Categorie
Architettura didattica edifici scolastici Education Educazione istruzione Politica riforma scolastica Scuola

Il racconto continua: l’educazione diffusa per una città educante

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare.

 

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa, agli appunti di architettura della città educante che presto diventeranno un libro dettagliato e pieno di suggerimenti e consigli per le trasformazioni urbane necessarie ad una città che accoglie ed induce l’educazione diffusa. Non ultimo una specie di manualetto di istruzioni che Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli stanno preparando ad uso di insegnanti, scuola, educatori, famiglie e associazioni.

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

Senza titolo.jpg

Nel tempo, la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building ha avuto evoluzioni e involuzioniin una specie di andirivieni culturale. Oggi anche nelle avanguardie degli innovativi spazi per la scuola non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9  libri su 10 vanno letti in diagonale. Accade così anche nei progetti e nella ricerca. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

Senza titolo.png

Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhetdi architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura.

Categorie
Education Educazione Educazione diffusa miur Scuola Scuola italiana

Telescuola

Avevo promesso di non scrivere nulla dopo l’articolo del 19 Marzo scorso, preferendo l’attesa attiva (ricerca, consulenze gratisetamorenaturae, adomandarispondo, preparazione frenetica per il dopo emergenza) e il defilamento rispetto all’iperattività a volte esibizionista di questi tempi dove la speranza è l’ultima dea ma molto, molto lontana. Un articolo e alcuni disegni e foto dei nostri cugini di Charlie Hebdo e Libèration mi hanno invece colpito, per le loro affinità e per la coincidenza con alcune mie idee non proprio popolari tra i pedagoghi conformi e di moda , tanto da indurmi a proporli in una parafrasi sintetica accompagnata da eloquenti immagini.

Benvenuti all’ Azzolina Academy

dal Testo originale di Jacques Littauer in versione « italica »

“Liceali che fanno girare degli screenshots dei loro professori presi durante i corsi a distanza; famiglie di cinque persone che si scannano per usare l’unico pc della casa; un insegnante che si stupisce dell’improvvisa partecipazione di una dei suoi allievi non capendo che sua madre le sta suggerendo le risposte…L’esperienza di “continuità pedagogica” imposta a tutti dalla ministra vira verso l’incubo.

Se molti politici credono che i professori non lavorino se non in classe, gli insegnanti delle elementari, delle medie e delle superiori vedono oggi l’impegno moltiplicato almeno per due. Non bisogna soltanto creare nuovi supporti elettronici per le lezioni ( testi, grafici, video..) ma bisogna anche relazionarsi individualmente con ogni allievo. Per non bruciarsi gli occhi davanti allo schermo tutto il santo giorno alcuni insegnanti stampano i compiti, li correggono, li scandiscono e li spediscono uno ad uno alle loro pecorelle. Quanto sa di veloce e trascendentale tutto questo!

olive-learning

Lo sapevamo. A partire dal 2010 c’è stata la follia dei MOOC (Massive Open Online Courses)!aperti a tutti. Ce n’era per tutti i gusti: da Harvard, Stanford, MIT, Moma e tante scuole e università pubbliche e private: d’un tratto sono diventati accessibili gratis a chiunque sapesse leggere, che avesse una presa di corrente e un computer. Tutti coloro che hanno sbattuto il muso sulle diete o sui corsi di pianoforte a distanza lo sanno bene: nessuno ci riesce bene da solo, senza alcun aiuto di altri allievi, senza scambi con il professore, senza vincoli di orario e senza alcuna efficace verifica o autovalutazione delle cose apprese. (ndr: ricordo con un moto di riso un corso del Moma sulla fotografia dove con accorgimenti vari potevi, step dopo step, arrivare al « diploma » senza aver appreso nulla. Costo 100 Dollari per diventare un non fotografo.) È così che il 90% degli allievi iscritti ai corsi on line abbandona strada facendo e che gli unici sopravvissuti sono quelli con più titoli di studio: siamo molto lontani dalla democrazia digitale. Senza contare che i vari MOOC, già in via di estinzione prima del COVID, costano milioni a scuole e università. Il Coronavirus sancirà definitivamente il falllimento dell’insegnamento a distanza e della sua implicita diseguaglianza sociale.

Per non agire malamente, indistintamente e in modo classista, ammesso e non concesso che si dovesse fare, ci si sarebbe dovuti concentrare almeno sugli snodi cruciali dei percorsi scolastici (così come sono nell’obsoleto contesto della scuola istituzionale) ma soprattutto sugli studenti in difficoltà riservando loro le attenzioni e magari ci si sarebbe dovuti occupare anche di alcuni luoghi educativi nella città: ( non è forse indispensabile l’educazione come il cibo, l’agricoltura, la mobilità, l’informazione, il farmaco e la salute?) luoghi diffusi ad affollamento zero ( le stesse distanze a vista delle file ai supermercati, alle edicole, alle farmacie, agli opifici “essenziali”,ai sentieri dei cani e dei padroni) da usare fin da ora con le stesse dovute precauzioni di distanziamento che continuano ad avere tutti gli spazi urbani ritenuti necessari alla vita. Si potrebbe fare contenendo i rischi con le regole che non impediscono relazioni interumane frattali di metro in metro.

E’ invece successo il contrario: i figli dei poveri o gli allievi in difficoltà sono letteralmente scomparsi e alcuni professori sono arrivati al paradosso di dare loro degli “zeri” fittizi nella speranza di ricevere un segno di vita. Ma per il Ministero tutto sta andando bene tanto che avrebbe appena lanciato, tra le righe di alcune ineffabili circolari, decreti e messaggi quasi da libro cuore, una specie di operazione “vacanza educativa” per una prolungata sessione scolastica molto virtuale, poco virtuosa e decisamente burocratica prevista dalla primavera fino a tutta l’estate. »

La scuola da un muro all’altro

Perché invece di non considerare miracolosa la scuola a distanza dentro nuovi muri non si pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per predisporre tutti insieme (famiglie, insegnanti, mentori, studenti, maestri e pontificatori psicopedagogici) il canovaccio di un bel progetto per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente ? Non sarebbe un anno perduto. Non più di questa scuola « irretita » e di pronto soccorso. Non perdiamo una occasione unica per non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini di un istituto che si pone gli stessi problemi burocratici, docimologici e classificatori perfino a distanza. Approfittiamo infine per aprire le menti dei bambini, dei giovani e non solo alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli per la vita e per la natura. Superiamo alcuni pannicelli caldi condivisibili solo in un contesto educativo come quello vigente (quel recinto di cui spesso ho parlato che mira a migliorare le cose da dove sono ma non a oltrepassarle) e che glissano elegantemente su concetti come l’esperienza, la conoscenza del mondo, la libertà in educazione. Questa è una riflessione che tanti (come avete visto non solo in Italia)stanno facendo anche per contrastare l’iperattività culturale e mediatica non sempre disinteressata e di una specie di mercato nero delle idee più disparate dei tempi difficili. In Italia ho l’impressione, e non appaia come una banalità, che chi non abbia vissuto personalmente, anche per uno scarto anagrafico di qualche anno, le scuole prima delle riforme dei primi anni ‘60 abbia perduto tanti dati esistenziali utili per riflettere sulla scuola oggi e che non si possono recuperare dalle storie di altri o dalla storiografia scolastica e dalle teorie pedagogiche solo accademiche.

Questa mancanza di fondo la percepisco in molti addetti ai lavori e a volte perfino in alcuni amici « di scuola ». È come se mancasse l’aver vissuto una parte essenziale di un racconto. E allora spesso non ci si capisce e si danno per scontate cose che non lo sono poi tanto così come si credono innovative idee che non lo sono affatto. Ma ora la svolta! Halleluiah!!! Habemus team! Istituito al ministero in queste ore, con grande eco e plauso tra gli innovatori, un gruppo di consulenti per l‘innovazione didattica e la formazione! Spero di non aver preso l’ennesimo abbaglio, anche se la presenza come esperto,dal nome singolarmente evocativo,di un già sottosegretario dell’ineffabile ministro leghista Bussetti non mi ispira nulla di buono. Ma non farò il solito pregiudizievole bastian contrario .Ci sarà chi finalmente contribuirà ad aprire la strada nella scuola pubblica all‘educazione diffusa e alla città educante? Si potrà finalmente dire di essere usciti dalla misera Buona Scuola e dai suoi perfidi strascichi? Finirà la visione pedagogica reclusoria e classificatoria mai di fatto cambiata dall’800 ad oggi se non con tante gattopardesche fintevgiravolte riformiste? Nell’attesa, che si spera breve, avvantaggiatevi leggendo le istruzioni! La speranza è sempre l’ultima dea.E poi, semmai, faremo da soli. Come spesso è accaduto. Letto, tradotto, parafrasato, trasposto, dissentito e sottoscritto da Giuseppe Campagnoli

8 Aprile 2020

Categorie
Education Educazione Scuola Scuola italiana

Almanacco di una scuola immobile. Re-censione

Nell’ennesimo almanacco, annuario della scuola di Micromega un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire.

La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate (la civica, l’artistica, la aziendale, la finanziaria, la linguistica…) delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, del latino che appare e scompare, delle improbabili “scuole senza”,”scuole con” dell’edilizia scolastica omnipresente, delle materie di cui non si può fare a meno.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata, pochi convinti che debba essere rifondata dalle basi del concetto di educazione magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e pannicelli caldi sparsi quà e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente…

Pochissime le eco che rimandano a qualcosa di più e di oltre. Pochissimo il coraggio di osare anche con il rischio di essere chiamati visionari o sovversivi, come lo erano, d’altra parte Freinet, Illich, Fourier, Ward, Freire…che non sono proprio diventati riferimenti di pedagogie alla moda declinate in troppi modi e in troppe versioni spesso contrastanti tra loro. Non sarebbe il caso di pensare finalmente ad un bel repertorio di buone idee e di buone pratiche? Ad un virtuoso ibrido di belle esperienze che ricostruiscano ex novo una scuola completamente diversa, completamente autonoma dal mondo economico attuale e magari diffusa in ogni ambito della vita e della natura?

Ogni sapiente, come spesso accade, deve dire la sua da un parziale, spesso scontato, punto di vista senza apportare nulla di nuovo e significativo nell’antologia delle prediche sulla scuola a cui ormai siamo terribilmente abituati da tanti decenni, forse fin dalla nascita della scuola pubblica.

Tante perle di saggezza scontata e inutile, a volte in buona fede a volte meno, da Raimo che rilancia l’educazione ad una generica cittadinanza, a Barbero eccellente storico ma improbabile pedagogo, da Galli della Loggia ed altri che fanno la storia di una scuola che non potrà mai proseguire, alle confessioni disperate di prof. che non riescono a capire che occorre ribaltare il tavolo, Scognamiglio che non pare uscire dal paradigma di una scuola che vorrebbe includere escludendo di fatto a priori anche linguisticamente, da Nardella che fa la descrizione implicita dei fallimenti di esperimenti spurii e isolati ad Affinati con le sue esemplari insulae di virtù educativa, alle scuole aperte ma non troppo di Oliva, alla felicità di essere connessi (dove? con chi? perchè?) di Vera Gheno, finanche ai luoghi scolastici belli ma pur sempre chiusi di Berdini. E così via ancora attraverso le scuole pop, la società ottusa e analfabeta di una nuova oclocrazia, gli italiani e le storie, il latino, le note e la lingua fin dalla culla… Il tutto sempre in questo attuale confuso e obsoleto paradigma ideale e reale della scuola.

Una delusione cocente e crescente, soprattutto se penso a ciò che faticosamente si sta muovendo al di fuori di questo dorato recinto della solita speculazione educativo-didattica-didascalico-formativa e parapsicosociopedagogica e che spesso è sconosciuto, misconosciuto, boicottato, minimizzato, quando non ostacolato e ghettizzato. Tutto questo ci dice che occorre più che mai osare ed oltrepassare la scuola lasciando da parte i soloni e i mediatici che parlano di tutto e di niente senza offrire nessuna idea veramente rivoluzionaria e globalmente praticabile anche da subito, sicuramente con meno risorse inutili e sprechi diffusi e con più gratificazione per tutti, insegnanti compresi, che per primi rinascerebbero per primi ad un nuovo ruolo sicuramente più remunerato e più riconosciuto oltre che appassionante. C’è chi ci sta credendo molto e si sta dando da fare, anche da dentro il sistema.

Se siete masochisti e volete versare lacrime amare sul futuro dei nostri giovani e sulla capacità delle genti di leggere e capire la realtà leggete questa mirabile antologia di detti e contraddetti, di pontefici del sapere e del non volere, di mirabili saggi onnipresenti sulla scena abusata degli affabulatori di scuola. Magari vi verrà un sussulto di orgoglio e di disgusto insieme che spinga verso un reale superamento di tutto ciò che rende la scuola a volte vecchia, a volte inutile, a volte pericolosa, a volte perfino grottescamente paradossale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2020

Categorie
Architettura controeducazione Education Educazione Scuola

L’educazione diffusa si potrà fare solo tutti insieme

Nel panorama delle iniziative e delle condivisioni sul tema della educazione diffusa e della città educante credo si stia facendo ancora un po’ di confusione, muovendosi tra le esperienze in atto delle cento scuole e scuolette private e parentali, del bosco, della campagna, della radura e i filoni storicamente consolidati come le scuole Montessori (con diverse etichette spesso contrapposte), il movimento di cooperazione educativa, le scuole steineriane, quelle ispirate a Don Milani et coetera.

Per il mio punto di vista, che oltre ad essere quello di un uomo che nella scuola ha passato una vita in ruoli diversi è anche quello di un architetto che ha una visone pedagogica e formativa di una possibile evoluzione della città e del territorio, l’educazione diffusa è una specie di repertorio ragionato ed assolutamente integrato di tutte le buone esperienze presenti e passate  in una nuova, rivoluzionaria e complessa visione, di tutto il moderno, il non classista e antimercantile che persiste nelle varie teorie e nelle varie esperienze sparse per il mondo. Una costante tra le nuove e le vecchie idee, seppure ancora innovative, dovrebbe essere quella di proiettare, non occasionalmente, ma definitivamente, l’educazione fuori dai luoghi istituzionalmente e burocraticamente dedicati e a considerarla totalizzante, libera da programmi, discipline, orari, classificazioni, esami e funzioni che non siano quelle della crescita e dello sviluppo della creatività e della curiosità della persona che solo così potrà anche apprendere per sé e per la comunità. Al tempo stesso che l’educazione e la scuola (se vogliamo ancora chiamarla così) siano scevre da etichette, bolllini, sponsors, coacervi settari e imprimatur di vario genere. Tutti i movimenti e le iniziative che si ispirano liberamente, ma condividendone il senso e i principi, al Manifesto della educazione diffusa  fanno dei passi avanti verso la città educante e una educazione veramente rivoluzionaria. E’ allora indispensabile che accanto alla trasformazione dei luoghi della città avvenga, gradualmente ma radicalmente, una trasformazione del concetto di educazione  senza equivoci e possibilmente in modo collettivo anche quando si avviano dall’interno della scuola pubblica o delle istituzioni che rappresentano e governano le città e i territori.

fullsizeoutput_91c

Mi piace pensare che in campo educativo non sia utile nè serio dividersi in tante teorie, piccole o grandi sette, iniziative spurie, a volte effimere e a volte ridondanti, presuntuose e che spesso presentano caratteri di conservazione, di élite, per esibire le proprie etichette e i propri marchi o bollini nei convegni, nei seminari e nel confronto pubblico, come pure nella realtà scolastica. Come gioveranno tutte queste kermesses al cambiamento dell’educazione e della città che in sostanza mi pare siano ancora le stesse e in qualche caso anche peggiorate? Mi parrebbe più saggio cercare e trovare punti di incontro solidi e reali per rifondare, con il contributo di tutti, un pensiero educativo rivoluzionario, multiforme ma non contraddittorio o decisamente datato o autoreferenziale. L’apporto culturale e teorico ma soprattuto concreto di tante esperienze storicamente emergenti o nascostamente diffuse è fondamentale e indispensabile per ripartire e far nascere  l’educazione del futuro, quella che rispetto a quella tradizionale e istituzionale noi amiamo chiamare Controeducazione.

La strada è lunga, ma occorre almeno imboccarla, tutti insieme. Siamo ancora nella piazzola di partenza dopo due anni dall’uscita del Manifesto della educazione diffusa e dopo tre dalla pubblicazione del libro  che lo ha ispirato e che, con il valore di  fare tesoro di tanti apporti teorici importanti, ha lanciato l’idea dell’educazione diffusa in una città educante.Facciamo tutti uno sforzo di sintesi e di proposta unitaria per non disperdere delle belle idee e delle belle esperienze in cento rivoli facilmente fagocitati o emarginati dalla scuola padronale e governativa che sovente finge di essere o provare a diventare innovativa.

Giuseppe Campagnoli 7 Ottobre 2019

Categorie
Architettura Education Educazione Scuola

Tra le righe di Fourier, Freinet, Ward

 

Rilettura di un architetto della città educante tra le righe di Charles Fourier, Celestine Freinet, Colin Ward.

Per questo non c’è bisogno di precettori. Riflessioni e memorie da un interessante articolo apparso tempo fa nel blog di filosofia di Laurence Bouquet e degli allievi del Liceo Xavier Marmier di Pontarlier: “L’enfance du désir, le philosophe Charles Fourier et la question de l’éducation” 

Aldo Rossi la città analoga

L’educazione diffusa e la città educante sono figlie e sorelle di tante maestre e maestri. Quelli a cui mi piace riferirmi di più, anche per esperienza personale, sono proprio Charles Fourier, Celestine Freinet e Colin Ward, per il loro essere sovversivi nella concezione della vita e dell’educazione. La parola chiave sembra essere la “passione” nell’esperienza, nella ricerca, nell’apprendimento e nella crescita. Allora come oggi, mutatis mutandis le persone sono animate dalle medesime passioni: ambizione, invidia, desiderio di ricchezza ed onori, ricerca di piaceri di ogni sorta. La loro indiscriminata repressione, il freno imposto a favore della ragione a tutti i costi impedisce alle passioni di svilupparsi in senso positivo e in direzione dell’umanità e dell’armonia sociale. Il mondo cosiddetto civilizzato cammina “sulla testa” e le passioni vere e sincere potrebbero distruggerlo soprattutto quando sono fondate sull’empatia e sul rispetto delle persone libere e non delle regole e delle ragioni. Costruire una società o una architettura secondo dei paradigmi imposti comporta assenza quasi totale di libertà, di passione, di esperienza e di creatività. Per questo non c’è bisogno di precettori nè di luoghi dei precetti, come non c’è bisogno di regole e tipologie per pensare e costruire i manufatti (manu-fatti!) del nostro vivere. L’educazione e l’architettura debbono essere processi appassionati e collettivi. La società invece ci pone difronte a valori decisamente contrastanti: quelli dei maestri, come la morale e il sapere e quelli della famiglia, come l’ignoranza e il danaro. Anche la città si trasforma e si evolve in queste contraddizioni in una sintesi perversa dell’agire ciascuno contro tutti, dove man mano che si cresce non si è più capaci di uscire dalla società a cui si è condannati dall’economia, dall’educazione, dalla forma e dalla sostanza dell’ambiente in cui si è costretti a vivere. La passione, il disinteresse e la voglia di fare dell’infanzia dovrebbero permeare tutte le età e diventare il carattere essenziale di una educazione diffusa ed esperienziale così come l’impeto e il sapere indotto dal fare che ispirava i costruttori delle cattedrali gotiche e delle città medievali come delle architetture collettive aborigene di ogni parte del mondo. Al contempo diventa essenziale il legame tra generazioni, un legame non di tradizioni e ricordi ma di esperienze comuni, di mentori reciproci.

La città sostenibile

Le cose umane passano attraverso il tempo e si interpolano mirabilmente per ingenerare attraverso l’armonia continue novità generate da passione e curiosità da ricerca indietro e vanti nel tempo.

“A l’inverse l’harmonie engendre la nouveauté, elle met les institutions au service du désir ou plutôt des passions multiples, elle ne soumet pas le désir aux institutions. Elle n’impose pas à l’homme une seconde nature qui tout au plus dissimule les penchants qu’elle prétend combattre. L’éducation sociétaire ne contraint pas la nature, elle l’accompagne. Il s’agit non de transformer l’individu, mais de tout faire pour empêcher l’arrêt de son développement naturel. La nature chez n’est pas une essence fixe permettant de définir l’homme ; il la conçoit plutôt comme un principe de production du divers à partir des  passions fondamentales qui nous habitent.”

Non bisogna sottomettere il desiderio, la passione e la curiosità alle istituzioni perchè l’educazione non deve coartare la natura ma assecondarla e consentire all’uomo di svilupparsi non di trasformarsi ad uso e consumo di qualcun altro. L’educazione non può imporre un fine prestabilito e preordinato ma scoprire e attualizzare le infinite possibilità dell’essere umano senza selezioni e senza costrizioni. Perfino la suddivisione classificatoria tra infanzia adolescenza ed età adulta è una povertà semantica che maschera realtà ben più complesse e intrecciate.       « Nourrissons et nourrissonnes 0 à 9 mois, poupons et pouponnes 9 à 21 mois, lutins et lutines 21 à 36 mois, bambins et bambines 36 à 4 ½ ans, chérubins et chérubines 4 ½ à 6 ½ ans, séraphins et séraphines 6 ½ à 9 ans, lycéens et lycéennes 9 à 12 ans, gymnasiens et gymnasiennes 12 à 15 ans, jouvenceaux et jouvencelles 15 à 19 ans »

Marciapiedi diffusi

Celestine Freinet propaga, espande ed applica tutto questo nella sua “pedagogia sovversiva” per non svilire il gusto innato di apprendere dentro schemi preordinati e muri fisici e mentali. E allora esperienza,studio e ricerca fuori dalle mura scolastiche, apprendimento condiviso e reciproco,autoorganizzazione della vita collettiva con attenzione alla singolarità di ciascuno (per inciso la mia formazione elementare con i miei maestri di casa, di bottega e di vita) cercando di non separare l’educazione dalla vita e quindi la scuola dalla vita. In una frase tutta un’ idea di educazione: «Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessantissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?»

La classe. Celestine Freinet

Le stesse domande e pressappoco le stesse risposte in Colin Ward che singolarmente era un architetto, un amante del fare arte, un insegnante, un direttore di scuola, un figlio di maestri proprio come colui che scrive. L’incidentalità dell’educazione oltrepassa le barriere delle istituzioni “famiglia” e “scuola”. per le strade, nei boschi,negli spazi di gioco, sui bus, nei negozi e nelle botteghe, nelle campagne e e nelle officine si trovano i luoghi vitali pieni di opportuinità educative straordinarie.La creatività, l’intraprendenza, la passione sono i motori dell’apprendere non strutturato e non programmato “sulle” persone per gli scopi spesso venali delle istituzioni. “I moderni sistemi scolastici hanno isolato ogni forma di sapere esperienziale, hanno standardizzato e unificato i profili di uscita degli studenti, hanno omologato criteri e metodi di valutazione che pesano fortemente sull’insegnare e sull’apprendere” (Francesco Codello in “L’educazione incidentale Eleuthera Milano 2018)

Da tutto questo e tanto altro nel 2017  l’educazione diffusa per una città educante 

Giuseppe Campagnoli 23 Settembre 2019

 

Categorie
Architettura beni culturali Education Educazione giuseppe campagnoli

Oh che bel castello! Potrebbe essere un bel portale educante.

 

Una storia emblematica e purtroppo ricorrente e assolutamente multipartisan nell’ Italia dell’abbandono progressivo di beni storici e artistici  e spreco di risorse pubbliche è quella del castello di Montefiore di Recanati, dove si intrecciano anche passaggi di architetti con una certa affinità elettiva come il sottoscritto e Giancarlo de Carlo che, oltre ad Aldo Rossi, per idee contrapposte ma ricongiunte come in una circonferenza infinita sono stati i miei riferimenti culturali  originari anche se oggi ampiamente superati ed aggiornati.  Questa storia che si intreccia con la mia biografia e la mia vecchia professione, tanto amata e tanto odiata, è tornata in evidenza di nuovo e di recente,  in conseguenza ad un ripresa di interesse locale per il monumento.

IMG_5070

Il monumento

Punto forte del sistema difensivo duecentesco del Comune di Recanati verso Osimo costruito sulle rovine del castrum Montali, la fortificazione fu ristrutturata e rinnovata dal 1405 per tutto il XV secolo con l’aggiunta della torre centrale in funzione di avvistamento per la guarnigione già presente. Il castello divenne una vera e propria rocca con cassero e rivellino. Si trasforma nel tempo, venute meno le esigenze difensive, in borgo rurale  a partire dal seicento e le tracce di sedime delle abitazioni all’interno della corte sono solide, evidenti e fanno parte integrante della storia del manufatto. Permane nell’ottocento il borgo con 29 famiglie di artigiani, braccianti e filatrici più la parrocchia. Il borgo murato è completo a metà ottocento ma viene demolito negli anni successivi secondo la perniciosa filosofia conservativa e purista del tempo. Restano tracce del sedime e rari documenti catastali gregoriani della struttura interna della cortina abitata. Una foto del 1920, dopo alcuni interventi di consolidamento e restauro statali e comunali otto-novecenteschi (compresa la rampa d’accesso) mostra ancora un corpo (la chiesa) interno alla cinta muraria poi demolito insieme ad altri.

IMG_9134

L’idea di un recupero possibile

Nel lontano 1987 l’idea di recuperare il Castello, un presidio dal disegno e dalla storia originali, venne proposta all’allora Amministrazione del Comune che la accolse con qualche ambiguità e con qualche riserva ma la fece sviluppare fino a che non divenne un progetto vero e proprio con tanto di approvazione, dopo varie vicende burocratiche, della Soprintendenza competente.  Nel 1990 a progetto definitivo completato arrivò il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici con alcune prescrizioni utili alla realizzazione delle opere, ed una sorprendente indicazione di mantenere la rampa di accesso in muratura (novecentesca) forse perché realizzata a suo tempo proprio su progetto di quell’ufficio. Il progetto completo di preventivi particolareggiati, di diagnosi e cura dei dissesti, di particolari costruttivi di strutture murarie, arredi fissi e mobili e impianti tecnologici, compreso un plastico in legno, fu consegnato definitivamente al Comune. Ma del progetto, dopo alterne vicende burocratiche, che non sto per pudore ad elencare, non si  fece nulla.

Le linee principali del progetto

Il progetto di consolidamento, restauro e riuso prevedeva di destinare la struttura a botteghe artistiche ed artigiane, una ludoteca pubblica e un centro di documentazione con biblioteca, emeroteca e audiovisivi,, in sostanza un polo educativo e culturale che con qualche intervento accessorio e aggiornato potrebbe ben essere oggi una delle basi e dei portali dell’educazione diffusa. L’impianto avrebbe dovuto essere integrato, nella corte, da strutture prefabbricate in legno che avrebbero riprodotto la fisionomia del vecchio borgo sorto all’interno delle mura tra il 1500 e il 1800.Una mini città educante.  Partecipò al progetto anche il noto e compianto artista  Loreno Sguanci che disegnò una scultura-stele  simbolica da porre all’esterno della cinta muraria. Un parere estremamente utile e lusinghiero per i due giovani progettisti fu espresso in una lettera dall’Arch. Faglia consulente del FAI e dell’Istituto Italiano dei Castelli che lo visitò insieme al principe di Galles in un viaggio a Recanati. Collaborarono ufficialmente al progetto redatto dagli architetti Giuseppe Campagnoli e Giancarlo Stohr, giovani studenti di architettura e neo architetti alle prime armi. Il progetto era pronto quasi esecutivo ma ben tre amministrazioni di diverso colore non riuscirono o non vollero  realizzarlo.

IMG_9135 (1)IMG_9120IMG_9121  IMG_9122 IMG_0728IMG_9129

I progetti  successivi

Le amministrazioni succedutesi nel tempo, pur avendo già un progetto pagato (nella sostanza valido anche dopo trent’anni per la sua attualità, soprattutto nelle destinazioni d’uso previste), da cui partire per il restauro e  riuso del castello, diedero  incarichi ad altri professionisti, tra cui uno studio legato a Giancarlo De Carlo, di cui si vedono alcuni rendering e disegni qui sotto, suscitando anche l’attenzione della Corte dei Conti che dovette intervenire con gli esiti noti ai cittadini di Recanati. Successivamente, alla fine degli anni ’90, furono effettuati alcuni minimi interventi per un uso parziale come teatro all’aperto e per l’accessibilità alla torre maestra. Pare che non siano stati effettuati interventi di consolidamento delle fondazioni. Oggi si torna a parlare del castello (perché di castello si tratta) . Cosa succederà? Che si possa riparlare di un uso culturale ed educativo? Che possa diventare un bel portale aperto al territorio, alla campagna ed alla città? Per una città educante sarebbe un bel gioiello da recuperare ad un uso veramente attivo e permanente con biblioteche, botteghe, radure, anfiteatri all’aperto, costruiti come  in un bello scenario di apprendimento incidentale ed esperienziale, seppure nella sua contenuta dimensione che comunque è un pregio di dimensione umana. Nemo propheta in patria come suggerisce la storia in quel di Recanati e poi di Pesaro e Urbino per realizzare architetture per l’ educazione diffusa…ma non si può mai sapere.

Giuseppe Campagnoli Luglio 2019

  images-3

EPSN0283

EPSON DSC picture

EPSON DSC picture

EPSON DSC picture

08DEFp4 copia

Categorie
Education Educazione Governo innovazione istruzione ministro dell'istruzione Politica Scuola

La scuola. Una scuola. Quale scuola?

 

IMG_0037

“Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.”

Come contraltare avvilente alle nostre idee sulla necessaria rivoluzione in campo educativo che vuole essere il prodromo di una rivoluzione più ampia in campo sociale e culturale è divertente annotare, a partire dalla vacua sezione riguardante l’istruzione del famigerato “Contratto di governo”, i passi che si stanno facendo in questo campo delicato e importante della vita delle persone. L’aveva annunciato l’ineffabile ministro che non ci sarebbero state rivoluzioni. Si sta dimostrando  più realista del re anche nel lasciar mano libera sulle cose del suo dicastero agli altri ministri “competenti” (?). L’alternanza scuola-lavoro che è sopravvissuta in forme diverse e forse peggiori, il concorsone per i docenti di storica formulazione, l’educazione civica che aggiunge una materia al già intasato coacervo disciplinare e diventa quasi la summa della pletora di “educazioni” tanto care all’establishment scolastico vetero e  neodemocristiano, l’abrogazione di regi decreti sulla disciplina alle elementari che da tempo non avevano, di fatto, alcuna efficacia e via così con tante altre perle tese a lasciare le cose come stanno o, nel segno del cambiamento, a peggiorale come le telecamere nelle scuole, l’ennesima giravolta sulle regole dell’Esame di Stato alla fine della scuola secondaria di secondo grado, i contentini parasindacali alla classe docente-elettrice e alla via così.. Chi intravvede dei segnali positivi e di cambiamento anche se minimi credo stia prendendo dei forti abbagli o è caduto ingenuamente nella trappola del guardare il dito al posto della luna indotto dalle grandi capacità di propaganda dell’accoppiata improbabile che ci governa, capacità caratteristica da sempre della furbizia politica. Ultima perla è l’educazione civica che nelle scuole sta per diventare l’ennesima materia classificatoria e prescinde dal fatto che intere generazioni di genitori a partire dagli anni ’60 siano state decisamente abbandonate e forse anche incentivate ad usum delphini nel loro neoanalfabetismo crescente e ahimè inconsapevole (non il saggio “hoc unum scio, me nihil scire “).Questa ignoranza diffusa (diffusa lo è di sicuro!) che lo stesso Gramsci (che aveva un’idea di scuola come riscatto comunque legata ai suoi tempi) temeva molto come veicolo di controllo del potere, non si è configurata solo nel campo dell’istruzione di base ma anche negli aspetti civili, umani e sociali e si spinge anche oltre  creando illetterati perfino con lauree e specializzazioni, come avviene peraltro anche in altri paesi d’Europa e del mondo che spesso questa società mercantile porta addirittura ad esempio (vedi OCSE-PISA) di eccellenza educativa e scolastica.

inaugurazione-scuola-primaria-montecassiano-2

Nei prossimi cinque anni, secondo la contrattazione governativa, che come pare è  un patto ineluttabile, questo, alla lettera, è quello che di rivoluzionario dovrebbe avvenire:

“22. SCUOLA

La scuola italiana ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà. Dopo le politiche dei tagli lineari e del risparmio, l’istruzione deve tor- nare al centro del nostro sistema Paese. La buona qualità dell’insegna-mento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabileper la corretta formazione dei nostri ragazzi.

La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia. Per far ciò occorre ripartire innanzitutto dai nostri docenti. In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza perconsentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento.

Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del si- stema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative deinostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, per-tanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico preca-riato e dall’altro un efficace sistema di formazione.

Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti (ormai a livelli record), che non consentono un’adeguata continuità didattica.Un altro dei fallimenti della c.d. “Buona Scuola” è stato determinato dalla possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico. Intendiamo superare questo strumento tanto inutile quanto dannoso. 

Una scuola che funzioni realmente ha bisogno di strumenti efficaci che assicurino e garantiscano l’inclusione per tutti gli alunni, con maggiore attenzione a coloro che presentano disabilità più o meno gravi, ai quali va garantito lo stesso insegnante per l’intero ciclo.

Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolasticache in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini. 

La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione. È necessarioche anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani. Per consen- tire tutto ciò garantiremo ai nostri docenti una formazione continua. Intendiamo garantire la presenza all’interno delle nostre scuole di docenti preparati ai processi educativi e formativi specifici, assicurandoloro la possibilità di implementare adeguate competenze nella gestio-ne degli alunni con disabilità e difficoltà di apprendimento. 

La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso.”

cropped-img_5910.jpg

Ciò che sta avvenendo giorno per giorno è sotto gli occhi di tutti. Al di là delle giaculatorie di principi a volte lapalissiani e scontati del contratto che, mentre nega la pur terribile “Buona scuola ” renziana, di fatto ne riproduce parti non secondarie in altre forme declinate, i dettagli più incisivi (dove si nasconde il diavolo) e gli interventi più pericolosi e conservatori che incidono anche sulla scuola stanno passando per altre vie e per altri ministeri in effetti molto solerti (immigrazione, sicurezza, lavoro, autonomie differenziate, tagli di risorse..)

Trovate nel testo qualcosa che ricordi minimamente o possa dare suggestioni  circa le idee di scuola senza mura, di città educante, di educazione diffusa? Se è così ditemi per favore dove. Sarà la mia cataratta che avanza (fisica e anche mentale?) a non farmi vedere questi segni tra le righe? Illuminatemi. Non entro nel merito dei singoli provvedimenti anche più recenti perché a mio avviso bastano i titoli e basta osservare il disegno generale, l’idea di scuola, di società, di vita che non accenna minimamente a ripudiare l’economia mercantile  su cui tutto si fonda, dalla salute, alla città, dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla persona, nella vita di tutti i giorni. Se le cose non cambiano o non danno neppure un segnale minimo di cambiare non sono io ad essere il solito bastian contrario. Se il mio atteggiamento di educatore, architetto e cittadino di fronte  a ciò che avviene intorno a noi è lo stesso da anni significa che le cose non accennano neppure ad essere messe veramente in discussione. Non bisogna d’altronde lasciarsi distrarre ma continuare per una strada che forse non troverà tanti autentici sostenitori se non dal basso, nei gruppi, nelle associazioni, nelle persone di buona volontà e comunque in direzione decisamente e coraggiosamente contro chi di fatto ha paura della educazione diffusa. Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.

Ecco, per esempio, cosa scrivevo quasi due anni fa. E’ cambiato qualcosa nella scuola delle istituzioni?

https://researt.net/2017/08/06/tutti-alla-fine-vogliono-la-scuola-del-mercato/

Giuseppe Campagnoli

3 Maggio 2019

 

 

Categorie
ambiente amministratori Architettura associazioni edifici scolastici Education Educazione istruzione Musei Scuola

Una città educante.Immaginiamo.

img_3829

Una piccola città, una rete di scuole coraggiose e un sindaco anch’esso coraggioso. Associazioni, architetti, cittadini, cooperative, mercanti e artigiani tutti coraggiosi. Queste la sceneggiatura e la scenografia minime per cominciare a costruire una città educante. Non si tratta di uscire dalla scuola di tanto in tanto oppure di perpetuare la famigerata progettite, malattia contagiosa della scuola a caccia di fondi e di medaglie per iniziative e attività spesso inutili.  Si tratta di stare in modo permanente nella città reale e nei suoi luoghi ad educare e ad educarsi mentre si vive. Nel frattempo che le scuole e i loro insegnanti e direttori ripensano tempi e metodi dell’educazione in modo radicale e decisamente incompatibile con lo star fermi, anche solo un’ora, in un banco davanti a un propalatore di nozioni o ad una lavagna d’ardesia o elettronica, la città si organizza e si trasforma per accogliere bambini, ragazzi, adulti ed anziani di ogni provenienza per tutto l’arco della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Il sindaco e la sua amministrazione decidono di investire gran parte delle risorse per l’istruzione, per l’edilizia scolastica e culturale, per la mobilità urbana, il commercio, la cultura e i servizi in genere, in un progetto integrato di educazione diffusa che contemporaneamente preserva, trasforma e rende più bella e viva tutta la città. Le associazioni e i gruppi di cittadini contribuiscono e collaborano in varie forme. Si fa un piano urbano flessibile girando per la città e segnalando in una mappa luoghi e spazi adatti a quella virtuosa trasformazione. In un quartiere c’è un complesso di luoghi contigui che comprende una biblioteca, due scuole, un museo e un parco. Diventerà un portale della educazione diffusa, una tana, una base. Le scuole cambieranno forma e saranno collegate fisicamente con la biblioteca e con il museo oltre che con il giardino. Verranno creati ambienti aperti, comuni e flessibili in ogni manufatto, dove ritrovarsi a gruppi e decidere il programma della giornata o della settimana.

 

IMG_0027.jpg

Là dei bambini dai 6 ai 10 anni, laggiù ragazzi dagli 11 ai 14,  nell’auditorium, nella biblioteca e nel bar libreria gruppetti di giovani dai 15 ai 19 anni. Più avanti degli adulti ed anziani che recuperano il tempo perduto, che consigliano, aiutano e supportano, che apprendono e condividono con i più giovani. Mèntori ed esperti fanno da catalizzatori e aiutano ad organizzare le attività per aree  tematiche trasversali guidando i gruppi attraverso la città e i luoghi già individuati e attrezzati in precedenza o riscoperti e riadattati alla bisogna. Si parlerà e giocherà con la matematica presso il museo del calcolo e della scienza o presso quell’azienda informatica; si farà arte nelle sale e negli spazi comuni del museo, nell’atelier e nella bottega; la biblioteca e la libreria ospiteranno chi fa ricerca in tutte le direzioni; l’edicola trasformata ad hoc e la redazione del giornale locale ospiteranno giovani e ragazzi che intendessero approfondire le notizie e l’attualità, discuterne e farne un quotidiano; la fattoria, la bottega artigiana e il mercato guideranno nei loro percorsi e nei loro spazi giovani e adulti desiderosi di capire ed approfondire gli aspetti più vari della vita urbana e rurale. Il tempo verrà speso da una parte all’altra, a seconda degli interessi, del bisogno  o del canovaccio predisposto per un complesso di attività, accostandosi ora a un teatro, a una piazza, a una corte, a un orto, al municipio ad un opificio. Secondo un disegno più ampio e condiviso ogni edificio pubblico e molti edifici privati e collettivi saranno costruiti, recuperati, trasformati o modificati con una azione collettiva di architettura compatibile e rispettosa dei luoghi ed avranno la possibilità di accogliere ed ospitare i gruppi per svolgere diverse attività legate alla funzione, da intendersi comunque del tutto provvisoria e in movimento, del manufatto. A queste trasformazioni partecipano gruppi di cittadini guidati dai mèntori-architetti che saranno gli interpreti delle visioni e delle possibilità di mutazione virtuosa della città e delle sue parti, questa volta obbedendo solo alla leggi del bisogno comune e delle necessità di benessere e di conoscenza e non più a quelle della speculazione, spesso occulta, del mercato o di qualche interessato mecenatismo politico.

IMG_0037.jpg

Immaginiamo un teatro pieno di atelier per recitare, danzare, fare animazione, suonare e cantare; immaginiamo un museo pieno di laboratori e spazi per fare, riprodurre, copiare disegnare, dipingere, scolpire, fotografare; immaginiamo una biblioteca  con annessi tanti spazi aperti o chiusi e trasparenti dove riunirsi, studiare, guardare films e video, ascoltare musica e poesia, ricercare, scrivere, dialogare, insegnare, apprendere; immaginiamo una teoria di botteghe dove provare a fare gioielli, piccoli oggetti di artigianato, bricolage, riparare mobili e suppellettili, apprendere un’arte applicata; immaginiamo un opificio e un laboratorio che espanda i suoi spazi con atelier di studio e ricerca, di tirocini aperti e creativi; immaginiamo un municipio che contenga ambiti dedicati di scambio, di conoscenza della vita pubblica e della vera politica della città  con la possibilità di simulazioni dell’amministrare e del condividere, del gestire in modo comune il territorio. Immaginiamo, come nel racconto finale de “La città educante. Il Manifesto della educazione diffusa” il libro maestro di questa rivoluzione in educazione, che le città riescano a trasformarsi tanto da rendere naturale il connubio inscindibile tra l’apprendere e il fare, il muoversi e il fare, l’osservare e il fare, il partecipare e il fare, il giocare e l’apprendere, crescere e formarsi, senza i muri dello spazio, dell’età, della provenienza culturale, delle diversità in modo non occasionale ma permanente.

IMG_0026.jpg

 

Dovremmo cominciare con gli strumenti che già ci sono nella politica, nelle norme ancora aperte e nell’ economia libera,  da usare con giudizio e con equità  per avviare finalmente il cammino verso una società opposta a quella attuale con l’educazione diffusa nella città e nel territorio educanti. Per ora basterebbero delle scuole coraggiose, sindaci coraggiosi, gruppi di cittadini coraggiosi. La mappa e il canovaccio delle azioni ci sono, la strada o le strade da percorrere pure. E’ l’ora di fare.

Giuseppe Campagnoli 11 Febbraio 2019

 

Esempi di aule vaganti

Progetto di restauro del Castello di Montefiore (Recanati).jpg

Image.F76C406A-C520-427D-8C77-73D3C46BBC5B@homenet.telecomitalia.itAule vaganti.jpg

 

Aule vaganti, progetti a Venezia,Vienna e Lione.jpg

Categorie
Architettura Education Educazione pedagogia Scuola Varia umanità

Gaia educazione diffusa

Presentiamo la versione definitiva del documentario “Gaia educazione diffusa” di Barbara Ferrari e Francesca Pennati. All’interno riprese dal Convegno di Milano del Maggio 2018 “Ma sei fuori?!” dove è stata lanciata l’idea della redazione e pubblicazione del  Manifesto operativo della educazione diffusa per avviare sperimentazioni e iniziative.

https://youtu.be/4nGCIi8gwIk

 

 

volantino adesioni 2019 l manifesto della educazione diffusa

In contemporanea l’avvio del corso di formazione per studenti, docenti ed edcatori progettato e interamente tenuto dal Prof. Paolo Mottana.

PROGRAMMA
Gli incontri consistono in parti seminariali e parti esperienziali.
Possono essere seguiti come percorso o singolarmente.
Il sabato dalle 15.00 alle 18.00 nelle date qui riportate:
  • 02.03.19 – Apprendere per passione (lezione e discussione)
  • 16.03.19 – Apprendere dall’esperienza e insegnare attraverso l’esperienza (lezione e discussione)
  • 30.03.19 – Spazio e tempo nella gaia educazione diffusa (discussione e ricerca d’aula)
  • 13.04.19 – L’imprinting formativo (lezione e esercitazione)
  • 04.05.19 – Il mèntore e il gruppo (lezione e discussione)
  • 18.05.19 – Il curricolo di educazione diffusa (lezione e esercitazione)
Il contributo per il singolo incontro è di 30€ e per l’intero percorso 150€.
Per partecipare occorre essere soci IRIS (contributo annuale associativo 10€)
Gli incontri si terranno presso LA CORTE DEI MIRACOLI, in via Mortara 4 a Milano (vicino alla stazione di P.ta Genova).
I POSTI SONO LIMITATI, VERRA’ DATA PRECEDENZA ALLE ISCRIZIONI PER L’INTERO PERCORSO.
TERMINE ISCRIZIONI AL CORSO IL 20 FEBBRAIO 2019
LE ISCRIZIONI AI SINGOLI INCONTRI VENGONO RACCOLTE FINO A MASSIMO 10 GIORNI PRIMA DELLA DATA
UNA VOLTA AVUTA CONFERMA DELL’ISCRIZIONE VERRA’ CHIESTO IL VERSAMENTO DELLA QUOTA TRAMITE BONIFICO
Iscrizione a questo link
Per info: immaginale.iris@gmail.com
Scarica il volantino a questo volantino ged

 

volantino-ged.jpg

 

Paolo Mottana è professore di filosofia dell’educazione e di Ermeneutica della formazione e pratiche immaginaliall’Università di Milano Bicocca, ha insegnato anche all’Università di Firenze e all’Accademia di Belle Arti di Milano. Ha diretto le due edizioni del Master in Culture simboliche per le professioni dell’arte, dell’educazione e della cura. Nel 2006 insieme al suo gruppo di ricerca ha fondato l’Associazione IRIS (Istituto di Ricerche Immaginalie Simboliche & Controeducazione) che indirizza le sue ricerche da una parte alla riflessione intorno al ruolo dell’immagine simbolica nell’educazione e dall’altra alle prospettive di una controeducazioneradicale e libertaria. Ha collaborato con Riccardo Massa come suo allievo, in seguito ha riorientatoil suo orizzonte di ricerca verso la tradizione della filosofia simbolico-immaginaleche ha tra i suoi esponenti Gilbert Durand, Henry Corbin, Carl Gustav Jung, James Hillmane Jean-Jacques Wunenburger, e ha fondato un approccio di ricerca e di formazione cui ha attribuito il nome di pedagogia immaginale. Recentemente ha promosso, oltre alla controeducazione, la gaia educazione, i sapore niccianoe con precisi riferimenti ad autori della antipedagogia e della contestazione radicale come René Schérer, Raoul Vaneigeme HakimBey (uniti nel riferimento alle visioni eutopistichedi Charles Fourier). 

Le teorie pedagogiche di Paolo Mottana si trovano nei seguenti testi:
P.Mottana, PiccoloManuale di controeducazione(2011, Mimesis)
P.Mottana, Lagaia educazione(2015, Mimesis)
P.Mottana, Caro insegnante. Amichevoli suggestioni per godere (l)a scuola( 2007, Franco Angeli)
G.Campagnoli, P.Mottana, Lacittà educante. Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola (2016, Asterios)
L.Gallo, P.Mottana, Educazionediffusa. Per salvare il mondo e i bambini(2017, Dissensi Edizioni)

Per approfondimenti: http://www.paolomottana.it

Paolo Mottana ha messo a punto, insieme a Giuseppe Campagnoli, un approccio all’educazione volto a ripristinare il rapporto sociale tra bambini, adolescenti e adulti compromesso dalla reclusione scolastica, che va sotto il nome di educazione diffusa. Dal 2017 con l’associazione IRIS sta progettando in varie città di Italia classi sperimentali di educazione diffusa, coinvolgendo scuole referenti istituzionali, famiglie, associazioni e cooperative che operano in ambito educativo.

Il quartiere

Giuseppe Campagnoli, architetto ricercatore e saggista operante nel campo dell’educazione e della formazione in campo artistico e dell’architettura dell’educazione.
Già Dirigente Scolastico e responsabile Ufficio Studi Direzione Scolastica Regionale per le Marche del MIURfino al 2006.
Già nella lista degli esperti dell’ Education, Audiovisual and Culture Executive Agency della Commissione Europea e dell’UNESCO nel campo della cultura dell’education e della creatività fino al 2012.
Fondatore e Amministratore del blog multidisciplinare ReseArt.com dove scrive di scuola, architettura, arte, politica e varia umanità.

 Books and essays

“L’architettura della città” Franco Angeli Milano 2007

“I luoghi da amare” Secondo manifesto della scuola marchigiana 2010 USR Marche

Voce edilizia scolastica in “Voci della scuola” Tecnodid 2010

Letters on La Stampa di Torino:

“Costruire scuole” Ottobre 2010

“La scuola oltre le mura” Dicembre 2014

Essays on Educationdue.0 Edizioni RCS:

“La scuola luogo o non luogo?” Aprile 2011

“La scuola diffusa: provocazione o utopia? Gennaio 2012

“Linee guida per l’edilizia scolastica: un passo avanti? Giugno 2013

“Gli spazi della scuola nel territorio” Dicembre 2014

“Quale modello di orario” Marzo 2016

Essays on“La Rivista dell’istruzione” Maggioli editore Rimini

“E se la chiamassimo architettura scolastica?” Dicembre 2011

“Aule senza confini” Agosto 2014

Workshop “La scuola diffusa nella città educante” on “La scuola diffusa: oltre le aule” Cesena (Italy) 12 Settembre

2016

“La scuola senza mura” sul Blog ReseArt (www.researt.comand ebooks:

“Questione di stile” and “Oltre le aule” ReseArt Productions Pesaro (Italy) 2014 e 2015

 2017

Giuseppe Campagnoli e Paolo Mottana “La città educante” Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola.”  Asterios Editore Trieste

2018

Articolo vari su ReseArt, Comune-info, Innovatio educativa, La rivista della scuolaIl disegno della città educante. Autoproduzione ReseArt e Youcanprint. Prima edizione

 

 

ReseArt  1 FEBBRAIO 2019

Categorie
Architecture Architettura edifici scolastici Education Educazione

Autocostruire la città e l’educazione

L’architettura dissenziente (vedi Colin Ward) e l’educazione diffusa (vedi Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli)possono aiutare a  costruire nuove città e territori. Trasformare il ruolo di architetti, urbanisti, insegnanti ed educatori in funzione di una visione partecipata e collettiva della città e dell’educazione è possibile. Le difficoltà a far digerire una siffatta concezione non è trascurabile perchè si sottrarrebbero poteri a figure e sistemi che hanno il monopolio  della gestione del futuro dei luoghi e delle persone, ma vale la pena darsi da fare per questo. L’idea è che una città educante non si costruisce dal nulla o non si trasforma dalla vecchia configurazione imponendola ex cathedra ma si autocostruisce leggendo la sua storia, interpretando i suoi valori educanti in modo collettivo e proseguendo in modo coerente la sua crescita positiva ed a misura dell’umanità che la deve vivere. Solo una discreta organizzazione condivisa dal basso potrà essere affidata ad esperti ed addetti ai lavori che assumeranno il ruolo di mere guide e traduttori per ridurre e assorbire virtuosamente quegli spazi di improvvisazione e di non conoscenza che potrebbero indurre una partecipazione spontaneista o una democrazia diretta tout court. Le norme ed i regolamenti saranno solo dei pretesti e dei pro-forma ovvero delle convenzioni condivise per poi muoversi liberamente a concepire fisionomie diverse per i territori e le città e per i luoghi dell’educare già presenti in essi o da progettare e realizzare. La residenza, le strutture pubbliche collettive aperte e chiuse (nel senso di protette dagli agenti atmosferici) i parchi e i giardini, le campagne, i monti e i litorali dovranno essere letti e reinterpretati, in qualche caso per trasformarli, in altri per conservarli. Il territorio e la città vanno ascoltati e assecondati per evitare fratture pericolose ad uso solo della speculazione o del successo di qualche tecnico o politico narcisista.

La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi.

Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.

Giuseppe Campagnoli 12 Gennaio 2019

Il manifesto della educazione diffusa e le linee guida

 

 

 

Categorie
Education Educazione istruzione Scuola

Diffondiamo il Manifesto della scuola senza mura.

Qui sotto il PDF del Manifesto della educazione diffusa con tutte le adesioni ed i commenti dal 31 Luglio 2018 ad oggi. Attività si stanno avviando in varie parti d’Italia.

Manifesto dell’educazione diffusa – Comune-info 

 

Più di duecentocinquanta adesioni dalla fine di Luglio ai primi di Ottobre per il Manifesto della educazione diffusa pubblicato ufficialmente per la sottoscrizione su Comune-info.

Seguendo l’evolversi degli avvenimenti dopo la pubblicazione del Manifesto, leggendo i commenti a margine delle numerose adesioni e facendo tesoro, nella nostra pur piccola realtà, di quanto è emerso negli incontri che si stanno organizzando , ho potuto constatare che ora, più che mai, è necessario mettere in pratica le indicazioni operative contenute nelle appendici del Manifesto. Per semplificare, ritengo che sia improrogabile costituire al più presto la RETE DI COORDINAMENTO citata negli “Appunti per un progetto di educazione diffusa” (come associazione, comitato o altre forme) anche per poter offrire aiuto e consulenza a chi volesse già cimentarsi nella progettazione di iniziative di scuola diffusa nella scuola pubblica. La costituzione della rete servirebbe soprattutto ad avviare una specie di censimento  delle iniziative e degli esperimenti  già in atto e in linea con i principi del Manifesto che si st traducendo anche in altre lingue. Nella rete confluirebbero tutti i gruppi formali e informali che stanno portando avanti o hanno in animo di farlo, l’educazione diffusa seguendo I suggerimenti contenuti nei citati“Appunti”  e nel testo contenente le “Azioni di educazione diffusa” che fanno parte integrante del Manifesto stesso.

 

Abbiamo raccolto qui, senza ulteriori chiose, una selezione dei commenti più pertinenti, incoraggianti e originali:

“Aderisco con piacere al manifesto. Spero di poter contribuire a dare effettivo seguito e visibilità alle sue azioni e alla sua ispirazione, che condivido pienamente.”

“Buon pomeriggio, sono Laura Roberti, psicologa dell’età evolutiva, lavoro a Roma, come libera professionista, con adolescenti affetti da disturbi dell’ apprendimento. Mi incontro e scontro spesso con la scuola, i suoi limiti, i professori, con le loro grandi capacità e le loro difficoltà. Sono una grande sostenitrice e seguace della pedagogia di Makiguchi e quindi dell’ educazione creatrice di felicità e valore. Aderisco al manifesto dell’educazione diffusa, di cui abbiamo tutti infinito bisogno, e mi rendo disponibile a collaborare con chiunque sia interessato a creare reti, progetti e sogni da realizzare insieme.”

“E’ importantissimo ragionare e agire in un’ottica di pedagogia sociale, popolare e comunitaria…”

“Aderisco volentieri, ricordando quel che disse Luciano Bianciardi sulla scuola. La scuola non deve essere costrizione e punizione. E tutti devono imparare da tutti.”

“Aderisco al manifesto e condivido. Bravi. Siamo in linea.”

“Aderisco consapevole che è un atto necessario per ridare un senso alla scuola che altrimenti si sta perdendo.”

fullsizeoutput_2466

“Condivido pensieri, parole e azioni del Manifesto che con fatica (a volte sovraumana)
ho avuto modo di sperimentare quotidianamente in classe, insegnando storia dell’arte e l’inscindibilità del rapporto Arte/Vita. Dieci e più anni di queste sperimentazioni didattiche sono state raccontate in un libro che ho curato: “Il Liceo Artistico nel IX Municipio 1999-2012. Laboratorio Culturale Permanente Integrato al Territorio”. Restano da raccontare gli anni seguenti, svolti in un altro Liceo Artistico e caratterizzati da processi di inclusione della neurodiversità e di valorizzazione della cultura e dell’arte della migrazione a scuola, di conoscenza dell’arte, tutela del territorio e solidarietà con Amatrice, colpita dal sisma del 24 agosto 2016.
Aderisco con convinzione al “Manifesto” sperando di essere all’altezza di un progetto vitale e necessario come quello che proponete, con la speranza di essere finalmente parte di una ‘rete’ in grado di connettere le tante sperimentazioni presenti in molte scuole italiane, seppure poco conosciute e spesso isolate.”

“Sosteniamoci per costruire un altro futuro attraverso un’altra educazione.
Provo ad insegnare matematica e fisica nelle scuole superiori e lavoro su progetti di orto sinergico integrati con esperienze di agromatematica e agroscienze nelle scuole primarie. sto da anni sperimentando nuove forme di scambio educativo diffuse. Il mondo lì fuori ci aspetta,.”

fullsizeoutput_21d6

“Condivido appieno il contenuto del manifesto.Ho fatto per vent’anni l’insegnate cercando di fare quanto suggerito dal manifesto . Negli anni ’70 c’era la possibilità di perseguire una parte degli intenti descritti nel manifesto ma con gli anni 80 gli spazi di interazione si chiusero completamente e fu allora che lasciai l’insegnamento. Insegnare significa e-ducare non ammaestrare . Complimenti e auguri di buona realizzazione”

“Finalmente un’idea di scuola aperta , attiva, che si immerge nella società, nel tessuto urbanistico e si attiva per educare e formare i nuovi futuri cittadini attraverso esperienze concrete.”

URBAN MIRROR CUBE IN THE ANALOGUE TOWN

“Finalmente intelligenze, corpi, cultura, creativitá e responsabilitá sociale al potere..verso una societá migliore per tutti. Si puó, si deve.”

“I bambini, i giovani, oggi più che mai, devono essere messi in primissimo piano se non vogliamo “morire vecchi!”.
É bene rinnovarsi ogni giorno per non “invecchiare” nello scorrere del tempo, per non “retrocedere” nei nostri ideali, nelle nostre speranze, per non “arrendersi” al pessimismo.
La Societas é: un insieme di collaborazioni per “il vivere bene”.
Vivere é un bene per l’oggi, per il domani e per ” il sempre”, é una gioia un vitale fluire calmo e felice di nostre opere per il “bene comune”.
Noi ” bambini senior” dobbiamo raccontare ai bambini di oggi e contemporaneamente apprendere da loro, l’essenza della vita, per non uccidere il FUTURO!.”

“Condivido il manifesto in quanto l’educazione all’interno della scuola assume modelli di riferimento di una classe sociale di élite e
si propongono contenuti,metodi,valutazioni non corrispondenti al tessuto sociale degli alunni,inoltre la scuola,nonostante le riforme si pone ancora come unica agenzia educativa del territorio .
Bisogna iniziare una rivoluzione culturale che parte da tutti noi cittadini.”

“Per un cambiamento concreto nella società attuale è importante ripensare l’educazione.
Aderisco a questo manifesto perchè credo che con buone intenzioni si possa andare oltre e creare attraverso l’esperienza e la condivisione nuove basi per la crescita comunitaria.
L’educazione non può e non deve essere serva di interessi economici…non può avere come fine ultimo “un posto di lavoro”.
L’attuale modello scolastico è obsoleto e autoritario, è importante superare la valutazione, il giudizio, la separazione, l’educazione all’individualizzazione e alla competizione.”

“Aderisco come insegnante di musica nella convinzione che i bambini e gli adolescenti debbano incontrare la musica soprattutto nei luoghi della città dove l’ arte si esprime a grandi livelli e dove il linguaggio musicale diviene possibilità di una comunicazione senza barriere.”

“Aderisco al progetto perché credo nel manifesto che promuove. Sono una docente di
secondaria di secondo grado e per esperienza acquisita posso testimoniare quanto possano rivelarsi produttive ‘Comunità educanti’ disseminate nei territori urbani come ‘Ambienti di Apprendimento’ alternativi e paralleli a quelli della scuola, formalmente riconosciuta. Sono convinta che costituendo modelli educativi, molteplici e diversificati, sarà possibile far sì che ognuno, in fase evolutiva e post evolutiva, possa riconoscersi e costruire la propria identità. Attraverso la realizzazione di questo progetto, intravedo la possibilità di vedere finalmente aprirsi uno spiraglio alla solidarietà e all’integrazione, tanto attese.”

“Sfruttare gli spazi, spesso involontariamente lasciati più aperti di quanto si creda da alcune (poche) norme sull’autonomia scolastica e sulla sperimentazione è utile per cominciare a ribaltare da dentro il paradigma scolastico attuale. Certi spazi di manovra spesso non sono stati utilizzati per paura o conformismo mentre costituirebbero la chiave per una specie di “civile disobbedienza” che potrebbe essere l’incipit per ribaltare l’obbedienza istituzionale. Quando ero preside, qualche volta l’ho fatto, magari rischiando di persona ma ne è valsa la pena.”

“Aderisco al manifesto da mamma di tre adolescenti che,giorno dopo giorno, ha visto prendere le distanze dalla scuola fino all’abbandono del loro percorso formativo nonostante l’ottimo risultato in alcune discipline. Sulla base del mio vissuto personale mi rendo conto che il sistema scolastico immutato nel tempo non risponda più alle esigenze della società che nel frattempo si è evoluta e auspico che finalmente si possa arrivare ad una vera ‘rivoluzione’ adottando i principi e l’organizzazione di una Scuola Diffusa, nel più breve tempo possibile e su scala nazionale.”

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Novembre 2018

Categorie
Architettura edifici scolastici edilizia scolastica Edilizia Scolastica education facilities Education Educazione istruzione Scuola Scuola italiana

La cattiva scuola e la cattiva architettura.

 

Credo che non si possa progettare e costruire un bello spazio per una brutta scuola. Ecco anche perché l’edilizia scolastica di oggi e di ieri rappresenta la forma del concetto obsoleto, padronale e mercantile, dell’educazione e dell’ istruzione. Perfino Colin Ward l’aveva osservato della sua “Architettura del dissenso” perfettamente coniugata con la sua idea di “educazione incidentale”. Il mio recente articolo nel numero 5 de “La rivista dell’istruzione“, una specie di provocatorio infiltrato nella cultura osservante in educazione e architettura, sottolinea l’esigenza di accompagnare giocoforza ad un nuovo concetto di educazione anche una nuova visione della città e dei suoi luoghi superando il concetto manualistico e tipologico di edilizia scolastica per un’altra frontiere del concepire i luoghi dell’educare. Per una strana coincidenza, nell’ultimo numero della  rivista di architettura Casabella, vi sono degli esempi significativi dell’ “architettura” scolastica internazionale che vi ripropongo in una sintesi per immagini. Tutti gli edifici proposti sono ad uso della corrente idea di scuola che di fatto si è perpetrata immutata, forse a tratti solo dissimulata, fin dal XVIII secolo. Scuole in Burkina Faso, in Svizzera, Los Angeles  a Nantes. Globalizzazione e omologazione.

CB-890.jpg

 

Nell’articolo citato dalla Rivista dell’istruzione, che fa parte del FOCUS sugli spazi scolastici oggi e che vi invito a leggere, ho tentato di scuotere il pubblico di addetti ai lavori che discute di innovazione  pur restando dentro il solito recinto concettuale. Ecco il sommario del fascicolo.

La Rivista dell’Istruzione. Maggioli Editore Rimini.

FASCICOLO 5 / 2018

INDICE E SOMMARIO

IL PUNTO

La scuola che vorrei – Giacomo Stella

DOSSIER

Il supermercato, la biblioteca e l’aula scolastica – Marco Orsi

Spazi per una didattica alternativa – Mariagrazia Marcarini

FOCUS

Aula: spazio anonimo o ambiente di apprendimento? – Alessandra Rucci

Materiali per nutrire l’immaginazione – Franco Lorenzoni

Le carte geografiche murali – Gino De Vecchis

Le pareti di una scuola raccontano… – Maria Rosa Turrisi

Le riunioni e i gruppi di lavoro – Paola Toni

Sull’uso del grembiule a scuola – Cinzia Mion

Evviva l’intervallo (e il cortile) – Lorenza Patriarca

Cooperare a scuola – Mariella Marras

La campanella e l’ora di lezione – Stefania Chipa, Elena Mosa, Lorenza Orlandini

PROFESSIONALITÀ

Cattedra – Maurizio Muraglia

Imparare leggendodi Gheti Valente

CULTURA DELLA SCUOLA

Quaderni e quadernoni per costruire conoscenza – Roberta Passoni

La messa a punto del testo – Rinaldo Rizzi

SAPERI DI CITTADINANZA

La classe, spazio che include o che esclude – Luciano Rondanini

GOVERNANCE

Il disegno di una città educante scolastica – Giuseppe Campagnoli

 

Il quartiere.jpg

DESKTOP

Le inquietudini della scuola del futuro – Roberto Baldascino

SILLABARIO

Il cartellone delle presenze – Lorella Zauli

OSSERVATORIO GIURIDICO

Quale educazione finanziaria economica? – Mavina Pietraforte

(RI)LETTI PER VOI

Rileggendo Bruner. Saggi per la manosinistra – Giovanni Fioravanti

 

 

Il portale.jpg

Nel fascicolo della rivista si danno numeri sull’edilizia scolastica, si avanzano proposte di ogni sorta ma, in sostanza, si descrive il desolante panorama delle scuole italiane oggi, si ricordano e raccontano i tentativi lodevoli di superarlo  e le soluzioni spesso palliative. D’altronde il vero problema è rinnovare radicalmente l’educazione e con essa i suoi luoghi deputati, moltiplicandoli, trasformandoli  e “sparpagliandoli”. Ecco l’incipit significativo del mio pezzo che presenta qualche ironia nel titolo:”Il disegno di una città educante scolastica”.  Per il resto leggete la rivista.

“Ci sono le città, i loro quartieri, le campagne, le montagne, le coste e il loro intorno ambientale. Ci sono 42.000 edifici scolastici urbani e rarissimi rurali tra cui molti obsoleti, insicuri, di vecchia concezione, altri nuovi ma vecchi nell’idea, seppure accattivanti tecnologicamente ed esteticamente ma pur sempre delimitati, gerarchizzati negli spazi, ingenuamente funzionali ed in genere emarginati in aree similcampus e periferie degradate spesso senza alcuna decente urbanizzazione. Prima di poter trasformare la città in educante, cosa che potrà avvenire tra non meno di qualche decennio, posso suggerire alcuni passi nella marcia di avvicinamento che potrebbe essere avviata fin da ora in una specie di periodo di transizione tra la scuola delle materie, degli orari, delle cattedre, dei banchi e delle mura e della educazione ristretta e contenuta a quella della educazione diffusa. Purtroppo si insiste ancora a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando si persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire e della cementificazione, oggi sostituita per mitigare l’effetto di reclusorio scolastico dalla falsa ecologia del costruire in legno, con colori, arredi ergonomici, vetrate e giardinetti, magari chiavi in mano. Dovrebbe invece essere l’insieme delle auspicabili trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica. Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana i “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante.”

La città educante.jpg

Giuseppe Campagnoli

23 Ottobre 2018

 

Categorie
Architecture Architettura controeducazione edifici scolastici edilizia scolastica Education Educazione Scuola Scuola italiana Varia umanità

La scuola diffusa. Una storia.

La scuola diffusa non può essere appannaggio del populismo che dice di essere per il popolo ma lo inganna e lo manipola. Non è la “buona scuola” ma neppure ciò che si profila come il dopo “buona scuola” conservatore e autoritario. La scuola diffusa non è l’educazione civica nelle scuole e neppure più soldi per i reclusori scolastici. Educazione è libertà di pensiero, di movimento, di accoglienza, di tolleranza. Educazione è libertà dai mercati piccoli e grandi. Non è meritocrazia e nemmeno controllo e valutazione. Educazione è una città nuova per tutti gli uomini e non solo per gli italiani. Meraviglia e sconcerta che molti insegnanti abbiano sostenuto i partiti del neo governo. Partiti che hanno condiviso un programma fondato sull’intolleranza, la finta lotta alle disuguaglianze, la difesa delle imprese piuttosto che dei lavoratori, l’omofobia e la deportazione dei migranti, degli zingari e dei derelitti (non vi ricorda qualcuno?), gli interventi conservatori e retrogradi sulla scuola.Partiti applauditi dai fascisti di CasaPound. Con certi insegnanti si potrà passare solo dalla brutta “buona scuola” ad una terribile “nuova scuola”.Mala tempora currunt.

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2018

 

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare per riflettere

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

senza-titolo5

 

E’ in crescita la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building. Ma non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9 libri su 10 vanno letti in diagonale. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere  da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

 

51uJLzuQ+bL._SX337_BO1,204,203,200_

Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e ricerche e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhet di architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico tra educazione ed architettura del nuovo millennio 

La scuola: Luogo o non luogo?

La scuola diffusa, Provocazione o utopia?

 Per Adolf Loos quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura a opera dell’uomo quella è architettura. Il locus è un concetto ben più profondo del luogo. Esso è un concentrato di significati d’uso, di memoria, di racconti, di amore… Anche la scuola dovrebbe essere un locus: uno spazio pieno di storia e di poesia, senza tempo e senza artifici. Quella dell’edilizia scolastica in Italia è una vecchia storia come peraltro quella della scuola stessa che nessuna pseudo-riforma è riuscita ancora a rinnovare. La qualità delle pochissime buone pratiche cui si può attingere porta con sé sempre tre elementi: investimenti adeguati, organizzazione della didattica rivoluzionata, gestione delle scuole in mano a un unico Ente, obbligo nella progettazione di un team multidisciplinare con anni di esperienza sul campo della scuola. Gli edifici per l’educazione debbono essere nelle città e non nelle periferie ed essere riconoscibili dentro e fuori proprio come dovrebbe essere un monumento: una chiesa, un municipio, un teatro…Da qui la riflessione sugli architetti che non fanno tesoro dell’insegnamento della creatività e dell’amore per i luoghi importanti della nostra vita come quelli dedicati all’educazione privilegiando la funzione tecnica e le evoluzioni tecnologiche. Altra è la connotazione umanistica dell’architettura che si contrappone a quella del funzionalismo ingenuo che elude ogni valenza di natura formale e non soddisfa nemmeno i bisogni di funzionamento, se è vero che l’esigenza di dare significato ai luoghi dell’apprendere è interamente assorbita dalle banali ma ineluttabili questioni di sicurezza. Il luogo infatti sarebbe di per sé sicuro e protettivo se lo si pensasse avendo chiara l’idea di scuola e l’idea di architettura insieme legate dalla voglia di costruire spazi accoglienti, inclusivi e al tempo stesso stimolanti, mai completamente scoperti e spiegati per essere ogni giorno nuovi a chi li abita e li usa. La scuola è uno spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non è più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Oggi gli spazi si sono progressivamente chiusi all’educazione, per radicalizzare i soli significati di istruzione e formazione e rinunciare alla vera creatività, confinando il fare arte tra le poetiche ed i linguaggi accessori e gli spazi al funzionalismo e al tecnicismo esasperato, come se l’aula con un computer su ogni banco trasfigurasse e sublimasse il suo valore banale di spazio fisico e cablato in un vero luogo. Nella scuola come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione non sono indifferenti i segni tangibili dell’“ intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, altrettanto significativamente, uno spazio nuovo anche perché antico e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

POSTER BRESSANONE

Oltre le aule

Bisogna superare l’edificio scolastico per un territorio complesso dell’apprendimento: la città scuola. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la scuola del futuro. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del palazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quellascholacome otiumche raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. L’aula sarebbe aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico a quello virtuale del web. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La scuola non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato. L’architettura e l’educazione dovrebbero adeguarsi alle nuove esigenze della conoscenza e della crescita delle persone: non possono essere le stesse nei secoli. Aldo Rossi, con i suoi insegnamenti, mi convinse che l’architettura disgiunge, nel tempo, la forma dalla funzione: non c’è miglior modo di concepire gli spazi per eccellenza, quelli dell’imparare. Da una idea di architettura e di scuola che coincidono, nasce forse una utopia che potrebbe, nel tempo, diventare una splendida realtà. Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un orario di prossimità, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione. Naturalmente la scuola andrebbe riorganizzata in modo estremamente flessibile, per superare tutte le rigidità dovute anche a una normativa disforica sulla sicurezza, che assimila, tout court, i luoghi per l’apprendimento ai luoghi di lavoro, con tutte lelimitazioni del caso. Riuscendo a concepire un insieme di regole ad hoc, e adattando i diversi spazi della città alla frequentazione di classi e gruppi di scolari e studenti, si muterebbe l’idea di scuola attuale, tutto sommato ancora fissa negli spazi e nei tempi. Ogni luogo pubblico della città (municipio, biblioteca, mediateca, laboratori, università) avrebbe spazi dedicati e attrezzati per fare scuola, e consentirebbe a gruppi di discenti di non fossilizzarsi per ore nello stesso ambito, sempre di fronte alla medesima lavagna, allo stesso panorama. Sarebbe sufficiente solo un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di portale di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la stazione di partenza verso le aule virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di rendezvousall’inizio della giornata di studio. L’edificio–scuola, così come oggi concepito, lascerebbe il posto a una costruzione che fa da ingresso a una sorta di parco della conoscenza, sostituto innovativo delle aule tradizionali e degli spazi specializzati che, ahimè, ancora oggi altro non sono se non aule diversamente arredate e attrezzate.

 Una bibliografia  minima.

480e0723-0ccc-4f28-99b4-82e88d65898b 

 

La scuola senza mura

L’errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta nel 1914 nel saggio «Chiudiamo le scuole» dal discusso Giovanni Papini scrittore e saggista dei primi del novecento. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Ora si tratta di passare ai fatti. Provare a simulare una scuola senza mura in una vera città coinvolgendo tutti gli attori possibili. Nel volume “Oltre le aule” c’è un incipit di proposta concreta e una possibile strada per verificarne la fattibilità. La pedagogia, l’urbanistica e l’architettura dovranno essere gli attori principali. Quando Papini scriveva “chiudiamo le scuole” intendeva che dovessero essere riaperte altrove e in altro modo per fare una educazione diversa, a volte “contro” ed una architettura diversa, a volte “ultra”. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna. Per preparare una simulazione in un contesto reale e statisticamente compatibile del progetto di scuola diffusa sarebbe necessario assicurarsi la collaborazione dell’amministrazione di una città di media grandezza, dei gestori della di mobilità, di una Scuola di Architettura e una di Scienze della Formazione e di almeno una scuola per ogni segmento (Infanzia, Primaria, Secondaria di primo e secondo grado). Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto in periferia, non è un luogo chiuso da muri e comparti, non è un edificio unico e monolitico, la scuola è diffusa ed en plein air. L’incontro di affinità elettiva con il Prof. Mottana, mi ha spinto a prefigurare uno scenario condiviso in funzione di una educazione rivoluzionata insieme ai suoi luoghi, una controeducazione in una ultraarchitettura per nuove concezioni dell’istruzione e la cultura. Cento anni fa condurre tutti all’alfabetizzazione era un’ utopia. Come far giungere il messaggio educativo in tutto il territorio. Spero che anche quella di liberare chi apprende e chi insegna dai muri e dalla staticità, diventi nel tempo una realtà. In quell’accezione  di scuola che si riferisce più al tempo che allo spazio.

 

Allegoria della città-scuola. Giuseppe Campagnoli. Seminario CDE Cesena 12 Settembre 2016.

senza-titolo4

 

 

Brani da “La città educante. Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e “Il disegno della città educante” di Giuseppe Campagnoli

“Immaginiamo che scelgano. Che nelle infinite possibilità di esperienza che il mondo rivela ad ogni passo essi scelgano. Scelgano di fermarsi in un giardino a chiacchierare o giocare. Scelgano di entrare in un supermarket, in un cinema, in una bottega. A vederli in circolazione liberi, senza adulti al seguito, ci sarebbe sconcerto, allarme, qualcuno chiamerebbe la forza pubblica perché dei minori si muovono indipendenti nella città, nella strada, a gruppi, a bande, a coppie, solitari. Noi non siamo più abituati a vedere bambini e bambine, ragazzi e ragazze che solcano lo spazio pubblico, da molto tempo sono stati confinati in luoghi speciali, sotto scorta, sotto vigilanza. Noi non siamo più abituati alla presenza invadente e talora insolente dei giovani e dei giovanissimi. Noi che li abbiamo posti a distanza. Che a suo tempo fummo posti a distanza, al confino, nelle mani di persone che nella maggior parte dei casi non avevano né rispetto né comprensione per noi, per loro. Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi  riconoscere.

Le buone e belle scuole: memento

Le brutte scuole. Ancora Giovanni Papini in tempi in cui l’archi- tettura c’era ancora, accomunava la desolazione degli edifici pubblici collettivi. Il luogo comune delle costruzioni di degenza si perpetua nei comportamenti, negli spazi, negli arredi! Letti, banchi e cattedre, corsie e corridoi, sale d’attesa, uffici e sportelli, ambulatori e deambulatori! I ritmi scanditi dalle aule e dalle camerate, dai corridoi e dai gabinetti.  La modernità ha peggiorato la situazione perché ha solo imbellettato e sovrastrutturato di tecnologie e di gadgets gli stessi spazi, gli stessi arredi, le stesse forme che denunciano gerarchia e potere. Nemmeno le innovazioni pedagogiche o didattiche sono state capaci di modificare significativamente il tradizionale, ottocentesco modello: aule, corridoi, servizi… Se si prova a viaggiare nell’Italia scolastica ne sortisce uno stereotipo spaziale, superato solo da qualche rara eccezione, in cui collochiamo volentieri anche l’esperienza degli spazi suggeriti dal metodo di Maria Montessori, che si può descrivere in un racconto di avvicinamento, di accoglienza, di percorso, di uso. Il luogo dove sorge la scuola è spesso periferico o acquartierato, il verde minimale, i graffiti malamente fatti e rifatti in molte pareti (ve ne sarebbero anche di pregio se i muri lo meritassero!) Come al tempo dei romani gli studenti cercano di firmare ciò che non ritengono familiare e confortevole con graffiti, scritte, epiteti, slogan: un grido di dolore! Nelle periferie scolastiche le ampie finestrature a nastro nelle pareti squadrate e tecnologiche con ampio uso di cemento e prefabbricati, gli infissi in ferro o alluminio, denunciano la poca attenzione all’estetica, al comfort, al risparmio energetico anche nelle opere inaugurate di recente, seppure progettate più di un decennio fa.

Il disegno della città educante. Minuta

Diffondere l’educazione

Sostanzialmente quello di un secolo fa. Statico, fisso, sclerotico. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno per vedere dove ci possono portare. Basta con le belle scuole. La città tutta è una bella scuola e forse anche sicura. È assolutamente necessario ricorrere a un po’ di fantasia e utopia e anche a un po’ di realtà per provare a cambiare, mentre ahimè quasi tutti, esperti compresi, restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio. Tutte cose tra l’altro ampiamente contestate a inizio del 900 sia dalle pedagogie nuove, con i loro laboratori, le aule all’aperto, le tipografie ecc., o più radicalmente da figure, tra le molte, come quella di Giovanni Papini, nel suo “Chiudiamo le scuole” del 1912. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a di- versi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita. È tempo di una nuova scuola dell’arte e di un’arte della scuola: questo accadrà quando la mente sarà libera da burocrazie quotidiane e pianificazioni scolastico-aziendali e si riuscirà a pensare che la memoria dei veri maestri del fare poeticamente l’architettura della scuola anch’essa ahimè divenuta preda del mercato, è la stessa del “fare scuola”. Progettare con la storia, con l’amore per l’anima dei luoghi e con quell’idea dell’imprevisto prevedibile e poetico, dell’immaginazione e della creatività è l’agire più prossimo alla relazione umana che della scuola deve essere il fondamento. La scuola è infatti spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunicazione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non sono più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione, non sono indifferenti i segni tangibili dell’ “intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, al- trettanto significativamente, uno spazio “nuovo” anche perché “antico” e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

product_thumbnail.php

“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mèntori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. Occorre ora mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le sue parole e le sue considerazioni. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà. Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. Per poter prefigurare la vera città educante sarebbe necessario non separare più la città da una campagna abbandonata a sé stessa o allo sfruttamento selvaggio dei latifondi o lasciata alle disforie degli improvvisati borghesi agricoltori radical chic o dei falsi agriturismo. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste. Sarebbe un male riprendere in mano l’utopia della città giardino del futuro e usarla per costruire un modello di città educante del futuro con tutti gli adattamenti e aggiornamenti necessari? Nel tentativo di fare un esperimento in una città vera, anche se piccola, sarebbe utile immettere quei germi positivi presenti in nuce nelle idee di Howard e dei suoi epigoni. Si tratta di sgombrare il campo all’organizzazione eccessiva ed alle rigidezze disegnative e simboliche da città ideale cinquecentesca per sovrapporre una rete di connessioni virtuose e di nodi e portali significativi tra il verde e il costruito, tra i campi e i boschi, tra i monumenti e i cespugli. Il giardino urbano si fa campagna e viceversa un po’ come avviene ancora per il Phoenix Park di Dublino, con le greggi in città e i cittadini in campagna senza soluzione di continuità tra una piazza e una radura, un bosco e un rondeaux. Le chiameremo le campagne urbane perché sono macchie di verde coltivato o selvaggio di collinette e di radure che contaminano il costruito e lo permeano di vita naturale e di orti urbani all’ennesima potenza. L’educazione qui è di casa più che tra i muri degli edifici, più che nelle piazze e nelle strade.La trasformazione di musei, teatri, biblioteche, castelli, botteghe e laboratori in portali e aule diffuse.

B13FB374-9495-46D3-A479-CF2DE385B6EB

Da tempo stiamo girando e disegnando attorno a questi oggetti strani e misteriosi inseriti nella città accanto ai suoi edifici storici e ai suoi spazi emergenti (le piazze, i viali, le corti) in diverse occasioni virtuali dove hanno interpretato spazi diversi e multiformi, dal caffè letterario, all’internet point, dal laboratorio alla serra urbana, dalla biblioteca di quartiere all’aula vagante. Prendiamo le mosse dalla città “per parti” o da un piccolo borgo che è già di per sé una parte e un tutto. Identifichiamo i luoghi, i percorsi e le basi di partenza. Identifichiamo gli edifici e il costruito virtuoso che possano fungere da basi, tane, radure, piazze dell’educazione. In una prima fase i gruppetti (le classi che sperimentano o i gruppi visti orizzontali o verticali) si muoveranno sempre di più nell’arco della giornata e con il loro mèntore dal portale collettivo verso tutte le “aule” diffuse dove troveranno, esperti, sapienti ed amici più grandi che soddisferanno le loro curiosità e la loro ricerca aiutandoli nel contempo a conoscere e apprendere. In una prima fase i portali potranno essere edifici contigui ed integrati composti di vecchie scuole riadattate, biblioteche, auditorium, manufatti che prima erano una cosa e ora ne saranno un’altra.

senza-titolo3

Il quartiere educante

Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme con tutto l’organismo urbano si poteva pensare ad una mini town autosufficiente. Una parte di città potrebbe essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un quartiere. Compito dell’architetto educante è quello di disegnare o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore scolastico (finchè duri) sarà quello di pensare alla organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e agli esperti, alla gestione e alla discreta organizzazione. La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili. I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i 10 e i 14 anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i 14 e i 19 anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe ed agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi. Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di volta in volta ed organizzare le persone, i luoghi il tempo e le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere 24h su 24 i flussi di cittadini in formazione, da 0 a cento anni.

Giuseppe Campagnoli 19 Maggio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie
arte artisti beni culturali disegno Education Educazione Educazione all'arte istruzione artistica lingua Scuola Scuola italiana

Le prove del mercato. Invalsi colpisce ancora!

Si sa  che siamo fermamente  contrari a questo tipo di scuola ed al concetto obsoleto e mercantile dell’educazione che si pratica oggi nei paesi del mondo globalizzato. Si sa anche che siamo contrari a qualsiasi forma di classificazione e gara sulle famigerate “conoscenze, competenze e capacità” soprattutto quando fondate sulle perverse tre “I” che imperano ancora e che anche dai programmi politici del “nuovo che avanza” non  pare siano state messe neppure in discussione: informatica, inglese, impresa. Ma non avevamo parlato ancora a fondo della discriminazione palese tra le potenzialità del nostro cervello e del nostro vivere che vede considerare solo alcune abilità come la lingua italiana, la matematica e ora, udite, udite anche la lingua del vecchio e nuovo colonialismo mercantile: l’inglese. Neppure un cenno alle abilità di quella parte del cervello che presiede alle facoltà creative, dell’immaginazione, della rappresentazione e quindi delle arti fondamentali che ancora sono considerate bricolage mentale o appannaggio di rare,  originali, forse anche stravaganti, molto spesso improvvisate figure. Pare che in tutto il mondo l’arte, la musica, il pensiero divergente, la creatività siano degli optionals marginali e irrilevanti per la formazione della persona. Senza l’acquisizione e la padronanza di altri linguaggi che non siano quelli della scuola canonica, la metà della nostra mente invece sarà irrimediabilmente compromessa, al di là di quanto riportano con estrema parzialità le indagini e le rilevazioni internazionali sulla qualità dell’apprendimento scolastico che, con pervicace miopia, insistono sugli stereotipi del saper leggere scrivere e far di conto. Attraverso le indagini OCSE PISA, funzionalissime al mercato globale, si può capire come quella parte essenziale delle conoscenze e delle abilità connessa con la creatività e il fare artistico, prerogativa essenziale, secondo gli studiosi, di almeno la metà del nostro cervello, sia trascurata dalle linee guida dei sistemi educativi.
Le “performances delle competenze” , a livello internazionale, misurate come per una macchina, risultano fondate su rigidi, parziali e anacronistici modelli economici, al limite del saper leggere, scrivere e far di conto trascurando del tutto la creatività , le abilità e le competenze delle arti visuali e tattili, della musica come del movimento del corpo, del teatro e dell’animazione che dovrebbero essere elementi primari dell’educazione e non  corollari quasi ricreativi accanto alle  discipline regine della scuola perchè utilitaristiche e funzionali al capitalismo ed al profitto.

Senza titolo
Privilegiare solamente gli apprendimenti linguistici e logici, umanistici e scientifici ha condotto ad una specie di atrofizzazione cognitiva che ha fatto dell’ arte e del suo apprendimento in Italia e forse anche nel mondo, una specie di riserva per una genialità marginale che “malgré tout” a volte riesce ad avere un successo internazionale soprattutto quando ve se ne ravvisi un utile mercantile. L’ educazione totale va avviata fin dai primi istanti di apprendimento e per tutto l’arco della vita, ricordando che i talenti si costruiscono e si cominciano a consolidare nel periodo di vita da 0 a 5 anni.
E’ fondamentale assicurare pari dignità ad un insieme di abilità e linguaggi che costituiscono il terzo fondamentale asse della formazione dell’ individuo che con gli altri si intreccia e si integra per rendere completa l’umanità.  L’educazione alle arti è un percorso di formazione, anche informale, che si dovrebbe sviluppare per tutte le età dell’uomo, non per una professione – che costituisce solo un segmento del fare arte e non esaurisce affatto l’esigenza umana di produrre e fruire arte nelle sue svariate forme – ma per la completezza della conoscenza e delle possibili abilità.
L’educazione diffusa certamente colmerebbe questo enorme vuoto e i luoghi della città educante sarebbero tutti ricchi di stimoli e di idee e  coinvolgerebbero tutta la sfera di azione della curiosità e dei bisogno di conoscenza ed esperienza  di una persona che cresce.

Giuseppe Campagnoli

IMG_8582

 

 

Categorie
controeducazione edilizia scolastica Education Educazione Eventi Pesaro Scuola Varia umanità

La forzadicambiare: oltre la scuola

Il manifesto della educazione diffusa / Riproponiamo l’intervista di Alberto Pancrazi a Giuseppe Campagnoli del Luglio scorso, in concomitanza con il lancio de “Il disegno della città educante”. La storia continua…
OLTRE LA SCUOLA
Proviamo ad immaginare una scuola “aperta”, non più limitata dalle mura delle aule e dei corridoi di edifici spesso obsoleti.
Una  scuola “diffusa” nel territorio per un’attività educativa praticata anche negli spazi pubblici della città: biblioteche, teatri, musei botteghe o all’aperto in piazze e cortili trasformati in luoghi didattici. Sicuramente un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale che trova la sintesi nel manifesto dell’educazione diffusa pubblicato nel volume “La città educante”.  Le linee portanti del progetto le chiarisce in questa intervista Giuseppe Campagnoli che firma con Paolo Mottana il saggio edito da Asterios Editore. La città educante intesa come collettività che si prende cura dei suoi futuri cittadini cercando di farli crescere nei luoghi più idonei senza costringerli ad ore e ore in spazi compartimentali. E non è soltanto teoria. Nonostante le innegabili difficoltà, infatti, il progetto già sottoposto all’attenzione delle istituzioni, sta trovando esplicito appoggio da parte di insegnanti e genitori.


Guarda l’intervista:

Leggi l’ultimo libro: https://www.ibs.it/disegno-della-citta-educante-architettura-libro-giuseppe-campagnoli/e/9788827801321

Categorie
Architettura disegno edifici scolastici Education Educazione oltre le aule Scuola Varia umanità

Il disegno della città educante

E’ appena uscita la prima edizione del volume “Il disegno della città educante” edito da ReseArt per i tipi di Youcanprint. Dopo una campagna di crowdfunding non proprio esaltante e il tergiversare degli editori da noi coinvolti (compreso quello de “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ) abbiamo deciso, per ora, che chi fa da sé fa per tre. Le cose stanno andando meglio di quanto pensassimo. I libro è il seguito naturale della storia narrata da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli ormai un anno fa e che tanto interesse ha suscitato ovunque siamo andati a presentarla, da Milano a Pesaro, da Monza a Lecce e, a distanza, da Sao Paulo a Parigi.

Microsoft Word - Volantino e locandina presentzione libro.docx

Aprile 2017 l’esordio del libro di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli

 

Il “Disegno della città educante” è un racconto architettonico pieno di suggerimenti e suggestioni su come si potrebbe realizzare la città educante in un vero contesto urbano: dall’idea all’organizzazione, dagli attori alle risorse, ai tempi ed agli esperimenti da far precedere. La narrazione coinvolge i temi della città giardino di Howard, le idee di città di Aldo Rossi ed è accompagnata da disegni fantastici e realistici, tra l’osservazione di veri luoghi di una città italiana e l’immaginare di trasformarli per riempirli dei significati  pregnanti della educazione diffusa.

Eccone uno stralcio illuminante:

IL QUARTIERE EDUCANTE
Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le
caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme
con tutto l’organismo urbano si poteva pensare a una
minitown autosufficiente. Una parte di città potrebbe
essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante
contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in
stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le
altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un
quartiere, come si sta facendo a Milano nel
Quartiereducante6.
Compito dell’architetto educante è quello di disegnare
o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa
la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore
scolastico (finché dura) sarà quello di pensare alla
organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e
agli esperti, alla gestione e alla logistica.
La base o il portale educativo è un luogo
multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può
essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers,
piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano
le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le
“aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la
giornata secondo un canovaccio plurisettimanale
annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai
luoghi disponibili.
I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere,
scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare
e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una
biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci
saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di
ragazzi della fascia di età tra i dieci e i quattordici anni
sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti
trasversali mentre i giovani tra i quattordici e i diciannove
anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura
attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche
multimediali, ai laboratori, alle botteghe e agli archivi
storici e scientifici. Non sarà difficile per una
amministrazione municipale e scolastica svestite di
burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori
volonterose e realmente no profit, e per una città aperta,
capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi
di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono
già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è
diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come
l’insegnamento debbono giocoforza essere
personalizzate e multiformi.
Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno
scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di
volta in volta e organizzare le persone, i luoghi, il tempo e
le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel
tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le
occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone
gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere ventiquattro
ore su ventiquattro i flussi di cittadini in formazione, da
zero a cento anni!
La tecnologia, quando usata bene, ci può venire in
aiuto per aumentare la realtà con il virtuale e viceversa,
essere fuori come si era dentro un tempo, connettersi,
ricercare con la guida dei mentori e degli esperti,
registrarsi e localizzarsi con i QI come fanno in Cina
anche per l’elemosina (orrore!) ma qui solo per ragioni di
tutela dei minori e di saggia prevenzione e protezione che
non si configuri più come esigenza di controllo e
obbedienza. Del resto i ragazzini e i giovani vanno a
nozze con il web ma vorrebbero anche scapicollarsi nelle
discese ardite e rotolarsi sull’erba e sulla sabbia, o
arrampicarsi sugli alberi e sui muretti che non chiudono
più né scuole né cortili delle ore d’aria ricreative.
L’importante è suggerire metodi e aiutare ad apprendere,
a farlo con juicio, profitto e senza rischi. Così la piazza
vera e quella virtuale insieme ai saperi tangibili e quelli
eterei si mischiano virtuosamente e si valorizzano
reciprocamente. Tablets e libri veri, pc e pallottolieri,
penne, pastelli ed e‐pencils, enciclopedie da sfogliare e da
scorrere, CAD, LIM, gessetti, matite si integrano e si
completano senza escludere le bontà degli uni e degli altri.”

il-disegno-della-citta-educante-l-architettura-per-la-citta-dell-educazione-diffusa-mai-piu-edilizia-scolastica

Accanto al volumetto è stata pubblicata una cartella dei disegni originali che contiene anche le prime idee in nuce nel progetto di una scuola per il futuro di Architecture for Humanity che già nel 2009 prefigurava una educazione diffusa nella città con degli strani e misteriosi oggetti polifunzionali e mimetici disegnati da Giuseppe Campagnoli con la collaborazione di Stanislao Biondo. Già alcune idee su una rivoluzione dei luoghi per apprendere erano nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli nel 2007.

51uJLzuQ+bL._SX337_BO1,204,203,200_

 

Del contenuto della cartella dei disegni per una città educante è stato fatto un breve filmato illustrativo.

Giuseppe Campagnoli 11 Marzo 2018

Categorie
Education Educazione innovazione istruzione pedagogia Scuola Scuola italiana

Innovatio educativa

E’ uscito il primo numero della rivista Innovatioeducativa, diretta dall’amico Italo Tanoni. All’interno c’è un vasto panorama di interventi che spaziano dall’ordinario innovativo istituzionale alle nuovissime tendenze rivoluzionarie in campo educativo e dell’istruzione. Gli articoli mettono bene in evidenza le tante voci fuori dai consueti cori e le contraddizioni in un ambito cruciale nella vita dei cittadini e delle città che auspichiamo si liberi, nel tempo, dai pericolosi vincoli del mercato economico e della speculazione politica. Particolare attenzione è stata data alle tematiche relative ai luoghi dell’educazione che per i capisaldi del rinnovamento come Montessori, Freinet, la scuola cooperativa, Illich, Freire etc. hanno avuto un ruolo fondamentale.

Visitate il sito e abbonatevi!

http://www.innovatioeducativa.it/wp/

 

Giuseppe Campagnoli 9 Febbraio 2018

 

cop_innovatio_sito

Categorie
amministratori Architettura città controeducazione edifici scolastici edilizia edilizia scolastica Education Educazione schools building Scuola

Scuole “chiavi in mano”

6326

Come abbiamo recentemente accennato in altro articolo, ora ci sono anche le scuole “chiavi in mano”. Il mercato della speculazione immobiliare non si fa scrupoli nemmeno quando si tratti di risolvere i problemi dell’educazione e dell’istruzione anche attraverso la costruzione degli edifici  che ancora si ha l’ardire di pensare e realizzare per rinchiudere, controllare ed addestrare durante parte della giornata bambini e adolescenti. Abbiamo già detto molto sulle tendenze dell’architettura scolastica attuale ma non avevamo mai affrontato un mercato che si sta evolvendo in modo invadente e pericoloso. A partire dalle speculazioni sulle catastrofi naturali  è nato un business delle “casette”, delle “scuolette” e in generale di quel coacervo di edilizia pubblica che dall’emergenza e dall’urgenza tende a diventare ordinaria follia. Spesso si sono uniti in terribili joint ventures multinazionali pseudoilantropiche del pret-à-porter dell’arredo con aziende locali e nazionali dell’edilizia di pronto consumo che promette, fino a prova contraria, tempi rapidissimi, miracoli strutturali, ecologici ed innovativi. Allora imperversano nuove interpretazioni del balloon frame di derivazione coloniale americana, travi e pilastri lamellari, tetti aereati e ventilati, pareti rotanti (come le lame di jeeg robot!),materiali ipertecnologici che mi fanno venire in mente ogni tanto come un tempo si ardì di vendere perfino agli ai ricchi arabi una foresta di finte palme di lamellare! Ma queste strutture sono veramente utili all’abitare dignitoso?

how-to-tell-if-you-have-a-balloon-frame-house.jpg

Sono utili ad una concezione veramente innovativa dell’educazione, della salute, dell’amministrazione? Sono veramente economiche a conti fatti? Non è che le strutture fondanti in cemento armato (la parte immmersa dell’iceberg) costano più della scuola stessa? I materiali sono salubri? Quanto durano? Sono pericolosi? Ai posteri l’ardua sentenza?

Nota:
"Di recente poiché la formaldeide è stata riconosciuta dall’International Agency for research on Cancer come sostanza cancerogena, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato in 100 microgrammi per metro cubo la soglia che non andrebbe superata nei locali chiusi (più dei 10 stabiliti nel 1995, che tenevano conto delle categorie a rischio, bambini e asmatici).
 Occorre evitare l’acquisto di strutture, pannelli e mobili con formaldeide cercando quelli con il marchio CQA-Formaldehyde E1 che contraddistingue le produzioni di pannelli a bassa emissione di
formaldeide, rispondenti ai requisiti imposti dalle normative internazionali in materia.
L' APAT (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici) ci spiega che oggi è disponibile un sistema estremamente semplice in grado di misurare in due ore la concentrazione di formaldeide presente nell’ambiente."

Intanto proliferano palestre, scuole, municipi, case popolari “chiavi in mano” come tanti mercatini natalizi sudtirolesi o come tanti kit del fai da te dell’arredo domestico. Il legno delle strutture spesso viene camuffato da paramenti esterni e cappotti che incarcerano spazi e volumi, i truciolati o similari pieni di collanti ed impregnanti vengono nascosti prudentemente alla vista fino al primo inconveniente o al primo allarme-salute. Intanto la velenosa formaldeide che permea tante strutture lignee e plastiche dorme fino a che non comincerà a rilasciare i suoi dannosissimi effluvi anche peggio dell’amianto, dicono alcuni scienziati. Ma gli accattivanti colori, le forme ammiccanti di quei pochi edifici esteticamente appena accettabili che gigioneggiano una architettura “d’avanguardia” scimmiottando le nordiche ipocrisie, hanno convinto, ahinoi, ingenui genitori, insegnanti, presidi come anche meno ingenui architetti-mercanti con i loro carnet  interi di scuole, scuoline  e scuolacce di ogni genere o, peggio, gli amministratori locali di tutte le tendenze, con l’occhio vigile, come minimo, alle prossime elezioni.

Non siamo affatto d’accordo, in linea con le nostre idee e ricerche, sul costruire ancora scuole e altri edifici o casamenti di pubblica utilità come si è fatto e si fa ancora ma se  la marea non si fosse arrestata e non tutti si fossero ancora convinti della bontà di una rivoluzione sottile dell’educazione, della città e dell’architettura , almeno bisognerebbe contenere i danni di questa fase che consideriamo assolutamente ed ineluttabilmente solo transitoria.

Per un concreto aiuto ecco un collage di immagini e suggestioni illuminanti del mercimonio che si fa anche dei luoghi dell’apprendere con la connivenza di politica, impresa e ,ahimè, anche di professionisti e accademici. Le “buone” e le “belle” scuole bipartisan.

Categorie
edifici scolastici edilizia scolastica Edilizia Scolastica education facilities Education Educazione Ministero della pubblica istruzione Scuola Scuola italiana Ultrarchitettura

Scuole innovative? I vincitori del concorso delle “belle scuole”. Tutto cambia perché nulla cambi.

 

fullsizeoutput_bfa

Scuole innovative? I vincitori del concorso delle “belle scuole”. Tutto cambia perché nulla cambi.

Riprendo l’articolo di un anno fa sul famigerato bando per progettare le “scuole del futuro”. I risultati non fanno che confermare l’idea che non si debbano più progettare reclusori scolastici, seppure ipertecnologici, iperestetici o iperecologici, ma si debba ridisegnare la città nella funzione educante dei suoi luoghi significativi. E si torna alle idee  del  Manifesto dell’educazione diffusa. Qualche indiscrezione iconografica ci riporta ad una concezione mercantile degli spazi dell’apprendimento che segue pari pari una idea di scuola obsoleta e reazionaria. Quando avremo la carrellata completa delle immagini dei progetti vincitori sapremo dirvi di più. Le premesse e le anteprime non sono per nulla incoraggianti. Ci saremmo aspettati almeno una, una soltanto, #scuolasenzamura. Spiace vedere nomi come quello di Monestiroli (ricordi universitari di “tendenza”) in questa kermesse di pseudo innovazione.  Ma forse era chiedere troppo alla psicopedaeducazione imperante ed all’architettura della globalizzazione e del consumo. Ci confronteremo, forse, con una realtà prossima a noi, in Romagna, dove si colloca uno dei progetti vincitori, e dove, ripeto forse, potrà avviarsi un’ esperienza di educazione diffusa come a Monza, Milano e Urbino che non può non coniugarsi con un ridisegno della città in funzione educante. Ne vedremo, forse, delle belle!

Giuseppe Campagnoli 10 Novembre 2017

 

 

head-bambiniarchitetti.jpgscuola.jpgEcosistema_scuola.jpg62fb5f1024529266c6e71c0c0c9ddb3c_XL.jpgINNOVATIVA.jpg

Categorie
Architecture Architettura controeducazione edilizia scolastica Education Educazione pedagogia Scuola

Finestra sulla città educante alla Mostra Convegno “Progettare scuole insieme” a Bressanone

Progettare scuole insieme. Tra pedagogia, architettura e design. Una voce fuori dal coro? Questa settimana l’esordio del Convegno a Bressanone.

Il Manifesto della città educante e le sue implicazioni di disegno urbano saranno presenti con un pannello alla Mostra Convegno di Bressanone dei prossimi 27 e 28 Ottobre 2017.

La Mostra Convegno, organizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano avrà il suo momento topico sabato 28 ottobre con l’inaugurazione della mostra “Forte di Fortezza”. Ringrazio Beate Weyland per aver ospitato anche le nostre idee decisamente controcorrente sia in ambito pedagogico ed educativo che architettonico, non era affatto scontato, visti i boicottaggi cui siamo stati oggetto dall’uscita del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e del sottoscritto. Vi anticipiamo il contenuto della presenza con l’immagine del post che sarà esposto durante il Convegno e con qualche riferimento fotografico che ripercorre la storia del nostro cammino. Nel frattempo sono lieto di annunciare che alla fine del mese di Novembre verrà messa in cantiere la pubblicazione del prosieguo “architettonico” del Manifesto della città educante con il manualetto “Disegnare la città educante” che contiene spunti, idee, suggerimenti anche grafici, per le amministrazioni, i sindaci, e gli architetti coraggiosi che volessero cimentarsi in esperimenti concreti di  disegno urbano della città dell’educazione.

Giuseppe Campagnoli 23 Ottobre 2017

 

POSTER BRESSANONE