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La chiusura di un dossier

Con la sintesi ragionata della prefazione al volume “Una vita in antroposofia” di Grégoire Perra ed Élisabeth Feytit concludo definitivamente il dossier di spunti e riferimenti su una delle esperienze “pedagogiche alternative” alla scuola pubblica. Gli articoli hanno suscitato tanto clamore tra gli adepti di alcune esperienze pedagogiche private in Italia e tra chi poco conosce i risvolti di alcune realtà che annoverano numerosissimi esempi nel nostro territorio.

La prefazione è di Richard Monvoisin, insegnante di didattica delle scienze e pensiero critico all’Università Grenoble-Alpes.

Scrive tra l’altro Moinvoisin:

“Mi chiedo spesso se sia morale, in termini assoluti, avere un figlio. Mi chiedo anche se l’aspettativa della vita che stai generando sia quella giusta”. Quale educazione per il suo futuro in un mondo sempre più confuso e pericoloso e in una natura sempre più minacciata? I brandelli che restano della mia etica mi spingono ad offrire loro tanti abbracci e baci a mo’ di placebo, ma anche il massimo possibile di strumenti pratici ed intellettuali, perché possano contrastare le sirene della propaganda, aggirare le trappole della pseudoscienza, rompere con gli stereotipi sociologici e spingere lontano dai loro cervelli tutti gli psicologisti all’orizzonte.”

Dopo altre premesse analoghe aggiunge:

“Da qui il mio forte interesse per le cosiddette pedagogie alternative. Certo, il mio lato giacobino difende gli indubbi valori dell’istruzione pubblica, della sua utile miscellanea sociale, del sapere comune di base, della connotazione civile e pubblica, ma conosco molto bene, avendolo vissuto nella mia pelle, il carattere deleterio che la scuola istituzionale può assumere in ambito di relazioni docente/discente, classi sovraffollate, livellamento dei saperi, mancanza di mezzi, pantomime politiche della rappresentanza. La mia opinione sulla questione, corrisponde in qualche modo ad alcuni, seppure rari, aspetti che difendo, per esempio, nelle medicine “alternative”. Affrettiamoci comunque ad accantonare senza esitazione ciò che non funziona nella soffitta delle false teorie, ma cerchiamo di apprendere qualcosa da tutto ciò che partecipa ai positivi effetti cosiddetti “placebo”, come i trattamenti di lunga durata, piacevoli e ammalianti di alcune terapie per riversarlo saggiamente nella salute pubblica. In tema di educazione credo si debba fare lo stesso ragionamento : sogno di mantenere un involucro comune, popolare e libero, con insegnanti ben pagati e mezzi sostanziosi per educare piccoli gruppi in luoghi e con esperienze diversificate. Non dimentichiamo l’attualità delle idee di John Dewey, Paolo Freire, Francisco Ferrer o Célestin Freinet, che portano un vento di libertà. Si comprende bene però che “alternativa”, non significa necessariamente giusta, valida ed efficace, seppure a volte organizzata ed efficiente.

Nella gamma delle pedagogie alternative falsamente emancipatrici, le scuole Steiner-Waldorf probabilmente sono in prima fila. Perché per quanto attraente e ben organizzata, la pedagogia di Steiner è purtroppo un’illusione sorprendente, decisamente notevole. Chiunque consideri di mettere il proprio figlio in una scuola del genere trarrebbe beneficio dal pensarci e ripensarci sette volte sette ma soprattutto, dal leggere le testimonianze seguenti che non sono né isolate né spurie. Queste righe ripercorrono il cammino di Grégoire Perra, non solo un ex allievo della scuola Steiner-Waldorf, ma egli stesso maestro di questo tipo di istituto, prima di abbandonarlo definitivamente. Questo signore spiega a chi vuole ascoltarlo insieme alla sua intervistatrice Élisabeth Feytit che in queste scuole, con il pretesto della massima libertà, il bambino è molto poco guidato, e spesso lasciato alla propria inerzia o alle proprie intemperanze che non sono spesso di natura ma di induzione ambientale, familiare o generazionale.”

I saperi, la mistica, i demoni.

Nei contenuti dei saperi ad esempio, miti e leggende si intrecciano con l’insegnamento della storia. I cicli che dovrebbero governare lo sviluppo del nostro bambino e poi ragazzo sono cicli cosmici, postulati dagli autori della fantascienza spirituale teosofica, una dottrina spiritualista sincretista del 1875. Lo studio dei generi femminile e maschile si traduce in termini essenzialisti: le “curve” femminili sono luciferine mentre i “dritti” maschili derivano da Ahriman demone, terrestre, freddo ed etereo.

Dentro l’educazione fisica è ospitata l’euritmia, una sorta di rituale di danza che prende rapidamente una piega curativa: la serie di movimenti eseguiti sarebbe consigliata, tra l’altro , per patologie acute, croniche o degenerative del sistema nervoso e circolatorio, senza peraltro che siano state oggetto di valutazioni. Inoltre, la cura che vi viene propagandata in genere non ha alcun fondamento scientifico perché in definitiva si accetta la premessa posta dal fondatore di questo tipo di scuola quando afferma che le malattie non sono malattie, in senso stretto, ma “debiti karmici”, tipi di colpe contratti in una vita precedente. Quanto al cancro, che sarebbe una stimolazione troppo forte degli organi da parte di Lucifero, l’angelo caduto, sarebbe facilmente combattuto con il vischio che una volta fermentato preserverebbe dall’influenza nefasta del demone.

Il fondatore.

Approfondendo, scopriamo che il nome Steiner, che ha originato la pedagogia di queste scuole, è il cognome di Rudolf, occultista austriaco del primo Novecento, autore di tante opere incomprensibili che ho letto e riletto e i cui lineamenti sono la gerarchia delle razze, gli esseri ascesi in cielo, una natura di tipo divino e l’importanza fondamentale dei cicli astrologici. Quello stesso Steiner, che mutua da Goethe il suo romanticismo antiscientifico rifiutando ogni approccio sperimentale per fantasticare di un mondo cosmo-razzista nella dottrina chiamata Antroposofia.”

La biodinamica.

Il presunto illuminismo di Steiner permea anche un’agronomia magica, la biodinamica, che, rivelatasi in una sorta di epifania, segue ritmi planetari e insiemi di forze occulte. Uno strumento noto è, per esempio, l’achillea legata in una vescica di cervo, tutti interrati durante l’inverno metà sotto terra, metà sopra, poi diluiti in un mucchio di letame. Lo stesso Steiner spiega questo metodo in una sua lezione del 1924 : “Il cervo è una creatura animale (…) in un rapporto particolarmente stretto (…) con ciò che in questo ambiente è cosmico in natura, (…) così che la vescica del cervo è quasi un’immagine speculare del cosmo. (…) C’è in questa sostanza una forza di radiazione eccezionalmente straordinaria.. ”. Allo stesso modo, sterco di vacca sepolto in un corno, camomilla in un budello bovino o corteccia di quercia nel cranio di un cavallo di meno di un anno diventano elementi più o meno astrali, eterici o spirituali.”

E il fine della pedagogia?

“Queste scuole si propongono, parafrasando Steiner, di educare alla libertà”. Ma non una libertà qualunque, se non quella di assorbire un certo numero di sinuosi concetti pscudoscientifici, sulla semplice base di una reverenza verso un “mistico illuminato”. Secondo il fondatore, solo alcuni “eletti” sono degni di ricevere questo mondo “ideale”. Nella visione apocalittica di Steiner, quando la civiltà attuale andrà in totale decadenza ed imploderà rimarranno solo le scuole steineriane, specie di isole di cultura che saranno il modello e le avanguardie della prossima civiltà.”

Il testimone.

“In tutto questo le parole di Grégoire Perra sono oneste, coraggiose e utili dopo anni di affiliazione.

Oneste e coraggiose perché non è da tutti sopportare, umanamente, moralmente e finanziariamente le vendette della gente del mondo a cui apparteneva. Infine, necessarie perché il modello di società presentato in queste scuole deve apparire per quello che è: un guazzabuglio nebuloso, mistico, conservatore e classista. È solo a costo di leggere faticosamente le parole di Grégoire Perra intervistato da Élisabeth Feytit, che i genitori possono poi confermare o revocare con cognizione di causa una scelta utile per i propri figli. Il filosofo Ogien diceva che solo i nostri figli potranno un giorno assolverci dalla colpa morale di averli messi al mondo e di averli spinti a formarsi in un modo piuttosto che in un altro. Il libro “Una vita in antroposofia” è un contributo utilissimo per questo.”

Se poi le esperienze raccontate, verificate con altrettante testimonianza dalle diverse realtà attuali, si dimostrassero erronee, esagerate o non fondate affatto su principi non verificabili in natura, sarà nostra cura rettificare o integrare i nostri scritti. Finora, dopo diversi articoli e interventi, non è successo razionalmente nulla di tutto ciò. Solo qualche dissociazione senza alcuna approfondita difesa adeguatamente “spiegata” o motivata delle scuole di cui si tratta.

La redazione di ReseArt

17 Settembre 2021

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Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

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Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

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Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

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Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

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Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019

 

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Una città educante.Immaginiamo.

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Una piccola città, una rete di scuole coraggiose e un sindaco anch’esso coraggioso. Associazioni, architetti, cittadini, cooperative, mercanti e artigiani tutti coraggiosi. Queste la sceneggiatura e la scenografia minime per cominciare a costruire una città educante. Non si tratta di uscire dalla scuola di tanto in tanto oppure di perpetuare la famigerata progettite, malattia contagiosa della scuola a caccia di fondi e di medaglie per iniziative e attività spesso inutili.  Si tratta di stare in modo permanente nella città reale e nei suoi luoghi ad educare e ad educarsi mentre si vive. Nel frattempo che le scuole e i loro insegnanti e direttori ripensano tempi e metodi dell’educazione in modo radicale e decisamente incompatibile con lo star fermi, anche solo un’ora, in un banco davanti a un propalatore di nozioni o ad una lavagna d’ardesia o elettronica, la città si organizza e si trasforma per accogliere bambini, ragazzi, adulti ed anziani di ogni provenienza per tutto l’arco della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Il sindaco e la sua amministrazione decidono di investire gran parte delle risorse per l’istruzione, per l’edilizia scolastica e culturale, per la mobilità urbana, il commercio, la cultura e i servizi in genere, in un progetto integrato di educazione diffusa che contemporaneamente preserva, trasforma e rende più bella e viva tutta la città. Le associazioni e i gruppi di cittadini contribuiscono e collaborano in varie forme. Si fa un piano urbano flessibile girando per la città e segnalando in una mappa luoghi e spazi adatti a quella virtuosa trasformazione. In un quartiere c’è un complesso di luoghi contigui che comprende una biblioteca, due scuole, un museo e un parco. Diventerà un portale della educazione diffusa, una tana, una base. Le scuole cambieranno forma e saranno collegate fisicamente con la biblioteca e con il museo oltre che con il giardino. Verranno creati ambienti aperti, comuni e flessibili in ogni manufatto, dove ritrovarsi a gruppi e decidere il programma della giornata o della settimana.

 

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Là dei bambini dai 6 ai 10 anni, laggiù ragazzi dagli 11 ai 14,  nell’auditorium, nella biblioteca e nel bar libreria gruppetti di giovani dai 15 ai 19 anni. Più avanti degli adulti ed anziani che recuperano il tempo perduto, che consigliano, aiutano e supportano, che apprendono e condividono con i più giovani. Mèntori ed esperti fanno da catalizzatori e aiutano ad organizzare le attività per aree  tematiche trasversali guidando i gruppi attraverso la città e i luoghi già individuati e attrezzati in precedenza o riscoperti e riadattati alla bisogna. Si parlerà e giocherà con la matematica presso il museo del calcolo e della scienza o presso quell’azienda informatica; si farà arte nelle sale e negli spazi comuni del museo, nell’atelier e nella bottega; la biblioteca e la libreria ospiteranno chi fa ricerca in tutte le direzioni; l’edicola trasformata ad hoc e la redazione del giornale locale ospiteranno giovani e ragazzi che intendessero approfondire le notizie e l’attualità, discuterne e farne un quotidiano; la fattoria, la bottega artigiana e il mercato guideranno nei loro percorsi e nei loro spazi giovani e adulti desiderosi di capire ed approfondire gli aspetti più vari della vita urbana e rurale. Il tempo verrà speso da una parte all’altra, a seconda degli interessi, del bisogno  o del canovaccio predisposto per un complesso di attività, accostandosi ora a un teatro, a una piazza, a una corte, a un orto, al municipio ad un opificio. Secondo un disegno più ampio e condiviso ogni edificio pubblico e molti edifici privati e collettivi saranno costruiti, recuperati, trasformati o modificati con una azione collettiva di architettura compatibile e rispettosa dei luoghi ed avranno la possibilità di accogliere ed ospitare i gruppi per svolgere diverse attività legate alla funzione, da intendersi comunque del tutto provvisoria e in movimento, del manufatto. A queste trasformazioni partecipano gruppi di cittadini guidati dai mèntori-architetti che saranno gli interpreti delle visioni e delle possibilità di mutazione virtuosa della città e delle sue parti, questa volta obbedendo solo alla leggi del bisogno comune e delle necessità di benessere e di conoscenza e non più a quelle della speculazione, spesso occulta, del mercato o di qualche interessato mecenatismo politico.

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Immaginiamo un teatro pieno di atelier per recitare, danzare, fare animazione, suonare e cantare; immaginiamo un museo pieno di laboratori e spazi per fare, riprodurre, copiare disegnare, dipingere, scolpire, fotografare; immaginiamo una biblioteca  con annessi tanti spazi aperti o chiusi e trasparenti dove riunirsi, studiare, guardare films e video, ascoltare musica e poesia, ricercare, scrivere, dialogare, insegnare, apprendere; immaginiamo una teoria di botteghe dove provare a fare gioielli, piccoli oggetti di artigianato, bricolage, riparare mobili e suppellettili, apprendere un’arte applicata; immaginiamo un opificio e un laboratorio che espanda i suoi spazi con atelier di studio e ricerca, di tirocini aperti e creativi; immaginiamo un municipio che contenga ambiti dedicati di scambio, di conoscenza della vita pubblica e della vera politica della città  con la possibilità di simulazioni dell’amministrare e del condividere, del gestire in modo comune il territorio. Immaginiamo, come nel racconto finale de “La città educante. Il Manifesto della educazione diffusa” il libro maestro di questa rivoluzione in educazione, che le città riescano a trasformarsi tanto da rendere naturale il connubio inscindibile tra l’apprendere e il fare, il muoversi e il fare, l’osservare e il fare, il partecipare e il fare, il giocare e l’apprendere, crescere e formarsi, senza i muri dello spazio, dell’età, della provenienza culturale, delle diversità in modo non occasionale ma permanente.

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Dovremmo cominciare con gli strumenti che già ci sono nella politica, nelle norme ancora aperte e nell’ economia libera,  da usare con giudizio e con equità  per avviare finalmente il cammino verso una società opposta a quella attuale con l’educazione diffusa nella città e nel territorio educanti. Per ora basterebbero delle scuole coraggiose, sindaci coraggiosi, gruppi di cittadini coraggiosi. La mappa e il canovaccio delle azioni ci sono, la strada o le strade da percorrere pure. E’ l’ora di fare.

Giuseppe Campagnoli 11 Febbraio 2019

 

Esempi di aule vaganti

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Dall’edilizia scolastica ai portali ed ai luoghi urbani dell’educazione

Le tristi immagini di nuovi reclusori scolastici, che altro non sono se non la versione 3.0 della visione ottocentesca della scuola mercantile e oppressiva e la prova tangibile dell’analfabetismo montante in architettura ed estetica, mi fanno tornare a scrivere della fase di transizione tra i luoghi della scuola di oggi e quelli della città educante. Il nodo della fisionomia rivoluzionaria della città che educa sono i “portali” o le “basi” che diventano segni di riconoscimento della trasformazione della immagine urbana in educante. Gli sforzi architettonici dovrebbero quindi concentrarsi d’ora in poi, attraverso esperimenti e avanguardie, nel progettare questi luoghi di aggregazione, scambio e partenza verso le parti significative della città e nel trasformare, attribuendo loro capacità di accoglienza e  funzione educante, i manufatti e gli spazi già votati a questo scopo (teatri, giardini, boschi, biblioteche, musei, botteghe, ateliers…).

Intervenendo da architetti in una città si dovrebbero anzitutto individuare i punti significanti e disegnare una rete interconnessa di questi siti che diventerebbero i poli della educazione diffusa costantemente dialoganti (per mobilità, funzioni e uso nel tempo) con le Basi che ne costituiscono il fulcro. Nel testo ” Il disegno della città educante” appena uscito immaginavo una città reale, individuavo una parte significativa, delle basi ed una minima rete di connessioni. Oltre a lavorare sugli edifici già esistenti come scuole e biblioteche da trasformare radicalmente, aprire e connettere con la città, si immaginavano serie di “aule vaganti ” polifunzionali e dei portali intesi come una versione virtuosa e moderna di centro culturale ricco di spazi comuni, botteghe, laboratori, auditoriums, cinema, teatri, biblioteche e librerie, luoghi di riunione e condivisione.

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Non sarebbe così difficile far muovere le amministrazioni delle città della scuola, cittadini e insegnanti in quella direzione. Invece di progettare una o più scuole si cominci a progettare una rete, le sue basi e ad investire sulla trasformazione virtuosa di spazi già esistenti ma male utilizzati o scarsamente usati. La normativa si può già curvare a questo scopo. Quante volte lo hanno fatto per finalità negative, inutili o addirittura criminose? Gli ostacoli, a mio avviso, sono solo di natura culturale e politica, di quella politica di bottega e consortile, di mercato e di sfruttamento e controllo.

Se ne parlerà a Milano in occasione del Convegno “Ma sei fuori?!” organizzato da Quartiereeducante presso il Teatro Bruno Munari il 26 Maggio 2018 .

Nella fase transitoria e di passaggio (fondato sulla disobbedienza civile, sulle iniziative di autoproduzione e autodeterminazione dal basso, sul boicottaggio di chi ruba, sfrutta e fa mercato di tutto) dalla società mercantile a quella della libertà consapevole e della responsabilità collettiva, anche qualche ente privato o imprenditore illuminato potrebbero essere coinvolti nella trasformazione della città. Se si partisse seppure solamente in uno o due piccoli paesi o in un quartiere di una metropoli, anche la parte architettonica o dei luoghi potrebbe avanzare verso il futuro insieme a quella educativa che già sta nascendo pur nel muoversi dai consueti luoghi scolastici che piano piano vengono abbandonati per gran parte della giornata.

Giuseppe Campagnoli

21 Aprile 2018

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Educazione,scuola,cultura,diffuse.Purchè di qualità.

Prima di andare in vacanza anche se c’è chi dice che da dieci anni lo sia perennemente, vorrei fare una serie di riflessioni a mo’ di aforismi sulle ultime note di ReseArt.

Abbiamo avuto l’immenso piacere di vedere crescere l’idea della Città educante nata con il nostro (Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli) Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato dall’editore Asterios di Trieste proprio in questo scorcio di anno. La crescita, supportata da numerosi eventi di presentazione del libro, seminari, convegni e piccole letture bibliotecarie, ha avuto qualche piccolo nemico ed ostacolo che sulla via della costruzione di nuovi modi e luoghi dell’educazione  sono stati poco più che dei sassolini.

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A  Settembre riprenderà più vigoroso il cammino con la preparazione di esperimenti in diverse città e quartieri e con nuovi confronti di idee, anche contrapposte , con chi non si sia arroccato sulle sue conformiste o paraistituzionali verità. Facendo repertorio di buone pratiche e buone idee la piccola rivoluzione dell’educazione e delle sue architetture avrà tanto slancio da diventare grande e veramente diffusa!

APPUNTI PER IL DISEGNO DELLA CITTA’EDUCANTE

La nostra idea di #scuolasenzamura fondata sulla controeducazione tende progressivamente a fare a meno di edifici e reclusori scolastici dedicati, tende a fare a meno dell’edilizia scolastica in favore della città educante che fa dei suoi luoghi collettivi ed aperti, pubblici e privati che siano, degli spazi per educare, insegnare, apprendere. Il mercato vorrebbe costruire altre scuole e investire in cemento, mattoni, legno…tutto più o meno eco. Numerose joint venture tra pedagogisti, architetti e produttori di arredi scolastici sono omogenee a questa visione liberista e fanno di tutto per teorizzare “spazi che insegnano”, “ambienti di apprendimento” aperti ma sempre delimitati e architetture pedagogiche, sostenendo a spada tratta che si debbano progettare e costruire ancora edifici scolastici. Fanno di tutto per trasformare aule in non meglio identificati spazi di apprendimento che non sono altro che un imbellettamento dei vecchi ambiti con arredi new age e tecno, con spostamenti di banchi e sedie, piccoli soggiorni pedagogici, cucinini studenteschi e cromatismo a gogo. La “scuola diffusa” non sono tanti edifici diffusi per il territorio, non sono un insieme di aule moderniste ma pur sempre aule. La scuola e l’educazione diffusa non sono i kit dell’IKEA che dopo le casette fai da te, agli uffici fai da te, pensa anche alle scuole fai da te. La scuola diffusa fa parte di una idea realmente rivoluzionaria dell’educazione e dei suoi luoghi, un’idea che non può che contestare e criticare decisamente chi invece vuole agire ancora come ai tempi di Papini.  Tranquilli: gli architetti avranno ancora da fare, forse di più e meglio, agendo nel disegno della città, individuando ed esaltando virtù educative in tanti spazi e manufatti urbani, trasformandoli e arricchendoli. E anche gli educatori avranno da fare, forse molto, molto di più. 

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Abbiamo anche parlato di lavoro, di religione, di guerre e di terrorismo, di tutte le arti belle e brutte dell’uomo, del bricolage artistico che spaccia dei semianalfabeti dell’estetica per artisti sopraffini ai fini del solito mercato. Abbiamo parlato dei tutti fotografi, tutti pittori, tutti scrittori e tutti cantanti, e anche ahinoi tutti calciatori e mezzibusti.Un popolo di italici velleitari. Abbiamo fatto rifatto le pulci alle kermesse paraculturali che imperversano per l’Italia con i soliti raccomandati, con le associazioni no profit che di no profit hanno appena il nome e riescono chissà come per anni ad avere sempre le ricche sponsorizzazioni pubbliche e dei privati che con il pubblico hanno molto a che fare. Abbiamo stigmatizzato le false promesse dei governanti pro tempore e le false illusioni degli oppositori anch’essi sotto padrone che solleticano sempre la pancia della gente ma non la sua mente. Abbiamo fatto inc’zzare qualcuno ed esultare molti. Ci hanno elogiato, condiviso e anche abbracciato, ci hanno pure insultato, bannato e bandito da qualche social con la coda lunga fino al polo nord. Ma nessuno ha mai dubitato che le nostre cose ironiche e a volte sarcastiche avessero un fondo molto solido di verità. Le code di paglia non hanno preso fuoco e in quasi un lustro di attività non abbiamo conosciuto un avvocato! Buona estate 2017 a tutti! A presto!

Giuseppe Campagnoli

Giovanni Contardi

Idrione il centurione

Researtù

e tutti i  nostri validi collaboratori fluttuanti…

!5 Luglio 2017

 

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Chi è la Popsophia nostrana.

 

Fuga dalla libertà

Glissiamo elegantemente sulle giaculatorie popsophistiche che si ripetono anche quest’anno senza innovazioni sostanziali e divertiamoci ad indagare su quel poco che è dato sapere della  “retrofilosofia” dell’Associazione che gestisce Popsophia: dallo Statuto, ai soci, alla trasparenza e tutto il resto.

 Statuto Popsophia_

Dalle notizie raccolte in rete sembra una impresa political culturale familiare, nella miglior tradizione democristiana che traspare anche dalla storia pubblica dei fondatori. La presidenza,  la direzione  artistica di cui non si può dire non sia intraprendente e vivace pare siano tutte in famiglia. I fondi pubblici non mancano da anni e la kermesse gode l’ ampia presenza di vips radical chic o per dirla alla francese “bobos” a dritta e a manca, tanto per coprire tutti i palati e non scontentare, neo-democristianamente, nessuno, senza prendere vere parti politiche o culturali. Non abbiamo ancora scoperto chi sono i soci del sodalizio e se vi siano tra loro dei privati cittadini, esperti o personalità della cultura: non abbiamo trovato alcun elenco pubblico. Forse ci sono solo le imprese mecenati social e altri enti ad usum delphini. Non pare vi sia un Comitato artistico o scientifico nè un regolamento. Lo Statuto, scarno ed essenziale, si mantiene in superficie. Ma il sodalizio, ci si tiene a dirlo e a scriverlo è No profit : una parola miracolosa. Non mancano negli eventi, come abbiamo già detto, i comuni, la regione, le scuole, gli studenti, le greggi di volontari gratisetamoredei, le imprese e il mercato a caccia di visibilità e di sgravi fiscali.

In genere ci occupiamo di educazione, arte e cultura ma qui non le abbiamo proprio viste e non le vedremo. Abbiamo invece assistito più spesso a forme di intrattenimento paraludico e a passerelle di narcisismi intellettuali ed effimere elucubrazioni. I #popsophismi. Cosa ci sia veramente dietro Popsophia, a parte l’interesse di chi la gestisce, lo possiamo solo intuire grazie alla nostra esperienza dei mondi delle arrampicate cultural sociali e dell’italico mezzobustismo intellettuale, di quel limbo mediatico e comunicativo superficiale che finge profondità di idee ma cerca solo protagonismo, visibilità e pecunia. Quel limbo  che forse nasconde la mancanza di  vero merito e talento dietro il successo che sovente è nemico della qualità, come scriveva Victor Hugo.

Giuriamo che non parleremo mai più di Popsophia. Ora ci annoia solo.Speriamo in eventi nuovi e in un ricambio e che quest’anno, la mediocrazia finalmente, neoanalfabetismo italico permettendo, floppi! Ma visto il vuoto di concorrenza di eventi paralleli ne dubitiamo. Ai pesaresi non è concesso di scegliere.

Popsophisticherie e Festival della mente

 

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#popsophisticherie?

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Chi paga e chi tifa..

#popsophisma

Hanno fatto il colpaccio di avere una riserva sulle pagine de La Repubblica il giornale di pseudofilocentrocentrosinistra ora un po’ più liberaleggiante. Sono arrivati sugli italici altari mediatici. I popsophaici saranno contenti e no profit. Quest’anno, poiché abbiamo detto ed espresso tutto su questa saga popolarfurbesca negli anni passati e il giro è sempre lo stesso a parte dei cambi di mezzibusti, presentiamo una raccolta ragionata in tre puntate degli incensi e delle critiche (spero ve ne saranno abbastanza vista la capacità di censura preventiva  dello staff prosoposophaico..) pubblicate in rete e sulla stampa.

Le danze inizieranno da giovedì 14.

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Il ritorno della forza!

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I sophismi di Christo,Ludovico Einaudi e Popsophia.

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15/06/2016 Wahlenbergbreen Glacier, Svalbard, Norway Greenpeace holds a historic performance with pianist Ludovico Einaudi on the Arctic Ocean to call for its protection Through his music, acclaimed Italian composer and pianist Ludovico Einaudi has added his voice to those of eight million people from across the world demanding protection for the Arctic. Einaudi performed one of his own compositions on a floating platform in the middle of the Ocean, against the backdrop of the Wahlenbergbreen glacier (in Svalbard, Norway). The famous musician travelled on board Greenpeace ship Arctic Sunrise on the eve of a significant event for the future of the Arctic: this week's meeting of the OSPAR Commission, which could secure the first protected area in Arctic international waters. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No ventas -No Archivos - Uso editorial solamente - Uso libre solamente para 14 días después de liberación. Foto proporcionada por GREENPEACE, uso solamente para ilustrar noticias o comentarios sobre los hechos o eventos representados en esta imagen. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No sales - No Archives - Editorial Use Only - Free use only for 14 days after release. Photo provided by GREENPEACE, distributed handout photo to be used only to illustrate news reporting or commentary on the facts or events depicted in this image. 15/06/2016. Glaciar Wahlenbergbreen, Svalbard, Noruega Greenpeace organiza un concierto histórico con el pianista Ludovico Einaudi en el océano Ártico para pedir su protección El prestigioso compositor y pianista italiano Ludovico Einaudi ha unido su voz, a través de la música, a la de los ocho millones de personas de todo el mundo que piden la protección del Ártico, con la interpretación de una pieza creada especialmente para la ocasión sobre una plataforma flotante en mitad de ese océano, frente al glaciar Wahlenbergbreen (en Svalbard, Noruega). Einaudi ha viajado al Ártico a bordo del barco de Greenpeac image

Christo, Ludovico Einaudi e Popsohia (o #Popsophismi?) hanno in comune l’effimero, il mercantile e il culturalmente inutile di certe performances. Quello che noi abbiamo chiamato in altre occasioni bricolage artistico assurge a bricolage culturale e mediatico, il peggio del peggio della degradazione delle arti, della filosofia e della musica (che abbiamo anche apprezzato in passato, in altri contesti e con meno ipocrisia) per delle kermesses disneyane e saltimbanchesche dove spesso il pop di popolare sta nel bluff culturale populista e nella diseducazione indotta per la gente, appunto, per il popolo abituato a digerire tutto purché sia sensazionale e “strano”.

Per una volta ci troviamo d’accordo perfino con Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio e continuiamo ad esserlo con i commenti di Flavio Caroli sulle mostre ed i mostri sparsi per questa Italiota supponente post moderna. Non si offendano gli anfitrioni di cotali avvenimenti, la critica è sempre un sano contributo alla crescita, al condurre l'”errore” all’erranza creativa, alla trasparenza ed all’autocritica. sempre che non ci si irrigidisca male propria prosopopaica presunzione.

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Mente confusa o confusamente?

Christo è un gran saltimbanco delle forme e della provocazione. Ha capito da tempo un certo mercato globale dell’arte, inventato dai liberisti d’oltre oceano che hanno lanciato come arte tutto e il contrario di tutto, scambiando per arte perfino la nota denuncia puntuale di Duchamp su ciò che può e deve essere considerato arte. La nostra pagina ARTE.ARTE!ARTE?  descrive bene il pensiero di chi ha passato una vita ad insegnare l’arte e a dirigere scuole d’arte avendone titoli e passione. Avevamo messo Ludovico Einaudi in contrapposizione con un altro saltimbanco del mercato come Giovanni Allevi e ora ce lo ritroviamo nel mercato dell’effimero, seppure mascherato da campagna ecologista. Sappiamo bene come rock stars, attori, scrittori etc. si avvantaggino economicamente  grazie alle loro perfette campagne  di solidarietà e mecenatismo a 360 gradi!

Ma ora scendiamo dalle stelle e torniamo al nostro piccolo orticello provinciale. Qui una versione local sono le ammucchiate-eventi come quello del no profit (?) Popsophia che rubando consensualmente un’idea, in fondo buona ma ben più nota, dai nostri cugini d’oltralpe, sta imperversando per tutta la regione, anche grazie a fondi pubblici e volontariato gratuito, macinando ineffabili consensi istituzionali e anche, ahinoi, di popolo coltivato nelle riforme scolastiche del ’68.  Se per ogni evento simil artistico o pseudo culturale ci si chiede: “cui prodest?” nel caso del baraccone di Popsophia ripetiamo, sperando che giovino, le nostre ricorrenti domande ancora senza risposta.E intanto il tormentone ricomincia a Pesaro dal tramonto che speriamo forse in una promettente metafora.

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Foto di dominio pubblico  tratte dal web

Le paternità di Popsophia

© PoPsoPhia

Il marchio registrato della rivista Lo Sguardo

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La settima stagione di Pop Philosophia in Francia (dal 2008!)

“Lorsque Gilles Deleuze inventa le concept de « pop’philosophie », ce n’était pas pour désigner une nouvelle forme de philosophie, qui ferait de la « pop culture » son objet ou son but. La « pop’philosophie » que Deleuze avait en tête ne se voulait pas philosophie de tel ou tel objet, de tel ou tel moment, ou de tel ou tel phénomène puisé dans l’air du temps ou le flux de l’époque. Au contraire, il y avait quelque chose d’aristocratique, et en même temps d’un peu pervers, dans l’idée de « pop’philosophie » : une manière d’être encore plus philosophique qu’avant, encore plus abstrait, encore plus conceptuel.”…
Da Laurent de Sutter

Nel nostro piccono endroit provinciale le domande parafilosofiche sono invece:

  1. Chi paga?
  2. Chi ci guadagna?
  3. Perché un’associazione culturale no profit dovrebbe usare il reclutamento-sfruttamento di volontarigratisetamoredei?
  4. Perché le scuole e le istituzioni si prestano a questo gioco?
  5. Perché i temi nonostante il prefisso Pop non sono poi così popolari?
  6. E gli artisti? Chi sono molti di questi carneadi?
  7. E le vedettes e i mezzi busti peripatetici della Kultura dominante? Perché sempre gli stessi? Vengono gratisetamoredei?
  8. E la trasparenza?
  9. Dove troveremo un bilancio dettagliato e  pubblico degli eventi?

NOTA BENE: PER AVER ESPRESSO I MEDESIMI DUBBI E LEGITTIME PERPLESSITÀ’ LO SCORSO ANNO SIAMO STATI BLOCCATI E CENSURATI SU QUASI TUTTI I PROFILI E I SITI DI POPSOPHIA. IL NOSTRO MESSAGGIO E’ STATO COMUNQUE RECEPITO DA MOLTI.

PER LA POPTRASPARENZA, LA POPDEMOCRAZIA E ANCHE..LA POPFILOSOFIA SIAMO PRONTI AD INTERVISTARE LE MENTI FORMIDABILI DELLA KERMESSE, SENZA PELI SULLA LINGUA, PONENDO LE NOSTRE 9 DOMANDE 9 E, MAGARI, DISCUTENDO DEL PIU’ E DEL MENO, DELLE ARTI E DELLE LETTERATURE, NONCHE’ DELLE POP SOPHISTICHERIE! SE NON CI SARA’ CONCESSO,COME TEMIAMO, QUESTO ONORE RISPONDEREMO DA SOLI CON LE INFORMAZIONI CHE I NOSTRI BLOGGERS RACCOGLIERANNO IN GIRO.

Giuseppe Campagnoli 23 Giugno 2016

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Arte ed educazione

“L’educazione e l’istruzione in campo artistico in Italia sono un sistema dal passato glorioso ma dal presente in via di estinzione per mancanza di progetto organico e di risorse. Il mercato dell’improvvisazione e del casual la fa invece da padrone.” Il declino dell’educazione alle arti nel nostro Paese: una situazione a cui è necessario porre rimedio con buone idee e buone pratiche, prima che sia troppo tardi.

 

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Ho scritto molte volte sul tema dell’educazione e dell’istruzione artistica in Italia. Ho l’impressione che, da quanto sta accadendo, io abbia vestito gli amari panni di Cassandra.

L’argomento si lega in maniera inscindibile con le problematiche della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e artistico italiano e con quelle della produzione artistica e progettuale contemporanea.

Insieme a dei volonterosi colleghi abbiamo provato inutilmente a creare una rete di soggetti privati e pubblici da impegnare nella ricerca finalizzata alla promozione di un sistema organico dedicato all’educazione, alla formazione e all’istruzione in campo artistico attraverso la valorizzazione delle preziose esperienze storiche italiane attualmente in fase di smantellamento. Il progetto sta incontrando enormi difficoltà anche per la tendenza a curare il proprio orticello piuttosto che tutto il campo e per l’abitudine tutta italiana di evitare accuratamente di “fare sistema”.

È ormai assodato che il concetto di educazione e formazione si riferisce all’acquisizione di uno dei linguaggi fondamentali della vita dell’uomo accanto alla comunicazione scritta e orale alla formazione scientifica e logica mentre l’istruzione afferisce alla costruzione di competenze professione o anche alla pratica disinteressata dell’arte e alla sua comprensione.

I due percorsi debbono essere egualmente solidi nel sistema educativo e dell’istruzione italiana, per assicurare conoscenze e pari opportunità a tutti i cittadini da utilizzare per la comprensione e la fruizione delle diverse forme d’arte e per la scelta di professioni in campo artistico e progettuale.

Abbiamo assistito in questi tempi alla proliferazione di associazioni, enti, che si dichiarano tutti interessati al mondo della formazione artistica o della tutela del patrimonio italiano mentre vanno a caccia di fondi a destra e a manca, ottenendoli molto spesso per vie “politiche” in cambio di risultati non proprio esaltanti.

Nella esperienza personale raramente ho ancora trovato un sodalizio che non guardasse prioritariamente a un suo privato orticello di corporazioni e lobbies politiche, professionali o imprenditoriali. Sarebbe sicuramente più proficuo unire gli sforzi per studiare e rifondare l’intero campo del sistema educativo italiano dedicato all’arte recuperando e rivalutando tutta l’esperienza pregressa. 

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Pop-vacationes.

Una scuola senza mura

Post-popsophia

Gentile pubblico, saremo in pausa per qualche settimana. Al rientro ci saranno novità su Popsophia e sull’associazionismo “no profit” nelle Marche. Vi sarà un reportage, senza peli sulla lingua, gastro-architettonico dall’EXPO di Milano e il lancio del progetto ” Una scuola senza mura”. A presto!

Giuseppe Campagnoli 2Agosto 2015