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Diario artistico di quarantena

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“Tutto ha inizio i primi del mese di Marzo, quando il noto virus fa la sua comparsa nella penisola costringendo alla chiusura incondizionata le scuole di tutta Italia. Ora potete immaginare cosa può significare per un bambino, che sino a quel momento si era preoccupato di giocare con i compagni, ridere, urlare, leggere e studiare in classe?  Eppure, con la più disarmante semplicità e naturalezza, i piccoli allievi si sono adattati alla nuova modalità, nel mio caso di fare arte a distanza, dimostrando video lezione dopo video lezione la grande capacità creativa che neanche il più navigato artista potesse mai esprimere. Abbiamo raccontato, costruendo un libro pop up, gli artisti e le opere degli ultimi cento anni, dall’impressionismo di Monet, all’avanguardia meno nota di Hundertwasser. Attraverso lo studio della geometria applicata al materiale, è stato quindi possibile creare dei motori di movimento usando le mani e l’ingegno. L’arte del libro in movimento è molto simile alla musica, partendo da un numero abbastanza limitato di meccanismi base, che potremmo paragonare alle note del pentagramma, si riesce a creare un numero infinito di possibilità fondendo con armonia i movimenti alla storia narrata. Ne è uscita una raccolta così bella che sembra voler spuntare fuori dalle pagine del libro da un momento all’altro. Sono orgoglioso ed in qualche modo “felice” di aver vissuto quest’avventura insieme a questi piccoli Artisti…..

Buone vacanze bambini” 

Maestro d’arte Daniele Gigli Scuola primaria Villaggio Scolastico Montessori di Roma.

Una interessante anteprima estemporanea in un’area di quelle auspicate nell’educazione diffusa, un’area che recupera l’intelligenza simbolica, libera e creativa da sempre negletta  e quasi atrofizzata nella scuola istituzionale oppure relegata a bricolage artistico educativo di tanti, troppi attori privati non sempre competenti e disinteressati. Una rivincita del pensiero divergente che in realtà permea anche tutte le aree di conoscenza ed esperienza e ne garantisce l’originalità e la libertà di ricerca, espressione, naturalità e legame con l’ambiente oltre ad una sana capacità critica e di positivo  dissenso. Si auspica che questa come tutte le altre aree esperienziali possano svilupparsi fuori dalle mura del reclusorio scolastico, nella vita reale, nelle città e nei territori.

Scrivono a tal proposito Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli in “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”:

“Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro. Niente come la cultura simbolica può entusiasmarli e vivacizzarli e al contempo vivacizzare il mondo intorno a loro, contribuendo a creare quel circolo virtuoso tra educazione e vita che nulla come l’educazione gaia e diffusa è in grado di promuovere.”

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La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili.

I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i dieci e i quattordici anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i quattordici e i diciannove anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe e agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi.

Meglio di qualsiasi parola ecco le letture creative dell’arte moderna e contemporanea dei bambini con le loro “carte magiche”. Oltre le costrizioni dei muri e degli schermi virtuali che sono solo un pretesto temporaneo e provvisorio.

Giuseppe Campagnoli 6 Giugno 2020

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Le archistelle pontificano

Calatrava

Disegno di Calatrava per Genova

E’ di qualche ora fa la notizia che nella gara tra le due stelle architettoniche dei ponti (pontifices) l’ha spuntata il senatore Renzo Piano. Due ponti, due città, due storie di segni  e una sola filosofia. Venezia e il ponte di Calatrava, Genova e il ponte di Piano. Facili sarebbero le battute se non fosse che ne va dell’architettura, dei soldi pubblici e del decoro di due città emblematiche. Nota è la vicenda del ponte pedonale che conduce al piazzale della stazione a Venezia opera di Santiago Calatrava, multinazionale dell’architettura come Renzo Piano, che mantiene alcune criticità di statica, di barriere architettoniche, di gradini, di costi in generale. Il progetto del ponte di Genova, per ora solo un disegno e un costo preventivato che pare essere, fino a prova contraria, uno slancio da poetico filantropo  del pluripremiato architetto verso la sua città sarà appaltato alle solite note multinazionali. Ammesso che nel frattempo l’altro pontefice non faccia ricorso con la sua cordata di imprese.

Multinazionali gli architetti e le imprese dunque. Alla faccia di tanti professionisti seri e preparati e forse meno mercantili e tecnologici ma più sociali e artisti. L’arte come mercato o il mercato come arte? Questione di stile? Un tempo si parlava dell’architetto condotto, come il medico, una figura di intermediario sociale tra la collettività, la città e il territorio per curare le loro sane trasformazioni: dalla residenza al verde, dai monumenti agli edifici pubblici, dai ponti e grandi strutture (come si chiamava una materia in cui feci un esame complementare tanto tempo fa). Oggi le “cose importanti” non le fanno più gli architetti ma le imprese di architettura e le loro holdings multinazionali con tanti schiavi disegnatori ai remi. E’ sempre il mercato bellezza!

Progetto del ponte di Genova (Renzo Piano)

Integrando le letture fondamentali della città e del movimento moderno si arriva ad acquisire gli strumenti essenziali alle nostra disciplina, li unici strumenti capaci di portare alla costruzione logica di un progetto che non è nient’altro se non di architettura percvhè per essere tale non deve assolutamente sconfinare in campi che non sono di pertinenza dell’architetto e che invece pretendono di risolvere problem di architettura con strumenti che le sono estranei”
“il concetto di funzione preclude l’essenza autonoma dell’oggetto architettonico,facendone una forma concepita per una specializzazione,mistificando la validità di una operazione progettuale che si configure come la costruzione di un manufatto architettonico o di una parte di città che potranno assumere nel tempo diverse funzioni”
“un intervento da architetti nel territorio deve essere solo un progetto di architettura”
“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia in un luogo che è la città, capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sè stessa”
“E’ solo leggendo e scomponendo la città e il territorio nelle loro parti che può derivare il progetto come costruzione dell’ architettura per ristabilire quell’equilibrio spezzato dalla speculazione edilizia e dagli interventi dissennati sul territorio ”

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Il Beaubourg a Parigi. Quando Renzo Piano ( insieme a Franchini e Rogers) forse era solo un architetto.

“Il tempo, si diceva all’università negli anni ’70, si sarebbe dovuto spendere, almeno per un ventennio, nella ricerca urbana e architettonica per costruire uno stile contemporaneo e collettivo sia per la città che per la campagna, per gli edifici pubblici che per quelli privati e residenziali. Niente di tutto ciò in realtà è stato davvero fatto. Basta osservare il territorio : dell’architettura non c’è traccia. Lo stile contemporaneo è un desolante eclettismo informe, un’accozzaglia di manufatti che non hanno nulla di estetico e sovente nemmeno nulla di funzionale. Se si glissa sul comprensibile ma non accettabile analfabetismo estetico e architettonico delle molteplici figure di paraprogettisti, non si può trascurare il penoso vuoto culturale della maggior parte degli architetti sul mercato e la loro vocazione prevalente e comune anche ad altre categorie di professionisti ed imprenditori al mero profitto o alla elucubrazione stilistica fine a se stessa per farne dei monumenti al proprio ego. Non si capisce nemmeno il  gran successo delle nostre archistelle nel mondo se non con un degrado culturale ormai globalizzzato e che giudica l’architettura prevalentemente dai falsi miti della tecnologia e dalla paraecologia. Non ci sarebbe bisogno di tante elucubrazioni tecno-ecologiche se solo si conoscesse la storia e ci si comportasse di[…]”

Venezia e immagini di ponti della storia dell’arte (Il ponte di Langlois di Van Gogh e quello di Dolceacqua di Monet)

Giuseppe Campagnoli 19 Dicembre 2018

Passi di: Giuseppe Campagnoli. “Questione di stile”. ReseArt blog 2014, 2014. Apple Books. https://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewBook?id=876491744

Leggi anche: https://comune-info.net/2018/12/trasformare-e-riadattare-la-citta-diffusa/

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Spadò.Un volto marchigiano tra avventura e arte.

 

Un avventuriero? Un artista? Un eclettico iperattivo? Alberto Spadolini, un figlio dei tempi meravigliosi, oscuri e confusi dell’inizio del ‘900?  Ricordo di averne parlato su questo blog quasi all’inizio della ricerca sulla sua storia al tempo della rassegna d’esordio a Riccione nel 2005 e accennato in alcuni articoli come in “Spadolini un artista eclettico e discusso nel 2012. Ho visto con interesse il documentario “Spadò il danzatore nudo” di Riccardo De Angelis e Romeo Marconi, appena disponibile dopo un lavoro prezioso e intenso del Prof. Marco Travaglini, nipote, estimatore e appassionato di quest’uomo e della sua singolare quanto ancora misteriosa storia. Ci ho trovato tanti ingredienti per un romanzo o un film vero, di vita, di contraddizioni, di arte e di mistero. Non dirò nulla sulla qualità del documentario, sulle interviste, sulla colonna sonora e sugli aspetti tecnici. Del filmato ho apprezzato, nell’insieme, la narrazione della storia e la presentazione  dei documenti che la supportano nonché la sorprendente scoperta di aspetti veramente singolari. Debbo invece dire qualcosa delle mie impressioni sul personaggio Spadò che rappresenta, come tanti altri simili a lui, a volte più famosi forsanche per motivi di mercato, di fortuna o di altro (penso a Campigli, de Chirico, de Pisis, Savinio, Severini, Tozzi, Pesce, gli Italiens de Paris, o Group des sept  ma anche a  Modigliani o  a Boldini molto vicini alle nostre terre). Tutti erano  aspiranti artisti che hanno cercato e spesso trovato ispirazione e fortuna nella  Ville Lumière tra la fine dell”800 e i primi decenni del ‘900.

 

 

La storia finalmente ordinata in una sequenza degli avvenimenti fin qui noti o immaginati, mette in evidenza anche alcune contraddizioni insieme alla versatilità di un personaggio che si è cimentato in molte diverse arti e  attività mondane e forse pure, in qualche modo, si dice, “politiche”. Dalla mia esperienza di architetto e saggista, direttore di scuole d’arte e anche appassionato di fotografia e di video  traggo spunto per segnalare la straordinarietà delle immagini del  suo film , quasi un documentario modernissimo di impressioni: “Rivages de Paris” sottolineato dalle musiche di Django Reinhardt che ben  racconta per immagini di luoghi e personaggi  la relazione intensa tra la città di Parigi e Spadò: un viaggio emblematico che fa ben trasparire il rapporto significativo che c’è stato tra i due. Mi piacerebbe vedere anche un suo altro lavoro che mi incuriosisce fin dal titolo: «Nous les gitans» del 1951.

Credo che una parte importante della storia di Alberto Spadolini sia stata nel rapporto, seppure breve e sfuggente, dal 1932 al 1935   con Joséphine Baker  tra danza e corporeità, tra sensualità al massimo grado, erotismo e figurazioni di un’arte ancora da definirsi e schiudersi. E’ la pittura che mi sembra, nonostante l’enfasi avere un ruolo secondario, seppure presentata anche  da Philippe Daverio che a onor del vero ha una formazione da gallerista e mercante d’arte improvvisatosi critico per passione  e da Stefano Papetti  storico dell’arte marchigiano. L’arte figurativa è un’attività di Spadolini da approfondire di più e meglio ma non posso certo nascondere che mi abbiano colpito   gli spunti interessanti delle rappresentazioni di danzatori e danzatrici  un po’ impressioniste,  futuriste, a tratti anche cubiste e forse  metafisiche come era nella miscellanea di influenze del tempo per chi si cimentasse con l’arte .  Alberto Spadolini fece l’aiuto scenografo e il regista in diverse occasioni e luoghi  e questo sicuramente ha giovato alle competenze e sensibilità pittoriche e visuali ma prevalentemente Spadolini appare più come uomo di palcoscenico e di danza che si caratterizzava come istintiva, primitiva, corporea e quasi tribale, nel senso coreografico ed estetico della parola. Un bel viso di giovane marchigiano nei tratti, in un corpo adatto alla danza potente e libera. Un uomo d’azione artistica tutto sommato, un uomo  futurista anche oltre il futurismo, nel gesto e nel segno. E forse l’incontro giovanile che sembra fugace e precoce con D’Annunzio ha lasciato una forte impronta.  Questa tribalità traspare anche nelle sue figurazioni e non  dimentichiamo  che pure l’arte di Picasso fin oltre il figurativo, (Picasso che pare Spadolini abbia incontrato di riflesso e per mera avventura) aveva una forte impronta di tribalità. Era nei tempi d’altra parte l’amore per l’esotico.

Il singolare eclettismo di Spadò temo non gli abbia permesso di emergere come avrebbe potuto e dovuto ma il tempo ci dà ancora delle chance e studiando più a fondo la sua storia forse si potranno scoprire risvolti che faranno apprezzare un suo lato artistico di talento universale,  predominante tra le tante sue attività e ancora un po’ nascosto e da valorizzare. La danza e la vitalità espressiva sono a mio avviso i talenti artistici emergenti dalla sua storia e dal racconto che ne fanno le immagini, i documenti, le memorie. In trasparenza si evidenzia una mente e un  occhio che vedono e rappresentano poi, col corpo, col disegno e con l’immagine, il mondo in modo esteticamente  originale  come nel suo breve film che, come ho già detto, tra i suoi prodotti, mi ha colpito di più.

Giuseppe Campagnoli 18 Dicembre 2019

 

Qui un libero collage di immagini significative e di repertorio di Alberto Spadolini e di qualche spurio artista dell’epoca. Le immagini dei dipinti di Spadolini sono state cortesemente concesse da Marco Travaglini.

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I mecenati

 

Durante un viaggio tra il piacere dell’errare e la tristezza dell’accadere mi imbatto in una bella e singolare esibizione di migliaia di artisti riuniti  a Trieste nel Salone degli Incanti sotto l’egida mecenate dei Benetton (nella fattispecie Imago Mundi-Luciano Benetton Collection). Mi corre subito un pensiero al danaro, alla sua provenienza, ai mecenati, alle tragedie vecchie e nuove, a Genova e all’Argentina a che cosa sia l’arte e quanto essa sia più o meno serva del mercato o dei sensi di colpa e delle carità pelose dei mecenati filantropi. E mi sorge d’impulso un pensiero: “Hanno sempre tantissimo da farsi perdonare i mecenati e tantissimo anche gli artisti?” Le immagini che vedete senza alcun ulteriore commento sono una scelta di impressioni dettate proprio da questi ed altri sentimenti.

Giuseppe Campagnoli

Trieste 16 Agosto 2018

 

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Le prove del mercato. Invalsi colpisce ancora!

Si sa  che siamo fermamente  contrari a questo tipo di scuola ed al concetto obsoleto e mercantile dell’educazione che si pratica oggi nei paesi del mondo globalizzato. Si sa anche che siamo contrari a qualsiasi forma di classificazione e gara sulle famigerate “conoscenze, competenze e capacità” soprattutto quando fondate sulle perverse tre “I” che imperano ancora e che anche dai programmi politici del “nuovo che avanza” non  pare siano state messe neppure in discussione: informatica, inglese, impresa. Ma non avevamo parlato ancora a fondo della discriminazione palese tra le potenzialità del nostro cervello e del nostro vivere che vede considerare solo alcune abilità come la lingua italiana, la matematica e ora, udite, udite anche la lingua del vecchio e nuovo colonialismo mercantile: l’inglese. Neppure un cenno alle abilità di quella parte del cervello che presiede alle facoltà creative, dell’immaginazione, della rappresentazione e quindi delle arti fondamentali che ancora sono considerate bricolage mentale o appannaggio di rare,  originali, forse anche stravaganti, molto spesso improvvisate figure. Pare che in tutto il mondo l’arte, la musica, il pensiero divergente, la creatività siano degli optionals marginali e irrilevanti per la formazione della persona. Senza l’acquisizione e la padronanza di altri linguaggi che non siano quelli della scuola canonica, la metà della nostra mente invece sarà irrimediabilmente compromessa, al di là di quanto riportano con estrema parzialità le indagini e le rilevazioni internazionali sulla qualità dell’apprendimento scolastico che, con pervicace miopia, insistono sugli stereotipi del saper leggere scrivere e far di conto. Attraverso le indagini OCSE PISA, funzionalissime al mercato globale, si può capire come quella parte essenziale delle conoscenze e delle abilità connessa con la creatività e il fare artistico, prerogativa essenziale, secondo gli studiosi, di almeno la metà del nostro cervello, sia trascurata dalle linee guida dei sistemi educativi.
Le “performances delle competenze” , a livello internazionale, misurate come per una macchina, risultano fondate su rigidi, parziali e anacronistici modelli economici, al limite del saper leggere, scrivere e far di conto trascurando del tutto la creatività , le abilità e le competenze delle arti visuali e tattili, della musica come del movimento del corpo, del teatro e dell’animazione che dovrebbero essere elementi primari dell’educazione e non  corollari quasi ricreativi accanto alle  discipline regine della scuola perchè utilitaristiche e funzionali al capitalismo ed al profitto.

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Privilegiare solamente gli apprendimenti linguistici e logici, umanistici e scientifici ha condotto ad una specie di atrofizzazione cognitiva che ha fatto dell’ arte e del suo apprendimento in Italia e forse anche nel mondo, una specie di riserva per una genialità marginale che “malgré tout” a volte riesce ad avere un successo internazionale soprattutto quando ve se ne ravvisi un utile mercantile. L’ educazione totale va avviata fin dai primi istanti di apprendimento e per tutto l’arco della vita, ricordando che i talenti si costruiscono e si cominciano a consolidare nel periodo di vita da 0 a 5 anni.
E’ fondamentale assicurare pari dignità ad un insieme di abilità e linguaggi che costituiscono il terzo fondamentale asse della formazione dell’ individuo che con gli altri si intreccia e si integra per rendere completa l’umanità.  L’educazione alle arti è un percorso di formazione, anche informale, che si dovrebbe sviluppare per tutte le età dell’uomo, non per una professione – che costituisce solo un segmento del fare arte e non esaurisce affatto l’esigenza umana di produrre e fruire arte nelle sue svariate forme – ma per la completezza della conoscenza e delle possibili abilità.
L’educazione diffusa certamente colmerebbe questo enorme vuoto e i luoghi della città educante sarebbero tutti ricchi di stimoli e di idee e  coinvolgerebbero tutta la sfera di azione della curiosità e dei bisogno di conoscenza ed esperienza  di una persona che cresce.

Giuseppe Campagnoli

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Educazione,scuola,cultura,diffuse.Purchè di qualità.

Prima di andare in vacanza anche se c’è chi dice che da dieci anni lo sia perennemente, vorrei fare una serie di riflessioni a mo’ di aforismi sulle ultime note di ReseArt.

Abbiamo avuto l’immenso piacere di vedere crescere l’idea della Città educante nata con il nostro (Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli) Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato dall’editore Asterios di Trieste proprio in questo scorcio di anno. La crescita, supportata da numerosi eventi di presentazione del libro, seminari, convegni e piccole letture bibliotecarie, ha avuto qualche piccolo nemico ed ostacolo che sulla via della costruzione di nuovi modi e luoghi dell’educazione  sono stati poco più che dei sassolini.

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A  Settembre riprenderà più vigoroso il cammino con la preparazione di esperimenti in diverse città e quartieri e con nuovi confronti di idee, anche contrapposte , con chi non si sia arroccato sulle sue conformiste o paraistituzionali verità. Facendo repertorio di buone pratiche e buone idee la piccola rivoluzione dell’educazione e delle sue architetture avrà tanto slancio da diventare grande e veramente diffusa!

APPUNTI PER IL DISEGNO DELLA CITTA’EDUCANTE

La nostra idea di #scuolasenzamura fondata sulla controeducazione tende progressivamente a fare a meno di edifici e reclusori scolastici dedicati, tende a fare a meno dell’edilizia scolastica in favore della città educante che fa dei suoi luoghi collettivi ed aperti, pubblici e privati che siano, degli spazi per educare, insegnare, apprendere. Il mercato vorrebbe costruire altre scuole e investire in cemento, mattoni, legno…tutto più o meno eco. Numerose joint venture tra pedagogisti, architetti e produttori di arredi scolastici sono omogenee a questa visione liberista e fanno di tutto per teorizzare “spazi che insegnano”, “ambienti di apprendimento” aperti ma sempre delimitati e architetture pedagogiche, sostenendo a spada tratta che si debbano progettare e costruire ancora edifici scolastici. Fanno di tutto per trasformare aule in non meglio identificati spazi di apprendimento che non sono altro che un imbellettamento dei vecchi ambiti con arredi new age e tecno, con spostamenti di banchi e sedie, piccoli soggiorni pedagogici, cucinini studenteschi e cromatismo a gogo. La “scuola diffusa” non sono tanti edifici diffusi per il territorio, non sono un insieme di aule moderniste ma pur sempre aule. La scuola e l’educazione diffusa non sono i kit dell’IKEA che dopo le casette fai da te, agli uffici fai da te, pensa anche alle scuole fai da te. La scuola diffusa fa parte di una idea realmente rivoluzionaria dell’educazione e dei suoi luoghi, un’idea che non può che contestare e criticare decisamente chi invece vuole agire ancora come ai tempi di Papini.  Tranquilli: gli architetti avranno ancora da fare, forse di più e meglio, agendo nel disegno della città, individuando ed esaltando virtù educative in tanti spazi e manufatti urbani, trasformandoli e arricchendoli. E anche gli educatori avranno da fare, forse molto, molto di più. 

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Abbiamo anche parlato di lavoro, di religione, di guerre e di terrorismo, di tutte le arti belle e brutte dell’uomo, del bricolage artistico che spaccia dei semianalfabeti dell’estetica per artisti sopraffini ai fini del solito mercato. Abbiamo parlato dei tutti fotografi, tutti pittori, tutti scrittori e tutti cantanti, e anche ahinoi tutti calciatori e mezzibusti.Un popolo di italici velleitari. Abbiamo fatto rifatto le pulci alle kermesse paraculturali che imperversano per l’Italia con i soliti raccomandati, con le associazioni no profit che di no profit hanno appena il nome e riescono chissà come per anni ad avere sempre le ricche sponsorizzazioni pubbliche e dei privati che con il pubblico hanno molto a che fare. Abbiamo stigmatizzato le false promesse dei governanti pro tempore e le false illusioni degli oppositori anch’essi sotto padrone che solleticano sempre la pancia della gente ma non la sua mente. Abbiamo fatto inc’zzare qualcuno ed esultare molti. Ci hanno elogiato, condiviso e anche abbracciato, ci hanno pure insultato, bannato e bandito da qualche social con la coda lunga fino al polo nord. Ma nessuno ha mai dubitato che le nostre cose ironiche e a volte sarcastiche avessero un fondo molto solido di verità. Le code di paglia non hanno preso fuoco e in quasi un lustro di attività non abbiamo conosciuto un avvocato! Buona estate 2017 a tutti! A presto!

Giuseppe Campagnoli

Giovanni Contardi

Idrione il centurione

Researtù

e tutti i  nostri validi collaboratori fluttuanti…

!5 Luglio 2017

 

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Ritagli di arti varie.

Dopo una carrellata di immagini iconiche del 2016 e del 2017 ripropongo una raccolta di articoli, lettere ed editoriali  tra arte, architettura, scuola e varia umanità. Il volumetto “Ritagli” contiene scritti pubblicati nell’arco di un quinquennio su La Stampa e su varie riviste. Vi si trovano i presupposti e alcuni testi sull’idea di “Scuola diffusa ” e di architettura scolastica “Oltre le aule”, poi sviluppati e ripresi in  recenti pubblicazioni e nel libro a firma di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli: “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa”.

Sotto la copertina il link per il download  dell’antologia “Ritagli” in PDF. Buona lettura!

Giuseppe Campagnoli

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Ritagli

 

 

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Tour: Brussels, Liegi, Aquisgrana.

Carlo Magno e Victor Horta con un po’ di Calatrava (ahiahiahi!)

 

 

Una breve pausa di riflessione con un tour di arte, costume e  storia tra Brussels e Aquisgrana. Maggio 2017. Riprese e musica del nostro  Giuseppe Campagnoli.

 

 

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Dietro l’auto di D’Annunzio. Art déco a Forlì

Behind D’Annunzio’s car

 

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Ancora una volta una bella mostra a Forlì presso il polo museale di San Domenico, ancora una volta i padroni dell’arte vietano di prendere foto e fare riprese. I visitatori sono amanti dell’arte ma non speculatori o mercanti. Vogliono solo avere un ricordo della loro esperienza senza essere costretti a pagare una gabella oltre il biglietto d’ingresso acquistando il catalogo. Vogliono personalizzare la loro memoria visiva raccogliendo dettagli, colori, angoli e prospettive come hanno fatto in altre occasioni soprattutto all’estero. Qui non si può. L’abbiamo scritto altre volte e sempre a proposito dello stesso museo. Questa volta non ci dilunghiamo in pianti e critiche. Ci bastano i numerosi messaggi di dissenso sul libro dei visitatori della mostra. Ci basta ricordare i nostri precedenti articoli: Il Liberty a ForlìGiovanni Boldini a Forlì. Divieto di prendere nota. Le foto nei musei nelle mostre Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre! e ci basta, questa volta, farvi vedere una nostra modesta clip clandestina e pacatamente sarcastica.

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Il diritto di usare il proprio cervello

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La mente è poliedrica ed ha bisogno di libertà.

Dalla mia pregressa esperienza sulla creatività e sulla percezione visiva nonché sulle neuroscienze legate all’estetica ed ai linguaggi non verbali e non scritti (Silvio Ceccato, Pino Parini, Paolo Manzini..) maturata in anni di direzione di istituti artistici mi sono fatto persuaso (come direbbe Montalbano..) superando anche alcune delle posizioni  degli studiosi che ho citato, che ogni persona ha il diritto di poter sviluppare ed usare allo stesso modo ogni porzione della sua mente senza privilegiare o peggio escludere a priori alcune delle sue facoltà. Leggere, capire e rielaborare, scrivere e far di conto, disegnare e suonare, percepire e restituire diversi stimoli esterni che siano essi audiovisivi o subliminali è un diritto che deve essere garantito a tutti in una accezione complessa e completa dell’educazione. Ciò che è avvenuto nella storia e ciò che ancora sta avvenendo è invece che i linguaggi di volta in volta utili al potere ed al mercato sono quelli privilegiati nella formazione istituzionale e informale dell’individuo. A volte fa comodo che si sappia leggere e scrivere (con juicio) e comprendere (in superficie) ciò che si legge ma non che si sia creativi e preparati in altri linguaggi. A volte fa comodo che non si sappia più leggere e scrivere ma che si sia pronti e reattivi (in direzione precostituita) agli stimoli audiovisivi e subliminali confezionati ad usum delphini. Non fa mai comodo che si sia capaci di far funzionare la  mente pienamente e senza far atrofizzare alcuna delle sue parti precludendo magari di andare oltre fino a scoprire ed usare facoltà ancora latenti o del tutto sconosciute? Non è certamente funzionale a chi ci deve organizzare e controllare che ognuno sia talmente dotato da percepire tutte le sfumature del mondo! Nelle scuole artistiche c’era fino a poco tempo fa (finché non sono state licealizzate) un valore aggiunto che faceva spaziare le menti oltre il “classico” e lo “scientifico” ed è per questo che qualcuno esclamava “strane scuole, strani insegnanti e strani studenti!”. Erano luoghi già anticipatamente aperti e pronti alla diffusione della scuola. Si facevano più che sporadicamente lezioni all’aperto, nei musei, nelle biblioteche, in spiaggia, nei laboratori e nelle botteghe artistiche e la creatività si espandeva in modo esponenziale quando, ahimè, non veniva ricondotta alla regola del coacervo delle cosiddette “materia culturali” (italiano, matematica, fisica..) che si muovevano ancora, come in una istruzione parallela, secondo le regole ottuse della scuola murata, classificatoria, competitiva e sanzionatoria. Nelle materie artistiche, già alla fine degli anni ’60 c’era il lavoro collettivo, il dialogo continuo con la città ed il territorio e un tipo di valutazione condivisa quasi “auto” e in progress. Per questo è necessario battersi affinché il diritto allo sviluppo completo delle menti dei nostri bambini e giovani e il recupero di certe facoltà da parte di adulti ed anziani diventi uno degli obbiettivi fondamentali dell’educazione. Infatti quando fosse inattiva, perché non stimolata ed educata, anche una piccola porzione di cervello  il resto ne risulta irrimediabilmente sminuito o compromesso.

Giuseppe Campagnoli

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Ancora un successo!

ReseArt con il suo filmaker “soloperpassione”  Giuseppe Campagnoli, dopo il riconoscimento nel 2015 con il cortometraggio ironico “Rondeaux Ex pòP 2015” ha ricevuto una nuova menzione onorevole nella competizione del 2016 della London International Creative Competition per il video musicale “Bella Ciao 2016”. Qui sono stati premiati oltre al linguaggio visivo anche la performance musicale dell’autore. E’ appena il caso di ricordare che entrambi i prodotti sono caratterizzati da un evidente impegno critico, nei contenuti, sull’attuale situazione dell’arte, del mercato e della politica nel mondo in cui viviamo, filtrato attraverso il paese da cui si osserva: l’Italia, la sua storia e le sue odierne contraddizioni. Ora, sia ReseArt che il suo autore si possono fregiare del logo di “Vincitore” della edizione 2016.

https://youtu.be/iQRk4D7ShBU

 

London International Creative  Competition

“MISSION STATMENT:

London International Creative Competition is a vehicle for facilitating contact between uniquely talented artists and an international audience.

LONDON CREATIVE COMPETITION:

LICC invites passionate visual artists from around the glob to submit their innovative artwork for inclusion in the LICC competition. The artwork is juried by a board of internationally luminaries of the visual arts. The jury-selected Final Selection and Shortlist is published in the LICC Annual Awards Book, on this website and is announced to the creative arts and media outlets worldwide.

LONDON CREATIVE AWARDS:

One prize-winner will be chosen by the jury from the list of 15 FINALISTS to receive the £2,000 cash prize. All fifteen on finalists will receive the LICC Awards unique trophy.

THE TROPHY

It has been designed by Architect ARSHIA of VOID Inc. Each Finalist will receive a segment of the LICC Awards slate. When each trophy is fit together, it will form a completed piece of art work, like a jigsaw puzzle. On the 10th anniversary of LICC, all the artist along with their trophies, will gather together and present their altered trophy. At that time, these piece will be united, combined, and put on display at an exhibition in London.

HISTORY

LICC concept was developed originally by two artists, Launa Bacon for Farmani Group in 2006. Among other things, Farmani group has founded many charities, businesses, and organizations including the award-winning VUE magazine, The Lucie Awards (the Oscars of photography), , Focus on AIDS, International Photography Awards, Px3-PRIX DE LA PHOTOGRAPHIE PARIS, Art For New York, the Farmani Gallery, aNet Communications, and Design Awards.

Competitions will be held annually followed by an an awards ceremony and publication.

Based in the internationally acclaimed artistic center of London, LICC hosted the first awards show in June 2008.”

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Arte della moda a Pesaro

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri una notizia che riguarda l’indirizzo di Fashion Design del Liceo Artistico di Pesaro. Non è la prima volta che allievi dell’istruzione artistica italiana e pesarese si fanno valere nel mondo del lavoro creativo  e dell’arte. Forse non c’era bisogno di una “Buona Scuola” per ottenere risultati importanti nel campo delle formazione artistica come è avvenuto anche quando le scuole dell’arte applicata si chiamavano Scuole d’arte o Istituti d’arte: forse anche meglio allora di oggi, svilite come sono da una licealizzazione imposta ma non condivisa da riforme azzardate e superficiali.

Giuseppe Campagnoli

14 Dicembre 2016

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“Sabato 3 Dicembre scorso si è tenuto un incontro tra tutte le classi dell’Indirizzo Fashion Design e Andrea Orazi un ex allievo uscito dalla scuola nel 2005. Diplomato presso l’allora Istituto d’Arte Mengaroni lo studente ha proseguito gli studi presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA) conseguendo il titolo “diploma di laurea di alta formazione artistica”. Successivamente ha insegnato all’Istituto Europeo di Design (IED) per poi approdare alla Maison Versace di Milano dove attualmente è corresponsabile (prèmiere d’atelier) della linea abiti da sera, nunziali e tutti i capi di alta moda Della maison. Durante la riunione, alla presenza delle insegnanti dell’ex studente Prof. Cinzia Paccaroni e Maria Massa ed alle altre insegnanti della sezione Barbara Billi e Cristina Vecchioni, Andrea Orazi ha raccontato il suo percorso di formazione e lavorativo addentrandosi nelle pieghe delle modalità di lavoro e di relazione all’interno di un atelier di alta moda così famoso e prestigioso. Gli studenti, affascinati dalla sua disponibilità, competenza e dalla sua passione, hanno posto domande e chiesto di approfondire alcuni aspetti che li coinvolgevano particolarmente finanche al dettaglio personale. Il messaggio è stato che solo con umiltà, determinazione, onestà e lavoro si può realizzare il sogno della moda e che le nostre scuole, a dispetto di tutto, sono ancora solide ed efficaci”

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Tutti fotografi!

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Non c’è un'”arte” più diffusa della fotografia. Ma il più delle volte è solo un hobby. Oggi tutti scrivono (persino Fabio Volo e Littizzetto, calciatori e giornalisti, giornalai e mezzibusti), tutti sanno di calcio e sono opinionisti di tutto, prendendosi anche sul serio, tutti vanno in bici bardati come professionisti (e questo non sarebbe male se non fosse che spesso lo si fa in mezzo alle polveri sottili) tutti sono pittori, scultori, musicisti, cantanti e ballerini a tempo perso (o perduto per sempre!). Ma non ci sono mai stati tanti fotografi e videomakers che,oltretutto,si credono artisti, spesso illusi da greggi di followers neoanalfabeti! Ho diretto scuole artistiche in cui si insegnava la fotografia e il cinema, ho selezionato docenti di cinema e fotografia, sono stato nella lista degli esperti disinteressati per l’EACEA (Commissione Europea) di arti visive e creatività ed ho umilmente partecipato con qualche successo ad attività di formazione e a kermesses video-fotografiche. Sarei in grado di distinguere un po’ il grano dall’oglio perché ho studiato e conosco la prospettiva, le tecniche di rappresentazione, la composizione, l’impaginazione, la scelta delle inquadrature, la teoria delle ombre e delle luci… Proprio di recente, in uno scambio interessante sui social, qualcuno sosteneva pervicacemente che l’arte fotografica (come altre) non dipende dalla scuola, dall’opinione dei critici o dall’essere educati, esperti o istruiti ma da un quid che, a dire la verità, non ha ben saputo definire. Uno spirito? Un folletto? Uno gnomo? Un’illuminazione mistica? Come dice il detto: tutti fotografi, nessun fotografo! Il vero artista, dopo aver fatto uno scatto o una ripresa, resa unica rigorosamente con una stampa o un prototipo digitale indelebili firmati e numerati, dovrebbe saper motivare poeticamente (nel senso del poiein) il suo gesto anche con ragioni biografiche, ideali e culturali, con le emozioni, con la saggezza della tecnica e dell’arte applicata di cui dovrebbe conoscere tutti i segreti sapendoli comunicare e trasmettere. Andate invece sui coacervi di Facebook, Instagram, Flickr, National Geografic. Troverete di tutto e di più ma non una traccia di arte. Solo bricolage e hobby vacanziero o domenicale! E qualcuno ha anche il coraggio di tirare in ballo gli impressionisti che c’entrano (eccome!) ma avevano ben altra solida formazione figurativa.Non basta aver avuto un negozio di fotografo o avere una passioncella dilettantesca per sentirsi o farsi dire da altrettanti dilettanti un artista. Perché l’arte, scusate se mi ripeto per l’ennesima volta credo sia in queste parole:

“Ricordo sinteticamente e condivido in proposito da Maurizio Ferraris “ARTE”:
Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire, anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
Che provochi solo accidentalmente conoscenza.La funzione prioritaria non è la conoscenza.
Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
Che sia una cosa che finge di essere persona.
Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte. Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte, la sua preparazione certa, il suo fondamentale disinteresse economico.”

Vale anche per la fotografia e il cinema.

Giuseppe Campagnoli

SAPRESTE DIRE QUALE DI QUESTE FOTO SIA ARTE?

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I sophismi di Christo,Ludovico Einaudi e Popsophia.

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15/06/2016 Wahlenbergbreen Glacier, Svalbard, Norway Greenpeace holds a historic performance with pianist Ludovico Einaudi on the Arctic Ocean to call for its protection Through his music, acclaimed Italian composer and pianist Ludovico Einaudi has added his voice to those of eight million people from across the world demanding protection for the Arctic. Einaudi performed one of his own compositions on a floating platform in the middle of the Ocean, against the backdrop of the Wahlenbergbreen glacier (in Svalbard, Norway). The famous musician travelled on board Greenpeace ship Arctic Sunrise on the eve of a significant event for the future of the Arctic: this week's meeting of the OSPAR Commission, which could secure the first protected area in Arctic international waters. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No ventas -No Archivos - Uso editorial solamente - Uso libre solamente para 14 días después de liberación. Foto proporcionada por GREENPEACE, uso solamente para ilustrar noticias o comentarios sobre los hechos o eventos representados en esta imagen. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No sales - No Archives - Editorial Use Only - Free use only for 14 days after release. Photo provided by GREENPEACE, distributed handout photo to be used only to illustrate news reporting or commentary on the facts or events depicted in this image. 15/06/2016. Glaciar Wahlenbergbreen, Svalbard, Noruega Greenpeace organiza un concierto histórico con el pianista Ludovico Einaudi en el océano Ártico para pedir su protección El prestigioso compositor y pianista italiano Ludovico Einaudi ha unido su voz, a través de la música, a la de los ocho millones de personas de todo el mundo que piden la protección del Ártico, con la interpretación de una pieza creada especialmente para la ocasión sobre una plataforma flotante en mitad de ese océano, frente al glaciar Wahlenbergbreen (en Svalbard, Noruega). Einaudi ha viajado al Ártico a bordo del barco de Greenpeac image

Christo, Ludovico Einaudi e Popsohia (o #Popsophismi?) hanno in comune l’effimero, il mercantile e il culturalmente inutile di certe performances. Quello che noi abbiamo chiamato in altre occasioni bricolage artistico assurge a bricolage culturale e mediatico, il peggio del peggio della degradazione delle arti, della filosofia e della musica (che abbiamo anche apprezzato in passato, in altri contesti e con meno ipocrisia) per delle kermesses disneyane e saltimbanchesche dove spesso il pop di popolare sta nel bluff culturale populista e nella diseducazione indotta per la gente, appunto, per il popolo abituato a digerire tutto purché sia sensazionale e “strano”.

Per una volta ci troviamo d’accordo perfino con Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio e continuiamo ad esserlo con i commenti di Flavio Caroli sulle mostre ed i mostri sparsi per questa Italiota supponente post moderna. Non si offendano gli anfitrioni di cotali avvenimenti, la critica è sempre un sano contributo alla crescita, al condurre l'”errore” all’erranza creativa, alla trasparenza ed all’autocritica. sempre che non ci si irrigidisca male propria prosopopaica presunzione.

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Mente confusa o confusamente?

Christo è un gran saltimbanco delle forme e della provocazione. Ha capito da tempo un certo mercato globale dell’arte, inventato dai liberisti d’oltre oceano che hanno lanciato come arte tutto e il contrario di tutto, scambiando per arte perfino la nota denuncia puntuale di Duchamp su ciò che può e deve essere considerato arte. La nostra pagina ARTE.ARTE!ARTE?  descrive bene il pensiero di chi ha passato una vita ad insegnare l’arte e a dirigere scuole d’arte avendone titoli e passione. Avevamo messo Ludovico Einaudi in contrapposizione con un altro saltimbanco del mercato come Giovanni Allevi e ora ce lo ritroviamo nel mercato dell’effimero, seppure mascherato da campagna ecologista. Sappiamo bene come rock stars, attori, scrittori etc. si avvantaggino economicamente  grazie alle loro perfette campagne  di solidarietà e mecenatismo a 360 gradi!

Ma ora scendiamo dalle stelle e torniamo al nostro piccolo orticello provinciale. Qui una versione local sono le ammucchiate-eventi come quello del no profit (?) Popsophia che rubando consensualmente un’idea, in fondo buona ma ben più nota, dai nostri cugini d’oltralpe, sta imperversando per tutta la regione, anche grazie a fondi pubblici e volontariato gratuito, macinando ineffabili consensi istituzionali e anche, ahinoi, di popolo coltivato nelle riforme scolastiche del ’68.  Se per ogni evento simil artistico o pseudo culturale ci si chiede: “cui prodest?” nel caso del baraccone di Popsophia ripetiamo, sperando che giovino, le nostre ricorrenti domande ancora senza risposta.E intanto il tormentone ricomincia a Pesaro dal tramonto che speriamo forse in una promettente metafora.

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Foto di dominio pubblico  tratte dal web

Le paternità di Popsophia

© PoPsoPhia

Il marchio registrato della rivista Lo Sguardo

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La settima stagione di Pop Philosophia in Francia (dal 2008!)

“Lorsque Gilles Deleuze inventa le concept de « pop’philosophie », ce n’était pas pour désigner une nouvelle forme de philosophie, qui ferait de la « pop culture » son objet ou son but. La « pop’philosophie » que Deleuze avait en tête ne se voulait pas philosophie de tel ou tel objet, de tel ou tel moment, ou de tel ou tel phénomène puisé dans l’air du temps ou le flux de l’époque. Au contraire, il y avait quelque chose d’aristocratique, et en même temps d’un peu pervers, dans l’idée de « pop’philosophie » : une manière d’être encore plus philosophique qu’avant, encore plus abstrait, encore plus conceptuel.”…
Da Laurent de Sutter

Nel nostro piccono endroit provinciale le domande parafilosofiche sono invece:

  1. Chi paga?
  2. Chi ci guadagna?
  3. Perché un’associazione culturale no profit dovrebbe usare il reclutamento-sfruttamento di volontarigratisetamoredei?
  4. Perché le scuole e le istituzioni si prestano a questo gioco?
  5. Perché i temi nonostante il prefisso Pop non sono poi così popolari?
  6. E gli artisti? Chi sono molti di questi carneadi?
  7. E le vedettes e i mezzi busti peripatetici della Kultura dominante? Perché sempre gli stessi? Vengono gratisetamoredei?
  8. E la trasparenza?
  9. Dove troveremo un bilancio dettagliato e  pubblico degli eventi?

NOTA BENE: PER AVER ESPRESSO I MEDESIMI DUBBI E LEGITTIME PERPLESSITÀ’ LO SCORSO ANNO SIAMO STATI BLOCCATI E CENSURATI SU QUASI TUTTI I PROFILI E I SITI DI POPSOPHIA. IL NOSTRO MESSAGGIO E’ STATO COMUNQUE RECEPITO DA MOLTI.

PER LA POPTRASPARENZA, LA POPDEMOCRAZIA E ANCHE..LA POPFILOSOFIA SIAMO PRONTI AD INTERVISTARE LE MENTI FORMIDABILI DELLA KERMESSE, SENZA PELI SULLA LINGUA, PONENDO LE NOSTRE 9 DOMANDE 9 E, MAGARI, DISCUTENDO DEL PIU’ E DEL MENO, DELLE ARTI E DELLE LETTERATURE, NONCHE’ DELLE POP SOPHISTICHERIE! SE NON CI SARA’ CONCESSO,COME TEMIAMO, QUESTO ONORE RISPONDEREMO DA SOLI CON LE INFORMAZIONI CHE I NOSTRI BLOGGERS RACCOGLIERANNO IN GIRO.

Giuseppe Campagnoli 23 Giugno 2016

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Un film sull’artista Spadolini.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

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L’oro d’Italia: l’arte.

Nel mio ampio excursus con gli articoli su ReseArt relativamente a che cosa sia arte e che cosa sia invece solo mercimonio e bricolage redditizio, a che cosa sia l’educazione formale ed informale all’arte in tutto l’arco della vita e in quali luoghi si debba praticare e con quali insegnanti, traspariva l’essenza preziosa di tutte le arti, anche come veicolo, quando sana e reale, di rilancio non speculativo dell’economia di un paese. Mi piace citare una frase del Prof.  Flavio Caroli   che dirime a pieno la vexata quaestio della qualità in campo artistico. Ci si riferiva espressamente a mostre ed eventi di arte figurativa ma il concetto appare valido anche per il teatro, il cinema, la musica, i laboratori “artistici” per infanti, anziani, dilettanti e dilettevoli, le scuole di danza, di canto, di musica, di arti varie che crescono come funghi a volte buoni a volte velenosi, le kermesses cultural popolari di cui oggi è piena l’Italia con alterne sorti di valore (abbiamo parlato e riparleremo presto, per esempio, della nostra vicina Popsophia o “Popsophisma” come l’abbiamo ribattezzata).

ARTE, ARTE! ARTE?

La-porta-del-tempo

ineffabile bricolage artistico di uno dei soliti carneadi con una curiosa storia

L’oro d’Italia nella migliore delle ipotesi sta facendo arricchire altri paesi più efficienti o forse più furbi (vedi il Regno Unito con la mostra su Pompei fatta poco tempo fa con i nostri reperti concessi ad una contropartita ridicola), nella peggiore si sta trasformando in rovine materiali e spirituali per il degrado e l’abbandono gridati da anni, la scarsa qualità degli eventi, la speculazione di enti e privati, la superficialità ed il proliferare di associazioni, personaggi e congreghe incompetenti e spesso anche supponenti.

Ecco una galleria di veri artisti, falsi artisti, dilettanti, buffoni, truffaldini e mentecatti,saltimbanchi delle arti. Chi possiede cultura profonda non fatica a riconoscerli.