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L’architettura di una città educante. Sogni e segni.

E’ stato pubblicata alla fine del 2019, in versione e-boook e in stampa on demand la riedizione aggiornata ed ampliata del volumetto “Il disegno della città educante” del 2017 con un bel racconto di Liliana Sghettini intitolato “Tutta un’altra scuola”. La nuova edizione contiene dei riferimenti più puntuali alle esperienze di Giancarlo de Carlo e la sua Urbino, città educante ante litteram seppure mancata per colpa delle amministrazioni poco lungimiranti nonché a quelle ci Colin Ward e la sua educazione incidentale coniugata con una sorta di architettura dissenziente. Vorrei proporre qui degli assaggi in una sorta di reading-writing dove chi fosse interessato potrà anticipare i contenuti più significativi del volumetto. Uscito anche alla fine di Aprile un nuovo saggio a quattro mani di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli sul “come si può cominciare a praticare” concretamente l’educazione diffusa e costruire una città educante. E’ un utile strumento per chi volesse sperimentare le idee del Manifesto della educazione diffusa e provare a cambiare, oltrepassandola da dentro, la nostra disastrata e obsoleta scuola pubblica. Dalla teoria visionaria, ma non tanto, del primo saggio alla pratica del secondo, attraverso l’impegno ideale del Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha ricevuto in forte aumento di questi tempi emergenziali dove l’idea potrebbe essere vincente nell’approfittare per indurre una sottile rivoluzione educativa ed urbana.

Mai più edilizia scolastica.

“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mentori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, La città educante. Manifesto della educazione diffusa

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Il feticcio urbano.

Una città a dimensione umana e ambientale. Una città a espansione limitata e autodeterminata per evitare la violenza che si crea nelle eccessive agglomerazioni umane come sosteneva Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano: la città inabitabile, istigatrice di discordia.Le città, tuttavia, non sono fatte solo di manufatti edilizi e di residenze, d’infrastrutture e di reti tecnologiche. Sono luoghi pulsanti della modernità, ricche di capitale immateriale e di saperi, soprattutto perché sono fatte di vita vissuta di chi le abita e ci vive, e di chi, non residenti, le usa. Luoghi dunque in continua trasformazione, dove si produce in tutti i campi delle attività umane cultura e ricchezza economica, innovazioni tecnologiche e servizi avanzati al produttivo e alle persone. Ma le città sono anche luoghi d’interessi contrapposti, soggetti alla ferrea legge del mercato, generatori di conflitti, di disuguaglianze economiche e sociali, e di crescenti criticità ambientali. Mitscherlich, nel suo pamphlet, Il feticcio urbano, le ha definite luoghi inospitali, istigatrici di discordia.”

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La città. l’educazione, gli architetti, i mentori.

“La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

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“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

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   Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

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Un Manifesto dell’architettura diffusa?

“Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.”

Il racconto allegorico ” La scuola senza mura” che supera tutte le distanze imposte, mentali o fisiche che siano. 

Tutta un’altra scuola. Un racconto di Liliana Sghettini

“Sul dolce pendio di una bella collina si ergeva un paesino i cui abitanti vivevano felici. Dalle case affacciate sulla vallata si scorgevano i più bei tramonti che si fossero mai visti.A sera, un arancione intenso riscaldava i tetti e placava i cuori cosicché tutti potessero coricarsi sereni. La natura era rigogliosa e gli abitanti svolgevano lavori umili ma soddisfacenti: erano contadini, pastori, ciabattini, muratori e panettieri. In paese abitava una donna di nome Rosa che non aveva né famiglia né figli. Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, né quanti anni avesse. Gli anziani raccontavano che forse aveva origini divine. Pare che la Dea della saggezza, un tempo, abitasse in quei luoghi… Il paese era popolato da molti gioiosi bambini che ogni mattina, sgranocchiando biscotti appena sfornati, correvano nella scuola di donna Rosa. La sua però non era una scuola come le tutte altre: non c’erano le aule e neppure i banchi, ma c’erano le passeggiate nei prati; non c’erano le interrogazioni e neppure i voti, ma c’erano i racconti e le esperienze; non c’erano le vacanze e neppure gli scioperi perché i bambini amavano molto andarci. Che fosse autunno, inverno oppure primavera, donna Rosa li conduceva per vie, sentieri e campi: << Bambini, la scuola è il mondo!>> ripeteva sempre.

 Quei bambini non erano mai usciti dal loro piccolo paese eppure sembrava che conoscessero molto del mondo. Conoscevano il bosco e le sue creature, il fiume con i suoi pesci e conoscevano l’avvicendarsi delle stagioni, la terra e i suoi preziosi frutti. Dai racconti di donna Rosa fantasticavano di luoghi lontani e avventure affascinanti. Quei bambini erano tanto felici finché un giorno un gelido vento soffiò da nord avvolgendo l’intero paese e la sua gente. Donna Rosa intuì che non si trattava di un vento qualsiasi. 

<< Per oggi la scuola è finita.>> 

<<Rincasiamo bambini miei.>> 

A sera ne ebbe conferma quando vide un tramonto che non era il solito… Il mattino seguente solo alcuni bambini si presentarono all’appello ma donna Rosa non chiese spiegazioni. Radunò i presenti e partì per fare scuole nella via, come al solito. Lo stesso fu nei giorni a seguire finché solo un bambino di nome Giosuè, uno tra i più vivaci, si presentò all’appello. Donna Rosa lo prese per mano ed andarono a cercare gli altri. Nei viottoli e tra le case non incontrarono nessuno. I bambini sembravano addirittura spariti. Si vedeva giusto qualche anziano recarsi lentamente dal panettiere o verso la bottega delle carni. Donna Rosa suo malgrado continuò a sorridere. Poi un giorno anche Giosuè non si presentò all’appello e Donna Rosa rimasta sola, radunò le sue cose e se ne andò via chissà dove… In paese tutto continuò a svolgersi come prima, tranne la scuola. I genitori senza un apparente motivo avevano deciso che era arrivato il momento di cambiare. Un edificio scolastico venne inaugurato nella piazza principale. Le pareti erano tinteggiate di una bella vernice verde, ma non era come il verde dei prati. Le finestre erano piene di sole ma non era come quello nel cielo durante le passeggiate. La campanella trillava alle otto ma non era allegra come la voce di donna Rosa. I bambini parlarono con i genitori, volevano tornare nella scuola di Donna Rosa ma loro non vollero sentire ragioni. Avevano deciso e forse era giusto così… La scuola era solo studiare sui libri e le lunghe passeggiate erano oramai un lontano ricordo. Uno ad uno, pian piano, si intristirono… Qualcuno pensò di marinare la scuola e Giosuè, il più ribelle di tutti, smise addirittura di andarci. I suoi genitori erano naturalmente contrariati, Giosuè non si rassegnava al cambiamento.

<< Questa non è scuola!>> diceva arrabbiato <<Rivogliamo la maestra Rosa>> insisteva facendosi portavoce anche dei compagni meno coraggiosi. Poi un giorno, decise di scappare di casa.

<< È sempre stato un ribelle>> commentò il papà.

<< È un bambino intelligente>> lo difese la mamma.

Passavano i giorni e Giosuè non rincasava, la mamma era preoccupata, mentre il papà era convinto che prima o dopo, mosso dai disagi e dalla fame, sarebbe tornato con la coda tra le gambe. E invece Giosuè non tornò perché nel bosco aveva costruito una casetta sull’ albero e lì dormiva la notte cibandosi dei frutti che raccoglieva durante il giorno. La scuola di donna Rosa gli aveva insegnato a cavarsela da solo, più di quanto suo padre non potesse immaginare. Poi, un brutto temporale, abbattutosi d’improvviso sulla collina perturbò il bosco e Giosuè fu costretto a cercare un altro riparo. Dapprima intimorito, non sapeva dove andare ma poi ricordò di una grotta che donna Rosa, una volta gli aveva mostrato. Appena arrivato si accorse che qualcuno ci si era già rifugiato. Fece luce e con sua grande sorpresa vi trovò una donna, ricurva, che sonnecchiava adagiata sulle pietre. Si avvicinò e vi riconobbe donna Rosa.

<< Maestra!>> disse sconcertato. << Cosa ti è capitato?>>

<< Nulla, bambino mio, nulla.>>

<< Perché sei qui?>>

<< Perché ho terminato il mio lavoro.>>

<< Non è vero, ti vogliamo a scuola.>>

<< Caro bambino non si può fermare il cambiamento.>>

<<Certo che si può, se non ci piace.>>

E così dicendo la aiutò ad alzarsi.

Insieme tornarono in paese dove nessuno avrebbe mai immaginato di vederli nuovamente insieme. Gli adulti erano sgomenti, i bambini felici. Da quel giorno i genitori avrebbero ascoltato i loro figli scegliendo insieme una nuova scuola.”

Giuseppe Campagnoli

31 Maggio 2020

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Architettura città Educazione

Architettura, città e potere. Pecunia non olet

“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa” Dicembre 1973 dalla tesi di Laurea di Giuseppe Campagnoli

Architettura e potere. Pecunia non olet.

Prendo spunto dalla tristissima  notizia dell’ennesima cattedrale del potere e del mercato  affidata  a Renzo Piano (archistar di cui ho scritto abbastanza come del resto di Calatrava, Fuksass e altri) dalla Vac Foundation, istituzione moscovita fondata nel 2009 dal l’oligarca e magnate degli idrocarburi Leonid Mikhelson, come “dono “ai cittadini moscoviti e… al mondo!

Qui la descrizione tratta da un articolo di Laura Milan su Tecnoring: “Renzo Piano a Mosca per il GES2, un nuovo centro culturale. Il progetto trasformerà un’ex centrale elettrica in un polo dedicato alla cultura e alla formazione nel centro di Mosca, in un’area vicina all’Ottobre Rosso e allo Strelka Institute di Rem Koolhaas”  

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Non sono finiti i tempi in cui l’architettura e l’arte (se così è lecito ancora definirle oggi) vengono asservite al potere politico o economico continuando a realizzare mostri  e abbandonare tante parti di città al degrado. Nessuno degli architetti oggi emergenti ha mai veramente pensato a risolvere i problemi del costruire, dell’abitare e del vivere la città in modo collettivo, come è giusto e naturale che sia. In modo differente ma alla fine tutto sommato inconsapevolmente convergente  Giancarlo de Carlo e Aldo Rossi lo fecero. L’uno con il sogno di una architettura partecipata e l’altro con l’architettura della città che è idea e memoria collettiva di una specie di autocostruzione rispettosa della storia e delle evoluzioni sociali, decisamente in contrasto con ciò che paventava profeticamente, per il destino delle città moderne seminatrici di discordia, Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano

Dissentire anche in architettura e urbanistica (ammesso che sia diversa dall’architettura) è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo e per ritrovare quella loro funzione sociale ed educativa.

La città che educa non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di qualche anno fa:

“1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnoli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

La città che educa sarà quella pensata e costruita con l’ausilio di nuovi mèntori dell’architettura:

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.”  Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Eleuthera e Apple Books. L’architetto diventa  mediatore  e guida di processi di trasformazione collettiva  delle città e del territorio, direttamente con l’autocostruzione o indirettamente con una  pogettazione e costruziuone mediate non più dal mercato ma dalla società civile secondo i suoi bisogni funzionali e culturali ampiamente condivisi. Ci provò a modo suo tempo fa Giancarlo de Carlo nella sua mirabile esperienza di Urbino da trasformare in una città-campus, una sorta di città educante sostenuta da Carlo Bo e per un po’ dall’amministrazione della città.  La storia è descritta in qualche modo nel libro edito nel 2018: “Sono geloso di questa città” di Lorenzo Mingardi per Quodlibet Studio di Macerata.  Vi si trovano spunti per una idea di città che non sia un mercato totale (immobiliare, turistico, ricreativo, speculativo in ogni sorta di beni) ma una serie di parti e di luoghi con una funzione dialogica, culturale, educativa e residenziale in modo partecipato fina dalle fasi di progettazione. 

Il  libro “racconta l’avventura dei primi vent’anni di lavoro di Giancarlo De Carlo a Urbino, una città che è stata per lui non solo il luogo dei suoi capolavori, ma anche una compagna di vita.
A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la Giunta comunale urbinate – guidata dal sindaco Egidio Mascioli – e il rettore dell’Università, Carlo Bo, lavorano insieme all’elaborazione di un progetto di rilancio economico della città affidato interamente al potenziale culturale dell’Ateneo. A Giancarlo De Carlo è assegnato il compito di tradurre tale programma in forme architettoniche, ampliando le strutture dell’istituzione, sia all’interno sia all’esterno del tessuto storico.
Forte della discussione internazionale sviluppatasi intorno ai CIAM, i suoi interventi fanno di Urbino uno dei più significativi esempi di città-campus mai progettati in Italia nel XX secolo: lo sviluppo dell’Università coincide, cioè, con la crescita della città.
Attraverso documenti inediti, il libro fa emergere la figura di un architetto che non si limita a tradurre in volumi e spazi i desiderata di un committente illuminato, ma li incastona in una strenua difesa del la propria idea di città, confrontandosi anche con fenomeni inediti come la contestazione studentesca – alla base del suo pamphlet del ’68, La piramide rovesciata, incentrato sull’esigenza di un rinnovamento dell’architettura per una più intensa partecipazione degli studenti alle trasformazioni strutturali della società. Ma sono soprattutto le vicende relative al Piano Regolatore (1954-1964), al primo brano dei collegi universitari sul colle dei Cappuccini (1960) e alla Facoltà di Magistero (1968), quelle che ci fanno capire come De Carlo avesse acquisito in quegli anni un’autorevolezza tale da consentirgli di guidare lui stesso la trasformazione culturale della città, divenendone il principale interprete. E non tralasciava nessuna occasione per ribadirlo: «Sono geloso di questa città al punto da non poter dormire la notte se altri la guardano con speranze possessive o, peggio, se le mettono le mani addosso senza capire la sua natura». 

In parallelo osserviamo  le riflessioni e l’agire di Colin Ward che lancia l’architettura del dissenso come chiave di volta per riappropriarsi dei destini della città e del territorio da parte di chi li vive e li usa senza dover subire le imposizioni formali e sostanziali di chi lo vorrebbe trasformare e gestire ad uso e consumo di poche èlites economiche e politiche.

“Il tema di fondo del lavoro di Ward sull’architettura e la città è la storia sociale nascosta dell’abitare, con una particolare attenzione alle forme popolari e non ufficiali di costruzione e trasformazione dei luoghi. Ogni esempio costruttivo di relazione non passiva tra le persone e il proprio ambiente di vita, ogni caso in cui l’habitat umano o una sua piccola porzione è il frutto, anche solo in parte, di una trasformazione attuata da esseri viventi in prima persona e non da un’entità astratta o burocratica, sono per lui testimonianze di quella «anarchia in atto» che costituisce il nucleo centrale della sua idea libertaria, i «semi sotto la neve» di una possibilità latente, da ricercare nella vita di tutti i giorni, molto più che nella prospettiva palingenetica di un futuro remoto. Nella ricerca di questi semi, Colin Ward è stato un vero rabdomante. La sua sfida era di scovarne non solo in luoghi esotici o primitivi, ma nel presente e nel passato prossimo, dentro alle nostre città e campagne, nella Londra capitale del mondo sviluppato, perfino in un’architettura monumentale tra le più celebrate, come dimostra il suo libro sulla cattedrale di Chartres…”

“L’alterità della ricerca di Ward rispetto al discorso contemporaneo sull’architettura, la sua capacità di farvi convergere una molteplicità di esperienze minoritarie e vitali, di «voci di dissenso creativo» (come recita il sottotitolo di uno dei suoi libri più belli) e quindi di indicare tracce di alternative possibili, spesso già in atto, spero che renda questa antologia di testi tradotti per la prima volta in italiano uno strumento utile per l’oggi e il domani, e non solo la testimonianza di un passato recente.
Lo spostamento di baricentro che caratterizza queste riflessioni, dall’architettura come oggetto (di nuovo implicita in tante teorizzazioni contemporanee) al suo sostanziarsi in una rete di relazioni concrete e cangianti con contesti, luoghi, climi, biografie, conflitti, conduce Ward su un terreno più vivo e problematico, che mette in discussione le tecniche edilizie, i processi decisionali, la proliferazione burocratica, ponendoli in rapporto alle questioni energetiche e ambientali, ai gradi di autonomia che tali tecniche e processi aggiungono o tolgono alle persone e alle loro pratiche attive, alla dimensione degli apparati e delle attrezzature che esse implicano, ai loro effetti sulla vita dei cittadini più deboli e più piccoli.”

“L’insieme di esperienze su cui Ward riflette comprende innumerevoli esempi di mutualismo e di auto-organizzazione nel campo dell’abitare (e i loro conflitti con le logiche del welfare in cui sono le istituzioni a provvedere ai bisogni abitativi dei cittadini), le esperienze degli autocostruttori di tutti i tempi e latitudini, studiate in profondità e fuori dai cliché folkloristici che spesso le accompagnano, gli usi degli spazi di umanità offerti dalla città premoderna «a grana fine» e il loro attrito con quelli «pianificati» nel segno dello «sviluppo», le tracce di rivendicazione di un rapporto con la natura e di possibilità di vita all’aria aperta testimoniate dalle attività delle classi popolari urbane: la cultura dell’ortismo, l’epopea dei primi campeggiatori, i giochi e le avventure urbane dei bambini e dei ragazzi. Egli intreccia queste esperienze con le ricerche di architetti e critici in qualche modo irregolari, figure a volte fondamentali nella storia dell’architettura e dell’urbanistica, a volte del tutto marginali e trascurate, mettendo insieme una compagine quanto mai variegata: Mumford, Geddes e Howard, il filone Arts and Crafts con Morris, Ruskin e William Richard Lethaby, il poliedrico Rudofsky, i suoi compagni anarchici Giancarlo De Carlo e John F. Turner …..” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Chiunque abbia intrapreso questa strada sia in via teorica che pratica non ha avuto molto seguito nè dalla politica nè dall’economia forse perchè non c’era ancora quel legame verso il basso, verso la platea dei cittadini che dovrebbero essere i protagonisti principi della crescita e delle trasformazioni dei luoghi in cui vivono, apprendono, lavorano e passano il tempo libero che si spera sia sempre più ampio rispetto a quello dedicato ad un lavoro schiavistico e in gran parte pleonastico perchè funzionale a quel plusvalore che va ai padroni  e padroncini dell’attuale sistema economico paradossalmente e fortunatamente in una fase di crisi crescente anche per i suoi stessi valori. Ma chi fa notizia e danaro sono i vips dell’architettura che pontificano sulla carta e sui media oltre che nel mercato golbalizzato. Le archistars  imperversano nell’empireo delle architetture delle multinazionali e delle oligarchie politiche e mercantili spacciando per arte al servizio della collettività dei monumenti a sè stessi e ad un mondo oppressivo e autoreferenziale che ha coniato un concetto di bellezza improbabile e inesistente perchè affatto gratuito e a suo esclusivo uso e consumo. La questione delle abitazioni non è stata mai risolta. Neppure il degrado crescente e al limite del non ritorno di periferie e centri urbani è stato ancora risolto. Le miracolose ricette dei guru dell’architettura erano solo alla prova dei fatti boutades pubblicitarie e autoreferenziali.Come se replicare le discutibili idee del Beaubourg,  di Potzdam Platz o delle vaghe torri urbane di ferro e vetro e di boscaglia rampicante fossero la soluzione ai problemi delle città! Le riviste patinate di architettura oltre al 70 % di pubblicità mercantile, ai panegirici dei soliti noti e alle discutibili archeologie architettoniche non sanno apportare alcun contributo veramente rivoluzionario ad un pensare e fare architettura oggi vicino a chi questa architettura deve vivere, non come cliente ma come uomo e comunità. Certe cose della vita non possono essere oggetto di mercato. Tra queste ci sono anche l’educazione, l’arte  e l’architettura.

Giuseppe Campagnoli 8 Novembre 2019

 

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Singolari affinità elettive verso l’architettura della città educante

Ricordo le tappe importanti e un po’ autobiografiche del percorso verso la negazione dell’efficacia dell’edilizia scolastica nell’educazione diffusa, a favore di una intera città educante. Da Aldo Rossi a Giancarlo De Carlo e Colin Ward, ho ritrovato le idee di una architettura “medievale” della città  tra apparenti contrasti e sublimi affinità.

Prendo spunto da passi della  relazione della mia tesi di laurea (1973) e del primo dei rari progetti di edilizia scolastica (1977)  realizzati nella ondivaga carriera di architetto “condotto” , passando attraverso brani dei saggi fondamentali, per raccontare la marcia di avvicinamento all’architettura della città educante che troverà presto un esito in una specie di breviario utile a suggerire modi per realizzare l’educazione diffusa in una città concepita come educante senza appositi reclusori scolastici. Dell’edilizia scolastica e dei suoi anfitrioni pedagoghi e progettisti ho già detto abbastanza anche nelle loro versioni più o meno avanguardiste. La mia storia è la prova di un cammino di idee sulla città e sulla sua capacità di educare chi la vive senza bisogno di costruire manufatti frutto anche di funzionalismi ingenui o in mala fede.

Dalle  relazioni dei progetti

1973. Intervento sulla città di Chieti.

“Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”

1977. Progetto di Scuola Media a Villa Teresa di Recanati:

” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”

1997. Progetto di restauro e ridisegno dell’Istituto d’Arte di Pesaro:

” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…”  “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”

2009. Concorso internazionale Open Architecture Network. An artistic Classroom:

L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…

Dai saggi

2007. Franco Angeli Milano. “L’architettura della scuola”:

“ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.  “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

2014. ReseArt Pesaro “Questione di stile:”

“Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… “

2015. ReseArt Pesaro. “Oltre le aule”:

“La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca, gli uffici e i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”

2017. Asterios Editore. Trieste. “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”:

“Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e  il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…

L’autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, una mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti, sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua di segni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera  città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali ma credo che avessero in mente già una intera città educante.

Giuseppe Campagnoli 13 Luglio 2019

 

 

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Architettura aria fritta Articoli edilizia scolastica education facilities Educazione

Dialogo tra un viaggiatore e venditori di dorati reclusori scolastici

Dialogo tra un viandante e venditori di dorati reclusori scolastici

Ho appena finito di leggere (rigorosamente in diagonale, come suggeriva Manfredo Tafuri in certi casi) l’ennesimo libro che tratta di “pedagogia e architettura scolastica” ma che scrive, disserta e disegna sempre e comunque di volgare, seppure aggiornata, edilizia scolastica. Ripensando a Giovani Papini  ad Aldo Rossi, Giancarlo de Carlo e soprattutto a Colin Ward non mi viene, un po’ per il caldo e un po’ per la noia di doversi sempre ripetere, di scrivere una recensione né di osservare come nel libro manchino del tutto riflessioni sulle idee di vera rivoluzione per i luoghi dell’educazione. Allora mi limito a riproporre il testo integrato di alcuni miei articoli recentemente pubblicati qui e su comune-info in linea con Il Manifesto della educazione diffusa, che esprimono a pieno ed esaurientemente il mio pensiero sul rapporto tra architettura ed educazione che non può prescindere dall’idea di società, di città e di territorio. Pensiero che non trova molti accoliti tra gli architetti del mercato e dell’accademia. Ma questo non è poi un gran male.

L’architettura dissenziente (vedi Colin Ward) e l’educazione diffusa possono aiutare a costruire nuove città e territori. Trasformare il ruolo di architetti, urbanisti, insegnanti ed educatori in funzione di una visione partecipata e collettiva della città e dell’educazione è possibile. Le difficoltà a far digerire una siffatta concezione non è trascurabile perché si sottrarrebbero poteri a figure e sistemi che hanno il monopolio  della gestione del futuro dei luoghi e delle persone, ma vale la pena darsi da fare per questo. L’idea è che una città educante non si costruisce dal nulla o non si trasforma dalla vecchia configurazione imponendola ex cathedra ma si autocostruisce leggendo la sua storia, interpretando i suoi valori educanti in modo collettivo e proseguendo in modo coerente la sua crescita positiva e a misura dell’umanità che la deve vivere. Solo una discreta organizzazione condivisa dal basso potrà essere affidata ad esperti e addetti ai lavori che assumeranno il ruolo di mere guide e traduttori per ridurre e assorbire virtuosamente quegli spazi di improvvisazione e di non conoscenza che potrebbero indurre una partecipazione spontaneista o una democrazia diretta tout court. Le norme e i regolamenti saranno solo dei pretesti e dei pro-forma ovvero delle convenzioni condivise per poi muoversi liberamente a concepire fisionomie diverse per i territori e le città e per i luoghi dell’educare già presenti in essi o da progettare e realizzare. La residenza, le strutture pubbliche collettive aperte e chiuse (nel senso di protette dagli agenti atmosferici) i parchi e i giardini, le campagne, i monti e i litorali dovranno essere letti e reinterpretati, in qualche caso per trasformarli, in altri per conservarli. Il territorio e la città vanno ascoltati e assecondati per evitare fratture pericolose ad uso solo della speculazione o del successo di qualche tecnico o politico narcisista. Città e natura La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Soltanto così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perché l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza.

Gradara/PU (tratta da pixabay.com)

La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sé idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a se stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le ”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi.

Dissentire in educazione come in architettura. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:

“I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”.

In un testo noto come Il mutuo appoggio nel 1902 scrive invece Pëtr Kropotkin:

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”.

Architettura sociale diffusa

All’architettura come attività sociale diffusa ha dedicato molte attenzioni anche Colin Ward. Nell’antologia Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano (eleuthera), a cura di Giacomo Borella, tra l’altro, si legge:

“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica…”. “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo…”. “L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico…”. “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”.

Massa Marittima/Gr (tratta da pixabay.com)

Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata” che è comunque un passo avanti ma dove il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare e applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna… Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi, degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de L’architettura della città educante si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.

scuola rurale

Il potere, politico, laico, religioso o economico  si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti e le sue città che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e ifinancial buildings, le residenze e i giardini rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura di pochi sui tanti. Ma anche i tipi della residenza e del lavoro sono stati influenzati dai vari poteri. La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città in modo collettivo ed autonomo per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale, una casa.

È finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma anche solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionati. La prima cosa da fare è non costruire più nulla per un po’ o forse per sempre. Il lavoro degli architetti, ammesso che ve ne sia ancora bisogno, è nella fase transitoria verso una “architettura incidentale”, quello di trasformare e riadattare continuamente. È infatti un delitto non riutilizzare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, riadattarli magari in autocostruzione come dovrebbe essere fatto anche per le nuove residenze e i servizi collettivi, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…). La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. È questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa e della architettura “incidentale” e dissenziente. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma non definitiva, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia. La nuova architettura sarà pensata e costruita dai suoi fruitori collettivamente come avveniva spesso fino al medioevo e anche oggi nelle poche aree del pianeta ancora non contaminate dal mercato e dalla tecnologia del consumo, senza intermediari pubblici o privati.n Questione di stile del 2014 avevo già tracciato qualche linea di controarchitettura. “Rileggendo gli scritti e i  disegni di Aldo Rossi ho rinnovato la convinzione che vi sia più che mai bisogno di rifondare l’architettura della città affinché non si dica in futuro che dal razionalismo in poi non vi è più stato uno stile in architettura e forse anche nelle altre arti. Uno stile non autoritario ma spontaneo, diffuso, collettivo. Da tempo ho rinunciato alla professione abbandonando l’ordine professionale italiano con una lettera in cui lamentavo la situazione di un mestiere che è pur sempre stato un venale mercato dove l’arte  la cultura e la socialità hanno un ruolo subalterno quando non sono assenti del tutto. Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia! Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità e al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella oltre che nella politica e nella professione ammesso che ve ne sia ancora bisogno. La società non ha bisogno delle archistars e forse non ha nemmeno più bisogno dell’architettura così come l’abbiamo concepita finora né dei suoi mercantili mentori. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola..” Bene ha scritto Colin Ward nella sua Architettura del dissenso:

“La cultura ufficiale e autoritaria prescrive determinate forme architettoniche per la casa, l’ufficio, l’opificio, la scuola, anche differenziati per ogni tipo di gerarchia… Ora che il movimento moderno si è esaurito capiamo come i suoi principi fossero elitari o brutalmente meccanicisti ignorando le preferenze della gente per i luoghi della loro vita, del loro lavoro, del loro svago…”.

Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata Juste assez de… edizioni Dunod intitolato Juste assez d’architecture pour briller en société di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i cinquanta grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright…. gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana e del paesaggio, fino a diventare autonoma, collettiva e spontanea come se la città trasformasse da sola sé stessa. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile per l’uomo ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, a un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese. A me pare che oggi questo non esista più e da una parte è anche un bene se si volesse ricominciare da zero a ridisegnare le città e il territorio. Oggi è un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive, quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poiché ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora oggi non diventi parte del fare umano e non di pochi eletti è una disgrazia. Lo stile più bello in Europa era quello del medioevo, quando non c’erano architetti ma interpreti della città come i famosi maestri comacini e i meravigliosi anonimi autocostruttori del popolo.

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La lettura de L’educazione incidentale raccolta di scritti di Colin Ward a cura di Francesco Codello per Elèuthera di Milano (2018) e ancor prima de L’architettura del dissenso dello stesso autore e casa editrice (2016) mi conducono a recensirli entrambi o meglio a rileggerli e commentarli con la lente del concetto di città educante. Le intuizioni pedagogiche e architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo. Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto fin dal tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più autentico ma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo pedagogico e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione.

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Colin Ward rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze tra l’architettura e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto “incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford, Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie pure nel mio maestro Aldo Rossi, mi riappacifica con l’idea che la pedagogia e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia, psicologismi e mercato, materiali inerti, rigide organizzazioni e vita fluente. Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tutto sommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione della nostra città educante: un viaggio, come ho già detto altrove, di una coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta (leggi Una scuola oltre le mura).

Annota Colin Ward:
“In quanto osservatore di come i bambini sappiano colonizzare un ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle «tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano”.
Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”. Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri. Che dire degli orti urbani e rurali e delle loro meravigliose doti di cultura architettonica libera e autonoma e di piccola grande aula all’aperto che dal primo libro di Ward sull’architettura rimandano direttamente a quello sull’educazione incidentale?
“Troppe persone hanno un’impressione sbagliata degli orti. Il movimento non è totalmente dipendente per il suo benessere dal sostegno che riceve da governo ed enti locali (…). Gli orti hanno la loro origine nel self-help, non nella beneficenza, e anche adesso il concetto di self-help è fondamentale (…). Nell’intero corso della sua storia, il movimento degli orti ha sempre avuto come forza motrice il self-help. L’esempio è dato dai lavoratori giunti dalla campagna durante le crisi periodiche nell’andamento del ciclo economico dell’epoca vittoriana, i quali, essendo costretti a cercare un impiego in città (spesso lavorando 55 ore settimanali, con mansioni orribili), cercavano impazientemente un’attività alternativa al lavoro in fabbrica ed erano quindi felicissimi di lavorare la terra quando ne avevano la possibilità (…). È sorprendente che in così tanti abbiano trovato la forza, la determinazione e l’autentica passione per il giardinaggio che erano necessarie per accudire i loro orti: sono segni di un sentimento profondo”.

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Il discorso dell’orto urbano o rurale come luogo dell’apprendere, non solo ai fini di un mestiere agricolo, si ritrova nell’educazione incidentale tra le tante possibilità di pensare ad una teoria di spazi per crescere al di fuori delle rigidezze istituzionali e per superarle nel tempo. Anche l’idea delle aree tematiche trasversali è già sfiorata nelle descrizioni di Colin Ward e fa intendere comunque una “discreta organizzazione” collettiva dei contenuti, dell’insegnamento e degli ambiti in cui opera senza obblighi particolari o classificati. Illuminante è la presentazione del volume di Ward fatta da Elèutheria anche alla luce delle nostre idee di educazione diffusa :
“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria”.

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Il susseguirsi dei capitoli, già in alcuni titoli e nelle note del curatore Francesco Codello, prefigura un’idea mirabilmente affine a quella della città educante e del suo ridisegno: La libertà della strada:
“la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.
La città come risorsa:
“rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.
Adattare l’ambiente imposto:
“superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.
Il gioco come protesta ed esplorazione:
“ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.
Luoghi di apprendimento:
”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e delimitati”. E qui fervono le citazioni di Friedrich Froebel, Pestalozzi, Rousseau,la Summerhill School, Steiner, Illich, Goodman…
Educare all’intraprendenza:
”Esiste un luogo nel quale tutti possiamo ritornare ad essere bambini, svincolati da vuoti formalismi e pericolose forme di competitività…”.

Che l’estate porti consiglio a chi si occupa di scuola e di architettura…

Giuseppe Campagnoli 2018-2019