste parti. Le nuove scuole, sulla scia dello slogan delle belle scuole governative, in fin dei conti sono anche architettonicamente ed esteticamente discutibili, falsamente ecosostenibili (dove si prende il legno? e le tonnellate di cemento e ferro per fondazioni ridondanti?..) nelle loro forme che scimmiottano un opificio, un centro commerciale, un albergo o una stazione, non certo un luogo d’educazione.

Giuseppe Campagnoli

14 Aprile 2018

Ecco un collage di immagini di una scuola “senza corridoi, senza aule, ecologica, innovativa, architettonicamente di pregio” accanto a quelle di una scuola della fine degli anni ’70 che all’epoca veniva considerata innovativa. Infine immagini di edilizia scolastica accanto ad immagini di edilizia carceraria. Infine è opportuno un suggerimento per alcune letture che non dovrebbero assolutamente mancare nel bagaglio culturale di qualsiasi amministratore locale e che proponiamo in coda al presente articolo. Ai posteri l’ardua sentenza? No, bastano i contemporanei.

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2018

 

Edilizia scolastica e carceraria

 

Bibliografia minima

  • Campagnoli Giuseppe (2007) L’architettura della scuola Franco Angeli Milano
  • Mottana Paolo (2012) Piccolo Manuale di controeducazione Mimesis Milano
  • Mottana Paolo e Giuseppe Campagnoli (2017) La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Asterios Editore Trieste
  • Mottana Paolo e Luigi Gallo (2017) L’educazione diffusa Dissensi Edizioni Viareggio (LU)
  • Howard Ebenezer (2017) La città giardino del domani Asterios Editore Trieste
  • Agnoli Antonella (2014)Le piazze del sapere Editori Laterza Bari
  • Marcarini Mariagrazia (2016) Pedarchitettura Edizioni Studium Roma
  • Weyland Beate e Attia Sandy (2015) Progettare scuole, tra pedagogia e architettura Guerini Scientifica Milano
  • Giovanni Papini Chiudiamo le scuole. 1912

A proposito di scuola diffusa anticipiamo che  un convegno a Milano in Maggio sarà dedicato all’esperienza del “Quartiere educante” tra educazione, architettura e città. Noi saremo ospiti e testimonials.

In anteprima vi proponiamo il manifesto provvisorio in attesa di quello definitivo che verrà pubblicato a breve.

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La forzadicambiare: oltre la scuola

Il manifesto della educazione diffusa / Riproponiamo l’intervista di Alberto Pancrazi a Giuseppe Campagnoli del Luglio scorso, in concomitanza con il lancio de “Il disegno della città educante”. La storia continua…
OLTRE LA SCUOLA
Proviamo ad immaginare una scuola “aperta”, non più limitata dalle mura delle aule e dei corridoi di edifici spesso obsoleti.
Una  scuola “diffusa” nel territorio per un’attività educativa praticata anche negli spazi pubblici della città: biblioteche, teatri, musei botteghe o all’aperto in piazze e cortili trasformati in luoghi didattici. Sicuramente un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale che trova la sintesi nel manifesto dell’educazione diffusa pubblicato nel volume “La città educante”.  Le linee portanti del progetto le chiarisce in questa intervista Giuseppe Campagnoli che firma con Paolo Mottana il saggio edito da Asterios Editore. La città educante intesa come collettività che si prende cura dei suoi futuri cittadini cercando di farli crescere nei luoghi più idonei senza costringerli ad ore e ore in spazi compartimentali. E non è soltanto teoria. Nonostante le innegabili difficoltà, infatti, il progetto già sottoposto all’attenzione delle istituzioni, sta trovando esplicito appoggio da parte di insegnanti e genitori.


Guarda l’intervista:

Leggi l’ultimo libro: https://www.ibs.it/disegno-della-citta-educante-architettura-libro-giuseppe-campagnoli/e/9788827801321

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L’anno della scuola senza mura.

Potrebbe essere l’anno della svolta nelle sperimentazioni del Manifesto della educazione diffusa e della città educante. Per anticipare in termini semplici e operativi i contenuti del Disegno della città educante che dovrebbe essere a breve pubblicato in versione cartacea, propongo delle brevi linee guida utili a chi sta già sperimentando o vorrà farlo nei quartieri e nelle città.

POSTER BRESSANONE

Il coinvolgimento di una amministrazione locale è essenziale o quanto meno auspicabile per garantire un  minimo di risorse economiche distratte virtuosamente dalla rinuncia a costruire nuove scuole e dalle economie derivanti dal non dover più fare manutenzione e gestione per gli edifici scolastici dismessi. In prima battuta, oltre alla stesura di un canovaccio educativo di attività ed iniziative per i gruppi o le classi coinvolti, alla scelta di insegnanti e  mentori, delle tematiche fondamentali e dei traguardi da condividere con famiglie e gli studenti  nelle diverse fasce d’età, sarà indispensabile costruire un sodalizio flessibile e un patto, sottoscritto per impegno, tra associazioni, cooperative, gruppi culturali, enti pubblici e privati, laboratori e botteghe intenzionati a collaborare e dare il loro contributo alla realizzazione della educazione diffusa. Le amministrazioni e i vari soggetti coinvolti individueranno insieme agli educatori, alle famiglie, ai cittadini ed esperti che vi si vorranno impegnare, una teoria di luoghi utili della città per la realizzazione del progetto, a partire dal “portale”  (per un quartiere) o dai “portali” (per le città medie e grandi) che saranno le basi  per la diffusione educativa urbana come descritto in modo approfondito nei testi fondamentali citati in premessa. Con l’insieme delle risorse finanziarie, politiche e culturali che si uniranno in questo sforzo, sarà possibile avviare il disegno di una città nuova che assumesse un ruolo pedagogico permanente e continuo. Il soggetto promotore in prima istanza potrebbe essere una scuola, un comune, un’ associazione culturale, un gruppo di cittadini , di genitori, di insegnanti…

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Il nodo delle risorse economiche è comunque un problema fondamentale che potrebbe anche essere affrontato avviando serie iniziative di crowdfunding, candidature a progetti nazionali ed europei, ricerca di investitori e di sponsors senza scopo di lucro visto che il progetto è assolutamente di natura etica e sociale. Chi vorrà lavorare in questa direzione in Italia e anche all’estero o lo sta già facendo dovrebbe collegarsi in rete e condividere tematiche, obbiettivi e modalità di realizzazione della Città educante. Nella parte architettonica e urbana, si metterà a punto  un piano di recupero e trasformazione di luoghi come musei, biblioteche, teatri, vecchie scuole, vecchi edifici di culto, botteghe e opifici, piazze, cortili e giardini. Questi avranno dei nuovi spazi dedicati al confronto, alla ricerca ed all’apprendere integrati con quelli delle funzioni specifiche e non più esclusive dei luoghi. I famosi portali della città educante, da progettare e costruire o collocare in manufatti già esistenti da far rinascere a vita nuova, saranno un bel coacervo di auditorium , di piazzette coperte, di biblioteche e librerie, di cinema e teatri chiusi e aperti, di caffè, di botteghe artigiane e mercantili dove tanti cittadini in formazione vivranno la loro giornata o muoveranno i loro passi verso gli innumerevoli luoghi educanti riguadagnati alla città. Invece di costruire nuove scuole, nuovi finti villaggi outlet e centri commerciali, nuovi multisala e teatri megagalattici, il pubblico e il privato discreto, l’associazionismo e il volontariato, gli artigiani e i mercanti virtuosi insieme agli artisti, agli educatori, agli architetti  e ai muratori e costruttori progetteranno e realizzeranno la grande CasaMatta (cfr “La città educante. Manifesto della educazione diffusa) multifunzione. Niente di nuovo sotto il sole ma uno spazio ancora valido che rivive come le antiche piazze composite del medioevo e del rinascimento in una “basilica” del sapere,del saper fare e del fare tutti e tre in simultanea.

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A Milano e Monza qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta.

MONZA

“La Monza che lavora sulla città educante di Paolo Mottana e di Giuseppe Campagnoli per farne una realtà cittadina. Il gruppo nasce come luogo di incontro e confronto e come base organizzativa per incontri ed eventi che sensibilizzino la cittadinanza al tema della controeducazione e della educazione diffusa. Il gruppo non deve essere utilizzato per proporre offerte commerciali, pubblicità’ , ed eventi a meno che non siano strettamente connessi al progetto e alle sue finalita’.”

https://www.facebook.com/groups/educazionediffusamonzese/

MILANO

“Sono passati poco più di quattro mesi dal fatidico incontro a Base Milano e il progetto Quartiere Educante ha proseguito con tenecia ed entusiasmo, accogliendo sempre più sostenitori (1621 followers!) e cominciando a riscontrare interesse anche da parte di alcune Istituzioni (Assessorato all’Educazione del Comune di Milano e Municipio 6) e di enti del terzo settore. In questi mesi le nostre energie si sono concetrate in particolare per la realizzazione della sperimentazione e insieme a due scuole secondarie di I grado di Milano, con il sostegno del Municipio 6 e di molte realità territoriali che si sono mostrate disponibili a collaborare, abbiamo elaborato la nostra Proposta di sperimentazione. Siamo così giunti al passaggio cruciale: il vaglio della Proposta di sperimentazione da parte dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia e successivamente del Miur. Siamo in attesa di essere convocati per un incontro. Da qui capiremo come proseguire e se riusciremo a realizzare le due classi pilota già da settembre 2018. Nel sito www.quartiereeducante.com potete trovare maggiori informazioni e nuovi video con interventi di Paolo Mottana (anche al Senato!). Ricordiamo che Quartiere Educante è anche su Facebook: www.facebook.com/quartiereeducante e che per informazioni potete scrivere a: quartiereeducante@gmail.com”

 IN QUARTIEREDUCANTE MILANO 6

 

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Giuseppe Campagnoli

Pesaro 1 Febbraio 2018

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Scuole “chiavi in mano”

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Come abbiamo recentemente accennato in altro articolo, ora ci sono anche le scuole “chiavi in mano”. Il mercato della speculazione immobiliare non si fa scrupoli nemmeno quando si tratti di risolvere i problemi dell’educazione e dell’istruzione anche attraverso la costruzione degli edifici  che ancora si ha l’ardire di pensare e realizzare per rinchiudere, controllare ed addestrare durante parte della giornata bambini e adolescenti. Abbiamo già detto molto sulle tendenze dell’architettura scolastica attuale ma non avevamo mai affrontato un mercato che si sta evolvendo in modo invadente e pericoloso. A partire dalle speculazioni sulle catastrofi naturali  è nato un business delle “casette”, delle “scuolette” e in generale di quel coacervo di edilizia pubblica che dall’emergenza e dall’urgenza tende a diventare ordinaria follia. Spesso si sono uniti in terribili joint ventures multinazionali pseudoilantropiche del pret-à-porter dell’arredo con aziende locali e nazionali dell’edilizia di pronto consumo che promette, fino a prova contraria, tempi rapidissimi, miracoli strutturali, ecologici ed innovativi. Allora imperversano nuove interpretazioni del balloon frame di derivazione coloniale americana, travi e pilastri lamellari, tetti aereati e ventilati, pareti rotanti (come le lame di jeeg robot!),materiali ipertecnologici che mi fanno venire in mente ogni tanto come un tempo si ardì di vendere perfino agli ai ricchi arabi una foresta di finte palme di lamellare! Ma queste strutture sono veramente utili all’abitare dignitoso?

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Sono utili ad una concezione veramente innovativa dell’educazione, della salute, dell’amministrazione? Sono veramente economiche a conti fatti? Non è che le strutture fondanti in cemento armato (la parte immmersa dell’iceberg) costano più della scuola stessa? I materiali sono salubri? Quanto durano? Sono pericolosi? Ai posteri l’ardua sentenza?

Nota:
"Di recente poiché la formaldeide è stata riconosciuta dall’International Agency for research on Cancer come sostanza cancerogena, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato in 100 microgrammi per metro cubo la soglia che non andrebbe superata nei locali chiusi (più dei 10 stabiliti nel 1995, che tenevano conto delle categorie a rischio, bambini e asmatici).
 Occorre evitare l’acquisto di strutture, pannelli e mobili con formaldeide cercando quelli con il marchio CQA-Formaldehyde E1 che contraddistingue le produzioni di pannelli a bassa emissione di
formaldeide, rispondenti ai requisiti imposti dalle normative internazionali in materia.
L' APAT (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici) ci spiega che oggi è disponibile un sistema estremamente semplice in grado di misurare in due ore la concentrazione di formaldeide presente nell’ambiente."

Intanto proliferano palestre, scuole, municipi, case popolari “chiavi in mano” come tanti mercatini natalizi sudtirolesi o come tanti kit del fai da te dell’arredo domestico. Il legno delle strutture spesso viene camuffato da paramenti esterni e cappotti che incarcerano spazi e volumi, i truciolati o similari pieni di collanti ed impregnanti vengono nascosti prudentemente alla vista fino al primo inconveniente o al primo allarme-salute. Intanto la velenosa formaldeide che permea tante strutture lignee e plastiche dorme fino a che non comincerà a rilasciare i suoi dannosissimi effluvi anche peggio dell’amianto, dicono alcuni scienziati. Ma gli accattivanti colori, le forme ammiccanti di quei pochi edifici esteticamente appena accettabili che gigioneggiano una architettura “d’avanguardia” scimmiottando le nordiche ipocrisie, hanno convinto, ahinoi, ingenui genitori, insegnanti, presidi come anche meno ingenui architetti-mercanti con i loro carnet  interi di scuole, scuoline  e scuolacce di ogni genere o, peggio, gli amministratori locali di tutte le tendenze, con l’occhio vigile, come minimo, alle prossime elezioni.

Non siamo affatto d’accordo, in linea con le nostre idee e ricerche, sul costruire ancora scuole e altri edifici o casamenti di pubblica utilità come si è fatto e si fa ancora ma se  la marea non si fosse arrestata e non tutti si fossero ancora convinti della bontà di una rivoluzione sottile dell’educazione, della città e dell’architettura , almeno bisognerebbe contenere i danni di questa fase che consideriamo assolutamente ed ineluttabilmente solo transitoria.

Per un concreto aiuto ecco un collage di immagini e suggestioni illuminanti del mercimonio che si fa anche dei luoghi dell’apprendere con la connivenza di politica, impresa e ,ahimè, anche di professionisti e accademici. Le “buone” e le “belle” scuole bipartisan.

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Mea culpa, ma non tanto, di un architetto

Ho progettato alcuni edifici scolastici durante la mia vita professionale di architetto e uomo di scuola. Per fortuna pochissime. Mea culpa, mea maxima culpa! Ma poi mi sono abbondantemente redento. I tempi erano diversi e molte idee che abbiamo messo in pratica insieme, io e i miei colleghi, prefiguravano già una scuola diversa in luoghi diversi e, forse, in qualche aspetto anche all’avanguardia. Ecco un esempio per tutti. Erano appena uscite le  Norme Tecniche ministeriali sull’edilizia scolastica del 1975, allora abbastanza innovative, perchè non solo “tecniche” ma in quarant’anni mai del tutto superate, quando chiamarono il nostro studio (Giuseppe Campagnoli, Paolo Basilici e Sergio Tarducci) a disegnare una scuola media a Recanati. Fu una progettazione partecipata (già nel 1976!!), (cfr Progettare scuole tra pedagogia e architettura Beate Weyland, Paolo Bellenzier e Sandy Attia, libro e testo) con assemblee e incontri tra genitori, insegnanti, amministratori e progettisti, con interviste a scolari e studenti, trasmissioni radiofoniche e tanto altro.

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La nostra fede era quella neorazionalista e ne scaturì un manufatto tipologicamente coerente e assai caratterizzato per gli spazi giudicati innovativi come la rampa e il teatro, l’abbattimento delle barriere architettoniche, le aule-non aule (uno spazio continuo e lineare, a spirale verso l’alto torno allo spazio comune, flessibile e modulabile) gli ateliers, i colori e tanto altro. Chi sta usando la scuola oggi, ci ha testimoniato il permanere di alcuni lati positivi e tuttosommato evoluti. Ne è la prova il fatto che l’amministrazione comunale di allora per ls sua concezione conservativa, ci sottrasse la direzione dei lavori e la guida nell’esecuzione del progetto. La forma e la sostanza furono in gran parte snaturate, tanto da provocare una polemica di mesi sulla stampa locale e la  provocatoria assenza all’inaugurazione, con tanto di ministro, di noi progettisti, Proprio in occasione di una presentazione del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ho potuto fare una rimpatriata piacevole e gratificante dopo quarant’anni, in quegli stessi spazi, aggiornati e valorizzati dal preside e dai docenti come  fossero un preludio e in qualche modo un piccolo embrione (da rivedere e ridisegnare meglio) per uno dei “portali” che dovrebbero diventare le basi per le attività della scuola diffusa nella città del futuro che immagino.

Altre esperienze successive mi videro coinvolto negli interventi relativi alla ristrutturazione di istituti d’arte, in vari concorsi per scuole materne ed elementari (tra il 1980 e il 1997) e in una competizione internazionale per l’aula del futuro organizzata dal Network “The architecture for humanity” (2009). Proprio in quell’anno ho abbandonato l’impegno, seppur raro, nella progettazione per coinvolgermi a tempo pieno nella ricerca avendo anche percepito a fondo lo scivolamento nel mercantile della professione di architetto anche nelle opere pubbliche, non solo in Italia. Ecco alcuni testi che, anche per contrapposizione,credo possano orientarci, verso i lidi dell’utopia possibile

E una carrellata efficace: https://www.facebook.com/Researtu/videos/10212422180366299/

 

Giuseppe Campagnoli

 

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La città educante. Qualcuno si muoverà?

 

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Per le feste invernali abbiamo voluto fare un dono alle amministrazioni comunali del nostro circondario, sulla direttrice della Valle del Foglia da Pesaro a Urbino, passando per Montelabbate e Vallefoglia. Gli ineffabili sindaci dei luoghi più importanti  si stanno distinguendo, rigorosamente bipartisan, sulla vecchia via della costruzione di nuovi edifici scolastici (o reclusori scolastici, come li chiamavano Papini, Illich e tanti altri). Abbiamo donato una copia del nostro saggio-racconto sulla scuola diffusa: “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” con la seguente dedica:

“Spettabile amministrazione,

così come ho fatto con altre città, sindaci e assessori propongo la lettura del volumetto che allego in omaggio con la speranza che ci si decida in futuro ad intraprendere la strada della educazione diffusa evitando lo scempio della costruzione di nuovi reclusori scolastici. Qualche amministrazione illuminata e rivoluzionaria già ci sta pensando e  in molte realtà come Milano, Monza, Cosenza, Genova, Urbino, Cattolica, si stanno muovendo iniziative dal basso (genitori, insegnanti, cittadini) per sperimentare forme di educazione diffusa in luoghi diversi dagli obsoleti edifici scolastici. E’ un dono per le feste d’inverno di cui spero possiate far tesoro.”

“Si moltiplicano le occasioni di uscire dalle aule scolastiche ma, ahinoi, si deve ad un certo punto inesorabilmente rientrarvi. Se non si identificano, trasformano e rivoluzionano i luoghi della città che potrebbero fare da scenari per ospitare l’educazione diffusa, temo che il nostro Manifesto possa restare ancora per molto sulla carta. Bisogna convincere e vincere le resistenze dell’apparato politico, scolastico e amministrativo e “costringerlo” in qualche modo a fare dei passi significativi verso la direzione di una città che educa. Se da una parte si insiste pervicacemente sull’aria fritta e sull’idea ancora mercantile e classificatoria della Buona scuola e dall’altra, come splendidi carbonari, si fanno esperimenti di educazione diffusa e progetti decisamente rivoluzionari, spesso con rischio di predazione e strumentalizzazione da parte di certa politica da folla manzoniana ma di dubbia valenza libertaria, le strade rimarranno divergenti e vincerà ancora quella falsamente innovativa delle tre “i” e delle tre “c” (inglese, informatica e impresa; conoscenze, competenze e capacità). Quando siamo stati ospitati, raramente, in qualche consesso istituzionale, per illustrare il nostro Manifesto si aveva la forte impressione di essere gli eccentrici fricchettoni di turno che facevano audience e stimolavano la curiosità per un attimo di divagazione dalle cose “serie”. Occorre infiltrarsi e contaminare attraverso progetti e interventi sempre più frequenti, reali e diffusi gli spazi lasciati liberi e contemporaneamente ma decisamente agire per trasformare la città, contrastando la costruzione di nuovi reclusori scolastici a favore della realizzazione dei portali della città educante e della trasformazione degli spazi che hanno in nuce la vocazione alla controeducazione come le piazze, le strade, le biblioteche, i musei, i teatri, le botteghe…”

 Chissà che non si cominci da qualche parte a sperimentare altre strade architettoniche, anche se, per il momento, sembra che si voglia perseverare diabolicamente nello sprecare risorse per demolire, progettare e costruire scuole su scuole anche come monumenti propagandistici per le amministrazioni di turno. Quando abbiamo provato prima timidamente e poi un po’ meno a far presente che ci sarebbero altre strade più innovative ed efficaci, oltre che economicamente sostenibili, siamo stati snobbati, derisi  o addirittura insultati. Così va il mondo da queste parti. Le “nuove” scuole, sulla scia dello slogan delle “belle scuole” governative, in fin dei conti sono anche architettonicamente ed esteticamente discutibili, falsamente ecosostenibili (dove si prende il legno? e le tonnellate di cemento e ferro per fondazioni impossibili?..) nelle loro forme che scimmiottano un opificio, un centro commerciale, un albergo o una stazione. Se non fosse bastato il Manifesto della educazione diffusa, presto un manualetto più pratico di idee su come Disegnare la Città educante. Un distillato digitale prima dell’uscita del cartaceo, spero a Gennaio-Febbraio 2018. Buone feste a tutti i cittadini di buona volontà!

Giuseppe Campagnoli 25 Dicembre 2017

 

Vedere per credere…