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Scienza e coscienza

«La scienza è talvolta usata contro se stessa»

Basandosi sul concetto di «ignoranza prodotta», Mathias Girel, filosofo, decodifica i meccanismi che hanno permesso a industriali o lobbisti di manipolare la verità scientifica per decenni.

INTERVISTA RACCOLTA DA O.MO. per LIBERATION 16 Febbraio 2021

Perché ci si dovrebbe interessare all’ignoranza? Mathias Girel, filosofo delle scienze alla Scuola normale superiore, si è specializzato nello studio di ciò che non si sa: perché non lo si sa e quali sono le conseguenze di questa mancanza di sapere. Ha svolto il ruolo di consulente scientifico per il documentario La Fabrique del‘ignorance d’Arte (leggi a fianco) diffuso in anteprima su Libération.fr.

CHE COSA RENDE QUESTA NOZIONE DI IGNORANZA IMPORTANTE NEGLI ATTUALI DIBATTITI?

È una questione importante, perché la nostra società ha bisogno di conoscenze affidabili per prendere decisioni, a livello individuale o collettivo. Quando questo corpus di conoscenze viene attaccato, subiamo collettivamente una forma di pregiudizio.

IL TERMINE «FAKE NEWS» SI È IMPOSTO, MA SI PARLA DI «IGNORANZA PRODOTTA». CHE COSA SI  INTENDE CON QUESTO TERMINE?

Ci sono diversi tipi di ignoranza. La prima definizione è, beninteso, ciò che non si sa, che altri lo sappiano o meno. Ma ciò che ci interessa qui è l’ignoranza non più come uno stato, ma come un effetto, e quindi l’ignoranza prodotta, intenzionalmente o meno.

CHE DIFFERENZA C’È TRA FAKE NEWS E INFOX?

Spesso la scienza è talvolta utilizzata contro se stessa per mantenere l’ignoranza o la confusione. Queste strategie, al contrario del complotto, non rimettono in discussione il valore del vero e della conoscenza. Cercano di indebolire la verità per renderla inutilizzabile nello spazio pubblico. Il complotto e l’informazione vanno oltre. È l’orizzonte del vero che scompare. Non è più prioritario sapere se ciò che si dice è coerente con gli altri fatti noti o riflette una qualche realtà. Questo fatto è stato molto ben incarnato da Donald Trump, che non era affatto disturbato dal fatto di contraddire se stesso da un’ora all’altra.

L’elemento comune è la scomparsa dello spazio pubblico. Ogni comunità inizia ad avere i propri fatti, e lo spazio di scambi e di discussioni si riduce. Nessuno ha il monopolio di questo atteggiamento: i più ardenti difensori dell’idea che una dichiarazione scientifica è sempre carica, politicamente e ideologicamente, non vengono necessariamente dalla sinistra, come spesso si crede, ma militano ugualmente nelle fondazioni ultraconservatrici. Sono i climatoscettici o gli evangelici che hanno scelto, nel dibattito pubblico, di fare di alcuni argomenti scientifici altrettanti elementi di una guerra delle culture, negli anni 1990-2000.

I CONSUMATORI O I CITTADINI SONO VERAMENTE GLI OBIETTIVI PRIORITARI DEI PRODUTTORI DI IGNORANZA?

I politici sono i bersagli privilegiati. Quando i produttori di sigarette fanno ricerche su altre cause di cancro ai polmoni oltre il fumo di sigaretta, l’obiettivo è quello di indurre nei responsabili delle decisioni l’impressione di un assunto scientifico controverso in materia, al fine di far loro rinviare o addirittura abbandonare l’idea di legiferare. Allo stesso modo, in tribunale, l’obiettivo è quello di generare un ragionevole dubbio nella mente del giudice o dei giurati,  dicendo che talune  imprese non sono contro la scienza, in quanto finanziano la ricerca. Esiste un’altra forma più sottile di ignoranza prodotta: si tratta di cercare di non produrre una conoscenza che potrebbe diventare «scomoda». Si parla allora di ignoranza «strategica» e di scienza incompleta.

I DIBATTITI SULLA SCIENZA VERTONO MOLTO RAPIDAMENTE SUI CONCETTI DI «BUONA SCIENZA» E «CATTIVA SCIENZA». COSA C’È DIETRO QUESTI TERMINI?

Ho lavorato sul significato termini opposti di junk science («cattiva scienza») e sound science («buona scienza», «scienza solida»). Per me, sono strumenti retorici più che descrittivi. Se denigrate un intero campo scientifico, non avete più bisogno di discutere argomento per argomento. Non c’è bisogno di una dimostrazione su cosa è sbagliato e perché. Basta dire che è il prodotto di una scienza politicizzata e isterica.

MOLTI SCIENZIATI FANNO COMUNELLA CON GLI INDUSTRIALI PERCHÉ CONDIVIDONO DETERMINATI VALORI SULLA SCIENZA, IL PROGRESSO…

Il fatto di sottoscrivere insieme un certo numero di valori non significa che si sia d’accordo con tutto ciò che si fa in nome di questi valori. Ricordiamo come l’appello di Heidelberg nel 1992 [a margine del vertice della Terra a Rio, 4.000 scienziati e accademici invitano a prendere decisioni politiche basate «su criteri scientifici e non su preconcetti irrazionali», ndr] illustra bene questa tensione. Come scienziato, si può essere d’accordo con quasi ogni riga del testo. Ma il contesto è importante. Oggi si sa che i promotori di questo appello, vicini alla lobby dell’amianto, avevano l’obiettivo di arrestare la crescita delle scienze ambientali. Credo inoltre che occorra distinguere ciò che rientra nella scienza e nella sua applicazione. Per esempio, la strategia contro il Covid prevede di isolare i pazienti con virus e i loro casi di contatto per evitare la trasmissione. Molto bene. Ma ci sono diversi modi per farlo, alcuni dei quali possono coinvolgere maggiormente le  i cittadini,le asssociazioni etc. Tale obiettivo corrisponde a numerose politiche possibili, che meritano di essere discusse democraticamente.

SI PARLA MOLTO DEL DECLINO DELLA SCIENZA. DOBBIAMO INVESTIRE DI PIÙ?

Ovviamente abbiamo bisogno della scienza. Questa pandemia lo sta ricordando fortemente.In un anno siamo riusciti ad acquisire conoscenze considerevoli su questo virus. Siamo riusciti a sviluppare non uno, ma diversi principi vaccinali efficaci. Bisogna dirlo, è una difficile impresa scientifica e industriale. 

Trovo preoccupante, per le società che si definiscono «società della conoscenza», il bassissimo investimento pubblico e privato nella ricerca in rapporto al PIL. A volte è necessario molto tempo per affrontare e risolvere alcune questioni. A tal fine, numerosi laboratori pubblici insistono sulla necessità di finanziamenti ricorrenti e di personale stabile allo scopo di  costruire un tipo di ricerca integrata e permanente oltre che efficace.

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Dissertazione leggera su istruzione ed educazione

Dissertazione sulle educazioni in tempo di epidemia di sapienti diffusi.

Prendo spunto da un appello collettivo su Libération di oggi legato alla questione delle scuole parentali per riflettere ancora sull’idea concreta di educazione coniugata con le difficoltà del tempo. Si tratta di un appello a doppia faccia perché l’educazione non va comunque parcellizzata tra outdoor, parentale, senza quello o senza questo, cooperante, dei piccoli e grandi paesi e delle piccole e grandi scuole, laboratori qui e là, ma resa totale e diffusa con una virtuosa integrazione tra pubblico e volontario incidentale sia esso sociale  che familiare e finalmente frutto di un virtuoso repertorio tra le mille spurie esperienze storiche e attuali. Superare le “educazioni distratte” per una unica educazione diffusa pubblica, cioè collettiva e sostenuta da tutti, è la via migliore per garantire pari opportunità a tutti nella vita e per non cedere ad élite opportuniste o esibizioniste spazi tali da privilegiare parti della popolazione a discapito di altre. L’ educazione (con tutto ciò di implicito che si porta dietro: istruzione, formazione, crescita consapevole, partecipazione, eguaglianza, gioco, ambiente, etc..) non deve separare  e classificare ma unire e rendere liberi e autonomi servendosi delle risorse della collettività (stato, finché ci sarà, cittadini, associazioni, politica, cultura, arte, natura…).

“In Francia (come in parte anche in Italia) l’istruzione è obbligatoria, ma i bambini possono essere istruiti al di fuori del sistema educativo statale o anche di qualsiasi istituzione scolastica, ciò che comunemente si chiama «istruzione parentale » secondo il principio della libertà pedagogica garantita. Da poco più di vent’anni, i governi successivi, sia di destra che di sinistra, non hanno cessato di limitare progressivamente questa libertà a colpi di rimaneggiamenti delle norme sull’istruzione e di restringere così la morsa del controllo istituzionale statale sulla formazione dei bambini che si sono visti imporre una «base comune», dei livelli successivi e, più recentemente, addirittura un abbassamento dell’età a partire dalla quale l’applicazione delle norme educative e l’acquisizione delle conoscenze e competenze dovranno essere controllate.

Oggi, vietando l’istruzione a domicilio, il presidente della Repubblica eliminerebbe ogni possibilità di istruirsi diversamente. Potremmo indirizzare le nostre argomentazioni contro questo disegno di legge in molti modi. Potremmo evocare, ad esempio, il carattere offensivo di una tale legge rispetto ad una libertà che riteniamo fondamentale, non solo in quanto permette di garantire il rispetto della diversità delle scelte educative, sociali, culturali, economiche, in sostanza, delle scelte di vita. In tal modo, mostreremmo come questo progetto si inserisce in un quadro più ampio di restrizione delle libertà individuali e di impoverimento del modo di vivere. Potremmo anche denunciare, non tanto il carattere irrisorio e tutto sommato poco influente o piuttosto il valore simbolico di questa misura, ma invece la sua evidente, palese, scandalosa inadeguatezza rispetto ad un problema mal identificato e descritto, quello del «separatismo» religioso o, cerchiamo di essere più diretti, del «separatismo» che è in gran parte un prodotto dell’intolleranza per esempio, nel caso della Francia e non solo, verso la comunità musulmana e delle discriminazioni che subisce anche in fatto di cultura.

Vorremmo invece soprattutto evocare la deriva sicura di una classe politica che sa gestire la violenza solo attraverso più controllo, quindi più violenza. Vorremmo ricordare un’altra convinzione, fonte di sofferenze: quella secondo cui la scuola deve, in via prioritaria, garantire la sicurezza dei bambini, quella secondo cui essa potrebbe proteggerli, come pure l’insieme della società, da tutti i suoi mali. Probabilmente lo fa, in un certo senso, per alcuni figli di genitori estremamente violenti o deboli. Ma il «racconto» della scuola omette sistematicamente di evocare la violenza strutturale dell’istituzione scolastica. Non ci riferiamo qui solo alla violenza nelle scuole (racket, molestie, ecc.). Si tratta di una violenza di situazione che produrrà atti di violenza: quella che consiste nel raggruppare in un luogo chiuso e separato dalle altre attività umane tutti i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni (o più) per impartire loro un insegnamento inadeguato alle loro esigenze di sviluppo, ai loro ritmi e alla loro sensibilità. La scuola è la causa principale della drastica riduzione del tempo libero dei bambini, di cui molti psicobiologi, come Peter Gray o Hubert Montagner, hanno mostrato gli effetti deleteri. La scolarizzazione esercita una presa totale sulla costruzione dei figli e causa rotture affettive con la famiglia. D’altra parte, la sociologia, che così spesso ci confronta con le nostre illusioni, ha dimostrato a più riprese come la scuola, anche ammettendo che sia riuscita ad elevare il livello globale d’istruzione della popolazione da un secolo, non riesca a ridurre le disuguaglianze, ma le produca o le riproduca. La scuola ha anche prodotto un male nuovo: «l’insuccesso scolastico»(misurato con i parametri del nostro sistema mercantile e competitivo)

L’ambiente familiare non ha del resto il monopolio delle violenze (fisiche, psicologiche, sessuali) Queste infatti si verificano anche tra le pareti della scuola, dove figure di autorità possono essere tentate di abusarne continuamente.. La violenza sessuale sui minori, in particolare, che ha luogo nell’ambiente familiare, può talvolta essere riprodotta e replicata a scuola dalle sue vittime su altrettante vittime. Se ricordiamo tutti questi fatti, non è per chiedere l’abolizione della scuola (ne siete sicuri?) ma per mettere le cose in prospettiva e mostrare i limiti delle promesse di un governo che sbaglia: no, più scuola e meno libertà, non ci premunirà contro la violenza. Le salvaguardie, spesso, generano le violenze che dovrebbero prevenire, instaurano una falsa sicurezza e sono deleterie. La fine della possibilità di vivere e di istruirsi fuori dalla scuola (e non al suo margine), o addirittura libera dalle costrizioni di una società scolastica, rappresenta non solo una privazione, una negazione di libertà, un’impossibilità di scegliere il proprio stile di vita, ma anche un impoverimento culturale dello stesso ordine di quello che consiste nell’uniformare, standardizzare, normalizzare, calibrare gli individui secondo una logica di gestione meccanica industriale della vita. Tutto in nome di un pretesto, forse di una menzogna: quella della sicurezza. La sicurezza è sempre stata la scusa di coloro che vogliono instaurare più controllo, smantellare gli ultimi bastioni di diversità e di autonomia, piuttosto che riflettere su modi diversificati, resilienti, flessibili, non polizieschi e soprattutto collettivi di gestione delle violenze. In definitiva, è forse questo che preoccupa maggiormente e, in questo caso, la minaccia «separatista» sarebbe un pretesto.

Ancora una volta, il sacrificato è il bambino, definito dalla sua vulnerabilità che esige una protezione in spregio dei suoi diritti più fondamentali. Proteggere un bambino significa costringerlo a vivere e a formarsi in qualche modo? Dovrebbe essere possibile lottare contro gli abusi subiti dai bambini in un contesto familiare «separatista» senza vietare l’istruzione in famiglia.

Firmatari: Yazid Arifi cofondatore dell’Ecole Démocratique de Paris, Elodie Bayart antropologo, Bernard Collot insegnante pensionato, Marc-André Cotton insegnante, Manuèle Lang giornalista, Olivier Maurel professore pensionato, Daliborka Milovanovic filosofo, Thierry Pardo ricercatore, Ophélie Perrin terapista, e Audrey Vernon attrice”

Naturalmente anche questo appello si pone, ahinoi, sempre dentro il recinto della non abolizione della scuola attuale ma della richiesta di libertà di porvi accanto altre forme libere.Una libertà prevista da tante Costituzioni pensate a metà del secolo scorso e sul modello di una scuola più fondata sull’addestramento che sull’educazione ed appannaggio esclusivo o quasi degli stati nazionali. Il lapsus ideale è quello di insistere sul termine di istruzione e non concentrarsi invece su quello più ampio e significativo di educazione. Si continua a lasciare, mettendo incautamente in campo anche le religioni, la porta aperta, purtroppo, a forme talvolta elitarie e settarie di istruzione che moltiplicano la scolarizzazione della società invece di andare nella auspicabile direzione opposta. Ricordo per inciso una mia digressione recente sulle diverse “educazioni” in campo e sulla necessità che ne venga superata la loro fittizia e surrettizia distinzione per passare attraverso una salutare fase di descolarizzazione progressiva in funzione della contemporanea costruzione dell’educazione diffusa che le ricompone, le sintetizza superandole mirabilmente. Scrive Paolo Mottana coideatore del Manifesto della educazione diffusa: “Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Nella presentazione, su di una rivista universitaria francese “Le Télémaque”, di un Dossier denominato proprio “L’ educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, Didier Moreau, docente di filosofia ed educazione all’Università di Paris 8, disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale evocando perfino Cicerone e Platone mentre rammenta un primo utilizzo en passant del termine “educazione diffusa” da parte dell’UNESCO in una accezione riduttiva di mera educazione informale, per giungere alla determinazione, fluttuante ancora nelle nebbie della dissertazione filosofica, che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma infatti che non è solo la struttura formale che rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questo pare essere in definitiva uno slogan sottotraccia dell’educazione incidentale per aree di esperienza che porta direttamente all’educazione diffusa come la intendiamo noi.
Se la famiglia e la scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono una formazione, nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Chiudo ricitando una frase rubata ad una trasmissione recente di France Culture dedicata alla scuola del nostro tempo.

Collage di varie educazioni diffuse. Immagini dal progetto “Bimbisvegli” di Serravalle d’Asti

La classe en plein air, un’idea piena di avvenire ? Mentre si avvicina la ripresa della scuola e pone numerosi interrogativi tra i maestri, i professori, i genitori e gli alunni, diversi ricercatori, pedagogisti, insegnanti e formatori hanno firmato un appello per condividere i vantaggi della educazione all’aperto, nella città e nei suoi luoghi, comunque fuori dalle mura scolastiche soprattutto in tempi di pandemia”

Giuseppe Campagnoli 9 Ottobre 2020