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La chiusura di un dossier

Con la sintesi ragionata della prefazione al volume “Una vita in antroposofia” di Grégoire Perra ed Élisabeth Feytit concludo definitivamente il dossier di spunti e riferimenti su una delle esperienze “pedagogiche alternative” alla scuola pubblica. Gli articoli hanno suscitato tanto clamore tra gli adepti di alcune esperienze pedagogiche private in Italia e tra chi poco conosce i risvolti di alcune realtà che annoverano numerosissimi esempi nel nostro territorio.

La prefazione è di Richard Monvoisin, insegnante di didattica delle scienze e pensiero critico all’Università Grenoble-Alpes.

Scrive tra l’altro Moinvoisin:

“Mi chiedo spesso se sia morale, in termini assoluti, avere un figlio. Mi chiedo anche se l’aspettativa della vita che stai generando sia quella giusta”. Quale educazione per il suo futuro in un mondo sempre più confuso e pericoloso e in una natura sempre più minacciata? I brandelli che restano della mia etica mi spingono ad offrire loro tanti abbracci e baci a mo’ di placebo, ma anche il massimo possibile di strumenti pratici ed intellettuali, perché possano contrastare le sirene della propaganda, aggirare le trappole della pseudoscienza, rompere con gli stereotipi sociologici e spingere lontano dai loro cervelli tutti gli psicologisti all’orizzonte.”

Dopo altre premesse analoghe aggiunge:

“Da qui il mio forte interesse per le cosiddette pedagogie alternative. Certo, il mio lato giacobino difende gli indubbi valori dell’istruzione pubblica, della sua utile miscellanea sociale, del sapere comune di base, della connotazione civile e pubblica, ma conosco molto bene, avendolo vissuto nella mia pelle, il carattere deleterio che la scuola istituzionale può assumere in ambito di relazioni docente/discente, classi sovraffollate, livellamento dei saperi, mancanza di mezzi, pantomime politiche della rappresentanza. La mia opinione sulla questione, corrisponde in qualche modo ad alcuni, seppure rari, aspetti che difendo, per esempio, nelle medicine “alternative”. Affrettiamoci comunque ad accantonare senza esitazione ciò che non funziona nella soffitta delle false teorie, ma cerchiamo di apprendere qualcosa da tutto ciò che partecipa ai positivi effetti cosiddetti “placebo”, come i trattamenti di lunga durata, piacevoli e ammalianti di alcune terapie per riversarlo saggiamente nella salute pubblica. In tema di educazione credo si debba fare lo stesso ragionamento : sogno di mantenere un involucro comune, popolare e libero, con insegnanti ben pagati e mezzi sostanziosi per educare piccoli gruppi in luoghi e con esperienze diversificate. Non dimentichiamo l’attualità delle idee di John Dewey, Paolo Freire, Francisco Ferrer o Célestin Freinet, che portano un vento di libertà. Si comprende bene però che “alternativa”, non significa necessariamente giusta, valida ed efficace, seppure a volte organizzata ed efficiente.

Nella gamma delle pedagogie alternative falsamente emancipatrici, le scuole Steiner-Waldorf probabilmente sono in prima fila. Perché per quanto attraente e ben organizzata, la pedagogia di Steiner è purtroppo un’illusione sorprendente, decisamente notevole. Chiunque consideri di mettere il proprio figlio in una scuola del genere trarrebbe beneficio dal pensarci e ripensarci sette volte sette ma soprattutto, dal leggere le testimonianze seguenti che non sono né isolate né spurie. Queste righe ripercorrono il cammino di Grégoire Perra, non solo un ex allievo della scuola Steiner-Waldorf, ma egli stesso maestro di questo tipo di istituto, prima di abbandonarlo definitivamente. Questo signore spiega a chi vuole ascoltarlo insieme alla sua intervistatrice Élisabeth Feytit che in queste scuole, con il pretesto della massima libertà, il bambino è molto poco guidato, e spesso lasciato alla propria inerzia o alle proprie intemperanze che non sono spesso di natura ma di induzione ambientale, familiare o generazionale.”

I saperi, la mistica, i demoni.

Nei contenuti dei saperi ad esempio, miti e leggende si intrecciano con l’insegnamento della storia. I cicli che dovrebbero governare lo sviluppo del nostro bambino e poi ragazzo sono cicli cosmici, postulati dagli autori della fantascienza spirituale teosofica, una dottrina spiritualista sincretista del 1875. Lo studio dei generi femminile e maschile si traduce in termini essenzialisti: le “curve” femminili sono luciferine mentre i “dritti” maschili derivano da Ahriman demone, terrestre, freddo ed etereo.

Dentro l’educazione fisica è ospitata l’euritmia, una sorta di rituale di danza che prende rapidamente una piega curativa: la serie di movimenti eseguiti sarebbe consigliata, tra l’altro , per patologie acute, croniche o degenerative del sistema nervoso e circolatorio, senza peraltro che siano state oggetto di valutazioni. Inoltre, la cura che vi viene propagandata in genere non ha alcun fondamento scientifico perché in definitiva si accetta la premessa posta dal fondatore di questo tipo di scuola quando afferma che le malattie non sono malattie, in senso stretto, ma “debiti karmici”, tipi di colpe contratti in una vita precedente. Quanto al cancro, che sarebbe una stimolazione troppo forte degli organi da parte di Lucifero, l’angelo caduto, sarebbe facilmente combattuto con il vischio che una volta fermentato preserverebbe dall’influenza nefasta del demone.

Il fondatore.

Approfondendo, scopriamo che il nome Steiner, che ha originato la pedagogia di queste scuole, è il cognome di Rudolf, occultista austriaco del primo Novecento, autore di tante opere incomprensibili che ho letto e riletto e i cui lineamenti sono la gerarchia delle razze, gli esseri ascesi in cielo, una natura di tipo divino e l’importanza fondamentale dei cicli astrologici. Quello stesso Steiner, che mutua da Goethe il suo romanticismo antiscientifico rifiutando ogni approccio sperimentale per fantasticare di un mondo cosmo-razzista nella dottrina chiamata Antroposofia.”

La biodinamica.

Il presunto illuminismo di Steiner permea anche un’agronomia magica, la biodinamica, che, rivelatasi in una sorta di epifania, segue ritmi planetari e insiemi di forze occulte. Uno strumento noto è, per esempio, l’achillea legata in una vescica di cervo, tutti interrati durante l’inverno metà sotto terra, metà sopra, poi diluiti in un mucchio di letame. Lo stesso Steiner spiega questo metodo in una sua lezione del 1924 : “Il cervo è una creatura animale (…) in un rapporto particolarmente stretto (…) con ciò che in questo ambiente è cosmico in natura, (…) così che la vescica del cervo è quasi un’immagine speculare del cosmo. (…) C’è in questa sostanza una forza di radiazione eccezionalmente straordinaria.. ”. Allo stesso modo, sterco di vacca sepolto in un corno, camomilla in un budello bovino o corteccia di quercia nel cranio di un cavallo di meno di un anno diventano elementi più o meno astrali, eterici o spirituali.”

E il fine della pedagogia?

“Queste scuole si propongono, parafrasando Steiner, di educare alla libertà”. Ma non una libertà qualunque, se non quella di assorbire un certo numero di sinuosi concetti pscudoscientifici, sulla semplice base di una reverenza verso un “mistico illuminato”. Secondo il fondatore, solo alcuni “eletti” sono degni di ricevere questo mondo “ideale”. Nella visione apocalittica di Steiner, quando la civiltà attuale andrà in totale decadenza ed imploderà rimarranno solo le scuole steineriane, specie di isole di cultura che saranno il modello e le avanguardie della prossima civiltà.”

Il testimone.

“In tutto questo le parole di Grégoire Perra sono oneste, coraggiose e utili dopo anni di affiliazione.

Oneste e coraggiose perché non è da tutti sopportare, umanamente, moralmente e finanziariamente le vendette della gente del mondo a cui apparteneva. Infine, necessarie perché il modello di società presentato in queste scuole deve apparire per quello che è: un guazzabuglio nebuloso, mistico, conservatore e classista. È solo a costo di leggere faticosamente le parole di Grégoire Perra intervistato da Élisabeth Feytit, che i genitori possono poi confermare o revocare con cognizione di causa una scelta utile per i propri figli. Il filosofo Ogien diceva che solo i nostri figli potranno un giorno assolverci dalla colpa morale di averli messi al mondo e di averli spinti a formarsi in un modo piuttosto che in un altro. Il libro “Una vita in antroposofia” è un contributo utilissimo per questo.”

Se poi le esperienze raccontate, verificate con altrettante testimonianza dalle diverse realtà attuali, si dimostrassero erronee, esagerate o non fondate affatto su principi non verificabili in natura, sarà nostra cura rettificare o integrare i nostri scritti. Finora, dopo diversi articoli e interventi, non è successo razionalmente nulla di tutto ciò. Solo qualche dissociazione senza alcuna approfondita difesa adeguatamente “spiegata” o motivata delle scuole di cui si tratta.

La redazione di ReseArt

17 Settembre 2021

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Flauti magici: altari e contraltari

Villaggio educante

Proprio perché pesantemente stimolati da certe reazioni scomposte e “non petitae” agli articoli che, partiti da una descrizione del mondo delle cosiddette scuole alternative, in tempi non sospetti, ci ha fatto imbattere pesantemente nelle scuole steineriane, prosegue il nostro dossier sul tema, riportando articoli e saggi su quella “pedagogia” che risulta molto diffusa, ma spesso poco nota nei suoi risvolti ai più, anche in Italia.

La mia è una ostinazione, credo benefica, che dall’esempio di queste scuole si estende per affinità a tutto quell’universo di “pedagogie” private, liberiste, spiritiste, econaturiste e molto spesso decisamente settarie e ostili al concetto di società educante. Aprire un dibattito serio e chiarificatore appare quanto mai utile e urgente, soprattutto di questi tempi.

Propongo per iniziare un articolo approfondito dalla versione francese del giornale liberal Slate ( ma ne hanno scritto anche Libération, Le Monde, Charlie Hebdo etc. sempre con toni preoccupati ed allarmati) che mette in luce attraverso racconti e testimonianze gli aspetti discutibili di questo mondo scolastico particolare che abbiamo scoperto ispirare di riflesso e più o meno apertamente anche tante altre esperienze in via di preoccupante espansione, soprattutto di questi tempi, da non confondere assolutamente con l’educazione diffusa che ha dei principi profondamente lontani da certe idee nella migliore delle ipotesi un po’ hippy o frikkettone e caratterizzata proprio dal voler fare virtuoso repertorio di tante esperienze pedagogiche storiche senza volerne abbracciare o seguire una in particolare.

Aggiungo all’attenzione anche un articolo da Il Manifesto del 2016, forse poco profondo ma comunque utile a capire volti e risvolti di talune realtà e, per finire in bellezza, alcuni passi da una interessante Dissertazione:

“TRA L’OCCULTISMO E IL FASCISMO: L’ANTROPOSOFIA E IL FASCISMO. POLITICA DI RAZZA E NAZIONE IN GERMANIA E IN ITALIA, 1900-1945” di Peter Staudenmaier, Ph.D. Cornell University 2010

Si scrive nell’articolo di Slate del 4 gennaio 2021:

“Montessori, Freinet, Decroly, Steiner… le cosiddette pedagogie “alternative” attirano sempre più genitori desiderosi di offrire ai propri figli un’educazione che sperano sia più adatta alle loro esigenze ma che spesso se non si inseriscono nella scuola pubblica o in una società educante diventano settarie quando non addirittura pericolose. ( N.d.r: descolarizzare non significa tout court abolire la scuola istituzionale ma significa costruire una intera società educante pubblica, costruita e sostenuta dalla collettività e no profit. Tra queste “nuove” pedagogie, se le teorie e le pratiche di Montessori e Freinet per esempio si sono ben inserite a livello sperimentale nella scuola pubblica contribuendo a significativi seppure parziali e sparpagliati cambiamenti, quella delle scuole Steiner-Waldorf richiama particolare attenzione per la dimensione spirituale ed esoterica, più o meno confessata e legata al profilo del suo creatore, Rudolf Steiner, fondatore anche dell’antroposofia.)

“La Francia, paese laico, conta oggi una ventina (In Italia paese bigotto in varie forme e superstizioso sono circa 97 e nessuno ne parla!) di scuole di questo tipo, alcune delle quali addirittura convenzionate con lo Stato. In apparenza, si tratta di asili nido e scuole che fanno presto ad attrarre genitori con una forte nota artistica ed ecologica. “Quando abbiamo visitato per la prima volta la scuola Trille des Bois di Ottawa [in Canada, ndr], è stata una delizia”, racconta Bettina, che da settembre a dicembre 2018 le ha affidato il suo piccolo Max. Era quello che cercavamo: un Scuola francofona con una buona reputazione, proprio accanto a noi. A prima vista, la scuola è un simpatico bozzolo pastello con decorazioni fatte a mano. Dato che le persone sono gentili, non facciamo domande. In nessun momento viene menzionata la pedagogia Steineriana».


https://www.liberation.fr/checknews/2018/10/30/l-anthroposophie-est-elle-une-secte_1688775/

Marc Giroud, che era un educatore alla scuola Steiner-Waldorf negli anni ’80, spiega: “Quando ti addestri come educatore Steiner, studi solo un autore, Steiner. È un dogma educativo. Sei lì per realizzare uno scopo escatologico, che giustifica anche la menzogna o il tacere. Impariamo a nascondere questa caratteristica di base alle persone che ci affidano i loro figli. Per questo ci sono solo discorsi di facciata».

“Ciò che può essere regolamentato a scuola è regolamentato a scuola”

Nel 2018-2019, Marianne ha vissuto con il figlio di 2 anni e mezzo in un ecovillaggio nel sud della Francia dove la scuola materna è un asilo Steiner sotto contratto con lo Stato. “Ero rimasto affascinato dalla struttura e decorazione tutta in legno… ho poi capito, cercando su internet, che è un copia e incolla di tutte le scuole steineriane del mondo.

Se la decorazione degli interni è un micro segnale di attrazione che può sembrare insignificante, Marianne si rende presto conto che qualcosa non va. “I rituali in genere sono presi molto sul serio, c’è una grande solennità in ogni momento”.

Furono i pasti dati in mensa che per primi cominciarono a preoccuparla: “Sapevo che si trattava di una dieta vegetariana. Non che escludesse anche latte e formaggio. Una sera mio figlio mi ha detto che non doveva più consumare latticini. Era preoccupato, dovevo rassicurarlo. E poi, la mensa offriva solo molto raramente i dolci: sono importanti le piccole leccornie per i bambini. Gli è stato detto che era superfluo, che avevano tutto ciò di cui avevano bisogno nel loro corpo. Idem se semplicemente non avessero fame: il cuoco gli ha insegnato che il digiuno fa bene al loro corpo energico… A volte, quando chiedevo a mio figlio cosa avesse mangiato, rispondeva “crackers”.” Marianne riferisce anche che suo figlio era uno dei rari bambini ad essere stato vaccinato fatto che (l’esserlo stato) era piuttosto disapprovato.

Bettina si accorge subito che il comportamento del suo ragazzo cambia: “Il primo giorno era entusiasta di andare a scuola. Divenne presto disilluso. Ha iniziato a piangere al mattino dicendo che non voleva più andare. ” Le maestre avevano detto a Bettina e al marito che “ciò che si può aggiustare si aggiusta a scuola” e che non sarebbero state informate di tutte le azioni del loro bambino. “In realtà, gli insegnanti coltivano l’idea di un giardino segreto per i bambini e insegnano loro a non condividere con i genitori”, afferma Bettina.

“Gli educatori lasciano che avvenga la violenza tra i bambini”.

Racconta Marianne “Un giorno mio figlio mi ha detto: ‘Mamma, devo smettere di amarti e prendermi cura di me stesso’. Potete immaginare lo choc per la madre di un bambino di appena 3 anni! Per il suo compleanno, l’insegnante le ha regalato un piccolo folletto. Quando è tornato a casa, mio figlio si è ritirato, abbracciava molto forte il folletto. Lo mise in un punto strategico della stanza e mi disse: “Mamma, questo è il mio riparatore personale”. Mi spiegò che ormai era a lui che doveva affidare i suoi dolori e non più a me, suo padre o i suoi nonni… Ho fatto sparire il folletto e ho spiegato a mio figlio che spetta a noi, i grandi elfi, riparare i disturbi dei nostri figli.”

Ciò che viene passato sotto silenzio, ciò che non dovrebbe uscire dalla scuola, è senza dubbio in parte la violenza tra i bambini e il mancato intervento pacificatore degli insegnanti. Ciò si adatta perfettamente al piano perseguito dagli educatori: “Gli antroposofi credono nella reincarnazione”, spiega Marc Giroud. Per loro, i bambini hanno scelto i loro genitori, la loro scuola e cosa succede a loro. Questo è ciò che volevano in compenso del loro karma inteso come pagamento per cattive azioni commesse in una vita precedente. Gli educatori permettono che avvengano violenze tra bambini. Un intervento inappropriato, sostengono, respingerebbe il bambino nel suo karma e non potrebbe compensare in seguito. ”

Grégoire Perra, ex antroposofo ed ex insegnante della scuola Steiner-Waldorf, conferma: “I bambini vengono volutamente lasciati liberi e incustoditi. Devi lasciare che il karma faccia il suo corso e lasciare che le anime si scontrino.”

Marianne testimonia di atti simili: “La mia finestra si affacciava sul cortile della scuola. Un giorno ho sentito mio figlio gridare: veniva picchiato. Il giardiniere non è intervenuto e ha continuato a suonare il flauto sull’altalena… Mio figlio mi ha detto che questa violenza era normale e regolare… Ho deciso di ritirarlo da scuola».

Differenze razziali e abusi

Alcuni bambini sarebbero trattati meno bene di altri riferiscono i genitori. Grégoire Perra spiega che i figli di genitori non antroposofici o che arrivano a scuola dall’esterno sono spesso più vittime di violenza: “Tutto è permesso per i figli degli antroposofi”.

“Per Steiner, ci sono razze dominanti nelle diverse fasi dell’umanità.”

Élisabeth Feytit, documentarista, podcaster indipendente e coautrice con Grégoire Perra di Une vie en anthroposophie – La face cachée des écoles Steiner-Waldorf edito da La Route de la Soie, aggiunge: “Numerose testimonianze dei genitori indicano che alcuni bambini sono trattati meno bene degli altri, specie se non bianchi». Questa differenza di trattamento sarebbe intrinseca all’antroposofia: “L’antroposofia deriva in particolare dal teosofismo della signora Blavatsky che sostiene le differenze razziali fin dall’inizio. Per Steiner, ci sono razze dominanti nelle diverse fasi dell’umanità. Secondo lui, oggi, è la razza ariana a dover dominare. Ci sono bambini non bianchi nelle scuole Steiner-Waldorf, ma sono considerati meno avanzati dei bianchi”.

Grégoire Perra ricorda: “I figli del mio ex compagno sono afrocolombiani. Sono stati vittime di molestie durante tutta la scuola senza alcuna reazione da parte degli insegnanti. Il più giovane riceveva regolarmente insulti come “La tua pelle del colore della cacca” dai suoi compagni. È consuetudine che gli insegnanti diano agli studenti una cartolina con un disegno che si suppone rappresenti la loro anima. Alla figlia della mia ex ragazza è stata offerta l’immagine di una bambina bianca e bionda. È stato molto doloroso per lei”. Commenta: “E’ un razzismo che non ha nemmeno coscienza di sé. Per loro è normale farlo”

“Non ho mai visto bambini litigare così”

Bettina ha potuto osservare la violenza diffusa nel cortile: “Era la corte dei miracoli, non ho mai visto bambini litigare così! C’erano bambini di 3-4 anni che prendevano a pugni un bambino a terra. Ricordo faccine di bambini contorte dall’aggressività. Non ho mai visto un adulto intervenire. Mi è capitato di provare a fermarli: i bambini erano sorpresi, come se fosse normale.”

Il culmine è stato il giorno della festa di Natale (!) della scuola: “È l’unico momento in cui i genitori sono invitati. Max iniziò a litigare come un bullo con i suoi amici in mezzo alla classe. È stato orribile. Mi alzai, gli altri lo guardavano con aria assente. I bambini mi hanno detto “ma noi giochiamo al drago, giochiamo al mostro”. Un padre disse: “Così sono i ragazzi”. Mi sentii offesa. L’ insegnante mi mise una mano sulla spalla e disse: “Lasciali. Guarda come interpreta bene il suo ruolo Max ora. È un ragazzo vero”. È stata l’ultima volta che ha messo piede in quella scuola.”

Marianne prosegue : “Hanno una concezione della giustizia completamente diversa dalla nostra. Non ci sono limiti e tuttavia, qualunque cosa si possa dire, i bambini cercano punti di riferimento e cercano l’approvazione o la disapprovazione degli adulti mentre sono lasciati a se stessi”.

Le scuole Steiner che abbiamo contattato per saperne di più sulla loro pedagogia non hanno risposto alle nostre richieste.”

Sono solo eccezioni di una regola virtuosa e innovatrice? Sono casi isolati di abusi? Dall’analisi delle teorie originali di Steiner non sembrerebbe e non sarebbe tutto oro ciò che riluce nella propaganda.

Da noi in Italia la pubblicistica è molto rara e solo occasionale. Vorrei a tal proposito riportare stralci di un vecchio articolo de Il Manifesto sulle esperienze scolastiche che vengono definite “Fuori classe” tra cui quella steineriane ed altre similari.

Fuori classe crescono

Leonardo Clausi

Il Manifesto 09.04.2016

Pedagogia. Da Tilda Swinton ai modelli steineriani in Italia, fino alle attività all’aperto dei bambini, lontano dai banchi. Tutto quello che avremmo voluto trovare nella vera «buona scuola», non di propaganda

La pubblica istruzione si rovescia, purtroppo e non di rado, in distruzione privata (nel senso della libertà e sviluppo interiori dell’individuo). Tra i tanti che sono sopravvissuti a un simile iter c’è chi si dà da fare per evitare una simile esperienza ai figli propri e altrui. In Scozia, per esempio, esiste una scuola superiore dove non ci sono esami né test, dove ci si siede poco dietro i banchi, non ci sono cattedre e dove i compiti in classe vengono spesso svolti fuori della classe, in tutti i sensi. Drumduan Upper School è stata fondata dalla magnetica Tilda Swinton, madre di due gemelli adolescenti, Xavier e Honor. Con un altro genitore, l’amico Ian Sutherland McCook, nel 2013 l’attrice ha creato la prima scuola superiore di chiara ispirazione steineriana, che ribalta il modello autoritario e competitivo che ostinatamente permane nella scuola cosiddetta tradizionale, ispirandosi ad idealità diverse da quelle – utilitaristiche – che dovrebbero «preparare il giovane alla vita adulta». Lo ha fatto dopo che i figli avevano finito la propria esperienza nella scuola elementare steineriana. Un salto pericoloso, tra due realtà pressoché antitetiche, e che può lasciare disorientati. Ma una scuola superiore steineriana non c’era, né era in preparazione. I due si sono dunque messi in moto per crearne una. E ci stanno riuscendo: Drumduan ha passato brillantemente il feroce scrutinio delle ispezioni da parte dell’Ofsted, l’agenzia britannica autonoma garante dell’efficienza scolastica, la cui occhiuta pressione spinge le scuole fin quasi a falsificare i propri risultati, pena il taglio dei fondi governativi (in una società meritocratica che si rispetti, tali fondi vanno ai più meritevoli e, di norma, le scuole che danno i migliori risultati si trovano nelle zone più benestanti).

Il risultato di questo regime di controlli, risultati e tabelle è spesso un clima di forte tensione non solo in classe, ma nella common room, la sala dei professori. Come gli ospedali, le scuole sono ormai affette da un’elefantiasi burocratica dove medici e insegnanti passano il tempo a compilare moduli, perché i tagli da samurai del cancelliere Osborne, ultimi di una perdurante serie, li costringono a fare un lavoro che non è il loro. E a farne le spese, come al solito, sono gli studenti.

Iniziative come quella di Swinton & McCook sono dunque doppiamente utili: non solo per la salute mentale di figli, genitori e insegnanti, ma anche per indicare una possibile alternativa all’istruzione tradizionale. Ed è incoraggiante vederne fiorire di simili anche in Italia, pure se per ora si limitano alle materne e alle medie inferiori. Tra le regioni italiane, leader in questo senso è senz’altro la Toscana, dove figurano due realtà – una ancora ai primi passi, l’altra consolidata – esemplari per merito e metodo. La prima è il Giardino d’infanzia Maggiociondolo. A poca distanza dal borgo medievale di Vicopisano, Maggiociondolo s’ispira alla pedagogia Steiner Waldorf e si trova in un villaggio di campagna, una vecchia casa colonica ristrutturata e un tempo adibita a frantoio. Fondato nel 2014 e diretto da Gaia Belvedere, accoglie una ventina di bambini da tre a sei anni. È gestito dall’Associazione pedagogica Violaciocca, presieduta da Belvedere e di cui fanno parte anche i genitori dei bambini, perché, come accade nelle realtà educative che si ispirano al pensiero di Rudolf Steiner, i genitori partecipano attivamente al progetto educativo».

La pedagogia di riferimento è quella del fondatore della prima scuola steineriana a Stoccarda nel 1919 e oggi diffusa in tutto il mondo. Se in alcune sue parti va senz’altro presa con le molle, sull’educazione e lo sviluppo del bambino l’antroposofia di Steiner, classica figura d’intellettuale tedesco «irrazionalista» d’inizio Novecento, è saggia e preziosa. «Aveva capito da una parte l’importanza dell’educazione come strumento di rinnovamento sociale e che le potenzialità dei bambini, ancora latenti, potessero essere di grandissimo valore – spiega Belvedere – L’ obiettivo fondamentale è quello di risvegliare le facoltà del bambino e di aiutarlo a diventare se stesso, libero da pregiudizi e capace di orientare la sua vita verso le mete che egli stesso si dà». Da analoghe premesse, già nel 1988 era partita l’esperienza dell’Asilo del Sole e della Libera Scuola Michelangelo (medie ed elementari) a Colle Val d’Elsa (Siena). Per la fondatrice, Rosa Stella Fallaha, tra genitore e scuola tradizionale «s’interpone l’’istituzione’ ostacolando un dialogo sincero; una sorta di gerarchica situazione sui saperi, con il genitore che non può ’ostentare’ una maggior conoscenza culturale o pedagogica, neppure se riferite al proprio figlio». Si rischia un muro contro muro fra genitori e insegnanti insomma, in cui questi ultimi spesso tendono a chiudersi in un atteggiamento di sprezzante rifiuto di qualsiasi autocritica o analisi. E con i primi che migrano: troppe volte verso la scuola privata, altre verso una realtà pedagogica più aperta e, spesso, autogestita.

Una ricerca che ha portato Sandro Furlanis, geologo veneto, e la sua famiglia proprio a Colle Val d’Elsa: «Cercavamo una scuola che fosse comunità, che stimolasse la partecipazione e che soprattutto mettesse al centro delle attenzioni e strategie pedagogiche ogni singolo individuo con le sue specificità, mancanze, talenti.». Un mondo di differenza rispetto alla stanca burocrazia che spesso affligge la scuola pubblica. E, soprattutto, una ricerca che non aveva niente dell’atteggiamento da clientela insoddisfatta assunto sempre più spesso da famiglie più o meno abbienti che poi diventano giocoforza munizioni nella guerra a favore di una privatizzazione scolastica già dilagante in tutta Europa. Qui in gioco c’è la serenità di genitori e figli uniti nella – e non divisi dalla – scuola. E uniti in una terapia comunitaria, dove alle riunioni con i genitori sidiscutono progetti comuni, facendo cadere le note barriere e reticenze e «nessuno si sente abbandonato, solo, anzi. Viene indirettamente stimolato ad autoeducarsi, a partecipare alla gestione della scuola di cui siamo tutti soci alla pari.». Elementi che, sommati all’«amore evidente del maestro per il suo lavoro, a quel suo insegnare per scelta e non per opportunità, e quindi per ogni singolo ragazzo, l’utilizzo di moltissima arte in tutte le materie, il peso dato ai lavori manuali, il costante lavoro per favorire una sana socialità del gruppo classe e della scuola», creano una realtà pedagogica diversa. Quella di una scuola «non privata, ma autogestita!». Dalla Sicilia alla Scandinavia, passando per la Scozia, la scuola pubblica prenda nota. A meno che non voglia essere inghiottita dalla marea montante del «soddisfatti o rimborsati» tipico della compravendita, dove a una precaria soddisfazione dei genitori-acquirenti corrisponde la solida frustrazione dei figli.”

Per chi non volesse rimanere in superficie, consiglio anche per curiosità la lettura di questa tesi interessante:

Between Occultism and Fascism: Anthroposophy and the Politics of Race and Nation in Germany and Italy, 1900-1945.

Ecco qui alcuni passi significativi:

Antroposofia in Germania e in Italia.

“TRA L’OCCULTISMO E IL FASCISMO: L’ANTROPOSOFIA E IL FASCISMO. POLITICA DI RAZZA E NAZIONE IN GERMANIA E IN ITALIA, 1900-1945

Peter Staudenmaier, Ph.D. Cornell University 2010

“Il rapporto tra nazismo e occultismo è stato a lungo oggetto di speculazione e polemica accademica. Questa tesi esamina l’interazione tra i gruppi occulti e il regime nazista così come con quello fascista italiano, con l’attenzione centrale al ruolo delle teorie razziali ed etniche. Il fulcro della tesi è uno studio di caso del movimento Anthroposophist fondato da Rudolf Steiner, una tendenza esoterica che ha dato origine a istituzioni culturali alternative molto diffuse, tra cui Waldorf scuole, agricoltura biodinamica, e metodi olistici di medicina e nutrizione.Due capitoli iniziali analizzano l’emergere delle dottrine razziali dell’antroposofia, lil suo essere un movimento spirituale sedicente non politico e le sue relazioni esterne. Quattro capitoli centrali riguardano il ruolo dell’ antroposofia nella Germania nazista, con una ricostruzione dettagliata di specifiche istituzioni antroposofiche e le loro interazioni con varie agenzie naziste. I capitoli finali forniscono un ritratto comparativo del movimento antropografico italiano durante il periodo fascista, con particolare attenzione al ruolo degli antroposofi di influenzare e amministrare la politica razziale fascista. Basata su un’ampia gamma di fonti archivistiche, la tesi offre una base di studio e approfondimento della storia trascurata dei moderni movimenti occulti, gettando nuova luce sulle attività dei regimi nazisti e fascisti. L’ analisi si concentra sull’interazione dell’ideologia e della pratica e sui modi concreti in cui le visioni diverse del mondo tentarono di creare basi istituzionali all’interno del disordine organizzativo del Terzo Reich e dello stato fascista e mostra come i disaccordi sull’ideologia razziale siano stati incorporati nelle lotte di potere tra fazioni concorrenti all’interno della gerarchia nazista e fascista. Lo studio pone domande impegnative sulle implicazioni politiche delle correnti spirituali alternative e le varie tendenze controculturali.”

“I seguaci italiani dell’antroposofia finirono per occupare posizioni di primo piano all’interno del fascismo nell’apparato della burocrazia razziale e della sua propaganda. Come sostiene la recente tendenza storiografica, si enfatizza l’origine origini interna italiane del pensiero razziale fascista mentre si nota anche un’insolita influenza del pensiero tedesco attraverso l’antroposofia.”

“Nelle conclusioni della tesi si afferma tra l’altro che gli antroposofi hanno quasi uniformemente preferito una narrazione unilaterale della loro storia del movimento durante il Terzo Reich, vedendo se stessi e i loro antenati come vittime del nazismo. Questo punto di vista ha coperto e scoraggiato una significativa riflessione interna e un confronto con i meno rassicuranti aspetti del passato dell’antroposofia. La mancanza di un impegno storico critico ha a sua volta contribuito alla preponderante presenza di elementi di estrema destra all’interno antroposofia. L’ immagine pubblica ricostruita e predominante dell’antroposofia oggi è di solito identificata con le inclinazioni liberali e di sinistra, in particolare in fatto di educazione e coscienza ambientale. Questo passaggio da destra a sinistra nel corso della secolare esistenza dell’ antroposofia, è stato accelerato dalla politica e dalle trasformazioni culturali che hanno associato i seguaci di Steiner alla crescita dei Verdi tedeschi (che forse anche per questo sono rimasti con tratti di forte ambiguità).Gli antroposofisti tedeschi tuttavia generalmente giocarono un ruolo minore nella politica razziale nazista, mentre quelli italiani ne furono direttamente coinvolti. Uno dei i risultati forse sorprendenti di questo studio è che le idee di razza hanno avuto un più influenza immediata sul fascismo piuttosto che sul nazionalsocialismo.”

Un’ultima questione centrale del l’incontro tra occultismo e fascismo ruota intorno alla categoria contestata della modernità.

Di questo si occupa la parte finale delle conclusioni del saggio.

Ma ora, per fortuna c’è l’educazione diffusa che supera le visoni contrapposte stataliste e privatiste in un nuovo senso pubblico e collettivo che oltrepassa d’un colpo solo quella normata, reclusoria, gerarchica e normativa delle istituzioni e quella privata, liberista e poco laica delle sette educative spesso misticheggianti e dogmatiche:

Cito dall’omonimo Manifesto:

L’educazione diffusa si sperimenta iniziando da un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi, che gioiscono dell’imparare e dell’essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

L’educazione diffusa permette di riconoscere in ognuno una persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere e impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa e disimpegno.

L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale), contro ogni discriminazione e contro la censura di qualsiasi tipo.”

https://comune-info.net/manifesto-educazione-diffusa/

Una galleria emblematica.

Le parti originali dell’articolo sono state tradotte da Giuseppe Campagnoli

11 Settembre 2021

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controeducazione Educazione Educazione diffusa pedagogia

Il libro con il canovaccio della “Comoedia inlustrata de la civita educante”

E’ pronto il canovaccio per chi volesse mettere in scena questa commedia dedicata alla città educante, sintesi di alcune storie vere di esperienze di educazione diffusa in potenza o in corso d’opera tra mille difficoltà. E’ una specie di gioco semiserio dedicato a chi vuole cambiare l’educazione, rinunciando intenzionalmente alle polemiche ridondanti ed inutili, ai saggi (spesso non proprio saggi…), agli articoli paludati, alle conferenze e vebbinari ormai pletorici e ridondanti quando non dannosi. Un divertissement offerto a chi volesse cimentarsi nella recitazione, nel costruire scene e nell’adattare alla propria realtà questa pièce breve e fattibile da bambini, ragazzi, adulti insieme per raccontare o sognare l’educazione diffusa. Una voce narrante, dialoghi quanto basta, movimento di corpi e di paesaggi, colori, rumori, luci e nature.

Si possono aggiungere dialoghi, costumi e scene ispirandosi ai disegni, prolungare e integrare la storia che di per sé può essere considerata modulare.

Presto in vendita la versione cartacea del “copioncino” per mettere in scena la commediola appena lo stampatore darà il via.

Copia in stampa disponibile per l’acquisto a metà Settembre da prenotare scrivendo a researt49@gmail.com

PER CHI VOLESSE LA COPIA IN PDF QUI GRATUITAMENTE :

INSIEME A UNA VERSIONE IN GRAMMELOT FRANZOSO ITALICO!

(Un antiprologo, un preprologo, un bidello, tre atti, un epilogo.) Dedicata bien ou mal a Giampiero, Claudia, le due Sonie, Stefano don Chisciotte, Fabio, Titti e…naturalmente a Paolo e Giordano.

I personaggi: Il mentore (Jean Pierre), la Vergara” (domina scholae)”, il Bidello, le bande (i fanciulli di mezzo-10-14 anni) lo Borgomastro, il popolaccio bue e quello lupo.

Le scene: La vecchia base, il reclusorio; il contado e la civita; i posti delle scorri-bande; l’Oste e il Vasaro; il libraio Eusebio; il teatro; il bosco e la verzura; il mare e il navigare; il contado; la civita educante.

Chi volesse provare può scaricare gratuitamente il testo-base in PDF e provare. Ci piacerebbe avere notizia di chi, come e dove si cimenterà con lo scopo di sparpagliare l’idea dell’educazione diffusa in modo meno paludato, ma divertente e animato.

Giuseppe Campagnoli 27 Agosto 2021

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Architettura edlizia scolastica Educazione pedagogia ReseArt Scuola Ultrarchitettura

L’architettura della città educante.Una autobiografia poetica.

Il superamento dell’edilizia e dell’architettura scolastica.

Si potrebbe finalmente fare a meno di certi monumenti monolitici del potere (scuole, ospedali, carceri…)a favore di tanti luoghi di cura (we care) e di collettività del territorio

Ricordo le tappe importanti e un po’ autobiografiche del percorso verso la negazione dell’efficacia dell’edilizia scolastica nell’educazione diffusa, a favore di una intera città educante. Da Aldo Rossi a Giancarlo De Carlo e Colin Ward, ho ritrovato le idee di una architettura “medievale” della città  tra apparenti contrasti e sublimi affinità.

Prendo spunto da passi della  relazione della mia tesi di laurea (1973) e del primo dei rari progetti di edilizia scolastica (1977)  realizzati nella ondivaga carriera di architetto “condotto” , passando attraverso brani dei saggi fondamentali, per raccontare la marcia di avvicinamento all’architettura della città educante che troverà presto un esito in una specie di breviario utile a suggerire modi per realizzare l’educazione diffusa in una città concepita come educante senza appositi reclusori scolastici. Dell’edilizia scolastica e dei suoi anfitrioni pedagoghi e progettisti ho già detto abbastanza anche nelle loro versioni più o meno avanguardiste. La mia storia è la prova di un cammino di idee sulla città e sulla sua capacità di educare chi la vive senza bisogno di costruire manufatti frutto anche di funzionalismi ingenui o in mala fede.

Memorie e appunti in evoluzione. Dall’edificio reclusorio verso la città educante.

1973. Intervento sulla città di Chieti.

“Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”

1977. Progetto di Scuola Media a Villa Teresa di Recanati:

” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”

1997. Progetto di restauro e ridisegno dell’Istituto d’Arte di Pesaro:

” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…”  “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”

2009. Concorso internazionale Open Architecture Network. An artistic Classroom:

L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…

Il viaggio verso un intero territorio educante.

2007. Franco Angeli Milano. “L’architettura della scuola”:

“ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.  “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

2014. ReseArt Pesaro “Questione di stile:”

“Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… “

2015. ReseArt Pesaro. “Oltre le aule”:

“La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca, gli uffici e i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”

2017. Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli. Asterios Editore. Trieste. “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”:

“Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

2020. Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.Terra Nuova Edizioni Firenze. “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”

“•Trasformare in modo leggero e senza sprechi alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti, che possano diventare occasioni di educazione diffusa

•Disegnare in maniera partecipata e realizzare un reticolo di portali e luoghi della città, trasformando manufatti, oggetti, edifici, botteghe, rendendoli pronti a ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente e perfino, come vedremo, una vecchia scuola. Questa trasformazione può essere anche fatta direttamente, partecipando, spostando, costruendo, aprendo, tutti insieme appassionatamente.

•Scrivere e realizzare ex novo un articolato ma non rigido sistema, da replicare in varie parti di città, composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti, a esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere. Anche con un reticolo di fili guidanti diffusi, come vedremo.”

Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e  il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…

L’ autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, una mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti, sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua di segni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera  città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali. I tempi non erano proprio maturi. Credo che avessero in mente già una intera città educante. 

Dal catalogo dell’esperienza ispirata anche all’ educazione diffusa Bimbisvegli di Serravalle di Asti curato dall’Università di Macerata leggo queste mie frasi:

“Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. L’edificio tradizionale solo in questa fase, assolutamente transitoria, assumerebbe il ruolo di “portale” verso tante esperienze significative altrove. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Si può cominciare a interpolare pedagogia e architettura per integrare il dove con il cosa, il come e il quando: tempi, luoghi ed esperienze. L’architettura dell’educazione è anche questo. Si prefigura l’eliminazione graduale dell’edilizia scolastica verso la città educante fatta di una rete di luoghi per l’esperienza e l’apprendimento, pubblici o privati, aperti o chiusi ma trasparenti e ampi. Certamente non per fare le stesse cose che si facevano in classe o nei cosiddetti viaggi di istruzione, visite guidate e uscite didattiche. La destrutturazione delle discipline sconnesse e separate a favore di aree esperienziali e campi di educazione incidentale dove il bambino/la bambina, il/la giovane, l’adulto/a che crescono e apprendono insieme sono soggetti protagonisti che si educano reciprocamente prefigura tanti luoghi, diversi e interconnessi.”

“Si domandava l’architetto della città partecipata Giancarlo De Carlo già nel 1969: 

– È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

– Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si svolgono?”

Qualche risposta la potete trovare anche ne ” La comoedia de la civita educante”:

Una specie di pezzo teatrale da mettere in scena con personaggi, scenari e sceneggiature, in campo attraverso un chiaro canovaccio in diverse situazioni, tempi ed ambienti reali.Si tratterebbe di rappresentare i l’insieme delle aree di esperienza, le loro possibili attività, con i protagonisti e le reti dei siti nelle città e nei territori oltre che con le forme dei portali e delle basi da cui prendere le mosse.Con delle bande di fanciulli d’ogni età e pur di quella che un mio vecchio “provveditore” non senza sarcasmo e delusione ma con una punta di speme di mutar, chiamava tre anni di coatta ricreazione.

Ma qualcosa si muove, timidamente anche nel campo dell’architettura per l’educazione che è poi, in sostanza, disegno urbano e del territorio. Con le immaginabili difficoltà date dal momento storico sostanzialmente teso ad una specie di restaurazione in ogni campo, approfittando dell’emergenza mondiale, sulla rivista Ardeth del Politecnico di Torino comparirà presto un bell’articolo sulla città come luogo di cura che tratta anche di educazione in modo diverso dal consueto; un gruppo di visionari volontari e appassionati  stanno coinvolgendo a Venezia, tra la Giudecca e  università di design, di architettura, di educazione, amministrazioni, associazioni e scuole pubbliche in una bella prova di educazione diffusa che parte proprio dai luoghi e dalle loro trasformazioni.Pochi ma buoni si direbbe.  Dulcis in fundo un bel dossier sull’educazione diffusa in cui si fa la storia dell’idea anche in chiave urbana e architettonica è stato accolto, approvato e programmato per la pubblicazione sul N° 60 della rivista di filosofia dell’educazione Le Télémaque edita da UniCaen. Il volume è una  monografia in tema di pratiche artistiche  e di arte dell’educazione. L’ arte di educare anche con l’arte e non solo.

Giuseppe Campagnoli  24 Febbraio 2021. Aggiornato al 3 Luglio 2021

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Gaia educazione diffusa

Presentiamo la versione definitiva del documentario “Gaia educazione diffusa” di Barbara Ferrari e Francesca Pennati. All’interno riprese dal Convegno di Milano del Maggio 2018 “Ma sei fuori?!” dove è stata lanciata l’idea della redazione e pubblicazione del  Manifesto operativo della educazione diffusa per avviare sperimentazioni e iniziative.

https://youtu.be/4nGCIi8gwIk

 

 

volantino adesioni 2019 l manifesto della educazione diffusa

In contemporanea l’avvio del corso di formazione per studenti, docenti ed edcatori progettato e interamente tenuto dal Prof. Paolo Mottana.

PROGRAMMA
Gli incontri consistono in parti seminariali e parti esperienziali.
Possono essere seguiti come percorso o singolarmente.
Il sabato dalle 15.00 alle 18.00 nelle date qui riportate:
  • 02.03.19 – Apprendere per passione (lezione e discussione)
  • 16.03.19 – Apprendere dall’esperienza e insegnare attraverso l’esperienza (lezione e discussione)
  • 30.03.19 – Spazio e tempo nella gaia educazione diffusa (discussione e ricerca d’aula)
  • 13.04.19 – L’imprinting formativo (lezione e esercitazione)
  • 04.05.19 – Il mèntore e il gruppo (lezione e discussione)
  • 18.05.19 – Il curricolo di educazione diffusa (lezione e esercitazione)
Il contributo per il singolo incontro è di 30€ e per l’intero percorso 150€.
Per partecipare occorre essere soci IRIS (contributo annuale associativo 10€)
Gli incontri si terranno presso LA CORTE DEI MIRACOLI, in via Mortara 4 a Milano (vicino alla stazione di P.ta Genova).
I POSTI SONO LIMITATI, VERRA’ DATA PRECEDENZA ALLE ISCRIZIONI PER L’INTERO PERCORSO.
TERMINE ISCRIZIONI AL CORSO IL 20 FEBBRAIO 2019
LE ISCRIZIONI AI SINGOLI INCONTRI VENGONO RACCOLTE FINO A MASSIMO 10 GIORNI PRIMA DELLA DATA
UNA VOLTA AVUTA CONFERMA DELL’ISCRIZIONE VERRA’ CHIESTO IL VERSAMENTO DELLA QUOTA TRAMITE BONIFICO
Iscrizione a questo link
Per info: immaginale.iris@gmail.com
Scarica il volantino a questo volantino ged

 

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Paolo Mottana è professore di filosofia dell’educazione e di Ermeneutica della formazione e pratiche immaginaliall’Università di Milano Bicocca, ha insegnato anche all’Università di Firenze e all’Accademia di Belle Arti di Milano. Ha diretto le due edizioni del Master in Culture simboliche per le professioni dell’arte, dell’educazione e della cura. Nel 2006 insieme al suo gruppo di ricerca ha fondato l’Associazione IRIS (Istituto di Ricerche Immaginalie Simboliche & Controeducazione) che indirizza le sue ricerche da una parte alla riflessione intorno al ruolo dell’immagine simbolica nell’educazione e dall’altra alle prospettive di una controeducazioneradicale e libertaria. Ha collaborato con Riccardo Massa come suo allievo, in seguito ha riorientatoil suo orizzonte di ricerca verso la tradizione della filosofia simbolico-immaginaleche ha tra i suoi esponenti Gilbert Durand, Henry Corbin, Carl Gustav Jung, James Hillmane Jean-Jacques Wunenburger, e ha fondato un approccio di ricerca e di formazione cui ha attribuito il nome di pedagogia immaginale. Recentemente ha promosso, oltre alla controeducazione, la gaia educazione, i sapore niccianoe con precisi riferimenti ad autori della antipedagogia e della contestazione radicale come René Schérer, Raoul Vaneigeme HakimBey (uniti nel riferimento alle visioni eutopistichedi Charles Fourier). 

Le teorie pedagogiche di Paolo Mottana si trovano nei seguenti testi:
P.Mottana, PiccoloManuale di controeducazione(2011, Mimesis)
P.Mottana, Lagaia educazione(2015, Mimesis)
P.Mottana, Caro insegnante. Amichevoli suggestioni per godere (l)a scuola( 2007, Franco Angeli)
G.Campagnoli, P.Mottana, Lacittà educante. Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola (2016, Asterios)
L.Gallo, P.Mottana, Educazionediffusa. Per salvare il mondo e i bambini(2017, Dissensi Edizioni)

Per approfondimenti: http://www.paolomottana.it

Paolo Mottana ha messo a punto, insieme a Giuseppe Campagnoli, un approccio all’educazione volto a ripristinare il rapporto sociale tra bambini, adolescenti e adulti compromesso dalla reclusione scolastica, che va sotto il nome di educazione diffusa. Dal 2017 con l’associazione IRIS sta progettando in varie città di Italia classi sperimentali di educazione diffusa, coinvolgendo scuole referenti istituzionali, famiglie, associazioni e cooperative che operano in ambito educativo.

Il quartiere

Giuseppe Campagnoli, architetto ricercatore e saggista operante nel campo dell’educazione e della formazione in campo artistico e dell’architettura dell’educazione.
Già Dirigente Scolastico e responsabile Ufficio Studi Direzione Scolastica Regionale per le Marche del MIURfino al 2006.
Già nella lista degli esperti dell’ Education, Audiovisual and Culture Executive Agency della Commissione Europea e dell’UNESCO nel campo della cultura dell’education e della creatività fino al 2012.
Fondatore e Amministratore del blog multidisciplinare ReseArt.com dove scrive di scuola, architettura, arte, politica e varia umanità.

 Books and essays

“L’architettura della città” Franco Angeli Milano 2007

“I luoghi da amare” Secondo manifesto della scuola marchigiana 2010 USR Marche

Voce edilizia scolastica in “Voci della scuola” Tecnodid 2010

Letters on La Stampa di Torino:

“Costruire scuole” Ottobre 2010

“La scuola oltre le mura” Dicembre 2014

Essays on Educationdue.0 Edizioni RCS:

“La scuola luogo o non luogo?” Aprile 2011

“La scuola diffusa: provocazione o utopia? Gennaio 2012

“Linee guida per l’edilizia scolastica: un passo avanti? Giugno 2013

“Gli spazi della scuola nel territorio” Dicembre 2014

“Quale modello di orario” Marzo 2016

Essays on“La Rivista dell’istruzione” Maggioli editore Rimini

“E se la chiamassimo architettura scolastica?” Dicembre 2011

“Aule senza confini” Agosto 2014

Workshop “La scuola diffusa nella città educante” on “La scuola diffusa: oltre le aule” Cesena (Italy) 12 Settembre

2016

“La scuola senza mura” sul Blog ReseArt (www.researt.comand ebooks:

“Questione di stile” and “Oltre le aule” ReseArt Productions Pesaro (Italy) 2014 e 2015

 2017

Giuseppe Campagnoli e Paolo Mottana “La città educante” Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola.”  Asterios Editore Trieste

2018

Articolo vari su ReseArt, Comune-info, Innovatio educativa, La rivista della scuolaIl disegno della città educante. Autoproduzione ReseArt e Youcanprint. Prima edizione

 

 

ReseArt  1 FEBBRAIO 2019

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Innovatio educativa

E’ uscito il primo numero della rivista Innovatioeducativa, diretta dall’amico Italo Tanoni. All’interno c’è un vasto panorama di interventi che spaziano dall’ordinario innovativo istituzionale alle nuovissime tendenze rivoluzionarie in campo educativo e dell’istruzione. Gli articoli mettono bene in evidenza le tante voci fuori dai consueti cori e le contraddizioni in un ambito cruciale nella vita dei cittadini e delle città che auspichiamo si liberi, nel tempo, dai pericolosi vincoli del mercato economico e della speculazione politica. Particolare attenzione è stata data alle tematiche relative ai luoghi dell’educazione che per i capisaldi del rinnovamento come Montessori, Freinet, la scuola cooperativa, Illich, Freire etc. hanno avuto un ruolo fondamentale.

Visitate il sito e abbonatevi!

http://www.innovatioeducativa.it/wp/

 

Giuseppe Campagnoli 9 Febbraio 2018

 

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La scuola diffusa. Una guida per provare a cambiare

 

Capisco le difficoltà e capisco anche le piccole differenze di visioni presenti  nel gruppo che ha elaborato con grande lavoro e grande retroterra di ricerca, di idee, di testimonianze e di illustri riferimenti pedagogici il Manifesto della educazione diffusa. Il tempo, che comunque scorre e qualche rallentamento nell’azione dovuto a tanti fattori,  suggerisce di affrontare coraggiosamente la realtà e provare l’educazione diffusa nei territori, tentare di  cambiare le città in senso educante, cominciare, anche usando le istituzioni e le leggi come cavalli di Troia, a mettere già da ora in campo esperimenti, eventi, manifestazioni, incontri, scambi e confronti. E’ bene infatti non rischiare che tanti dicano di fare già educazione diffusa semplificando all’eccesso la questione e cercare di  scongiurare il pericolo che  esperienze al limite dell’idea, un po’ settarie ed elitarie confondano le acque di un progetto che veramente dovrebbe ribaltare il concetto di scuola con un profilo chiaro e non equivoco. E’ anche indispensabile  scongiurare, perchè altrimenti sarebbe veramente la fine, il pericolo che l’educazione diffusa venga usata come una innovazione-paravento per un finto cambiamento verso un consolidamento  mascherato della scuola tradizionale.  Credo che la soluzione più attuale, in attesa di possibili incontri finalizzati alla istituzione di una sorta di coordinamento, di una associazione o altro, sia quella di mettere insieme gli ultimi documenti (Il Manifesto, le Azioni, gli Appunti, un Progetto Pilota…) condivisi ed accettati come “figli” del racconto “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” che un anno mezzo fa ha lanciato l’idea di “oltrepassare la scuola”. Una volta raccolti in un testo organico saranno a disposizione, con l’ impegno di un supporto da parte dei primi sottoscrittori del Manifesto, di  tutti coloro che vorranno  provare a fare qualcosa nei loro territori, come le tante adesioni dimostrano.

 

 

 

Si tratterebbe di un esordio concreto, ancor prima di addentrarci nella costituzione formale di Coordinamenti, Associazioni, Comitati, argomento che va attentamente ponderato per non cadere nel luogo comune che suggerisce che se non si vuol far nulla si deve istituire una Commissione! Per questo, senza operare interventi, senza modificare nulla ma solo adattandosi alla realtà e semplificando i suggerimenti per rispondere a tanti quesiti e dubbi che si raccolgono in rete e in presenza, ho costruito con il semplice ragionato assemblaggio dei testi fondamentali già ampiamente condivisi, delle linee guida che possano rendere più agevole progettare percorsi, anche minimali, di educazione diffusa nella scuola pubblica, in questa fase da considerare transitoria. Nel frattempo dovrebbero intensificarsi  gli  interventi formativi, divulgativi , di confronto e di studio  a cura del gruppo promotore del progetto come  sto facendo per l’ambito architettonico e del disegno urbano (presto una edizione de “L’architettura della cittàeducante”) accanto al  Prof. Paolo Mottana che sta progettando un percorso di formazione ad hoc per educatori ed insegnanti.

“Altro dirvi non vo’” come avrebbe detto qualcuno,  se non chiedervi di diffondere lo strumento che allego qui di seguito  in PDF, pensato come un aiuto per chi volesse progettare e realizzare “le prove di educazione diffusa”.

Il manifesto della educazione diffusa e le linee guida

 

 

 

Giuseppe Campagnoli

6  Dicembre 2018

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Finestra sulla città educante alla Mostra Convegno “Progettare scuole insieme” a Bressanone

Progettare scuole insieme. Tra pedagogia, architettura e design. Una voce fuori dal coro? Questa settimana l’esordio del Convegno a Bressanone.

Il Manifesto della città educante e le sue implicazioni di disegno urbano saranno presenti con un pannello alla Mostra Convegno di Bressanone dei prossimi 27 e 28 Ottobre 2017.

La Mostra Convegno, organizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano avrà il suo momento topico sabato 28 ottobre con l’inaugurazione della mostra “Forte di Fortezza”. Ringrazio Beate Weyland per aver ospitato anche le nostre idee decisamente controcorrente sia in ambito pedagogico ed educativo che architettonico, non era affatto scontato, visti i boicottaggi cui siamo stati oggetto dall’uscita del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e del sottoscritto. Vi anticipiamo il contenuto della presenza con l’immagine del post che sarà esposto durante il Convegno e con qualche riferimento fotografico che ripercorre la storia del nostro cammino. Nel frattempo sono lieto di annunciare che alla fine del mese di Novembre verrà messa in cantiere la pubblicazione del prosieguo “architettonico” del Manifesto della città educante con il manualetto “Disegnare la città educante” che contiene spunti, idee, suggerimenti anche grafici, per le amministrazioni, i sindaci, e gli architetti coraggiosi che volessero cimentarsi in esperimenti concreti di  disegno urbano della città dell’educazione.

Giuseppe Campagnoli 23 Ottobre 2017

 

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Educazione,scuola,cultura,diffuse.Purchè di qualità.

Prima di andare in vacanza anche se c’è chi dice che da dieci anni lo sia perennemente, vorrei fare una serie di riflessioni a mo’ di aforismi sulle ultime note di ReseArt.

Abbiamo avuto l’immenso piacere di vedere crescere l’idea della Città educante nata con il nostro (Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli) Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato dall’editore Asterios di Trieste proprio in questo scorcio di anno. La crescita, supportata da numerosi eventi di presentazione del libro, seminari, convegni e piccole letture bibliotecarie, ha avuto qualche piccolo nemico ed ostacolo che sulla via della costruzione di nuovi modi e luoghi dell’educazione  sono stati poco più che dei sassolini.

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A  Settembre riprenderà più vigoroso il cammino con la preparazione di esperimenti in diverse città e quartieri e con nuovi confronti di idee, anche contrapposte , con chi non si sia arroccato sulle sue conformiste o paraistituzionali verità. Facendo repertorio di buone pratiche e buone idee la piccola rivoluzione dell’educazione e delle sue architetture avrà tanto slancio da diventare grande e veramente diffusa!

APPUNTI PER IL DISEGNO DELLA CITTA’EDUCANTE

La nostra idea di #scuolasenzamura fondata sulla controeducazione tende progressivamente a fare a meno di edifici e reclusori scolastici dedicati, tende a fare a meno dell’edilizia scolastica in favore della città educante che fa dei suoi luoghi collettivi ed aperti, pubblici e privati che siano, degli spazi per educare, insegnare, apprendere. Il mercato vorrebbe costruire altre scuole e investire in cemento, mattoni, legno…tutto più o meno eco. Numerose joint venture tra pedagogisti, architetti e produttori di arredi scolastici sono omogenee a questa visione liberista e fanno di tutto per teorizzare “spazi che insegnano”, “ambienti di apprendimento” aperti ma sempre delimitati e architetture pedagogiche, sostenendo a spada tratta che si debbano progettare e costruire ancora edifici scolastici. Fanno di tutto per trasformare aule in non meglio identificati spazi di apprendimento che non sono altro che un imbellettamento dei vecchi ambiti con arredi new age e tecno, con spostamenti di banchi e sedie, piccoli soggiorni pedagogici, cucinini studenteschi e cromatismo a gogo. La “scuola diffusa” non sono tanti edifici diffusi per il territorio, non sono un insieme di aule moderniste ma pur sempre aule. La scuola e l’educazione diffusa non sono i kit dell’IKEA che dopo le casette fai da te, agli uffici fai da te, pensa anche alle scuole fai da te. La scuola diffusa fa parte di una idea realmente rivoluzionaria dell’educazione e dei suoi luoghi, un’idea che non può che contestare e criticare decisamente chi invece vuole agire ancora come ai tempi di Papini.  Tranquilli: gli architetti avranno ancora da fare, forse di più e meglio, agendo nel disegno della città, individuando ed esaltando virtù educative in tanti spazi e manufatti urbani, trasformandoli e arricchendoli. E anche gli educatori avranno da fare, forse molto, molto di più. 

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Abbiamo anche parlato di lavoro, di religione, di guerre e di terrorismo, di tutte le arti belle e brutte dell’uomo, del bricolage artistico che spaccia dei semianalfabeti dell’estetica per artisti sopraffini ai fini del solito mercato. Abbiamo parlato dei tutti fotografi, tutti pittori, tutti scrittori e tutti cantanti, e anche ahinoi tutti calciatori e mezzibusti.Un popolo di italici velleitari. Abbiamo fatto rifatto le pulci alle kermesse paraculturali che imperversano per l’Italia con i soliti raccomandati, con le associazioni no profit che di no profit hanno appena il nome e riescono chissà come per anni ad avere sempre le ricche sponsorizzazioni pubbliche e dei privati che con il pubblico hanno molto a che fare. Abbiamo stigmatizzato le false promesse dei governanti pro tempore e le false illusioni degli oppositori anch’essi sotto padrone che solleticano sempre la pancia della gente ma non la sua mente. Abbiamo fatto inc’zzare qualcuno ed esultare molti. Ci hanno elogiato, condiviso e anche abbracciato, ci hanno pure insultato, bannato e bandito da qualche social con la coda lunga fino al polo nord. Ma nessuno ha mai dubitato che le nostre cose ironiche e a volte sarcastiche avessero un fondo molto solido di verità. Le code di paglia non hanno preso fuoco e in quasi un lustro di attività non abbiamo conosciuto un avvocato! Buona estate 2017 a tutti! A presto!

Giuseppe Campagnoli

Giovanni Contardi

Idrione il centurione

Researtù

e tutti i  nostri validi collaboratori fluttuanti…

!5 Luglio 2017

 

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Dall’aula all’ambiente d’apprendimento?

Ho finito proprio ora di leggere, molto in diagonale, come sosteneva Manfredo Tafuri che dovessero essere letti dopo le prime pagine alcuni libri, il saggio “Dall’aula all’ambiente di apprendimento” a cura di Giovanni Biondi, Samuele Bozzi, Leonardo Tosi. Il saggio a più mani è targato INDIRE, il governativo Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa di cui conosco vita morte e miracoli  per avervi avuto contatti diretti o indiretti  in alcune occasioni quando dirigevo l’Ufficio Studi di una Direzione Scolastica Regionale occupandomi di formazione del personale e anche di edilizia scolastica tra il 2001 e io 2007. Il libro è solo e sostanzialmente una storia della ricerca negli ambiti dell’edilizia scolastica e degli spazi della pedagogia. Una storia appunto e nient’altro. Perché sono ormai storia anche le idee e le proposte che espongono teorie sulla trasformazione degli edifici scolastici in ecologici, flessibili, aperti, tecnologicamente avanzati e “connessi”. Sono storia perché l’innovazione non può non passare per una rivoluzione sottile del dove e del come si insegna e si apprende. Una rivoluzione dunque e non continui  imbellettamenti ed edulcorazioni dell’esistente che da aula si fa spazio multitasking, da corridoio si fa tessuto connettivo, da banco si fa arredo polifunzionale, da scuola diventa quasi un centro commerciale o un enorme living room.  L’evoluzione degli spazi educativi, nessuno l’ha detto nel libro, deve tener conto delle esigenze di affrancamento della scuola dal mercato e dalla visione economicistica della vita e della cultura e deve spingersi piano piano ma inesorabilmente fuori dagli obsoleti edifici scolastici, verso la città e i suoi luoghi. Non è il caso di entrare nel dettaglio dei vari capitoli scritti dai noti o meno noti Berlinguer, Zini, Biondi, Mosa, Tosi, Cannella, Rapallini, Giorgi, Meda, Borri, Bianchini, Canazza e Moscato, sicuramente meritevoli per lo sforzo di ricerca di dati e di riferimenti, di considerazioni e riflessioni sull’esistente e sulla storia  ma assolutamente del tutto disattenti a quello che si sta muovendo in autonomia e libertà ma con rigore e onestà intellettuale, dal basso, nel territorio e nelle città, tra i soggetti  e i luoghi che si vorrebbero al centro dell’educazione talvolta in modo assolutamente demagogico e paternalistico.

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“Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali…”  Questo è l’incipit dell’unico passo, citato da Giovanni Papini, in cui mi sono ritrovato a pieno in tutto il testo del saggio. Non ho potuto invece, ahimè, trovare neppure un cenno a proposte innovative del tipo di quelle esposte ne “La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare  la scuola” dove insieme al mio amico di penna Paolo Mottana, filosofo dell’educazione abbiamo raccontato qualche idea, non propriamente utopica, da proporre alle genti di buona volontà. Anche altri scrivono, ricercano e si danno da fare per una prospettiva nuova dell’educazione in una città piena di luoghi adatti ad insegnare ed apprendere che non siano funzionalizzati a sé stessi ed al mercato e pensati alla fine come reclusori seppure resi confortevoli, moderni ed esteticamente gradevoli. Buone vacanze a tutti!

 

 

 

Giuseppe Campagnoli 4 Luglio 2017

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Prove di educazione diffusa.

Prove di educazione diffusa. Si può fare!

Dopo l’avvio del gruppo di studio previsto per il 30 Giugno sarebbe opportuno già da ora connettere e condividere tutte le esperienze che stanno nascendo su ispirazione delle idee contenute ne “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli Asterios editore  Trieste.  Abbiamo ricevuto segnalazioni da un quartiere di Milano, da Monza, dal Piemonte e dalle Marche, ci sono stati richiesti diversi interventi tesi ad illustrare nel mese di settembre l’idea e le ipotesi di sperimentazione. Qualcuno ci segnala la sua città come possibile scenario di una sperimentazione. Molte mail scrivono di avere in campo delle iniziative giudicate simili se non uguali a quelle da noi proposte, magari anche presentate “al governo” (sic!) per un non meglio precisato “bando adolescenza”. Poi si scopre, (evidentemente chi ci ha scritto non ha letto il nostro volumetto), che si tratta di progetti parascolastici spuri ed effimeri e che non hanno in sé neppure il respiro di un avvio di rivoluzione, seppure sottile e progressiva, in campo scolastico.

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Moltiplicare le gite scolastiche o le uscite in città o in campagna, pratica già in uso da molto tempo, non vuole dire avviarsi sulla strada della scuola diffusa. Molte attività sembrano far parte ancora della endemica “progettite” che affligge le scuole italiane a caccia di una misera parte della esigua torta di risorse economiche destinate all’istruzione o di medaglie da appuntare sul proprio vessillo scolastico in questa corsa mercantile all’immagine e alla pubblicità che tanto paventava chi osteggiava la scuola- azienda per i bambini e i ragazzi “clienti” o “utenti”. Ci vuole ben altro. L’avventura del cambiamento comporta dei rischi e delle rinunce. Comporta un lavoro enorme e spesso volontario, ma svolto per sé stessi e per la collettività, non per i diktat di un sistema che punta sulla scuola (oggi più privata che pubblica) per assicurarsi fedeli consumatori o managers, tecnocrati e quadri senza scrupoli. Nella parte finale del libro che contiene il Manifesto, segnatamente nei capitoli “Immaginiamo” e “La transizione”  si espone con chiarezza quali possano essere le linee per una fase di avvio, passo dopo passo, verso tante piccole  sperimentazioni tese a dimostrare la bontà e la fattibilità dell’idea proposta di Città educante. Non ci fermeremo neppure con le calure estive ma prepareremo ciò che serve per riprendere, nel mese di settembre, i cicli di interventi illustrativi del Manifesto della educazione diffusa e di presentazione del nostro “libro di testo” e la raccolta di dati relativi a esperienze già avviate o in pectore che siano in linea con la nostra concezione di scuola diffusa nella città. Vi aspettiamo. La città ci aspetta e non vede l’ora!

Giuseppe Campagnoli

25 Giugno 2017

Il progetto prende forma.

 

 

 

 

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Gli spazi innovativi della scuola. Non interessa proprio nessuno?

In allegato un recente saggio intitolato “Gli spazi della scuola: le proposte rivoluzionarie dell’attivismo nell’organizzazione degli spazi educativi e le ricadute successive” di Mariagrazia Marcarini, utile documento nell’ambito del Progetto “La scuola senza mura”.

La scuola militante tace. Gli amministratori locali e scolastici pensano alle loro buro-crazie quotidiane, ai loro eventi effimeri e improduttivi oltre che a turare le falle di un sistema ormai perduto, sia nel fisico che nelle idee.

Nessuno, a parte i membri del folto gruppo di Facebook, “La scuola senza mura” si sta interessando seriamente all’idea di spazi scolastici al di fuori delle ottocentesche mura di una scuola ormai obsoleta. Perché?

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Gli spazi della scuola. Mariagrazia Marcarini

Mariagrazia Marcarini PhD Università di  Bergamo – Pedagogista, Formatrice, Tutor – Comune di Milano Settore Scuole Paritarie Esperta di architettura e pedagogia.

La scuola en plein air: a quando?

Clip di ReseArt per La scuola senza Mura: oltre le aule.

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Scuola? Scuola! Scuola.

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Una trilogia di scritti di Giuseppe Campagnoli su La Stampa sul tema della scuola italiana.

Mea culpa sulla scuola

1 Maggio 2014

Nel ricordare il geniale maestro Manzi, da uomo che ha passato una vita nella scuola, non posso nonpensare ai danni che sono stati fatti negli ultimi 40 anni. Mi rimprovero, da docente e dirigente di nonaver combattuto abbastanza per il diritto negato a una scuola più rigorosa e quindi più efficace, controriforme pensate da tecnici e politici incompetenti e/o in mala fede. Il pernicioso analfabetismo funzionale di cui soffre oggi un’ampia fetta della popolazione italiana diffonde i suoi effetti nefasti su concezione della vita, lavoro, capacità imprenditoriale, autonomia di giudizio, voto e molto altro. E sulla percezione della democrazia e della libertà. Ho vissuto il sessantotto in modo critico e credo che parte dello stato della scuola italiana di oggi abbia origine da quei tempi e da quei principi travisati. L’insieme delle norme e dei comportamenti (a partire dall’infausta riforma della scuola media) su formazione dei docenti e carriere scolastiche degli studenti,gestione della scuola, valutazione, relazioni sindacali ha reso il sistema educativo, dalla primaria all’università, una fabbrica di ignoranza ma, ahimè, anche di presunzione dove le eccezioni confermano solo una diffusa e consolidata regola. E’ utile lanciare un appello affinché le cose cambino anche copiando con umiltà qualche eccellenza dei vicini europei che, grazie al loro modo di concepire l’istruzione, stanno combattendo con successo la crisieconomica per assicurare un futuro ai loro giovani. La ricetta è sempre quella del buon senso e del coraggio: moltiplicare per 10 gli investimenti, dare in mano a personalità capaci, competenti e di trincea le leve per migliorare e consolidare ciò che funziona ma cambiare subito ciò che non funziona. Alcuni esperti, allarmati per il crescente fenomeno dell’analfabetismo nella popolazione italiana,propongono una soluzione: richiamare ciclicamente i cittadini ad un test di competenze linguistiche,scientifiche, artistiche e di cultura generale. Le sorprese sarebbero infinite. Una provocazione? Forse.

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Buonasera.Otium et religio.

La buona scuola. “L’ora di otium”. Ancora una volta Massimo Gramellini “buongiorna” sulla scuola. Noi abbiamo scritto di scuola un articolo si e l’altro pure. Se qualcuno ci leggesse forse ne trarrebbe qualche giovamento, vista la nostra esperienza. La lingua italiana è una materia fondamentale della formazione e dell’istruzione nella nostra scuola. Il fatto che sia stata minimizzata, che sia insegnata malamente, che non si faccia più dettato, riassunto e analisi logica a vantaggio dell’articolo di giornale, del saggio breve, della critica storica e artistica o che non si facciano parlare in pubblico gli studenti “dal muretto”  non vuol dire che si possa usare l’ora di “socialità” per compensare queste carenze né per recuperare la capacità di dialogo e di  sana relazione interpersonale che dovrebbe iniziare dai nuclei o dalle tribù familiari che hanno per Costituzione la responsabilità “in educando”. Non mi stancherò mai di ripetere come noi, generazione anni ’50, prima della malefica riforma della scuola media del 1963 alla fine della terza leggevamo e capivamo senza problemi il “Moby Dick” di Melville tradotto da Cesare Pavese!

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Doppia intervista probabile. L’arte della comunicazione babelica: un mestiere impossibile.

 

Volevo fare l’interprete. Una scuola dove è difficile entrare ma dalla quale è altrettanto difficile uscire e un mestiere aleatorio e d’élite,

Riportiamo, nella categoria arte dell’educazione e dell’istruzione del nostro blog, una sintesi di una doppia intervista ad un aspirante interprete e ad un notissimo professionista della mediazione linguistica e della comunicazione entrambi reali seppure anonimi.

 

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Scuola, scuola… scuola!

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Cerchiamo di far tesoro delle buone pratiche in campo di sistemi scolastici in Europa e nel mondo laddove, per opinione condivisa, le cose funzionano e cittadini, professori e dirigenti sono abbastanza soddisfatti! Sia il governo che chi protesta studino di più, meglio e insieme ciò che si fa altrove. L’erba del vicino non è sempre più verde ma molto spesso ci si avvicina! Osserviamo come vengono formati, reclutati e valutati docenti e presidi, osserviamo chi dirige l’apparato scolastico in tutte le sue articolazioni; osserviamo cosa e come si insegna ed apprende. Osserviamo le responsabilità che vengono affidate a chi dirige le scuole. Osserviamo gli stipendi ma anche se il posto di lavoro sia eterno nonostante tutto. Osserviamo soprattutto se vi sia competizione, come funziona il sistema pubblico-privato e via discorrendo. Non reputiamoci sempre i migliori e i più democratici perchè abbiamo un passato storico e culturale ingombrante e crediamo di aver fatto solo noi battaglie culturali e sociali, non sempre efficaci e realmente progressiste. Mentre noi spesso facciamo i sofisti nella nostra “società ristretta” gli altri fanno fatti concreti e spesso di qualità! Mentre, come diceva Leopardi, noi ci perdiamo in chiacchiere, feste e chiese (anche nel senso di fazioni) altrove hanno trovato il modo di educare ed istruire un’ampia platea di giovani con risultati mediamente buoni. Non perdiamo tempo solo a lodare i nostri cervelli esportati all’estero e non culliamoci su quei limitati allori.Non è sulle punte di eccellenza che si misura la bontà della scuola. Una buona scuola produce talenti e competenze diffusi e trasversali, non solo splendide eccezioni, seppure numerose, rispetto a una regola di mediocre livello. Ed è qui che si parrà la nobilitate dell’italico sistema di istruzione.

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La rampa e il teatro in una scuola media a Recanati
(Architetti Basilici, Campagnoli, Tarducci – 1977)
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Oltre l’edilizia scolastica

Oltre le aule.

Come  superare l’edilizia scolastica

Oltre le aule

Un pamphlet sull’architettura per la scuola in linea gratuitamente su i Tunes store e su iBook store. Un libretto in cui si descrivono le ipotetiche modalità di attuazione dei principi della scuola diffusa attraverso una architettura per la cultura e l’istruzione diversa, basata sulle buone pratiche della storia e sulle innovazioni per il futuro. Il sequel de “L’architettura della scuola” e di “Questioni di stile” Giuseppe Campagnoli Giugno 2015

“Nei miei precedenti saggi e articoli sull’argomento mi sono addentrato progressivamente e pericolosamente sulla via della negazione di un’ architettura scolastica specializzata, perché foriera di gerarchie e di rigidezze anche pedagogiche oltre che sociali. I pamphlets “L’architettura della scuola” , “Questione di stile” e i vari interventi su riviste e quotidiani intendevano costruire una nuova idea di scuola in una nuova idea di architettura. Ora è il momento di dimostrare come e dove assumendo uno scenario plausibile.Si deve considerare che la scuola possa essere l’intero territorio della città e del suo intorno in duplice accezione orizzontale e verticale (cioè per tutti i gradi e tutte le tipologie di apprendimento). Si deve sognare che la scuola sia ogni giorno una teoria di luoghi da scoprire per imparare.

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Italians

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Un link dedicato a chi è già alfabetizzato nella lingua italiana. Per ora tra giovani, adulti e analfabeti di ritorno solo il 20% degli italiani.

I consigli di Umberto Eco

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ReseArt. Il blog di tutte le arti.The blog of arts.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

ReseArt (Reseau Art) is the blog of an ideal network of information, research and art education. The added value of the blog is that for “arts” means all of the arts in an extended sense of the term. The themes of the news, articles and pages concern the commonly understood Arts (Architecture, Visual Arts, Design, Music, Photography, etc.) and the Arts as a fundamental human activity (art of politics, art of rhetoric, education , philosophy …) according to a cut also educational.Contact the editors to learn more or submit your files for selection at the following address: researt49@gmail.com

ReseArt (Réseau Art) es el blog de una red ideal de la información, la investigación y la educación artística. El valor añadido del blog es que para “artes” significa todas las artes en un sentido amplio del término. Los temas de las noticias, artículos y páginas afectar las Artes comúnmente entendidos (Arquitectura, Artes Visuales, Diseño, Música, Fotografía, etc.) y las artes como una actividad humana fundamental (arte de la política, el arte de la retórica, la educación , filosofía …) de acuerdo con un corte también educativo.Póngase en contacto con los editores para obtener más información o enviar sus archivos para la selección en la siguiente dirección: researt49@gmail.com

ReseArt (Réseau Art) est le blog d’un réseau idéal de l’information, la recherche et l’éducation artistique. La valeur ajoutée du blog est que pour «arts» désigne tous les arts dans un sens large du terme. Les thèmes de la nouvelles, des articles et des pages concerner les Arts communément comprises (architecture, arts visuels, design, musique, photographie, etc.) et les arts comme une activité humaine fondamentale (art de la politique, l’art de la rhétorique, de l’éducation , la philosophie …) selon une coupe aussi éducatif. Contactez les rédacteurs en savoir plus ou soumettre vos fichiers pour la sélection à l’adresse suivante: researt49@gmail.com

ReseArt (Reseau Artistique) è il blog di una rete ideale di informazione, ricerca ed educazione artistica. Il valore aggiunto del blog è che per “arti” si intende l’insieme delle arti in una accezione estesa del termine. I temi delle notizie, degli articoli e delle pagine riguardano le Arti comunemente intese (Architettura, Arti figurative, Design, Musica, Fotografia etc.) e le Arti come attività fondamentali dell’uomo (Arte della politica, arte della retorica, dell’educazione, della filosofia…) secondo un taglio anche educativo. Contatta la redazione per saperne di più o invia i tuoi file per la selezione al seguente indirizzo: researt49@gmail.com

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Storie universitarie di ordinaria follia. Non solo scuola.

di Giuseppe Campagnoli

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