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Educazione,scuola,cultura,diffuse.Purchè di qualità.

Prima di andare in vacanza anche se c’è chi dice che da dieci anni lo sia perennemente, vorrei fare una serie di riflessioni a mo’ di aforismi sulle ultime note di ReseArt.

Abbiamo avuto l’immenso piacere di vedere crescere l’idea della Città educante nata con il nostro (Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli) Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato dall’editore Asterios di Trieste proprio in questo scorcio di anno. La crescita, supportata da numerosi eventi di presentazione del libro, seminari, convegni e piccole letture bibliotecarie, ha avuto qualche piccolo nemico ed ostacolo che sulla via della costruzione di nuovi modi e luoghi dell’educazione  sono stati poco più che dei sassolini.

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A  Settembre riprenderà più vigoroso il cammino con la preparazione di esperimenti in diverse città e quartieri e con nuovi confronti di idee, anche contrapposte , con chi non si sia arroccato sulle sue conformiste o paraistituzionali verità. Facendo repertorio di buone pratiche e buone idee la piccola rivoluzione dell’educazione e delle sue architetture avrà tanto slancio da diventare grande e veramente diffusa!

APPUNTI PER IL DISEGNO DELLA CITTA’EDUCANTE

La nostra idea di #scuolasenzamura fondata sulla controeducazione tende progressivamente a fare a meno di edifici e reclusori scolastici dedicati, tende a fare a meno dell’edilizia scolastica in favore della città educante che fa dei suoi luoghi collettivi ed aperti, pubblici e privati che siano, degli spazi per educare, insegnare, apprendere. Il mercato vorrebbe costruire altre scuole e investire in cemento, mattoni, legno…tutto più o meno eco. Numerose joint venture tra pedagogisti, architetti e produttori di arredi scolastici sono omogenee a questa visione liberista e fanno di tutto per teorizzare “spazi che insegnano”, “ambienti di apprendimento” aperti ma sempre delimitati e architetture pedagogiche, sostenendo a spada tratta che si debbano progettare e costruire ancora edifici scolastici. Fanno di tutto per trasformare aule in non meglio identificati spazi di apprendimento che non sono altro che un imbellettamento dei vecchi ambiti con arredi new age e tecno, con spostamenti di banchi e sedie, piccoli soggiorni pedagogici, cucinini studenteschi e cromatismo a gogo. La “scuola diffusa” non sono tanti edifici diffusi per il territorio, non sono un insieme di aule moderniste ma pur sempre aule. La scuola e l’educazione diffusa non sono i kit dell’IKEA che dopo le casette fai da te, agli uffici fai da te, pensa anche alle scuole fai da te. La scuola diffusa fa parte di una idea realmente rivoluzionaria dell’educazione e dei suoi luoghi, un’idea che non può che contestare e criticare decisamente chi invece vuole agire ancora come ai tempi di Papini.  Tranquilli: gli architetti avranno ancora da fare, forse di più e meglio, agendo nel disegno della città, individuando ed esaltando virtù educative in tanti spazi e manufatti urbani, trasformandoli e arricchendoli. E anche gli educatori avranno da fare, forse molto, molto di più. 

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Abbiamo anche parlato di lavoro, di religione, di guerre e di terrorismo, di tutte le arti belle e brutte dell’uomo, del bricolage artistico che spaccia dei semianalfabeti dell’estetica per artisti sopraffini ai fini del solito mercato. Abbiamo parlato dei tutti fotografi, tutti pittori, tutti scrittori e tutti cantanti, e anche ahinoi tutti calciatori e mezzibusti.Un popolo di italici velleitari. Abbiamo fatto rifatto le pulci alle kermesse paraculturali che imperversano per l’Italia con i soliti raccomandati, con le associazioni no profit che di no profit hanno appena il nome e riescono chissà come per anni ad avere sempre le ricche sponsorizzazioni pubbliche e dei privati che con il pubblico hanno molto a che fare. Abbiamo stigmatizzato le false promesse dei governanti pro tempore e le false illusioni degli oppositori anch’essi sotto padrone che solleticano sempre la pancia della gente ma non la sua mente. Abbiamo fatto inc’zzare qualcuno ed esultare molti. Ci hanno elogiato, condiviso e anche abbracciato, ci hanno pure insultato, bannato e bandito da qualche social con la coda lunga fino al polo nord. Ma nessuno ha mai dubitato che le nostre cose ironiche e a volte sarcastiche avessero un fondo molto solido di verità. Le code di paglia non hanno preso fuoco e in quasi un lustro di attività non abbiamo conosciuto un avvocato! Buona estate 2017 a tutti! A presto!

Giuseppe Campagnoli

Giovanni Contardi

Idrione il centurione

Researtù

e tutti i  nostri validi collaboratori fluttuanti…

!5 Luglio 2017

 

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Il diritto di usare il proprio cervello

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La mente è poliedrica ed ha bisogno di libertà.

Dalla mia pregressa esperienza sulla creatività e sulla percezione visiva nonché sulle neuroscienze legate all’estetica ed ai linguaggi non verbali e non scritti (Silvio Ceccato, Pino Parini, Paolo Manzini..) maturata in anni di direzione di istituti artistici mi sono fatto persuaso (come direbbe Montalbano..) superando anche alcune delle posizioni  degli studiosi che ho citato, che ogni persona ha il diritto di poter sviluppare ed usare allo stesso modo ogni porzione della sua mente senza privilegiare o peggio escludere a priori alcune delle sue facoltà. Leggere, capire e rielaborare, scrivere e far di conto, disegnare e suonare, percepire e restituire diversi stimoli esterni che siano essi audiovisivi o subliminali è un diritto che deve essere garantito a tutti in una accezione complessa e completa dell’educazione. Ciò che è avvenuto nella storia e ciò che ancora sta avvenendo è invece che i linguaggi di volta in volta utili al potere ed al mercato sono quelli privilegiati nella formazione istituzionale e informale dell’individuo. A volte fa comodo che si sappia leggere e scrivere (con juicio) e comprendere (in superficie) ciò che si legge ma non che si sia creativi e preparati in altri linguaggi. A volte fa comodo che non si sappia più leggere e scrivere ma che si sia pronti e reattivi (in direzione precostituita) agli stimoli audiovisivi e subliminali confezionati ad usum delphini. Non fa mai comodo che si sia capaci di far funzionare la  mente pienamente e senza far atrofizzare alcuna delle sue parti precludendo magari di andare oltre fino a scoprire ed usare facoltà ancora latenti o del tutto sconosciute? Non è certamente funzionale a chi ci deve organizzare e controllare che ognuno sia talmente dotato da percepire tutte le sfumature del mondo! Nelle scuole artistiche c’era fino a poco tempo fa (finché non sono state licealizzate) un valore aggiunto che faceva spaziare le menti oltre il “classico” e lo “scientifico” ed è per questo che qualcuno esclamava “strane scuole, strani insegnanti e strani studenti!”. Erano luoghi già anticipatamente aperti e pronti alla diffusione della scuola. Si facevano più che sporadicamente lezioni all’aperto, nei musei, nelle biblioteche, in spiaggia, nei laboratori e nelle botteghe artistiche e la creatività si espandeva in modo esponenziale quando, ahimè, non veniva ricondotta alla regola del coacervo delle cosiddette “materia culturali” (italiano, matematica, fisica..) che si muovevano ancora, come in una istruzione parallela, secondo le regole ottuse della scuola murata, classificatoria, competitiva e sanzionatoria. Nelle materie artistiche, già alla fine degli anni ’60 c’era il lavoro collettivo, il dialogo continuo con la città ed il territorio e un tipo di valutazione condivisa quasi “auto” e in progress. Per questo è necessario battersi affinché il diritto allo sviluppo completo delle menti dei nostri bambini e giovani e il recupero di certe facoltà da parte di adulti ed anziani diventi uno degli obbiettivi fondamentali dell’educazione. Infatti quando fosse inattiva, perché non stimolata ed educata, anche una piccola porzione di cervello  il resto ne risulta irrimediabilmente sminuito o compromesso.

Giuseppe Campagnoli

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arte Arte d'oggi Cinema fotografia fotografia e video fotografie riprese Varia umanità

Tutti fotografi!

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Non c’è un'”arte” più diffusa della fotografia. Ma il più delle volte è solo un hobby. Oggi tutti scrivono (persino Fabio Volo e Littizzetto, calciatori e giornalisti, giornalai e mezzibusti), tutti sanno di calcio e sono opinionisti di tutto, prendendosi anche sul serio, tutti vanno in bici bardati come professionisti (e questo non sarebbe male se non fosse che spesso lo si fa in mezzo alle polveri sottili) tutti sono pittori, scultori, musicisti, cantanti e ballerini a tempo perso (o perduto per sempre!). Ma non ci sono mai stati tanti fotografi e videomakers che,oltretutto,si credono artisti, spesso illusi da greggi di followers neoanalfabeti! Ho diretto scuole artistiche in cui si insegnava la fotografia e il cinema, ho selezionato docenti di cinema e fotografia, sono stato nella lista degli esperti disinteressati per l’EACEA (Commissione Europea) di arti visive e creatività ed ho umilmente partecipato con qualche successo ad attività di formazione e a kermesses video-fotografiche. Sarei in grado di distinguere un po’ il grano dall’oglio perché ho studiato e conosco la prospettiva, le tecniche di rappresentazione, la composizione, l’impaginazione, la scelta delle inquadrature, la teoria delle ombre e delle luci… Proprio di recente, in uno scambio interessante sui social, qualcuno sosteneva pervicacemente che l’arte fotografica (come altre) non dipende dalla scuola, dall’opinione dei critici o dall’essere educati, esperti o istruiti ma da un quid che, a dire la verità, non ha ben saputo definire. Uno spirito? Un folletto? Uno gnomo? Un’illuminazione mistica? Come dice il detto: tutti fotografi, nessun fotografo! Il vero artista, dopo aver fatto uno scatto o una ripresa, resa unica rigorosamente con una stampa o un prototipo digitale indelebili firmati e numerati, dovrebbe saper motivare poeticamente (nel senso del poiein) il suo gesto anche con ragioni biografiche, ideali e culturali, con le emozioni, con la saggezza della tecnica e dell’arte applicata di cui dovrebbe conoscere tutti i segreti sapendoli comunicare e trasmettere. Andate invece sui coacervi di Facebook, Instagram, Flickr, National Geografic. Troverete di tutto e di più ma non una traccia di arte. Solo bricolage e hobby vacanziero o domenicale! E qualcuno ha anche il coraggio di tirare in ballo gli impressionisti che c’entrano (eccome!) ma avevano ben altra solida formazione figurativa.Non basta aver avuto un negozio di fotografo o avere una passioncella dilettantesca per sentirsi o farsi dire da altrettanti dilettanti un artista. Perché l’arte, scusate se mi ripeto per l’ennesima volta credo sia in queste parole:

“Ricordo sinteticamente e condivido in proposito da Maurizio Ferraris “ARTE”:
Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire, anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
Che provochi solo accidentalmente conoscenza.La funzione prioritaria non è la conoscenza.
Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
Che sia una cosa che finge di essere persona.
Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte. Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte, la sua preparazione certa, il suo fondamentale disinteresse economico.”

Vale anche per la fotografia e il cinema.

Giuseppe Campagnoli

SAPRESTE DIRE QUALE DI QUESTE FOTO SIA ARTE?

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artisti E learning educazione artistica formazione fotografia fotografia e video imparare l'arte Varia umanità

E-learning ed arte.Il caso MoMa.

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Impara l’arte a distanza? Il caso di “Seeing Through Photographs” or Seeing Through american Photographs?

Ho sempre sottolineato i limiti della formazione e dell’apprendimento a distanza. Senza le relazioni di un lavoro cooperativo in presenza e la guida di uno o più “maestri” l’apprendimento e l’acquisizione di competenze sono limitati e, spesso, effimeri. Nelle arti, soprattutto applicate, queste considerazioni valgono ancora di più. Ho iniziato, soprattutto per sperimentare, un corso sulla fotografia lanciato sulla piattaforma Coursera dal Museo di Arte Moderna di New York (MoMa). Quasi a metà del percorso mi sono reso conto della pochezza e della aleatorietà dell’offerta. A parte l’incenso continuo e predominante riservato al museo ed ai fotografi d’oltre oceano nella parte teorica e storica, il progetto  non offre la possibilità di apprendere a realizzare un proprio prodotto fotografico magari valutato, dopo un precorso di apprendimento tecnico e artistico. Il corso poteva essere anche offerto a distanza per la tecnica e la pratica, finanche con una parte di verifica e valutazione, visto che, per esempio, numerosi sono i concorsi di fotografia che ti consentono agevolmente di caricare le tue opere da sottoporre al vaglio di giurie internazionali. Niente di tutto ciò. Le lezioni che seguono nel programma non prevedono altro se non contenuti audiovisivi, selezionati ad usum delphini, da studiare e riportare nei terribili questionari finali che, a ben osservare e provare con adeguate strategie, sono superabili anche con risposte del tutto casuali a partire dal terzo tentativo!

Alla fine del corso ecco invece l’ineffabile, risibile, prova finale, tesa a far acquisire la certificazione didattica, che lascio alla traduzione del lettore:

“Assignment: Final Project

Instructions       Now that you have completed the coursework for Seeing Through Photographs, use the following prompts to demonstrate your understanding of the course content.

Prompt 1 requires you to reflect on the concepts presented in the course modules and convey your interest in and understanding of those concepts.

Prompt 2 gives you the opportunity to select an image or series of images that relate to what you learned while taking this course and describe how and why this is a good addition to the module of your choice.
Review criterialess
When evaluating final projects use the rubric provided below, referring back to the course when necessary to confirm that the learner accurately describes the module’s ideas, issues and themes.”

Ho abbandonato perché mi sentivo ridicolo e un po’ anche gabbato seppure la quota di iscrizione sia stata anch’essa ridicola ma, forse, all’altezza del prodotto che, a dire il vero, non vale più di 50 Euro, certificato finale compreso. Non  consiglio il corso a nessuno, men che meno a chi avesse voglia di imparare ad essere e a fare. Se si va sul sito del MoMa stesso, della London National Gallery o di altri musei internazionali alla sezione fotografia, si trovano gli stessi contenuti anche se in modo spurio ma decisamente più libero e d asettico.

Giuseppe Campagnoli

Pace
La reciprocità e la tolleranza. Giuseppe Campagnoli. Menzioni in numerosi concorsi fotografici

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educazione artistica

Educazione all’arte e bricolage pedagogico.

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Abbiamo discusso in questo blog più volte di formazione ed educazione artistica sostenendo che queste dovrebbero essere curate attraverso  un percorso lungo l’arco della vita, per integrare quelle conoscenze e abilità che nella scuola formale si sono concentrate quasi esclusivamente sulla lingua, sulla storia, sulla logica e sulla scienza. Abbiamo sempre detto che tale percorso debba essere prevalentemente appannaggio della scuola istituzionale per un minimo di garanzia che chi insegni abbia una preparazione adeguata, sia specializzato ed abbia ne suo bagaglio un adeguato tirocinio nella didattica della “creatività” e delle discipline artistiche. Questo non accade sempre in Italia e assistiamo a fenomeni di improvvisazioni e di  abusi culturali, spesso supportati  da Associazioni ed Enti  privati ma non raramente anche  statali o locali. Lo abbiamo definito il “bricolage” artistico perché spaccia per didattica, fondata su principi pedagogici conclamati e certificati, ciò che è invece solo intrattenimento e gioco. Non che il gioco non possa essere pedagogicamente efficace. A patto, però, che scaturisca da una pedagogia collaudata e scientificamente provata. Oggi l’autoreferenzialità è diventata la regola e fioriscono associazioni e gruppi che “vendono” forme discutibili, anche se alla moda, di laboratori artistici per bambini, adulti, anziani senza poter vantare solidi assetti pedagogici e scientifici. Nelle scuole ad indirizzo artistico le capacità e la preparazione accademica  ci sono sempre state ed è là che vanno cercate e trovate le risorse utili per costruire percorsi di educazione artistica anche informali. Non basta certamente avere un semplice diploma in didattica in una  scuola superiore di tipo artistico per improvvisarsi esperto di pedagogia dell’arte e avviare un’ attività, sovente lucrativa, in questo campo. Abbiamo condotto battaglie contro gli pseudoartisti che popolano la scena e il mercato dell’arte in Italia per la loro forza diseducativa; analoga forte battaglia condurremo, con gli strumenti dell’informazione e della cultura, contro chi spaccia per educazione e pedagogia del fare artistico, per l’appunto, effimeri laboratori di di bricolage.

Un punto di riferimento sicuro sull’argomento: ARTEMDOCERE

Giuseppe Campagnoli

Pesaro, Marzo 2015/Gennaio 2016

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Impara l’arte.

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Continua la ripubblicazione degli scritti di Giuseppe Campagnoli.

Impara l’arte La Stampa 17 Novembre 2010.

Una volta c’erano le botteghe degli artigiani e le scuole delle corporazioni. Oggi l’insegnamento è appannaggio per lo più della scuola secondaria: licei e istituti. Per la cultura, l’arte e l’archeologia in Italia oggi non è uno dei momenti migliori. Anche per l’educazione e l’istruzione si è giunti a toccare il fondo. Mi riferisco alle scuole del fare artistico. Non dimentichiamo che, come naturale evoluzione delle botteghe degli artisti e degli artigiani, delle scuole abbaziali e delle corporazioni di arti e mestieri, di quelle sorte nel tempo presso le fabbriche architettoniche, l’istruzione artistica in Italia – dalle scuole serali e domenicali di arti e mestieri agli istituti d’arte ai licei artistici – ha formato generazioni di artisti e di designer, tra cui molte personalità famose nel mondo per la moda, le arti figurative, il cinema. Nel tempo è invece avvenuta una diaspora di questa tipologia di istruzione «sul campo» unica in Europa e forse nel mondo, con l’omologazione forzata di istituti e licei nel coacervo dell’istruzione secondaria di secondo grado, la spinta irragionevole verso una improbabile «liceizzazione» di tutti gli istituti artistici secondari e l’inserimento nell’università dei Conservatori musicali e delle Accademie. La trasformazione si sta completando con le ultime riforme, che hanno di fatto avviato alla triste conclusione un’esperienza storica unica che non poco aveva contribuito alla costruzione del patrimonio artistico italiano degli ultimi cinquant’anni e al cosiddetto «made in Italy». Persino le guide pedagogiche e didattiche di queste scuole che fino agli anni Settanta si chiamavano«direttori» ed erano maestri e artisti, architetti, scultori, pittori spesso di chiara fama, ora sono dirigenti manager formati e scelti in maniera generica per tutti i tipi di scuole superiori. Credo siano necessari un ripensamento e una riflessione.

Giuseppe Campagnoli

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arte Varia umanità verità viaggi World

2016

Ci rivediamo nell’anno del nostro calendario 2016!

Ultimo prodotto di ReseArt:

Recanati by night

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arte Varia umanità

Arte? Arte! Arte…Arte.

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cultura islam Letteratura Mondo Arabo religioni

Un racconto dell’Islam.

La fede è l’aver fiducia cieca e irrazionale in chi ti racconta storie sull’essenza della vita.

Osservando i fatti di Parigi, del Mali, Gaza, Siria, Turchia, Afghanistan, Arabia e Africa ripropongo la mia lettura in francese del libro di Tahar Ben Jelloum “L’islam expliqué aux enfants (et à leurs parents)”-éditions du Seuil 2002. Mi piace fare qualche considerazione “en passant” senza essere condizionato dagli avvenimenti degli ultimi anni e mesi.

Ho commentato con degli appunti spurii il testo per evidenziare qualche contraddizione ed alcune affermazioni che mi paiono peccare di qualche sciovinismo culturale. Sappiamo bene quale importanza storica e culturale abbia avuto e quali gravissimi peccati abbia commesso la religione cristiana. Intellettuali e storici, compresi quelli cattolici lo hanno ammesso e hanno in qualche modo chiesto venia, spesso con fermezza e decisione. Fa lo stesso chi scrive e parla di islam? Delle tre affini religioni rivelate è originale constatare che due hanno avuto un messia riconosciuto: Gesù e poi Maometto che parlavano lingue un po’ diverse asserendo di esprimersi in nome del stesso Dio, l’altra sta ancora aspettandone uno. E il bambino cui si rivolge Tahar, con la spontaneità, l’innocenza e la verità infantile esclama: “Come obbedire a qualcuno che non si vede?” 

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La formazione artistica.

La formazione artistica non è solo la storia dell’arte

Apprezzabile la sinergia tra il Ministero dell’Istruzione e quello dei Beni culturali, come da “intesa del 28 maggio”, nell’intento di tornare sui propri passi rispetto a quanto la riforma Gelmini ha imposto all’insegnamento della storia dell’arte. Nel mio ruolo di “Referente” del gruppo di studio sulla “Formazione Artistica” dell’Associazione ARTEM DOCERE, ho contribuito all’azione instancabile e meritoria del sodalizio per stimolare e sollecitare il Ministero dell’Istruzione affinché rivedesse le sue scelte sulla cultura artistica in Italia. L’Associazione ha confezionato per il Ministero e reso pubblico un ampio e corposo dossier che pare abbia avuto una prima risposta limitatamente all’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole. Ma questo non basta. L’insegnamento della storia dell’arte è solo un aspetto del grande campo dell’educazione in generale e della formazione artistica. Entrambi devono contribuire a consolidare nei cittadini la capacità di “leggere”, “comprendere”, e “applicare” un vero e proprio linguaggio con precise conoscenze e abilità in campo creativo, così come avviene in quello della lettura, della scrittura e dei saperi scientifici.

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Rondò triestino 2015.

Con le note di un suo scherzo jazz improvvisato, Giuseppe Campagnoli ci porta ancora a Trieste, sua città preferita.

Scorci inediti e luoghi famosi in una nuova sequenza di girotondi dopo quello ormai storico del Rondò in piazza a Trieste a Ferragosto del 2012.

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Architettura arte Esposizione Universale EXPO 2015 Milano

Girotondi all’ Expò-Pop 2015.

Un reportage  popolare, impressionista e audiovisivo sull’EXPO 2015 realizzato dall’arch. giuseppe campagnoli

 Milano 10-12 Agosto 2015.

Godetevelo su Youtube e attraverso le immagini qui sotto.

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Ritagli

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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A breve un e-book gratuito su iBook e iTunes che raccoglie un lustro di articoli e saggi di giuseppe campagnoli sul quotidiano La Stampa  come scrittore-lettore e sulla rivista telematica Educatiodue.0 edita da RCS Libri e diretta da Luigi Berlinguer. Tutto gratis et amore dei o piuttosto amore scolae, artis et architecturae. Chi volesse divertirsi a leggerlo potrà farmi pervenire qualche commento e ” recensione” su questo blog o su FB. Grazie!! Ho concluso la mia attività di articolista volontario perché sto concludendo il terzo e ultimo libro (probabilmente un e-book autoprodotto, visto che nemo propheta in patria e che tutti sono ormai scrittori!) sull’architettura scolastica: “Aprite le aule!”.

Giuseppe Campagnoli

28 Maggio 2015

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arte fotografie mostre Musei riprese

Giovanni Boldini a Forlì. Divieto di prendere nota. Le foto nei musei nelle mostre

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Dopo aver visitato ieri la mostra dedicata a Giovanni Boldini ai Musei San Domenico di Forlì, mi duole rilevare ancora, come feci in occasione della visita alla mostra sul Liberty nella stessa sede che perseverare diabolicum est e i cerberi addestrati nelle varie sale emettevano grida improvvise e perentorie verso chi solo provasse a rivolgere il proprio smartphone o la propria digitale verso una qualsiasi opera, o anche solo verso il muro! A tal proposito mi piace riportare una bella lettera aperta pubblicata sul Corriere di Como nel Marzo 2014. Lo scopo di chi fotografa con onestà e competenza è scrivere una nota o un appunto, fare uno schizzo nel proprio diario per una memoria colta dei propri viaggi di studio,  non certo assicurarsi una specie di trofeo consumistico. Credo sia il perfido mercato ad imporre tali divieti e il mercimonio plateale che si fa ancora dell’opera d’arte. Bella la mostra e riscoperto un Boldini, che, nonostante il pervicace sussiego di non pochi addetti ai lavori continuo a considerare originale e piacevole senza volermi per questo esprimere su correnti, movimenti artistici e teorie che spesso mi sembrano, come sosteneva anche Federico Zeri, invenzioni, abbagli o accademici luoghi comuni, di critici e professori.

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Trieste.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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ReseArt. Il blog di tutte le arti.The blog of arts.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

ReseArt (Reseau Art) is the blog of an ideal network of information, research and art education. The added value of the blog is that for “arts” means all of the arts in an extended sense of the term. The themes of the news, articles and pages concern the commonly understood Arts (Architecture, Visual Arts, Design, Music, Photography, etc.) and the Arts as a fundamental human activity (art of politics, art of rhetoric, education , philosophy …) according to a cut also educational.Contact the editors to learn more or submit your files for selection at the following address: researt49@gmail.com

ReseArt (Réseau Art) es el blog de una red ideal de la información, la investigación y la educación artística. El valor añadido del blog es que para “artes” significa todas las artes en un sentido amplio del término. Los temas de las noticias, artículos y páginas afectar las Artes comúnmente entendidos (Arquitectura, Artes Visuales, Diseño, Música, Fotografía, etc.) y las artes como una actividad humana fundamental (arte de la política, el arte de la retórica, la educación , filosofía …) de acuerdo con un corte también educativo.Póngase en contacto con los editores para obtener más información o enviar sus archivos para la selección en la siguiente dirección: researt49@gmail.com

ReseArt (Réseau Art) est le blog d’un réseau idéal de l’information, la recherche et l’éducation artistique. La valeur ajoutée du blog est que pour «arts» désigne tous les arts dans un sens large du terme. Les thèmes de la nouvelles, des articles et des pages concerner les Arts communément comprises (architecture, arts visuels, design, musique, photographie, etc.) et les arts comme une activité humaine fondamentale (art de la politique, l’art de la rhétorique, de l’éducation , la philosophie …) selon une coupe aussi éducatif. Contactez les rédacteurs en savoir plus ou soumettre vos fichiers pour la sélection à l’adresse suivante: researt49@gmail.com

ReseArt (Reseau Artistique) è il blog di una rete ideale di informazione, ricerca ed educazione artistica. Il valore aggiunto del blog è che per “arti” si intende l’insieme delle arti in una accezione estesa del termine. I temi delle notizie, degli articoli e delle pagine riguardano le Arti comunemente intese (Architettura, Arti figurative, Design, Musica, Fotografia etc.) e le Arti come attività fondamentali dell’uomo (Arte della politica, arte della retorica, dell’educazione, della filosofia…) secondo un taglio anche educativo. Contatta la redazione per saperne di più o invia i tuoi file per la selezione al seguente indirizzo: researt49@gmail.com

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Azione e meccanicità (seconda parte)

di Marco Santoro Marco-Santoro

Oggi assistiamo ad una tecnica che opprime un uomo dalla debole capacità difensiva: essendo egli capace di provare comunque atteggiamenti ‘sentimentali’, piuttosto che  continuare ad amare  i segreti della natura, rimane affascinato dalla tecnica e dalla tecnologia.

Non si fa solo riferimento al  fenomeno dell’industrializzazione, ma anche a tutti quei mezzi tecnici diventati popolari come la televisione, i giornali, la pubblicità, e tutto ciò che rientra nella comunicazione. “Molto spesso tanto la TV che i cinegiornali e le inchieste filmate si avvalgono di spettacoli ricostruiti e truccati ma spacciati “per veri”; o, al contrario, di veri ma spacciati per artificiali (o di cui si lascia credere che lo siano). Le cronache dei nostri giornali ne sono colme:  basta assistere al più modesto e innocente spettacolo per avvedersene: le smorfie d’imbarazzo, l’impaccio, la confusione d’un personaggio interrogato ad un “quiz” sono vere o false? Lo spettatore di solito partecipa con giubilo, con acuto e morboso interesse, a tali manifestazioni (dopotutto di sofferenza morale), proprio perché è convinto di assistere all’autentica situazione d’un uomo che si dibatte di fronte a domande insidiose” (Dorfles Gillo, Artificio e natura, Torino, p.45-46). “In tutte queste trasmissioni, dunque, siamo posti di fronte ad un tipico caso di contraffazione della naturalità; ossia assistiamo – e ce ne compiacciamo – ad un episodio reale ma provocato ad arte (e per di più con fine malizioso)” (Dorfles Gillo, op. cit., p.46). Il risultato è il dilagare di un fenomeno che conduce gli osservatori ad uno scetticismo nei confronti dell’informazione o del semplice intrattenimento a cui, pur essendo consapevoli della loro ambigua realtà, sono assuefatti.

Con questo non si vuole intendere negativamente l’uso degli strumenti mediatici, semplicemente è preferibile rendersi conto quanto di un prodotto che ci viene proposto attraverso i media tecnologici sia autentico e quanto non lo sia, o si presume non lo sia.

Si dovrà dare conferma a quanto detto prima: cioè la crisi dell’umanismo è legata alla perdita della soggettività umana nei meccanismi dell’oggettività scientifica e poi tecnologica. Questo particolare rapporto dell’uomo con la macchina (o la tecnica) è contornato di un alone di minaccia, per cui il pensiero deve rendersi cosciente delle distinzioni che il mondo umano dà dell’oggettività tecnica, sforzandosi di riappropriarsi della propria centralità.

Nel capitolo precedente abbiamo potuto osservare come idea e manualità fossero i principi caratterizzanti e riconducibili all’essere umano. Ma, oggi, l’azione e la meccanicità dove conducono l’uomo? La macchina potrebbe essere una risposta, in tutte quelle forme di tecnologia che hanno profondamente caratterizzato il nostro tempo. Queste ultime hanno insegnato all’uomo a vivere nell’azione, viceversa l’uomo non è mai riuscito a trasferire loro (in senso artistico) l’idea e la creatività autonome.

La macchina ha fatto sì che l’uomo perdesse la propria manualità (istintiva caratteristica della creatività), imponendogli di ragionare secondo una logica tecnica secondo cui l’azione prevale sul pensiero ed è capace di attingere dalla verità e dall’assoluto. L’azione della tecnica ha portato a delle conquiste, ma anche a distruzioni; le scoperte che hanno portato all’energia nucleare hanno condotto anche alla morte: il suo duplice aspetto può far godere i benefici del suo progresso oppure portare a morte e distruzioni, e non necessariamente in senso materiale.

Ma non è solo in tale senso catastrofico che in questo discorso s’intende parlare dell’azione della tecnica come fine dell’evoluzione creativa dell’uomo. Anche se l’incombere di una possibile distruzione atomica è evento reale, viene considerata come un elemento caratteristico di questo nuovo modo di vivere l’esperienza nell’era post-moderna, la cui azione non è del  tutto negativa. Si pensi a quanti progressi essa ha apportato al genere umano e a quanti benefici non avremmo neppure immaginato di godere. Si può affermare che le esperienze dell’uomo si muovono di  moto perpetuo, e come in precedenza è stato affermato: “la vita è esperienza, la ripetizione è arresto di esperienza”, (Argan C.G. op. cit.p.,26) quindi morte.

Ciò che caratterizza un epoca viene sostituito da altro nella successiva. Definire oggi l’azione della tecnica come un qualcosa a noi estraneo significherebbe vivere chiudendo gli occhi alla realtà, oltre al fatto che sarebbe un’ipocrisia imputare ad essa tutte le colpe dei mali della società contemporanea. Un possibile rimedio potrà realizzarsi quando si attuerà un processo di ‘naturalizzazione’ della macchina, considerarla ‘natura’ alla stessa stregua di come lo furono ieri gli ‘animali’ e le ‘piante’. “Si tratta cioè di considerare “natura” non più soltanto la natura allo stato selvaggio oggi sempre più rara e irraggiungibile – ma anche queste nuove forme di natura meccanizzata o elettronicamente integrata. In altre parole: occorre che le costruzioni artificiali dell’uomo – sia che appartengono alle manipolazioni manuali che un tempo spettavano all’artigiano (e alle altre arti), sia che appartengano ai prodotti diretti della meccanica, sia che si tratti, non già di prodotti tangibili, ma di forme di pensiero, di immagini – vengano ad un certo punto “rettificate”; subiscano quel processo di naturalizzazione che solo può conferirgli una nuova valenza creativa” (Dorfles Gillo, op. cit. p., 27).

Queste affermazioni potranno apparire paradossali, soprattutto per la posizione dell’uomo oggi  che deve saper convivere con queste nuove forme di ‘natura’. È  lui che dovrà essere in grado di compiere una determinante azione sulla tecnica, e non il contrario. Non sappiamo quello che il futuro rivelerà, ma sappiamo che la misura che determina il progresso della tecnica scorre più rapidamente rispetto al tempo di adattamento dell’uomo, e da questo possiamo notare come ‘l’onnipresente’ macchina sia già stata sostituita dal ‘mimetico’ circuito; quest’ultimo, in futuro, sicuramente cederà il suo posto.

In conclusione si può affermare, considerato che l’essere umano è dotato di una intelligenza progressiva, che l’’Homo Sapiens’, in quanto tale, deve affrontare il continuo progresso cosciente della propria esperienza plurisecolare, non vivendo di paure e timori di ciò che egli stesso ha creato.

Marco Santoro

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Lo sguardo educato (7)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

La città in bottiglia

 Il Panorama costituiva una struttura architettonica nuova e quindi all’architetto era riconosciuto un ruolo fondamentale. Barker nel suo brevetto descrive molto bene come scritto nell’articolo Lo sguardo educato (2). I primi Panorami non avevano un aspetto elaborato e sembravano davvero delle tozzi “bottiglioni”. La società dei consumi e del tempo libero accolse con meraviglia lo show biz dei Panorami che, tuttavia, conobbe anche un calo di consensi dopo le tante rappresentazioni di battaglie e città lontane. Bisognava cambiare e perfezionare la struttura e le attrattive per riaccendere la popolarità del Panorama. Una vera e propria innovazione fu il Colosseum di Hornor che aprì al pubblico nel 1829 presso il Regents Park a Londra e divenne subito un’attrazione alla moda e un punto d’incontro per i turisti. Decimus Burton lo progettò secondo il modello del Pantheon, con un diametro di 38 m. e un’altezza di 24 m. Come ebbe a notare Hittorf, il Colosseum è la copia-interpretazione del Pantheon realizzato da Canova a Possagno.

Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862. Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.
Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862.
Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.

Il gigantesco panorama dipinto da Thomas Corner, rappresentava la vista di Londra dal campanile della Cattedrale di St. Paul. Al centro si alzava una torre definita con gli stessi parametri del campanile. Alta 11,5 m. racchiudeva un ascensore centrale e scale a doppia elica. Da qui si raggiungeva la piattaforma di osservazione. Al di sotto della torre da cui si osservava il Panorama si apriva una vasta rotonda con la funzione di spazio espositivo per sculture. E poi serre e sale per intrattenimenti vari. All’esterno era stato costruito un parco che con l’aiuto di specchi e trucchi scenografici appariva notevolmente più vasto di quanto non fosse in realtà. Fontane, cascate, grotte, terrazze, fiori e piante esotici, passaggi sotterranei, un giardino zoologico e anche un cottage svizzero dalla cui finestra si poteva ammirare un torrente e una cascata. Alla sera il giardino era illuminato da lampade a gas nascoste tra le piante mentre una luna artificiale risplendeva in cima all’edificio.

Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
Cottage svizzero nel parco del Colosseum
Cottage svizzero nel parco del Colosseum

In un testo di Edward Walford, tratto da Old and New London, si legge: “In alcune dimore nel Regent’s Park vi hanno abitato illustri personaggi tra cui Ugo Foscolo, durante l’esilio dall’Italia. Qui si costruì un cottage (il famoso Dygamma Cottage presso South Bank a Regent’s Park) arredato lussuosamente e con gusto. Ai suoi amici diceva: “ Ricco o povero morirò da gentiluomo, in un letto pulito, circondato da busti di grandi uomini…e siccome dovrò essere seppellito in Inghilterra, sono felice di avere, per il resto della mia vita, un cottage indipendente, circondato da arbusti e fiori, dove coustrirò una piccola abitazione per il mio cadavere”. In realtà morì a Turnham Green nel 1827 e fu seppellito a Chswick.”

La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick. dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.
La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick.
Dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.

Per mantenere un tale progetto sempre all’altezza per soddisfare le aspettative del pubblico servivano finanziamenti importanti. Hornor non fu più in grado di pagare i suoi debiti. Susseguirono altri imprenditori ma la gestione fu sempre in perdita. Il colosseum fu demolito nel 1875.

Come abbiamo già detto il Panorama nasce a Londra ma la vera capitale fu Parigi. Nel 1799 Robert Fulton si accordò con Barker e fu il primo a mettere in atto l’importante licenza con la costruzione del primo teatro circolare al Jardin des Capucines. Tra il 1800 e 1801 si aprirono una dopo l’altra altre due rotonde nei giardini dell’Hotel de Montmorency-Luxembourg, nel Boulevrda Montmatre, demolite poi nel 1831. Nel 1809 fu inaugurata una nuova rotonda all’angolo di Boulebard des Capucines e Rue-St-Augustin. Nel 1831 Charles Langlois, primo ufficiale di Napoleone aprì la sua rotonda in Rue des Marais-du-Temple inaugurata con la Battaglia navale di Navarino. Una delle grandi innovazioni fu la piattafarma con i connotati della poppa di una nave dove lo spettatore era chiamato a partecipare alla battaglia trovandosi al centro dell’azione. Langlois perfezionò l’imitazione del terreno, potenziò l’effetto con l’illuminazione a gas per simulare il fuoco, e ventilatori per mutare la brezza del mare. Il successo fu clamoroso tanto che l’architetto Jaques Ignace Hirtoff, richiese la costruzione di una rotanda dal diametro di 40 m. a nord dei Champs Elyséè tra Cours la Reine e Grand Carré de Fetes. L’architetto progettò una rotonda molto innovativa con accorgimenti da sperimentare. La finalità era di rivelare un maggior senso di illusione con pochi ed essenziali accorgimenti come modificare il disegno del tetto in modo da eliminare l’asse centrale, liberando completamente la piattaforma.

J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l'Architecture, 1841
J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l’Architecture, 1841

Questo significava che la copertura non poteva più reggersi su un sostegno centrale da dove entrava la luce naturale, un problema che avrebbe condizionato l’intera struttura. Pensò di adottare i nuovi materiali ed una nuova tecnica costruttiva ma la sua sfida ai modelli tradizionali spaventò il costruttore. Il panorama di Hirtoff non venne mai realizzato secondo il suo progetto ma fu costruito in una versione modificata, molto più pesante e massiccia. Il progetto di Hirtoff senza il sostegno centrale diventò un riferimento obbligato per le successive costruzioni.

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Lo sguardo educato (5)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

La città in bottiglia

“Il vero non ha finestre. Il vero non guarda fuori nell’universo. E l’interesse per i panoramas sta tutto nel vedere la vera città. “La città in bottiglia”. La città in casa. Ciò che trova nella casa senza finestre è il vero. Una casa senza finestre è, per esempio, il teatro; di qui l’eterno piacere che si trova in esso, di qui il piacere che danno quelle rotonde senza finestre, i panoramas.”

Walter Benjamin

 

Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.
Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.

Nella storia dei media il Panrama è spesso menzionato solamente in maniera passeggera, più che altro come intermediario tra i suoi precursori come il paesaggio panoramico e i suoi successori, il diorama e il cinema. Il panorama è uno stile pittorico con una tecnica più avanzata dei suoi precursori perché, come ogni invenzione, si allontanò dai modelli precedenti. Dalla Villa dei Misteri o se vogliamo dai graffiti delle grotte di Lascaux, si può tracciare una linea che nel corso dei secoli arriva alle grandi decorazioni pubbliche o private del Rinascimento, fino ad arrivare allo spazio prospettico del periodo barocco. Bisogna tener conto che nonostante l’ambiente fosse interamente tappezzato di motivi scenici, dalle pareti al soffitto, spesso l’interruzione di finestre o porte portava lo spettatore a muoversi in questo spazio liberamente, con la possibilità di toccare i muri. Con il nuovo spazio, la rotonda, quello originale fu trasformato e messo dentro un altro spazio, dove la rappresentazione non lasciava tracce di ciò che era la realtà, diventandone la perfetta sostituzione. A questo punto è utile ricordare che anche l’edificio fu costruito ad hoc: un’illusoria architettura e pittura mescolate e incorporate tra loro che garantivano circolarità continua, illimitata, dove la configurazione stabiliva il rapporto tra lo spettatore e la tela. Il paradosso del Panorama è che in un’area chiusa si apre la libera rappresentazione di tutte le limitazioni del mondo.[1]

Anche se la tecnica del dipinto risultava mediocre, si ricorreva comunque ad ogni mezzo per rendere l’illusione perfetta; Daguerre per esempio, nel suo Diorama, offriva al pubblico degli occhialetti stereoscopici per trasmettere l’illusione di tridimensionalità (ricordate Lowrence Iacoby, l’eccentrico psichiatra di Twin Peaks che sfoggiava occhiali con una lente blu e una rossa?). Tuttavia, una volta che interviene l’immaginazione, la rappresentazione offerta come realtà, è giudicata in relazione di chi la osserva. Di conseguenza è valutato l’artista e la sua abilità nel trasferire, con il colore, un aspetto della vita che tocca profondamente la sensibilità dell’osservatore.

Il pittore decide cosa devono vedere gli osservatori, se lo desiderano, ed essere abile di verificare per loro. Ogni cosa dipendeva dal punto di vista del pittore e ciò che decideva di dipingere; nella rappresentazione non veniva trasferito tutto quello che si rivelava ai suoi occhi. Alcuni particolari venivano nascosti nell’orizzonte da altri dettagli. Si ritorna perciò alla composizione che implica il punto di vista privilegiato dal pittore che, per fornirci un documento enciclopedico della natura, abbandona se stesso nella registrazione di tutte le sfaccettature della realtà. Per questo i panoramisti furono bersagliati dalla critica.

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[1] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Books, 1999

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Lo sguardo educato (3)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

Camera con vista

Storia ed evoluzione del Panorama (2)

Dopo il brevetto di Barker di cui ho parlato nell’articolo precedente, il Panorama diventò un’attrazione di massa.

Quali furono i motivi del suo clamoroso successo? Quali le ragioni del suo effetto sugli spettatori?

Il successo del Panorama crebbe con l’ascesa della classe borghese all’epoca della Rivoluzione Industriale quando il rinnovamento politico ed economico incrementò la produzione e il commercio. E’ molto importante visualizzare la situazione alla fine del XVIII secolo quando emergevano le prime grandi metropoli cominciando da Londra. Il Panorama giocò un ruolo decisivo nel recuperare il controllo dello spazio collettivo in estensione. Ecco perché il soggetto della prima tela trattava il tema della città. Presto sorse un altro problema: la guerra e il potere militare. La situazione in Europa era convulsa e con la circolazione di vedute che focalizzavano particolari momenti eroici di varie nazioni, il Panorama diventò una macchina propagandistica col tentativo di individuare più vasti interessi possibili, aspirando a convincere il pubblico nel migliore dei modi. Altro tema affrontato fu il viaggio in terre lontane con la rappresentazione di città storiche, in particolare quelle del Grand Tour (Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Pompei, l’Etna, Atene, Costantinopoli, La Svizzera e le Ali) o luoghi esotici come Calcutta, Rio de Janeiro e tutti i paesi associati alle nazioni coloniali o imperialistiche. I pittori lavoravano sul posto aiutandosi prima con la camera oscura e poi con la fotografia. Per raggiungere un così potente effetto sugli occhi e sulla mente del pubblico furono assunti una serie di tecnici addetti alle operazioni specifiche: punti di osservazione, scenografie, disegni preparatori, pitture, luci, montaggio, inclinazioni, trasporti e così via. Un tecnico ha sempre un nome e in questo caso si chiamava panoramista. Visto le dimensioni standard di ogni tela, 15 X 120 metri (la tensione del peso delle tele dipinte risultava di 47 kg. al metro!), per l’esecuzione occorreva una squadra di tecnici. Ogni pittore eseguiva solo un pezzo dell’opera, proprio come in un procedimento industriale. Non era un nuovo metodo ma l’estremizzazione e modificazione del tradizionale lavoro di bottega.[1]

A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata.
A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata.

I problemi non erano pochi poiché ogni artista tendeva ad usare il proprio metodo e stile, così fu necessario stabilire una gerarchia per poter coordinare le varie attività, per unire e armonizzare la composizione da realizzare. A capo del team c’era il direttore artistico che dall’alto di una piattaforma dava le direttive per i necessari aggiustamenti.

F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872.
F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872.

La particolare formazione di questi artisti univa abilità tecnico artistica con capacità imprenditoriali, proiettandoli in una modernità capitalistica che in quel periodo stava sfondando freneticamente.

Dietro lo schermo sospeso si nascondeva un completo set di esperti il cui ruolo era decisivo per la creazione di effetti speciali.

L’effetto illusionistico, o meglio, il suo effetto pseudo-realistico, si servì di specifiche tecniche mediatiche che influirono il modo di percepire e interagire. In primo luogo la pittura circolare che immergeva lo spettatore nella rappresentazione rafforzando la sensazione di realtà. Altro fattore determinante, la struttura: all’osservatore era consentito un unoco punto di vista che non consentiva un corretto giudizio su misure e distante. Circondato dal dipinto veniva condotto in un’esperienza fittizia. Anche l’illuminazione giocò un ruolo determinante che via via fu perfezionata per stabilire un’idonea visione. Non fu cosa semplice ma alla fine, come dichiarò un cliente entusiasta “dopo cinque minuti non vedete più la pittura ma la natura stessa”.[2]

[1] Silvia Bordini, Storia del Panorama, Officina Edizioni, Roma, 1984.

[2] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Book, Londra 1999.

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