ἄνδρα μοι ἔννεπε, μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ

Cyclops with flaming eye attacking ancient warriors in cave

Raccontami o decima Musa (non Saffo…)

Parto da una stimolante recensione in un post pubblico su FB dell’”amica” di social Lidia Massari docente al Liceo Classico di Recanati.

“Venerdì, tutti a vedere l’Odissea. Tanti ragazzini che, se volessero leggerla davvero, in greco, ci risolverebbero il problema delle iscrizioni al Classico.Bellissimo. Un filmone analogico, smisurato e fisico. Gli attori non sono tutti adatti ai personaggi che interpretano, ma parlano di noi. Tipo Calipso: Charlize Theron ha i suoi tre fori sul lobo sinistro. Nolan non voleva ricostruire il mondo di Odisseo: voleva usare l’Odissea per leggere il mondo di oggi. Che è, esattamente, la funzione del mito. C’è dentro tutta la vita, ma soprattutto ritorna l’ossessione già centrale in Oppenheimer: il genio che, mentre crea, distrugge se stesso e il mondo a cui appartiene. Troiani e Achei — nel film diventati genericamente Greci, ma vabbè — finiscono per assomigliarsi fino a diventare indistinguibili.I nemici veri sono i mostri, quelli oltre lq frontiera dell’umano. O no? . Polifemo è fatto a forma di Picasso, ma parla e scopri che ha in sé qualcosa di umano, anzi è figlio di un dio. Forse. È un mondo, quello di Odisseo, spopolato di dei, ma pieno di minacce oscure come i Popoli del Mare, di leggi di Zeus (xenìa), e di autoanalisi. Atena ha il volto di Cassandra: soltanto alla fine capiamo chi sia davvero la figura che accompagna Odisseo. Ma Atena è anche una fibbia, un regalo di Penelope, si è ridotta a un piccolo oggetto d’uso. Gli dei hanno abbandonato la terra.  Manca nel film la soglia verso l’altrove, manca l’abisso. Persino i morti non fanno che interessarsi ai vivi. L’abisso è soltanto nella mente di Odisseo. Ma metterci la psicanalisi non basta: la profondità psicologica non coincide con l’abisso. Nolan riempie Odisseo di trauma, colpa, fantasmi e autoanalisi, ma resta tutto leggibile, riconducibile all’io. I Greci, invece, nell’abisso sapevano guardare davvero, senza trasformarlo in una tappa del percorso di guarigione dell’eroe. Menzione speciale per Circe, femminista fuori posto che lotta a modo suo contro il patriarcato. E per il mare, che evoca, nemmeno tanto da lontano, l’oceano grigio di Moby Dick: a ognuno il suo esilio e la sua ossessione. È stato bello. È stato come tornare a casa fra mille citazioni di prodotti culturali degli ultimi cinquant’anni: una consolazione legata a un linguaggio comunicativo riconiscibile, impossibile da fraintendere. Come quando da piccoli si vuole vedere sempre lo stesso cartone: una comfort zone. Con un finale orribile e consolatorio, privato della la tragedia dell’Ulisse che riparte da solo verso il mondo sanza gente. Nolan contro la guerra, Nolan sul concetto di frontiera, Nolan sulla colpa e sul viaggio dell’eroe. Ma dove sta l’inquietudine? Dov’è la soglia scomoda? Sarà che sono nata a metà Novecento, ma questo film pieno di vecchi mi è sembrato una specie di rivincita della Generazione X. Occidente è là dove il sole cade. Ha già dentro di sé l’idea della decadenza. Ulisse e Penelope partono verso ovest, al tramonto, nel tramonto della loro vita. L’Odissea di Nolan è un film sulla fine dell’Occidente, che forse potrà salvarsi soltanto a patto di continuare a raccontare storie come questa. In questa buia zona crepuscolare forse è ora di far uscire gli antichi dalle scuole polverose, farli sporcare un po’ e guardare l’effetto che fa. Chissà, magari qualcuno oggi ha Omero sotto l’ombrellone…»

Aggiungo le recensioni da una selezione di una ventina al di qua e al di là dell’Oceano.

Una recensione dalla testata accademica e specializzata in cinema, Cineforum.

L’unica buona notizia in circolazione, finché durerà, è che L’Odissea è un poema di Omero. Ma per quel che riguarda l’omonimo film di Christopher Nolan, più ‘americano’ che ‘omerico’, quindi ‘omericano’ nell’accezione statunitense, com’era prevedibile, le considerazioni dilaganti […] hanno seguito canali innocui e insistenti. […] Il film di Nolan solleva questioni centrali sul senso politico-commerciale dell’intera operazione: l’aderenza al testo originale è stata spesso dibattuta, ma secondo Cineforum il vero nodi è come il regista abbia trasformato un’opera classica in un prodotto che risponde a logiche di propaganda culturale (richiamando il concetto di ‘modelli di propaganda’ di Chomsky ne La fabbrica del consenso). […]Le discussioni sull’aderenza al testo omerico, pur legittime, rischiano di essere fuorvianti rispetto alla sostanza del film: un’opera che, pur rispettando la forma epica, si inserisce in un contesto di cinema globale dove la mitologia diventa strumento di narrazione contemporanea, con tutte le ambiguità e le tensioni che questo comporta.”

Brani da recensione su Libération. Lelo Jimmy Batista Olivier Lamm

All’inizio dell’Odissea di Omero, l’eroe è un fantasma. Sono passati vent’anni da quando ha lasciato Itaca e suo figlio, all’età in cui ancora non si cominciano a intrecciare i ricordi, e Telemaco ci viene descritto mentre osserva ciò che è diventata l’isola in assenza del suo re. L’adattamento che Christopher Nolan ha tratto dal poema, iniziando con un proprio prologo ambientato alla vigilia della conclusione della guerra di Troia, non è altro che un’ulteriore deambulazione nel tempo, tra ieri e oggi, intrecciati insieme dal filo della catastrofe annunciata, così come accade in Memento o Oppenheimer. Il protagonista che seguiamo, più che un avventuriero o un eroe geniale, è un uomo tormentato. Un Ulisse del lavoro e del dolore, la cui tragedia, da quando si è lasciato intrappolare dal destino che gli dèi hanno scelto per lui, è quella di essersi fatto rubare il tempo che avrebbe dovuto durare la sua vita. Non c’è da stupirsi, quindi, se il suo ritorno al luogo delle sue radici, la sua casa, è meno un obiettivo che il pretesto per una nuova avversità.

“O Musa, narra l’avventura dell’inventivo, colui che saccheggiò Troia, che per anni errò”: così inizia l’Odissea (nella traduzione di Philippe Jaccottet), e non è difficile decifrare nell’adattamento di Nolan il ritorno impossibile dalla guerra di un veterano roso dal senso di colpa, e come la guerra stessa, in quanto sfida alla civiltà e all’umanità, continui a far risuonare la sua atrocità molto dopo che si è spenta l’ultima brace tra le macerie delle sue rovine.

Questo è ciò che racconta, più di ogni altra cosa, l’Odissea di Nolan, singolarmente attuale, mentre le bombe risuonano ogni giorno ai confini dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Ed è probabilmente questo il disegno dietro la scelta di adattare l’epopea delle epopee della cultura occidentale. Forse tra i pensieri nascosti del film c’è anche il sogno infantile di un ex studente di lettere: fare del poema di Omero un blockbuster omerico, risalire alle origini del kolossal. In questo, Nolan, super-autore più potente dell’Hollywood contemporaneo (che si mantiene a stento sul baratro), è fondato nella sua ambizione, mettendo alla prova un’altra volta il suo hubris, come il suo eroe Kubrick con Napoleon (e che, in gioventù, sognò di adattare l’Iliade prima di abbandonare l’idea perché riteneva impossibile rappresentare decentemente gli dèi dell’Olimpo).

E lo siamo anche noi, nella nostra curiosità di scoprire che tipo di prototipo di cinema ibrido, frutto delle sue ossessioni tecnologiche a cavallo tra l’età dell’oro dell’analogico (la pellicola 70 mm) e il futuro del grande spettacolo (il formato IMAX nativo, usato per la prima volta per un intero lungometraggio), l’anglo-americano abbia immaginato per portare sullo schermo i 12.000 versi del poema che, all’insaputa di molti, infondono da diecimila anni l’humus del nostro immaginario e hanno così profondamente influenzato il suo cinema odisseico finora (Inception, Interstellar: due spedizioni di eroi attraverso tempo e spazio che lottano per tornare a casa).

Slanci minati dalla fantasia

Immagini, immaginazione: eppure, fin dall’inizio, mancano nel film, forgiato e modellato in una materia arida che, pur facendo emergere come mai prima il mondo di Omero – meraviglioso nella precisione dei suoi versi che descrivono l’odore delle piante o i movimenti del “dorso enorme delle acque” e ce lo porge a portata di mano, di credenza, di materialità – tradisce anche il limite di un cineasta ossessionato dal reale, dalla storia e dalla scienza, al punto da minare gli slanci della sua fantasia. Così spaventato, nell’Odissea, dal mostrarci gli dèi, gli inferi, i mostri o la magia quanto era imbarazzato in Inception nel ricreare la natura fumosa e stravagante dei sogni in cui si perdono gli eroi, ecco che distorce l’avventura delle avventure, il grande racconto della scoperta del mondo alla fine dell’età del bronzo, in un’erranza tra terre desolate e bruciate (Grecia, Marocco, Italia, Scozia, Islanda, Stati Uniti, Malta o Sahara Occidentale irriconoscibili), sotto un cielo bianco di astrazione e fatalità, con le creature tenute a distanza; o frammentate in un montaggio discordante che ricorda il cubismo, quando non sono addirittura rese invisibili dalla nebbia o dalla distanza. “Nascondete questo mito che non saprei vedere”: impossibile provare il minimo brivido davanti a questo ciclope smarrito, a questa Scilla svanita o a questi robot-Lestrigoni austeri, le cui apparizioni sono come altrettanti sassolini nella sandalo di un Ulisse impaziente di impugnare il xiphos (corta spada) per uccidere i proci che occupano la sua oikos (casa). L’isola della maga Circe (Samantha Morton) evoca meno la minaccia e il mistero che un supplemento “stregoneria e stufato” della rivista Il mio giardino e la mia casa; quanto alle sirene, a tutte è stato offerto un biglietto di sola andata fuori campo. Questo, tra l’altro, ricorda che, oltre al soprannaturale, Nolan ha sempre avuto difficoltà a filmare le donne, ridotte a cliché monolitici: dalla mater dolorosa con labbra tremanti (Penelope, interpretata da Anne Hathaway) all’influencer in ritiro yoga alle Maldive (Calipso, interpretata da Charlize Theron). Tutti, uomini e donne (Matt Damon, Tom Holland, Robert Pattinson), sono filmati in un perpetuo chiaroscuro, più vicino a una cantina voltata che accoglie serate di slam e fado che a un dipinto di un maestro fiammingo – gli esperti non mancheranno di ricordarci che l’Odissea, prima di essere un capolavoro della letteratura mondiale, è una lunga canzone destinata ad essere accompagnata dalla lira.

È solo nell’ultima mezz’ora, quando chiude il suo cerchio doloroso, che il film di Nolan si rivela per toccare la storia che intende raccontare: quella di mondi che crollano e dovranno essere ricostruiti, di uomini senza valore ai quali sopravvivranno sempre i giusti, di guerre senza scopo perché portano in sé i germi del tradimento. Un ponte verso il nostro presente in frantumi che il regista usa come punto d’appoggio per toccare, subdolamente, il vertigine.

In effetti, se la sua Odissea non è all’altezza dell’epopea, non si può negare che si elevi con eleganza all’altezza della Storia.

The New Yorker è un’ autocritica anglosassone. “Probabilmente sono gli spettatori che non hanno mai letto Omero a godersi di più ‘L’Odissea’ — la versione di Christopher Nolan — scrive Richard Brody. Questo, sostiene, non perché gran parte del poema, anche significativa ed essenziale, sia stata omessa nell’adattamento cinematografico, ma a causa di un’assenza pervasiva: gli dèi. A parte un’ Atena improbabile (interpretata da Zendaya), il pantheon classico greco è quasi del tutto assente dal film di Nolan, nonostante nel poema epico ogni momento, proprio ogni momento, sia guidato dalle divinità. ‘Nolan dipana un dramma puramente umano’, prosegue Brody, una versione   sintetica, naturalistica ed epopeica modernista della storia che minimizza o ignora tutte le sensibilità antiche del testo originale. L’Ulisse di Matt Damon è ‘impassibile e gravato’, impotente e volubile seppure palestrato. Una specie di metaforico Bourne Identity ante litteram. Quali sono i costi dell’adattare l’Odissea ai tempi moderni? Sono costi inenarrabili e da sostenere a vita. Brody valuta i pregi — e i limiti — di un adattamento epico vincolato dalla moralità e dal mercato contemporanei.”

Chi ha letto l’Odissea in greco o nelle tra-duzioni di Pindemonte o meglio Calzecchi Onesti ha sofferto tra modernismo colossal, populismo poietico e le consuete ingenuità hollywoodiane. Hanno sofferto atrocemente e secondo me giustamente pure quei boomers (ma non tanto) dei licei anomali anni ‘60 che con i rari e geniali giovani docenti avanguardisti di greco e latino praticavano antelitteram un’educazione diffusa esperienziale che contaminava lingua classica, storia dell’arte, giochini didattici seri, teatro dal vivo fino a far riprodurre scenograficamente lo scudo di Achille o la zattera di Odisseo! Non era già l’Odissea aulica, paludata e noiosa.Incuriosiva, appassionava e divertiva pure. Era  un’Odissea già per una undicesima musa (se la nona era già Saffo) ma senza spinte di mercato, più teatrale che “cinetica o cinica”.

Senza secondi o ennesimi fini.

Disegnino su quadernetto di uno studentello di liceo classico degli anni ’60 (1966 circa)

I kolossal d’oltre oceano hanno quasi sempre rovinato tutto fin dall’epico Ben Hur. 

Mi vengono in mente colossi (quelli si davvero) del cinema come Godard e Visconti che rifiutarono, con l’umiltà e la sapienza dei geni, di cimentarsi con opere letterarie intraducibili se non con la presunzione e blasfemia culturale oppure gli allettamenti del mercato, verso una musa ancora ben da definire come tale. “À la recherche…” toccarono anche i fumetti e addirittura con un lavoro decennale. L’autore non mise solo le mani avanti ma tutto il corpo! Certe opere si esprimono in un solo modo, magari solo orale, da aedo, e le prime scritture spesso celebrative e propagandistiche le avevano già tarate. Non vorrei dover esprimermi ancora con raccapriccio come su coloro che provarono a musicare l’Infinito di Leopardi (perfino un suo parente!) E perfino il sottoscritto in privato..poi pentito amaramente.

Non ho visto ancora l’Odissea di Nolan. Ho ansia, paura e molta diffidenza. Davvero? Ma va…I miei studi classici erano decisamente dissidenti seppure fossi ritenuto uno dei “primi violini”. Avrei voluto una scuola diversa e solo i lati trasgressivi indotti da pochi docenti rivoluzionari mi attiravano. Da ben classificato in un concorso internazionale di latino (che non amavo punto) poi andai, con la sorpresa di tanti, a fare l’architetto e l’”educatore artistico”.

Tornando al film senza divagare, i racconti degli amici e parenti sulle impressioni del film sono contraddittori. Ho ricostruito dalle recensioni di stampa che mi sono parse più autentiche e meno mediatiche: una pre-impressione che forse verrà confermata da tre ore di sofferenza o di gaudio. Se non riscriverò sarà la conferma e consacrazione di questo scritto. Altrimenti…

Ma le locandine non mi confortano…Vedremo…

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