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Educazione Francia istruzione Italia

Dissertazione leggera su istruzione ed educazione

Dissertazione sulle educazioni in tempo di epidemia di sapienti diffusi.

Prendo spunto da un appello collettivo su Libération di oggi legato alla questione delle scuole parentali per riflettere ancora sull’idea concreta di educazione coniugata con le difficoltà del tempo. Si tratta di un appello a doppia faccia perché l’educazione non va comunque parcellizzata tra outdoor, parentale, senza quello o senza questo, cooperante, dei piccoli e grandi paesi e delle piccole e grandi scuole, laboratori qui e là, ma resa totale e diffusa con una virtuosa integrazione tra pubblico e volontario incidentale sia esso sociale  che familiare e finalmente frutto di un virtuoso repertorio tra le mille spurie esperienze storiche e attuali. Superare le “educazioni distratte” per una unica educazione diffusa pubblica, cioè collettiva e sostenuta da tutti, è la via migliore per garantire pari opportunità a tutti nella vita e per non cedere ad élite opportuniste o esibizioniste spazi tali da privilegiare parti della popolazione a discapito di altre. L’ educazione (con tutto ciò di implicito che si porta dietro: istruzione, formazione, crescita consapevole, partecipazione, eguaglianza, gioco, ambiente, etc..) non deve separare  e classificare ma unire e rendere liberi e autonomi servendosi delle risorse della collettività (stato, finché ci sarà, cittadini, associazioni, politica, cultura, arte, natura…).

“In Francia (come in parte anche in Italia) l’istruzione è obbligatoria, ma i bambini possono essere istruiti al di fuori del sistema educativo statale o anche di qualsiasi istituzione scolastica, ciò che comunemente si chiama «istruzione parentale » secondo il principio della libertà pedagogica garantita. Da poco più di vent’anni, i governi successivi, sia di destra che di sinistra, non hanno cessato di limitare progressivamente questa libertà a colpi di rimaneggiamenti delle norme sull’istruzione e di restringere così la morsa del controllo istituzionale statale sulla formazione dei bambini che si sono visti imporre una «base comune», dei livelli successivi e, più recentemente, addirittura un abbassamento dell’età a partire dalla quale l’applicazione delle norme educative e l’acquisizione delle conoscenze e competenze dovranno essere controllate.

Oggi, vietando l’istruzione a domicilio, il presidente della Repubblica eliminerebbe ogni possibilità di istruirsi diversamente. Potremmo indirizzare le nostre argomentazioni contro questo disegno di legge in molti modi. Potremmo evocare, ad esempio, il carattere offensivo di una tale legge rispetto ad una libertà che riteniamo fondamentale, non solo in quanto permette di garantire il rispetto della diversità delle scelte educative, sociali, culturali, economiche, in sostanza, delle scelte di vita. In tal modo, mostreremmo come questo progetto si inserisce in un quadro più ampio di restrizione delle libertà individuali e di impoverimento del modo di vivere. Potremmo anche denunciare, non tanto il carattere irrisorio e tutto sommato poco influente o piuttosto il valore simbolico di questa misura, ma invece la sua evidente, palese, scandalosa inadeguatezza rispetto ad un problema mal identificato e descritto, quello del «separatismo» religioso o, cerchiamo di essere più diretti, del «separatismo» che è in gran parte un prodotto dell’intolleranza per esempio, nel caso della Francia e non solo, verso la comunità musulmana e delle discriminazioni che subisce anche in fatto di cultura.

Vorremmo invece soprattutto evocare la deriva sicura di una classe politica che sa gestire la violenza solo attraverso più controllo, quindi più violenza. Vorremmo ricordare un’altra convinzione, fonte di sofferenze: quella secondo cui la scuola deve, in via prioritaria, garantire la sicurezza dei bambini, quella secondo cui essa potrebbe proteggerli, come pure l’insieme della società, da tutti i suoi mali. Probabilmente lo fa, in un certo senso, per alcuni figli di genitori estremamente violenti o deboli. Ma il «racconto» della scuola omette sistematicamente di evocare la violenza strutturale dell’istituzione scolastica. Non ci riferiamo qui solo alla violenza nelle scuole (racket, molestie, ecc.). Si tratta di una violenza di situazione che produrrà atti di violenza: quella che consiste nel raggruppare in un luogo chiuso e separato dalle altre attività umane tutti i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni (o più) per impartire loro un insegnamento inadeguato alle loro esigenze di sviluppo, ai loro ritmi e alla loro sensibilità. La scuola è la causa principale della drastica riduzione del tempo libero dei bambini, di cui molti psicobiologi, come Peter Gray o Hubert Montagner, hanno mostrato gli effetti deleteri. La scolarizzazione esercita una presa totale sulla costruzione dei figli e causa rotture affettive con la famiglia. D’altra parte, la sociologia, che così spesso ci confronta con le nostre illusioni, ha dimostrato a più riprese come la scuola, anche ammettendo che sia riuscita ad elevare il livello globale d’istruzione della popolazione da un secolo, non riesca a ridurre le disuguaglianze, ma le produca o le riproduca. La scuola ha anche prodotto un male nuovo: «l’insuccesso scolastico»(misurato con i parametri del nostro sistema mercantile e competitivo)

L’ambiente familiare non ha del resto il monopolio delle violenze (fisiche, psicologiche, sessuali) Queste infatti si verificano anche tra le pareti della scuola, dove figure di autorità possono essere tentate di abusarne continuamente.. La violenza sessuale sui minori, in particolare, che ha luogo nell’ambiente familiare, può talvolta essere riprodotta e replicata a scuola dalle sue vittime su altrettante vittime. Se ricordiamo tutti questi fatti, non è per chiedere l’abolizione della scuola (ne siete sicuri?) ma per mettere le cose in prospettiva e mostrare i limiti delle promesse di un governo che sbaglia: no, più scuola e meno libertà, non ci premunirà contro la violenza. Le salvaguardie, spesso, generano le violenze che dovrebbero prevenire, instaurano una falsa sicurezza e sono deleterie. La fine della possibilità di vivere e di istruirsi fuori dalla scuola (e non al suo margine), o addirittura libera dalle costrizioni di una società scolastica, rappresenta non solo una privazione, una negazione di libertà, un’impossibilità di scegliere il proprio stile di vita, ma anche un impoverimento culturale dello stesso ordine di quello che consiste nell’uniformare, standardizzare, normalizzare, calibrare gli individui secondo una logica di gestione meccanica industriale della vita. Tutto in nome di un pretesto, forse di una menzogna: quella della sicurezza. La sicurezza è sempre stata la scusa di coloro che vogliono instaurare più controllo, smantellare gli ultimi bastioni di diversità e di autonomia, piuttosto che riflettere su modi diversificati, resilienti, flessibili, non polizieschi e soprattutto collettivi di gestione delle violenze. In definitiva, è forse questo che preoccupa maggiormente e, in questo caso, la minaccia «separatista» sarebbe un pretesto.

Ancora una volta, il sacrificato è il bambino, definito dalla sua vulnerabilità che esige una protezione in spregio dei suoi diritti più fondamentali. Proteggere un bambino significa costringerlo a vivere e a formarsi in qualche modo? Dovrebbe essere possibile lottare contro gli abusi subiti dai bambini in un contesto familiare «separatista» senza vietare l’istruzione in famiglia.

Firmatari: Yazid Arifi cofondatore dell’Ecole Démocratique de Paris, Elodie Bayart antropologo, Bernard Collot insegnante pensionato, Marc-André Cotton insegnante, Manuèle Lang giornalista, Olivier Maurel professore pensionato, Daliborka Milovanovic filosofo, Thierry Pardo ricercatore, Ophélie Perrin terapista, e Audrey Vernon attrice”

Naturalmente anche questo appello si pone, ahinoi, sempre dentro il recinto della non abolizione della scuola attuale ma della richiesta di libertà di porvi accanto altre forme libere.Una libertà prevista da tante Costituzioni pensate a metà del secolo scorso e sul modello di una scuola più fondata sull’addestramento che sull’educazione ed appannaggio esclusivo o quasi degli stati nazionali. Il lapsus ideale è quello di insistere sul termine di istruzione e non concentrarsi invece su quello più ampio e significativo di educazione. Si continua a lasciare, mettendo incautamente in campo anche le religioni, la porta aperta, purtroppo, a forme talvolta elitarie e settarie di istruzione che moltiplicano la scolarizzazione della società invece di andare nella auspicabile direzione opposta. Ricordo per inciso una mia digressione recente sulle diverse “educazioni” in campo e sulla necessità che ne venga superata la loro fittizia e surrettizia distinzione per passare attraverso una salutare fase di descolarizzazione progressiva in funzione della contemporanea costruzione dell’educazione diffusa che le ricompone, le sintetizza superandole mirabilmente. Scrive Paolo Mottana coideatore del Manifesto della educazione diffusa: “Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Nella presentazione, su di una rivista universitaria francese “Le Télémaque”, di un Dossier denominato proprio “L’ educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, Didier Moreau, docente di filosofia ed educazione all’Università di Paris 8, disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale evocando perfino Cicerone e Platone mentre rammenta un primo utilizzo en passant del termine “educazione diffusa” da parte dell’UNESCO in una accezione riduttiva di mera educazione informale, per giungere alla determinazione, fluttuante ancora nelle nebbie della dissertazione filosofica, che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma infatti che non è solo la struttura formale che rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questo pare essere in definitiva uno slogan sottotraccia dell’educazione incidentale per aree di esperienza che porta direttamente all’educazione diffusa come la intendiamo noi.
Se la famiglia e la scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono una formazione, nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Chiudo ricitando una frase rubata ad una trasmissione recente di France Culture dedicata alla scuola del nostro tempo.

Collage di varie educazioni diffuse. Immagini dal progetto “Bimbisvegli” di Serravalle d’Asti

La classe en plein air, un’idea piena di avvenire ? Mentre si avvicina la ripresa della scuola e pone numerosi interrogativi tra i maestri, i professori, i genitori e gli alunni, diversi ricercatori, pedagogisti, insegnanti e formatori hanno firmato un appello per condividere i vantaggi della educazione all’aperto, nella città e nei suoi luoghi, comunque fuori dalle mura scolastiche soprattutto in tempi di pandemia”

Giuseppe Campagnoli 9 Ottobre 2020

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Francia Italia Politica

Italia. La mia famiglia sarà presto la vostra.

 

Qui per voi la traduzione di un articolo significativo e graffiante, molto graffiante, di Antonio Fischetti autore di Charlie Hebdo, di origini italiane  (Rital nella vulgata francofona) proprio come il fondatore del giornale Cavanna. Non posso non dargli ragione per molte cose evidenziando anche  il fatto, come dice anche Jean Paul Fitoussi che l’Italia e la Francia fingono di fare politiche opposte e di contrastarsi mentre invece, in realtà, è la stessa politica che perseguono, più o meno in ogni campo. Ma i paesi del sud Europa dove cominciano?  Con la geografia o con la cultura? Uno stesso parallelo tocca Spagna, Francia del Sud e Italia del Centro nord fino ai Balcani. Perchè la Francia si chiama fuori e immagina che la cancrena razzista nasca solo dall’Italia?

 

Di Antonio Fischetti

“Il giornalista Roberto Saviano autore del best-seller Gomorra ha dichiarato in una intervista a Le Monde: “Osservate l’Italia, probabilmente state guardando il vostro futuro“. Come ha potuto questo popolo di migranti arrivare ad eleggere un governo populista e di estrema destra? Per comprendere tutto ciò, io, figlio di immigrati “ritals” sono tornato a trovare i miei cugini rimasti in Italia.”

Non ci vado spesso ma comunque è da lì che io vengo. Da qualche parte in Italia c’è un paese che concentra tutti i miei geni da un tempo illimitato ( che hanno delle buone probabilità di risalire a Giulio Cesare!): Banzano, in provincia di Avellino, a una cinquantina di chilometri da Napoli. Una piccola montagna  alcune ville opulente, pochi disoccupati, quasi zero migranti  (i più vicini sono a Napoli ma la maggior parte di essi ci passa solo). Ora, come in tutto il sud d’Italia, il Movimento 5 Stelle è fortissimo : il suo leader Luigi Di Maio è originario proprio del posto e deputato della regione.

I miei genitori sono venuti in Francia dopo la seconda guerra mondiale per cercare lavoro. Mio padre era muratore coma la gran parte degli immigrati italiani. Negli anni 60 e 70 non era raro sentir insultare i “macaroni” venuti a “sottrarre il pane ai francesi” (e secondariamente ad rubare le loro donne). Ho degli zii e delle zie emigrati in Germania, in Svizzera, in Argentina. D’altronde gli italiani hanno invaso una buona parte dl pianeta (negli USA uno dei più celebri rappresentanti di questa immigrazione era un certo Charles Fischetti guardia del corpo e cugino di Al Capone). Sappiate anche che il giornale che leggete ora è stato fondato da un figlio di “Rital”: Cavanna. Ma torniamo alla mia famiglia. Una decina di zii e di zie con  due o tre figli per coppia fanno un buon centinaio di cugini e nipoti. Le loro attività ruotano su tre settori: edilizia, mozzarelle e concerie.

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Francia PARIGI Racconti Turismo Varia umanità viaggi

Paris impressions et reves

 

Una serie di impressioni visive della “mia” Parigi 2016. Tanti ricordi si intrecciano fin dal mio primo viaggio a metà degli anni ’70. Tante volte sono stato per diletto, per lavoro e per nostalgia. La città non migliora, cambia come cambia l’Europa. Ma in qualche angolo nascosto resta intatta l’anima di Lutetia, di Robespierre, di Lautrec, di Yves Montand e Piaf, di Aznavour e Paolo Conte  e anche di Salomè L’amor impossible.

Des impressions  et des reves  de ma Paris pendant 40 années depuis le 1977.. La ville change comme l’Europe et ma vie. La ville me conduit à travers Salomè dans un amour impossible qui est la ville meme, moi meme, elle meme, elles meme.

 

Giuseppe Campagnoli Maggio 2016

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Charlie Hebdo Corano Costume Francia islam Varia umanità

Le dame velate dell’islam

Gli esibizionisti del velo.

Prendendo spunto da un episodio avvenuto a Sciences Po a Parigi, Charlie Hebdo è intervenuto sul tema dell’ipocrisia e del velo islamico. Abbiamo tratto una sintesi dal pezzo di Gérard Biard.

“Smettiamola di girare intorno al velo. Smettiamola, soprattutto, di vederlo per ciò che realmente non è: uno strumento di emancipazione, o per quello che non è più: l’espressione innocente di un credo religioso.”

L’happening presso Scienze politiche a Parigi,una scuola destinata a formare giornalisti, ricercatori, analisti politici e…presidenti de la République, consisteva nell’invitare tutti gli studenti ad indossare il velo per vedere l’effetto che fa con una motivazione pseudo egalitaria.

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fotografia e video Francia Varia umanità viaggi

Parigi oh strana! Il corto.

Dopo il breve racconto sulla mia “gita ” familiare a Parigi, propongo, sulle immagini del precedente articolo, il brevissimo corto che ne è scaturito. La musica è artigianalmente del sottoscritto come le riprese. Dal Boulevard de l’Hopital a Saint Germain de Près, un passaggio al caffè Procope e la chiusura al Jardin des Plantes con il mio ormai proverbiale rondeau! Non dico nulla per pudore della disavventura del nostro pied-à-terre targato AirBnB che per una volta non si è dimostrato affatto all’altezza del marchio : sporco, senza alcuna sicurezza (elettrica, idraulica , di gas) pieno di effetti personali degli ospiti sparsi qua e là, lenzuola non pulite e letti scomodi e sfatti, un cesso più che una toilette di meno di un metro quadro, nessun armadio e nessuno strumento di pulizia. L’unica cosa bella ma avventurosa la scala elicoidale in legno che si vede all’inizio del cortometraggio. Singolari i quadretti un po’ naives e onirici sparsi nelle pareti e l’oggettistica retro dell’alloggio. Di fronte alle nostre finestre c’è l’antico, famoso, seppure deturpato da un terribile corpo anni sessanta, Hopital Pitié Salpètrière, di cui il mio amico Denis mi ha raccontato mirabilmente l’interessante storia anche un po’ autobiografica.

Giuseppe Campagnoli

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Francia Storie Varia umanità viaggi welfare

Parigi, oh cara!

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Una settimana a Parigi. La quarta volta nella mia vita nella città che io chiamo “effimera”. La prima, un incontro fatale di gioventù, la seconda, segnata dalla prosaicità di un viaggio studio con i miei studenti dell’istituto d’arte, la terza per diletto e turismo, la quarta per visitare un figlio che vi studia e lavora, ma soprattutto per avere il, tempo di far emergere, dopo le esperienze precedenti, una cocente delusione tra l’apprensione dei fatti di attualità, la malinconia di un luogo ferito e la scoperta, infine, di una città piena di contraddizioni che forse fanno capire molto di quanto vi succede e vi è successo di terribile. Contraddizioni che cominciano dal tempo di Marzo dove in una giornata di minuto in minuto, si passa dal sole caldo, alla pioggia, al vento impetuoso, alla grandine e persino alla neve. Contraddizioni che proseguono con l’ostinazione della gente di viverci ancora tutta insieme parallelamente,a prima vista senza integrarsi: turisti, bobos, riccastri e clochards, spacciatori e meretrici, mistici e fanatici con i segni delle loro superstizioni, poliziotti e soldati, fricchettoni e hippies retro. Una città ricca ma miseranda per le strade e nelle peggiori banlieux, crogiolo di paura e di godimento, di rabbia e fanatismo, di curiosità e gigionismo, di sfruttamento e cinico mercato ma anche di benefattori, filantropi e idealisti egalitari. La delusione è che il bene non pare abbia prevalso sul male. E per bene intendo la sintesi del motto “Libertè, egalitè fraternitè” che restano ancora solo parole. Le prepotenti fioriture primaverili ai Giardini del Lussemburgo mentre grandina  e tira un vento gelido del nord rappresentano la metafora di tutto questo, forse verso un futuro migliore che fatica ad affermarsi, un po’ come tutta la vecchia Europa.

Per non essere i soliti turisti albergati abbiamo alloggiato in un tugurio malsano ed insicuro ma di “lusso” perché in centro. Dei bohémiens a prezzi da quattrostelle per scendere ogni giorno i tre piani di una bella e impossibile scala elicoidale in legno.

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Abbiamo fatto la spesa nei mercati, girato per tram, treni e metro preclusi ai disabili, telefonato e presi caffè a prezzi da ricchi borghesi senza pensieri. Non è una città dove vivere bene. Solo i bobos e i ricchi esibizionisti la possono amare ed apprezzare a pieno, grazie alle loro risorse (acquisite e consolidate come?) Studiare nel pubblico costa poco ma tutto ciò che è intorno compensa e supera abbondantemente questi vantaggi e obbliga a trovarsi più lavori per poter reggere i costi barcamenandosi tra gli orari. Ecco perchè gli amici Erasmus e interni di mio figlio nella scuola prestigiosa che frequenta sono tutti ricchi rampolli della borghesia industriale o mercantile italiana, francese, tedesca, britannica o cinese !  Lavorare a Parigi è la regola della precarietà e lo sfruttamento a gogo, ed ora, tanto per gradire, stanno facendo una legge decisamente peggiorativa per chi lavora, simile al nostro “progressista” job act! Ho scoperto che già nel settecento un medico come Basaglia, Philippe Pinel,  sosteneva che i matti non dovessero essere legati! Ho pensato però che certi matti “consapevoli” di oggi forse lo dovrebbero essere!

Alla fine del viaggio due cose certe da dire ci sono: la fortuna di aver reincontrato dopo quasi quattro anni il mio simpatico Denis, amico parigino, veramente amabile e ospitale che mi ha fatto dimenticare per qualche momento quella Parigi irriconoscibile ed altri amici un po’ distanti. Per finire un saluto maliconico al nostro amico ideale per affinità culturali e musicali Gianfranco Testa che solo in una certa piccola bella Parigi era apprezzato.

Giuseppe Campagnoli 30 Marzo 2016

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arte artisti cultura Francia Musei storia dell'arte Varia umanità

Coincidenze. O il furto più incredibile della storia.

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Parigi, 21 agosto 1911

Ore 5:30 

Cara madre,

 ogggi è lunedi una giornata calda e umida. Mi sono alzato presto perche non riuscvo a prendere sonno questa notte forse per il gran caldo, perche la mia nuova stanza e piccola e viene poca aria da la finestra tra i palazzi tutti ataccati del nuovo quartiere. Non e un gran posto ma ci hanno mandato qua perché ora lavoriamo per Messiè Gobier. Cominciamo un lavoro inportante al museo di Luvre, dobbiamo ripulire tutti quadri e ricoprirli con il vetro. Ieri mattina presto ci hanno mostrato velocemente i posti. E’ un museo enorme ma noi dobiamo lavorare solo in alcune sale. I miei dolori alo stomaco non passano, mi sento debole e ho spesso dela nausea. Voi come state? Arrivano le lettere del babbo da Lione? La prosima volta vi raconto del nuovo lavoro. Intanto vi mando 200 lire. Non e molto ma meglio di niente.

Mi mancate. Vi abraccio a tutti.

 Vostro caro Vincenzo.

 

Vincenzo piegò la lettera e la ripose nella busta. Scrisse lentamente l’indirizzo di casa della sua famiglia, che a Dumenza attendeva sempre con ansia quelle poche righe.

Vincenzo era emigrato insieme al padre per cercare fortuna in Francia, a Lione, perché in Italia, di lavoro, non ce n’era. Dopo qualche anno, si era spostato da solo a Parigi. Era artigiano: imbianchino e decoratore, quindi sempre a contatto con le vernici. Spesso la notte si alzava per vomitare, e i crampi allo stomaco erano, a tratti, insopportabili. Ma che doveva fare? «Vogliamo lasciare il lavoro per queste cosette?» Andava ripetendo il capomastro a chiunque lamentasse simili disturbi. «Voi siete privilegiati, a poter lavorare qua. Un giorno tornerete a casa che avete fatto fortuna! » Rideva sornione. «Ma se a qualcuno non sta bene qualcosa, quella è la porta. Andate. Tra cinque minuti ne trovo un altro, giovane, forte e bell’e pronto a lavorare, senza lamentarsi!» Pure Vincenzo era giovane, faceva trent’anni a ottobre, ma non era forte: era piccoletto e cagionevole. E però lavorava di buona lena lo stesso. Nonostante il saturnismo, la malattia da cui era affetto per via del piombo nelle vernici.

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Italiani e francesi.Parenti serpenti?

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E’ di questi giorni una specie di contesa a distanza sul savoir faire, sulla correttezza politica ma anche sull’opportunismo mercantile di due nazioni come l’Italia e la Francia (Renzi e Hollande) difronte alla visita del premier iraniano Rohani. Gioielli segreti si, gioielli no, maiale si, maiale no, champagne si, champagne no. In sottofondo si percepisce una sempre quella rugginetta storica tra cugini europei. A tal proposito, proprio ieri mi è giunto un racconto privato lucido, dettagliato ma esauriente  sugli stereotipi d’oltralpe verso l’Italia, questa volta, per paradosso, indirizzati al meno italiano degli italiani per indole e difetti, una specie di eccezione virtuosa (come del resto ce ne sono più di quanto si possa pensare). Un giovane studente Erasmus bravo, impegnato ed educato, che per scelta salutista e di piacere personale non beve, non fuma e non si fa di caffeina, alloggiato presso una famiglia (a pagamento e non proprio a buon mercato) per il suo periodo di studi a Parigi viene invitato a cena dalla sua ospite decisamente cortese, disponibile e simpatica (come del resto anche altri commensali). Nel consesso spicca ahimè invece, unico, un anziano galletto che appena può, in un crescendo poco comprensibile se non ricorrendo ai fumi di champagne, investe il povero ragazzo malcapitato, che cerca di difendersi nei limiti dell’educazione che altri dimostrano di non avere, con battute sarcastiche e pesanti sul suo non bere e non fumare e soprattutto sul suo essere italiano (mama mia! italiani coglioni! colpevoli di tutti i mali d’europa! se non bevi e non fumi almeno fai sesso? gli italiani non sono così!). Nel procedere del discorso sempre più incalzante e spinto dallo pseudoscherzoso al decisamente isterico e cattivo, si scopre che l’ineffabile parente sarebbe un insegnante di matematica in pensione, sedicente socialista e persino laico ed ateo.

Non sto a descrivere l’amarezza e la delusione del nostro studente, che ha provato da solo  a rintuzzare gli attacchi (!) provocatori e sostanzialmente stupidi di un interlocutore che avendo probabilmente il triplo dei suoi anni avrebbe dovuto mostrare la saggezza propria di quell’età, del suo vecchio mestiere di educatore e delle idee che dice di professare. Il dispiacere alla fine del convivio è stato forte anche per la mancata solidarietà  degli altri commensali, gentili, in evidente imbarazzo ma abbastanza omertosi e inerti rispetto alla antipatica situazione, proprio come certi italiani. Il linguaggio scurrile e gli argomenti antiitaliani del figuro facevano meravigliare per lo stridore con il suo professarsi progressista, laico e di sinistra. Verrebbe da dire Mon Dieu de la France…con tutto quel che segue se non fosse che per noi, di buon senso, non basta un rappresentante, seppure illustre, dell’ignoranza e dell’inciviltà transalpina a farci cambiare idea su un intero popolo che con il nostro ha condiviso per secoli cultura, storia e civiltà  e che oggi soffre la violenza e il terrore anche per le colpe storiche di una Europa colonialista da una parte e del suo essere patria illuminista della laicità dall’altra. Ricordo non a caso il pensiero ammirato del mio concittadino Leopardi nei confronti della Francia che pure all’epoca aveva invaso a più riprese le nostre terre con la scusa sempre tanto abusata nella storia di “liberarci”. Una consolazione comunque c’è: pare che il signore in questione fosse in partenza per una emigrazione definitiva in Thailandia: ” la terra dei sorrisi”!

 

Giuseppe Campagnoli

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