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La città educante. Il disegno urbano.

Occorre distinguere il grano dal loglio. Non tutte le innovazioni sono vere innovazioni e non tutte le novità sono buone. Oggi il ritornello politico sembra essere: “Cambiare poco per non cambiare nulla” dice il mio amico Paolo Mottana. Sul web, nelle riviste di settore in tanti gruppi e nelle associazioni più disparate proliferano le promesse di “rivoluzioni” in fatto di educazione e di luoghi dell’educazione. Il più delle volte si tratta di operazioni gattopardesche spesso “guidate” dall’establishment accademico, pedagogico e architettonico o di ingenui sogni arcadici e vagamente libertari che lasciano il tempo che trovano. Io credo molto invece in ciò che si sta aggregando attorno all’idea di educazione diffusa nata con “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” e con #lascuolasenzamura. Là trovo che ci siano più fondate speranze che vaghe “promises promises”..

Mai più studenti chiusi per ore dentro le mura di un reclusorio scolastico. La città sarà il luogo della educazione, della scoperta, dell’apprendere. Chi ha a cuore l’educazione e la città non può fare a meno di seguirci e aiutarci.

La prosecuzione del racconto del viaggio guidato dentro la città educante dove molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare è il prossimo passo. Guideremo  architetti, educatori, insegnanti, amministratori e genitori visionari e appassionati a costruire un isolato educante, un quartiere educante, una intera città educante. La città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. Il lavoro sarà la naturale prosecuzione  in chiave squisitamente architettonica, del  Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e degli spunti dell’idea de “L’architettura della scuola” nata nel lontano 2007.

E’ tempo di mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo il nostro racconto. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà. Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi protagonisti e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultmo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste.

Il lungo giro ” evangelizzante” del Manifesto della educazione diffusa, partito al Convegno di Cesena organizzato dal CDE  nel Settembre 2016 è passato, in varie forme (dal web, ai convegni, ai seminari ed alle interviste) e in un solo anno da Recanati a Cattolica, da Pesaro a Macerata, da Riccione ancora a Recanati e da Urbino a Fano.

18 Settembre 2017. Appuntamento con l’arte. Intervista di Nikla Cingolani RadioErre Recanati

Ha viaggiato dalla Liguria alla Lombardia, dalla Calabria addirittura a Parigi, Bruxelles ed al Brasile!  Le prime esperienze pedagogiche stanno nascendo a Milano e Monza, a Urbino e Vimercate e li primi fatti architettonici spero nasceranno presto sulla scorta delle idee e dei disegni che al primo scorcio del 2018 condivideremo. Intanto aiutateci con il vostro contributo di idee ma anche di concreta solidarietà: https://www.produzionidalbasso.com/project/la-scuola-senza-mura-disegnare-la-citta-che-educa/

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Recanati sparita. Ultima puntata.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Recanati sparita. Su RadioErre Recanati, nella rubrica Appuntamento con l’arte a cura di Nikla Cingolani, è andata in onda l’ultima puntata di “Recanati sparita”. Un colloquio informale e non paludato, una specie di autobiografia architettonica minimale attraverso i luoghi della città leopardiana. In anteprima proponiamo il cortometraggio realizzato dall’autore e che farà da sfondo narrativo all’intervista. Si sono fatti cenni alla crescita disordinata e speculativa della città, si è citata qualche rara eccezione che conferma la regola percorrendo aneddoti su alcune architetture che hanno attraversato in qualche modo la vita dell’autore: Villa Gigli, il complesso dei Cappuccini, l’edilizia popolare dei primi del ‘900, l’edilizia rurale e, da ultima ma non ultima l’architettura per le scuole che tanta parte ha avuto nella mia formazione professionale. Colgo l’occasione per un ringraziamento e un ricordo ai miei colleghi ed amici Paolo Basilici, Sergio Tarducci, Anacleto Sbaffi, Sandro Scarrocchia, ai miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi e Uberto Siola e, con affetto insostituibile, al mio compianto fratello Alfredo. E grazie a chi ha avuto la pazienza di ascoltarci.

Giuseppe Campagnoli 14 Maggio 2015

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Recanati sparita. Marzo 2015.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Appuntamento con l’arte. La prima puntata di “Recanati Sparita” a cura di Giuseppe Campagnoli. Martedì 24 Marzo su Radioerre Recanati con Nikla Cingolani.

L’architettura della cittadina leopardiana in una storia “favolosa” un po’ autobiografica.

Autocitandomi dal pamphlet “Questione di Stile” una doverosa premessa sull’architettura moderna e contemporanea riguarda chi progetta. Recanati è stato una specie di laboratorio sui generis in architettura e la summa esemplare dei beni e dei mali italiani in questo campo, oltre che, per inciso, la mia palestra di giovane architetto.

Secondo una specie di dato statistico demografico, culturale ed ambientale riferito al contesto europeo, a Recanati spetterebbero oggi non più di 10 progettisti qualificati in architettura. Il mercato (quello che solo da noi vede geometri, periti edili, periti agrari, ingegneri di tutti i tipi arrogantemente in pista per fare architettura) è un’altra cosa. Sappiamo che il mercato è contro l’ambiente e la qualità, ma l’ipocrisia e il liberismo sono ahimè ancora vincenti. Chi perde sono insieme la città, l’ambiente, il territorio, la qualità della vita e l’equità sociale. Recanati non ha fatto eccezione. Partendo da queste premesse contemporanee vorrei percorrere la storia dei muri di Recanati attraverso la mia esperienza personale che si è conclusa alla fine degli anni ’90 con l’episodio tormentato del restauro del Castello di Montefiore. Cominciai il mio dialogo con la città di Recanati da architetto neo laureato nel lontano 1974 insieme ai miei compagni di viaggio fino all’inizio degli anni ’80, poi da solo. Orgogliosamente e coerentemente ho sempre provato ad applicare, interpolandoli saggiamente, gli insegnamenti dei miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi, Uberto Siola e Salvatore Di Pasquale. Mi sono dedicato molto all’architettura pubblica per l’educazione e la cultura e meno alla residenza, con sperimentazioni e provocazioni che i miei clienti illuminati hanno sempre saputo accettare. All’epoca Recanati conservava ancora un minimo di fisionomia urbana accettabile e riconoscibile nonostante i primi danni si fossero  già verificati fin dagli anni ’60 con i ritorni in provincia del boom edilizio italiano e i primi piani urbanistici  spesso più dedicati alla speculazione intenzionalmente o per limiti normativi. La forma di città lineare di crinale era ancora percepibile da ogni accesso e le periferie vere e proprie, popolari o residenziali che fossero, non si erano ancora formate. C’era una cintura a ridosso della circonvallazione fatta di case popolari ancora dignitose e frutto di eredità architettoniche di tutto rispetto.

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La  convinzione che non vi dovesse essere urbanistica e pianificazione basata su norme e standards ma solo architettura e disegno urbano mi ha dato, nel tempo, ragione. A Recanati, oggi, è come se ci si trovasse difronte a un piccolo museo esemplare dei fatti e misfatti architettonici italiani, ma anche di alcune, isolate nel tempo e nello spazio, felici intuizioni. Il centro storico, le prime espansioni disordinate dei piani di fabbricazione, quelle ordinate ma “ad usum delphini” della speculazione edilizia che ha tradito, come era prevedibile, anche le buone intenzioni del primo PRG e delle sue trasformazione, gli interventi pubblici occasionali e raramente di qualità, i monumenti autocelebrativi di non pochi architetti autoctoni ed esotici, in genere eclettici e imitatori, possono suggerire una specie di percorso didattico su come non si debba fare architettura, come poche rare eccezioni. Con l’industrializzazione e il fabbisogno di case anche in un paese come Recanati partiva l’espansione nelle aree periferiche sottratte alla campagna, spesso senza alcun distinguo idrogeologico (non erano d’obbligo le indagini geognostiche) o paesaggistico se non dove l’orografia era più favorevole e non c’erano o non c’erano ancora vincoli storico-artistici. L’architettura, se così si può definire, la facevano le imprese edili più che i pianificatori e gli architetti. Da qui ragioneremo nelle chiacchierate che seguiranno per riconoscere i prodromi e le cause di ciò che vediamo oggi e perché, parafrasando la “Roma sparita”, si può parlare di “Recanati Sparita”, nascosta dietro la cortina di nebbia dell’ eclettismo di “bassa edilizia” che accoglie il visitatore nelle prime periferie della città.

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Lo Sguardo Educato (8)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

 

Il potere dello sguardo

In tema di sguardo, prima di iniziare a scrivere il mio primo post di quest’anno, vorrei augurarvi un buon 2015 impegnandoci ad avere un occhio di riguardo per tutto ciò che ci circonda, per ciò che viviamo, nel rispetto verso noi stessi e gli altri, soprattutto se non la pensano come noi.

Un bellissimo articolo di Davide Ferrario nell’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica scorsa (4 gennaio) dal titolo Non sappiamo più guardare, parla di come lo smatphone o l’iPad abbiano ucciso il cinema e la capacità di osservare il mondo. In effetti, questi piccoli schermi non sfruttano totalmente la potenzialità dell’occhio, ma limitano il fuoco della visione in un angolo sempre più ristretto. La visione, da globale e condivisa, è diventata parziale e privata. Questa riduzione tecnologica spiega la moda dei selfie e la chiusura dello sguardo che, scrive il regista, “ricorda quello che capita al cavallo quando si mette i paraocchi: vedere solo quello che gli sta di fronte. Cioè, solo quello che interessa al padrone che lui veda. Quella che sembra una semplice discussione accademica diventa subito una questione che ha a che fare con la libertà.” Libertà e sguardo sono strettamente legati. Quindi sta nell’occhio la promessa di libertà. Alla fine, tutto dipende dai nostri occhi, dai nostri buoni occhi.[1]

Con questa riflessione che anticipa il finale di questo mio breve saggio a puntate, andiamo avanti a parlare della storia dello sguardo attraverso i due dispositivi, Panorama e Panopticon, che hanno condizionato in maniera massiccia il modo di guardare. Ho iniziato con il tracciare una breve storia del Panorama, il prototipo dei mass media come la televisione e cinema, precursore del concetto di simulacro formulato da Baudrillard poiché il contenuto della riproduzione contiene le aspettative di ciò che vedrà lo spettatore prima che veda le cose reali. Ora che del Panorama ne sappiamo un tantino di più possiamo andare avanti con le nostre considerazioni.

Perché nel XIX secolo c’è una forte e insistente richiesta per il “vero”? Perché il desiderio di presentare una scena illusoria? A cosa rispondeva l’immagine con l’insorgere di nuove ricchezze, nuovi bisogni e nuove fantasie?

L’inganno visivo tentò di soddisfare un doppio sogno, quello di scatenare fantasie di totalità e possesso. Questa tecnologia, con la richiesta degli spettatori che parteciparono al gioco dell’immaginazione, appagò la loro smania di totalizzazione e di estensione. All’epoca gli individui erano afferrati dalla febbre di sperimentare l’orizzonte, scalare campanili e montagne, viaggiare per la prima volta sull’oceano, viaggiare su aerostati, tutte attività che permettevano di vedere senza ostruzioni in ogni direzione.

Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.
Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.

Il Panorama celebra la capacità della borghesia di vedere le cose da una nuova angolazione. Lo storico Stephen Oetterman prende in causa il dipinto di scena dell’età barocca dove l’unico punto di vista dal quale si poteva guardare il dipinto intero senza alcuna distorsione, era quella del re. Nel caso del Panorama, grazie alla molteplicità degli sguardi raggruppati lungo il perimetro, i cittadini potevano giustamente godere un’intera visione. La posizione di vantaggio che privilegiava il regime, ora poteva essere occupata da chiunque. Chi guardava riconosceva su di sé la sensazione dello sguardo divino, allo stesso modo in cui molti avvertono la presenza di Dio nella loro coscienza. Nel corso del XVIII e XIX secolo gli europei avevano una forte consapevolezza di sé caratterizzata dalla religione; cresciuti con la Bibbia e concetti come eternità e onnipotenza, si vedevano come immagine di Dio. Così, ad esempio, salendo sulla torre di Munster, un luogo all’epoca molto popolare, si aveva la capacità di dominare con il proprio sguardo, scacciando Dio dalla sua posizione. Lo sguardo diventa sguardo di massa, democratico e borghese; non più uno ma molti più sguardi dello stesso valore che confermano l’equivalenza della secolarizzazione dello sguardo di Dio verso l’orizzonte.

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[1] La libertà negli occhi, Roberto Escobar, il Mulino, 2006.

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Lo sguardo educato (5)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

La città in bottiglia

“Il vero non ha finestre. Il vero non guarda fuori nell’universo. E l’interesse per i panoramas sta tutto nel vedere la vera città. “La città in bottiglia”. La città in casa. Ciò che trova nella casa senza finestre è il vero. Una casa senza finestre è, per esempio, il teatro; di qui l’eterno piacere che si trova in esso, di qui il piacere che danno quelle rotonde senza finestre, i panoramas.”

Walter Benjamin

 

Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.
Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.

Nella storia dei media il Panrama è spesso menzionato solamente in maniera passeggera, più che altro come intermediario tra i suoi precursori come il paesaggio panoramico e i suoi successori, il diorama e il cinema. Il panorama è uno stile pittorico con una tecnica più avanzata dei suoi precursori perché, come ogni invenzione, si allontanò dai modelli precedenti. Dalla Villa dei Misteri o se vogliamo dai graffiti delle grotte di Lascaux, si può tracciare una linea che nel corso dei secoli arriva alle grandi decorazioni pubbliche o private del Rinascimento, fino ad arrivare allo spazio prospettico del periodo barocco. Bisogna tener conto che nonostante l’ambiente fosse interamente tappezzato di motivi scenici, dalle pareti al soffitto, spesso l’interruzione di finestre o porte portava lo spettatore a muoversi in questo spazio liberamente, con la possibilità di toccare i muri. Con il nuovo spazio, la rotonda, quello originale fu trasformato e messo dentro un altro spazio, dove la rappresentazione non lasciava tracce di ciò che era la realtà, diventandone la perfetta sostituzione. A questo punto è utile ricordare che anche l’edificio fu costruito ad hoc: un’illusoria architettura e pittura mescolate e incorporate tra loro che garantivano circolarità continua, illimitata, dove la configurazione stabiliva il rapporto tra lo spettatore e la tela. Il paradosso del Panorama è che in un’area chiusa si apre la libera rappresentazione di tutte le limitazioni del mondo.[1]

Anche se la tecnica del dipinto risultava mediocre, si ricorreva comunque ad ogni mezzo per rendere l’illusione perfetta; Daguerre per esempio, nel suo Diorama, offriva al pubblico degli occhialetti stereoscopici per trasmettere l’illusione di tridimensionalità (ricordate Lowrence Iacoby, l’eccentrico psichiatra di Twin Peaks che sfoggiava occhiali con una lente blu e una rossa?). Tuttavia, una volta che interviene l’immaginazione, la rappresentazione offerta come realtà, è giudicata in relazione di chi la osserva. Di conseguenza è valutato l’artista e la sua abilità nel trasferire, con il colore, un aspetto della vita che tocca profondamente la sensibilità dell’osservatore.

Il pittore decide cosa devono vedere gli osservatori, se lo desiderano, ed essere abile di verificare per loro. Ogni cosa dipendeva dal punto di vista del pittore e ciò che decideva di dipingere; nella rappresentazione non veniva trasferito tutto quello che si rivelava ai suoi occhi. Alcuni particolari venivano nascosti nell’orizzonte da altri dettagli. Si ritorna perciò alla composizione che implica il punto di vista privilegiato dal pittore che, per fornirci un documento enciclopedico della natura, abbandona se stesso nella registrazione di tutte le sfaccettature della realtà. Per questo i panoramisti furono bersagliati dalla critica.

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[1] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Books, 1999

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Lo sguardo Educato (4)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

Camera con Vista

“Si cercava in tutti i modi, con ogni sorta di espedienti tecnici, di fare dei Panorami le sedi di una perfetta imitazione della natura. Si cercava di riprodurre la successione del giorno nel paesaggio; il sorgere della luna, il rumore delle cascate. Nel loro tentativo, sia pure ingenuo di riprodurre fedelmente la natura fino all’illusione, i panoramas rinviano in anticipo non solo alla fotografia, ma addirittura al cinema sonoro.”[1]

Un osservatore attento come Benjamin non poteva mancare di descrivere il fenomeno del Panorama, passato da una costruzione dello spazio a uno spettacolo dei sensi. Infatti, a partire dal 1830, fu introdotto il “Faux Terrain”, un paesaggio con oggetti tridimensionali inserito nello spazio a forma di ciambella tra la tela e la piattaforma, per accentuare maggiormente l’impressione che gli avvenimenti rappresentati siano reali.

Esempi straordinari di faux terrain ancora oggi conservati sono quelli del Bourbaki Panorama a Lucerna e del Mesdag panorama a L’Aia. Il Bourbaki fu dipinto da Edouard Castres nel 1881 con la rappresentazione di un evento memorabile della Guerra Franco-Prussiana (1870-71), quando le truppe svizzere sotto il comando del generale Herzog, salvarono le vite di molti soldati francesi. E’ importante perché fu la prima volta che intervenne la Croce Rossa, fondata da Heri Dunant nel 1863-64. Sul terreno oltre a un vecchio vagone ferroviario, ci sono altri oggetti (fucili, slitte, zaini, ecc.) insieme a figure, 21 delle quali sono state inserite dopo il restauro iniziato nel 1996 e terminato nel 2008.

Bourbaki Panorama, Lucerna. L'edificio che ospita il dipinto ora è un Monumento culturale europeo e Museo con Casa dedicata ai media, agli incontri, alla cultura
Bourbaki Panorama, Lucerna. L’edificio che ospita il dipinto ora è un Monumento culturale europeo e Museo con Casa dedicata ai media, agli incontri, alla cultura
Bourbaki Panorama, Lucerna, veduta interna
Bourbaki Panorama, Lucerna, veduta interna con Faux Terrain
Bourbaki Panorama, Faux Terrain con un vero vagone dell'epoca
Bourbaki Panorama, Faux Terrain con un vero vagone dell’epoca

Il Mesdag Panorama è stato dipinto da Hendrik Willem Mesdag nel 1880 e rappresenta la spiaggia di Scheveningen con la sabbia, reti di pesactori, un ancora e altri oggetti. Quando Van Gogh vi si recò nel 1881 disse: “Il Panorama Mesdag è la più bella sensazione della mia vita. L’unico difetto è che non ha difetti.” Tuttavia non si capisce bene se tale considerazione sia un complimento o un rimprovero.

Panorama Mesdag, L'Aia. Interno della rotonda
Panorama Mesdag, L’Aia. Spiaggia di Scheveningen, Interno della rotonda
Veduta della Spiaggia di Scheveninge. In primo piano il Faux Terrain
In primo piano il Faux Terrain
Ingresso Panorama Mesdag   (agosto 2007)
Ingresso Panorama Mesdag
(agosto 2007)

La competenza e il controllo della tecnica nella realizzazione dell’immagine da parte dell’artista, venivano rimpiazzati dallo strumento tecnico tanto da ridurre minacciosamente ciò che era stimato come opera d’arte. L’intenzione era di dichiarare l’artisticità di questo spettacolo ormai estraneo ai canoni dei dipinti tradizionali. Obiettivo peraltro mai raggiunto, nonostante vi lavorassero i più importanti e preparati specialisti che definirono il carattere, la potenza e la vitalità del Panorama. Tale era la loro precisione e attenzione per il dettaglio, che si procurarono il merito di aver fondato l’iperrealismo, conforme all’accademismo dell’epoca. Il fenomeno non va sottovalutato perché oltre ad essere una novità dal punto di vista storico, rappresentò un cambiamento anche nell’arte appartenuta, sino ad ora, ad una élite di conoscitori che non mancarono di delineare regole su come poteva essere sfruttato e valutato.

Panorami e panoramisti furono elementi essenziali per le grandi mostre, come le esposizioni universali del IXI secolo e, grazie ai loro scambi culturali, diventeranno i precursori delle odierne mostre itineranti. Come reagirono gli artisti tradizionali?

[1] Walter Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1986, pag. 1036

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Lo sguardo educato (3)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

Camera con vista

Storia ed evoluzione del Panorama (2)

Dopo il brevetto di Barker di cui ho parlato nell’articolo precedente, il Panorama diventò un’attrazione di massa.

Quali furono i motivi del suo clamoroso successo? Quali le ragioni del suo effetto sugli spettatori?

Il successo del Panorama crebbe con l’ascesa della classe borghese all’epoca della Rivoluzione Industriale quando il rinnovamento politico ed economico incrementò la produzione e il commercio. E’ molto importante visualizzare la situazione alla fine del XVIII secolo quando emergevano le prime grandi metropoli cominciando da Londra. Il Panorama giocò un ruolo decisivo nel recuperare il controllo dello spazio collettivo in estensione. Ecco perché il soggetto della prima tela trattava il tema della città. Presto sorse un altro problema: la guerra e il potere militare. La situazione in Europa era convulsa e con la circolazione di vedute che focalizzavano particolari momenti eroici di varie nazioni, il Panorama diventò una macchina propagandistica col tentativo di individuare più vasti interessi possibili, aspirando a convincere il pubblico nel migliore dei modi. Altro tema affrontato fu il viaggio in terre lontane con la rappresentazione di città storiche, in particolare quelle del Grand Tour (Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Pompei, l’Etna, Atene, Costantinopoli, La Svizzera e le Ali) o luoghi esotici come Calcutta, Rio de Janeiro e tutti i paesi associati alle nazioni coloniali o imperialistiche. I pittori lavoravano sul posto aiutandosi prima con la camera oscura e poi con la fotografia. Per raggiungere un così potente effetto sugli occhi e sulla mente del pubblico furono assunti una serie di tecnici addetti alle operazioni specifiche: punti di osservazione, scenografie, disegni preparatori, pitture, luci, montaggio, inclinazioni, trasporti e così via. Un tecnico ha sempre un nome e in questo caso si chiamava panoramista. Visto le dimensioni standard di ogni tela, 15 X 120 metri (la tensione del peso delle tele dipinte risultava di 47 kg. al metro!), per l’esecuzione occorreva una squadra di tecnici. Ogni pittore eseguiva solo un pezzo dell’opera, proprio come in un procedimento industriale. Non era un nuovo metodo ma l’estremizzazione e modificazione del tradizionale lavoro di bottega.[1]

A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata.
A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata.

I problemi non erano pochi poiché ogni artista tendeva ad usare il proprio metodo e stile, così fu necessario stabilire una gerarchia per poter coordinare le varie attività, per unire e armonizzare la composizione da realizzare. A capo del team c’era il direttore artistico che dall’alto di una piattaforma dava le direttive per i necessari aggiustamenti.

F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872.
F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872.

La particolare formazione di questi artisti univa abilità tecnico artistica con capacità imprenditoriali, proiettandoli in una modernità capitalistica che in quel periodo stava sfondando freneticamente.

Dietro lo schermo sospeso si nascondeva un completo set di esperti il cui ruolo era decisivo per la creazione di effetti speciali.

L’effetto illusionistico, o meglio, il suo effetto pseudo-realistico, si servì di specifiche tecniche mediatiche che influirono il modo di percepire e interagire. In primo luogo la pittura circolare che immergeva lo spettatore nella rappresentazione rafforzando la sensazione di realtà. Altro fattore determinante, la struttura: all’osservatore era consentito un unoco punto di vista che non consentiva un corretto giudizio su misure e distante. Circondato dal dipinto veniva condotto in un’esperienza fittizia. Anche l’illuminazione giocò un ruolo determinante che via via fu perfezionata per stabilire un’idonea visione. Non fu cosa semplice ma alla fine, come dichiarò un cliente entusiasta “dopo cinque minuti non vedete più la pittura ma la natura stessa”.[2]

[1] Silvia Bordini, Storia del Panorama, Officina Edizioni, Roma, 1984.

[2] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Book, Londra 1999.

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Lo sguardo educato (2)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

Camera con vista

Storia ed evoluzione del Panorama (1)

Robert Barker, pittore ritrattista inglese, passò alla storia non per le sue qualità artistiche ma per l’invenzione del Panorama, il dispositivo ottico che rivoluzionò la storia della visione e dello sguardo. Il Panorama è una tela dipinta, sospesa intorno ad una struttura circolare, osservabile senza interruzione a 360°, da una piattaforma centrale. Raramente trattava temi pittorici immaginativi e, grazie all’illusione ottica, questo misto di arte, spettacolo e propaganda, offriva all’osservatore una spettacolarizzazione della realtà.

Era il 1787 quando Barker mostrò alla comunità artistica di Londra un dipinto inusuale sia per forma che per dimensioni: una veduta di Edimburgo su una tela oblunga e semicircolare. Il tentativo non ebbe molto successo tanto che Sir Joshua Reynolds, presidente della Royal Accademy, suggerì di ignorarlo e avvisò Barker di fermare il suo inutile esperimento. La configurazione della tela, il chiaroscuro, le dimensioni, presentavano delle imperfezioni che non convinsero i membri della commissione, penalizzati anche dalla breve distanza di osservazione. Barker non si scoraggiò affatto. Dopo la debole accoglienza della Veduta di Edimburgo, continuò insieme a suo figlio, l’allora sedicenne Henry Aston, il suo progetto con l’idea di produrre una tela circolare. Dall’alto del tetto di Albion Mills, simbolo della Rivoluzione Industriale, disegnarono una veduta di Londra. La prima versione misurava 137 metri quadri e fu prodotta per la rotonda provvisoria.

Jhon Buckler, disegno, The Panorama-studio, di Robert Barker e suo figlio in West Square.
Jhon Buckler, disegno, The Panorama-studio, di Robert Barker e suo figlio in West Square.

Il 25 maggio 1793 fu inaugurata la nuova Rotonda di Leicester Square con la seconda versione di London from the roof of Albion Mills, dipinta a olio, di ben 250 metri quadri, che fece cambiare opinione a Sir Reynolds il quale colmo di ammirazione disse: “Così la natura può essere rappresentata meglio piuttosto che ristretta in un dipinto dal formato convenzionale”.

Robert Mitchell, acquatinta, Sezione della Rotonda di Leicester Square.
Robert Mitchell, acquatinta, Sezione della Rotonda di Leicester Square.

Barker brevettò la sua invenzione il 3 luglio 1787 con il nome La Nature à Coup d’Oeil. Il termine Panorama comparirà nel 1792 in un’inserzione del Times, e da quel momento risultò come definizione per una pittura circolare senza fine. Ecco una sintesi la descrizione della struttura “una pittura circolare senza fine della visione completa di un paese o situazione. A produrre questo effetto sarà il pittore che concluderà il suo disegno connettendolo al punto di partenza. La tela sarà appesa su apposite intelaiature, illuminata interamente dall’alto tramite vetrata o cupola. L’ingresso sarà posto sotto la costruzione, così né porte o altre interruzioni potranno disturbare le pareti che riproducono la veduta. Una piattaforma recintata, ombreggiata da un tetto, impedirà all’osservatore di avvicinarsi alla tela. Quest’area può essere elevata secondo il desiderio degli artisti e in questo modo l’osservatore avrà l’opportunità di immaginare di trovarsi veramente sul posto.” Non più quindi il rapporto con la realtà, ma con l’illusione della stessa. E’ l’alba di una immaginazione collettiva pronta ad essere colonizzata dalla pubblicità e dal commercio.

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Lo sguardo educato (1)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

Storia della visione attraverso i dispositivi tecnologi che hanno cambiato lo sguardo.

Guardare, essere guardati, guardarsi per farsi guardare. Stiamo vivendo un’epoca in cui la “febbre visiva” ha contagiato l’intero sistema comunicativo. L’origine di questo particolare virus risale al XVII secolo quando lo spirito di osservazione di derivazione baconiana stava influenzando il pensiero umano, mettendo in crisi l’immagine tradizionale del mondo. Il picco d’infezione si verificò durante la fine del XVIII secolo, nel momento in cui l’innovazione tecnologica costituiva il principio fondamentale di una delle idee-forza dell’Illuminismo: il progresso. Da quel momento l’epidemia ha subito delle modificazioni, aumentando la virulenza, diffondendosi in modo capillare e costante, trasformandosi in pandemia-endemica divenuta cronica. La vittoria dell’immagine sulla parola è schiacciante, il vedere sovrasta il parlare, e così l’uomo si trasforma da Homo sapiens a Homo videns, come afferma Giovanni Sartori. Colpa della televisione e delle invenzioni tecnologiche mediante le quali si tende a usare le immagini in modo massiccio e violento, tanto che in ogni epoca siamo sottoposti a veri e propri shock visivi. Tuttavia il trauma iniziale col passare del tempo si trasforma in abitudine e lo sguardo è pronto per essere condotto verso nuovi modelli che non saturano il nostro desiderio di guardare ma, al contrario, lo alimentano. Il dispositivo ottico che mutò radicalmente il sistema di osservazione, contribuendo inoltre a sviluppare l’industria d’intrattenimento, fu il Panorama. Questa “creatura” non solo modificò con tratto determinante il modo di guardare, ma fu un modello paradigmatico per un’altra ben più inquietante struttura, il terribile apparato disciplinare chiamato Panopticon.

Vere e proprie “macchine del visibile”, condivisero sia la forma architettonica, sia gli obiettivi concettuali. Il primo ha cercato di educare l’occhio istruendo lo sguardo, mentre il secondo, attraverso lo “sguardo normalizzante”[1], educava i soggetti deviati incoraggiando un voyeurismo talvolta morboso.

Quali problematiche hanno introdotto nel procedimento metodologico visivo?

Quali sono le conseguenze giunte fino a noi?

Nei prossimi post:

  • Camera con vista: storia ed evoluzione del Panorama
  • La città in bottiglia
  • Il potere dello sguardo
  • Il signor Peeping Tom
  • Dal Panorama al Selfie

[1] Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1993, pag. 218

Jules-Arsène Garnier (1847 - 1889) Veduta dalla piattaforma con spettatori e un dettaglio del Panorama di Costantinopoli. Esibito a Copenhagen nel 1882.
Jules-Arsène Garnier (1847 – 1889) Veduta dalla piattaforma con spettatori e un dettaglio del Panorama di Costantinopoli. Esibito a Copenhagen nel 1882.
Panopticon - Carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham
Panopticon – Carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham
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Appuntamento con l’arte. Radioerre Recanati.

http://www.radioerre.net/notizie/index.php?option=com_k2&view=item&id=89693%3Aappuntamento-con-l-arte

http://www.youtube.com/watch?v=W7DHrDpLwvw

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