La chiave è anche la città.

L’architettura della città, la città educante, la città ideale. Le città giardino.

Nel libro “Il feticcio urbano. La città inabitabile, istigatrice di discordia” di Alexander Mitscherlich si sostiene la necessità di un intervento radicale e multidisciplinare  nella pianificazione urbana. L’autore critica il razionalismo urbanistico, che tratta l’uomo come una semplice variabile da includere nei calcoli, piuttosto che come fine ultimo della progettazione delle città. Secondo Mitscherlich, l’urbanistica moderna ignora i bisogni psicologici degli individui, rendendo impossibile sia il raccoglimento interiore che un’autentica esperienza del prossimo. Questo porta a un aumento del potenziale psichico distruttivo dell’umanità, poiché la città diventa un ambiente inabitabile, che favorisce la discordia e l’aggressività invece di una convivenza armoniosa  ​

In “Il feticcio urbano”, Alexander Mitscherlich affronta anche il tema della dimensione delle città e dell’ammasso di persone, evidenziando come la crescita incontrollata delle aree urbane e la densità eccessiva di popolazione abbiano effetti negativi sulla psiche umana.

Punti chiave:

– Alienazione e perdita di identità: L’autore sostiene che le città sovrappopolate creano un ambiente in cui l’individuo si sente sradicato e alienato, perdendo il senso di appartenenza e la capacità di relazionarsi autenticamente con gli altri. La folla e l’anonimato urbano favoriscono l’indifferenza e la solitudine, piuttosto che la coesione sociale.

– Stress e aggressività: L’ammasso di persone in spazi limitati e poco vivibili aumenta lo stress e il potenziale conflittuale. Mitscherlich sottolinea come la mancanza di spazi adeguati per l’introspezione e la socializzazione positiva porti a una crescita della tensione psichica, che si traduce in comportamenti aggressivi o di chiusura.

– La pianificazione urbana moderna, che non è più architettura, secondo Mitscherlich, spesso ignora i bisogni emotivi e psicologici delle persone, concentrandosi solo su aspetti tecnici ed economici. Questo approccio riduzionista trasforma le città in ambienti inabitabili, dove la qualità della vita è compromessa dall’eccessiva densità e dalla mancanza di equilibrio tra spazi pubblici e privati.

– La città come “feticcio”: Il titolo stesso del libro allude all’idea che la città moderna sia diventata un oggetto di culto (un feticcio), in cui la crescita quantitativa (numero di abitanti, grattacieli, infrastrutture) viene perseguita a discapito del benessere qualitativo dei suoi abitanti.

Per l’autore, la soluzione non è semplicemente limitare la dimensione delle città, ma ripensare il modo in cui vengono progettate, integrando la psicologia e le scienze sociali nella pianificazione urbana. Solo così si può evitare che le città diventino luoghi di sofferenza psichica invece che di convivenza armoniosa. Solo così potranno essere anche città educanti. 

“La città giardino del domani” di Ebenezer Howard:

Contesto e obiettivi

Scritto nel 1902 (ma con radici nel saggio del 1898 “A Peaceful Path to Social Reform”), il libro nasce come risposta all’industrializzazione selvaggia e alle condizioni di vita precarie delle città britanniche di fine Ottocento, caratterizzate da congestionamento, inquinamento e

sovrappopolazione. Howard propone un modello alternativo: la città-giardino, un’utopia urbana che combina i vantaggi della vita cittadina con i piaceri della campagna, per creare un ambiente salubre, equilibrato e sostenibile  ​⁠.

Principi fondamentali

 1. Modularità e decentramento:

Le città-giardino sono pensate come unità autonome e modulari, di dimensione contenuta (circa 30.000-32.000 abitanti), circondate da una cintura verde di terreno agricolo. Questo modello permette di evitare il sovraffollamento e di mantenere un legame diretto con la natura.

 2. Equilibrio città-campagna:

L’idea è fondere i pregi della città (lavoro, servizi, cultura) con quelli della campagna (aria pulita, spazi aperti, tranquillità). Howard immagina un movimento spontaneo dalle città affollate verso queste nuove comunità, dove la qualità della vita è prioritaria  ​⁠.

 3. Proprietà collettiva del suolo:

Il terreno su cui sorge la città-giardino è di proprietà collettiva, e i profitti derivanti dall’aumento del valore dei terreni (grazie allo sviluppo urbano) vengono reinvestiti per il benessere della comunità. Questo principio mira a evitare la speculazione immobiliare e a garantire equità sociale  ​⁠.

 4. Autosufficienza economica:

Le città-giardino sono progettate per essere autosufficienti, con industrie leggere, agricoltura locale e servizi che riducono la dipendenza dalle grandi metropoli.

Realizzazioni e influenza

– Le prime città-giardino reali, Letchworth (1903) e Welwyn Garden City (1920), furono costruite in Inghilterra secondo i principi di Howard, dimostrando la fattibilità del modello  ​⁠.

– Il libro ha influenzato profondamente l’urbanistica moderna, ispirando movimenti di pianificazione territoriale che pongono al centro il benessere umano e la sostenibilità ambientale.

Visione sociale e morale

Howard non si limita a proporre un modello urbanistico: la sua è una riforma sociale che mira a riconciliare l’uomo con la natura e a creare una società più giusta e armoniosa. La città-giardino rappresenta quindi un’utopia concreta, un’alternativa realistica al caos delle città industriali. 

Giancarlo De Carlo

L’idea di città di Giancarlo De Carlo si fonda su una visione democratica, partecipata e organica dell’urbanistica, in cui la città non è solo uno spazio fisico, ma un luogo di relazione sociale, cultura e identità collettiva. Ecco i punti chiave del suo pensiero:

1. Città come organismo vivo e partecipato

De Carlo considera la città un organismo in continua evoluzione, dove la pianificazione non può essere imposta dall’alto, ma deve nascere dalla collaborazione tra cittadini, architetti e istituzioni. La sua idea di “architettura della partecipazione” si basa sulla convinzione che tutti debbano essere coinvolti nelle decisioni che riguardano lo spazio urbano, per evitare che il potere si concentri in mano a pochi e per garantire che la città risponda ai bisogni reali delle persone  ​⁠.

“L’architettura partecipata è quando tutti intervengono in egual misura nella gestione del potere, oppure quando non esiste più il potere perché tutti sono direttamente ed egualmente coinvolti nel processo delle decisioni”  ​⁠.

2. Rifiuto dell’omologazione e della speculazione

De Carlo si oppone all’omologazione degli spazi urbani e alla speculazione edilizia, che riducono la città a un prodotto standardizzato. Per lui, la città deve essere diversificata e adattata al contesto locale, con soluzioni che rispecchiano la storia, la cultura e le esigenze delle comunità. Ad esempio, a Urbino (dove ha lavorato per decenni), ha progettato unità residenziali diverse tra loro per rispondere alla varietà del paesaggio e dei gruppi sociali, evitando la ripetitività tipica delle lottizzazioni moderne  ​⁠.

3. Densità senza altezza: l’idea di “condensatori urbani”

De Carlo sostiene che l’effetto urbano si crea con la densità, non necessariamente con l’altezza. Preferisce case a schiera, altezze contenute e blocchi perpendicolari collegati da assi centrali con servizi, per favorire la socialità e la comunicazione tra gli abitanti. L’obiettivo è evitare la privatizzazione dello spazio e mantenere un legame forte con la sfera pubblica  ​⁠.

4. Città e territorio: un rapporto indissolubile

Per De Carlo, città e territorio sono due facce della stessa medaglia: non si può comprendere l’una senza l’altro. Le sue riflessioni, raccolta anche in “La città e il territorio”, sottolineano come la pianificazione debba considerare le corrispondenze storiche, culturali e ambientali tra lo spazio urbano e il contesto circostante. La città non è un’entità isolata, ma un sistema integrato che dialoga con il territorio  ​⁠.

5. Il caso Urbino: un laboratorio di democrazia urbana

Il Piano Regolatore di Urbino (realizzato a partire dagli anni ’50) è l’esempio più compiuto della sua visione. Qui, De Carlo ha lavorato per quarant’anni, progettando non solo edifici, ma un modello di città fondato sulla partecipazione, dove università, istituzioni e cittadini collaborano per costruire uno spazio vivo e inclusivo. Il progetto ha trasformato Urbino in un simbolo di architettura democratica, dove la bellezza storica si sposa con l’innovazione sociale  ​⁠.

6. Critica al Movimento Moderno e alle “emergenze monumentali”

De Carlo si distanzia dal razionalismo del Movimento Moderno (ad esempio, da Le Corbusier) e dalle architetture monumentali che dominano lo spazio senza considerare le persone. Per lui, la città deve essere funzionale, ma anche umana: i servizi, gli spazi pubblici e le attrezzature collettive (come scuole, asili, biblioteche) sono fondamentali per creare comunità coese  ​⁠.

In sintesi

L’idea di città di Giancarlo De Carlo è anti-autoritaria, anti-speculativa e profondamente sociale. La città ideale è:

– Partecipata (tutti hanno voce in capitolo);

– Diversificata (nessuna omologazione);

– Densa ma non alta (per favorire la socialità);

– Integrata con il territorio (città e campagna in dialogo);

– Democratica (spazi e servizi accessibili a tutti).

Aldo Rossi

L’idea di città di Aldo Rossi rappresenta una delle riflessioni più profonde e innovative sull’urbanistica del Novecento, caratterizzata da un approccio poetico, storico e tipologico che supera il funzionalismo moderno. Ecco i concetti chiave del suo pensiero, tratti soprattutto dal suo libro fondamentale “L’architettura della città” (1966):

1. La città come “architettura” e “scena fissa”

Rossi considera la città non solo come uno spazio fisico, ma come un’opera architettonica collettiva, una “scena fissa nel teatro della vita umana”. La città è un organismo complesso, formato da fatti urbani (edifici, piazze, strade) che si accumulano nel tempo, ognuno con una propria individualità e memoria. Non è quindi un semplice contenitore di funzioni, ma un luogo carico di significati storici e simbolici  ​⁠.

“La città, oggetto di questo libro, viene qui intesa come una architettura. Parlando di architettura non intendo riferirmi solo all’immagine visibile della città e all’insieme delle sue architetture; ma piuttosto all’architettura come costruzione. Mi riferisco alla costruzione della città nel tempo”  ​⁠.

2. Critica al funzionalismo e al Movimento Moderno

Rossi respinge il “funzionalismo ingenuo” del Movimento Moderno, che riduceva la città a una somma di funzioni (abitare, lavorare, circolare, svagarsi). Per lui, questa visione ignora la complessità storica, culturale e simbolica della città. Al contrario, Rossi sostiene che la città deve essere compresa e progettata come un sistema di segni e relazioni, dove ogni elemento (un edificio, una piazza, un monumento) ha un valore autonomo e una memoria  ​⁠.

3. Il concetto di “locus”

Il locus (luogo) è un elemento centrale nel pensiero di Rossi: è il rapporto speciale e continuo tra un edificio (o un fatto urbano) e il suo contesto. Ogni luogo ha una identità unica, frutto della sua storia e delle sue trasformazioni. Ad esempio, un teatro romano che diventa un quartiere abitato (come ad Arles) non perde il suo significato originario, ma lo integra con nuove funzioni e memorie  ​⁠.

4. La “città per parti”

Rossi propone una visione della città come sistema di parti autonome, dove ogni elemento (un monumento, un quartiere, una strada) ha una propria individualità e si relaziona con gli altri in modo armonico ma non gerarchico. La città non è un tutto omogeneo, ma un insieme di frammenti che convivono, ognuno con la propria storia e identità. Questo concetto si oppone all’idea di una città pianificata in modo razionale e unitario, tipica del modernismo  ​⁠.

5. La “città analoga”

La città analoga è un concetto chiave per Rossi: è una città ideale, costruita attraverso analogie tra elementi architettonici lontani nello spazio e nel tempo. Rossi immagina una città dove frammenti di storia, memoria e architettura (da un tempio greco a una fabbrica industriale) possono coesistere, creando nuove relazioni e significati. Questo approccio permette di risignificare la città contemporanea, collegandola al passato e al futuro  ​⁠.

“Attraverso il concetto di città analoga Aldo Rossi definisce una teoria della progettazione urbana basata sull’analogia come strumento che consente di assumere architetture lontane nello spazio e nel tempo e di stabilire tra loro relazioni inedite, capaci di riconformarle e risignificarle”  ​⁠.

6. Il monumento e la memoria

Per Rossi, il monumento non è solo un edificio eccezionale, ma un elemento permanente che fissa la memoria collettiva della città. I monumenti (chiese, piazze, teatri) sono punti di riferimento stabili in un contesto urbano in continua trasformazione. La città, quindi, è anche un luogo della memoria, dove il passato e il presente si intrecciano  ​⁠.

7. Tipologia e classificazione dei fatti urbani

Rossi introduce il concetto di tipologia architettonica: ogni edificio o spazio urbano (una casa, una scuola, una fabbrica) appartiene a una categoria riconoscibile (un “tipo”), che si ripete nel tempo con variazioni. Studiare la città significa quindi classificare e interpretare questi tipi, comprendendo come si sono evoluti e come interagiscono tra loro  ​⁠.

8. La città come opera d’arte

Rossi paragona la città a un’opera d’arte collettiva, dove ogni cittadino e ogni epoca aggiungono un tassello. La città è quindi un testo aperto, che ogni generazione può interpretare e modificare, senza mai esaurirne il significato  ​⁠.

In sintesi: la città di Aldo Rossi

– Non funzionalista: la città non è solo un sistema di funzioni, ma un luogo di memoria e identità.

– Storica e tipologica: ogni elemento urbano ha una storia e un tipo riconoscibile.

– Frammentaria: la città è un insieme di parti autonome (città per parti) che dialogano tra loro.

– Analogica: la città ideale nasce da relazioni inedite tra elementi lontani nel tempo e nello spazio.

– Monumentale: i monumenti sono punti fissi che danno stabilità alla memoria collettiva.

LA CITTÀ EDUCANTE DELL’EDUCAZIONE DIFFUSA

Le idee di Aldo Rossi, Ebenezer Howard, Giancarlo De Carlo e Alexander Mitscherlich sulla città offrono spunti preziosi per riflettere sul concetto di città educante e educazione diffusa, due approcci che vedono lo spazio urbano come un luogo di apprendimento continuo, partecipazione e crescita collettiva. Ecco una sintesi delle connessioni tra i loro pensieri e questi concetti:

1. La città come spazio di apprendimento e identità (Città educante)

La città educante è un modello in cui la città diventa un ambiente formativo, dove ogni elemento (strade, piazze, edifici, monumenti) contribuisce a trasmettere valori, cultura e conoscenza. Questo approccio si collega alle visioni dei quattro architetti in modi diversi:

Aldo Rossi: La città come memoria e identità collettiva

– Rossi vede la città come un luogo di memoria, dove i monumenti e i “fatti urbani” (edifici, piazze, strade) sono punti di riferimento stabili che trasmettono la storia e l’identità di una comunità  ​⁠.

– Connessione con la città educante: La città, intesa come opera d’arte collettiva, diventa un testo aperto che i cittadini leggono e interpretano. Ogni elemento urbano (un monumento, una piazza) può essere un strumento educativo, che insegna la storia, l’arte e i valori della comunità. La città per parti di Rossi, con i suoi frammenti autonomi, invita i cittadini a esplorare, comprendere e partecipare alla vita urbana, favorendo un apprendimento spontaneo e diffuso.

Ebenezer Howard: La città come equilibrio tra natura e comunità

– Howard propone la città-giardino come un modello in cui città e campagna si fondono, offrendo un ambiente salubre, equilibrato e adatto alla crescita umana  ​⁠.

– Connessione con la città educante: La città-giardino è pensata per migliorare la qualità della vita e favorire il benessere psicofisico. In questo contesto, la natura, gli spazi pubblici e i servizi collettivi diventano strumenti educativi: i cittadini imparano a vivere in armonia con l’ambiente, a collaborare e a partecipare attivamente alla vita comunitaria. L’idea di autosufficienza (con industrie leggere, agricoltura locale) promuove anche un apprendimento pratico legato alla sostenibilità.

Giancarlo De Carlo: La città come spazio partecipato e democratico

– De Carlo sostiene che la città deve essere progettata con la partecipazione dei cittadini, per evitare l’alienazione e favorire un senso di appartenenza  ​⁠.

– Connessione con la città educante: La città partecipata di De Carlo è un luogo di apprendimento democratico, dove i cittadini imparano a collaborare, discutere e prendere decisioni insieme. Gli spazi pubblici (piazze, biblioteche, scuole) diventano luoghi di confronto e crescita collettiva, dove si impara a essere cittadini attivi. Il suo lavoro a Urbino è un esempio di come la città può essere un laboratorio di democrazia e educazione diffusa, dove ogni spazio è pensato per favorire la socialità e la condivisione.

Alexander Mitscherlich: La città come ambiente psichicamente sostenibile

– Mitscherlich critica la città moderna come spazio alienante, che ignora i bisogni psicologici degli abitanti e favorisce l’aggressività. Per lui, la città deve essere ripensata per ridurre lo stress e favorire il benessere psichico  ​⁠.

– Connessione con la città educante: Una città che risponde ai bisogni emotivi dei suoi abitanti è anche una città che educa al benessere. Mitscherlich sottolinea l’importanza di spazi verdi, aree di socializzazione e ambienti a misura d’uomo, che favoriscono un apprendimento emotivo e relazionale. La città, in questo senso, diventa un luogo dove si impara a vivere meglio, sia individualmente che collettivamente.

2. L’educazione diffusa: la città come scuola aperta

L’educazione diffusa è un modello in cui l’apprendimento non è confinato alle aule scolastiche, ma avviene in ogni spazio della città (strade, piazze, biblioteche, musei, laboratori). 

3. Sintesi delle connessioni

A. La città come luogo di memoria e identità (Rossi)

– Città educante: La città insegna la storia e la cultura attraverso i suoi monumenti e spazi pubblici.

– Educazione diffusa: Ogni elemento urbano (un edificio, una piazza) può essere un strumento didattico per imparare la storia, l’arte e l’architettura.

B. La città come ambiente equilibrato (Howard)

– Città educante: La città-giardino insegna a vivere in armonia con la natura e a partecipare attivamente alla vita comunitaria.

– Educazione diffusa: Gli spazi verdi, le fattorie urbane e i servizi collettivi diventano luoghi di apprendimento pratico (agricoltura, sostenibilità, cooperazione).

C. La città come spazio democratico (De Carlo)

– Città educante: La città partecipata insegna a collaborare, discutere e prendere decisioni insieme.

– Educazione diffusa: Gli spazi pubblici (piazze, biblioteche, scuole) diventano luoghi di confronto e crescita collettiva, dove si impara a essere cittadini attivi.

D. La città come ambiente psichicamente sostenibile (Mitscherlich)

– Città educante: La città insegna a vivere meglio, riducendo lo stress e favorendo il benessere psichico.

– Educazione diffusa: Gli spazi a misura d’uomo (parchi, aree di socializzazione) favoriscono un apprendimento emotivo e relazionale.

4. Un modello integrato: la città come ecosistema educativo

Combinando le visioni dei quattro architetti, la città educante e l’educazione diffusa possono essere interpretate come un ecosistema in cui:

 1. La memoria e l’identità (Rossi) si uniscono alla natura e alla comunità (Howard) per creare un ambiente ricco di significati e valori.

 2. La partecipazione democratica (De Carlo) e il benessere psichico (Mitscherlich) favoriscono un apprendimento attivo e inclusivo.

 3. Ogni spazio urbano (strade, piazze, edifici, parchi) diventa un luogo di apprendimento, dove i cittadini imparano storia, sostenibilità, democrazia e benessere.

Esempi concreti

– Urbino (De Carlo): Una città dove gli spazi pubblici sono progettati per favorire la socialità e la partecipazione, diventando luoghi di educazione diffusa.

– Letchworth e Welwyn (Howard): Città-giardino dove la natura e i servizi collettivi favoriscono un apprendimento pratico legato alla sostenibilità.

– Milano (Rossi): Una città dove i monumenti e i fatti urbani trasmettono la storia e la cultura, diventando strumenti educativi.

– Vienna (Mitscherlich): Una città dove gli spazi a misura d’uomo favoriscono il benessere psichico e un apprendimento emotivo.

I riferimenti all’architettura ed al disegno urbano opposti alle idee mercantili di architettura e città presenti in molte archistars di moda sono essenziali nella concezione dell’educazione diffusa in quanto l’importanza dei locus e dell’ambiente urbano e territoriale è pari a quella della pedagogia di riferimento illustrata nell’omonimo manifesto del 2018. Si tratta di una rivoluzione dell’educare, del vivere e anche dell’abitare. Si tratta di salvare le città e i territori da sé stessi attraverso nuove concezioni di educazione ed architettura come tante volte scritto e riscritto.

Tra pedagogia ed architettura

Le intuizioni pedagogiche e architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo. Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto fin dal tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più autentico ma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo pedagogico e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione. Colin Ward rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze tra l’architettura e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto “incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford, Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie pure nel maestro Aldo Rossi, consolida l’idea che la pedagogia e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia, psicologismi e mercato, materiali inerti, rigide organizzazioni e vita fluente. Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tutto sommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione della nostra città educante:un viaggio, come ho già detto altrove, di una coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta. Annota Colin Ward: “In quanto osservatore di come i bambinisappiano colonizzare un ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle «tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano.” Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettarele regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.”Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri. Experiri in territori e città che suggeriscono anche come dovrebbero crescere luoghi e persone insieme senza diktat progettuali e mercantili.”

( Le Télémaque N° 60/2021 Presses Universitaires de Caen)

https://www.cairn.info/revue-le-telemaque-2021-2.htm

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