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Breviario sull’educazione diffusa e la città educante

Aggiorno e sintetizzo, con l’ennesima riapertura dei reclusori scolastici in pompa magna, una storia pubblicata in diverse puntate. Educazione, architettura, città, pandemia, libertà, le parole chiave.

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa e a tutto quel che ne è seguito.

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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Avevo consolidato l’idea di cambiamento che era già in nuce nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. Era il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

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  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.

“La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

 L’ incontro cruciale, dopo qualche anno e tante ricerche sul tema, con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura.

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controeducazione Educazione Educazione diffusa pedagogia

Il libro con il canovaccio della “Comoedia inlustrata de la civita educante”

E’ pronto il canovaccio per chi volesse mettere in scena questa commedia dedicata alla città educante, sintesi di alcune storie vere di esperienze di educazione diffusa in potenza o in corso d’opera tra mille difficoltà. E’ una specie di gioco semiserio dedicato a chi vuole cambiare l’educazione, rinunciando intenzionalmente alle polemiche ridondanti ed inutili, ai saggi (spesso non proprio saggi…), agli articoli paludati, alle conferenze e vebbinari ormai pletorici e ridondanti quando non dannosi. Un divertissement offerto a chi volesse cimentarsi nella recitazione, nel costruire scene e nell’adattare alla propria realtà questa pièce breve e fattibile da bambini, ragazzi, adulti insieme per raccontare o sognare l’educazione diffusa. Una voce narrante, dialoghi quanto basta, movimento di corpi e di paesaggi, colori, rumori, luci e nature.

Si possono aggiungere dialoghi, costumi e scene ispirandosi ai disegni, prolungare e integrare la storia che di per sé può essere considerata modulare.

Presto in vendita la versione cartacea del “copioncino” per mettere in scena la commediola appena lo stampatore darà il via.

Copia in stampa disponibile per l’acquisto a metà Settembre da prenotare scrivendo a researt49@gmail.com

PER CHI VOLESSE LA COPIA IN PDF QUI GRATUITAMENTE :

INSIEME A UNA VERSIONE IN GRAMMELOT FRANZOSO ITALICO!

(Un antiprologo, un preprologo, un bidello, tre atti, un epilogo.) Dedicata bien ou mal a Giampiero, Claudia, le due Sonie, Stefano don Chisciotte, Fabio, Titti e…naturalmente a Paolo e Giordano.

I personaggi: Il mentore (Jean Pierre), la Vergara” (domina scholae)”, il Bidello, le bande (i fanciulli di mezzo-10-14 anni) lo Borgomastro, il popolaccio bue e quello lupo.

Le scene: La vecchia base, il reclusorio; il contado e la civita; i posti delle scorri-bande; l’Oste e il Vasaro; il libraio Eusebio; il teatro; il bosco e la verzura; il mare e il navigare; il contado; la civita educante.

Chi volesse provare può scaricare gratuitamente il testo-base in PDF e provare. Ci piacerebbe avere notizia di chi, come e dove si cimenterà con lo scopo di sparpagliare l’idea dell’educazione diffusa in modo meno paludato, ma divertente e animato.

Giuseppe Campagnoli 27 Agosto 2021

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città Educazione diffusa Scuola Scuola italiana

La giostra

Tornano e ritornano a giro come in una brutta giostra certi nomi che rientrano nel recinto dei pontificatori di successo (vedi Victor Hugo) su una scuola che a loro avviso sarebbe solo da cambiare magari con trovate originali e rimandi pretestuosi e mistificatori a veri rivoluzionari pedagogici del passato. Un’idea di scuola che andrebbe giusto modernizzata e tuttosommato da mantenere così com’è con tante belle trovate di senzazaini, bastacompiti, nonsolobanchi, bimbineiboschi, piccole, belle, nuove, libere scuole, tutt’altre scuole, reti e irretimenti vari. Comunque una scuola (sempre scuola!) ma non da oltrepassare e abolire. Una sorta di liberalesimo educativo con qualche timida progressione verso cambiamenti impercettibili e sempre con juicio spesso promossa da  nuovi bobos fautori di un’ idea di educazione in un’accezione  decisamente conservatrice spesso anche a sinistra che a volte fa perfino il verso alla destra che vorrebbe chiudere di più e meglio, controllare fino alla libertà di conoscere fino in fondo cosa sia la nostra natura. Proliferano  di contro pure protagonismi eclettici, estemporanei e spesso anche settari ad ampio spettro di singoli e di gruppi che ottengono affollate tifoserie mediatiche sia negli ambiti pedagogici pubblici o para pubblici che in quelli privati   delle congreghe mistico-eco-educative familiari, parrocchiali, fricchettone o tribali che siano. Io mi ritengo decisamente  fuori da certi recinti. Con una battuta: il mio essere ibrido e forse beneficamente schizofrenico tra architettura, educazione, arte e mestiere di insegnante e direttore di scuole d’arte mi tiene lontano da certi impulsi di protagonismo specialistico.

Tenendo comunque fuori dai ragionamenti l’idea di scuola della destra liberista o peggio sovranista, reclusoria, classista e meritocratica, oggi cosa succede?

-Se critichi la scuola pubblica così com‘è, sei ostracizzato  dall‘establishment burocratico, politico e pedagogico.

-Se critichi l‘idea di scuola dell‘opposizione di sinistra tiepida e neoliberal-liberista o anche  massimalista e vetero gramsciana, sei emarginato e compatito come visionario.

-Se critichi alcune (troppe) esperienze e idee privatamente e parentalmente  finto libertarie e real liberiste e fricchettone  delle cento educazioni del bosco, delle radure, degli gnomi e degli stregoni, sei attaccato con altrettanta e forse più intensa veemenza.

Senza possibilità di dialogo in ogni caso. Provare per credere.

Personalmente vorrei distinguere le possibili iniziative ispirate chiaramente  alla nostra idea di società educante da tutte queste congreghe che qualche volta provano, anche solo linguisticamente a saltare sul carro dell’educazione diffusa. Molti che trattano di scuola indicandola come “fuori o diffusa” non hanno spesso fatto, neppure per sbaglio, alcun riferimento al Manifesto della educazione diffusa e alle sue successive indicazioni. Oggi tutti sono pronti a fare di tutto in questa bailamme bulimica sulla scuola. Mi piacerebbe solo  che  si provasse sinceramente e seriamente in molti contesti a sperimentare l’educazione diffusa in tutte le sue prerogative. Per vedere l’effetto che fa. L’ appello che ho di recente “diffuso” per invitare a sperimentare la nostra proposta di educazione e di città riprende una mia riflessione totalmente controcorrente su educazione e territorio tratta da “L’educazione è fuori” edito dall’Università di Macerata che credo sarà l’ultima mia uscita pubblica di questo tipo, almeno finché non passerà la buriana.

Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. L’edificio tradizionale solo in questa fase, assolutamente transitoria, assumerebbe il ruolo di “portale” verso tante esperienze significative altrove. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Si può cominciare a interpolare pedagogia e architettura per integrare il dove con il cosa, il come e il quando: tempi, luoghi ed esperienze. L’architettura dell’educazione è anche questo. Si prefigura l’eliminazione graduale dell’edilizia scolastica verso la città educante fatta di una rete di luoghi per l’esperienza e l’apprendimento, pubblici o privati, aperti o chiusi ma trasparenti e ampi. Certamente non per fare le stesse cose che si facevano in classe o nei cosiddetti viaggi di istruzione, visite guidate e uscite didattiche. La destrutturazione delle discipline sconnesse e separate a favore di aree esperienziali e campi di educazione incidentale dove il bambino/la bambina, il/la giovane, l’adulto/a che crescono e apprendono insieme sono soggetti protagonisti che si educano reciprocamente prefigura tanti luoghi, diversi e interconnessi. Indispensabile per la città educante è lo smontaggio dell’orario scolastico a favore di tempi flessibili e orari di prossimità, con l’anno educativo che potrebbe durare dodici mesi con pause di tempo libero diluite e diffuse. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita sicuramente non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono e che influiscono enormemente sulla crescita, la creatività, la libertà. La marcia di avvicinamento a una nuova idea di educazione potrebbe integrare mirabilmente, in tante sperimentazioni brevi, che facessero tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, l’insieme dei progetti-scuola, dei tempi-scuola e dei luoghi-scuola sfruttando tutte le potenzialità dei territori. Se si trasformassero, riducendoli anche di numero, gli edifici scolastici per un uso misto e flessibile (museo e scuola, biblioteca e scuola, terziario e scuola…) e si usassero gli spazi di cultura e non solo, pubblici e privati della città e di tutto il territorio sarebbe un gran bel passo verso l’educazione diffusa. Si domandava l’architetto della città partecipata Giancarlo De Carlo già nel 1969:

– È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

– Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si svolgono?”

Racconterò sempre l’idea di educazione e città che condivido in pieno con l’amico Paolo Mottana quando me lo chiederanno senza intravvedere sottotraccia secondi o terzi fini, mentre parteciperò volentieri a tutte le iniziative che volessero metterla in pratica così come l’abbiamo declinata.

Non mi resta per ora che viaggiare  con i saggi e rivoluzionari che da tempo sognavano una società interamente educante anche in una accezione publica di città e territori. E ora mi metto realmente in viaggio per un po’.Una sana vacatio da tutto.

Quando tornerò cambierò gli attori, qualche scena e il finale della mia Commedia giocosa. Troppe cose sono cambiate nel frattempo.

Giuseppe Campagnoli 24 Luglio 2021      

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Educazione Scuola

Una scuola antroposofica. Post scriptum.

Poiché non credo che i social siano il luogo adatto per qualsiasi dibattito serio, riprendo con questa lettera semi-aperta, il racconto e qualche considerazione su un fatto accaduto un po’ di tempo fa e che mi vede ancora sorpreso e perplesso. L’ amministratore del gruppo Facebook « Tutta un’altra scuola » legato a Terra Nuova Edizioni, in merito ad un mio recente articolo su questo sito che riportava, traducendolo e commentandolo, un pezzo di Charlie Hebdo su alcune esperienze di scuole steineriane in Francia e non solo, scriveva:

“Terra Nuova è stata arbitrariamente associata da alcuni utenti di Facebook con l’articolo “Una scuola antroposofica”, pubblicato su un blog personale venerdì 28 maggio da Giuseppe Campagnoli, in quanto co-autore del libro da noi pubblicato “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” scritto insieme al professor Paolo Mottana, che ha condiviso l’articolo sul suo profilo Facebook. Pur nel rispetto della libera espressione dei propri autori, accogliendo anche approcci critici e senza entrare nel merito del caso specifico citato (che attiene a una realtà francese e non italiana), Terra Nuova non può che prendere le distanze da questo articolo così come da ogni forma di generalizzazione tendente a denigrare, stigmatizzare, accusare nel loro complesso approcci pedagogici che oggi nel nostro paese sono espressione di una ricerca e di una proposta. Terra Nuova, che coordina il gruppo-progetto “Tutta un’altra scuola”, ha al contrario sempre favorito, raccolto, messo in rete differenti esperienze e approcci educativi, sottolineando il valore e la ricchezza della “biodiversità” culturale e pedagogica. Ha sempre incoraggiato il dialogo tra le tante “anime” della pedagogia, della scuola, dell’educazione, verificandone l’impatto e i risultati positivi basati sul confronto costruttivo, che è ciò che porta evoluzione, apertura e che amplia la conoscenza.Terra Nuova è nata nel 1977 proprio con l’intento di creare sinergia tra i vari mondi di un’ecologia intesa in senso lato, portando insieme negli anni idee anche molto diverse tra loro quando espressione seria di un pensiero consapevole, e rimane fermamente convinta di continuare su questa strada.”

Ora, l’articolo che si può leggere qui: https://researt.net/2021/05/28/una-scuola-antroposofica/ non è stato l’unico dedicato al variegato mondo delle pedagogie e delle scuole, in genere non pubbliche (che è diverso da statali) sicuramente da approfondire nel bene e nel male.

A seguito delle reazioni allo scritto innescate anche dalla plateale dissociazione di Terra Nuova riporto, per informazione, di seguito i commenti, pubblicati nello stesso post, da Paolo Mottana : «A me pare che Giuseppe (Campagnoli ndr) abbia solo esemplificato una realtà in cui gli assunti educativi poggiano su fondamenti dogmatici e spirituali piuttosto discutibili. Per quanto mi riguarda le scuole steineriane sono l’esatto opposto per esempio delle scuole libertarie. Detto ciò credo che qui il punto fosse rivendicare, da buon sostenitore dell’approccio dell’educazione diffusa, una trasformazione radicale della società che dovrebbe divenire, nella nostra proposta, educante e pienamente coinvolta a tutti i livelli nella formazione dei suoi giovani laddove molte proposte si accontentano invece di costruire enclave che non scalfiscono il corpo sociale e che, in alcuni casi, lo perpetuano tale e quale. In ogni caso i post sono fatti per discutere. Quindi che si discuta liberamente. Bisogna comunque saper distinguere chi critica le scuole private per puro spirito statalista e chi in nome di un’alternativa sociale più ampia, che non è l’attuale scuola pubblica, per quanto riformata. E poi, nell’arcipelago delle scuole private c’è di tutto. C’è del buono, per esempio nelle scuole all’aperto, in certo unschooling, in molte esperienze parentali e poi ci sono proposte che mi lasciano molto perplesso, e una di queste è la steineriana, così come certi ecovillaggi, come certe esperienze a forte caratura spiritualista, come certi asili nel bosco, certo homeschooling e così via. Metter oscurantisti contro illuministi mi sembra un po’ semplificatorio, come talora semplificatorio mi pare sia il ragionamento degli alternativi “antiscientifici” non meno di quello degli scientisti…”

La ratio dell’articolo “incriminato” che per par condicio è comunque bilanciato, come già detto, da tanti scritti parimenti critici anche su altre simili idee di scuola, è un rafforzamento ed una ulteriore spiegazione e promozione dell’educazione diffusa come progetto che si intende opporre ad un insieme di concezioni della scuola, che hanno in comune delle regole, diciamo pure dogmatiche, e che spaziano da quella statale reclusoria, classista e classificatoria fino al variegato mondo del privato liberale o liberista, parentale e pseudo libertario, oltre che ad una certa sinistra massimalista e vetero gramsciana. L’educazione diffusa si oppone a queste idee e pratiche perché non propone certamente un’ alternativa separata o elitaria accanto alla scuola pubblica, che continuerebbe nel caso a fare i suoi danni, ma invece mira, attraverso sperimentazioni e prove, solo pro tempore anche di natura associativa o simil parentale, a sostituire l’idea e la pratica educativa nel sistema pubblico trasformandolo nel tempo in una intera società educante fino ad abolire il concetto stesso di scuola. In parte e in piccolo, questo sta già accadendo, ad esempio, nelle esperienze, diverse ma con medesimi fini, di Bimbisvegli in Serravalle di Asti, che è già dentro la scuola statale, o nell’Officina del fare e del sapere di Gubbio,che ha molte diffuse connessioni attive con la realtà sociale del territorio. Altrettante prove sul campo simili sono tuttora in pectore o in fase di progetto.

Tornando a Terra Nuova e Tutta un’altra scuola riconosco loro pienamente un grande merito quando mettono insieme le idee e le pratiche educative innovative e rivoluzionarie affini e compatibili, ne fanno una mappa ragionata e le diffondono cercando una sintesi ideale tra di loro; lo sono meno, a mio avviso, quando, sebbene ne capisca i risvolti più pragmatici che ideali, accolgono, difendono, promuovono e sostengono senza apparente distinzione progetti e proposte spesso, a mio parere, palesemente antitetiche e incompatibili tra di loro. L’ educazione diffusa è, come molti sanno, un’idea tesa alla costruzione di una intera società educante, rigorosamente pubblica perché creata, organizzata e sostenuta (materialmente e pedagogicamente) dalla collettività seppure descolarizzata e non centralizzata. Anche gli esperimenti “privati” di educazione diffusa sono finalizzati, nel loro essere transitori, ad incidere nel pubblico per trasformarlo lentamente ma decisamente e radicalmente.
Ripeto, per concludere e chiudere la vexata quaestio, di non aver osservato, fino a prova contraria, in tutto il post attenzionato, come direbbero i censori, alcuna associazione esplicita dell’articolo in questione con Terra Nuova Edizioni che si affretta invece inspiegabilmente a dissociarsene, anche con una certa perentorietà, quasi fosse una excusatio non petita, con tutto quel che segue. E’ vero altresì che non ho affatto avuto nello scritto intenzioni denigratorie e accusatorie ma semplicemente l’esigenza di rendere noto un reportage della rivista francese condividendone in trasparenza certe riflessioni critiche e alcuni fondati dubbi.

Ribadisco la mia sorpresa ma anche il mio dispiacere per questa presa di distanza non necessaria da un semplice racconto con commento critico di un fatto, sorretto da testimonianze dirette, (un fatto non proprio raro, non solo in Francia) che dovrebbe far sicuramente riflettere proprio chi ama la libertà e rifugge dai dogmi e dalle consorterie di qualsiasi natura.

Spero che il buon-senso dell’accogliere anche il dis-senso prevalga mentre mi rifiuto di credere assolutamente che quanto scritto nel volume « Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso » non sia stato pienamente compreso in tutti i suoi risvolti, espliciti o impliciti che siano. Confido comunque sia nella serietà e nella lealtà dell’evitare che questo episodio diventi un pretesto per ostracizzare o glissare su altre iniziative in fieri relative all’educazione diffusa che ha nella sua caratteristica fondamentale (leggi il Manifesto della educazione diffusa 2018) proprio il compito di fare virtuoso repertorio di tanti storici maestri, cui ci si ispira per affinità elettive, in tema di libertà, di comunità in campo educativo e di trasformazione radicale della città e dei territori essendo in grado di distinguere il grano dal loglio per usarli entrambi come e dove si conviene. Passatemi di nuovo una battuta in una giaculatoria che descrive un periodo storico in cui si sproloquia parossisticamente con i termini di scuola, pedagogia, istruzione, formazione e si spandono ovunque discorsi sull’ educazione che solo a tratti e raramente appare diffusa mentre per lo più e in modo spurio ci sembra profusa, soffusa, anfusa, refusa, e soprattutto confusa.

10 Luglio 2021

Giuseppe Campagnoli

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Architettura edlizia scolastica Educazione pedagogia ReseArt Scuola Ultrarchitettura

L’architettura della città educante.Una autobiografia poetica.

Il superamento dell’edilizia e dell’architettura scolastica.

Si potrebbe finalmente fare a meno di certi monumenti monolitici del potere (scuole, ospedali, carceri…)a favore di tanti luoghi di cura (we care) e di collettività del territorio

Ricordo le tappe importanti e un po’ autobiografiche del percorso verso la negazione dell’efficacia dell’edilizia scolastica nell’educazione diffusa, a favore di una intera città educante. Da Aldo Rossi a Giancarlo De Carlo e Colin Ward, ho ritrovato le idee di una architettura “medievale” della città  tra apparenti contrasti e sublimi affinità.

Prendo spunto da passi della  relazione della mia tesi di laurea (1973) e del primo dei rari progetti di edilizia scolastica (1977)  realizzati nella ondivaga carriera di architetto “condotto” , passando attraverso brani dei saggi fondamentali, per raccontare la marcia di avvicinamento all’architettura della città educante che troverà presto un esito in una specie di breviario utile a suggerire modi per realizzare l’educazione diffusa in una città concepita come educante senza appositi reclusori scolastici. Dell’edilizia scolastica e dei suoi anfitrioni pedagoghi e progettisti ho già detto abbastanza anche nelle loro versioni più o meno avanguardiste. La mia storia è la prova di un cammino di idee sulla città e sulla sua capacità di educare chi la vive senza bisogno di costruire manufatti frutto anche di funzionalismi ingenui o in mala fede.

Memorie e appunti in evoluzione. Dall’edificio reclusorio verso la città educante.

1973. Intervento sulla città di Chieti.

“Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”

1977. Progetto di Scuola Media a Villa Teresa di Recanati:

” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”

1997. Progetto di restauro e ridisegno dell’Istituto d’Arte di Pesaro:

” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…”  “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”

2009. Concorso internazionale Open Architecture Network. An artistic Classroom:

L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…

Il viaggio verso un intero territorio educante.

2007. Franco Angeli Milano. “L’architettura della scuola”:

“ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.  “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

2014. ReseArt Pesaro “Questione di stile:”

“Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… “

2015. ReseArt Pesaro. “Oltre le aule”:

“La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca, gli uffici e i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”

2017. Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli. Asterios Editore. Trieste. “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”:

“Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

2020. Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.Terra Nuova Edizioni Firenze. “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”

“•Trasformare in modo leggero e senza sprechi alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti, che possano diventare occasioni di educazione diffusa

•Disegnare in maniera partecipata e realizzare un reticolo di portali e luoghi della città, trasformando manufatti, oggetti, edifici, botteghe, rendendoli pronti a ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente e perfino, come vedremo, una vecchia scuola. Questa trasformazione può essere anche fatta direttamente, partecipando, spostando, costruendo, aprendo, tutti insieme appassionatamente.

•Scrivere e realizzare ex novo un articolato ma non rigido sistema, da replicare in varie parti di città, composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti, a esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere. Anche con un reticolo di fili guidanti diffusi, come vedremo.”

Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e  il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…

L’ autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, una mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti, sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua di segni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera  città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali. I tempi non erano proprio maturi. Credo che avessero in mente già una intera città educante. 

Dal catalogo dell’esperienza ispirata anche all’ educazione diffusa Bimbisvegli di Serravalle di Asti curato dall’Università di Macerata leggo queste mie frasi:

“Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. L’edificio tradizionale solo in questa fase, assolutamente transitoria, assumerebbe il ruolo di “portale” verso tante esperienze significative altrove. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Si può cominciare a interpolare pedagogia e architettura per integrare il dove con il cosa, il come e il quando: tempi, luoghi ed esperienze. L’architettura dell’educazione è anche questo. Si prefigura l’eliminazione graduale dell’edilizia scolastica verso la città educante fatta di una rete di luoghi per l’esperienza e l’apprendimento, pubblici o privati, aperti o chiusi ma trasparenti e ampi. Certamente non per fare le stesse cose che si facevano in classe o nei cosiddetti viaggi di istruzione, visite guidate e uscite didattiche. La destrutturazione delle discipline sconnesse e separate a favore di aree esperienziali e campi di educazione incidentale dove il bambino/la bambina, il/la giovane, l’adulto/a che crescono e apprendono insieme sono soggetti protagonisti che si educano reciprocamente prefigura tanti luoghi, diversi e interconnessi.”

“Si domandava l’architetto della città partecipata Giancarlo De Carlo già nel 1969: 

– È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

– Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si svolgono?”

Qualche risposta la potete trovare anche ne ” La comoedia de la civita educante”:

Una specie di pezzo teatrale da mettere in scena con personaggi, scenari e sceneggiature, in campo attraverso un chiaro canovaccio in diverse situazioni, tempi ed ambienti reali.Si tratterebbe di rappresentare i l’insieme delle aree di esperienza, le loro possibili attività, con i protagonisti e le reti dei siti nelle città e nei territori oltre che con le forme dei portali e delle basi da cui prendere le mosse.Con delle bande di fanciulli d’ogni età e pur di quella che un mio vecchio “provveditore” non senza sarcasmo e delusione ma con una punta di speme di mutar, chiamava tre anni di coatta ricreazione.

Ma qualcosa si muove, timidamente anche nel campo dell’architettura per l’educazione che è poi, in sostanza, disegno urbano e del territorio. Con le immaginabili difficoltà date dal momento storico sostanzialmente teso ad una specie di restaurazione in ogni campo, approfittando dell’emergenza mondiale, sulla rivista Ardeth del Politecnico di Torino comparirà presto un bell’articolo sulla città come luogo di cura che tratta anche di educazione in modo diverso dal consueto; un gruppo di visionari volontari e appassionati  stanno coinvolgendo a Venezia, tra la Giudecca e  università di design, di architettura, di educazione, amministrazioni, associazioni e scuole pubbliche in una bella prova di educazione diffusa che parte proprio dai luoghi e dalle loro trasformazioni.Pochi ma buoni si direbbe.  Dulcis in fundo un bel dossier sull’educazione diffusa in cui si fa la storia dell’idea anche in chiave urbana e architettonica è stato accolto, approvato e programmato per la pubblicazione sul N° 60 della rivista di filosofia dell’educazione Le Télémaque edita da UniCaen. Il volume è una  monografia in tema di pratiche artistiche  e di arte dell’educazione. L’ arte di educare anche con l’arte e non solo.

Giuseppe Campagnoli  24 Febbraio 2021. Aggiornato al 3 Luglio 2021

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Educazione Politica Scuola Società

Un manifesto politico

E’ tempo di rileggere e sottolineare gli aspetti squisitamente politici del “Manifesto dell’educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli nel 2017 e sottoscritto da tanti insegnanti, genitori, pedagogisti, associazioni, che di tanto dibattito e di tanti incontri su e giù per l’ Italia è stato protagonista, provocando anche belle iniziative ed esperimenti suggestivi di controeducazione tuttora in atto. Ad ogni frase c’è un riferimento ad un’ idea di società, di educazione e di città decisamente rivoluzionaria. Mi piace ricordare qui, scorrendo il testo, qualche pensiero che molti hanno condiviso e che aiutano a non equivocare il messaggio profondo del Manifesto stesso.

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“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione”

“L’energia  che questa popolazione reclusa (i bambini, i ragazzi, gli stranieri, gli anziani..) potrebbe imprimere alla vita sociale è incalcolabile se solo si potesse metterla davvero in moto e non tenerla in scacco, stagnante, incatenata)

“Sulla scia di una discreta organizzazione, in una città, si può cominciare ad immaginare la nuova scuola e la nuova educazione in diverse dimensioni: quella storica e architettonica, quella logistica, quella organizzativa e quella pedagogica e culturale, senza scindere più tra spazi per apprendere, per comunicare,per esibire, per documentare, per vivere.”

“non si può imparare in luoghi e spazi che incitano alla guerra del competere e alla gerarchia nella forma e nella concezione”

“L’educazione incidentale è il primo riferimento per un nuovo modo di pensare l’educazione”

“La seccante e vana discussione sulla valutazione, sulla verifica, sulle prove, con l’educazione diffusa conoscerà finalmente la sua fine”

“Nessuno sarà inserito in tirocini o apprendistati volti ad essere immessi precocemente in un mercato del lavoro distruttivo e del tutto alieno da ogni finalità di autentico sviluppo e ampliamento delle capacità delle persone..”

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“Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi.”

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi e riconoscere.”

“Fa comodo alle autorità mettere sotto scorta chi si muove in maniera imprevedibile ancora al di fuori del compasso ordinatore dell’ordine del lavoro. Fa comodo a chi li ha messi al mondo sapere che sono sotto protezione, non abbandonati a sé stessi e alle loro pulsioni mobili e variabili, liberandoli dal timore che si avventurino in zone ignote, alla mercé dell’inatteso e del sorprendente. Fa comodo a tutti sapere i bambini e i giovani fuori dal mondo.”

“Basta con l’obbligo, con il sacrificio e con la sottomissione, ogni fatica deve contenere in sé la sua ricompensa, deve essere l’anello di un tracciato di cui si coronano in tempi brevi continue tappe di soddisfacimento.”

“Costringerà a rallentare, a prestare attenzione, a farsi attori di cura, di attenzione, di comunicazione, informazione, orientamento. Interpellerà tutti, mostrando che si può abitare la città come un grande luogo collettivo (e virtuosamente mescolato), di conoscenza, di cultura, di esperienza, di operatività sensata.”

La declinazione fattuale del Manifesto nell'”Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” consiglia e suggerisce strade per realizzare l’educazione diffusa nei contesti reali considerando prioritaria la dimensione  squisitamente pubblica e non privata e familiare dell’educazione in direzione di una intera società educante.

“Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa, attorno alla quale Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli hanno formulato la loro proposta di educazione diffusa e di città educante. Che non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere.
Si viene accompagnati  (sia come genitore, educatore, insegnante o qualsivoglia vocazione si abbia ) attraverso un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” l’educazione diffusa. Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani. Basta volerlo.”

Giuseppe Campagnoli

4 Giugno 2018.

Aggiornato il 29 Maggio 2021

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edilizia scolastica Educazione Scuola

E se invece cominciassimo altrove?

“Cicero pro domo sua.”

Gli ultimi incontri sull’educazione diffusa, con tutte le perplessità, i dubbi, i pregiudizi e gli stereotipi oltre alla confusione indotta dalla bulimia del dibattito di questi tempi, mi inducono a ribaltare il problema per suggerire di prendere le mosse dai luoghi dell’educazione più che dalla scuola, dai curricola, dagli orari, dai programi etc.

Forse che la forma può consigliare l’uso e la funzione rendendoli flessibili, nuovi, originali e sovversivi? Chissà che non sia una buona strategia. Immaginiamo uno scenario possibile.

Il portone della vecchia scuola è chiuso, nessuno all’interno. Affisso nel vecchio legno dell’edificio un cartello annuncia: da oggi si va nella città, non dolente, a ritrovare la perduta gente nei luoghi per troppo tempo trascurati o abbandonati. A fianco una mappa con un elenco di gruppi e gruppetti.Voi siete qui c’è scritto e si capisce bene che da lì bisogna andare altrove. Un altrove stimolante misterioso, accattivante e a volte ignoto. Quando i gruppi arrivano nel luogo scelto a simpatia ed empatia trovano un mentore e delle guide esperte e subito cominciano a fare delle cose e ad impararne altre, a chiedere, a scoprire, a pensare, a fare sogni. Questo accade ogni giorno e verso luoghi ed esperienze diverse. Per settimane, mesi e semestri, ogni volta che si torna alla base dove si sta il meno possibile si racconta, si scrive, si disegna e si ricorda. Piano piano il fare appassionato e stimolante induce saperi e talenti ignoti. Si, attraverso le diverse esperienze, anche quei saperi che una volta venivano ordinati, programmati, obbligati, memorizzati a forza, controllati, misurati. Ora vengono da soli, se serve, con curiosità e passione. Di sicuro ora restano come una seconda pelle e si mettono da parte come ogni arte per la vita. Anche quella futura. Non c’è più bisogno del dettato, delle aste o dei geroglifici e delle giaculatorie ripetute fino alla noia, come dei quadri e quadretti, delle figurine e degli abbecedari antichi o moderni che siano. I luoghi e le genti di quei luoghi suggeriscono, evocano, fanno pensare, agire, apprendere. Sono questi gli choc che inducono l’imparare sublimemente e inducono davvero una “conoscenza che, separando dalla quotidianità, ci trasforma in altri, più liberi, più attivi nel mondo” come suggerisce il filosofo Didier Moreau nella rivista Thélémaque presentando un dossier su quella che chiama éducation diffuse in una accezione variegata di educazione incidentale, informale e formale insieme, non gerarchizzata e preordinata. Una educazione oltretutto poetica (da poiein) composta di tanti choc benefici e benevoli che non si verificano stando sempre nello stesso posto a ripetere anno dopo anno le medesime cose per restituirle come qualcun altro se le aspetta per un mondo già definito ad uso di altri. Per questo è importantissimo superare la fissità dell’edifico progettato e costruito per svolgere attività che invece avrebbero bisogno di ambiti multiformi, eterogenei, vivi e vivaci, continuamente stimolanti ed essi stessi creativi. Forse è partendo da questi spazi diversi e sparsi nel territorio che qualcosa potrebbe finalmente cambiare anche del percorso scolastico tradizionale così fisso e ripetitivo.Forse è da qui che occorre partire invece che dall’immaginare un ennesimo curricolo seppure pensato in un canovaccio di appunti preordinati e in qualche modo organizzati.Partire dal movimento della esplorazione, della ricerca, della scoperta e dell’incidente educativo che genera conoscenza e abilità.

Le domande che vengono poste a raffica nei nostri girovagare per l’Italia reale e virtuale sono sempre le stesse e denunciano una disarmante assuefazione ed omologazione ad un sistema scolastico che non vede altro se non saperi e saper fare codificati e classificati. Saperi e saper fare che sono dentro le aspettative del mondo del lavoro, dell’impresa, del mercato e del profitto, della competizione e del successo ad ogni costo, fin da bambini. Ci chiedono spesso:”ma come impareranno a leggere, scrivere e far di conto?”, “e la matematica, le lingue, la letteratura?”, “cosa faranno gli insegnanti delle discipline?”, “come potranno i bambini diventare medici, ingegneri, professori, operai, mercanti, musicisti o artisti?”

Le risposte richiamano il racconto della nostra idea di educazione che non è più solo una teoria ma una pratica decisamente figlia di tante madri e tanti padri della lenta ma decisa rivoluzione pedagogica riconosciuta da molti ma non ancora veramente applicata se non in rare, isolate ed elitarie occasioni, quasi mai nella cosiddetta scuola pubblica. Queste pratiche anche se rare, nel tempo, hanno consentito lo sviluppo di personalità libere ma decisamente profonde e solide nel sapere, nell’esperienza e soprattutto nella libertà e nella creatività. Neppure chi si proclama a gran voce progressista, che sia un addetto ai lavori, un politico, un giornalista o un chiacchieratore di scuola, oggi riesce ad uscire dal recinto della istruzione e dell’addestramento (Èduquer ou dresser? direbbero i pedagogisti in erba) delle conoscenze, competenze, capacità e della meritoclassifica di matrice ottocentesca liberale o liberista che sia. Proviamo allora ad iniziare dalla città e dal territorio e vedere l’effetto che fa. Schiviamo l’aula, il banco, la lavagna, i corridoi, le campanelle e tutto l’armamentario formale e sostanziale dell'”istruzione” ed affidiamoci ai territori educanti da percorrere con i nostri mentori e saggi per scoprire, viaggiare a apprendere in varie e diverse maniere più efficaci, stabili e appassionanti, le cose che sicuramente non cadranno nell’oblio o nella noia e che con la certezza delle esperienze fatte ci serviranno per la vita perché scelte e affrontate con gaia attitudine e forte motivazione non indotta da verifiche, esami, premi e penalità.

Giuseppe Campagnoli 25 Febbraio 2021

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Educazione Scuola

Tutta un’altra scuola!

Prendo spunto dalla brutta disavventura burocratica e non solo che sta vivendo il mio amico maestro Giampiero Monaca, ideatore e mentore del progetto Bimbisvegli, un’ avanguardia di educazione diffusa, per riproporre con forza e speranza un racconto sul tema della mia amica Liliana Sghettini bravissima scrittrice di letteratura per l’infanzia. Un racconto che più di ogni altra cosa dovrebbe far capire ai burocrati e ai finti pedagoghi della nostra scuola, statale e non solo, come l’attuale sistema andrebbe cambiato radicalmente prima che sia troppo tardi. Un racconto che pone ancora la domanda “Chi ha paura dell’educazione diffusa?”

Articolo da La Stampa di Torino

Tutta un’altra scuola
di Liliana Sghettini (pubblicato nel 2019 con il volume “L’architettura di una città educante”


Sul dolce pendio di una bella collina si ergeva un paesino i cui abitanti vivevano felici. Dalle case affacciate sulla vallata si scorgevano i più bei tramonti che si fossero mai visti.
A sera, un arancione intenso riscaldava i tetti e placava i cuori cosicché tutti potessero coricarsi sereni. La natura era rigogliosa e gli abitanti svolgevano lavori umili ma soddisfacenti: erano contadini, pastori, ciabattini, muratori e panettieri.
In paese abitava una donna di nome Rosa che non aveva né famiglia né figli.


Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, né quanti anni avesse ma si diceva che forse aveva origini divine.
Pare che anche la Dea della saggezza un tempo avesse abitato in quei luoghi…
Il paese era popolato da molti gioiosi bambini che ogni mattina,
sgranocchiando pane o biscotti appena sfornati, correvano alla scuola di donna Rosa. La sua però non era una scuola comune: non c’erano le aule e neppure i banchi, ma c’erano i prati, non c’erano le interrogazioni e neppure i voti, ma c’erano le esperienze e i racconti e non c’erano neppure le vacanze perché i bambini amavano molto andarci.
Che fosse autunno, inverno oppure primavera, donna Rosa li conduceva per vie, sentieri e campi:
<< La scuola è il mondo, cari bambini!>> diceva ogni volta.
Quei bambini non erano mai usciti dal loro piccolo paese ma sembrava che il mondo lo conoscessero bene…
Conoscevano il bosco e le sue creature, il fiume con i suoi ruscelli e conoscevano l’avvicendarsi delle stagioni, la terra e i suoi preziosi frutti. Dai racconti di donna Rosa fantasticavano di luoghi lontani e avventure affascinanti.
Quei bambini erano tanto felici finché un giorno uno gelido vento soffiò da nord avvolgendo l’intero paese. Donna Rosa capì che non si trattava di un vento qualunque…
<< Per oggi la scuola è finita, rincasiamo bambini miei.>> disse ai suoi scolari.
A sera si accorse che anche il tramonto non era del solito colore e rimase a guardarlo preoccupata…
Il mattino seguente solo alcuni alunni si presentarono all’appello ma donna Rosa non chiese spiegazioni. Radunò i presenti ed uscì.
Lo stesso fu nei giorni a venire finché solo un bambino di nome Giosuè, uno tra i più vivaci, si presentò all’appello.
Donna Rosa dispiaciuta lo prese per mano ed andarono insieme a cercare gli altri. Percorrendo i viottoli tra le case del paese non incontrarono nessuno. I bambini sembravano tutti spariti. Si vedeva giusto qualche anziano recarsi lentamente dal fornaio o verso la bottega delle carni.
Donna Rosa capì e malgrado fosse molto triste continuò a sorridere a Giosuè.
Poi un giorno anche lui non si presentò all’appello e Donna Rosa rimasta sola, radunò le sue cose e se ne andò via…
In paese tutto continuò a svolgersi come prima tranne la scuola.
I genitori, per un inspiegabile motivo, avevano deciso che era arrivato il tempo di cambiare.
Un edificio scolastico venne inaugurato nella piazza principale.

Dapprima sembrava bello.
Le pareti erano coperte di vernice verde, ma non era come il verde dei prati.
Dalle finestre entrava tanto sole ma non era come quello sulla pelle durante le passeggiate nei campi.
La campanella trillava alle otto in punto ma non era allegra come la voce di donna Rosa.
I bambini accortisi fin dal primo giorno della differenza ne parlarono con i genitori, ma loro non vollero ascoltare. Avevano deciso per il cambiamento e forse era giusto così…
Gli alunni della nuova scuola trascorrevano tutto il tempo seduti a studiare e le belle gite per vie e sentieri erano oramai un lontano ricordo. Uno ad uno, pian piano, si intristirono…
Qualcuno pensò di marinare la scuola e Giosuè, il più ribelle di tutti, smise addirittura di andarci.
I suoi genitori piuttosto contrariati per il suo comportamento gli chiesero spiegazioni e lui testardo rispose: << Questa non è scuola!>>
Poi aggiungeva: << Rivogliamo la maestra Rosa>> facendosi portavoce anche dei compagni meno coraggiosi che la pensavano esattamente come lui.
Ogni volta però veniva totalmente ignorato così un giorno decise di scappare di casa.
<< È sempre stato un ribelle>> commentò irritato il papà.
<< È un bambino sensibile e intelligente>> lo difese la mamma.
Fatto sta che i giorni passavano e Giosuè non rincasava. Mentre la mamma era preoccupata, il papà era convinto che si fosse rifugiato nella foresta e che prima o poi, mosso dalla fame, sarebbe tornato con la coda tra le gambe. E invece Giosuè non aveva alcuna intenzione di rientrare perché si era costruito una casetta sull’ albero dove dormiva la notte, mentre di giorno andava alla ricerca dei frutti del bosco per mangiare.


La scuola di donna Rosa gli aveva insegnato a cavarsela, più di quanto suo padre non potesse immaginare.
Poi un brutto temporale si abbatté sulla collina perturbando il bosco per alcuni giorni e Giosuè fu costretto a cercare un altro riparo. Dapprima intimorito, poi ricordò di una grotta che donna Rosa gli aveva mostrato durante una delle solite passeggiate.
Una volta ritrovata, con sua grande sorpresa, vide che la grotta era abitata. Fece luce e scoprì una donna ricurva che sonnecchiava con le spalle adagiate sulle rocce. Si avvicinò e vi riconobbe il volto di donna Rosa.
<< Maestra!>> disse sconcertato.


La donna aprì gli occhi, aveva uno sguardo triste e rassegnato.
<< Cosa ti è capitato?>>
<< Nulla, bambino mio, nulla.>>
<< Perché sei qui?>>
<< Perché ho terminato il mio lavoro.>>
<< Non è vero, ti rivogliamo a scuola.>>
<< Caro bambino non si può fermare il cambiamento.>>
E così dicendo la aiutò ad alzarsi.
Nel frattempo, gli abitanti del paese si erano radunati nella piazza principale.
Erano tutti preoccupati per Giosuè che da giorni vagava da solo nel bosco e invece lui aveva dato una grande prova di coraggio.
Non solo era riuscito a cavarsela ma aveva ritrovato donna Rossa che venne acclamata da tutti i suoi festanti alunni.
Da quel giorno i bambini avrebbero scelto per la loro scuola.

Questa storia dovrebbe essere incorniciata nelle presidenze dei dirigenti scolastici managers, dei capi degli uffici scolastici, dei ministri e dei burocrati scolastici, dei pedagoghi rampanti, degli psicologi omologati e anche…ahinoi..di troppi insegnanti addestratori, badanti e guardiani insieme.

5 Febbraio 2021 Giuseppe Campagnoli

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Accademie arte Educazione Scuola

Impara l’arte

Rileggo con curiosità un brano tratto da ReseArt del 14 Ottobre 2015:

“Ascoltando di recente interventi e citazioni di ineffabili direttori e docenti di scuole come le Accademie, i Conservatori e gli ISIA, debbo riflettere più a fondo sulla mia storia professionale e sulla storia delle scuole ad indirizzo artistico in cui ho insegnato e che ho diretto. Si è proprio sicuri che queste scuole debbano essere inserite pieno titolo nel coacervo della formazione universitaria così come le scuole secondarie artistiche nel calderone dell’istruzione secondaria? Negli anni ’90 si era costituita una rete di ricerca tra le scuole di indirizzo artistico con il patrocinio di ispettori e dirigenti illuminati del Ministero (successivamente tutti allontanati o destinati ad altri compiti!). Uno dei risultati fondamentali della ricerca era la possibilità di costituire dei poli autonomi regionali per l’insegnamento e la ricerca in campo artistico, dalla scuola primaria all’Università, probabilmente sotto l’egida del Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Forse era un’ottima idea. Si sarebbe evitata l’emarginazione dei percorsi formativi artistici e storico-artistici e si sarebbe data dignità ad un filone specifico della formazione in Italia scongiurando ciò che invece sta accadendo ora: Licei e Istituti riuniti un un percorso liceale generico e senza alcuna cultura della manualità accanto a percorsi professionali costruiti sulla falsariga degli obsoleti e degradati percorsi professionali. Gli Isia, i Conservatori, le Accademie e tutti gli istituti di istruzione superiore artistica, restano in un limbo culturale che ha peggiorato la già scarsa qualità dell’offerta e delle risorse in una tendenza al bricolage sperimentale del fare arte “d’avanguardia” con rarissima base culturale e storica e ancor più rara solidità di formazione nei linguaggi che rendono quello dell’arte completo e non dilettantesco (storia dell’arte, letterature, lingue straniere, filosofia e psicologia, estetica, tecnologia e scienza….)…”Spero che davvero si possa aggiustare il tiro e avviare la strada per rifondare l’intero percorso di formazione artistica dall’infanzia, all’università, alle professioni del settore. Il fatto è che la scuola (dall’infanzia all’età adulta) non può essere riformata a pezzi o riassorbendo le negatività di tutte le pregresse “riforme”.”

Oggi ho maturato ancor di più la convinzione che la scuola non può nemmeno essere riformata ma deve essere oltrepassata e addirittura “sbancata” per un’idea diversa e rivoluzionaria del concetto di educazione. Soprattutto questo vale quando c’è di mezzo la creatività ed il pensiero divergente, aree da sempre neglette in educazione. Vedo negli ultimi tempi invece, con sgomento, il pullulare di improbabili scuole di grafica, moda, didattica dell’arte e tanto altro ancora, che spesso offrono percorsi e prodotti addirittura peggiori di quelli dignitosi e a volte anche geniali degli istituti d’arte e di tutte le scuole artistiche di un tempo, le meno chiuse se possibile e le meno “murate”.   

Con l’educazione diffusa e la sua area esperienziale dedicata alla cultura simbolica  siamo andati  oltre, a partire dall’educazione di bambini e ragazzi e anche dopo (vedi gli esperimenti di educazione diffusa artistica ante litteram anche a livello universitario)  come premessa per ogni studio successivo e per la vita stessa. 

Cito un passo tratto da “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” di P.Mottana e G.Campagnoli

“Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro…”

Concludo con una significativa testimonianza da Milano su come l’educazione diffusa si possa declinare mirabilmente anche in campo”accademico”.

Ester Manitto, cofirmataria del Manifesto della educazione diffusa, testimonia nel libro Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso di P.Mottana e G.Campagnoli Terra Nuova Edizioni:” La scuola diffusa e i giovani del NABA di
Milano di Ester Manitto, docente alla Nuova Accademia di Belle Arti, NABA, di Milano.
Connettersi a sé stessi, percepire il proprio corpo, porsi in ascolto,
immedesimarsi, immaginare, connettersi al gruppo, guardare
negli occhi, saper diventare studenti dei propri studenti, proporre
esperienze didattiche creative, percorrere strade inesplorate, sbagliare
e correggersi, quindi imparare. L’apprendimento esiste laddove
c’è pensiero, vocazione, ascolto, stimolo, inclusione, sguardo,
vibrazione, bellezza, sorriso, cura.
La scuola diffusa nella città.
La “scuola diffusa” nella città di Milano è il progetto didattico che
intende creare percorsi educativi per gli studenti che scelgono
di studiare design, comunicazione visiva, arte e moda a Milano.
Orientare questi giovani fuori dai perimetri psicofisici degli istituti
diventa quasi un’esigenza, considerando che Milano è la capitale
del design. La scuola diffusa è un progetto che prende forma per
generare connessioni con la realtà della città di Milano (e non solo)
anche grazie alle manifestazioni permanenti e periodiche che
si susseguono nella vasta offerta metropolitana.
L’adesione al Manifesto
L’idea della scuola diffusa nasce da un ragionamento maturato
con l’esperienza (e dall’adesione al Manifesto dell’educazione
diffusa, N.d.R.) Gli studenti che frequentano le scuole di design
a Milano prevalentemente provengono da svariate parti d’Italia,
d’Europa e del mondo, pertanto la loro conoscenza della città è
scarsa se non addirittura nulla. Creare per loro percorsi didattici
mirati è un’occasione formativa molteplice che consente sia di
approfondire i loro interessi, sia di conoscere meglio il luogo in cui
vivono e studiano, per sentirsi un po’ meno estranei.
L’intorno come sistema educativo complesso
L’intento del mio programma è di suggerire itinerari per imparare a
percepire il “d’intorno” come un sistema educativo, come se fosse
la città di Milano medesima, attraverso le sue infinite peculiarità, a
diventare università. Gli itinerari della scuola diffusa generalmente
includono luoghi deputati al design, all’arte, alla moda, studi di
professionisti, Fondazioni dei maestri del design, show-room, gallerie
d’arte, negozi, laboratori, mostre, fornitori, eventi, manifestazioni,
ma anche eccellenze relative alla cultura italiana. Il mio maestro,
Angiolo Giuseppe Fronzoni10, ci ripeteva costantemente: «La
vostra università deve essere il vostro d’intorno». Questo è quello
che auspico per i miei studenti: che questa esperienza didattica
possa essere per loro non solo un’opportunità utile per il percorso
accademico, ma anche un arricchimento a tutto tondo e che come
tale non svanisca nel tempo, ma li metta nella condizione di
osservare, ragionare, scegliere. Per poter impreziosire il loro bagaglio
culturale e quindi la loro vita stessa.

La scuola bottega di AG Fronzoni è il laboratorio dove nel 1987, per alcuni anni, sono entrata in contatto con il metodo didattico che il maestro attuava parallelamente all’insegnamento all’Istituto Statale d’arte di Monza e alla professione di designer. Dalla sua didattica, per molti versi ancora innovativa, ho attinto un approccio diverso con i miei allievi, cercando di essere creativa. Dalla bottega di AG Fronzoni si usciva spesso per incontrare realtà extra scolastiche, le visite agli studi del visionario Bruno Munari, del fotografo Gianni Berengo Gardin, dell’architetto Leonardo Mosso, del modellista Giovanni Sacchi, del fotografo Aldo Ballo (e molto altro ancora) erano vere e proprie occasioni di apprendimento diretto, così come la partecipazione a concorsi, eventi, viaggi, dibattiti, spettacoli

Pesaro 30 Dicembre 2020

Giuseppe Campagnoli

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Educazione Educazione diffusa Parlamento Italiano

Si poteva fare altrimenti!

E dire che parlamento e governo sapevano già a gennaio come si sarebbe potuto fare.

2 settembre 2020 ritornavo dalla Francia quando là riaprivano le scuole (si fa per dire: cioè rinchiudevano di nuovo bambini e ragazzi tutti insieme negli stessi luoghi)e dopo una settimana boom di contagi! Da noi hanno “riaperto” dopo 15 giorni ed ecco puntuale il boom di contagi. Pensate a 8 milioni di studenti e più di un milione tra docenti  e  personale chiusi per ore in poco più di 40 mila plessi scolastici, per non parlare di scuolabus e mezzi pubblici vari. 

Non c’è forse memoria delle ondate di influenza passate partite proprio dalle scuole? Moltissimi bambini e ragazzi non possono essere come spesso accade positivi e asintomatici? Non si poteva praticare l’educazione diffusa e aprire veramente in modo flessibile e sparpagliato senza le concentrazioni   negli edifici “reclusori” scolastici? Si poteva. Insisto e ripeto, si poteva. E ci si poteva organizzare in modo flessibile e diffuso anche per tante altre attività pubbliche e private. Guadagnare meno, guadagnare tutti e magari, oltre al covid, combattere inquinamento, sprechi, sfruttamento , consumismo, povertà ed esclusione, pure attraverso una educazione diversa, pubbblica e diffusa.

Ecco cosa diceva Paolo Mottana al Parlamento Italiano non più di otto mesi orsono:

XVIII LEGISLATURA

VII Commissione

Seduta n. 6 di Mercoledì 15 gennaio 2020

INDAGINE CONOSCITIVA IN MATERIA DI INNOVAZIONE DIDATTICA:

Audizione di Paolo Mottana, professore ordinario di filosofia dell’educazione e di ermeneutica della formazione e pratiche immaginali presso l’Università degli studi di Milano Bicocca;

Ringrazio chi mi ha invitato, sono onorato di poter portare un contributo su questo tema che, da tanti anni, costituisce l’oggetto della mia ricerca, del mio lavoro e della mia formazione. 

  Mi piacerebbe provare ad attirare l’attenzione di chi governa le sorti dei nostri processi educativi su alcuni aspetti che mi stanno particolarmente a cuore e che credo dovrebbero essere al centro di qualsiasi politica più che di innovazione educativa, di considerazione educativa, di attenzione nei confronti dei problemi dell’educazione. 

  La prima questione, quella centrale, è che credo sia venuta l’ora, quando si parla di educazione, di educazione dei bambini e dei ragazzi, di avere in mente loro, innanzitutto, e non la loro destinazione professionale nel mondo del lavoro. Credo che chiunque si occupi di educazione o si preoccupi di educazione, anche semplicemente come genitore, come fratello, come persona umana di fronte a un cucciolo d’uomo, la prima questione che si dovrebbe porre è come renderlo felice di essere qua. Temo che le politiche educative che da sempre – perché non è certo una novità – sono state apprestate per i nostri cuccioli d’uomo, abbiano a cuore tutto, tranne che la loro felicità. Almeno durante quella stagione. Si preoccupano di un’ipotetica felicità futura, che spesso fanno coincidere con l’idea di essere inseriti all’interno del mondo del lavoro, come se questa – e noi tutti lo sappiamo bene – fosse veramente la realizzazione di se stessi. Sarebbe bello ogni tanto – anche solo nelle premesse che spesso si sentono utilizzare riguardo ai temi dell’educazione – che si potesse parlare guardando i bambini e i ragazzi, avendoli nella mente, nel cuore, nella pancia, riuscendo in qualche modo a immaginare di essere nei loro panni, come lo siamo stati. Noi eravamo anche più «educastrati» di loro, ma sicuramente in quegli anni abbiamo tutti patito molto. Abbiamo patito nel corpo, nelle emozioni, nell’immaginazione, nella creatività, come continua purtroppo ad accadere anche in una società che si dice progredita. Ma questa è una considerazione puramente generale. 

  Sarebbe bello ogni tanto leggere in un programma politico che la prima preoccupazione è quella di far trascorrere ai nostri cuccioli d’uomo alcuni anni in cui vivano intensamente la loro infanzia, la loro adolescenza, non costretti a rimanere rinchiusi in luoghi che sono tutt’altro che ospitali, non sotto la minaccia di sanzioni, di punizioni e di valutazioni, non condizionati da un sistema normativo che certo loro non hanno scelto, non avendo nemmeno scelto di essere al mondo. Ma questa è una premessa di carattere filosofico generale. 

  La seconda questione che voglio porre alla vostra attenzione è più inerente e, ai miei occhi almeno, banale, ma che purtroppo ha poco riscontro nelle politiche educative: il fatto che, se vogliamo parlare seriamente di formazione e di apprendimento, forse dovremmo porci il problema di quella cosa che si chiama esperienza. Ora, tutto c’è nelle nostre scuole tranne che esperienza. Le nostre scuole sono costruite in maniera tale da scindere le diverse parti della persona, sia quella del docente ma, molto peggio, quella del discente, e di far prevalere – in una maniera direi unilaterale – la sua testa, il suo cervello su tutto il resto della sua persona fisica, ma anche di quella psichica. 

  Sappiamo tutti che un’esperienza è qualcosa nella quale siamo coinvolti integralmente.

L’esperienza non è quella cosa di cui parlano a volte certi pedagogisti che corrisponde al «learning by doing» (una locuzione che è andata molto di moda in certi anni), non è legata necessariamente al fare; si possono avere meravigliose esperienze anche stando immobili e non facendo nulla, per esempio ascoltando un brano di musica, meditando, oppure semplicemente riposandosi. Esperienza significa essere lì, interamente, in quello che sta accadendo. Mi chiedo come mai tante teste abbiano pensato di educazione e di formazione, ma ancora oggi l’educazione che noi proponiamo a livello pubblico sia così largamente mancante di esperienze e, anzi, facciamo di tutto per evitare che si trasformi in esperienze. Quindi non dobbiamo stupirci che l’apprendimento, che solo dall’esperienza arriva, sia così scarso e fallimentare. Nessuno impara qualcosa di cui non fa esperienza, a cui non partecipa integralmente con il suo corpo, la sua mente, le sue emozioni, le sue intuizioni, la sua immaginazione. Invece costringiamo i nostri bambini e i nostri ragazzi a stare in luoghi dove sono costretti (e già la costrizione è un ottimo elemento per fugare la possibilità di un’autentica esperienza) a fare cose che non li interessa (seconda condizione che nella maggior parte dei casi fuga la possibilità di un’esperienza) e che non li coinvolge partecipativamente (terza condizione che determina la fuga dell’esperienza). 

  Credo che dovremmo cominciare ad immaginare un’educazione e una formazione che metta al centro il concetto di esperienza, e su questo mi piacerebbe poter dare una serie di idee che in otto minuti non posso dare, ma sulle quali – vi assicuro – ho parecchie ipotesi. 

  La terza questione, ma tutte queste questioni ovviamente sono collegate fra di loro, è che credo sia venuto il momento – perdonatemi se uso ancora una volta questa espressione: per me sempre sarebbe dovuto venire questo momento, ma purtroppo non accade – di pensare forse ad accogliere nuovamente nel corpo della vita sociale una parte della popolazione che abbiamo deciso di escludere da essa: i bambini e gli adolescenti. Come sapete, siamo una delle poche popolazioni, da quando esiste questo pianeta, che ha deciso di mettere i bambini e i ragazzi fuori dalla sua comunità. Li abbiamo internati dentro questi luoghi separati dalla vita sociale, che sono le scuole e, di fatto, non viviamo mai insieme a loro. Gli unici privilegiati che lo possono fare sono gli insegnanti e gli educatori. Molto spesso neppure le famiglie condividono molto tempo con i loro figli, perché ovviamente gli uni stanno al lavoro e gli altri stanno a scuola. Ora credo, e ho cercato di esprimerlo in diverse pubblicazioni in questi ultimi anni, che sia venuto il momento che la società riaccolga nel suo tessuto vivente bambini e ragazzi, perché, ciascuno secondo le sue capacità, all’interno di quel tessuto vivente impari, ovvero quello della realtà, quello dei quartieri, del territorio. Molto dipende da noi, perché siamo noi che abbiamo organizzato una società che non è in grado di ospitare neppure il movimento autonomo dei bambini e dei ragazzi nel suo seno: di questo dovremmo scandalizzarci! Dobbiamo ricostruire le condizioni perché i bambini e i ragazzi tornino ad abitare il mondo. In primo luogo perché ne hanno bisogno; hanno bisogno di essere liberati da questa prigionia così duratura e così massiccia nella quale versano per lunghissimi anni, per poter di nuovo vivere all’aria aperta, innanzitutto, e a contatto con situazioni vere, reali, non situazioni artificiose come quelle che costruisce la scuola su curricoli del tutto improbabili rispetto alle loro aspettative e alle loro potenzialità. Hanno bisogno di partecipare alla vita, di essere visti, di essere riconosciuti, di avere un loro punto di vista, di poter sperimentare la realtà nelle sue infinite sfaccettature e a noi adulti spetta il compito di organizzare la realtà in maniera tale che sia nelle condizioni di poterli ospitare. 

  Se qualcuno fosse interessato, ci sono le pubblicazioni e ci sono anch’io che posso rispondere su tutti i dettagli di questa operazione che stiamo cercando di attivare in alcune realtà, che peraltro è un’espansione di un’idea di didattica attiva, di una didattica all’aria aperta, nella quale questa costrizione concentrazionaria nei luoghi dell’educazione viene meno e dove il luogo dell’esperienza è il mondo. La scuola, anche se io preferirei chiamarla in un altro modo, il luogo dove ci si ritrae dopo aver fatto esperienza per elaborare l’esperienza come in una sorta di alambicco alchemico, diventa soltanto un aspetto subalterno rispetto alla primarietà dell’esperienza vissuta nel mondo. Vi assicuro che bambini e ragazzi sono capaci di vivere esperienze nel mondo, ma anche di dare un contributo al mondo. Ci siamo espropriati della possibilità di avere il loro contributo, il loro sguardo, i loro occhi, le loro orecchie, la loro sensibilità. I ragazzi sono molto bravi a fare un’infinità di cose e noi li abbiamo messi nelle condizioni di non poter dare questo contributo fino a non si sa bene quale età, sperando poi che diventino cittadini del mondo rimanendo per anni e anni in cattività. È una cosa piuttosto bizzarra, non vi pare? 

  In conclusione, perché le cose essenziali che volevo dire sono queste, mi aspetterei, davvero con un grande desiderio e una grande ansia, che chi si occupa di educazione, posto che abbia una vaga idea di che cosa si tratti, si ponga queste domande, si ponga la domanda di chi sono i bambini e i ragazzi, che tipo di soggetti sono e che cosa davvero noi che li abbiamo messi al mondo dobbiamo corrispondere loro affinché diventino cittadini del nostro mondo, di cui abbiamo tutte le responsabilità peraltro. In secondo luogo, che cosa sia l’apprendimento, perché continuiamo a ruotare intorno a questa questione dell’apprendimento e poi apprestiamo luoghi totalmente inadatti a una qualsiasi esperienza di apprendimento: sono i più inadatti in assoluto. Meglio lasciarli liberi, piuttosto che chiuderli lì dentro, perché almeno un’esperienza incidentale – come dicono autorevoli studiosi – potrà forse creare le condizioni di un apprendimento un po’ più significativo di quello che vivono in luoghi dove sono costretti a stare. In terzo luogo, la necessità che hanno di vivere accanto a noi, non separati da noi, dentro la società, non separati dalla società, all’aperto e non al chiuso, così come noi abbiamo l’esigenza di averli con noi. Pensate a quanto perdiamo in termini di bellezza, di spontaneità, di calore, di sguardo attento e ancora non preso dall’ansia del produrre che solo bambini e ragazzi possono avere e possono aiutarci a ritrovare, se solo li riammettessimo all’interno delle nostre comunità. Queste sono le cose che mi sembrava giusto dire.”

E non ho altro da aggiungere se non che proprio i luoghi della città e del territorio con i loro multiformi attori sono lo scenario indispensabile, mutevole, stimolante e sempre vivo per l’educazione diffusa. Ricominciamo allora a cambiare tutto a partire dall’educazione perchè è solo da lì che lo si può fare.

Giuseppe Campagnoli 25 Ottobre 2020

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Educazione Francia istruzione Italia

Dissertazione leggera su istruzione ed educazione

Dissertazione sulle educazioni in tempo di epidemia di sapienti diffusi.

Prendo spunto da un appello collettivo su Libération di oggi legato alla questione delle scuole parentali per riflettere ancora sull’idea concreta di educazione coniugata con le difficoltà del tempo. Si tratta di un appello a doppia faccia perché l’educazione non va comunque parcellizzata tra outdoor, parentale, senza quello o senza questo, cooperante, dei piccoli e grandi paesi e delle piccole e grandi scuole, laboratori qui e là, ma resa totale e diffusa con una virtuosa integrazione tra pubblico e volontario incidentale sia esso sociale  che familiare e finalmente frutto di un virtuoso repertorio tra le mille spurie esperienze storiche e attuali. Superare le “educazioni distratte” per una unica educazione diffusa pubblica, cioè collettiva e sostenuta da tutti, è la via migliore per garantire pari opportunità a tutti nella vita e per non cedere ad élite opportuniste o esibizioniste spazi tali da privilegiare parti della popolazione a discapito di altre. L’ educazione (con tutto ciò di implicito che si porta dietro: istruzione, formazione, crescita consapevole, partecipazione, eguaglianza, gioco, ambiente, etc..) non deve separare  e classificare ma unire e rendere liberi e autonomi servendosi delle risorse della collettività (stato, finché ci sarà, cittadini, associazioni, politica, cultura, arte, natura…).

“In Francia (come in parte anche in Italia) l’istruzione è obbligatoria, ma i bambini possono essere istruiti al di fuori del sistema educativo statale o anche di qualsiasi istituzione scolastica, ciò che comunemente si chiama «istruzione parentale » secondo il principio della libertà pedagogica garantita. Da poco più di vent’anni, i governi successivi, sia di destra che di sinistra, non hanno cessato di limitare progressivamente questa libertà a colpi di rimaneggiamenti delle norme sull’istruzione e di restringere così la morsa del controllo istituzionale statale sulla formazione dei bambini che si sono visti imporre una «base comune», dei livelli successivi e, più recentemente, addirittura un abbassamento dell’età a partire dalla quale l’applicazione delle norme educative e l’acquisizione delle conoscenze e competenze dovranno essere controllate.

Oggi, vietando l’istruzione a domicilio, il presidente della Repubblica eliminerebbe ogni possibilità di istruirsi diversamente. Potremmo indirizzare le nostre argomentazioni contro questo disegno di legge in molti modi. Potremmo evocare, ad esempio, il carattere offensivo di una tale legge rispetto ad una libertà che riteniamo fondamentale, non solo in quanto permette di garantire il rispetto della diversità delle scelte educative, sociali, culturali, economiche, in sostanza, delle scelte di vita. In tal modo, mostreremmo come questo progetto si inserisce in un quadro più ampio di restrizione delle libertà individuali e di impoverimento del modo di vivere. Potremmo anche denunciare, non tanto il carattere irrisorio e tutto sommato poco influente o piuttosto il valore simbolico di questa misura, ma invece la sua evidente, palese, scandalosa inadeguatezza rispetto ad un problema mal identificato e descritto, quello del «separatismo» religioso o, cerchiamo di essere più diretti, del «separatismo» che è in gran parte un prodotto dell’intolleranza per esempio, nel caso della Francia e non solo, verso la comunità musulmana e delle discriminazioni che subisce anche in fatto di cultura.

Vorremmo invece soprattutto evocare la deriva sicura di una classe politica che sa gestire la violenza solo attraverso più controllo, quindi più violenza. Vorremmo ricordare un’altra convinzione, fonte di sofferenze: quella secondo cui la scuola deve, in via prioritaria, garantire la sicurezza dei bambini, quella secondo cui essa potrebbe proteggerli, come pure l’insieme della società, da tutti i suoi mali. Probabilmente lo fa, in un certo senso, per alcuni figli di genitori estremamente violenti o deboli. Ma il «racconto» della scuola omette sistematicamente di evocare la violenza strutturale dell’istituzione scolastica. Non ci riferiamo qui solo alla violenza nelle scuole (racket, molestie, ecc.). Si tratta di una violenza di situazione che produrrà atti di violenza: quella che consiste nel raggruppare in un luogo chiuso e separato dalle altre attività umane tutti i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni (o più) per impartire loro un insegnamento inadeguato alle loro esigenze di sviluppo, ai loro ritmi e alla loro sensibilità. La scuola è la causa principale della drastica riduzione del tempo libero dei bambini, di cui molti psicobiologi, come Peter Gray o Hubert Montagner, hanno mostrato gli effetti deleteri. La scolarizzazione esercita una presa totale sulla costruzione dei figli e causa rotture affettive con la famiglia. D’altra parte, la sociologia, che così spesso ci confronta con le nostre illusioni, ha dimostrato a più riprese come la scuola, anche ammettendo che sia riuscita ad elevare il livello globale d’istruzione della popolazione da un secolo, non riesca a ridurre le disuguaglianze, ma le produca o le riproduca. La scuola ha anche prodotto un male nuovo: «l’insuccesso scolastico»(misurato con i parametri del nostro sistema mercantile e competitivo)

L’ambiente familiare non ha del resto il monopolio delle violenze (fisiche, psicologiche, sessuali) Queste infatti si verificano anche tra le pareti della scuola, dove figure di autorità possono essere tentate di abusarne continuamente.. La violenza sessuale sui minori, in particolare, che ha luogo nell’ambiente familiare, può talvolta essere riprodotta e replicata a scuola dalle sue vittime su altrettante vittime. Se ricordiamo tutti questi fatti, non è per chiedere l’abolizione della scuola (ne siete sicuri?) ma per mettere le cose in prospettiva e mostrare i limiti delle promesse di un governo che sbaglia: no, più scuola e meno libertà, non ci premunirà contro la violenza. Le salvaguardie, spesso, generano le violenze che dovrebbero prevenire, instaurano una falsa sicurezza e sono deleterie. La fine della possibilità di vivere e di istruirsi fuori dalla scuola (e non al suo margine), o addirittura libera dalle costrizioni di una società scolastica, rappresenta non solo una privazione, una negazione di libertà, un’impossibilità di scegliere il proprio stile di vita, ma anche un impoverimento culturale dello stesso ordine di quello che consiste nell’uniformare, standardizzare, normalizzare, calibrare gli individui secondo una logica di gestione meccanica industriale della vita. Tutto in nome di un pretesto, forse di una menzogna: quella della sicurezza. La sicurezza è sempre stata la scusa di coloro che vogliono instaurare più controllo, smantellare gli ultimi bastioni di diversità e di autonomia, piuttosto che riflettere su modi diversificati, resilienti, flessibili, non polizieschi e soprattutto collettivi di gestione delle violenze. In definitiva, è forse questo che preoccupa maggiormente e, in questo caso, la minaccia «separatista» sarebbe un pretesto.

Ancora una volta, il sacrificato è il bambino, definito dalla sua vulnerabilità che esige una protezione in spregio dei suoi diritti più fondamentali. Proteggere un bambino significa costringerlo a vivere e a formarsi in qualche modo? Dovrebbe essere possibile lottare contro gli abusi subiti dai bambini in un contesto familiare «separatista» senza vietare l’istruzione in famiglia.

Firmatari: Yazid Arifi cofondatore dell’Ecole Démocratique de Paris, Elodie Bayart antropologo, Bernard Collot insegnante pensionato, Marc-André Cotton insegnante, Manuèle Lang giornalista, Olivier Maurel professore pensionato, Daliborka Milovanovic filosofo, Thierry Pardo ricercatore, Ophélie Perrin terapista, e Audrey Vernon attrice”

Naturalmente anche questo appello si pone, ahinoi, sempre dentro il recinto della non abolizione della scuola attuale ma della richiesta di libertà di porvi accanto altre forme libere.Una libertà prevista da tante Costituzioni pensate a metà del secolo scorso e sul modello di una scuola più fondata sull’addestramento che sull’educazione ed appannaggio esclusivo o quasi degli stati nazionali. Il lapsus ideale è quello di insistere sul termine di istruzione e non concentrarsi invece su quello più ampio e significativo di educazione. Si continua a lasciare, mettendo incautamente in campo anche le religioni, la porta aperta, purtroppo, a forme talvolta elitarie e settarie di istruzione che moltiplicano la scolarizzazione della società invece di andare nella auspicabile direzione opposta. Ricordo per inciso una mia digressione recente sulle diverse “educazioni” in campo e sulla necessità che ne venga superata la loro fittizia e surrettizia distinzione per passare attraverso una salutare fase di descolarizzazione progressiva in funzione della contemporanea costruzione dell’educazione diffusa che le ricompone, le sintetizza superandole mirabilmente. Scrive Paolo Mottana coideatore del Manifesto della educazione diffusa: “Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Nella presentazione, su di una rivista universitaria francese “Le Télémaque”, di un Dossier denominato proprio “L’ educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, Didier Moreau, docente di filosofia ed educazione all’Università di Paris 8, disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale evocando perfino Cicerone e Platone mentre rammenta un primo utilizzo en passant del termine “educazione diffusa” da parte dell’UNESCO in una accezione riduttiva di mera educazione informale, per giungere alla determinazione, fluttuante ancora nelle nebbie della dissertazione filosofica, che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma infatti che non è solo la struttura formale che rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questo pare essere in definitiva uno slogan sottotraccia dell’educazione incidentale per aree di esperienza che porta direttamente all’educazione diffusa come la intendiamo noi.
Se la famiglia e la scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono una formazione, nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Chiudo ricitando una frase rubata ad una trasmissione recente di France Culture dedicata alla scuola del nostro tempo.

Collage di varie educazioni diffuse. Immagini dal progetto “Bimbisvegli” di Serravalle d’Asti

La classe en plein air, un’idea piena di avvenire ? Mentre si avvicina la ripresa della scuola e pone numerosi interrogativi tra i maestri, i professori, i genitori e gli alunni, diversi ricercatori, pedagogisti, insegnanti e formatori hanno firmato un appello per condividere i vantaggi della educazione all’aperto, nella città e nei suoi luoghi, comunque fuori dalle mura scolastiche soprattutto in tempi di pandemia”

Giuseppe Campagnoli 9 Ottobre 2020

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Educazione Scuola

La scuola delle linee guida.

Mi duole dover riprendere frasi e concetti ripetuti fino alla noia, di questi tempi, parlando di scuola. Non ci si poteva aspettare nulla di meglio dalle istituzioni ed è per questo che occorre fare pressione dal basso e mettere un po’ di chiarezza nelle idee e nei concetti che riguardano un aspetto primario del vivere, l’educazione. Questa è una antologia di pensieri e di considerazioni che ho espresso nelle ultime settimane e che ripeto al fine di comune giovamento.

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Hanno chiuso le scuole, le chiese, gli stadi, i mercati, i cinema, i musei e i teatri. E ci hanno imposto solo un filo tra noi. Ma la mente è stata ancora libera e il corpo anche. Le forze dell’aere ci sono venute in soccorso. Parlavamo, ci vedevamo, ascoltavamo ancora. L’ eco e il vento erano con noi. Ma ora diffondiamoci e diffondiamo. Sparpagliati ma legati negli spiriti muoviamo passi leggeri da soli ma non soli. Uno verso il bosco, l’altro a qualche metro in radura. E sulla riva del mare, dentro l’anfiteatro, la corte e la via, in mezzo alla piazza vuoti ma visibili dagli altri occhi lontani che la forza ci consente. Questa ci fa parlare, dialogare, vedere, scambiare, suonare insieme anche se un po’ distanti proprio come le danzatrici del tiaso che appena si sfiorano le dita ma riescono a muoversi all’unisono in mosse leggere. Scriviamo pensieri e storie sul foglio lanciato nel prato o sulla vitrea tavoletta moderna mentre osserviamo le case, le selve, le pietre, i numeri e leggiamo i racconti che rimbalzano in aria , le formule, le immagini e i suoni tutti insieme dalla stessa mente non più divisa tra vecchie inutili stanze. Proviamo a non pensare più ai reclusori scolastici, agli orari, alle distanze, alle lavagne, ai voti, ai banchi e ai corridoi dei passi perduti. Approfittiamo del fatto che i muri non contengono più a forza frotte di bimbi e giovani, per immaginare un graduale ma deciso e mirabile ritorno tra campi e giardini, piazze, teatri e cortili  non trovando  più aule, corridoi, banchi tondi quadrati, in giro e in quadrato ma tanti altri spazi e tanti altri luoghi sparsi per le stesse città e campagne ripensati dopo questa triste pausa di riflessione indotta da un pericoloso ma forse non del tutto inutile deus ex machina. Altro che linee guida per chi non sa dove guidarsi. Cogliamo l’attimo per cambiare finalmente in educazione, in salute, in mobilità, in cultura, in economia. Il perfido deus ci sta proponendo una forte sveglia. Approfittiamone noi e non permettiamo che ne approfittino, come pare stiano già facendo, i potenti e i devastatori del pianeta e dopo questa introspezione forzata riflettiamo su ciò che non serve o serve a pochi, su ciò che sta distruggendo natura e città, su chi non perde mai tempo per sfruttare, escludere, speculare, dominare. E cominciamo ad agire in comune diffusamente e liberamente. Aprendo e demolendo tutti i recinti reali e virtuali che pretendono di costringerci. Dopo esserci scritti belle lettere e fatti le lontananze da balconi, finestre e da un lato all’altro della strada e della rete ritroviamoci presto  non più segregati e immobili ma in una bella città in mutamento e in una natura in rinascita.

Si stanno addensando singolari (e tempestive?) convergenze che spesso ci lusingano ma ci spingono anche a porci tante domande se confrontate con quello che in realtà sta accadendo a livello istituzionale e nel panorama di tanti  pontificatori di scuola. (cfr.https://comune-info.net/almanacco-di-una-scuola-immobile/

Dice Giuseppe Paschetto intervistato sulla rivista Tutta un’altra scuola:

«In questi mesi ho avuto possibilità di confronto con diversi gruppi e persone impegnate nell’innovazione della scuola: Edoardo Martinelli e la scuola di Barbiana, Maurizio Parodi, Mara Verzilli e il gruppo Basta Compiti, ottana Monica Guerra, Sonia Coluccelli, l’Associazione Bimbi Svegli di Giampiero Monaca, Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli con il loro concetto di città educante, il movimento di Scuola all’aperto promosso da Biella Cresce e poi naturalmente Tutta un’altra Scuola» spiega Paschetto.

«Con la Accili ho poi lavorato alla predisposizione di un documento che contenesse concrete proposte di innovazione da presentare alla ministra Azzolina – prosegue – Oltre a far riferimento alle attività delle nostre due scuole abbiamo attinto alle migliori esperienze a livello italiano e internazionale, con un occhio di riguardo alla realtà finlandese. Le 50 pagine del documento “Una rete nazionale di scuole per l’innovazione didattica” prendono le mosse da un’analisi delle correnti pedagogiche e degli approcci educativi alternativi (il costruttivismo, Dewey, Morin, Bauman, Montessori, Don Milani, Munari, Cooperative Learning, Flipped Classroom, didattica delle neuroscienze), si presentano alcuni scenari innovativi in linea con le Indicazioni Nazionali e quindi si passa alla parte di proposta».

La proposta operativa prevede la creazione a partire da settembre di una rete di scuole diffuse in tutte le Regioni che si impegnino rispetto ai seguenti punti per un triennio:

  1. La valorizzazione dei talenti e il potenziamento dell’inclusione;
  2. L’adozione di una didattica interdisciplinare e per campi d’esperienza che vada oltre la suddivisione artificiosa in discipline;
  3. La pratica delle scuola all’aperto;
  4. La sperimentazione di forme di valutazione formativa che permettano il superamento della pratica dei voti numerici;
  5. L’eliminazione dei compiti a casa obbligatori.
  • Il cambiamento dell’approccio metodologico proposto prevede innanzitutto un apprendimento per campi d’esperienza e non per artificiosa suddivisione in discipline. Gli alunni non più come ascoltatori di lezioni e ripetitori di spiegazioni ma come protagonisti attivi e anche agenti di cambiamento nel loro territorio. Problem solving, creatività, cooperative learning, manualità, capacità di progettare, saranno alcune delle tecniche attive utilizzate. Le discipline dovranno recuperare la loro autentica natura di strumenti funzionali a raggiungere gli obiettivi delle attività interdisciplinari. Occorrerà uno sforzo corale di tutti i docenti per abbandonare i recinti e le prerogative delle proprie discipline e anche ovviamente la presunzione che alcune materie e alcune intelligenze siano più importanti di altre. I singoli insegnanti, invece di continuare ad  essere depositari unici di un sapere frammentato in discipline,  gestiranno piuttosto   laboratori legati alla propria disciplina e intesi come laboratori tematici finalizzati all’approfondimento all’apprendimento di conoscenze e abilità utili per l’acquisizione di competenze necessarie al percorso didattico degli studenti.
  • La scuola all’aperto e l’educazione diffusa saranno in questo approccio importantissime risorse. Scuola all’aperto non intesa solo come spazio fisico ma concepita come ambiente di apprendimento, esattamente come viene proposta anche da Mottana e Campagnoli nel loro libro “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”. Fare scuola prevalentemente all’aperto, oltre agli evidenti vantaggi di tipo psico-fisico ed educativo, offre in questo momento anche la possibilità di evitare le mascherine, mantenendo solo l’attenzione alle norme igieniche fondamentali.
  • Cambiare le modalità di valutazione per superare la pratica sterile dei voti numerici sarà un altro aspetto qualificante della sperimentazione. Il primo anno di sperimentazione valutativa sarà dedicato alla introduzione di valutazioni dialogiche, valorizzando la valutazione tra pari e l’autovalutazione il tutto in una prospettiva e non classificatoria. I ragazzi dovranno anche aver modo di valutare l’operato dei loro docenti, anche in questo caso in chiave migliorativa.
  • Infine, accogliendo le giuste sollecitazioni di un vasto movimento di insegnanti e genitori coordinato da Maurizio Parodi con la campagna “Basta compiti!”, si sperimenterà l’abolizione dei compiti a casa obbligatori. Gli insegnanti dovranno allora essere bravi a far scattare negli alunni la molla che li porterà ad approfondire spontaneamente al di là dell’orario delle lezioni. Questo succede solo se si fa amare la scuola.”

Sono condivisibili, con sorpresa, alcuni principi, seppure espressi in qualche modo molto timidamente e con una strana cautela. Appare una specie di repertorio singolare di riferimenti pedagogici e didattici che so bene non possono coesistere e che di fatto non sembrano proporre un radicale mutamento del paradigma educativo.

Infatti, nel documento ministeriale che circola in questi giorni sul “futuro” della scuola, non vedo  nulla di tutto questo, a meno che non ne sia la preoccupante e, in qualche modo preventivabile, traduzione  burocratica . Neppure timidi anticipi o antipasti. Leggo un linguaggio vetero amministrativo in concetti nebulosi per azioni da intraprendere con una delega senza risorse e con poche idee di cambiamento reale.

Spazi-diffusi

Molte le parole chiave, obsolete e spesso emblematiche, sovente mutuate dal mondo aziendale in versione anglosassone, sempre sintomi di una grave malattia, restano: edilizia scolastica, autonomia scolastica, sussidiarietà, inclusione, alleanza educativa oppure, udite, udite,  smart working, webinar, educazione e cura dei piccolirefezione scolastica, competenze trasversali, sezioni carcerarie, tempo scuola, offerta formativa, convitti e semicomvitti, partecipazione studentesca, didattica digitale integrata, ripartenza (implicito significato di ripresa della marcia di un treno déjà vu, patto educativo, insieme a neologismi significanti e raccapriccianti come “edilizia scolastica leggera”.

Anche solo una lettura diagonale è sufficiente per capire, navigando in un lessico scontato e privo anche di minimi  veri contenuti innovativi o di suggerimenti e spunti concreti e utili pur sempre dentro il vecchio e usurato recinto del sistema scolastico attuale. Sostengo da parte mia, fortemente, da anni che la scuola debba essere superata. L’educazione non dovrà essere solo quella di Gramsci, di Montessori, di Fourier, di Illich, di Freinet, di Freire,  di Milani, Rodari, De Carlo, Ward etc.. Dovrà essere uno splendido repertorio di tutte le più avanzate idee  dei sovversivi pensatori pedagogici verso l’educazione diffusa che ne rappresenta l’unica auspicabile sintesi e che supera l’istituzione.  Anche a sinistra, o perlomeno in quel che resta del concetto di sinistra, non si sono fatti ahinoi  passi avanti e la contrapposizione in sostanza è su temi parasindacali, utili ma non sufficienti, affatto sufficienti anche perchè nessuno dice che la scuola non va cambiata ma oltrepassata e radicalmente. I tempi sono cambiati, chi domina il mondo e anche il paradigma dell’educazione e pure del lavoro non sono più i padroni di una volta e la scuola deve uscire decisamente dal recinto del suo attuale significato che è sostanzialmente globalizzato. Non bisogna sostituire un potere con un altro, attraverso una lotta di egemonie educative, ma liberare e liberarci tout court da qualsiasi dominio che in genere comincia ad esercitarsi prepotentemente e subdolamente proprio con l’istruzione quando viene ancora considerata un “lavoro” in preparazione di “una vita di lavoro” spesso sfruttata e strumentalizzata. L’educazione incidentale sarebbe la chiave di volta, insieme ai mentori e ai maestri delle arti e ai luoghi diffusi dove viverla, per una vera rivoluzione pedagogica, preludio ad una sottile, ostinata e contraria rivoluzione collettiva di natura economica e sociale. In tanti articoli di giornali “progressisti” , anche europei, in una teoria crescente di presenze mediatiche divenuta parossistica di questi tempi in cui non si è mai parlato così tanto e spesso così male di scuola, ho trovato pur sempre gli stereotipati riferimenti, magari non al voto ma al giudizio, non alla discriminazione aperta ma al merito che, alla fine, altro non è se non una discriminazione occulta. Ho trovato luoghi comuni non superati come la scuola dell’obbligo, lo svantaggio (che è connaturato a questo modello di scuola) le discriminazioni che questa nostra scuola non potrà mai superare perché le contiene nella sua stessa  ideologia. Sembra che il problema cruciale sia la didattica e in particolare quella a distanza. Sembra che si possa cambiare  agendo solo sul voto, sullo zaino, sul rapporto docente discente, sulla disposizione di arredi e spazi o sulla progettazione di dorate avanguardiste gabbie scolastiche, come pure sulla leva della terribile meritocrazia o su palliative azioni di limitazione ed edulcorazione delle discriminazioni e del classismo tuttora presenti. Pochi mettono in discussione “la scuola” in sé, come se Montessori, Fourier, Freire, Freinet, Milani, Ward e tanti altri fossero passati invano con le loro idee di radicali cambiamenti spesso accolti solo parzialmente ed immobilmente quando non elitariamente. Capisco le riviste accreditate di pedagogia e scuola dove spesso sono ospitato (a volte quasi come un infiltrato) e la loro fatica a staccarsi dal termine “scuola” tanto da confondere il concetto di “Educazione diffusa”con quello, ormai obsoleto, da noi superato ed arcaico – seppure di questi tempi alquanto abusato- di “Scuola diffusa”. Una ingenua insegnante si spinge a scrivere: “Ci vuole davvero tanta creatività ed immaginazione per superare la realtà che ci circonda!”. Purtroppo di creatività ed immaginazione ne vedo ben poca intorno. Chi realmente ce l’ha e la sta usando viene spesso stigmatizzato come utopico visionario, nonostante abbia dato utili suggerimenti per una azione reale e concreta a chi, coraggioso, soprattutto nella scuola pubblica, volesse provare! Le diseguaglianze sociali non si superano con una scuola che resterebbe comunque mercantile e che continuerebbe ad essere valutata dallo stesso mercato (vedi OCSE, PISA, INVALSI…) che vuole alla fine persone addestrate e utili al suo mondo che oggi, come sempre, vediamo approfittare in ogni modo, persino con subdoli mezzi come la beneficienza e il mecenatismo, anche delle disgrazie dell’umanità. Gli insegnanti che si impegnano e che dubitano di molte cose della scuola purtroppo non riescono ancora ad uscire dal recinto in cui sono stati costretti e propongono soluzioni che spesso esasperano i problemi perché ne sono parte essenziale quando non vengono persino accolte come innovatrici perché  in fine dei conti non ostacolano il cammino della scuola addestrativa e del controllo. Mi spiace che il pensiero di Gramsci non si stato fatto evolvere verso i problemi di oggi e verso il concetto del superamento dell’idea di lavoro ovunque e comunque. Risibili le scaramucce tra docenti curricolari e di sostegno che non si risolvono assolutamente dentro l’attuale modello educativo  e che sono rimaste le stesse di quelle che ricordo amaramente appartenere alle mie esperienze di docente e preside da oltre vent’anni. Vere tante osservazioni e tante denunce ma inutili ed effimere le proposte che tuttosommato sono sempre là, dentro una falsa idea di educazione che considera marginali l’esperienza, il mondo esterno, la città, l’ambiente, la vita e ineluttabilmente necessari il controllo, la valutazione, la sicurezza, la gestione e l’organizzazione rigida di tempi, luoghi, materie, persone.

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Adesso tutti a voler aprire le porte e fare lezione nella piazza, nel teatro, nel bosco e nel sottobosco ma con in testa la stessa idea di lezione, di valutazione, di organizzazione, in una chiave che fa più pensare ad “ore d’aria” che a una vera idea di educazione diffusa che non distingue il come, il quando e il dove e non opera alcuna  separazione tra educazione formale, non formale e informale. Cito me stesso da Comune-info.net : “Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori, come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative, senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo (in genere di importazione nordeuropea o anglosassone), valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Educazione diffusa significa, invece, ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale istintivo o solo guidato e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanenteQualcuno sostiene di aver praticato o di praticare nel suo contesto l’educazione diffusa ma in realtà si tratta spesso solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione, che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perché sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate “best practices”) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo ideale per questo tipo di società del consumo totale e universale.”

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Il problema non è solo il terribile voto nella scuola primaria, o semplicisticamente uscire ogni tanto dall’edificio scolastico, il problema è la scuola tutta che a mio avviso non è migliorabile né trasformabile specialmente in un momento come questo. Essa è solo oltrepassabile e come scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione e promotore con me e tanti altri del Manifesto della educazione diffusa: “Occorre, non vorrei ripeterlo all’infinito, ABBATTERE LA SCUOLA, che IN SE’, intrinsecamente, è letteralmente costruita secondo lo schema dell’oppressione della forza lavoro, con gli stessi protocolli normativi, le stesse scissioni, lo stesso sfruttamento del tempo e della vita e con un destino evidente di fallimento dei suoi obiettivi piamente dichiarati (un po’ come quelli della costituzione tanto belli quanto costantemente traditi), rispetto a risultati quelli sì raggiunti, di produrre individui portatori di un sapere frammentato e inutilizzabile nella maggior parte dei casi, obbedienti e incapaci – nella grandissima maggioranza – di esercitare una cittadinanza critica, attiva e oppositiva.
Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA, reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

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Mi piacerebbe che vi fosse, nel panorama di quella che una volta chiamavamo sinistra, un po’ più di attenzione verso ciò che si muove in linea con idee veramente libertarie e decisamente fuori dal recinto di questa scuola delle istituzioni che paradossalmente, parrebbe andar bene (con le dovute riformette partigiane) a tutto l’arco parlamentare, cespuglietti compresi. Chiudo con un passo di un anonimo scritto di uno degli oltre 400 firmatari del Manifesto della educazione diffusa:

“Aderisco al MANIFESTO!
Sono un’insegnante tecnico-pratico dei servizi socio sanitari di un Istituto professionale …..
L’adolescenza è una fase di vita ricca di opportunità, di crescita e di sfide evolutive. Quanti sogni quando si è adolescenti, ma dove vanno a finire i loro sogni, i loro desideri e i loro talenti? C’è un mercato che vuole decidere il prototipo del giovane perfetto e allora … quanta fatica vivere con pienezza la realtà quotidiana da parte di un adolescente … ogni giorno qualcuno gli apre orizzonti paradisiaci da raggiungere e spesso gli stessi genitori spingono verso questi obiettivi impossibili.
Dove abbiamo sbagliato? Viene da chiedersi. I giovani hanno bisogno di fare esperienze che diano loro una maggiore autonomia, penso sia necessario riproporre una cultura del corpo intelligente, inteso come veicolo dell’apprendere e crescere. Credo in una concezione del corpo che comprende il rapporto tra corpo e psiche, corpo ed azione, corpo ed emozione, vita e conoscenza.
La grande lezione montessoriana appare quanto mai moderna ed attuale, il bisogno di muoversi, di sperimentare.. Il corpo non si riduce alla dimensione fisica, non è soltanto un insieme biologico di organi. È il luogo vissuto di piacere o di dolore, luogo in cui ogni persona vive, sente, esiste; luogo del proprio essere.
Si all’educazione diffusa!!!….”

Ma le Linee Guida del Ministero dell’Istruzione non si spingono a tanto! D’altra parte” il coraggio uno non se lo può dare.”

Giuseppe Campagnoli

25 Giugno 2020

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Educazione Educazione diffusa Riforma della scuola Scuola

Da Manifesto a Manifesto: la scuola deve essere superata.

La scuola deve essere superata. L’educazione non dovrà essere solo quella di Gramsci, di Montessori, di Fourier, di Illich, di Freinet, di Freire,  di Milani, Rodari, De Carlo, Ward etc.. Dovrà essere uno splendido repertorio di tutte le più avanzate idee  dei sovversivi pensatori pedagogici verso l’educazione diffusa che ne rappresenta l’unica auspicabile sintesi.

Qualche tempo fa scrissi una lettera al quotidiano Il Manifesto per suscitare attenzione sulla nostra idea di scuola e di educazione. Un’idea che si propone di ribaltare il paradigma scolastico e uscire radicalmente da recinto di tutte le “scuole” che oggi sono appannaggio del mondo mercantile dove opera benissimo la destra e ahimè anche gran parte della sinistra  a volte sedicente alternativa. Ecco cosa scrivevo:

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“Caro Manifesto,

sono un vecchio lettore fin da quando contribuii negli anni ‚70 alla fondazionedi uno dei primi circoli de il Manifesto in quel di Recanati, da cui poi ho visto troppi transfughi verso il PCI ed altrohe..Glisso sulla situazione politica attuale pur confermando che il mio unico punto di riferimentoè ancora il vostro giornale. Mi sono occupato per una vita di architettura e di scuola e attualmente sto contribuendo ad un progetto “dal basso“ sull’educazione diffusa, convinto chesolo con una rivoluzione in educazione le cose possano veramente cominciare a cambiare. A partire dal libro scritto con Paolo Mottana della Università Bicocca di Milano nel 2017 sulla città educante è nato il Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha avuto finora e sta ispirando progetti in giro per l’Italia. Ho provatoa mandarvi notizie e informazioni sul progetto, veramente innovativo e rivoluzionario, per diverse vie (non ultima questa in cui ora vi scrivo) senza alcun esito. La rivista on line Comune-info ha dedicato uno spazio fisso a questa idea e pubblica spesso articoli sull’argomento. Se si vuole cambiare la politica e tutto il resto occorre cambiare la scuola facendo tesoro e repertorio di alcune idee di Gramsci, Hillmann, Fourier oltre che di Freinet, Illich, Freire, Montessori, Milani, Colin Ward e Giancarlo de Carlo.. Mi piacerebbe che dedicaste uno spazio all’idea della educazione diffusa che suggerisce un modo per oltrepassare la scuola di oggi, mercantile, classista e classificatoria oltre che liberisticamente meritocratica.”

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Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli. “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso.” Terra Nuova edizioni Firenze

Ho provato in seguito a coinvolgere il giornale se non altro perché desse un po’ di spazio alla nostra idea di educazione, sicuramente  fuori dal recinto istituzionale ma, ora scopro una certa disattenzione non solo della sinistra nostrana  parlamentare (ed era ovvio) ma, sorprendentemente anche da quella per tradizione autonoma e antagonista. Gli articoli del quotidiano si limitano spesso a proporre punti di vista di insegnanti, esperti e giornalisti che non mostrano fino in fondo il coraggio di andare oltre le seppur valide idee gramsciane che erano i presupposti di rivincita sociale  contestualizzate però ai tempi di una scuola ben più classista, discriminatoria e da combattere esclusivamente con la parola d’ordine forse ormai desueta e propria di una concezione egemonica della pedagogia: “Lo studio è un lavoro,  la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro”

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Immagine dall’articolo de il Manifesto sul libro di Massimo Baldacci: «Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci»

I tempi sono cambiati, chi domina il mondo e anche il paradigma dell’educazione come del lavoro non sono più i padroni di una volta e la scuola deve uscire decisamente dal recinto del suo attuale significato che è sostanzialmente globalizzato. Non bisogna sostituire un potere con un altro, attraverso una lotta di egemonie educative, ma liberare e liberarci tout court da qualsiasi dominio che in genere comincia ad esercitarsi prepotentemente e subdolamente proprio con l’istruzione quando viene ancora considerata un “lavoro” in preparazione di “una vita di lavoro” spesso sfruttata e strumentalizzata. L’educazione incidentale sarebbe la chiave di volta, insieme ai mentori e ai maestri delle arti e ai luoghi diffusi dove viverla, per una vera rivoluzione pedagogica, preludio ad una sottile, ostinata e contraria rivoluzione collettiva di natura economica e sociale.

Negli ultimi articoli e lettere sul Manifesto come peraltro su altri giornali progressisti che ho letto, anche europei, in una teoria crescente di presenze mediatiche divenuta parossistica di questi tempi in cui non si è mai parlato così tanto e spesso così male di scuola, ho trovato pur sempre gli stereotipati riferimenti, magari non al voto ma al giudizio, non alla discriminazione aperta ma al merito che, alla fine, altro non è se non una discriminazione occulta. Ho trovato luoghi comuni non superati come la scuola dell’obbligo, lo svantaggio (che è connaturato a questo modello di scuola) le discriminazioni che questa nostra scuola non potrà mai superare perché le contiene nella sua stessa  ideologia. Sembra che il problema cruciale sia la didattica e in particolare quella a distanza. Sembra che si possa cambiare  agendo solo sulle risorse economiche, sul voto, sullo zaino, sul rapporto docente discente, sulla disposizione di arredi e spazi o sulla progettazione di dorate avanguardiste gabbie scolastiche, come pure sulla leva della terribile meritocrazia o su palliative azioni di limitazione ed edulcorazione delle discriminazioni e del classismo tuttora presenti. Pochi mettono in discussione “la scuola” in sé, come se Montessori, Fourier, Freire, Freinet, Milani, Ward e tanti altri fossero passati invano con le loro idee di radicali cambiamenti spesso accolti solo parzialmente ed immobilmente quando non elitariamente. Capisco le riviste accreditate di pedagogia e scuola dove spesso sono ospitato (a volte quasi come un infiltrato) e la loro fatica a staccarsi dal termine “scuola” tanto da confondere il concetto di “Educazione diffusa”con quello, ormai obsoleto, da noi superato ed arcaico – seppure di questi tempi alquanto abusato- di “Scuola diffusa”.

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Una ingenua insegnante si spinge a scrivere: “Ci vuole davvero tanta creatività ed immaginazione per superare la realtà che ci circonda!”. Purtroppo di creatività ed immaginazione ne vedo ben poca intorno. Chi realmente ce l’ha e la sta usando viene spesso stigmatizzato come utopico visionario, nonostante abbia dato utili suggerimenti per una azione reale e concreta a chi, coraggioso, soprattutto nella scuola pubblica, volesse provare!

Le diseguaglianze sociali non si superano con una scuola che resterebbe comunque mercantile e che continuerebbe ad essere valutata dallo stesso mercato (vedi OCSE, PISA, INVALSI…) che vuole alla fine persone addestrate e utili al suo mondo che oggi, come sempre, vediamo approfittare in ogni modo, persino con subdoli mezzi come la beneficienza e il mecenatismo, anche delle disgrazie dell’umanità. Gli insegnanti che si impegnano e che dubitano di molte cose della scuola purtroppo non riescono ancora ad uscire dal recinto in cui sono stati costretti e propongono soluzioni che spesso esasperano i problemi perché ne sono parte essenziale quando non vengono persino accolte come innovatrici perché  in fine dei conti non ostacolano il cammino della scuola addestrativa e del controllo. Mi spiace che il pensiero di Gramsci non sia stato fatto evolvere verso i problemi di oggi e verso il concetto del superamento dell’idea di lavoro ovunque e comunque. Risibili le scaramucce tra docenti curricolari e di sostegno, tra didattica a distanza e in presenza o all’aperto per fare le stesse cose negli stessi modi. Niente si risolverà assolutamente dentro l’attuale modello educativo   che è rimasto sostanzialmente lo stesso che ricordo amaramente appartenere alle mie esperienze di docente e preside da oltre vent’anni. Vere tante osservazioni e tante denunce ma inutili ed effimere le proposte che tuttosommato sono sempre là, dentro una falsa idea di educazione che considera marginali l’esperienza, il mondo esterno, la città, l’ambiente, la vita e ineluttabilmente necessari il controllo, la valutazione, la sicurezza, la gestione e l’organizzazione rigida di tempi, luoghi, materie, persone.

 Il problema è la scuola tutta che a mio avviso non è migliorabile nè trasformabile. Essa è solo oltrepassabile e come scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione e promotore con me e tanti altri del Manifesto della educazione diffusa: “Occorre, non vorrei ripeterlo all’infinito, ABBATTERE LA SCUOLA, che IN SE’, intrinsecamente, è letteralmente costruita secondo lo schema dell’oppressione della forza lavoro, con gli stessi protocolli normativi, le stesse scissioni, lo stesso sfruttamento del tempo e della vita e con un destino evidente di fallimento dei suoi obiettivi piamente dichiarati (un po’ come quelli della costituzione tanto belli quanto costantemente traditi), rispetto a risultati quelli sì raggiunti, di produrre individui portatori di un sapere frammentato e inutilizzabile nella maggior parte dei casi, obbedienti e incapaci – nella grandissima maggioranza – di esercitare una cittadinanza critica, attiva e oppositiva.
Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA, reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Caro Manifesto, quindi, mi piacerebbe che vi fosse, da parte di un giornale che ho sempre apprezzato, un po’ più di attenzione verso ciò che si muove in linea con idee veramente libertarie e decisamente fuori dal recinto di questa scuola delle istituzioni che paradossalmente, parrebbe andar bene (con le dovute riformette partigiane) a tutto l’arco parlamentare, cespuglietti compresi. Chiudo con un passo di un anonimo scritto di uno degli oltre 400 firmatari del Manifesto della educazione diffusa:

“Aderisco al MANIFESTO!
Sono un’insegnante tecnico-pratico dei servizi socio sanitari di un Istituto professionale …..
L’adolescenza è una fase di vita ricca di opportunità, di crescita e di sfide evolutive. Quanti sogni quando si è adolescenti, ma dove vanno a finire i loro sogni, i loro desideri e i loro talenti? C’è un mercato che vuole decidere il prototipo del giovane perfetto e allora … quanta fatica vivere con pienezza la realtà quotidiana da parte di un adolescente … ogni giorno qualcuno gli apre orizzonti paradisiaci da raggiungere e spesso gli stessi genitori spingono verso questi obiettivi impossibili.
Dove abbiamo sbagliato? Viene da chiedersi. I giovani hanno bisogno di fare esperienze che diano loro una maggiore autonomia, penso sia necessario riproporre una cultura del corpo intelligente, inteso come veicolo dell’apprendere e crescere. Credo in una concezione del corpo che comprende il rapporto tra corpo e psiche, corpo ed azione, corpo ed emozione, vita e conoscenza.
La grande lezione montessoriana appare quanto mai moderna ed attuale, il bisogno di muoversi, di sperimentare.. Il corpo non si riduce alla dimensione fisica, non è soltanto un insieme biologico di organi. È il luogo vissuto di piacere o di dolore, luogo in cui ogni persona vive, sente, esiste; luogo del proprio essere.
Si all’educazione diffusa!!!….”

Giuseppe Campagnoli

8 Giugno 2020

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arte controeducazione Educazione educazione artistica Infanzia Scuola

Diario artistico di quarantena

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“Tutto ha inizio i primi del mese di Marzo, quando il noto virus fa la sua comparsa nella penisola costringendo alla chiusura incondizionata le scuole di tutta Italia. Ora potete immaginare cosa può significare per un bambino, che sino a quel momento si era preoccupato di giocare con i compagni, ridere, urlare, leggere e studiare in classe?  Eppure, con la più disarmante semplicità e naturalezza, i piccoli allievi si sono adattati alla nuova modalità, nel mio caso di fare arte a distanza, dimostrando video lezione dopo video lezione la grande capacità creativa che neanche il più navigato artista potesse mai esprimere. Abbiamo raccontato, costruendo un libro pop up, gli artisti e le opere degli ultimi cento anni, dall’impressionismo di Monet, all’avanguardia meno nota di Hundertwasser. Attraverso lo studio della geometria applicata al materiale, è stato quindi possibile creare dei motori di movimento usando le mani e l’ingegno. L’arte del libro in movimento è molto simile alla musica, partendo da un numero abbastanza limitato di meccanismi base, che potremmo paragonare alle note del pentagramma, si riesce a creare un numero infinito di possibilità fondendo con armonia i movimenti alla storia narrata. Ne è uscita una raccolta così bella che sembra voler spuntare fuori dalle pagine del libro da un momento all’altro. Sono orgoglioso ed in qualche modo “felice” di aver vissuto quest’avventura insieme a questi piccoli Artisti…..

Buone vacanze bambini” 

Maestro d’arte Daniele Gigli Scuola primaria Villaggio Scolastico Montessori di Roma.

Una interessante anteprima estemporanea in un’area di quelle auspicate nell’educazione diffusa, un’area che recupera l’intelligenza simbolica, libera e creativa da sempre negletta  e quasi atrofizzata nella scuola istituzionale oppure relegata a bricolage artistico educativo di tanti, troppi attori privati non sempre competenti e disinteressati. Una rivincita del pensiero divergente che in realtà permea anche tutte le aree di conoscenza ed esperienza e ne garantisce l’originalità e la libertà di ricerca, espressione, naturalità e legame con l’ambiente oltre ad una sana capacità critica e di positivo  dissenso. Si auspica che questa come tutte le altre aree esperienziali possano svilupparsi fuori dalle mura del reclusorio scolastico, nella vita reale, nelle città e nei territori.

Scrivono a tal proposito Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli in “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”:

“Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro. Niente come la cultura simbolica può entusiasmarli e vivacizzarli e al contempo vivacizzare il mondo intorno a loro, contribuendo a creare quel circolo virtuoso tra educazione e vita che nulla come l’educazione gaia e diffusa è in grado di promuovere.”

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La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili.

I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i dieci e i quattordici anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i quattordici e i diciannove anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe e agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi.

Meglio di qualsiasi parola ecco le letture creative dell’arte moderna e contemporanea dei bambini con le loro “carte magiche”. Oltre le costrizioni dei muri e degli schermi virtuali che sono solo un pretesto temporaneo e provvisorio.

Giuseppe Campagnoli 6 Giugno 2020

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Architecture Architettura edilizia scolastica Educazione Scuola Scuola italiana

L’architettura di una città educante. Sogni e segni.

E’ stato pubblicata alla fine del 2019, in versione e-boook e in stampa on demand la riedizione aggiornata ed ampliata del volumetto “Il disegno della città educante” del 2017 con un bel racconto di Liliana Sghettini intitolato “Tutta un’altra scuola”. La nuova edizione contiene dei riferimenti più puntuali alle esperienze di Giancarlo de Carlo e la sua Urbino, città educante ante litteram seppure mancata per colpa delle amministrazioni poco lungimiranti nonché a quelle ci Colin Ward e la sua educazione incidentale coniugata con una sorta di architettura dissenziente. Vorrei proporre qui degli assaggi in una sorta di reading-writing dove chi fosse interessato potrà anticipare i contenuti più significativi del volumetto. Uscito anche alla fine di Aprile un nuovo saggio a quattro mani di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli sul “come si può cominciare a praticare” concretamente l’educazione diffusa e costruire una città educante. E’ un utile strumento per chi volesse sperimentare le idee del Manifesto della educazione diffusa e provare a cambiare, oltrepassandola da dentro, la nostra disastrata e obsoleta scuola pubblica. Dalla teoria visionaria, ma non tanto, del primo saggio alla pratica del secondo, attraverso l’impegno ideale del Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha ricevuto in forte aumento di questi tempi emergenziali dove l’idea potrebbe essere vincente nell’approfittare per indurre una sottile rivoluzione educativa ed urbana.

Mai più edilizia scolastica.

“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mentori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, La città educante. Manifesto della educazione diffusa

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Il feticcio urbano.

Una città a dimensione umana e ambientale. Una città a espansione limitata e autodeterminata per evitare la violenza che si crea nelle eccessive agglomerazioni umane come sosteneva Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano: la città inabitabile, istigatrice di discordia.Le città, tuttavia, non sono fatte solo di manufatti edilizi e di residenze, d’infrastrutture e di reti tecnologiche. Sono luoghi pulsanti della modernità, ricche di capitale immateriale e di saperi, soprattutto perché sono fatte di vita vissuta di chi le abita e ci vive, e di chi, non residenti, le usa. Luoghi dunque in continua trasformazione, dove si produce in tutti i campi delle attività umane cultura e ricchezza economica, innovazioni tecnologiche e servizi avanzati al produttivo e alle persone. Ma le città sono anche luoghi d’interessi contrapposti, soggetti alla ferrea legge del mercato, generatori di conflitti, di disuguaglianze economiche e sociali, e di crescenti criticità ambientali. Mitscherlich, nel suo pamphlet, Il feticcio urbano, le ha definite luoghi inospitali, istigatrici di discordia.”

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La città. l’educazione, gli architetti, i mentori.

“La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

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“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

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   Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

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Un Manifesto dell’architettura diffusa?

“Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.”

Il racconto allegorico ” La scuola senza mura” che supera tutte le distanze imposte, mentali o fisiche che siano. 

Tutta un’altra scuola. Un racconto di Liliana Sghettini

“Sul dolce pendio di una bella collina si ergeva un paesino i cui abitanti vivevano felici. Dalle case affacciate sulla vallata si scorgevano i più bei tramonti che si fossero mai visti.A sera, un arancione intenso riscaldava i tetti e placava i cuori cosicché tutti potessero coricarsi sereni. La natura era rigogliosa e gli abitanti svolgevano lavori umili ma soddisfacenti: erano contadini, pastori, ciabattini, muratori e panettieri. In paese abitava una donna di nome Rosa che non aveva né famiglia né figli. Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, né quanti anni avesse. Gli anziani raccontavano che forse aveva origini divine. Pare che la Dea della saggezza, un tempo, abitasse in quei luoghi… Il paese era popolato da molti gioiosi bambini che ogni mattina, sgranocchiando biscotti appena sfornati, correvano nella scuola di donna Rosa. La sua però non era una scuola come le tutte altre: non c’erano le aule e neppure i banchi, ma c’erano le passeggiate nei prati; non c’erano le interrogazioni e neppure i voti, ma c’erano i racconti e le esperienze; non c’erano le vacanze e neppure gli scioperi perché i bambini amavano molto andarci. Che fosse autunno, inverno oppure primavera, donna Rosa li conduceva per vie, sentieri e campi: << Bambini, la scuola è il mondo!>> ripeteva sempre.

 Quei bambini non erano mai usciti dal loro piccolo paese eppure sembrava che conoscessero molto del mondo. Conoscevano il bosco e le sue creature, il fiume con i suoi pesci e conoscevano l’avvicendarsi delle stagioni, la terra e i suoi preziosi frutti. Dai racconti di donna Rosa fantasticavano di luoghi lontani e avventure affascinanti. Quei bambini erano tanto felici finché un giorno un gelido vento soffiò da nord avvolgendo l’intero paese e la sua gente. Donna Rosa intuì che non si trattava di un vento qualsiasi. 

<< Per oggi la scuola è finita.>> 

<<Rincasiamo bambini miei.>> 

A sera ne ebbe conferma quando vide un tramonto che non era il solito… Il mattino seguente solo alcuni bambini si presentarono all’appello ma donna Rosa non chiese spiegazioni. Radunò i presenti e partì per fare scuole nella via, come al solito. Lo stesso fu nei giorni a seguire finché solo un bambino di nome Giosuè, uno tra i più vivaci, si presentò all’appello. Donna Rosa lo prese per mano ed andarono a cercare gli altri. Nei viottoli e tra le case non incontrarono nessuno. I bambini sembravano addirittura spariti. Si vedeva giusto qualche anziano recarsi lentamente dal panettiere o verso la bottega delle carni. Donna Rosa suo malgrado continuò a sorridere. Poi un giorno anche Giosuè non si presentò all’appello e Donna Rosa rimasta sola, radunò le sue cose e se ne andò via chissà dove… In paese tutto continuò a svolgersi come prima, tranne la scuola. I genitori senza un apparente motivo avevano deciso che era arrivato il momento di cambiare. Un edificio scolastico venne inaugurato nella piazza principale. Le pareti erano tinteggiate di una bella vernice verde, ma non era come il verde dei prati. Le finestre erano piene di sole ma non era come quello nel cielo durante le passeggiate. La campanella trillava alle otto ma non era allegra come la voce di donna Rosa. I bambini parlarono con i genitori, volevano tornare nella scuola di Donna Rosa ma loro non vollero sentire ragioni. Avevano deciso e forse era giusto così… La scuola era solo studiare sui libri e le lunghe passeggiate erano oramai un lontano ricordo. Uno ad uno, pian piano, si intristirono… Qualcuno pensò di marinare la scuola e Giosuè, il più ribelle di tutti, smise addirittura di andarci. I suoi genitori erano naturalmente contrariati, Giosuè non si rassegnava al cambiamento.

<< Questa non è scuola!>> diceva arrabbiato <<Rivogliamo la maestra Rosa>> insisteva facendosi portavoce anche dei compagni meno coraggiosi. Poi un giorno, decise di scappare di casa.

<< È sempre stato un ribelle>> commentò il papà.

<< È un bambino intelligente>> lo difese la mamma.

Passavano i giorni e Giosuè non rincasava, la mamma era preoccupata, mentre il papà era convinto che prima o dopo, mosso dai disagi e dalla fame, sarebbe tornato con la coda tra le gambe. E invece Giosuè non tornò perché nel bosco aveva costruito una casetta sull’ albero e lì dormiva la notte cibandosi dei frutti che raccoglieva durante il giorno. La scuola di donna Rosa gli aveva insegnato a cavarsela da solo, più di quanto suo padre non potesse immaginare. Poi, un brutto temporale, abbattutosi d’improvviso sulla collina perturbò il bosco e Giosuè fu costretto a cercare un altro riparo. Dapprima intimorito, non sapeva dove andare ma poi ricordò di una grotta che donna Rosa, una volta gli aveva mostrato. Appena arrivato si accorse che qualcuno ci si era già rifugiato. Fece luce e con sua grande sorpresa vi trovò una donna, ricurva, che sonnecchiava adagiata sulle pietre. Si avvicinò e vi riconobbe donna Rosa.

<< Maestra!>> disse sconcertato. << Cosa ti è capitato?>>

<< Nulla, bambino mio, nulla.>>

<< Perché sei qui?>>

<< Perché ho terminato il mio lavoro.>>

<< Non è vero, ti vogliamo a scuola.>>

<< Caro bambino non si può fermare il cambiamento.>>

<<Certo che si può, se non ci piace.>>

E così dicendo la aiutò ad alzarsi.

Insieme tornarono in paese dove nessuno avrebbe mai immaginato di vederli nuovamente insieme. Gli adulti erano sgomenti, i bambini felici. Da quel giorno i genitori avrebbero ascoltato i loro figli scegliendo insieme una nuova scuola.”

Giuseppe Campagnoli

31 Maggio 2020

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Educazione Educazione diffusa Libri

Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso.

In libreria

 

Una proposta rivoluzionaria per superare la gabbia scolastica che imprigiona l’apprendimento e soffoca l’insegnamento: portare la scuola fuori dalle aule, a contatto con la vita di ogni giorno.
Il libro delinea i fondamenti dell’educazione diffusa e fornisce indicazioni pratiche e concrete per intraprendere questo percorso di “liberazione” dei bambini e dei ragazzi, restituendo loro il diritto di imparare affermando la libera soggettività.


                                     clicca sull’immagine per il link al libro

 
 
Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa, attorno alla quale Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli hanno formulato la loro proposta di educazione diffusa e di città educante. Che non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere.

 

Questo libro accompagna il lettore (sia egli genitore, educatore, insegnante o qualsivoglia vocazione abbia chi si accinge a leggere queste pagine) attraverso un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” l’educazione diffusa. Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani. Basta volerlo. Un passo da « Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso » di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli » in uscita da Terra Nuova Edizioni Firenze. 

“La città diventa educante”

«Coraggio (o temerarietà), danari (poi non tanti…) e buon (o cattivo) senso

1. In una prima fase i centri storici e l’immediata periferia dovranno diventare totalmente pedonali e ciclabili disegnando una rete di linee sicure per bambini, ragazzi, anziani, disabili e comunque per tutti, guidate da colori e indicazioni chiare e stimolanti. Basta una delibera e un’ordinanza.

2. Accordi e convenzioni con vari luoghi (botteghe, orti urbani, agricoltori, musei, teatri, laboratori, centri sociali e di quartiere, residences di accoglienza di migranti ) che fanno da tappe durante i percorsi in città e campagna. Bastano accordi di programma, protocolli e intese promosse dai presidi e dai sindaci o da uno di questi.

3. Dovrà essere costruita nel tempo una rete di piste ciclabili e pedonali o ampliata dove già esistesse purché protetta dal traffico veicolare (con quinte di verde, paraventi mobili e strutture disegnata e costruita in modo partecipato. Il traffico veicolare va contenuto e ridotto drasticamente e progressivamente con ordinanze e determine per fermarlo ai limiti urbani e rurali magari costruendo degli hot spots di raccordo con terminal di bus elettrici, cicli e monopattini e piccoli tram urbani, nell’intento di rallentare i tempi e ricondurre la vita ad una forma sostenibile per tutti. Alla faccia della stupida corsa al profitto!

Molte città e molte associazioni hanno provato con convegni, progetti, iniziative a rendere autonomi i bambini e ragazzi nella città. L’unico grave difetto è averlo voluto fare dentro il recinto di spazi, di regole, di orari e programmi della scuola attuale senza pensare ad un suo ribaltamento seppure possibile anche dentro le norme attuali, con sperimentazioni e spazi dell’autonomia, con accordi e sinergie con chi gestisce e chi vive la città. Credo che solo dentro un progetto come quello dell’educazione diffusa si possa veramente liberare l’uso della città in funzione educante e fare sempre di più a meno di reclusori scolastici più o meno mitigati.

Quali sono allora i passi minimi da fare?

• Il preside della scuola insieme a genitori, insegnanti, associazioni fa un accordo con il sindaco, (o con ilo sindaco e il capo della moribonda provincia nel caso di una scuola secondaria di secondo grado) con associazioni di artigiani e mercanti, con i capi di musei, teatri etc. e prepara la rete delle “vie” e la mappa dei luoghi da connettere alla base (l’ex edificio scolastico, il nuovo portale, l’edificio pubblico o privato trasformato ad hoc…) ed eventualmente da modificare e riadattare con un piano a breve, medio o lungo termine.

• Il preside, i docenti, le famiglie le associazioni, anche in seguito agli accordi col territorio

trasformano, nel caso non vi fosse altra soluzione per un portale ad hoc, il reclusorio scolastico in una base aperta, senza aule e corridoi, senza uffici (espulsi altrove) ma con spazi comuni, aperti, biblioteche, auditorium etc.

• gli stessi di sopra rivoluzionano il tempo scuola e il cosa-scuola applicando l’educazione

diffusa, le aree di esperienza, i mentori e gli esperti, la libertà e la curiosità, la gaia ricerca e l’apertura delle menti di tutti, nessuno escluso, in un progetto-canovaccio da condividere e far partire per un anno intero di prova.

• la scuola, le famiglie, le associazioni, i municipi, i privati coraggiosi e non mercantili aiutano con oboli, tempo libero e contributi in natura, a sostenere l’iniziativa.

• In definitiva, per cominciare si costituisce modularmente una splendida minimal joint venture

(all’avventura!) per organizzare e realizzare anche in piccolo una città educante

1) Il preside, gli insegnanti e le famiglie promuovono il progetto magari insieme ad una associazione o a gruppi di cittadini volonterosi e avanzati (nel senso dell’andare avanti)

2) Il progetto viene offerto al sindaco, all’assessore, al capo della provincia, ad altre amministrazioni locali, ad altre scuole che volessero unirsi, come una specie di canovaccio che contiene le linee di gaia educazione diffusa di quel territorio e l’idea di massima per la rete di luoghi del posto, a partire da un portale plausibile (la vecchia scuola, un edificio pubblico o privato da riutilizzare con poco…) da riadattare, trasformare o realizzare ex novo.

3) un accordo o una convenzione tra i soggetti istituzionali e associati detta i tempi e le modalità di realizzazione, gli eventuali finanziamenti, le questue e le collette, le modalità degli interventi diretti di cui si è già parlato e gli esperti da coinvolgere nel gruppo-guida da costituire.

4) assemblee, riunioni, pubblicità serviranno a sensibilizzare e coinvolgere altri attori mentre si comincia a scrivere, disegnare, fotografare, assemblare, reperire materiali e oggetti, smontare e ricostruire. Ogni quartiere, ogni città, borgo rurale, marino e montano, avrà un progetto con la sua fisionomia, nato così per rendersi vivo progressivamente.

5) le scelte operative ed i progetti esecutivi non si possono classificare e anticipare perché dipendono ovviamente da tanti variegati fattori locali tra cui la forma e lo stato di conservazione di luoghi e manufatti, la possibilità concreta di trasformarli, la disponibilità di materiali e attrezzature (pannelli, arredi, sedute, piani…) da riciclare, la disponibilità di architetti, carpentieri e bricolagisti non necessariamente professionisti del mercato ma anche familiari, sociali e volontari.

6) Se si avessero a disposizione vecchi barconi o paranze, carrozzoni e roulottes, vecchi bus, multi risciò e tandems si potrebbero allestire tante aule vaganti pronte a partire dalla base e a diffondersi per la città e il territorio

7) le questioni di sicurezza, tutela dei minori e prevenzione dei rischi (ma è davvero necessario per una vita piena di salutari imprevisti?) si risolve facilmente con patti di assunzione di responsabilità sottoscritti dai soggetti coinvolti

Bonne chance! »
Biografia degli autori
Campagnoli Giuseppe
Giuseppe Campagnoli è architetto, ricercatore e saggista. E’ stato docente, direttore di scuole artistiche e responsabile dal 2001 al 2006 dell’Ufficio Studi della Direzione scolastica regionale per le Marche. Opera nel campo dell’educazione, dell’architettura per l’educazione e la cultura, nonché della formazione in campo artistico. Ha fondato e amministra il blog multidisciplinare ReseArt.com, dove scrive di scuola, architettura, arte, politica e varia umanità. Collabora con la rivista Comune-info.net, e ha collaborato con Innovatio educativa, La Rivista dell’istruzione, Educationdue.0 e Edscuola.eu.

Paolo Mottana
Paolo Mottana è professore di Filosofia dell’educazione e di Ermeneutica della formazione e pratiche immaginali all’Università di Milano Bicocca.
Ha ideato l’approccio dell’educazione diffusa, illustrato in numerosi libri e articoli. È co-fondatore del progetto “Tutta un’altra scuola” e coredattore del Manifesto della Educazione diffusa. Collabora con numerose riviste del settore pedagogico e non solo e segue come consulente le prime sperimentazioni sulla pratica dell’educazione diffusa.
 
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È tempo di vera educazione diffusa.

Speriamo in un reale cambiamento coraggioso.

Ne sto sentendo un po’ troppe sulla scuola in questi tempi difficili e anche pericolosi. Si sparpagliano qua e là, le parole “educazione diffusa“, “città educante“ “scuola oltre le mura“ “scuola diffusa” spesso a sproposito e senza riferire le fonti o le origini delle idee in una confusa deriva spesso anche esibizionista che spero non nasconda un’ appropriazione selvaggia, distorta o annacquata dell’idea di educazione diffusa, facendo dimenticare la cifra radicale della versione originaria per contrabbandarla con qualche passeggiata in cortile, in piazza o in giardino o con contaminazioni non audaci ma decisamente azzardate in senso conservativo. Il nostro progetto è fuori dal solito recinto che raccoglie, seppure ai suoi margini, delle spinte innovatrici in genere non intenzionate ad oltrepassare l’attuale paradigma educativo. Il panorama di oggi sempre di più contiene o costringe molte esperienze, un tempo d’avanguardia, le digerisce e le omologa attraverso un certo establishment pedagogico, sedicente progressista, che le travasa spesso alla rinfusa in appelli, manifesti, reti, gruppi ed eterei gruppuscoli. Ne avevo già scritto preoccupato in tante occasioni anche prima dell’attuale emergenza. Mai però come ora si è scatenata una bulimia di interventi in campo scolastico, pedagogico, didattico, istruttivo, ludico, addestrativo. Vorrei citare per questo i riferimenti di alcuni articoli che già evocavano qualche pericolo di confusione , come utile promemoria e guida per una specie di autocritica collettiva. Insieme a me ne scriveva in perfetta sintonia anche il mio amico Paolo Mottana, il cuore della filosofia dell’educazione diffusa. I titoli emblematici raccontavano di compiti a casa, di bambini e ragazzi che abitano il mondo, di paure dell’educazione diffusa, di scuola immobile e del fatto che il radicale cambiamento non si riduce ad una semplice ripetuta uscita dall’edificio scolastico per fare sempre le stesse cose come in una specie di ora d’aria.

https://comune-info.net/sui-compiti-a-casa/

https://comune-info.net/che-bambini-e-ragazzi-abitino-il-mondo/

https://comune-info.net/chi-ha-paura-delleducazione-diffusa/

https://comune-info.net/la-gita-non-e-educazione-diffusa/

https://comune-info.net/almanacco-di-una-scuola-immobile/

Per una doverosa puntualizzazione e per rimarcare il concetto originale di “educazione diffusa”riepilogo in breve i capisaldi dell’idea attraverso alcuni passi del recente volume di istruzioni seguite al manifesto che in meno di due anni ha raccolto centinaia di entusiastiche adesioni attive.

E’ appena il caso di osservare come le nostre idee teoriche e soprattutto pratiche potrebbero mirabilmente aiutare nella fase di riapertura in sicurezza delle attività educative proprio scongiurando i pericolosi assembramenti di una scuola reclusa ed obbligata tra le quattro mura dell’obsoleto contenitore scolastico.