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Almanacco di una scuola immobile. Re-censione

Nell’ennesimo almanacco, annuario della scuola di Micromega un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire.

La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate (la civica, l’artistica, la aziendale, la finanziaria, la linguistica…) delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, del latino che appare e scompare, delle improbabili “scuole senza”,”scuole con” dell’edilizia scolastica omnipresente, delle materie di cui non si può fare a meno.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata, pochi convinti che debba essere rifondata dalle basi del concetto di educazione magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e pannicelli caldi sparsi quà e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente…

Pochissime le eco che rimandano a qualcosa di più e di oltre. Pochissimo il coraggio di osare anche con il rischio di essere chiamati visionari o sovversivi, come lo erano, d’altra parte Freinet, Illich, Fourier, Ward, Freire…che non sono proprio diventati riferimenti di pedagogie alla moda declinate in troppi modi e in troppe versioni spesso contrastanti tra loro. Non sarebbe il caso di pensare finalmente ad un bel repertorio di buone idee e di buone pratiche? Ad un virtuoso ibrido di belle esperienze che ricostruiscano ex novo una scuola completamente diversa, completamente autonoma dal mondo economico attuale e magari diffusa in ogni ambito della vita e della natura?

Ogni sapiente, come spesso accade, deve dire la sua da un parziale, spesso scontato, punto di vista senza apportare nulla di nuovo e significativo nell’antologia delle prediche sulla scuola a cui ormai siamo terribilmente abituati da tanti decenni, forse fin dalla nascita della scuola pubblica.

Tante perle di saggezza scontata e inutile, a volte in buona fede a volte meno, da Raimo che rilancia l’educazione ad una generica cittadinanza, a Barbero eccellente storico ma improbabile pedagogo, da Galli della Loggia ed altri che fanno la storia di una scuola che non potrà mai proseguire, alle confessioni disperate di prof. che non riescono a capire che occorre ribaltare il tavolo, Scognamiglio che non pare uscire dal paradigma di una scuola che vorrebbe includere escludendo di fatto a priori anche linguisticamente, da Nardella che fa la descrizione implicita dei fallimenti di esperimenti spurii e isolati ad Affinati con le sue esemplari insulae di virtù educativa, alle scuole aperte ma non troppo di Oliva, alla felicità di essere connessi (dove? con chi? perchè?) di Vera Gheno, finanche ai luoghi scolastici belli ma pur sempre chiusi di Berdini. E così via ancora attraverso le scuole pop, la società ottusa e analfabeta di una nuova oclocrazia, gli italiani e le storie, il latino, le note e la lingua fin dalla culla… Il tutto sempre in questo attuale confuso e obsoleto paradigma ideale e reale della scuola.

Una delusione cocente e crescente, soprattutto se penso a ciò che faticosamente si sta muovendo al di fuori di questo dorato recinto della solita speculazione educativo-didattica-didascalico-formativa e parapsicosociopedagogica e che spesso è sconosciuto, misconosciuto, boicottato, minimizzato, quando non ostacolato e ghettizzato. Tutto questo ci dice che occorre più che mai osare ed oltrepassare la scuola lasciando da parte i soloni e i mediatici che parlano di tutto e di niente senza offrire nessuna idea veramente rivoluzionaria e globalmente praticabile anche da subito, sicuramente con meno risorse inutili e sprechi diffusi e con più gratificazione per tutti, insegnanti compresi, che per primi rinascerebbero per primi ad un nuovo ruolo sicuramente più remunerato e più riconosciuto oltre che appassionante. C’è chi ci sta credendo molto e si sta dando da fare, anche da dentro il sistema.

Se siete masochisti e volete versare lacrime amare sul futuro dei nostri giovani e sulla capacità delle genti di leggere e capire la realtà leggete questa mirabile antologia di detti e contraddetti, di pontefici del sapere e del non volere, di mirabili saggi onnipresenti sulla scena abusata degli affabulatori di scuola. Magari vi verrà un sussulto di orgoglio e di disgusto insieme che spinga verso un reale superamento di tutto ciò che rende la scuola a volte vecchia, a volte inutile, a volte pericolosa, a volte perfino grottescamente paradossale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2020

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Educazione formazione provveditorati riforma scolastica Scuola italiana

Lectio brevis

Le vicende di questo periodo della mia vita, dal successo incipiente dell’idea di scuola diffusa grazie anche al prezioso contributo degli amici Paolo Mottana e Asterios Delithanassis, mi fanno ripensare al primo scritto lungo (non lo chiamo libro) che in solitaria ho affrontato sulla scuola nel lontano 2009 appena sbattute anzitempo tutte le porte delle burocrazie scolastiche e architettoniche per intraprendere una strada libera e autonoma del pensiero. Di quello scritto mi piace oggi ri-citare le parti in cui descrivo “dal di dentro” un mondo pieno di contraddizioni e di ridicole pantomime che ancora perseverano nei patetici e drammatici conati di riforme,  riformine e riformacce.

Ecco una teoria di stralci in cui molto si riconosceranno e riconosceranno anche personaggi che, chissà come mai, hanno anche fatto ad oggi improvvise carriere burocratiche e accademiche oltre che assumere impensabili e fors’anche improbabili incarichi di grande responsabilità.

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“Questo scritto è il risultato artigianale di una proposta che doveva confluire in un libro da pubblicare alla scadenza degli obiettivi che l’Europa, nella Conferenza di Lisbona del 2000, si era prefissata di raggiungere nell’educazione e nell’istruzione entro il 2010. Il saggio elaborato a “quattro mani” da me e da un amico che ringrazio per avermi accompagnato in questa fatica per oltre un anno e mezzo e che non ha trovato interesse nei nostri blasonati italici editori. I miei capitoli, dopo i numerosi grandi rifiuti, sono stati raccolti in questo saggio, insieme ad altri scritti che ricompongono un racconto della mia vita di architetto, insegnante, dirigente scolastico e consulente del Ministero dell’Istruzione.  L’idea originaria per un libello in tandem sarebbe stata buona, ma gli editori cui ci siamo rivolti, con la solita ipocrita formula “non rientra nelle nostre attuali linee editoriali” l’hanno bocciata senza appello, salvo aver poi pubblicato libri alla moda sulla scuola, pamphlet costruiti a tavolino da ghostwriters e giornalisti che trattano di scuola persentitodire, da scrittori improvvisatisi esperti della materia, trattata spesso come un gossip.Ecco alcuni pedagoghi dilettanti che hanno scritto di scuola (li cito intenzionalmente senza dividere il grano dall’oglio, che è abbondante e invito anche voi lettori a discernere): Daniel Pennac, Paola Mastrocola, Gianfranco Giovannone, Mario Giordano, Giovanni Floris, Paolo Mazzocchini, Andrea Bajani, Frank Mc Court, Gianni Resti, Chiara Friso, Vittorino Andreoli, Orazio Niceforo…E la Litizzetto? E Bruno Vespa? Che cosa aspettano? Dov’è il loro libro sulla scuola?  Più realisticamente, allora ho preferito percorrere la via dell’autopubblicazione. Spero di poter far giungere le mie idee più lontano possibile.” “Non ho frequentato una scuola materna, ma ho avuto insegnamenti materni e paterni, oltre che bucolici, avendo vissuto da 0 anni a 11 anni nel giardino della mia casa-scuola, giardino rurale di S.Croce.

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Ricordo le passeggiate tenendo al guinzaglio mucche al pascolo che mi salutavano con le loro lingue raspose come enormi cani da passeggio! La scuola elementare fu il naturale proseguimento degli insegnamenti tra natura e cultura, con un padre maestro amante dei numeri e della filosofia e una madre maestra amante della musica e della poesia, ma soprattutto del teatro. I miei fratelli condividevano questa specie di comune educativa familiare che si allargava agli altri allievi che, a piedi, raggiungevano la casa-scuola dalle campagne circostanti e avevano sempre qualcosa da insegnare. La solitudine della natura e del pensiero attraverso il rigore magistrale di mio padre e quello dolce e severo di mia madre hanno qui avuto origine e, in qualche modo, costruito la mia controversa personalità, che ha attraversato la vita in alterne fasi artisticamente trasgressive ed edonistiche o rigorosamente etiche e conformiste.

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Solo ora, nella terza età, abbandonando un lavoro sostanzialmente insoddisfacente, sono alla ricerca, attraverso il passato, senza rimpianti, della mia originaria creatività trasgressiva e prepotente! La scuola mi ha sempre accompagnato non come aspetto marginale o strumentale. Ogni luogo e ogni attività è stata sempre legata in qualche modo alla scuola.Natura e scuola; poesia teatro musica e scuola; architettura e scuola; arte e scuola, amore e scuola! Il privato si è, invece, spiegato in direzione spesso opposta, spesso utilitaristica: a soddisfare solo una delle mie due anime: quella tranquilla e razionale, quella della prosa che consentiva, solo a tratti, di riaffiorare, spesso con prepotenza, all’anima poetica, drammatica, visionaria e passionale che pochi oggi conoscono perché è un mio grande segreto incolpevole e sacro. La passione per la scuola è legata a episodi importanti della mia vita: un libro, una dedica, affinità platoniche che mai avrebbe potuto essere altrove e che ritrovo in alcuni momenti cruciali di pensiero e di memoria. La legge del contrappasso mi ha fatto abbinare una vita sentimentale più banale, più prosaica, come a cercare il rovescio della mia medaglia. Viene, comunque, il momento di un’eredità che si costruisce inaspettatamente e consente di coltivare ancora passioni e amori intellettuali. Un’eclettismo irrequieto che mai si è rassegnato ad affrontare solo una strada. Con la Scuola sempre e comunque in sottofondo per i miei ricordi di scolaro, di studente liceale, di universitario, di docente, di preside, di uomo.”

“L’essenza dei mali della scuola, delle sue burocrazie e degli stereotipi è visibile nei riti che si replicano e che rappresentano la spia di una scuola malata.

1 Settembre: l’auditorium della scuola è affollato, molti gruppetti di docenti abbronzati discutono animatamente: si sentono racconti di vacanze e acconti di lamentele per l’anno che sta per iniziare. Entrano il Preside e la sua corte con circa tre quarti d’ora di ritardo e si siedono al tavolo della presidenza.

1 Settembre: la sala delle Comunicazioni al Ministero 2 è semivuota, qualche borsa appoggiata qua e là, gruppetti di persone che chiacchierano nel corridoio esterno. Sono già trascorsi trenta minuti dall’ora stabilita. Al tavolo della presidenza, già in posizione, due mega direttori generali, qualche ispettore e funzionario. La riunione è fissata dalle 10 alle 13: debbono arrivare convocati da tutta Italia: sono già le 11 e la sala è ancora in attesa.

5 Settembre: la sala è già piena. Qualcuno arriva trafelato alla spicciolata e prende posto. Il Direttore Generale Regionale è sul suo scranno attorniato dallo staff di ispettori, funzionari, dirigenti, sagrestani e scruta la platea, mentre di fronte a lui si forma un capannello di questuanti e di presenzialisti.

La riunione doveva iniziare da mezz’ora…

15 Settembre: il professore è in cattedra, l’aula è semivuota e stanno entrando i primi studenti con 10 minuti di ritardo e già sono a pistolare col cellulare (proibito) o a imbellettarsi fissando attentamente lo specchietto (tollerato). I riti si ripetono immutabili nel tempo, le cose che si dicono, sono sempre le stesse, i ruoli e le gerarchie restano, sfumati ma persistenti. Un cambiamento nel tempo, però, c’è stato. Nel bene e nel male il protagonismo si sta evolvendo al femminile: ministre in performance su You Yube, direttrici generali rare ma spumeggianti, fantasmagoriche, efficienti simboli viventi della managerialità pubblica emergente; dirigenti scolastiche rampanti pronte a fare da coreute al Direttore Generale di turno che stigmatizza, cito testualmente, il cachinnare dei tempi moderni e le onora dell’appellativo di ancillae domini; docenti prese dal furore della pedagogia e della modernità; studentesse di successo, ferocemente competitive e irraggiungibili nelle performances da compagni di classe sempre più avviliti. Falsi femminismi e maldestra emancipazione anche nella scuola che puzza sempre di più di antifemminismo e di razzismo antigenere quando spinge la donna a  fingere di essere un uomo per avanzare socialmente e professionalmente. Sono le movidas delle platee scolastiche e, se il buongiorno si vede dal mattino, non vi risparmio il racconto di queste performances che sono la spia, il risultato ma anche una delle tante cause del malessere scolastico. Per non parlare dei look da donne in carriera! Questi rituali si replicano da decenni a diversi livelli e in differenti occasioni. Il Capo ripescato dalla pensione perché allineato col Ministro saluta l’ennesimo nuovo corso della scuola italiana e i suoi proconsoli regionali a difesa del pensiero unico del “presidente-maestro”, anche qui rappresentato dall’ennesima ancilla ministra. Imperativi sui risparmi, sul rigore, sul rispetto di tempi e regole…Ancora una volta nessun nuovo serio progetto, ma lodi all’innovazione: il maestro unico, il 5 in condotta, i voti in decimi!!! Ispettori vagano con i loro borsoni in mano (ma cosa conterranno?) da un lato all’altro della sala, mentre si percepisce un’attesa nei loro sguardi per un ruolo finalmente non più da mercenari del Mecenate politico di turno o del Direttore illuminato. In un altro luogo, il manager della scuola regionale esordisce sbalordendo la platea con una raffica di citazioni latine alternate da rare sintassi nella lingua madre e qualche arcaismo da Accademia della Crusca mentre, con paludato autoincenso, snoda il rosario del “suo” Progetto culturale per la sua scuola, nella sua regione-laboratorio. Tutti gli astanti (anche quelli che dondolano il capo in avanti in segno di obbedienza) sanno essere, invece, solo una celebrazione dei narcisismi ministeriali. In questi microcosmi c’è tutta la scuola italiana, ma anche il costume e l’habitus degli italiani dabbene di leopardiana memoria. Persino nelle scuole le sceneggiate continuano. Il Preside avvia la sua allocuzione per una platea distratta e già stanca ancor prima di iniziare con un discorso dèjà entendu sulle novità ministeriali, raccomandando di essere seri e rigorosi, ma pur sempre con un occhio vigile al calo degli iscritti e a scongiurare la perdita di posti di lavoro. La platea si risveglia a ogni frase che contenga questioni economiche o sindacali, mentre guarda da un’altra parte o bisbiglia o esce e entra per fumare alla spicciolata quando si discutono il calendario scolastico, il programma delle attività, l’ora di 50 o 60 minuti! (rara applicazione nel quotidiano della teoria della relatività!)”

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“Vige ancora la burocrazia del controllore e non quella della responsabilità, quella dell’adempimento e non quella del risultato. A fronte di risorse quasi nulle, organici fluttuanti, ma sempre più ridotti e ingessati, edilizia allo stremo e senza alcuna qualità, resiste una èlite amministrativa statale travestita da moderna managerialità che scimmiotta modelli di gestione anglosassoni senza aver modificato di uno spillo la fisionomia della scuola. Le Regioni, nella maggior parte dei casi ignoranti di scuola, con risorse umane riciclate da altri settori, si occupano maldestramente di pianificazione territoriale dei servizi scolastici, del calendario scolastico e di foraggiare, spesso in modo clientelare, quelle attività delle scuole che alimentano una perniciosa progettite che ingoia risorse distribuite a pioggia con risultati difficilmente verificabili.                                   E, nel frattempo, si simula cultura attraverso la cura dell’immagine e della visibilità a tutti i costi, per consolidare o migliorare le rendite di posizione dei dirigenti ministeriali illuminati, ma pur sempre politicamente sponsorizzati. Si inventano progetti, manifesti, concorsi, protocolli d’intesa, corsi di formazione sostanzialmente inutili perché non controllabili nei risultati e nelle ricadute, a breve e lungo termine, sui comportamenti, sulle modificazioni nelle metodologie di insegnamento e, quindi, sull’apprendimento di chi vi partecipa. Imperversano in questo clima sovrastimati e superpagati formatori, opinabili studiosi e ricercatori, cervelli emigrati altrove che trovano l’”America” in Italia pur essendo sovente degli sconosciuti. Tutto ciò gratifica pochi ingenui volontari che ancora credono alle favole psicopedagogiche e sociali di gran di moda, mentre si preparano trampolini per molti arrampicatori stanchi o incapaci di insegnare, alla ricerca di vie brevi per il successo o per appuntarsi medaglie per carriere immeritate.        In una tale deregulation, l’amministrazione statale funge sostanzialmente da passacarte senza alcuna vera capacità di coordinamento o di promozione, mentre quella regionale che dovrebbe nella mente dei legislatori assumere la governance del sistema scolastico si sta occupando solo di pochi spiccioli clientelari, di aprire e chiudere scuole secondo le necessità elettorali e di giocare col calendario scolastico! Il passaggio dai Provveditorati, che erano le mamme e talvolta le suocere dei presidi e dei direttori didattici, agli Uffici Scolastici Regionali (nella mente contorta dei legislatori tanti piccoli ministeri regionali) accanto a una autonomia scolastica zoppa, ha condotto a una confusione evidente di ruoli e ha svuotato di poteri l’amministrazione periferica, lasciando le scuole in una splendida autarchia moltiplicatrice di contenzioso.”

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Ministri supponenti, sindacati opponenti a ogni costo, presidi manager, amministratori clientelari e funzionari ministeriali presi dalla conservazione della poltrona, si sono riempiti la bocca dell’ autonomia; hanno speso patrimoni per seminari e convegni autocelebrativi, ma sostanzialmente masochisti, senza rendersi conto che sono sempre mancati gli aggettivi capisaldi per una vera libertà della scuola: culturale, ideologica, politica, finanziaria, gestionale. In realtà, le scuole hanno dovuto fare ciò che altrove si decideva senza adeguate risorse e con l’illusione di essere in piena libertà d’azione. La cattiva burocrazia non cede il suo potere e moltiplica adempimenti e illude che non vi sia più il controllo ottuso delle procedure, mentre non c’è modo di incidere sui risultati e i presidi aprono banchetti agli angoli delle strade offrendo gadget e promozioni a che si iscrive alla sua scuola Una guerra tra poveri: veramente la scuola della miseria, non solo tra le scrivanie, ma anche tra i banchi. Leggiamo degli attacchi alla scuola di genitori sempre iperprotettivi e litigiosamente propensi a dare lavoro al TAR, leggiamo sgomenti dei trasgressivi video scolastici immessi nel circuito voyeristico di internet, del bullismo, del burn out degli insegnanti, di presidi con i numeri degli avvocati in tasca!                                                 Ma non sarà con le boutades del Ministro di turno che un problema così grande potrà essere risolto! La politica attuale per la scuola, a tutti i livelli, è quella del levare che, per paradosso, aumenta con il decentrare invece di rendere le risorse più mirate e più abbondanti, proprio perché il decentrare senza autonomia è solo una specie di abbandono al fai da te di scuole sempre più indigenti. La devolution tanto cara agli egoismi padani applicata alla scuola oltre che all’economia, al fisco e all’amministrazione in generale, nella storia italiana di colonizzazione del Sud da parte del Nord non farebbe altro che moltiplicare le differenze e aumentare povertà e ignoranza nel meridione a vantaggio del nord arricchito grazie all’immigrazione interna ed esterna e all’accumulo delle razzie perpetrate nel mezzogiorno fin dall’invasione sabauda. La scuola è morta, viva la scuola?”

Giuseppe Campagnoli

 

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Architettura Arte d'oggi cultura Educazione Scuola Varia umanità

L’architettura della scuola e l’educazione alle arti.

In questo autunno 2015 ReseArt rilancia due temi importanti per la cultura italiana e non solo. Uno riguarda i luoghi fisici della città dove si fa cultura e si insegna, l’altro la formazione e l’educazione alle arti dei cittadini in età scolare e non.

Il dossier  completo di ReseArt su questi temi:

 

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L’iniziativa “Scuola senza mura” timidamente lanciata ai primi di Settembre viene riproposta a partire dalla ricerca di amministrazioni sensibili, studenti, docenti e personale della scuola, cittadini, associazioni e privati interessati a fungere da sponsor culturali e/o finanziari e a collaborare per organizzare una giornata di scuola diffusa (La scuola diffusa: provocazione o utopia? – 2012 – Education 2.0nella città con workshops tematici ed una simulazione di una giornata scolastica senza le aule ordinarie. Chiunque fosse concretamente interessato può scrivere e proporre la propria adesione (come sponsor, volontario, partner etc.) a: researt49@gmail.com all’attenzione del Prof. Giuseppe Campagnoli.

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dirigenti pubblici istruzione Scuola italiana

Buon anno scolastico!

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La Buona Scuola non si fa assumendo tutti i precari generati da patti scellerati tra sindacati e governi liberisti senza pensare ad una forma immediata di preparazione universitaria ad hoc e, solo dopo, ad un reclutamento rigoroso e non aleatorio del numero di docenti strettamente necessario alla scuola e in linea con gli standards numerici europei.

La Buona Scuola non si fa mettendo la miseria di 4 miliardi per l’edilizia scolastica quando i piani triennali di qualsiasi paese serio ce ne investono almeno 20 alla volta. Cosa buona sarebbe ripensare l’intero sistema degli spazi per concepire la scuola nella città e nei suoi luoghi di cultura: non più scatole fatiscenti ma chiuse in cui ci si annoia e si vive per lo più in simbiosi col proprio banco!

La Buona Scuola si fa pagando gli insegnanti a livelli europei ma solo dopo averli formati e preparati pedagogicamente e didatticamente e solo dopo aver rivoluzionato l’organizzazione del lavoro, il sistema dei curriculi e delle materie che sarebbe ora sparissero per far posto a saperi integrati e multitasking. La buona scuola si fa pagando gli insegnanti in relazione ad una progressione di carriera legata al merito in un sistema di valutazione (come altrove nel mondo) serio, terzo e scientificamente affidabile.

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L’istruzione artistica: una proposta di rifondazione

Quando manca la scuola viene meno la vera conoscenza e tutto si degrada mentre avanza un nuovo analfabetismo di cui i social networks sono indiscutibili testimoni. Chi ha a cuore il nostro futuro di nazione e di giacimento culturale dovrebbe essere più lungimirante, fornire i mezzi alle buone idee e alle buone pratiche e unirsi in questo sforzo nella stessa direzione prima che sia troppo tardi.Non ha senso fondare ogni giorno una nuova associazione culturale e corporativa che celebra se stessa con seminari e convegni inutili, mentre avrebbe senso mettersi in rete per contribuire a rifondare il settore educativo artistico italiano rendendo disponibili la ricerca, il progetto e la consulenza ai ministri e ai decisori politici di turno, senza disperdere occasioni e risorse che lo Stato dovrebbe una volta per tutte incrementare e rendere disponibili a chi realmente merita. L’educazione e la formazione sono le chiavi per assicurarsi in futuro persone capaci e competenti e prospettive di rilancio dell’unica economia possibile e non effimera in Italia.  

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Scuola, scuola… scuola!

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Cerchiamo di far tesoro delle buone pratiche in campo di sistemi scolastici in Europa e nel mondo laddove, per opinione condivisa, le cose funzionano e cittadini, professori e dirigenti sono abbastanza soddisfatti! Sia il governo che chi protesta studino di più, meglio e insieme ciò che si fa altrove. L’erba del vicino non è sempre più verde ma molto spesso ci si avvicina! Osserviamo come vengono formati, reclutati e valutati docenti e presidi, osserviamo chi dirige l’apparato scolastico in tutte le sue articolazioni; osserviamo cosa e come si insegna ed apprende. Osserviamo le responsabilità che vengono affidate a chi dirige le scuole. Osserviamo gli stipendi ma anche se il posto di lavoro sia eterno nonostante tutto. Osserviamo soprattutto se vi sia competizione, come funziona il sistema pubblico-privato e via discorrendo. Non reputiamoci sempre i migliori e i più democratici perchè abbiamo un passato storico e culturale ingombrante e crediamo di aver fatto solo noi battaglie culturali e sociali, non sempre efficaci e realmente progressiste. Mentre noi spesso facciamo i sofisti nella nostra “società ristretta” gli altri fanno fatti concreti e spesso di qualità! Mentre, come diceva Leopardi, noi ci perdiamo in chiacchiere, feste e chiese (anche nel senso di fazioni) altrove hanno trovato il modo di educare ed istruire un’ampia platea di giovani con risultati mediamente buoni. Non perdiamo tempo solo a lodare i nostri cervelli esportati all’estero e non culliamoci su quei limitati allori.Non è sulle punte di eccellenza che si misura la bontà della scuola. Una buona scuola produce talenti e competenze diffusi e trasversali, non solo splendide eccezioni, seppure numerose, rispetto a una regola di mediocre livello. Ed è qui che si parrà la nobilitate dell’italico sistema di istruzione.

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La rampa e il teatro in una scuola media a Recanati
(Architetti Basilici, Campagnoli, Tarducci – 1977)
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Ministro Politica riforma scolastica Scuola Scuola italiana

La buona scuola. The good school. La bonne école.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Riforme.Reforms.Reformes.

Allegoria della buona scuola italiana. Allegory of the Renzi’s good school. Allégorie de la bonne école de Monsieur Renzi.

Un paese vale quanto la sua scuola. Une nation c’est comme sa école. The school make good country.

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Riforma della scuola. Paura?

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Scuole elementari 1906

Siamo alle solite. La scuola è il motore della società? Allora rimandiamone la riforma o minimizziamola. Come temevamo l’elefante ha partorito il topolino!

La riforma degli annunci mirabolanti si sta riducendo alla solita serie di misure palliative e inutili. Il corpus della scuola non verrà nemmeno sfiorato e sarà tanto se si risolverà, con una italica ricetta ipocrita e minimalista, l’annosa questione dei docenti precari autogenerati nel tempo da una scellerata organizzazione delle risorse umane e, anche, da una incomprensibile sudditanza verso sindacati autoreferenziali che hanno spesso difeso, ammettiamolo, lo status quo  e la quantità, fingendo di puntare alla qualità del servizio pubblico che può essere garantita solo con autentica formazione ricorrente e obbligatoria, valutazione e merito.  Se il fondamento di uno stato moderno è la scuola e se da lì parte tutto il resto siamo alle solite. L’Italia non ripartirà mai veramente. La chiave del successo degli stati emergenti in Europa e nel mondo è la scuola, la cultura, l’educazione e la formazione continua. Gli investimenti nei sistemi scolastici, nelle risorse umane e nelle infrastrutture (edilizia, servizi etc…) negli altri paesi sono, nell’insieme, quasi tripli, rispetto al nostro. Non faremo molta strada se accontenteremo solo le imprese e i lavoratori autonomi a discapito dei servizi pubblici fondamentali e dei contribuenti più assidui e sicuri. Consiglio di confrontare i nostri più recenti articoli con i fatti che stanno accadendo in questi giorni in seno al nostro governo.

Il paese di balocchi

Sulla buona scuola avevamo già scritto

Dare i numeri sulla buona scuola

La scuola buona o la buona scuola?

 Giuseppe Campagnoli 4 Marzo 2015

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Ecomomia Educazione Scuola Sociale

Il dovere di sognare.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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École maternelle publique “Les Petits Moineaux”- Rue Gray, 126 – Ixelles (Bruxelles)

Nel ricordare il geniale maestro Manzi, da uomo che ha passato una vita nella scuola, non posso non pensare ai danni irreparabili che sono stati fatti negli ultimi quarant’anni. Mi rimprovero, da docente e da dirigente di non aver combattuto abbastanza per il diritto negato ad una scuola più rigorosa, più seria e quindi più efficace, contro riforme pensate da tecnici e politici incompetenti e/o in mala fede. Il pernicioso analfabetismo funzionale di cui soffre oggi un’ampia fetta della popolazione italiana diffonde i suoi effetti nefasti sulla concezione della vita, sul lavoro, sulla capacità imprenditoriale, sull’autonomia di giudizio, sul voto e su molti altri aspetti della vita. Ma soprattutto incide in modo pericoloso sulla percezione della democrazia e della libertà. Ho vissuto il troppo letterariamente abusato sessantotto in modo critico, grazie al mio carattere da “bastiancontrario riflessivo” e credo che parte dello stato della scuola italiana di oggi abbia origine da quei tempi e da quei principi travisati ed abusati. L’insieme delle norme e dei comportamenti (a partire dall’infausta riforma della scuola media) sulla formazione dei docenti e sulle carriere scolastiche degli studenti, sulla gestione della scuola, sui curricoli e sulla valutazione, sulle relazioni sindacali e sui rapporti interni alla scuola e tra la scuola e la società, ha inesorabilmente reso il sistema educativo, dalla scuola primaria e secondaria, fino all’università, una fabbrica di ignoranza ma, ahimè, anche di presunzione e supponenza dove le eccezioni confermano solo una diffusa e consolidata regola. E’ inutile entrare nei dettagli discussi e ridiscussi negli ultimi anni ma è utile lanciare un appello affinché le cose cambino anche “copiando” con umiltà qualche eccellenza dei vicini europei, per iniziare a percorrere la strada di un sistema educativo e dell’istruzione più internazionale, teso a colmare il differenziale con altre nazioni che, proprio grazie al loro modo di concepire ed attuare l’istruzione, stanno combattendo concretamente e con successo la crisi economica globale per assicurare un futuro ai loro giovani. La ricetta è sempre quella del buon senso e del coraggio insieme: moltiplicare almeno per 10 gli investimenti, dare in mano a personalità capaci, competenti e “di trincea” le leve per migliorare e consolidare ciò che già funziona ma cambiare subito e con coraggio ciò che non funziona. Non vedo ancora chi lo stia facendo.

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Varia umanità

Educare all’arte

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

L’Associazione ArtemDocere citata sul Venerdi di Repubblica del 22 Febbraio 2014.

L’insegnamento andrebbe reintrodotto fin dalla scuola dell’infanzia e per tutto l’arco della vita.

La cultura e la bellezza impediscono di dover  tornare al “Non è mai troppo tardi” del dopoguerra.

Prima che si a davvero troppo tardi visto che stiamo arrivando a quasi 10 milioni di analfabeti di ritorno occorre una riforma delle riforme subito.

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