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Oh che bel castello! Potrebbe essere un bel portale educante.

 

Una storia emblematica e purtroppo ricorrente e assolutamente multipartisan nell’ Italia dell’abbandono progressivo di beni storici e artistici  e spreco di risorse pubbliche è quella del castello di Montefiore di Recanati, dove si intrecciano anche passaggi di architetti con una certa affinità elettiva come il sottoscritto e Giancarlo de Carlo che, oltre ad Aldo Rossi, per idee contrapposte ma ricongiunte come in una circonferenza infinita sono stati i miei riferimenti culturali  originari anche se oggi ampiamente superati ed aggiornati.  Questa storia che si intreccia con la mia biografia e la mia vecchia professione, tanto amata e tanto odiata, è tornata in evidenza di nuovo e di recente,  in conseguenza ad un ripresa di interesse locale per il monumento.

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Il monumento

Punto forte del sistema difensivo duecentesco del Comune di Recanati verso Osimo costruito sulle rovine del castrum Montali, la fortificazione fu ristrutturata e rinnovata dal 1405 per tutto il XV secolo con l’aggiunta della torre centrale in funzione di avvistamento per la guarnigione già presente. Il castello divenne una vera e propria rocca con cassero e rivellino. Si trasforma nel tempo, venute meno le esigenze difensive, in borgo rurale  a partire dal seicento e le tracce di sedime delle abitazioni all’interno della corte sono solide, evidenti e fanno parte integrante della storia del manufatto. Permane nell’ottocento il borgo con 29 famiglie di artigiani, braccianti e filatrici più la parrocchia. Il borgo murato è completo a metà ottocento ma viene demolito negli anni successivi secondo la perniciosa filosofia conservativa e purista del tempo. Restano tracce del sedime e rari documenti catastali gregoriani della struttura interna della cortina abitata. Una foto del 1920, dopo alcuni interventi di consolidamento e restauro statali e comunali otto-novecenteschi (compresa la rampa d’accesso) mostra ancora un corpo (la chiesa) interno alla cinta muraria poi demolito insieme ad altri.

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L’idea di un recupero possibile

Nel lontano 1987 l’idea di recuperare il Castello, un presidio dal disegno e dalla storia originali, venne proposta all’allora Amministrazione del Comune che la accolse con qualche ambiguità e con qualche riserva ma la fece sviluppare fino a che non divenne un progetto vero e proprio con tanto di approvazione, dopo varie vicende burocratiche, della Soprintendenza competente.  Nel 1990 a progetto definitivo completato arrivò il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici con alcune prescrizioni utili alla realizzazione delle opere, ed una sorprendente indicazione di mantenere la rampa di accesso in muratura (novecentesca) forse perché realizzata a suo tempo proprio su progetto di quell’ufficio. Il progetto completo di preventivi particolareggiati, di diagnosi e cura dei dissesti, di particolari costruttivi di strutture murarie, arredi fissi e mobili e impianti tecnologici, compreso un plastico in legno, fu consegnato definitivamente al Comune. Ma del progetto, dopo alterne vicende burocratiche, che non sto per pudore ad elencare, non si  fece nulla.

Le linee principali del progetto

Il progetto di consolidamento, restauro e riuso prevedeva di destinare la struttura a botteghe artistiche ed artigiane, una ludoteca pubblica e un centro di documentazione con biblioteca, emeroteca e audiovisivi,, in sostanza un polo educativo e culturale che con qualche intervento accessorio e aggiornato potrebbe ben essere oggi una delle basi e dei portali dell’educazione diffusa. L’impianto avrebbe dovuto essere integrato, nella corte, da strutture prefabbricate in legno che avrebbero riprodotto la fisionomia del vecchio borgo sorto all’interno delle mura tra il 1500 e il 1800.Una mini città educante.  Partecipò al progetto anche il noto e compianto artista  Loreno Sguanci che disegnò una scultura-stele  simbolica da porre all’esterno della cinta muraria. Un parere estremamente utile e lusinghiero per i due giovani progettisti fu espresso in una lettera dall’Arch. Faglia consulente del FAI e dell’Istituto Italiano dei Castelli che lo visitò insieme al principe di Galles in un viaggio a Recanati. Collaborarono ufficialmente al progetto redatto dagli architetti Giuseppe Campagnoli e Giancarlo Stohr, giovani studenti di architettura e neo architetti alle prime armi. Il progetto era pronto quasi esecutivo ma ben tre amministrazioni di diverso colore non riuscirono o non vollero  realizzarlo.

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I progetti  successivi

Le amministrazioni succedutesi nel tempo, pur avendo già un progetto pagato (nella sostanza valido anche dopo trent’anni per la sua attualità, soprattutto nelle destinazioni d’uso previste), da cui partire per il restauro e  riuso del castello, diedero  incarichi ad altri professionisti, tra cui uno studio legato a Giancarlo De Carlo, di cui si vedono alcuni rendering e disegni qui sotto, suscitando anche l’attenzione della Corte dei Conti che dovette intervenire con gli esiti noti ai cittadini di Recanati. Successivamente, alla fine degli anni ’90, furono effettuati alcuni minimi interventi per un uso parziale come teatro all’aperto e per l’accessibilità alla torre maestra. Pare che non siano stati effettuati interventi di consolidamento delle fondazioni. Oggi si torna a parlare del castello (perché di castello si tratta) . Cosa succederà? Che si possa riparlare di un uso culturale ed educativo? Che possa diventare un bel portale aperto al territorio, alla campagna ed alla città? Per una città educante sarebbe un bel gioiello da recuperare ad un uso veramente attivo e permanente con biblioteche, botteghe, radure, anfiteatri all’aperto, costruiti come  in un bello scenario di apprendimento incidentale ed esperienziale, seppure nella sua contenuta dimensione che comunque è un pregio di dimensione umana. Nemo propheta in patria come suggerisce la storia in quel di Recanati e poi di Pesaro e Urbino per realizzare architetture per l’ educazione diffusa…ma non si può mai sapere.

Giuseppe Campagnoli Luglio 2019

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Le archistelle pontificano

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Disegno di Calatrava per Genova

E’ di qualche ora fa la notizia che nella gara tra le due stelle architettoniche dei ponti (pontifices) l’ha spuntata il senatore Renzo Piano. Due ponti, due città, due storie di segni  e una sola filosofia. Venezia e il ponte di Calatrava, Genova e il ponte di Piano. Facili sarebbero le battute se non fosse che ne va dell’architettura, dei soldi pubblici e del decoro di due città emblematiche. Nota è la vicenda del ponte pedonale che conduce al piazzale della stazione a Venezia opera di Santiago Calatrava, multinazionale dell’architettura come Renzo Piano, che mantiene alcune criticità di statica, di barriere architettoniche, di gradini, di costi in generale. Il progetto del ponte di Genova, per ora solo un disegno e un costo preventivato che pare essere, fino a prova contraria, uno slancio da poetico filantropo  del pluripremiato architetto verso la sua città sarà appaltato alle solite note multinazionali. Ammesso che nel frattempo l’altro pontefice non faccia ricorso con la sua cordata di imprese.

Multinazionali gli architetti e le imprese dunque. Alla faccia di tanti professionisti seri e preparati e forse meno mercantili e tecnologici ma più sociali e artisti. L’arte come mercato o il mercato come arte? Questione di stile? Un tempo si parlava dell’architetto condotto, come il medico, una figura di intermediario sociale tra la collettività, la città e il territorio per curare le loro sane trasformazioni: dalla residenza al verde, dai monumenti agli edifici pubblici, dai ponti e grandi strutture (come si chiamava una materia in cui feci un esame complementare tanto tempo fa). Oggi le “cose importanti” non le fanno più gli architetti ma le imprese di architettura e le loro holdings multinazionali con tanti schiavi disegnatori ai remi. E’ sempre il mercato bellezza!

Progetto del ponte di Genova (Renzo Piano)

Integrando le letture fondamentali della città e del movimento moderno si arriva ad acquisire gli strumenti essenziali alle nostra disciplina, li unici strumenti capaci di portare alla costruzione logica di un progetto che non è nient’altro se non di architettura percvhè per essere tale non deve assolutamente sconfinare in campi che non sono di pertinenza dell’architetto e che invece pretendono di risolvere problem di architettura con strumenti che le sono estranei”
“il concetto di funzione preclude l’essenza autonoma dell’oggetto architettonico,facendone una forma concepita per una specializzazione,mistificando la validità di una operazione progettuale che si configure come la costruzione di un manufatto architettonico o di una parte di città che potranno assumere nel tempo diverse funzioni”
“un intervento da architetti nel territorio deve essere solo un progetto di architettura”
“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia in un luogo che è la città, capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sè stessa”
“E’ solo leggendo e scomponendo la città e il territorio nelle loro parti che può derivare il progetto come costruzione dell’ architettura per ristabilire quell’equilibrio spezzato dalla speculazione edilizia e dagli interventi dissennati sul territorio ”

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Il Beaubourg a Parigi. Quando Renzo Piano ( insieme a Franchini e Rogers) forse era solo un architetto.

“Il tempo, si diceva all’università negli anni ’70, si sarebbe dovuto spendere, almeno per un ventennio, nella ricerca urbana e architettonica per costruire uno stile contemporaneo e collettivo sia per la città che per la campagna, per gli edifici pubblici che per quelli privati e residenziali. Niente di tutto ciò in realtà è stato davvero fatto. Basta osservare il territorio : dell’architettura non c’è traccia. Lo stile contemporaneo è un desolante eclettismo informe, un’accozzaglia di manufatti che non hanno nulla di estetico e sovente nemmeno nulla di funzionale. Se si glissa sul comprensibile ma non accettabile analfabetismo estetico e architettonico delle molteplici figure di paraprogettisti, non si può trascurare il penoso vuoto culturale della maggior parte degli architetti sul mercato e la loro vocazione prevalente e comune anche ad altre categorie di professionisti ed imprenditori al mero profitto o alla elucubrazione stilistica fine a se stessa per farne dei monumenti al proprio ego. Non si capisce nemmeno il  gran successo delle nostre archistelle nel mondo se non con un degrado culturale ormai globalizzzato e che giudica l’architettura prevalentemente dai falsi miti della tecnologia e dalla paraecologia. Non ci sarebbe bisogno di tante elucubrazioni tecno-ecologiche se solo si conoscesse la storia e ci si comportasse di[…]”

Venezia e immagini di ponti della storia dell’arte (Il ponte di Langlois di Van Gogh e quello di Dolceacqua di Monet)

Giuseppe Campagnoli 19 Dicembre 2018

Passi di: Giuseppe Campagnoli. “Questione di stile”. ReseArt blog 2014, 2014. Apple Books. https://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewBook?id=876491744

Leggi anche: https://comune-info.net/2018/12/trasformare-e-riadattare-la-citta-diffusa/

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Le prove del mercato. Invalsi colpisce ancora!

Si sa  che siamo fermamente  contrari a questo tipo di scuola ed al concetto obsoleto e mercantile dell’educazione che si pratica oggi nei paesi del mondo globalizzato. Si sa anche che siamo contrari a qualsiasi forma di classificazione e gara sulle famigerate “conoscenze, competenze e capacità” soprattutto quando fondate sulle perverse tre “I” che imperano ancora e che anche dai programmi politici del “nuovo che avanza” non  pare siano state messe neppure in discussione: informatica, inglese, impresa. Ma non avevamo parlato ancora a fondo della discriminazione palese tra le potenzialità del nostro cervello e del nostro vivere che vede considerare solo alcune abilità come la lingua italiana, la matematica e ora, udite, udite anche la lingua del vecchio e nuovo colonialismo mercantile: l’inglese. Neppure un cenno alle abilità di quella parte del cervello che presiede alle facoltà creative, dell’immaginazione, della rappresentazione e quindi delle arti fondamentali che ancora sono considerate bricolage mentale o appannaggio di rare,  originali, forse anche stravaganti, molto spesso improvvisate figure. Pare che in tutto il mondo l’arte, la musica, il pensiero divergente, la creatività siano degli optionals marginali e irrilevanti per la formazione della persona. Senza l’acquisizione e la padronanza di altri linguaggi che non siano quelli della scuola canonica, la metà della nostra mente invece sarà irrimediabilmente compromessa, al di là di quanto riportano con estrema parzialità le indagini e le rilevazioni internazionali sulla qualità dell’apprendimento scolastico che, con pervicace miopia, insistono sugli stereotipi del saper leggere scrivere e far di conto. Attraverso le indagini OCSE PISA, funzionalissime al mercato globale, si può capire come quella parte essenziale delle conoscenze e delle abilità connessa con la creatività e il fare artistico, prerogativa essenziale, secondo gli studiosi, di almeno la metà del nostro cervello, sia trascurata dalle linee guida dei sistemi educativi.
Le “performances delle competenze” , a livello internazionale, misurate come per una macchina, risultano fondate su rigidi, parziali e anacronistici modelli economici, al limite del saper leggere, scrivere e far di conto trascurando del tutto la creatività , le abilità e le competenze delle arti visuali e tattili, della musica come del movimento del corpo, del teatro e dell’animazione che dovrebbero essere elementi primari dell’educazione e non  corollari quasi ricreativi accanto alle  discipline regine della scuola perchè utilitaristiche e funzionali al capitalismo ed al profitto.

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Privilegiare solamente gli apprendimenti linguistici e logici, umanistici e scientifici ha condotto ad una specie di atrofizzazione cognitiva che ha fatto dell’ arte e del suo apprendimento in Italia e forse anche nel mondo, una specie di riserva per una genialità marginale che “malgré tout” a volte riesce ad avere un successo internazionale soprattutto quando ve se ne ravvisi un utile mercantile. L’ educazione totale va avviata fin dai primi istanti di apprendimento e per tutto l’arco della vita, ricordando che i talenti si costruiscono e si cominciano a consolidare nel periodo di vita da 0 a 5 anni.
E’ fondamentale assicurare pari dignità ad un insieme di abilità e linguaggi che costituiscono il terzo fondamentale asse della formazione dell’ individuo che con gli altri si intreccia e si integra per rendere completa l’umanità.  L’educazione alle arti è un percorso di formazione, anche informale, che si dovrebbe sviluppare per tutte le età dell’uomo, non per una professione – che costituisce solo un segmento del fare arte e non esaurisce affatto l’esigenza umana di produrre e fruire arte nelle sue svariate forme – ma per la completezza della conoscenza e delle possibili abilità.
L’educazione diffusa certamente colmerebbe questo enorme vuoto e i luoghi della città educante sarebbero tutti ricchi di stimoli e di idee e  coinvolgerebbero tutta la sfera di azione della curiosità e dei bisogno di conoscenza ed esperienza  di una persona che cresce.

Giuseppe Campagnoli

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I sophismi di Christo,Ludovico Einaudi e Popsophia.

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15/06/2016 Wahlenbergbreen Glacier, Svalbard, Norway Greenpeace holds a historic performance with pianist Ludovico Einaudi on the Arctic Ocean to call for its protection Through his music, acclaimed Italian composer and pianist Ludovico Einaudi has added his voice to those of eight million people from across the world demanding protection for the Arctic. Einaudi performed one of his own compositions on a floating platform in the middle of the Ocean, against the backdrop of the Wahlenbergbreen glacier (in Svalbard, Norway). The famous musician travelled on board Greenpeace ship Arctic Sunrise on the eve of a significant event for the future of the Arctic: this week's meeting of the OSPAR Commission, which could secure the first protected area in Arctic international waters. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No ventas -No Archivos - Uso editorial solamente - Uso libre solamente para 14 días después de liberación. Foto proporcionada por GREENPEACE, uso solamente para ilustrar noticias o comentarios sobre los hechos o eventos representados en esta imagen. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No sales - No Archives - Editorial Use Only - Free use only for 14 days after release. Photo provided by GREENPEACE, distributed handout photo to be used only to illustrate news reporting or commentary on the facts or events depicted in this image. 15/06/2016. Glaciar Wahlenbergbreen, Svalbard, Noruega Greenpeace organiza un concierto histórico con el pianista Ludovico Einaudi en el océano Ártico para pedir su protección El prestigioso compositor y pianista italiano Ludovico Einaudi ha unido su voz, a través de la música, a la de los ocho millones de personas de todo el mundo que piden la protección del Ártico, con la interpretación de una pieza creada especialmente para la ocasión sobre una plataforma flotante en mitad de ese océano, frente al glaciar Wahlenbergbreen (en Svalbard, Noruega). Einaudi ha viajado al Ártico a bordo del barco de Greenpeac image

Christo, Ludovico Einaudi e Popsohia (o #Popsophismi?) hanno in comune l’effimero, il mercantile e il culturalmente inutile di certe performances. Quello che noi abbiamo chiamato in altre occasioni bricolage artistico assurge a bricolage culturale e mediatico, il peggio del peggio della degradazione delle arti, della filosofia e della musica (che abbiamo anche apprezzato in passato, in altri contesti e con meno ipocrisia) per delle kermesses disneyane e saltimbanchesche dove spesso il pop di popolare sta nel bluff culturale populista e nella diseducazione indotta per la gente, appunto, per il popolo abituato a digerire tutto purché sia sensazionale e “strano”.

Per una volta ci troviamo d’accordo perfino con Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio e continuiamo ad esserlo con i commenti di Flavio Caroli sulle mostre ed i mostri sparsi per questa Italiota supponente post moderna. Non si offendano gli anfitrioni di cotali avvenimenti, la critica è sempre un sano contributo alla crescita, al condurre l'”errore” all’erranza creativa, alla trasparenza ed all’autocritica. sempre che non ci si irrigidisca male propria prosopopaica presunzione.

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Mente confusa o confusamente?

Christo è un gran saltimbanco delle forme e della provocazione. Ha capito da tempo un certo mercato globale dell’arte, inventato dai liberisti d’oltre oceano che hanno lanciato come arte tutto e il contrario di tutto, scambiando per arte perfino la nota denuncia puntuale di Duchamp su ciò che può e deve essere considerato arte. La nostra pagina ARTE.ARTE!ARTE?  descrive bene il pensiero di chi ha passato una vita ad insegnare l’arte e a dirigere scuole d’arte avendone titoli e passione. Avevamo messo Ludovico Einaudi in contrapposizione con un altro saltimbanco del mercato come Giovanni Allevi e ora ce lo ritroviamo nel mercato dell’effimero, seppure mascherato da campagna ecologista. Sappiamo bene come rock stars, attori, scrittori etc. si avvantaggino economicamente  grazie alle loro perfette campagne  di solidarietà e mecenatismo a 360 gradi!

Ma ora scendiamo dalle stelle e torniamo al nostro piccolo orticello provinciale. Qui una versione local sono le ammucchiate-eventi come quello del no profit (?) Popsophia che rubando consensualmente un’idea, in fondo buona ma ben più nota, dai nostri cugini d’oltralpe, sta imperversando per tutta la regione, anche grazie a fondi pubblici e volontariato gratuito, macinando ineffabili consensi istituzionali e anche, ahinoi, di popolo coltivato nelle riforme scolastiche del ’68.  Se per ogni evento simil artistico o pseudo culturale ci si chiede: “cui prodest?” nel caso del baraccone di Popsophia ripetiamo, sperando che giovino, le nostre ricorrenti domande ancora senza risposta.E intanto il tormentone ricomincia a Pesaro dal tramonto che speriamo forse in una promettente metafora.

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Foto di dominio pubblico  tratte dal web

Le paternità di Popsophia

© PoPsoPhia

Il marchio registrato della rivista Lo Sguardo

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La settima stagione di Pop Philosophia in Francia (dal 2008!)

“Lorsque Gilles Deleuze inventa le concept de « pop’philosophie », ce n’était pas pour désigner une nouvelle forme de philosophie, qui ferait de la « pop culture » son objet ou son but. La « pop’philosophie » que Deleuze avait en tête ne se voulait pas philosophie de tel ou tel objet, de tel ou tel moment, ou de tel ou tel phénomène puisé dans l’air du temps ou le flux de l’époque. Au contraire, il y avait quelque chose d’aristocratique, et en même temps d’un peu pervers, dans l’idée de « pop’philosophie » : une manière d’être encore plus philosophique qu’avant, encore plus abstrait, encore plus conceptuel.”…
Da Laurent de Sutter

Nel nostro piccono endroit provinciale le domande parafilosofiche sono invece:

  1. Chi paga?
  2. Chi ci guadagna?
  3. Perché un’associazione culturale no profit dovrebbe usare il reclutamento-sfruttamento di volontarigratisetamoredei?
  4. Perché le scuole e le istituzioni si prestano a questo gioco?
  5. Perché i temi nonostante il prefisso Pop non sono poi così popolari?
  6. E gli artisti? Chi sono molti di questi carneadi?
  7. E le vedettes e i mezzi busti peripatetici della Kultura dominante? Perché sempre gli stessi? Vengono gratisetamoredei?
  8. E la trasparenza?
  9. Dove troveremo un bilancio dettagliato e  pubblico degli eventi?

NOTA BENE: PER AVER ESPRESSO I MEDESIMI DUBBI E LEGITTIME PERPLESSITÀ’ LO SCORSO ANNO SIAMO STATI BLOCCATI E CENSURATI SU QUASI TUTTI I PROFILI E I SITI DI POPSOPHIA. IL NOSTRO MESSAGGIO E’ STATO COMUNQUE RECEPITO DA MOLTI.

PER LA POPTRASPARENZA, LA POPDEMOCRAZIA E ANCHE..LA POPFILOSOFIA SIAMO PRONTI AD INTERVISTARE LE MENTI FORMIDABILI DELLA KERMESSE, SENZA PELI SULLA LINGUA, PONENDO LE NOSTRE 9 DOMANDE 9 E, MAGARI, DISCUTENDO DEL PIU’ E DEL MENO, DELLE ARTI E DELLE LETTERATURE, NONCHE’ DELLE POP SOPHISTICHERIE! SE NON CI SARA’ CONCESSO,COME TEMIAMO, QUESTO ONORE RISPONDEREMO DA SOLI CON LE INFORMAZIONI CHE I NOSTRI BLOGGERS RACCOGLIERANNO IN GIRO.

Giuseppe Campagnoli 23 Giugno 2016

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L’oro d’Italia: l’arte.

Nel mio ampio excursus con gli articoli su ReseArt relativamente a che cosa sia arte e che cosa sia invece solo mercimonio e bricolage redditizio, a che cosa sia l’educazione formale ed informale all’arte in tutto l’arco della vita e in quali luoghi si debba praticare e con quali insegnanti, traspariva l’essenza preziosa di tutte le arti, anche come veicolo, quando sana e reale, di rilancio non speculativo dell’economia di un paese. Mi piace citare una frase del Prof.  Flavio Caroli   che dirime a pieno la vexata quaestio della qualità in campo artistico. Ci si riferiva espressamente a mostre ed eventi di arte figurativa ma il concetto appare valido anche per il teatro, il cinema, la musica, i laboratori “artistici” per infanti, anziani, dilettanti e dilettevoli, le scuole di danza, di canto, di musica, di arti varie che crescono come funghi a volte buoni a volte velenosi, le kermesses cultural popolari di cui oggi è piena l’Italia con alterne sorti di valore (abbiamo parlato e riparleremo presto, per esempio, della nostra vicina Popsophia o “Popsophisma” come l’abbiamo ribattezzata).

ARTE, ARTE! ARTE?

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ineffabile bricolage artistico di uno dei soliti carneadi con una curiosa storia

L’oro d’Italia nella migliore delle ipotesi sta facendo arricchire altri paesi più efficienti o forse più furbi (vedi il Regno Unito con la mostra su Pompei fatta poco tempo fa con i nostri reperti concessi ad una contropartita ridicola), nella peggiore si sta trasformando in rovine materiali e spirituali per il degrado e l’abbandono gridati da anni, la scarsa qualità degli eventi, la speculazione di enti e privati, la superficialità ed il proliferare di associazioni, personaggi e congreghe incompetenti e spesso anche supponenti.

Ecco una galleria di veri artisti, falsi artisti, dilettanti, buffoni, truffaldini e mentecatti,saltimbanchi delle arti. Chi possiede cultura profonda non fatica a riconoscerli.

Il binomio vincente dovrebbe essere più educazione e scuola di qualità per formare artisti, addetti, esperti e managers dedicati, più Stato efficiente ed efficace e meno privato (cfr. Mazzuccato) pronto a speculare e mirare solo al profitto, per sponsorizzare, conservare, allestire, rilanciare e ottimizzare i nostri preziosi prodotti. Arte, turismo, agricoltura e  cultura sarebbe una terna vincente se non fosse ormai quasi troppo tardi.. Si vedono alcuni segnali, ma non bastano e sono stati intempestivi. I giovani ne cogliessero il significato e si preparassero con dedizione e studio a diventare essi stessi dei bravi artisti, storici, musicisti, cineasti, architetti, insegnanti, lasciando in secondo piano i reality, i social perniciosi, i talents, il bricolage artistico provinciale e i truffaldini presenti ad ogni angolo della cultura, e soprattutto l’idea del profitto che è nemico di tutte le arti.

Giuseppe Campagnoli

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Carlo Franzini (Saturnino) e Alberto Spadolini (Spadò)

due veri artisti al margine.

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Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre!

Dopo aver visitato la mostra dedicata a Giovanni Boldini ai Musei San Domenico di Forlì, e la mostra sul Liberty nella stessa sede ora tocca a Piero della Francesca e pare che perseverare diabolicum sit. I cerberi addestrati nelle varie sale placcavano e tampinavano quando non emettevano grida improvvise e perentorie verso chi solo provasse a rivolgere il proprio smartphone o la propria digitale verso una qualsiasi opera, o anche solo verso il muro! Quanto a “Piero della Francesca: indagine su un mito”, quattro o cinque quadri di Piero e troppo altro intorno. Specchietti per le allodole del mercato. L’idea era buona ma ci aspettavamo molto più Piero e meglio collocato tra i tanti studiosi, le tante citazioni e i tanti rimandi anche troppo lontani. Ma una cosa ho assodato ed è stato utilissimo, se ce ne fosse bisogno: grandi artisti moderni, dai macchiaioli agli impressionisti, da Balthus a Hopper, lo avevano visto, letto, studiato, disegnato. Tanti falsi artisti analfabeti del mercato, oltre alla scuola formale o informale purché rigorosa, hanno fatto altrettanto con lui e con altri geni del passato?

Nelle immagini qui sotto, la locandina-specchio e quella che per onestà e un pizzico di suspence avrebbe dovuto essere.

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Quanto alla libertà di fotografare e ridisegnare le opere per tracciare la storia della propria visita, mi piace riportare di nuovo (della serie gutta cavat lapidem!) una bella lettera aperta pubblicata sul Corriere di Como già nel Marzo 2014. Lo scopo di chi fotografa con onestà e competenza è scrivere una nota o un appunto, fare uno schizzo nel proprio diario per una memoria colta dei propri viaggi di studio, non certo assicurarsi una specie di trofeo consumistico. Credo sia il perfido mercato dei cataloghi e delle proprietà delle opere (auspico che l’arte, quella vera, sia un giorno tutta pubblica e lasciamo le botteghe al bricolage artistico di tanti pseudo artisti di cui è pieno il mondo !) ad imporre tali divieti e il mercimonio plateale che si fa ancora dell’opera d’arte.

“Lettera aperta al direttore della Triennale e colleghi.
In Italia molti responsabili di esposizioni, musei, mostre sono nemici giurati delle macchine fotografiche del pubblico. Ma perché? Io vedo tre ragioni.
Primo motivo: alcuni oggetti (quadri, tele, carte) possono essere davvero rovinati dai flash. Secondo motivo: si vogliono tutelare i diritti d’autore dei musei. Terzo: si vogliono vendere i cataloghi.
Obiezioni. 1: per proteggere gli oggetti, basta proibire i flash, non le macchine fotografiche. 2: per avere un’immagine commercializzabile, pubblicabile, vendibile bisogna avere delle condizioni che in genere il pubblico non ha: bisognerebbe togliere tutti i vetri, inclinare gli oggetti in modo opportuno rispetto alla luce, perché sia ben illuminato, non abbia strani riflessi di luce, di fari e faretti, di oggetti che sono di fronte e che sono, magari, degli oggetti a righe. Le foto realizzate dal normale visitatore non riescono a esser commercializzabili. 3: se poi il problema è quello di vendere i cataloghi, non tutti dopo aver pagato il biglietto e il viaggio possono pagare anche il catalogo. Chi poi va a vedere le mostre gratuite, a volte va a vederle proprio perché sono gratuite e se deve pagare il catalogo invece del biglietto siamo al punto di prima. E in ogni caso nessuno può permettersi di pagare tutti i cataloghi di tutte le mostre che vede.
Quindi: perché non lasciamo che il visitatore si faccia le sue foto, anche bruttarelle?
Sono bruttarelle, ma sono le sue, gli servono da promemoria: quando va a casa, guarda una foto brutta, chiude gli occhi e pensa l’originale bello; guarda la foto di una didascalia e va a cercarsi su Internet o sull’enciclopedia chi è quell’autore. Perché questo non si deve fare? Perché non dare questo sostegno alla memoria?
In tal modo una cosa vista una volta diventa davvero patrimonio di chi l’ha vista, diventa un fatto culturale, non rimane una cosa vista una volta, mordi e fuggi.
Altrimenti vedere una mostra sarebbe come mangiare un gelato: quando l’hai mangiato non c’è più.
Dico male? Buon lavoro a tutti quelli che lavorano per la cultura.
Caterina de Camilli”

Giuseppe Campagnoli 16 Maggi8o 2016

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Arte ed educazione

“L’educazione e l’istruzione in campo artistico in Italia sono un sistema dal passato glorioso ma dal presente in via di estinzione per mancanza di progetto organico e di risorse. Il mercato dell’improvvisazione e del casual la fa invece da padrone.” Il declino dell’educazione alle arti nel nostro Paese: una situazione a cui è necessario porre rimedio con buone idee e buone pratiche, prima che sia troppo tardi.

 

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Ho scritto molte volte sul tema dell’educazione e dell’istruzione artistica in Italia. Ho l’impressione che, da quanto sta accadendo, io abbia vestito gli amari panni di Cassandra.

L’argomento si lega in maniera inscindibile con le problematiche della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e artistico italiano e con quelle della produzione artistica e progettuale contemporanea.

Insieme a dei volonterosi colleghi abbiamo provato inutilmente a creare una rete di soggetti privati e pubblici da impegnare nella ricerca finalizzata alla promozione di un sistema organico dedicato all’educazione, alla formazione e all’istruzione in campo artistico attraverso la valorizzazione delle preziose esperienze storiche italiane attualmente in fase di smantellamento. Il progetto sta incontrando enormi difficoltà anche per la tendenza a curare il proprio orticello piuttosto che tutto il campo e per l’abitudine tutta italiana di evitare accuratamente di “fare sistema”.

È ormai assodato che il concetto di educazione e formazione si riferisce all’acquisizione di uno dei linguaggi fondamentali della vita dell’uomo accanto alla comunicazione scritta e orale alla formazione scientifica e logica mentre l’istruzione afferisce alla costruzione di competenze professione o anche alla pratica disinteressata dell’arte e alla sua comprensione.

I due percorsi debbono essere egualmente solidi nel sistema educativo e dell’istruzione italiana, per assicurare conoscenze e pari opportunità a tutti i cittadini da utilizzare per la comprensione e la fruizione delle diverse forme d’arte e per la scelta di professioni in campo artistico e progettuale.

Abbiamo assistito in questi tempi alla proliferazione di associazioni, enti, che si dichiarano tutti interessati al mondo della formazione artistica o della tutela del patrimonio italiano mentre vanno a caccia di fondi a destra e a manca, ottenendoli molto spesso per vie “politiche” in cambio di risultati non proprio esaltanti.

Nella esperienza personale raramente ho ancora trovato un sodalizio che non guardasse prioritariamente a un suo privato orticello di corporazioni e lobbies politiche, professionali o imprenditoriali. Sarebbe sicuramente più proficuo unire gli sforzi per studiare e rifondare l’intero campo del sistema educativo italiano dedicato all’arte recuperando e rivalutando tutta l’esperienza pregressa. 

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Beni culturali ed equità.

 

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Equità e cultura. La Stampa 10 Gennaio 2013

Giuseppe Campagnoli

Non ci sarebbe bisogno di raccolte fondi per il recupero del nostro patrimonioculturale, storico e artistico se solo si facessero pagare le tasse – equamente – a tutti. Vi sono delle Associazioni e degli Enti culturali «storici» in Italia che pervicacemente continuano a muoversi sulla strada dell’ipocrisia promuovendo iniziative, appelli, ricerche di fondi per il recupero e il mantenimento del nostro patrimonio culturale, storico e artistico senza far parola dell’unica forma veramente efficace di tutela: l’equità. Sono Enti e Associazioni nate spesso per la salvaguardia in primis di patrimoni molto «privati» con la scusa del pubblico. Non si dice quasi mai che le risorse verrebbero miracolosamente trovate se solo si facessero veramente pagare le tasse a chi le deve, se si combattesse incisivamente l’evasione, se si tassassero pesantemente tutti i patrimoni immobiliari, finanziari e le rendite sopra i 300 mila euro l’anno. In una più ampia prospettiva si dovrebbe fare finalmente una politica dei redditi tale da abbassare il differenziale (lo hanno detto perfino due papi della chiesa cattolica) tra minimi e massimi a uno o due punti. Si dovrebbe determinare la diversità  solo in base  alla reale preparazione in funzione delle condizioni di partenza e dei bisogni effettivi, alla responsabilità del lavoro svolto (qualunque esso sia) e dai risultati conseguiti, sia nel pubblico che nel privato. A ciascuno secondo le proprie capacità e i propri bisogni.Si dovrebbe imporre ai privati di reinvestire nella ricerca nella cultura e nell’innovazione il surplus di ricavi, rendendo di fatto tutto il mondo dell’impresa sostanzialmente «no profit» senza pregiudicare i fattori di rischio e gli investimenti iniziali da compensare in forma adeguata. I principi di equità così fondati garantirebbero sicuramente, tra le altre cose, la conservazione, la tutela ela promozione, anche in chiave turistica, dell’intero patrimonio artistico e storico italiano.

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