Dopo tre ore di toni scuri e a volte indecifrabili oltre a momenti di rumori assordanti dalle fastidiose basse e profonde frequenze in sala che hanno messo a dura prova i sensi più colpiti con una sofferenza che ha acuito anche l’aspetto critico di una visione non mi resta che confermare l’essenza del mio primo scritto.

Ho da aggiungere che vorrei tralasciare per decenza il grottesco di certi commenti o recensioni popolari sui social che evocano addirittura il termine “woke”. e che la dice ancora lunga sulla narrazione pericolosa che di tutto si fa oggi in certi ambienti della misera destra neoanalfa quando si provano ad introdurre anche nel cinema elementi di “libertà eguaglianza e fraternità”. L’antica Grecia e il mondo mediterraneo di quei tempi se possibile era ben più “woke” di quanto lo siano i cosiddetti progressisti e libertari di oggi. Quanto alla presenza di attori neri si sappia che i Greci chiamavano Αἰθίοπες (Aithiopes), cioè “dai volti bruciati dal sole”, le popolazioni che vivevano a sud dell’Egitto, corrispondenti in gran parte all’attuale Sudan e alla Nubia. Non si trattava di un unico popolo, ma di diverse popolazioni africane che migravano in tutte le terre del mediterraneo. I contatti erano frequenti con le coste del Mar Rosso e del Corno d’Africa con il Regno di Kush, una delle civiltà più avanzate dell’Africa, e l’Egitto, dove vivevano anche Nubiani.

Quanto alla condizione femminile, Sparta si distingueva addirittura più di Atene per una condizione delle donne di una certa libertà e addirittura di grande influenza nella vita politica, economica e religiosa oltre che culturale. In generale per l’epoca classica ricordiamo tra le altre le figure di Saffo, Aspasia di Mileto,Diotima di Mantinea etc. Penelope non sarebbe da meno.

Per quel che riguarda la critica al film posso aggiungere solo un pezzo significativo trovato oggi su Libération che pare si sia speso in modo particolare sull’argomento:

Il filosofo Vincent Cespedes aveva invitato a boicottare il film, ma alla fine ne saluta il trionfo, pur rimpiangendo il formato IMAX, la visione riduttiva del regista e l’assenza di elementi essenziali del poema di Omero. In una sola settimana, Odissea ha incassato già 264 milioni di dollari (232 milioni di euro): il miglior esordio mondiale dell’intera carriera di Christopher Nolan. Proiezioni fino alle due di notte, in un network globale di 41 sale capaci di proiettare il film in IMAX 70mm, biglietti messi all’asta su eBay a oltre 1.000 dollari, i primi seau a forma di macchina da presa IMAX esauriti in un lampo. Non possiamo certo lamentarci: che un poema di quasi tremila anni torni a essere argomento di discussione a cena, una lite tra persone che non avevano mai parlato di Omero, è una cosa felice, e me ne rallegro di cuore. All’inizio avevo invitato a boicottare questo film. Il suo trionfo mi impone di fare di più: aprire il poema. Perché se il desiderio ritorna, merita una domanda semplice: quale Odissea entra oggi nelle nostre teste?

Quello che la campagna mondiale installa oggi sotto il nome di «Odissea» ha la precisione di un’operazione ingegneristica: Nolan sottrae al mondo greco il potere di incantare da solo, poi blocca questo potere nella macchina che lo filma. È il monopolio del meraviglioso. Bastano due scene. Negli Inferi, Omero mette in bocca ad Achille la frase più sovversiva del poema: «Meglio servire un povero vivente che regnare su tutti i morti». Nolan taglia Achille, e con lui la frase. Tiene Agamennone, il re che sacrificò la figlia perché la flotta prendesse il largo, e gli attribuisce la serenità di chi avesse capito tutto. Il poema svalutava il potere in nome della vita; il film nobilita il predatore in nome della sua sofferenza. Poi c’è il riconoscimento finale. Da Omero, Penelope riconosce il marito dal segreto del loro letto, intagliato in un ulivo vivo, radicato nella casa, che nessun estraneo potrebbe imitare: riconoscere significa ritrovare il mondo costruito insieme. Nolan, invece, fa della lancia di Atena il segno decisivo dell’identificazione. Da Omero, Penelope riconosce il loro mondo; da Nolan, verifica i documenti.

Slogan

Il resto obbedisce alla stessa legge. Gli dèi diventano sfocati: Poseidone può passare per una superstizione di marinai; Atena, per una voce nella testa dell’eroe. Ma una Legge rimane, la «legge di Zeus» – non l’ospitalità che Zeus proteggeva già in Omero, ma un comando unico, ripetuto come uno slogan, che il poema non conosce in questa forma. E le donne non turbano più: Calipso smette di incarnare un desiderio sovrano per diventare la farmacista dell’oblio; Circe, l’incantatrice, finisce per essere la procacciatrice della violenza predatoria degli uomini; Elena, la cui bellezza sconvolgeva l’ordine del mondo, non è più che una prova ferita di quella violenza. Loro custodiscono, curano, testimoniano. Ecco il mondo che oggi si installa sotto l’etichetta «Odissea». Il film lascia al mondo greco la sua bellezza visibile, ma gli sottrae il potere di produrre senso. Da Omero, un dio agisce, una menzogna salva, un desiderio devía il ritorno, un nome può essere abbandonato. Da Nolan, nulla agisce da solo: il desiderio diventa sintomo, l’astuzia un reato, il riconoscimento un controllo d’identità. È il suo marchio di fabbrica da vent’anni. Già in Inception disciplinava la stranezza del sogno per far brillare solo la meccanica che lo incastrava. Nolan non distrugge la poesia del mondo: la confisca a vantaggio dell’apparecchio che lo filma, e permette solo la magia di cui l’ingegnere possiede il libretto d’istruzioni.

Comandamento

Qui, il trionfo smette di essere un numero per diventare il secondo atto dell’opera. L’aura sottratta al mondo di Omero è migrata, sotto i nostri occhi, verso l’apparecchio: la macchina da presa costruita per il film, la pellicola 70mm, le sale rare, la proiezione trasformata in pellegrinaggio, fino agli spettacoli alle due di notte. Il desiderio si è addirittura fissato sulla macchina prima ancora che sull’opera: i biglietti IMAX si esaurivano un anno prima, per un film che il pubblico non aveva ancora visto. L’IMAX presenta il suo formato come l’unico modo per vedere il film così come Nolan lo ha voluto, e si compiace di aver trasformato un semplice film in un evento planetario. Il dispositivo non si limita più a organizzare il meraviglioso: si offre esso stesso come meraviglia. Il film sottrae al mondo omerico il suo incanto autonomo; la proiezione pretenderà ora di restituircelo. Che Nolan proponga la sua «Odissea» è il suo diritto più legittimo, e nessuno deve rilasciargli un attestato di fedeltà. Il problema nasce quando un potere industriale trasforma questa versione in vocabolario comune prima che il poema possa riaprire bocca, quando già si recita come un sapere antico una «legge di Zeus» che esiste, in questa forma di comando, solo in Nolan. Omero, invece, non appartiene a nessuno: è un bene comune, che ognuno può leggere, sognare, contraddire.

Poema

Allora apriamo il poema. Vi è piaciuto il film? Meglio così, almeno l’appetito è buono. Leggete l’Odissea di Omero, e vi ritroverete il riso degli dèi, il desiderio che svia, l’uomo abbastanza astuto da farsi chiamare «Nessuno» e salvare i suoi, la donna che riconosce il marito dal segreto del loro letto. Il film ha risvegliato nel pubblico il desiderio di Omero. Resta da liberare questo desiderio dal dispositivo che pretende di fissarne le condizioni. Facciamolo.

Con questo passo e chiudo.

PS. Matt Damon è sempre Jason Bourne. E l’immagine generata dall’IA nella mia copertina ben descrive l’atmosfera del film. Forse solo un po’ più scuretta.

Ancient Greek ship with Odysseus holding a spear at the bow during voyage
Odysseus stands strong on his ancient Greek ship sailing toward the horizon.

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