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Politicamente scorretto.

LA RABBIA, QUELLA CHE RESISTE AL TERRIBILE DEUS EX MACHINA E A CHI LO HA SPINTO SULLE NOSTRE STRADE CHE NON ERANO PROPRIO PLACIDE. QUESTO MALE È UNO DI QUELLI CHE NUOCE E BASTA SE NON PRELUDE A RADICALI MUTAZIONI SOCIALI.

Sono arrabbiato più che preoccupato, più che addolorato, più che terrificato, più che ottimista, più che pessimista, più che dogmatico.

Arrabbiato con chi ha ridotto la salute pubblica italiana, la scuola pubblica italiana, la società italiana  e non solo, a questo livello. 

Arrabbiato con chi ha sfruttato e continua a farlo.

Arrabbiato con chi tiene in piedi il capitalismo e pretende di farlo vivere anche dopo questa emergenza, anzi, approfittando proprio di questa emergenza, in guisa di famelici stormi di zamuri.

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Briganti. Da Charlie Hebdo
  • Arrabbiato con chi non parla più di migranti, di senza tetto, di disoccupati ,di poveri  di altri malati.
  • Arrabbiato con chi crede che tutto continuerà come prima.
  • Arrabbiato con i ricchi e sfacciati elemosinieri che danno milioni in carità per farsi applaudire ora quando avrebbero potuto e dovuto dare migliaia di miliardi da tanto tempo.
  • Arrabbiato con chi dice #tuttoandrabene quando non sarà così e non sarà per tutti.
  • Arrabbiato con una parte criminale di questo mondo che ha preparato autostrade per guerre, cataclismi, fame, sconvolgimenti climatici, inquinamento, carestie e quindi anche per piaghe come i virus e le pandemie.
  • Arrabbiato con chi piange e con chi ride, con chi scrive, fa lo snob, fa video, posta convulsamente, fa battute e sciorina idiozie, canta, balla sul balcone, passeggia, porta a spasso il cane 5 volte al giorno, saccheggia i negozi, fa ancora selfie e dirette video e va ai raduni dei Puffi. Sono arrabbiato con i vips, i politici e i media sciacalli…
  • Arrabbiato per chi è costretto da solo in un monolocale senza luce e poca aria, per chi casa non ce l’ha proprio, per chi vive in 5 o 6 persone, anziani e bambini compresi tra quattro mura anguste, per chi non uscirebbe per sfizio ma per respirare e vivere, per chi è in carcere o in un centro profughi, come per chi soprattutto viene gettato senza difese nelle trincee della resistenza ad un nemico che hanno contribuito i poteri economici e sociali  a spingere inesorabilmente contro di noi, soprattutto contro di noi.

Sono tremendamente arrabbiato con chi loda la scuola a distanza dentro nuovi muri, con chi vuole riaprire e richiudere le carceri scolastiche o renderle gabbie dorate di spazi da fantascienza  e non pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente. Una occasione per  non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini ma per aprire le menti alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli e naturali per la vita e per la natura. Sono arrabbiato con chi dice che la scienza non è democratica. La scienza può e deve essere democratica e collettiva perché deve risolvere i problemi  di tutti, nessuno escluso o emarginato e migliorare la vita senza altri fini se non quello di preservare e rendere più accogliente il mondo in cui viviamo. 

Le strade

Sono arrabbiato perché non  abbiamo ancora  capito. E se l’unico antivirus possibile restasse  l’anarchia? Non certo, ormai l’abbiamo assodato, quella falsa social-democrazia da sempre cavalcata da pochi, non quel comunismo e quel nazionalismo delle dittature “di popolo” provvisorie nei proclami ma che poi restano per sempre e di pochi. Resterebbe solo invece, finalmente la possibilità di una responsabilità dell’autogoverno, costruita lentamente e profondamente con l’educazione incidentale e totale, nel mondo reale, in comunione con gli altri e la natura; di una responsabilità collettiva dell’economia della salute e del sapere  garantiti a tutti, delle risorse circolari. Resta la libertà di un reddito universale e della cooperazione del fare, del produrre e dell’usare e la libertà, infine, della condivisione spontanea, del tempo lento e di tutti. Perché le regole imposte da un gruppo, da una classe, da una casta, da una lobby contengono già in sè il germe della trasgressione, della disobbedienza e del conflitto. Ciò che invece induce la vita compatibile, il rispetto dell’ambiente, del prossimo, dei bisogni e delle priorità umane e naturali attraverso una educazione profonda, comune, estesa e condivisa dalla nascita alla trasformazione finale, non sarà mai una regola da rispettare a priori e quasi sempre a vantaggio di altri.

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È la buona ora adesso di ricominciare da ZERO. Con nuovi e diversi paradigmi. Già molti, dal basso ci stanno provando, nei cortili ancora chiusi, tra le case,  da lontano con i mezzi della tecnica usati con juicio, spontaneamente, con rispetto reciproco, condividendo le regole di buon senso comune e di scienza compresa e assimilata, organizzandosi a vivere in modo nuovo, collettivo e solidale, badando bene a non farsi  organizzare con fare subdolo e strumentale da chi poi se ne gioverà elettoralmente, economicamente o anche pure, come già è successo, accademicamente.Un mio anziano professore giurista e saggio diceva spesso che la legge comincia dove finisce il buon senso e lo Stato dove finisce la libertà e la natura. Era un liberale. 

Non dimentichiamoci di tutto questo. Perché i poveri morti e le sofferenze,  la fatica e la pazienza infinite non siano stati invano e tutto non ricominci a girare come prima e forse anche peggio di prima. Non dimentichiamo che chi tiene in mano il potere definisce utopia ciò che non giova ai suoi interessi.  

Un abbraccio a chi è stato gettato nella mischia senza armi e protezioni. Ci risentiamo alla fine di questo incubo grottesco e drammatico. Forse.

Giuseppe Campagnoli  maledetta estate.

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Ma questo è un bel manifesto!

“Ma questo è un bel manifesto!” Ha esclamato una mia amica leggendo questi punti che ho buttato giù ma che ho in mente da sempre per avviare la società ad un futuro vicino all’equità, alla libertà ed alla fratellanza tra gli uomini. Come sosteneva Rousseau tutti i mali sono venuti dal possesso e dalla proprietà ed è per questo che è proprio l’economia a fare la differenza tra uno stato di sfruttamento, di povertà e ricchezza contrapposte ed uno stato di libertà. Nella nostra Italia martoriata da tempo, giusto fin dalla sua “non-unità” una delle caratteristiche più eclatanti è che siamo da tanto un paese  povero e allo stremo, con servizi collettivi al collasso mentre tanti cittadini sono più meno ricchi e risparmiatori. Non vi fa venire in mente qualcosa di lapalissiano questa constatazione? Da dove vengono i danari per i servizi, per lo stato sociale, per il funzionamento della nostra comunità? Dai contributi dei cittadini attraverso le tasse. E allora perché lo stato è povero e gran parte   dei suoi cittadini  di fatto non lo è e tende a nasconderlo nelle banche, nei beni immobili oltre la casa dove abita e in investimenti vari, salvo poi il piagnisteo  e la ignobile pretesa che tutti paghiamo per loro quando vengono truffati per la loro dabbenaggine o la loro ingordigia? Tutto ciò accade perchè c’è troppo mercato e troppo poco Stato. E c’è un sistema fiscale decisamente iniquo che non accenna, neppure nelle intenzioni elettorali di tutti i contendenti a cambiare per nulla. La cosiddetta tassa piatta e le elemosine sotto varie forme, tendenti a lasciare i poveri come sono e i ricchi anche, se non ad aumentarli, aggravano questo stato di cose. Per una società più giusta e più libera, non certo utopica , molto si potrebbe fare già da ora, non solo nel nostro strano paese dove l’analfabetismo di ritorno ed una scuola chiusa, inutile per i più e a senso unico hanno vanificato l’educazione e il vero senso di solidarietà ed onestà nella maggior parte della gente che viene invece sopraffatta dall’ignoranza e dall’ egoismo. Questi potrebbero essere i primi utili passi in una sorta di lista delle azioni propedeutiche ed ineluttabili verso una democrazia laica e libertaria.

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« Il fondamento della vita in comune è l’educazione ed è tempo di una vera e propria rivoluzione in campo educativo: educazione incidentale, libera, senza muri e orari, senza competizione, forte e aperta a tutti i saperi, senza discriminazioni e separazioni di sorta.

Il fondamento dell’equità è la lotta allo sfruttamento e alle diseguaglianze che generano ricchezze e povertà. Occorre ridurre queste disuguaglianze agendo sulla forbice tra redditi e ricchezza personale o collettiva  con un tassazione che riduca gradualmente la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi al massimo (massimo!) a 12 volte. (CFR Le Facteur 12”) Qualsiasi profitto serve a garantire una vita dignitosa e deve essere per forza reinvestito per la ricerca, il sociale e ridurre la dipendenza della vita dal lavoro.    

Le libertà ed i diritti civili conquistati con tante lotte e sacrifici nei secoli sono intoccabili e vanno ampliati (aborto, divorzio, unioni civili, concetto obsoleto di famiglia, lotta alle discriminazioni sessuali, di religione, di provenienza geografica…) 

Nazioni, patria e  frontiere sono concetti di altri tempi e dei tempi delle guerre. La solidarietà  collettiva e individuale tra umani e soprattutto  verso le persone vittime di guerre, fame, carestie e danni provocati direttamente o indirettamente da colonizzazioni, predazioni multinazionali e mercanti e impresari di paesi diventati ricchi sulle spalle del terzo mondo è una legge di civiltà per tutti, in Italia, in Europa, nel mondo.

La gratuità e l’accesso totale alle cure  di qualità  per tutti in qualsiasi situazione personale, geografica  e anagrafica sono diritti fondamentali. Occorre sottrarre al mercato la salute e la medicina.

Occorre togliere gradualmente al mercato  ed alla speculazione anche altri beni e servizi fondamentali e vitali come agricoltura, cibo, acqua, casa, educazione, ambiente, trasporti…

E’ fondamentale, in attesa della liberazione dalla schiavitù del lavoro, l’ istituzione di un reddito minimo (e di un limite anche massimo per equità)  e di un reddito di cittadinanza universale con fondi tratti dalla tassazione e dalla riduzione di redditi e patrimoni che eccedono la regola equa (e implicitamente scritta anche in Costituzione negli articoli dedicati al lavoro, alla iniziativa privata, alle tasse etc..) del fattore “12”.

È essenziale la tutela globale dell’ambiente naturale e di tutti gli esseri viventi e auspicabile la graduale abolizione di allevamenti intensivi per il mercato dell’ iperproduzione.

La religione è un fatto personale. La società  e lo Stato sono laici. 

E non finisce qui.

Giusepe Campagnoli

22 Maggio 2019

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I conti in tasca

Non sono un economista ma sono profondamente convinto di essere contro l’economia del mercato e del capitale. Come è noto Marx non è stato mai più attuale di oggi negli aspetti fondamentali della sua dottrina, peraltro mai applicata nella storia del mondo. Sono però capace, sulla scorta di dati incontrovertibili, di fare quei quattro conti che dimostrano come molti si sbaglino nell’analisi della situazione politico-economica italiana oppure giochino pericolosamente sui luoghi comuni. Debbo ammettere obtorto collo che gran parte di  italiani  si è comportata in passato come una cicala libertina spesso a discapito di tante  formiche di buon senso, salvo poi, nei tempi di vacche magre che inevitabilmente sarebbero arrivati, comportarsi come dei piagnoni psicopatici o degli arrabbiati che non vogliono ammettere di essere stati essi stessi la causa dei loro mali, supportati da un potere complice e aizzatore.

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Oggi che molti nodi sono venuti al pettine e che i nostri legami con l’Europa sono più delle catene quasi impossibili da spezzare senza danni irreparabili per chi non abbia accumulato beni e capitali in passato, sfruttando, rubando e approfittando delle vacche grasse,  la scelta è solamente tra lo splendido misero isolamento che porterebbe la maggior parte di dipendenti, pensionati, disoccupati a riempire le mense dei poveri lasciando i ricchi così come sono o, peggio, rendendoli ancor più ricchi, oppure una lotta “dal di dentro” per ridurre il colonialismo finanziario e burocratico dell’Europa. La scelta è simile a quella che dovette fare la Grecia stretta tra il Varoufakis splendido combattente per la libertà e la rivoluzione economica a costi elevatissimi per i più poveri e lo Tzipras pragmatico e dialogante con i suoi padroni per minimizzare i danni e contenere la miseria montante.

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La differenza con noi è solo che chi deteneva e detiene i debiti della Grecia erano e sono in massima parte le banche e gli investitori stranieri mentre in Italia i detentori principali dell’enorme debito sono gli stessi italiani anche attraverso le banche, quegli stessi italiani che hanno accumulato e speculato per decenni sulle spalle dei loro connazionali più onesti e lavoratori. Lo sapevate che il debito pubblico e privato insieme dll’Italia è inferiore a quello di Regno Unito, Francia, Spagna? Sapete cosa significa? Chi sa leggere capisce bene che cosa vuol dire: « In base a stime attendibili, il debito pubblico italiano è detenuto per il 65% da detentori italiani di cui banche (20%) , compagnie di assicurazione , (17%), Banca d’Italia (11%), fondi comuni (3%), famiglie (6%) , altri italiani (8%) e per il rimanente 35% da un’istituzione straniera, la Bce , (9%) e poi da investitori esteri (26%). Le istituzioni e gli investitori istituzionali italiani, che sono mani forti, non vendono in massa, non svendono, non speculano contro l’Italia in tempi di crisi » Ma le banche e i ricchi privati italiani come hanno accumulato? Sono evasori? Ladri? Speculatori? 


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Lo Stato è povero e parte dei cittadini molto ricca. Ecco. Non occorre un genio per capire. Con chi dovremmo prendercela allora? Con chi piange miseria avendo approfittato in passato e continuando imperterrito anche oggi a rubare e accumulare ricchezze spesso volate anche all’estero o con chi ci ha imposto un sistema economico e politico iniquo e colonialista? Io credo con entrambi. Agendo finalmente con il muso duro verso le istituzioni europee egoiste e guidate dai membri più proterviamente capitalisti ma non senza aver prima, con la giusta decisione, rapidità e fermezza combattuto  i cittadini e le imprese italiani che hanno evaso miliardi, sfruttato, operato da criminali nel lavoro e sui mercati, generando povertà e disoccupazione a livelli insopportabili e quelli che hanno accumulato beni e capitali, doppie triple e quadruple case, barche e ville nei paradisi esteri, auto e beni di lusso e magari oggi fingono anche di essere vessati dal fisco! Questa è l’unica strada. Non mi pare che i partiti e i movimenti che sbraitano tanto di libertà e giustizia sociali abbiano in mente di fare tutto questo mentre gridano al golpe e si appellano ad una Costituzione che non hanno mai letto, distorcono a loro uso e consumo o, peggio, fanno finta di voler salvaguardare  strizzando l’occhio proprio alle categorie dove si nascondono i ladri e gli sfruttatori sotto l’ombrello benevolo del dio Mercurio che, guarda caso, è proprio il protettore dei ladri e dei mercanti insieme. Prima gli italiani? Io direi prima gli uomini, prima la loro dignità da qualsiasi parte provengano e prima di tutto l’equità sociale, la libertà e la fraternità che non esistono se non viaggiano insieme. Le strade che restano sono quindi due: quella parlamentare che passa attraverso una difficile unità della sinistra, da quella del PD ex PCI a quella di Potere al Popolo e alle frange che hanno votato imprudentemente gli equivoci cinquestelle e quella extraparlamentare delle piazze e di una nuova resistenza porta a porta. Lottiamo comunque ognuno quotidianamente contro la violenza, la sopraffazione e la politica nazional-socialista che sta montando di nuovo pericolosamente. Lottiamo anche con l’educazione che ha più forza di qualsiasi propaganda.

29 Maggio 2018  Giuseppe Campagnoli

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La bella Costituzione quotidiana

di Giuseppe Campagnoli

Chi governerà lo farà bene e onestamente solo se darà una risposta concreta e rapida agli articoli più vicini ai cittadini e più suscettibili di applicazione immediata per un minimo di equità sociale. Questo è il nodo della nostra Costituzione e ancora valido e da applicare.

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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Lavoro per tutti secondo la propria preparazione,i propri meriti e la propria capacità,con redditi adeguati a questi meriti e capacità comunque commisurati solo ad una vita dignitosa. Il lavoro come mezzo per soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali, non per il profitto e l’accumulo, non per la speculazione e l’arricchimento. Ricordiamo che dietro ogni ricchezza anche piccola c’è sempre un crimine.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. 

Le forme e i limiti della costituzione sono le libere elezioni e il parlamento in una unica Camera  e tutto ciò che vi è connesso. Il popolo esercita la sovranità indirettamente attraverso rappresentanti qualificati e scelti secondo delle regole democratiche. Non è attuabile alcuna forma di democrazia diretta: diventerebbe una pericolosa forma di demagogia e populismo. I cittadini comunque debbono poter scegliere i propri rappresentanti nominalmente. Sarebbe utile limitare tutti i mandati politici ad un quinquennio. L’unico mandante è il cittadino, non il partito o il movimento politico.

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Tasse: per superare il plusvalore e creare la società degli eguali

Prendo spunto da un mio vecchio editoriale su La Stampa « Plusvalore e disvalore » per declinare il concetto di tasse come un formidabile deus ex machina capace di equilibrare economicamente la società fino a condurla ad un assetto da società degli eguali. Al di là dei marchingegni politico propagandistici delle tasse progressive o di quelle flat comunque fondate più o meno sull’iniquità e sul disequilibrio, una tassa sana e giusta oltre ad essere ineluttabile (l’evasione è sanzionata in modo pesante e senza perdono) deve essere in grado di sancire l’idea che il diritto ad un reddito e al possesso di beni per avere funzione sociale  (come si recita nelle più avanzate carte costituzionali dall’era moderna in poi) deve avere dei limiti in baso ed in alto tali da preservare le garanzie ad una vita dignitosa (con pane e companatico) e a dei servizi fondamentali (salute, istruzione, abitazione,tempo libero) uguali per tutti. Ciò comporta che la tassazione deve giocoforza ricondurre redditi, rendite e patrimoni a livelli minimi (vita dignitosa) e massimi (vita un po’ più che dignitosa). Se si considera che un reddito minimo annuale ( assicurati i servizi essenziali e i benefits di cui si è detto) non possa andare al di sotto della soglia di una vita dignitosa ogni anno, un reddito massimo, patrimoni compresi (in base all’investimento in studi, alla professione, ai rischi ed alle responsabilità) non può superare le 10 volte (e sarebbe più che generoso!) questo reddito minimo. Il resto diventerebbe evasione, furto o sottrazione al patrimonio comune di servizi fondamentali. La differenza all’interno di questa forbice (ammesso che l’accumulo sia proibito o contemperato da tasse che riconducano i minimi e i massimi entro limiti) dipende dalla capacità di risparmio o dalle scelte di investimento di quel plusvalore controllato tra il reddito di sopravvivenza  e il valore massimo percepito. Non ci sarebbe molto da fare. Allo stato attuale occorre “plafoner le revenues” con accorte politiche su salari, compensi e costi di merci e servizi, e imposizione di tasse calibrate sul mantenimento della forbice tra redditi minimi e massimi per ogni contribuente. I patrimoni esistenti finanziari o immobiliari o altro vanno tassati di conseguenza. Non si potrà più speculare privatamente su casa, salute, istruzione etc. e quindi il tutto andrà gradualmente ricondotto ai limiti di reddito, rendite e patrimoni indicati. Nessuno potrà avere in totale (tra guadagni, beni, investimenti etc.) più di dieci volte il reddito minimo. La tassazione provvede piano piano a ricondurre tutti al concetto di vita dignitosa eliminando ricchezza e quindi povertà senza di fatto livellare pesantemente alcunché. Tutti  saranno liberi di guadagnare ed avere beni entro questi ragionevoli limiti! Non è abbastanza?

Se una forza politica  si impegnasse in un progetto del genere sarei il primo a darle il voto. Altrimenti astensione, in attesa di tempi migliori, lottando per tempi migliori. Con l’equità sociale così concepita il mondo potrebbe vincere sulla fame, sullo sfruttamento, sulla povertà e forse anche sulle guerre. Non più mercanti ingordi e padroni , non più competizione e classi, non più homo homini lupus.  Tutti sarebbero egualmente ricchi ed egualmente poveri senza dover rinunciare praticamente a nulla se non al lusso ed all’ipersuperfluo. E non sarebbe utopia perchè potrebbe essere applicata senza sforzo da domani stesso, solo che si volesse.

Giuseppe Campagnoli Dicembre 2017

 

 

 

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Elezioni

Il popolo sovrano o il popolo bue?

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In questa ineffabile attesa di un evento elettorale sopravvalutato e sottovalutato da troppi mi sento solo  di riportare uno scritto, veramente fuori dai cori contrapposti ma egualmente sguaiati, che condivido pienamente e di cui non sto a citare la paternità perché vorrei lasciarlo al giudizio dei lettori solo in base al contenuto e non all’etichetta che sempre si vuole affibbiare ad ogni idea espressa.

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Uccellacci e uccellini

Mi chiedo sempre di più come mai, anche i sedicenti progressisti e libertari continuano a muoversi come se il sistema economico e sociale capitalistico  e il libero mercato siano ormai assodati come un atto di fede. Questa religio  che spesso si muove accanto e in sintonia con i culti e con la politica anche quella che si dice essere rivoluzionaria è il dramma del nostro mondo contemporaneo ed è quella che sta facendo arricchire una minima parte dell’umanità che è sempre quella che sfrutta e domina e che invece fa impoverire fino alla disperazione, drammatica quando si verifichino catastrofi umane e naturali, miliardi di donne e di uomini. Il diavolo (dia-bolè) sta nei dettagli ed anche nelle piccole cose. Nella nostra misera Italia ce n’è per tutti. Le parole del nostro titolo di oggi guidano un racconto che si ripete ogni giorno e che oggi, in ore di referendum e terremoti, ci fa riflettere profondamente e ci muove ad un impeto di ribellione.

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La Costituzione che nel SI o  nel NO tanto sembra stare a cuore a tutti, nei suoi più importanti articoli, relativi alla dignità, al lavoro ed allo stato sociale, poco ricordati e poco praticati nella loro vera essenza, recita:

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita`, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarieta` politica, economica e sociale.

Art. 3.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta` e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilita` e la propria scelta, una atti-vita` o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della societa`.

Art. 36.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantita` e qualita` del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se ́ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa e` stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non puo` rinunziarvi.

Art. 37.

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parita` di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore [31]. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.La legge stabilisce il limite minimo di eta` per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parita` di la- voro, il diritto alla parita` di retribuzione.

 Art. 41.

L’iniziativa economica privata e` libera. Non puo` svolgersi in contrasto con l’utilita` sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla liberta`, alla dignita` umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perche ́ l’attivita` economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali .

Art. 42.

La proprieta` e` pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprieta` privata e` riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti
La proprieta` privata puo` essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredita`.

Lo spirito della legge appare tendere alla garanzia delle pari opportunità ed a stigmatizzare le iniziative private economiche tese al solo profitto personale senza essere indirizzate e coordinate a fini sociali come quelle pubbliche, né più né meno. Se il dettato costituzionale fondamentale fosse applicato non ci sarebbe più bisogno di beneficenza, carità e mecenatismo se non nei casi in cui “ad impossibilia nemo tenetur”.

E sarebbero diritti inalienabili e sottratti al mercato il cibo, la salute, la casa, l’istruzione e il lavoro.

Basterebbe applicare queste semplici indicazioni, come è d’obbligo, e non avremmo evasione fiscale, enormi e criminali differenze tra redditi e rendite. Basterebbe questo per non avere bisogno di dipendere dalla carità pelosa di turno o dal mecenate autocompiacente che si fregia di aver salvato basiliche, castelli, opere pittoriche, per la sua gloria ed il suo portafoglio.

I casi Della Valle (mecenate del Colosseo intitolato a Tod’s, della scuola di Casette d’Ete intitolata alla sua famiglia e ora dell’opificio di Arquata)  e Cucinelli (grossier parvenu anche lui e improbabile testimonial, monaco laico misticheggiante dell’ora et labora benedettino) sono le spie di un’ anomalia evidente del nostro sistema economico che non si allontana da quello dei secoli passati in cui dominavano e sfruttavano i nobili prima, i mercanti, i banchieri (spesso coincidenti) impresari e finanzieri poi. Che si facevano perdonare dal popolo,dal Papa e dall’Imperatore, comprando favori e indulgenze con i danari donati alle chiese, ai pittori e agli scultori di cose di Dio e con le elemosine affinché tutto restasse così com’era.

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Alla loro mercè erano l’arte, l’architettura, il pane dei poveri, le guerre di conquista, la politica e il “buongoverno” delle città.Proprio come oggi. E noi ci limitiamo a gigioneggiare in tv a prostrarci in ringraziamenti e a osannare i nuovi mecenati e i nuovi benefattori pro domibus eorum.

“La Basilica di Norcia, in gran parte crollata a seguito dell’ennesimo terremoto che ha colpito il Centro Italia, verrà ricostruita. Lo ha promesso l’imprenditore perugino Brunello Cucinelli, fondatore dell’omonima casa di moda specializzata nella produzione di maglieria pregiata in cashmere. L’immagine della basilica, che ha fatto il giro del mondo, lo ha toccato a tal punto da convincerlo a fare una promessa a Folson Cassian, il priore americano del monastero di San Benedetto.”Sarà apprezzato l’ineffabile mecenate presenzialista e buon venditore di sè stesso se accantoalla basilica e al convento offrirà anche di contribuire a ricostruire case e vite distrutte mettendo a disposizione per sempre i suoi guadagni personali eccedenti il giusto vitalizio di massimo 5000 euro lordi mensili. Questo dovrebbero fare tutti quelli i cui redditi eccedono immoralmente quelli necessari ad una vita dignitosa come recita quella parte della Costituzione di cui poco si parla. I soldi che mancano allo stato per aiutare nelle catastrofi sono nell’evasione fiscale e nei superprofitti privati. Non è con la carità pelosa che si fa del bene.”

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Tutti sono ancora preda di questi mostri che sono il capitalismo e il mercato.Spesso edulcorati in etico, sostenibile, dal volto umano….Ne sono preda i politici, gli imprenditori, i professionisti, i docenti, gli artisti, i comunicatori, le religioni e le chiese, gli intellettuali e gli scienziati…E il mondo per questo si affretterà ad estinguersi. Che fare?

Giuseppe Campagnoli 3 Novembre 2016

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Il merito che distrugge le società.

Prendo spunto dal libro “La société des Egaux” e da una vecchia intervista a Pierre Rosanvallon per tornare a formulare idee e pensieri che pare esperti, politici, giornalisti bendati e mezzibusti non capiscano o non vogliano capire e su cui continuano a pontificare “ad usum delphini” anche in questo caldo scorcio d’estate.

I pensieri sono semplici e chiari. Solo una società fondata su una reale uguaglianza può sconfiggere i mali del nostro secolo. La società diseguale è una minaccia globale. Le differenze sociali sono sempre più marcate e il disastro morale e civile è alle porte, nonostante gli ottimismi di facciata di un capitale liberista morente. La coesione sociale fa passi indietro pericolosi e la società condanna fenomeni che sono prodotti da regole e sistemi che però in fondo continua ad accettare.Si denunciano le retribuzioni scandalose di managers e finanzieri e non ci si indigna per gli emolumenti enormi di certi avvocati, medici, artisti, calciatori, giornalisti, scrittori…Si continua ad accettare il falso assioma che il merito possa produrre differenze economiche enormi mentre la vera democrazia, quella fondata sull’uguaglianza, sta morendo. Nelle fratture sociali allora si insinuano i populismi che esaltano un senso di comunità e cittadinanza falso e spesso basato sulla difesa di alcune corporazioni, sull’intolleranza, sul razzismo e sulla scarsa percezione che nella politica, anche quella dei partiti, non tutto sia da buttare. Per sconfiggere queste pulsioni occorre solo promuovere fermamente una società fondata sull’uguaglianza. Se dagli anni ottanta la meritocrazia e l’uguaglianza di opportunità sono divenute importanti è egualmente cresciuto l’individualismo trasformato da universale a singolare nell’era dei consumi.Il liberismo ha reso sacro il consumo insieme al merito finalizzato a questo ed al suo mercato che si fonda sulla concorrenza generalizzata.

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Occorre elaborare una filosofia dell’uguaglianza che non significa egualitarismo e appiattimento. Dovrebbe essere un’uguaglianza relazionale e coniugata con il bisogno di singolarità. Bisogna dare a ciascuno i mezzi della propria individualità senza discriminazioni e con una forte educazione alla reciprocità che esclude del tutto la competizione e la sopraffazione che è la regola dell’attuale libero mercato. “C’è reciprocità quando ciascuno contribuisce in modo equivalente ad una società dove l’equilibrio dei diritti e dei doveri è lo stesso per tutti”. E’ necessario per questo mettere l’uguaglianza al centro dello spazio sociale e della vita di relazione anche pubblica e politica: una uguaglianza che genera redistribuzione economica e che, di fatto, non ha più bisogno della meritocrazia perché non è su questa che si fonda. Un saluto a tutti i saggi!

Giuseppe Campagnoli

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Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

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Ecco il mondo che piace a chi ha il potere. Anche chi si contrappone alla politica si muove in questi confini. Pochi parlano di lotta alla ricchezza, troppi di lotta alla povertà.

C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie.
Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e popolazioni inermi, procurandosi il bottino che il Centurione Procolo propose per lui in premio oltre al soldo usuale.
Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere che non rinnegò mai. Accrebbe i suoi beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che dal suo. Vendeva i suoi prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare.
Alla sua morte passò i beni ai suoi figli che continuando a sfruttare schiavi e a vendere a più del dovuto consegnarono agli eredi una fortuna in campi, armenti e servi della gleba. Passarono le invasioni barbariche che invece di impoverire i nostri eroi, attraverso complotti, assassinii e ruberie li fecero diventare signorotti del loro territorio con tanto di castello e foresta.
Estesero i loro possedimenti con la violenza e la prepotenza verso i confinanti, non pagando sempre le gabelle all’imperatore o al papa mentre passavano secondo la convenienza ora dalla parte dell’uno ora dalla parte dell’altro. Avevano avviato anche una proficua attività commerciale che, dati i loro innati talenti truffaldini, diventò l’attività principale. Vendevano manufatti realizzati sfruttando una manodopera quasi da schiavi, anche se la schiavitù “ufficiale” stava pian piano scomparendo nel mondo.
La famiglia crebbe e si trasferì dal centro al nord dove riusci anche a fondare una banca diversificando così le attività, per così dire, speculative. Passò il tempo e i discendenti, eredi a volte incolpevoli di tanto ben di dio, sempre più ricchi, alla fine dell’800 ebbero anche l’idea di avviare un opificio. I servi della gleba e i mezzadri si trasformarono in operai ma i padroni erano sempre gli stessi. Per mantenere i patrimoni ereditati senza lavoro e senza scrupoli, occorreva mantenere i profitti senza alcuna remora di tipo sociale e men che meno morale. Attraversarono indenni le lotte operaie, la guerra, la ricostruzione e caddero sempre in piedi per le loro eccezionali abilità trasformiste. Alla metà del secolo scorso la famiglia intraprese anche una parallela attività nell’edilizia e cominciò a darsi all’attività finanziaria moltiplicando il grande patrimonio accantonato nel tempo con spericolate speculazioni nel “mercato” che cominciava a caratterizzare il capitalismo moderno. La famiglia ora può anche contare su alcuni membri laureati all’estero, sopratutto avvocati ed economisti e altri entrati con successo in politica o nell’editoria . Altri ancora si stanno impegnando  nell’antipolitica in movimenti populisti o conservatori. Parte del parimonio è già all’estero e non ritornerà più se non in minima parte con condoni e perdoni vantaggiosi. Gran parte delle attività è stata decentrata dove sia più facile sfruttare, rubare, maltrattare e uccidere l’ambiente, gli animali e le persone e dove esiste ancora una specie di servitù della gleba e di libertà dalle giuste gabelle!

Ecco perché qualcuno disse  che dietro ogni ricchezza piccola o grande che sia c’è sempre un crimine,piccolo o grande che sia.
Così sono nati e si sono perfidamente evoluti, mutatis mutandis, il libero mercato e l’imprenditoria, le professioni liberali e liberiste, i mercanti e i mediatori, piccoli e grandi, sempre difesi a spada tratta dai media e dai politici e antipolitici gregari, amanti e servili verso il liberismo e il profitto in nome del meschino “diritto” alla libera impresa, annessi e connessi inclusi. Tanto poi per i poveri, che debbono restare poveri, c’è l’elemosina, la religione e l'”ascensore sociale”! E c’è chi parla ancora di invidia! Buone vacanze a tutti.

Riscritta e attualizzata  da Giuseppe Campagnoli, Luglio 2016

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Contro tutte le correnti!

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Ara Pacis “in vitro”

Cominciamo il 2015 con  una prima serie di considerazioni rigorosamente controcorrente e politically incorrect sulle varie arti che trattiamo in questo blog.

Arte delle arti 

I BLUFF DELL’ ARCHITETTURA, DELLA MUSICA E  DELLE ARTI CONTEMPORANEE. Ho scritto molte volte e forse invano di che cosa credo debba essere considerato arte e cosa no, che cosa debba essere considerato architettura e che cosa solo una macchina o uno strumento urbano tecnologico. Anche per la musica vale lo stesso discorso sia  classica o popolare. La differenza sta spesso tra il virtuosismo, l’abilità manuale e l’ispirazione poetica (dal poiein di classica memoria). Molti grandi poeti cantanti sapevano suonare male o poco mentre molti mediocri artisti erano e sono, quando va bene, solo dei grandi talenti della manualità meccanica e vocale sostenute dalle moderne tecnologie.  La pittura, la scultura, la decorazione, l’architettura, la musica, la danza e varie altre attività espressive dell’uomo  diventano arte sotto certe condizioni. Queste condizioni non sono presenti nei numerosi artisti locali che hanno riempito la maggior parte degli spazi pubblici e delle provincialissime “pinacoteche moderne” che molti  comuni piccoli e grandi vantano, ma non sono presenti anche in molti nomi delle arti e dell’intrattenimento nazionale e internazionale. La capacità mediatica e di convincimento di critici, televisioni, giornali e social networks ha creato molte stars fasulle e inconsistenti, gradite al mercato e non rispondenti per nulla a quelle che io chiamo le regole d’oro dell’opera d’arte: la fisicità, la gratuità, l’universalità, la immediata capacità di trasmissione estetica  (versus l’anestetico), la grande cultura che trapela sottotraccia dall’autore, dalla sua scuola certa e consolidata. Quando l’architettura, ad esempio, travalica la funzione specifica del suo essere fisico e tecnico e trasfigura verso l’estetico, raccontando o evocando storie ed emozioni in tutti (e dico tutti) diventa arte. Altrimenti è un oggetto d’uso come un’automobile o un tavolo, una nave o un martello, piacevole o sgradevole che sia. Ciascuno credo debba essere in grado di riconoscere  con sicurezza se un poeta è anche un artista, così come un cantautore, un musicista, uno scrittore, un architetto, un danzatore.

Arte della politica 

IMPRONTA ECOLOGICA, GLOBALIZZAZIONE, EQUITA’, DEMOGRAFIA IN EUROPA. Secondo una interpolazione delle formule scientifiche, ormai assodate, sull’impronta ecologica e la sostenibilità demografica l’Europa non potrebbe sostenere più di 200.000.000 di abitanti in condizioni di vita solo accettabili se fossero equamente distribuite risorse e ricchezza. Oggi siamo circa 713.000.000! E la crisi? E le migrazioni da altri continenti che paradossalmente hanno molte più risorse naturali vanificate e rese inutili o accaparrate da moderni colonialismi, da guerre tribali, religiose ed economiche, e sovrapopolazione? Vogliamo riflettere senza ipocrisie e pensare a soluzioni concrete per il futuro? Le nazioni della vecchia Europa, sempre più in crisi e sempre meno ricche, per evitare che si avveri il presagio sociologico di Alexander Mitscherlich o Ulrich Beck, debbono pianificare, insieme agli Stati economicamente avanzati del mondo e all’ONU, una politica urgente e non più rinviabile di sostegno effettivo all’emancipazione politica e sociale delle regioni da cui partono i flussi migratori favorendo la fine di conflitti tribali, religiosi ed economici e soprattutto imponendo l’estinzione della colonizzazione occidentale ancora attuata pervicacemente da multinazionali, da imprese occidentali e orientali e, non raramente, da ONG ed enti di beneficenza e cooperazione abilmente dissimulati. Lo spazio vitale e le risorse del mondo sarebbero sufficienti per tutti a patto che si possano attuare sensate politiche demografiche, educative e culturali valorizzando in chiave moderna l’ambiente, le tradizioni e le  storie di ogni popolo. Nella metafora dei vasi comunicanti della ricchezza e povertà i livelli si debbono progressivamente avvicinare fino quasi a pareggiarsi. Le parole comode di tanta politica, religione e filosofia: carità, elemosina, solidarietà si debbono rapidamente trasformare in sforzi verso garanzie di pari opportunità, emancipazione ed equità sociale.

Arte del cibo 

MAC DONALD’S, EATALY E SLOW FOOD. Le mode esistono anche nel mangiare. Se il colosso Mac Donald’s cede timidamente al “local” rispetto al “global” e propone piatti quasi a km 0 fondati sulla tradizione dei luoghi in cui opera, Eataly si vanta di essere rigorosamente global e trasferisce il “meglio del cibo” italiano ovunque nel mondo non preoccupandosi dell’inquinamento dovuto al trasporto né del fatto che, come dicevano i nostri anziani contadini e pescatori, i prodotti del mare e della terra non possono essere consumati nemmeno a qualche decina di metri di distanza dai loro luoghi perché si perderebbe l’odore, lo spirito intrinseco della loro origine e tutta la cultura che si respira, come ambiente, arte e storia nei siti della loro nascita e cura. Ho provato, per curiosità e dovere di cronaca, un pasto in una Hamburgeria di Eataly ed ho ricevuto cibo nella media, servizio come un qualsiasi fast-food a prezzi non proprio popolari. Un grande bluff? Certo è che la globalizzazione che sradica le cose belle e buone dal loro contesto geografico  fa enormi danni alla cultura e alla salute per un mito del cibo “etnico” che ha mostrato, nel tempo, tutti i suoi limiti di qualità e di sostenibilità. Slow Food suggerisce, pur nei limiti della sua dimensione di impresa in questo mercato fondato sul profitto e sulla libera impresa, qualche strada percorribile per la determinazione della libertà dei popoli in merito al diritto ad una sana ed adeguata alimentazione. Note critiche emergono comunque su alcuni aspetti come viene evidenziato nelle pagine di Wikipedia: “Nonostante i lodevoli obiettivi ci sono altri problemi che non vengono affrontati. Ad esempio, senza alterare in modo significativo la giornata di lavoro delle masse, la preparazione del cibo in una maniera slow food può essere un onere aggiuntivo a chi prepara il cibo (spesso donne). Al contrario, la società più benestanti possono permettersi il tempo e le spese di sviluppo di ‘gusto’, ‘conoscenza’ e ‘discernimento’. L’obiettivo dichiarato di Slow Food di preservare se stesso dal “contagio della moltitudine” può essere visto come elitario”.

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Tempi di crisi. Chi paga?

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

La crisi e le manovre finanziarie si abbattono soprattutto sui dipendenti pubblici. Congelamento degli stipendi, prelievi forzosi ai pensionati, blocco del turn over, innalzamento dell’età pensionabile. Molti lavoratori del settore privato, probabilmente, avranno pensato che in fondo gli sta bene, perché si è abituati a pensare che quello dei dipendenti pubblici sia un pozzo senza fondo di lavoratori privilegiati e assenteisti. Ma quanti sono i dipendenti pubblici in italia? e nel resto d’Europa? Il nostro paese è perfettamente nella media e nettamente al di sotto di paesi leaders come Francia e Germania. L’unica differenza è che a parità di lavoro e meriti i nostri sono pagati meno della metà!
Se poi pensiamo che dipendenti pubblici significa medici, infermieri, insegnanti, militari, magistrati, vi sembrano davvero troppi?
Chi denigra l’amministrazione pubblica dovrebbe rivolgere forse le proprie attenzioni altrove: evasione fiscale da parte di chi può farlo, profitti scandalosi di imprese, commercio e artigianato, stipendi anomali per professionisti, giornalisti vip, calciatori, attori..etc.etc.

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Prima delle vacanze

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Queste vacanze 2014  qualcuno le potrà passare divertendosi e spendendo gli ultimi danari o quelli che ancora guadagnerà in abbondanza non si sa come e non si sa perchè. Qualcun’altro invece trascorrerà il tempo rovente  rimpiangendo, dalla poltrona di casa o dalla sdraio sul balcone, le stagioni, in cui bene o male, poteva viaggiare e svagarsi grazie ad una maggiore equità sociale. Io vi ripropongo  una riflessione sulla microteoria economica e sociale che ritengo sempre più valida ed attuale.

L’ efficienza sociale

È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione, nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito.

Tutti possono fare altrettanto?

Giuseppe Campagnoli, pubblicato su La Stampa in Luglio 2013

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Non è mai troppo tardi.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Alcuni esperti, allarmati per il crescente fenomeno dell’analfabetismo funzionale di ritorno nella popolazione italiana, a partire addirittura dagli anni ’60  (come effetto delle riforme della scuola di allora) propongono una soluzione che a me non pare del tutto peregrina. Si tratterebbe di richiamare ciclicamente ( come per il servizio militare!) i cittadini ad un test di competenze linguistiche, scientifiche, artistiche e di cultura generale, a partire dalle classi di oggi retrocedendo negli anni fino a quando il test non dia risultati statisticamente accettabili. Chi non superasse il test (costruito su rigorosi  parametri internazionali) dovrebbe, per riprendere la propria attività nella società civile, frequentare un corso, per così dire, di riabilitazione e conseguire una specie di “patente” valida per un periodo da  stabilire. Quanti sarebbero quelli non idonei? E quanti tra chi si occupa di politica, impresa, comunicazione e cultura? Le sorprese sarebbero infinite. Ma l’investimento in questa operazione sarebbe l’indispensabile avvio del risanamento della scuola e della società italiane. Una provocazione? Forse. Ma non tanto. Credo anch’io fermamente che l’ignoranza sia all’origine di tutti i nostri mali attuali e che debba essere combattuta con coraggio e con ogni mezzo.

Giuseppe Campagnoli

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Il dovere di sognare.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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École maternelle publique “Les Petits Moineaux”- Rue Gray, 126 – Ixelles (Bruxelles)

Nel ricordare il geniale maestro Manzi, da uomo che ha passato una vita nella scuola, non posso non pensare ai danni irreparabili che sono stati fatti negli ultimi quarant’anni. Mi rimprovero, da docente e da dirigente di non aver combattuto abbastanza per il diritto negato ad una scuola più rigorosa, più seria e quindi più efficace, contro riforme pensate da tecnici e politici incompetenti e/o in mala fede. Il pernicioso analfabetismo funzionale di cui soffre oggi un’ampia fetta della popolazione italiana diffonde i suoi effetti nefasti sulla concezione della vita, sul lavoro, sulla capacità imprenditoriale, sull’autonomia di giudizio, sul voto e su molti altri aspetti della vita. Ma soprattutto incide in modo pericoloso sulla percezione della democrazia e della libertà. Ho vissuto il troppo letterariamente abusato sessantotto in modo critico, grazie al mio carattere da “bastiancontrario riflessivo” e credo che parte dello stato della scuola italiana di oggi abbia origine da quei tempi e da quei principi travisati ed abusati. L’insieme delle norme e dei comportamenti (a partire dall’infausta riforma della scuola media) sulla formazione dei docenti e sulle carriere scolastiche degli studenti, sulla gestione della scuola, sui curricoli e sulla valutazione, sulle relazioni sindacali e sui rapporti interni alla scuola e tra la scuola e la società, ha inesorabilmente reso il sistema educativo, dalla scuola primaria e secondaria, fino all’università, una fabbrica di ignoranza ma, ahimè, anche di presunzione e supponenza dove le eccezioni confermano solo una diffusa e consolidata regola. E’ inutile entrare nei dettagli discussi e ridiscussi negli ultimi anni ma è utile lanciare un appello affinché le cose cambino anche “copiando” con umiltà qualche eccellenza dei vicini europei, per iniziare a percorrere la strada di un sistema educativo e dell’istruzione più internazionale, teso a colmare il differenziale con altre nazioni che, proprio grazie al loro modo di concepire ed attuare l’istruzione, stanno combattendo concretamente e con successo la crisi economica globale per assicurare un futuro ai loro giovani. La ricetta è sempre quella del buon senso e del coraggio insieme: moltiplicare almeno per 10 gli investimenti, dare in mano a personalità capaci, competenti e “di trincea” le leve per migliorare e consolidare ciò che già funziona ma cambiare subito e con coraggio ciò che non funziona. Non vedo ancora chi lo stia facendo.

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Investimenti in istruzione e cultura in Europa

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L’economia. Quella vera.

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