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Laici, agnostici, atei…tempi duri per il libero pensiero!

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ReseArt  ha sempre detto, scritto e disegnato ciò che pensa della natura, della filosofia, delle religioni e delle superstizioni. Ha sempre liberamente accolto il pensiero di tutti e offerto uno spazio per scrivere delle arti del mondo. Le religioni e le varie credenze o consorterie, politiche o mistiche che siano, si combattono e si abbracciano alternativamente, in modo palese o sottotraccia, anche quali strumenti di altri poteri ben più prosaici (economia, politica, mercato globale) per garantire lo status quo delle disuguaglianze nel mondo spesso fingendo di combatterle con la beneficienza, l’elemosina o la carità, a seconda delle latitudini. La guerra contro il pensiero libero è sbarcata anche sui social e le società più retrive (ahimè spesso collocate nei paesi più poveri del mondo) fanno di tutto per combatterla anche con i mezzi più feroci o più subdoli, utilizzando il terrorismo fisico o quello virtuale  del web con mezzi che violano frequentemente i più elementari diritti dell’uomo. ReseArt abbraccia  la petizione lanciata su Change Org in questi giorni e ne fa anche una sua bandiera di libertà.

Chi volesse informarsi ed eventualmente aderire può recarsi su: https://www.change.org/p/mark-zuckerberg-stop-deleting-arab-atheists-and-seculars-groups-and-pages

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Giuseppe Campagnoli

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La carta di Milano. L’arte dei buoni propositi.

Ecco il testo della Carta di Milano, la carta dei buoni propositi per l’alimentazione nel mondo lanciata all’Expo 2015 di Milano.

Ed ecco il nostro manifesto visuale sulle sensazioni che una visita all’Expo ci ha suggerito. Metteteli a confronto e poi traetene le conclusioni.

Queste alcune parole chiave:

Sostenibilità ambientale

Equità

McDonalds

Cibo sano

Acqua pulita e gratuita

Energia sostenibile

CocaCola

SlowFood

Equo accesso al cibo a tutti

Agricoltura equa e sostenibile

Monsanto

Nutella

Fame

Gourmet

Mezzogiorno di cuoco

Nestlé

Tutela

ecosistemi

Benetton

Burger King

Eataly

…………………….

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Azione e meccanicità (seconda parte)

di Marco Santoro Marco-Santoro

Oggi assistiamo ad una tecnica che opprime un uomo dalla debole capacità difensiva: essendo egli capace di provare comunque atteggiamenti ‘sentimentali’, piuttosto che  continuare ad amare  i segreti della natura, rimane affascinato dalla tecnica e dalla tecnologia.

Non si fa solo riferimento al  fenomeno dell’industrializzazione, ma anche a tutti quei mezzi tecnici diventati popolari come la televisione, i giornali, la pubblicità, e tutto ciò che rientra nella comunicazione. “Molto spesso tanto la TV che i cinegiornali e le inchieste filmate si avvalgono di spettacoli ricostruiti e truccati ma spacciati “per veri”; o, al contrario, di veri ma spacciati per artificiali (o di cui si lascia credere che lo siano). Le cronache dei nostri giornali ne sono colme:  basta assistere al più modesto e innocente spettacolo per avvedersene: le smorfie d’imbarazzo, l’impaccio, la confusione d’un personaggio interrogato ad un “quiz” sono vere o false? Lo spettatore di solito partecipa con giubilo, con acuto e morboso interesse, a tali manifestazioni (dopotutto di sofferenza morale), proprio perché è convinto di assistere all’autentica situazione d’un uomo che si dibatte di fronte a domande insidiose” (Dorfles Gillo, Artificio e natura, Torino, p.45-46). “In tutte queste trasmissioni, dunque, siamo posti di fronte ad un tipico caso di contraffazione della naturalità; ossia assistiamo – e ce ne compiacciamo – ad un episodio reale ma provocato ad arte (e per di più con fine malizioso)” (Dorfles Gillo, op. cit., p.46). Il risultato è il dilagare di un fenomeno che conduce gli osservatori ad uno scetticismo nei confronti dell’informazione o del semplice intrattenimento a cui, pur essendo consapevoli della loro ambigua realtà, sono assuefatti.

Con questo non si vuole intendere negativamente l’uso degli strumenti mediatici, semplicemente è preferibile rendersi conto quanto di un prodotto che ci viene proposto attraverso i media tecnologici sia autentico e quanto non lo sia, o si presume non lo sia.

Si dovrà dare conferma a quanto detto prima: cioè la crisi dell’umanismo è legata alla perdita della soggettività umana nei meccanismi dell’oggettività scientifica e poi tecnologica. Questo particolare rapporto dell’uomo con la macchina (o la tecnica) è contornato di un alone di minaccia, per cui il pensiero deve rendersi cosciente delle distinzioni che il mondo umano dà dell’oggettività tecnica, sforzandosi di riappropriarsi della propria centralità.

Nel capitolo precedente abbiamo potuto osservare come idea e manualità fossero i principi caratterizzanti e riconducibili all’essere umano. Ma, oggi, l’azione e la meccanicità dove conducono l’uomo? La macchina potrebbe essere una risposta, in tutte quelle forme di tecnologia che hanno profondamente caratterizzato il nostro tempo. Queste ultime hanno insegnato all’uomo a vivere nell’azione, viceversa l’uomo non è mai riuscito a trasferire loro (in senso artistico) l’idea e la creatività autonome.

La macchina ha fatto sì che l’uomo perdesse la propria manualità (istintiva caratteristica della creatività), imponendogli di ragionare secondo una logica tecnica secondo cui l’azione prevale sul pensiero ed è capace di attingere dalla verità e dall’assoluto. L’azione della tecnica ha portato a delle conquiste, ma anche a distruzioni; le scoperte che hanno portato all’energia nucleare hanno condotto anche alla morte: il suo duplice aspetto può far godere i benefici del suo progresso oppure portare a morte e distruzioni, e non necessariamente in senso materiale.

Ma non è solo in tale senso catastrofico che in questo discorso s’intende parlare dell’azione della tecnica come fine dell’evoluzione creativa dell’uomo. Anche se l’incombere di una possibile distruzione atomica è evento reale, viene considerata come un elemento caratteristico di questo nuovo modo di vivere l’esperienza nell’era post-moderna, la cui azione non è del  tutto negativa. Si pensi a quanti progressi essa ha apportato al genere umano e a quanti benefici non avremmo neppure immaginato di godere. Si può affermare che le esperienze dell’uomo si muovono di  moto perpetuo, e come in precedenza è stato affermato: “la vita è esperienza, la ripetizione è arresto di esperienza”, (Argan C.G. op. cit.p.,26) quindi morte.

Ciò che caratterizza un epoca viene sostituito da altro nella successiva. Definire oggi l’azione della tecnica come un qualcosa a noi estraneo significherebbe vivere chiudendo gli occhi alla realtà, oltre al fatto che sarebbe un’ipocrisia imputare ad essa tutte le colpe dei mali della società contemporanea. Un possibile rimedio potrà realizzarsi quando si attuerà un processo di ‘naturalizzazione’ della macchina, considerarla ‘natura’ alla stessa stregua di come lo furono ieri gli ‘animali’ e le ‘piante’. “Si tratta cioè di considerare “natura” non più soltanto la natura allo stato selvaggio oggi sempre più rara e irraggiungibile – ma anche queste nuove forme di natura meccanizzata o elettronicamente integrata. In altre parole: occorre che le costruzioni artificiali dell’uomo – sia che appartengono alle manipolazioni manuali che un tempo spettavano all’artigiano (e alle altre arti), sia che appartengano ai prodotti diretti della meccanica, sia che si tratti, non già di prodotti tangibili, ma di forme di pensiero, di immagini – vengano ad un certo punto “rettificate”; subiscano quel processo di naturalizzazione che solo può conferirgli una nuova valenza creativa” (Dorfles Gillo, op. cit. p., 27).

Queste affermazioni potranno apparire paradossali, soprattutto per la posizione dell’uomo oggi  che deve saper convivere con queste nuove forme di ‘natura’. È  lui che dovrà essere in grado di compiere una determinante azione sulla tecnica, e non il contrario. Non sappiamo quello che il futuro rivelerà, ma sappiamo che la misura che determina il progresso della tecnica scorre più rapidamente rispetto al tempo di adattamento dell’uomo, e da questo possiamo notare come ‘l’onnipresente’ macchina sia già stata sostituita dal ‘mimetico’ circuito; quest’ultimo, in futuro, sicuramente cederà il suo posto.

In conclusione si può affermare, considerato che l’essere umano è dotato di una intelligenza progressiva, che l’’Homo Sapiens’, in quanto tale, deve affrontare il continuo progresso cosciente della propria esperienza plurisecolare, non vivendo di paure e timori di ciò che egli stesso ha creato.

Marco Santoro

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Le rossignol

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

L’arte vera, la vera arte!!!!

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Opere d’arte.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Cito sinteticamente e condivido da Maurizio Ferraris “ARTE”:

Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire,anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:

  1. Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
  2. Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
  3. Che provochi solo accidentalmente conoscenza.La funzione prioritaria non è la conoscenza.
  4. Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
  5. Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.

Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte.Queste condizioni  sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.

La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.

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Repetita iuvant.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Forse ancora non è stato letto a fondo. E allora ripeto questo pensiero di buon senso.

Mi auguro possa servire a molti italiani.

Rispetto il mio turno nelle file.
Viaggio nella corsia di marcia in autostrada.
Mi documento e leggo le spiegazioni ai musei e alle mostre.
Spengo il telefonino negli ambiti pubblici.
Rispetto il codice della strada.

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Rispetto tutte le leggi finchè non contrastino palesemente l’etica e i diritti umani.
Detesto l’ignoranza intenzionale e la stupidità consapevole.

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Suoni e rumori di Bretagna.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Bruits and sons

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Empatia

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Noi umani non siamo gli unici esseri viventi e sicuramente non siamo superiori a nessun altro essere vivente, vegetali compresi. Lo abbiamo ampiamente e continuamente dimostrato. Le mie due recentissime perdite di animali cosiddetti di affezione, una traumatica e imprevista l’altra ineluttabile e naturale, mi hanno consolidato nell’idea che chi non è capace di mostrare empatia verso gli animali e le piante non è capace di farlo neppure verso i suoi simili. Hanno recentemente fatto l’ipotesi che questa incapacità possa dipendere da fattori genetici e neuronali anomali che fanno da prodromi al cinismo, all’aggressività e alla violenza. Molti sono gli studi scientifici che da diverse discipline stanno giungendo alla medesima conclusione. Anche l’ambiente in cui si nasce e si cresce gioca comunque un suo ruolo seppure secondario ma egualmente determinante. Per questo sostengo fortemente che l’educazione al rispetto della natura di cui siamo parte integrante ma solo complementare è  fondamentale e irrinunciabile. Da li discendono l’etica, il principio di solidarietà, di equità sociale, ma anche  e soprattutto l’arte e la libertà.

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14 Giugno 2014

Giuseppe Campagnoli

a Cleo e Nina