Fino a poco più di un anno fa questo era il blog anche del mio, nostro progetto di radicale mutazione dell’educazione e della città. Poi fu istituito il blog dell’Associazione della città educante e dell’educazione diffusa. La crisi attuale, che spero sia temporanea, del progetto dovuta alla percezione pubblica dell’idea che, ovviamente, non piace affatto alla destra tutta e paradossalmente non piace, viste le nostre esperienze fatte, neppure a quella che io chiamo la “finta sinistra bobos” (strani effetti bipartisan…) mi ha fatto tornare (da privato, per non espormi da presidente pro tempore dell’associazione) a scrivere liberamente di educazione, politica, società su questo storico blog. In un’estate torrida che mi costringe ad una quasi reclusione da Nero Wolfe senza orchidee, non mi resta che suonare, leggere, ascoltare musica,guardare films e scrivere a rotta di collo: scrivere cosuccie, cosette, cosaccie e qua e là anche cose non del tutto inutili, sui temi in cui credo.

Oggi riprendo le tracce dei brani di alcuni scritti (apparsi in diverse riviste, tra cui Comune-info.net, Le Télémaque, etc. )che sottolineavano l’ineluttabile legame tra l’educazione, la politica, l’ignoranza diffusa, i conflitti, i disagi sociali e varie disamenità, per trarne un unico saggio articolato, più semplice e se possibile forse più utile a comprendere certi solidi e determinanti nessi. Visto che siamo in Italia, ma varrebbe per qualsiasi altro paese dotato di strumenti costituzionali analoghi, rinfreschiamo la memoria sui principi della Costituzione Repubblicana, pensata, scritta e firmata da liberali, popolari e comunisti, insieme. Una Costituzione sempre più moderna e valida seppure risalente agli anni ’40 e decisamente antiautoritaria.

I sintesi questi possono essere considerati i pilastri della nostra prima lex:
1. Sovranità popolare (Art. 1) → Il potere è del popolo, non di un leader.
2. Diritti inviolabili (Art. 2) → La persona e la collettività sono al centro, non lo Stato.
3. Uguaglianza e non discriminazione (Art. 3) → Contro razzismo, sessismo, classismo.
4. Libertà fondamentali (Art. 13-21) → Pensiero, stampa, associazione, movimento.
5. Pluralismo politico (Art. 49) → Partiti liberi, no al partito unico.
6. Separazione dei poteri (Art. 55-139) → Esecutivo, legislativo, giudiziario indipendenti.
7. Divieto di pena di morte (Art. 27) → Rifiuto della violenza statale estrema.
8. Irrevocabilità della Repubblica (Art. 139) → Blocco costituzionale contro il ritorno all’autoritarismo.
La Costituzione del 1948 è nata proprio come risposta a ciò che di orribile e criminale c’era prima . Gli articoli sopra citati sono il frutto della volontà di costruire uno Stato che impedisse per sempre il ripetersi di una dittatura anche sub-limine.
Ci sono inoltre altri articoli specifici, nello stesso testo, che regolano in maniera chiara seppure malamente applicata:
-la proprietà privata, che deve essere limitata per le necessarie garanzie sociali,
-le modalità di remunerazione del lavoro che deve essere dignitosa nei minimi come nei massimi,
-la contribuzione alla collettività che deve essere congrua, proporzionale e progressiva.
-la libertà di insegnamento nel rispetto dei principi fondamentali costituzionali
Un cittadino che non si riconoscesse il questi principi, a mio avviso, dovrebbe essere immediatamente remigrato (lui si, decisamente) in una delle terre di origine del suo DNA ancestrale. Ognuno di noi italici (caso più unico che raro) ne ha più di 40! Non c’è che l’imbarazzo della scelta. In alternativa, dovrebbe essere indotto con determinazione dalla collettività ad una lunga e solida rieducazione funzionale, civile, morale, culturale.
Dal non riconoscere o tradire i principi della nostra Carta nascono certi beceri movimenti di ultra destra, si mantengono certi poteri di finto progressismo, si vorrebbero cacciare tutti gli “stranieri”, privilegiare le ricchezze sempre malamente acquisite, lasciare i senza tetto per strada, o meglio negli anfratti urbani, graziare assassini fautori di vendette che non sanno nulla di giustizia, togliere qualsiasi valore democratico alla partecipazione elettorale ed alla via così…

Se non si agisce con urgenza sui saperi e sui doveri collettivi diventerà (se non lo è già) pressoché inutile dialogare, litigare, urlare, protestare e forse anche votare senza un’alfabetizzazione funzionale civile adeguata essendo il “cinico popolaccio” in preda dell’ignoranza storica gestita dai social, dai media e anche dal quotidiano dibattito da gente zotica e vile di certa strada, certa bottega, certi bar, certi parrucchieri, uffici, fabbriche scuole, caserme….Chi al di là del dito delle ridicole nostalgie e delle grottesche espressioni di orribili figuri alla ribalta di un non pensiero dilagante è portatore di fatto delle stesse idee di quella spinta mai tramontata alla prevaricazione, al dominio, all’ordine, alla discriminazione, ai corporativismi e all’ iniquità sociale, al razzismo e alla negazione dei diritti naturali e civili continuerà a vincere ignorando ogni welfare, aumentando e consolidando le differenze di classe, i conflitti, la repressione, l’ordine imposto e l’indottrinamento di stato. Tutto ciò si eluderà (e si eliderà) solo con l’educazione e l’induzione in tutti delle conoscenze e del pensiero critico. Anche oltre la scuola di stato, di chiesa e di mercato ormai da oltrepassare in toto.

È sempre più evidente che ciò che oggi limita la libertà di pensiero critico e di scelta dipende dallo «stato presente e del passato recente dei costumi degli italiani» sempre più preda di egoismi ed ignoranze. Molto deriva da una evidenza già nota nel primo decennio degli anni 2000 quando il 10 % degli italiani non era in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesciva a scrivere che in uno stampatello «cuneiforme»; il 50% aveva difficoltà evidenti nella lettura; il 40 % gravi difficoltà a comprendere ciò che leggeva. Solo il 10 % era in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace e ahinoi era in gran parte collocato nelle generazioni dagli anni ‘60. Oggi la situazione è drammaticamente peggiorata con l’affermazione della mediocrazia (cfr Alain Deneault), la diffusione di tremendi effetti Dunning Kruger dovuti ai social, una scuola di fatto rimasta al paradigma classista, classificatorio e nozionista di Gentile, il tutto aggravato dalla mancata integrazione, o meglio felice miscelazione di culture in partenza decisamente e profondamente differenti. Tutto questo coacervo di deformazioni della conoscenza si è diffuso in modo determinante su tutte le consapevolezze, le convinzioni e le competenze. Come farebbe la maggioranza degli italiani (e vale anche per quasi tutti gli altri popoli visto che il modello scolastico e sociale sono di fatto oggi globalmente assai affini) a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male prima per la collettività e quindi per sé stessi, senza possedere «gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea»?
Prima della politica allora viene l’educazione. Molto prima. E se la politica è degenerata dovrebbe intervenire in emergenza con interventi di educazione e ri-educazione diffuse.
Ricordo la bella chiusa di un bel manifesto politico del 2017: ( Il Manifesto dell’educazione diffusa)
“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale)”
Perché allora non mettere in campo una sorta di rieducazione estesa a tutte le età, fondata su una serie infinita di libere esperienze con mentori, esperti e maestri di mondo, realizzata permeando istituzioni, città, territori non necessariamente riformando con burocrazie e istituzioni ma “infiltrando” i concetti e gli ambiti di istruzione, formazione, comunicazione con le idee e le pratiche già da tempo proposte e in parte anche “provate” dell’educazione diffusa? Chissà che non si riuscisse a distinguere un briciolo di realtà dalle mille verità costruite, contrapposte come strumenti di potere e di controllo economico, politico e sociale. Chissà che lentamente le persone non si rendano conto che le loro convinzioni, a volte anche quelle apparentemente trasgressive o controcorrente, non siano invece indotte dall’ignoranza costruita su mille verità manipolate, sulle bulimie mediatiche e transmediatiche di social, giornali, tv, a senso unico (il mercato che li gestisce) dai pontificatori, frullatori di pensieri e di idee, sublimi confezionatori di brodi di notizie-fiction, filosofi, scrittori, reporter pro domo sua e mezzi busti d’assalto? Probabilmente con una educazione profondamente e radicalmente diversa il pensiero critico e creativo sarebbe prevalente e porterebbe se non altro a osservare la realtà senza schermi e schemi prefigurati e a farsi più domande ed esprimere dubbi più che certezze indotte e “guidate”. Di fatto è urgente un’ educazione diffusa per le prossime generazioni e una ri-educazione diffusa per quelle già compromesse in tutto e in particolare nel pensiero critico .Chi vuole ancora imporre un modello scolastico addestrativo, meritocratico, discriminatorio, gerarchico, reclusorio, non l’avrà vinta. La vera educazione pubblica verrà fuori dalle spoglie della scuola attuale decisamente da “rifondare ab ovo”

Sarà l’unico modo per contrastare e vincere sull’attuale idea politica dilagante in fatto di vita e società.
Attraverso un’idea di educazione decisamente radicale è possibile costruire o ricostruire l’idea della pace (e della guerra) come della salute, dell’economia, della città, della natura, della politica, della proprietà, della vita in generale. Ma la condizione fondamentale è che l’educazione avvenga principalmente attraverso l’esperienza e la vita stessa con una serie infinita di quello che in tanti chiamano lo choc educativo che avviene durante le tante esperienze e le osservazioni, le ricerche, le incidentalità, gli studi e le restituzioni e condivisioni in corpore vivi e che si esplicano attraverso un’intelligenza unica, multiforme e multisenso. Il tutto nelle varie scene dell’apprendimento che vanno dal corpo alla natura, all’immaginazione all’arte, alle storie tratte dalla realtà e dalla fantasia, dalla scienza che cerca e ricerca senza fine e senza dogmi, dalla lingua che è pensiero e delle relazioni umane che non sono separate fra di loro ma rappresentano una interconnessione continua di contatti molteplici e multiformi. Capire la povertà, le migrazioni, la violenza, il razzismo, la malattia, le discriminazioni, lo sfruttamento, il vivere per strada, le file alla Caritas e al Gratta e vinci, i conflitti e le guerre, l’iniquità sociale, gli odi diffusi può avvenire solo vivendo le esperienze, osservandole nel territorio, nei quartieri, negli ospedali, nelle carceri, nelle stazioni e partecipandovi attivamente. Da bambini, da ragazzi, da giovani e da adulti in una educazione “scioccante” continua e permanente. Non per sentito dire, non filtrata dalle convenienze dei vari poteri contrapposti.
Istruzione, addestramento, formazione sono state e sono invece le sovrastrutture parziali e strumentali dell’educazione che non può essere per sua natura codificata e cristallizzata in procedure, programmi, valutazioni competenze e conoscenze determinate dai vari poteri dominanti più o meno sulla base di consensi discutibili quando non indotti o obbligati palesemente o subliminalmente. Conoscere, sapere e saper usare liberamente la realtà e le storie, la creatività e l’immaginario in una accezione collettiva e cooperativa possono mitigare e orientare in senso positivo gli stimoli naturali ai conflitti e all’aggressività se il cosiddetto “mutuo appoggio” fondamentale in natura, diventasse essenziale anche per l’animale della specie umana. L’educazione potrà, nel tempo salvare il mondo, purché sia libera, diffusa e integrata nei diversi momenti e luoghi della vita, quasi istintiva, sicuramente incidentale. E potrà eliminare le armi di chi vuole separare, dividere, emarginare, cacciare, sfruttare, lasciare ricchi e poveri ai loro privilegi ed alle loro disgrazie con una sorta di pax romana imposta con la paura, e con la turpe deformazione delle idee e dei valori. Si dovrebbe cercare finalmente di superare i concetti di elemosina, cooperazione, filantropia che sono propri anche dell’area cosiddetta “buonista” per sostituirli con una rinata lotta di classe, emancipazione, imposizione di una vera equità sociale che è equivalenza flessibile e naturale e non un’ eguaglianza piatta e immobile altrettanto pericolosa dell’ attuale gerarchia civile e sociale. In definitiva potrebbe anche essere un’educazione sottile, quasi carbonara, porta a porta, vis à vis, infiltrata nei gangli vitali della società, dell’attuale moloch dell’istruzione e anche della politica istituzionale perfino oltre l’improbabile successo di un modello di sistema alternativo sperimentale ufficiale. Una controeducazione più forte, più efficace, anche, se possibile, più subdola e subliminale pro bono omnium. Il vaccino efficace già esiste. Si tratta solo di trovare il modo di non prendere di petto gli ostacoli evidenti e feroci, ma di circuirli, aggirarli, turlupinarli e fregarli insomma.

Così Silvano Agosti nella prefazione metaforica di un libro sulla pratica dell’educazione diffusa:
«… l’Essere Umano andrebbe lasciato in pace nel territorio di crescita che la natura gli offre ovvero il proprio Dna, oppure andrebbe lasciato libero nella pratica completa e totale del Gioco. Sì, sempre a parere strettamente personale, il solo desiderio di ogni Essere che viene al mondo, per ora dalla nascita fino ai cinque anni di età, è unicamente quello di giocare, giocare e giocare. Naturalmente se nell’infanzia i giochi saranno semplici, già dalla prima adolescenza ogni Essere Umano fruirà dei vari linguaggi creativi che traggono origine dal gioco ovvero la pittura, la danza, la musica, la letteratura, la recitazione, il cinema etc. come voi stessi proponete nel vostro progetto educazione diffusa. Importante è che ognuno scopra la propria unica, rara e irripetibile creatività finora completamente estinta da qualsiasi esperienza scolastica. Ovviamente gli adulti, che in genere riservano il loro tempo ad attività ricreative precostituite (poker compreso) o perfino a giochi d’azzardo, quale sia il solo Gioco cioè la creatività da cui l’Essere Umano non dovrebbe separarsi mai, non sanno più neppure che esiste. L’ideale quindi, come è previsto in modo specifico nel mio testo Lettere falla Kirghisia, invece di qualsiasi edificio educativo, sarebbe di consentire agli esseri umani di recarsi ogni giorno nei parchi a giocare, più o meno fino alla soglia di età dei diciotto anni…»
Giocando, solo giocando nel mondo, si eviteranno le catene che il potere tenta di mettere a tutti ad ogni età prima cercando di convincere e poi di vincere ovunque e comunque.




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