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Il mercato non ama l’educazione.

I mercanti e gli accumulatori non amano l’educazione. Amano solo il danaro, il mercato e il possesso.Si servono dell’istruzione per addestrare tanti sudditi obbedienti e spesso inconsapevoli.

Sono pochi quelli che parlano di cambiamento fuori dal recinto del mercato e del capitalismo. Quelli che si definiscono o definiamo populisti, liberisti, liberali, dem, sovranisti, cittadinisti e via cantando si muovono dentro lo stesso recinto e alla fine pare una specie di guerra tra bande per spartirsi lo stesso bottino da trincee diverse. La lotta alla povertà viene intesa quasi sempre come ripristino del meritocratico e quindi mercantile ascensore sociale per lasciare fermo il diritto alla ricchezza trascurando come sia sempre frutto di violenza, sopraffazione, furbizia, crimine più o meno legale, accumulo forsennato. Lo stesso Jean Jacques Rousseau, il cui nome è stato abusivamente e scandalosamente preso in prestito dai sedicenti libertari neocitoyens in combutta con i neo poteri capitalisti del web e le scientologies nostrane, stigmatizzava la proprietà privata come l’origine di tutti i mali, un attentato continuo al diritto originario alla comunione della natura e delle sue risorse e auspicava una rivolta globale contro la proprietà per liberare veramente l’umanità dalla povertà e dalle varie schiavitù.

« Le premier qui ayant enclos un terrain s’avisa de dire : Ceci est à moi, et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile. Que de crimes, de guerres, de meurtres, que de misères et d’horreurs n’eût point épargnés au genre humain celui qui, arrachant les pieux ou comblant le fossé, eût crié à ses semblables : “Gardez-vous d’écouter cet imposteur ; vous êtes perdus si vous oubliez que les fruits sont à tous et que la terre n’est à personne!” Mais il y a grande apparence qu’alors les choses en étaient déjà venues au point de ne plus pouvoir durer comme elles étaient : car cette idée de propriété, dépendant de beaucoup d’idées antérieures qui n’ont pu naître que successivement, ne se forma pas tout d’un coup dans l’esprit humain : il fallut faire bien des progrès, acquérir bien de l’industrie et des lumières, les transmettre et les augmenter d’âge en âge, avant que d’arriver à ce dernier terme de l’état de nature. […] La métallurgie et l’agriculture furent les deux arts dont l’invention produisit cette grande révolution. Pour le poète, c’est l’or et l’argent, mais pour le philosophe ce sont le fer et le blé qui ont civilisé les hommes, et perdu le genre humain. »

“Tant que les hommes se contentèrent de leurs cabanes rustiques, tant qu’ils se bornèrent à coudre leurs habits de peaux avec des épines ou des arêtes, à separer de plumes et de coquillages, à se peindre le corps de diverses couleurs, à perfectionner ou embellir leurs arcs et leurs flèches, à tailler avec des pierres tranchantes quelques canots de pêcheurs ou quelques grossiers instruments de musique, en un mot tant qu’ils ne s’appliquèrent qu’à des ouvrages qu’un seul pouvait faire, et qu’à des arts qui n’avaient pas besoin du concours de plusieurs mains, ils vécurent libres, sains, bons et heureux autant qu’ils pouvaient l’être par leur nature, et continuèrent à jouir entre eux des douceurs d’un commerce indépendant: mais dès l’instant qu’un homme eut besoin du secours d’un autre; dès qu’on s’aperçut qu’il était utile à un seul d’avoir des provisions pour deux, l’égalité disparut, la propriété s’introduisit, le travail devint nécessaire et les vastes forêts se changèrent en des campagnes riantes qu’il fallut arroser de la sueur des hommes, et dans lesquelles on vit bientôt l’esclavage et la misère germer et croître avec les moissons.”

Discours sur l’inégalité. J.J. Rousseau 1754

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Note: “C’est donc la propriété, l’usurpation qui a crée et institutionnalisé l’inégalité entre les hommes. Le travail, et l’oppression qui en découle, est la conséquence de la propriété. L’institution de la propriété est le début de l’inégalité morale, parce que si les hommes peuvent “posséder” les choses, alors les différences de « patrimoine» sont sans rapport avec les différences physiques. Cependant, Rousseau ne dénonce pas en soi la propriété (comme le fera l’anarchiste Bakounine), il dénonce les inégalités de propriété.” 

 “E’ dunque la proprietà, l’usurpazione del bene comune che ha creato e istituzionalizzato la disuguaglianza tra gli uomini. La fatica e l’oppressione che ne deriva è la conseguenza della proprietà. L’istituzione della proprietà è l’inizio della diseguaglianza morale perchè se gli uomini possono possedere le cose allora le differenze patrimoniali sono senza relazione con le differenze fisiche. Rousseau non denuncia la proprietà in sé (come l’anarchico Bakunin) la denuncia la diseguaglianza della proprietà.”

Anche tanti giornalisti, tanti saggisti e tanti mezzibusti, seppure si dichiarino progressisti, liberali o “di sinistra”, blaterano dallo stesso pulpito reale o virtuale, dentro il medesimo recinto e considerano un dogma che si continui dentro l’attuale perniciosa economia lottando solo per migliorarla (per chi?) includendo, in posizione decisamente minoritaria e marginale, con regalie, filantropie, elemosine e carità pelose anche in varie forme di sostegno reddituale incontrollabili e aleatorie, (inclusione, cittadinanza, minimo universale…) le fasce deboli  come se fosse possibile con questi ipocriti palliativi garantire l’eguaglianza. Soltanto in un futuro lontanissimo, parte di quella utopia che segue tante altre utopie, un futuro profondamente e radicalmente diverso, si potrà dire di fare a meno del lavoro come è oggi inteso, cioè di schiavitù e obbligo, per procurarsi di che vivere e di che godere, in altre forme, magari anche bene e trarne pure una soddisfazione come in un piacevole gioco abolendo capitalismo e salariato. Oggi tutto quello che si può cominciare a fare, magari anche attraverso una rivoluzione dell’educazione e poi dell’economia e di tutto il resto è uscire idealmente e coraggiosamente fuori da quel recinto e battersi per un cambiamento radicale dei presupposti della vita stessa imposti e governati altrove. Se le leggi ad usum delphini, i poteri e i governi remano contro, come accade sempre di più, ci si serva della disobbedienza civile con la messa in campo di iniziative, esperimenti, moti dal basso, non violenti ma persistenti, insistenti, diffusi e permanenti in una specie di insieme tra mobbing e stalking per la libertà, dal basso verso l’alto per ribaltare e trasformare e dal basso verso il basso per convincere, educare e trasformare in meglio le persone lontano dalle “non conoscenze” indotte, dagli egoismi, dalle violenze e dall’individualismo sfrenato. Si può fare perché in qualche parte già si fa. Ed è ipocrita oltre che fuorviante fingere che sia una cosa complicata, fare disquisizioni filosofiche o politiche di lana caprina, sostenere che per ora bisogna accontentarsi di piccoli minimali passi, per ostacolare il sogno per un cammino dell’eguaglianza, che, con poco, potrebbe essere realtà e trascinare con sé un forte cambiamento nel rapporto con la natura, la materia, la psiche, i nostri simili intendendovi comprese tutte le forme di vita. Ed è proprio l’educazione in una accezione nuova, diffusa, permeante ogni aspetto e ogni età  della vita l’unica che può garantire il cambiamento anche perchè nel tempo induce conoscenze e consapevolezze della realtà tali da consentire scelte politiche più vere perchè corrispondenti a ciò che la natura è e chiede: ricerca, racconto, comunione, accoglienza, rispetto, amore. Quando si nasce, e sicuramente anche prima, scatta il processo educativo istintivo e incidentale. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto. È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto deve venire dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri. Deve portare con sè fin dai primi passi umani le parole chiave che oggi ahimè piacciono sempre meno a chi mira al dominio sugli altri e sulle cose del mondo. Queste alcune di quelle parole che spesso cambiano forma ma mai il contenuto: accoglienza, tolleranza, inclusione, equità sociale, dignità, libertà di espressione, rispetto, Come diceva Rousseau tutti i mali vengono dal possesso e dall’accumulo, dallo sfruttamento e dal non porre limiti alla proprietà oltre che ai modi per acquisirla. Forse è ora di finirla nel categorizzare le persone tra primi e ultimi, ricchi e poveri, bisognosi e non bisognosi senza agire affatto sulle cause che determinano queste differenze e a cui i poteri tutti non sono mai stati e non sono ancora estranei

 

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Giuseppe Campagnoli

17 Dicembre 2018

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Tasse: per superare il plusvalore e creare la società degli eguali

Prendo spunto da un mio vecchio editoriale su La Stampa « Plusvalore e disvalore » per declinare il concetto di tasse come un formidabile deus ex machina capace di equilibrare economicamente la società fino a condurla ad un assetto da società degli eguali. Al di là dei marchingegni politico propagandistici delle tasse progressive o di quelle flat comunque fondate più o meno sull’iniquità e sul disequilibrio, una tassa sana e giusta oltre ad essere ineluttabile (l’evasione è sanzionata in modo pesante e senza perdono) deve essere in grado di sancire l’idea che il diritto ad un reddito e al possesso di beni per avere funzione sociale  (come si recita nelle più avanzate carte costituzionali dall’era moderna in poi) deve avere dei limiti in baso ed in alto tali da preservare le garanzie ad una vita dignitosa (con pane e companatico) e a dei servizi fondamentali (salute, istruzione, abitazione,tempo libero) uguali per tutti. Ciò comporta che la tassazione deve giocoforza ricondurre redditi, rendite e patrimoni a livelli minimi (vita dignitosa) e massimi (vita un po’ più che dignitosa). Se si considera che un reddito minimo annuale ( assicurati i servizi essenziali e i benefits di cui si è detto) non possa andare al di sotto della soglia di una vita dignitosa ogni anno, un reddito massimo, patrimoni compresi (in base all’investimento in studi, alla professione, ai rischi ed alle responsabilità) non può superare le 10 volte (e sarebbe più che generoso!) questo reddito minimo. Il resto diventerebbe evasione, furto o sottrazione al patrimonio comune di servizi fondamentali. La differenza all’interno di questa forbice (ammesso che l’accumulo sia proibito o contemperato da tasse che riconducano i minimi e i massimi entro limiti) dipende dalla capacità di risparmio o dalle scelte di investimento di quel plusvalore controllato tra il reddito di sopravvivenza  e il valore massimo percepito. Non ci sarebbe molto da fare. Allo stato attuale occorre “plafoner le revenues” con accorte politiche su salari, compensi e costi di merci e servizi, e imposizione di tasse calibrate sul mantenimento della forbice tra redditi minimi e massimi per ogni contribuente. I patrimoni esistenti finanziari o immobiliari o altro vanno tassati di conseguenza. Non si potrà più speculare privatamente su casa, salute, istruzione etc. e quindi il tutto andrà gradualmente ricondotto ai limiti di reddito, rendite e patrimoni indicati. Nessuno potrà avere in totale (tra guadagni, beni, investimenti etc.) più di dieci volte il reddito minimo. La tassazione provvede piano piano a ricondurre tutti al concetto di vita dignitosa eliminando ricchezza e quindi povertà senza di fatto livellare pesantemente alcunché. Tutti  saranno liberi di guadagnare ed avere beni entro questi ragionevoli limiti! Non è abbastanza?

Se una forza politica  si impegnasse in un progetto del genere sarei il primo a darle il voto. Altrimenti astensione, in attesa di tempi migliori, lottando per tempi migliori. Con l’equità sociale così concepita il mondo potrebbe vincere sulla fame, sullo sfruttamento, sulla povertà e forse anche sulle guerre. Non più mercanti ingordi e padroni , non più competizione e classi, non più homo homini lupus.  Tutti sarebbero egualmente ricchi ed egualmente poveri senza dover rinunciare praticamente a nulla se non al lusso ed all’ipersuperfluo. E non sarebbe utopia perchè potrebbe essere applicata senza sforzo da domani stesso, solo che si volesse.

Giuseppe Campagnoli Dicembre 2017

 

 

 

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L’arte della sicurezza: un salto di qualità.

 

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L’Associazione S.E.T.A. si rilancia.

In quasi otto anni dalla sua fondazione l’Associazione S.E.T.A (Safety Education & Training Agency) ente no profit marchigiano che si occupa di educazione e formazione alla sicurezza, alla sostenibilità, alla protezione civile e di tutela del patrimonio culturale e artistico, ha lanciato e svolto varie attività formative anche con discreto successo di risultati. Tra queste emergono un progetto europeo sulla gestione della sicurezza e della prevenzione e protezione in vari ambiti (Workshop Grundtvig Educivis); una attività di formazione dedicata alle scuole aquilane coinvolte nel sisma del 2009 (Araba Fenice); un progetto di rete  in e-learning per docenti italiani e argentini sulla didattica della sicurezza (Perla); un corso di Perfezionamento sulla educazione alla sostenibilità, alla protezione civile ed alla tutela del patrimonio artistico in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia, un percorso di formazione sulla sicurezza alimentare (Alibe) poi sfociato in una candidatura ad un Erasmus plus  ed altre iniziative di formazione in ambito scolastico o destinate alle amministrazioni locali riconosciute anche dal Ministero dell’Istruzione. Oggi l’associazione vanta l’accreditamento presso la Regione Marche quale ente di formazione professionale e sta rinnovando la sua azione anche  in partnership  con le Università di Macerata e Camerino sui comuni argomenti istituzionali.

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Buonasera. Ricchezza monnezza? Chi sono i ladri?

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Al Buongiorno di oggi su La Stampa “Monte Scassino” faccio una breve chiosa etica. La ricchezza, poiché acquisita quasi sempre, tranne per le lotterie, con il dolo o la colpa grave, direttamente o in eredità, è monnezza. E chi la accumula è un ladro. La stampa e i suoi tribuni si avventano sempre, per difendere gli, fino a prova contraria, onesti cittadini, contro i politici, gli amministratori, i pubblici dirigenti e dipendenti, i preti, i cardinali e i papi. Certo chi ha più potere e lo deve usare in nome o in rappresentanza di alti ideali come lo Stato e la Chiesa è sempre più colpevole del popolino. Oggi sono convinto che i credenti e i creduloni lo sono spesso volontariamente e spesso in mala fede. Creduloni sono i fedeli, gli elettori, i consumatori, i telespettatori, i cittadini dei populisti e dei social media.

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Pensando alla Grecia…e all’Italia. Crescita contro l’equità sociale.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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La dipendenza dalla crescita: cause e soluzioni alle crisi.

Ogni attività di commercio e di pubblicità consiste nel creare bisogni in un mondo che crolla sotto il meccanismo della produzione. Questo esige un tasso di rinnovo e di consumo dei prodotti sempre più rapido, e,di conseguenza,una produzione dei rifiuti sempre più forte e un’attività di smaltimento sempre più importante.

Bernard Maris

Il destino della nostra società è legato a una organizzazione fondata sull’accumulo illimitato. Questo sistema è condannato alla crescita. Nel momento in cui questa rallenta o si blocca,come sta avvenendo, è la crisi o  persino il panico. Ritroviamo il detto:  “Accumulate, accumulate, questa la legge  dei profeti del capitale” del vecchio Marx. Questa necessità rende la crescita una camicia di forza. Il posto di lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo delle spese pubbliche ( educazione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità, ecc) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL). “L’unico antidoto alla disoccupazione permanente è la crescita”, insiste Nicolas Baverez il  “declinologo” vicino a Sarkozy, supportato in questo,per paradosso, da molti noglobal. Alla fine il circolo virtuoso diventa un circolo infernale.. La vita del lavoratore si riduce sempre più spesso a quella di un “biogisteur” che metabolizza il salario con la merce e la merce con il salario, passando dalla fabbrica al supermercato e dal supermercato alla fabbrica.

Tre sono gli ingredienti necessari perché la società consumistica possa continuare il suo girotondo diabolico: la pubblicità, che suscita il desiderio di consumare, il credito, che ne crea i mezzi e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità. Queste tre molle della società della crescita sono delle vere e proprie spinte al crimine ed alla diseguagliaza sociale”

Noi aggiungiamo che gli strumenti a volte inconsapevoli, il più delle volte complici sono la politica asservita al capitale, gli evasori fiscali e gli accumulatori di beni e capitali,la pubblicità,le banche,le imprese,i commercianti e i professionisti dei servizi.

Le prime vittime designate sono l’esistenza dei cittadini, l’educazione, l’istruzione,la salute,la mobilità,la cultura e l’arte. I carnefici sempre gli stessi: imprese, finanza, banche, mercato, governi e politica. È inutile girarci intorno e fare inutili distinguo.

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Come salvare l’Italia.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Dalla pagina Facebook della trasmissione 28′ di ARTE TV France

Prendiamo spunto da un post della TV franco-tedesca ARTE TV per girare, mutatis mutandis, la ricetta ironica al nostro contesto politico e sociale.

12 proposte per salvare l’Italia:

1) Inviare Silvio Berlusconi in missione per convincere sè stesso a devolvere tutto il suo patrimonio allo Stato: 100 miliardi di Euro.

2) Far pagare l’iscrizione ai Centri per l’impiego 10 € : 60 milioni di Euro.

3) Far pagare una tassa mensile sul diritto di lamentarsi e protestare : 4 miliardi di Euro.

4) Regalare Lampedusa a Malta: 50 miliardi di Euro.

5) Legalizzare la marijuana: 3 miliardi di Euro.

6) Dare tutto il potere ai gatti per assicurarsi che il debito pubblico non sfori di nuovo nel 2016.

7) Far pagare una tassa di 10 € ad ogni cantante italiano per ogni album che si classifichi ai primi cinque posti delle vendite: 30 milioni di Euro.

8) La Germania si impegna a trasformare in Euro i 140 litri di birra bevuti da ogni persona in un anno  da versare all’Italia e alla Grecia: 20 milioni di Euro.

9) Abolire i ripetenti a scuola: 5 miliardi di Euro.

10) Il Giappone dà all’Italia 21,5 miliardi di € da investire per sorpassare la Cina così come fece con l’Africa nel 2013.

11) Costruire una seconda torre di Pisa  a Rimini per raddoppiare il numero di turisti in Italia: 90 milioni di Euro.

12) Obbligare Matteo Salvini a passare tre mesi di lavoro socialmente utile in ciascuno dei paesi islamici più integralisti del medio oriente. Questo non ha prezzo!

Post scriptum x l’Italia: Mandiamo per un anno Renzi & Serracchiani ad un campo scout in Patagonia e Grillo & Casaleggio ad un campo di scientology in Alaska. Gli italiani onesti e lavoratori sapranno rimettere in sesto l’Italia anche da soli.

Traduzione e trasposizione di Giuseppe Campagnoli.

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Riforma della scuola. Paura?

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Scuole elementari 1906

Siamo alle solite. La scuola è il motore della società? Allora rimandiamone la riforma o minimizziamola. Come temevamo l’elefante ha partorito il topolino!

La riforma degli annunci mirabolanti si sta riducendo alla solita serie di misure palliative e inutili. Il corpus della scuola non verrà nemmeno sfiorato e sarà tanto se si risolverà, con una italica ricetta ipocrita e minimalista, l’annosa questione dei docenti precari autogenerati nel tempo da una scellerata organizzazione delle risorse umane e, anche, da una incomprensibile sudditanza verso sindacati autoreferenziali che hanno spesso difeso, ammettiamolo, lo status quo  e la quantità, fingendo di puntare alla qualità del servizio pubblico che può essere garantita solo con autentica formazione ricorrente e obbligatoria, valutazione e merito.  Se il fondamento di uno stato moderno è la scuola e se da lì parte tutto il resto siamo alle solite. L’Italia non ripartirà mai veramente. La chiave del successo degli stati emergenti in Europa e nel mondo è la scuola, la cultura, l’educazione e la formazione continua. Gli investimenti nei sistemi scolastici, nelle risorse umane e nelle infrastrutture (edilizia, servizi etc…) negli altri paesi sono, nell’insieme, quasi tripli, rispetto al nostro. Non faremo molta strada se accontenteremo solo le imprese e i lavoratori autonomi a discapito dei servizi pubblici fondamentali e dei contribuenti più assidui e sicuri. Consiglio di confrontare i nostri più recenti articoli con i fatti che stanno accadendo in questi giorni in seno al nostro governo.

Il paese di balocchi

Sulla buona scuola avevamo già scritto

Dare i numeri sulla buona scuola

La scuola buona o la buona scuola?

 Giuseppe Campagnoli 4 Marzo 2015

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Azione e meccanicità (seconda parte)

di Marco Santoro Marco-Santoro

Oggi assistiamo ad una tecnica che opprime un uomo dalla debole capacità difensiva: essendo egli capace di provare comunque atteggiamenti ‘sentimentali’, piuttosto che  continuare ad amare  i segreti della natura, rimane affascinato dalla tecnica e dalla tecnologia.

Non si fa solo riferimento al  fenomeno dell’industrializzazione, ma anche a tutti quei mezzi tecnici diventati popolari come la televisione, i giornali, la pubblicità, e tutto ciò che rientra nella comunicazione. “Molto spesso tanto la TV che i cinegiornali e le inchieste filmate si avvalgono di spettacoli ricostruiti e truccati ma spacciati “per veri”; o, al contrario, di veri ma spacciati per artificiali (o di cui si lascia credere che lo siano). Le cronache dei nostri giornali ne sono colme:  basta assistere al più modesto e innocente spettacolo per avvedersene: le smorfie d’imbarazzo, l’impaccio, la confusione d’un personaggio interrogato ad un “quiz” sono vere o false? Lo spettatore di solito partecipa con giubilo, con acuto e morboso interesse, a tali manifestazioni (dopotutto di sofferenza morale), proprio perché è convinto di assistere all’autentica situazione d’un uomo che si dibatte di fronte a domande insidiose” (Dorfles Gillo, Artificio e natura, Torino, p.45-46). “In tutte queste trasmissioni, dunque, siamo posti di fronte ad un tipico caso di contraffazione della naturalità; ossia assistiamo – e ce ne compiacciamo – ad un episodio reale ma provocato ad arte (e per di più con fine malizioso)” (Dorfles Gillo, op. cit., p.46). Il risultato è il dilagare di un fenomeno che conduce gli osservatori ad uno scetticismo nei confronti dell’informazione o del semplice intrattenimento a cui, pur essendo consapevoli della loro ambigua realtà, sono assuefatti.

Con questo non si vuole intendere negativamente l’uso degli strumenti mediatici, semplicemente è preferibile rendersi conto quanto di un prodotto che ci viene proposto attraverso i media tecnologici sia autentico e quanto non lo sia, o si presume non lo sia.

Si dovrà dare conferma a quanto detto prima: cioè la crisi dell’umanismo è legata alla perdita della soggettività umana nei meccanismi dell’oggettività scientifica e poi tecnologica. Questo particolare rapporto dell’uomo con la macchina (o la tecnica) è contornato di un alone di minaccia, per cui il pensiero deve rendersi cosciente delle distinzioni che il mondo umano dà dell’oggettività tecnica, sforzandosi di riappropriarsi della propria centralità.

Nel capitolo precedente abbiamo potuto osservare come idea e manualità fossero i principi caratterizzanti e riconducibili all’essere umano. Ma, oggi, l’azione e la meccanicità dove conducono l’uomo? La macchina potrebbe essere una risposta, in tutte quelle forme di tecnologia che hanno profondamente caratterizzato il nostro tempo. Queste ultime hanno insegnato all’uomo a vivere nell’azione, viceversa l’uomo non è mai riuscito a trasferire loro (in senso artistico) l’idea e la creatività autonome.

La macchina ha fatto sì che l’uomo perdesse la propria manualità (istintiva caratteristica della creatività), imponendogli di ragionare secondo una logica tecnica secondo cui l’azione prevale sul pensiero ed è capace di attingere dalla verità e dall’assoluto. L’azione della tecnica ha portato a delle conquiste, ma anche a distruzioni; le scoperte che hanno portato all’energia nucleare hanno condotto anche alla morte: il suo duplice aspetto può far godere i benefici del suo progresso oppure portare a morte e distruzioni, e non necessariamente in senso materiale.

Ma non è solo in tale senso catastrofico che in questo discorso s’intende parlare dell’azione della tecnica come fine dell’evoluzione creativa dell’uomo. Anche se l’incombere di una possibile distruzione atomica è evento reale, viene considerata come un elemento caratteristico di questo nuovo modo di vivere l’esperienza nell’era post-moderna, la cui azione non è del  tutto negativa. Si pensi a quanti progressi essa ha apportato al genere umano e a quanti benefici non avremmo neppure immaginato di godere. Si può affermare che le esperienze dell’uomo si muovono di  moto perpetuo, e come in precedenza è stato affermato: “la vita è esperienza, la ripetizione è arresto di esperienza”, (Argan C.G. op. cit.p.,26) quindi morte.

Ciò che caratterizza un epoca viene sostituito da altro nella successiva. Definire oggi l’azione della tecnica come un qualcosa a noi estraneo significherebbe vivere chiudendo gli occhi alla realtà, oltre al fatto che sarebbe un’ipocrisia imputare ad essa tutte le colpe dei mali della società contemporanea. Un possibile rimedio potrà realizzarsi quando si attuerà un processo di ‘naturalizzazione’ della macchina, considerarla ‘natura’ alla stessa stregua di come lo furono ieri gli ‘animali’ e le ‘piante’. “Si tratta cioè di considerare “natura” non più soltanto la natura allo stato selvaggio oggi sempre più rara e irraggiungibile – ma anche queste nuove forme di natura meccanizzata o elettronicamente integrata. In altre parole: occorre che le costruzioni artificiali dell’uomo – sia che appartengono alle manipolazioni manuali che un tempo spettavano all’artigiano (e alle altre arti), sia che appartengano ai prodotti diretti della meccanica, sia che si tratti, non già di prodotti tangibili, ma di forme di pensiero, di immagini – vengano ad un certo punto “rettificate”; subiscano quel processo di naturalizzazione che solo può conferirgli una nuova valenza creativa” (Dorfles Gillo, op. cit. p., 27).

Queste affermazioni potranno apparire paradossali, soprattutto per la posizione dell’uomo oggi  che deve saper convivere con queste nuove forme di ‘natura’. È  lui che dovrà essere in grado di compiere una determinante azione sulla tecnica, e non il contrario. Non sappiamo quello che il futuro rivelerà, ma sappiamo che la misura che determina il progresso della tecnica scorre più rapidamente rispetto al tempo di adattamento dell’uomo, e da questo possiamo notare come ‘l’onnipresente’ macchina sia già stata sostituita dal ‘mimetico’ circuito; quest’ultimo, in futuro, sicuramente cederà il suo posto.

In conclusione si può affermare, considerato che l’essere umano è dotato di una intelligenza progressiva, che l’’Homo Sapiens’, in quanto tale, deve affrontare il continuo progresso cosciente della propria esperienza plurisecolare, non vivendo di paure e timori di ciò che egli stesso ha creato.

Marco Santoro

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Contro tutte le correnti!

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Ara Pacis “in vitro”

Cominciamo il 2015 con  una prima serie di considerazioni rigorosamente controcorrente e politically incorrect sulle varie arti che trattiamo in questo blog.

Arte delle arti 

I BLUFF DELL’ ARCHITETTURA, DELLA MUSICA E  DELLE ARTI CONTEMPORANEE. Ho scritto molte volte e forse invano di che cosa credo debba essere considerato arte e cosa no, che cosa debba essere considerato architettura e che cosa solo una macchina o uno strumento urbano tecnologico. Anche per la musica vale lo stesso discorso sia  classica o popolare. La differenza sta spesso tra il virtuosismo, l’abilità manuale e l’ispirazione poetica (dal poiein di classica memoria). Molti grandi poeti cantanti sapevano suonare male o poco mentre molti mediocri artisti erano e sono, quando va bene, solo dei grandi talenti della manualità meccanica e vocale sostenute dalle moderne tecnologie.  La pittura, la scultura, la decorazione, l’architettura, la musica, la danza e varie altre attività espressive dell’uomo  diventano arte sotto certe condizioni. Queste condizioni non sono presenti nei numerosi artisti locali che hanno riempito la maggior parte degli spazi pubblici e delle provincialissime “pinacoteche moderne” che molti  comuni piccoli e grandi vantano, ma non sono presenti anche in molti nomi delle arti e dell’intrattenimento nazionale e internazionale. La capacità mediatica e di convincimento di critici, televisioni, giornali e social networks ha creato molte stars fasulle e inconsistenti, gradite al mercato e non rispondenti per nulla a quelle che io chiamo le regole d’oro dell’opera d’arte: la fisicità, la gratuità, l’universalità, la immediata capacità di trasmissione estetica  (versus l’anestetico), la grande cultura che trapela sottotraccia dall’autore, dalla sua scuola certa e consolidata. Quando l’architettura, ad esempio, travalica la funzione specifica del suo essere fisico e tecnico e trasfigura verso l’estetico, raccontando o evocando storie ed emozioni in tutti (e dico tutti) diventa arte. Altrimenti è un oggetto d’uso come un’automobile o un tavolo, una nave o un martello, piacevole o sgradevole che sia. Ciascuno credo debba essere in grado di riconoscere  con sicurezza se un poeta è anche un artista, così come un cantautore, un musicista, uno scrittore, un architetto, un danzatore.

Arte della politica 

IMPRONTA ECOLOGICA, GLOBALIZZAZIONE, EQUITA’, DEMOGRAFIA IN EUROPA. Secondo una interpolazione delle formule scientifiche, ormai assodate, sull’impronta ecologica e la sostenibilità demografica l’Europa non potrebbe sostenere più di 200.000.000 di abitanti in condizioni di vita solo accettabili se fossero equamente distribuite risorse e ricchezza. Oggi siamo circa 713.000.000! E la crisi? E le migrazioni da altri continenti che paradossalmente hanno molte più risorse naturali vanificate e rese inutili o accaparrate da moderni colonialismi, da guerre tribali, religiose ed economiche, e sovrapopolazione? Vogliamo riflettere senza ipocrisie e pensare a soluzioni concrete per il futuro? Le nazioni della vecchia Europa, sempre più in crisi e sempre meno ricche, per evitare che si avveri il presagio sociologico di Alexander Mitscherlich o Ulrich Beck, debbono pianificare, insieme agli Stati economicamente avanzati del mondo e all’ONU, una politica urgente e non più rinviabile di sostegno effettivo all’emancipazione politica e sociale delle regioni da cui partono i flussi migratori favorendo la fine di conflitti tribali, religiosi ed economici e soprattutto imponendo l’estinzione della colonizzazione occidentale ancora attuata pervicacemente da multinazionali, da imprese occidentali e orientali e, non raramente, da ONG ed enti di beneficenza e cooperazione abilmente dissimulati. Lo spazio vitale e le risorse del mondo sarebbero sufficienti per tutti a patto che si possano attuare sensate politiche demografiche, educative e culturali valorizzando in chiave moderna l’ambiente, le tradizioni e le  storie di ogni popolo. Nella metafora dei vasi comunicanti della ricchezza e povertà i livelli si debbono progressivamente avvicinare fino quasi a pareggiarsi. Le parole comode di tanta politica, religione e filosofia: carità, elemosina, solidarietà si debbono rapidamente trasformare in sforzi verso garanzie di pari opportunità, emancipazione ed equità sociale.

Arte del cibo 

MAC DONALD’S, EATALY E SLOW FOOD. Le mode esistono anche nel mangiare. Se il colosso Mac Donald’s cede timidamente al “local” rispetto al “global” e propone piatti quasi a km 0 fondati sulla tradizione dei luoghi in cui opera, Eataly si vanta di essere rigorosamente global e trasferisce il “meglio del cibo” italiano ovunque nel mondo non preoccupandosi dell’inquinamento dovuto al trasporto né del fatto che, come dicevano i nostri anziani contadini e pescatori, i prodotti del mare e della terra non possono essere consumati nemmeno a qualche decina di metri di distanza dai loro luoghi perché si perderebbe l’odore, lo spirito intrinseco della loro origine e tutta la cultura che si respira, come ambiente, arte e storia nei siti della loro nascita e cura. Ho provato, per curiosità e dovere di cronaca, un pasto in una Hamburgeria di Eataly ed ho ricevuto cibo nella media, servizio come un qualsiasi fast-food a prezzi non proprio popolari. Un grande bluff? Certo è che la globalizzazione che sradica le cose belle e buone dal loro contesto geografico  fa enormi danni alla cultura e alla salute per un mito del cibo “etnico” che ha mostrato, nel tempo, tutti i suoi limiti di qualità e di sostenibilità. Slow Food suggerisce, pur nei limiti della sua dimensione di impresa in questo mercato fondato sul profitto e sulla libera impresa, qualche strada percorribile per la determinazione della libertà dei popoli in merito al diritto ad una sana ed adeguata alimentazione. Note critiche emergono comunque su alcuni aspetti come viene evidenziato nelle pagine di Wikipedia: “Nonostante i lodevoli obiettivi ci sono altri problemi che non vengono affrontati. Ad esempio, senza alterare in modo significativo la giornata di lavoro delle masse, la preparazione del cibo in una maniera slow food può essere un onere aggiuntivo a chi prepara il cibo (spesso donne). Al contrario, la società più benestanti possono permettersi il tempo e le spese di sviluppo di ‘gusto’, ‘conoscenza’ e ‘discernimento’. L’obiettivo dichiarato di Slow Food di preservare se stesso dal “contagio della moltitudine” può essere visto come elitario”.