Le ragioni che si leggono a giro sulla politica non sono tutte condivisibili, soprattutto se le idee di cui si discute o per cui si parteggia impongono, prevaricano, discriminano, isolano, rendono diseguali o mantengono lo status quo (di quel recinto di cui dirò in seguito).Moltissime finte idee oggi non sono che impulsi perversi, malefici e disumani. Siamo passati dalla misera mediocrazia alla miserabile pejocrazia pericolosa e feroce ,cavalcata come sempre nella storia, dalla politica opportunista e mercantile e supportata dalla ancora imperante meritocrazia
Oggi mi batterei senza remore contro chi decidesse di usare la violenza, la prepotenza anche la legge per sottomettere, imporre e lasciare intatte o accentuare le disuguaglianze che oggi dividono i poveri dai ricchi, i potenti dagli impotenti, i bisognosi dagli egoisti di tutto il mondo.
Per questo e altro ancora non credo assolutamente che i cambiamenti oggi passino più per i parlamenti (e ci ho messo anche una bella rima) mentre diffido fortemente del fatto che ci vogliano leader carismatici, capi capetti e garanti. Men che meno oligarchie e consorterie varie.
Il fatto è che Anche invocando il cambiamento a parole o con atti contraddittori o tesi a volgere al peggio, si continua a ragionare sempre dentro lo stesso recinto.
Chi è fuori, nella migliore delle ipotesi è un utopista, nella peggiore un anarchico e un sovversivo. A me piace essere al contempo tutte due le cose. Credo infatti nella sovversione per giusta causa e nell’utopia come strada per il giusto possibile.
Non si può parlare di cambiamento e spacciare per innovazione ciò che comunque resta nel confine del recinto di questa società del mercato, della proprietà e dello sfruttamento. Si ragiona ancora in termini di ricchi e poveri, di primi e ultimi e di aiuti ai poveri e ai bisognosi senza chiedersi chi e perché abbia generato la povertà e provocato il bisogno.
Ho sentito pochissimi filosofi e pontificatori e quasi nessun politico o giornalista sulla scena pubblica mettere in discussione quel recinto, ma solo proporne un ampliamento per includere, una mitigazione, un affievolimento, una mimesi.
Il capitalismo può essere anche buono? Non è nella sua natura. Che si mostri liberale e inclusivo non basta assolutamente. Che sia di Stato o del mercato non fa alcune differenza. Il capitalismo un po’ di Stato e un po’ di mercato ha lanciato le peggiori multinazionali della storia e regge ancora le peggiori dittature. Il capitalismo controlla, domina e uccide.

Dentro quel recinto si discute spudoratamente di educazione, di lavoro, di salute, di casa, di ecologia, di impresa, di salario, di comunicazione, di sicurezza e anche di cambiamenti di rinnovamento, di riforme di giustizia sociale.
Tutto è viziato dal peccato originale di una società votata al profitto, alla gerarchia, al conflitto prima che ad altro. Tutto va bene purché ci sia la crescita. Crescita di chi? A discapito di chi e di che cosa? Lo sappiamo bene.
Oggi il presunto talento, la fortuna (il caso), l’appartenere per nascita a un ceto sociale piuttosto che a un altro, la dose di pelo sullo stomaco per rubare, truffare e prevaricare anche legalmente, fanno la differenza tra il ricco e il povero.
La meritocrazia è un’invenzione ad uso del potere politico ed economico per formare e controllare le sue élites e i suoi gregari. Tutti, a destra, sinistra, in alto e in basso, radical chic e shock, sovranisti e populisti o popolari che siano, continuano a riempirsi la bocca di giaculatorie incentrate su merito, talento, produttività, impresa, competitività e perfino di educazione… applicati in ogni campo della vita umana.
Perfino la cooperazione che doveva essere la summa della negazione di certi valori mercantili è diventata una vera e propria attività imprenditoriale sotto mentite spoglie. Il recinto di cui parlo è anche mobile nell’aprire e chiudere per fagocitare tutti, anche quelli che credono di essere dei rivoluzionari o fanno finta artatamente di esserlo. Le storie umane e disumane dentro questo recinto sono tante.

Per cambiare ci vorrebbe veramente poco e il germe credo si diffonderebbe presto in ogni parte del mondo. I primi forti provvedimenti sarebbero impopolari solo per non più del 10 per cento della popolazione in qualsiasi paese: ridurre progressivamente l’accumulato con forti interventi patrimoniali permanenti applicando un limite al gap tra redditi e rendite minimi e massimi attraverso le contribuzioni alla collettività. Nella fase transitoria cominciare a calmierare i redditi con tassazioni d’equilibrio; eliminare gradualmente il lavoro schiavizzato e gerarchizzato con forme di cooperazione autentica e di autogestione sociale; promuovere e divulgare l’educazione permanente e diffusa che dovrebbe essere alla base di ogni cambiamento stabile e che contiene in sé le idee di accoglienza e inclusione, di libertà, di apprendimento incidentale, di equità sociale; sottrarre progressivamente la salute, l’alimentazione, la casa, l’educazione e tutti i servizi di pubblica utilità allo sfruttamento ed alla speculazione, perché siano libere e gratis per tutti. Questo solo per cominciare. Tanto altro ancora si potrebbe fare “senza sforzo”, semplicemente smontando pezzo dopo pezzo, dal basso senza false deleghe o democrazie eterodirette, il recinto del capitalismo, allo scopo di includere tutti nelle pari opportunità, in una accezione mai ancora verificatasi nel mondo, se non in rarissime eccezioni, di libertà, eguaglianza e, per dirla, visto che la lingua è pensiero, con un termine non discriminatorio, adelfità.

Nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo come nella nostra Costituzione Repubblicana c’è già tutto, chiaro e limpido ma di fatto inapplicato, distorto, usato malamente: c’è tutto:
1. Sovranità popolare (Art. 1) → Il potere è del popolo, non di un leader.
2. Diritti inviolabili (Art. 2) → La persona è al centro, non lo Stato.
3. Uguaglianza e non discriminazione (Art. 3) → Contro razzismo, sessismo, classismo.
4. Libertà fondamentali (Art. 13-21) → Pensiero, stampa, associazione, movimento.
5. Pluralismo politico (Art. 49) → Partiti liberi, no al partito unico.
6. Separazione dei poteri (Art. 55-139) → Esecutivo, legislativo, giudiziario indipendenti.
7. Divieto di pena di morte (Art. 27) → Rifiuto della violenza statale estrema.
8. Irrevocabilità della Repubblica (Art. 139) → Blocco costituzionale contro il ritorno all’autoritarismo.
La Costituzione del 1948 scritta e firmata da liberali, popolari e comunisti è nata proprio come risposta al fascismo. Gli articoli sopra citati sono il frutto della Resistenza e della volontà di costruire uno Stato che impedisse per sempre il ripetersi di una dittatura anche sotto mentite spoglie.
Ci sono articoli specifici che regolano in maniera altrettanto chiara altri aspetti della vita comune:
-la proprietà privata, che deve essere limitata per le necessarie garanzie sociali;
-le modalità di remunerazione del lavoro che deve essere dignitosa nei minimi come nei massimi;
-la contribuzione alla collettività (tasse) che deve essere congrua, proporzionale e progressiva;
-la libertà di insegnamento nel rispetto dei principi fondamentali costituzionali;
-il ripudio della guerra
Per combattere i revanscismi postfascisti anticostituzionali basta far applicare tutto questo, anche nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di cultura, nell’arte, disobbedendo, denunciando, contrastando, boicottando in massa.


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