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L’architettura della città educante.Una autobiografia poetica.

Il superamento dell’edilizia e dell’architettura scolastica.

Si potrebbe finalmente fare a meno di certi monumenti monolitici del potere (scuole, ospedali, carceri…)a favore di tanti luoghi di cura (we care) e di collettività del territorio

Ricordo le tappe importanti e un po’ autobiografiche del percorso verso la negazione dell’efficacia dell’edilizia scolastica nell’educazione diffusa, a favore di una intera città educante. Da Aldo Rossi a Giancarlo De Carlo e Colin Ward, ho ritrovato le idee di una architettura “medievale” della città  tra apparenti contrasti e sublimi affinità.

Prendo spunto da passi della  relazione della mia tesi di laurea (1973) e del primo dei rari progetti di edilizia scolastica (1977)  realizzati nella ondivaga carriera di architetto “condotto” , passando attraverso brani dei saggi fondamentali, per raccontare la marcia di avvicinamento all’architettura della città educante che troverà presto un esito in una specie di breviario utile a suggerire modi per realizzare l’educazione diffusa in una città concepita come educante senza appositi reclusori scolastici. Dell’edilizia scolastica e dei suoi anfitrioni pedagoghi e progettisti ho già detto abbastanza anche nelle loro versioni più o meno avanguardiste. La mia storia è la prova di un cammino di idee sulla città e sulla sua capacità di educare chi la vive senza bisogno di costruire manufatti frutto anche di funzionalismi ingenui o in mala fede.

Memorie e appunti in evoluzione. Dall’edificio reclusorio verso la città educante.

1973. Intervento sulla città di Chieti.

“Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”

1977. Progetto di Scuola Media a Villa Teresa di Recanati:

” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”

1997. Progetto di restauro e ridisegno dell’Istituto d’Arte di Pesaro:

” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…”  “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”

2009. Concorso internazionale Open Architecture Network. An artistic Classroom:

L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…

Il viaggio verso un intero territorio educante.

2007. Franco Angeli Milano. “L’architettura della scuola”:

“ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.  “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

2014. ReseArt Pesaro “Questione di stile:”

“Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… “

2015. ReseArt Pesaro. “Oltre le aule”:

“La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca, gli uffici e i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”

2017. Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli. Asterios Editore. Trieste. “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”:

“Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

2020. Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.Terra Nuova Edizioni Firenze. “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”

“•Trasformare in modo leggero e senza sprechi alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti, che possano diventare occasioni di educazione diffusa

•Disegnare in maniera partecipata e realizzare un reticolo di portali e luoghi della città, trasformando manufatti, oggetti, edifici, botteghe, rendendoli pronti a ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente e perfino, come vedremo, una vecchia scuola. Questa trasformazione può essere anche fatta direttamente, partecipando, spostando, costruendo, aprendo, tutti insieme appassionatamente.

•Scrivere e realizzare ex novo un articolato ma non rigido sistema, da replicare in varie parti di città, composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti, a esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere. Anche con un reticolo di fili guidanti diffusi, come vedremo.”

Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e  il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…

L’ autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, una mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti, sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua di segni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera  città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali. I tempi non erano proprio maturi. Credo che avessero in mente già una intera città educante. 

Dal catalogo dell’esperienza ispirata anche all’ educazione diffusa Bimbisvegli di Serravalle di Asti curato dall’Università di Macerata leggo queste mie frasi:

“Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. L’edificio tradizionale solo in questa fase, assolutamente transitoria, assumerebbe il ruolo di “portale” verso tante esperienze significative altrove. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Si può cominciare a interpolare pedagogia e architettura per integrare il dove con il cosa, il come e il quando: tempi, luoghi ed esperienze. L’architettura dell’educazione è anche questo. Si prefigura l’eliminazione graduale dell’edilizia scolastica verso la città educante fatta di una rete di luoghi per l’esperienza e l’apprendimento, pubblici o privati, aperti o chiusi ma trasparenti e ampi. Certamente non per fare le stesse cose che si facevano in classe o nei cosiddetti viaggi di istruzione, visite guidate e uscite didattiche. La destrutturazione delle discipline sconnesse e separate a favore di aree esperienziali e campi di educazione incidentale dove il bambino/la bambina, il/la giovane, l’adulto/a che crescono e apprendono insieme sono soggetti protagonisti che si educano reciprocamente prefigura tanti luoghi, diversi e interconnessi.”

“Si domandava l’architetto della città partecipata Giancarlo De Carlo già nel 1969: 

– È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

– Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si svolgono?”

Qualche risposta la potete trovare anche ne ” La comoedia de la civita educante”:

Una specie di pezzo teatrale da mettere in scena con personaggi, scenari e sceneggiature, in campo attraverso un chiaro canovaccio in diverse situazioni, tempi ed ambienti reali.Si tratterebbe di rappresentare i l’insieme delle aree di esperienza, le loro possibili attività, con i protagonisti e le reti dei siti nelle città e nei territori oltre che con le forme dei portali e delle basi da cui prendere le mosse.Con delle bande di fanciulli d’ogni età e pur di quella che un mio vecchio “provveditore” non senza sarcasmo e delusione ma con una punta di speme di mutar, chiamava tre anni di coatta ricreazione.

Ma qualcosa si muove, timidamente anche nel campo dell’architettura per l’educazione che è poi, in sostanza, disegno urbano e del territorio. Con le immaginabili difficoltà date dal momento storico sostanzialmente teso ad una specie di restaurazione in ogni campo, approfittando dell’emergenza mondiale, sulla rivista Ardeth del Politecnico di Torino comparirà presto un bell’articolo sulla città come luogo di cura che tratta anche di educazione in modo diverso dal consueto; un gruppo di visionari volontari e appassionati  stanno coinvolgendo a Venezia, tra la Giudecca e  università di design, di architettura, di educazione, amministrazioni, associazioni e scuole pubbliche in una bella prova di educazione diffusa che parte proprio dai luoghi e dalle loro trasformazioni.Pochi ma buoni si direbbe.  Dulcis in fundo un bel dossier sull’educazione diffusa in cui si fa la storia dell’idea anche in chiave urbana e architettonica è stato accolto, approvato e programmato per la pubblicazione sul N° 60 della rivista di filosofia dell’educazione Le Télémaque edita da UniCaen. Il volume è una  monografia in tema di pratiche artistiche  e di arte dell’educazione. L’ arte di educare anche con l’arte e non solo.

Giuseppe Campagnoli  24 Febbraio 2021. Aggiornato al 3 Luglio 2021

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Il layout dell’aula

Un titolo e un programma. Sed absit iniuria verbis.Con questa recensione, rigorosamente di parte, non intendo rompere il silenzio stampa che mi sono imposto ed ho annunciato per questo periodo; intendo solo spiegare e chiosare l’uscita di alcuni articoli che riguardano in particolare quelli che vengono ancora definiti come “gli spazi fisici della scuola.” Nel numero 6 della Rivista dell’Istruzione edita da Maggioli e pubblicata all’inizio del 2021 sono stato ospitato, come del resto altre volte, grazie all’illuminato direttore Giancarlo Cerini, che non disdegna, per fortuna, le voci fuori dal coro, con un pezzo dedicato all’Educazione diffusa. Un piccolo contraltare assai sbilanciato per l’insieme degli interventi pubblicati. Ma, comunque, 0ggi è importante esserci malgré tout.

Leggendo la rivista per intero si può agevolmente comprendere che la maggioranza degli articoli raccolti è di segno decisamente opposto all’idea di educazione diffusa che descrivo e rilevo nel mio pezzo, come una occasione perduta proprio per questi tempi in cui non tutti i mali avrebbero potuto nuocere come invece è stato. Molti autori trattano ancora di edilizia scolastica o di architettura degli “spazi innovativi” per la scuola come se non fossero mai esistiti architetti critici, veramente innovativi e decisamente non à la page quali Aldo Rossi, Giancarlo de Carlo, Colin Ward o pedagogisti e filosofi come Ivan Illich, Charles Fourier, Celestine Freinet, Maria Montessori e tanti altri. Ho l’impressione che pochi mostrino, ahimè, una seppur minima intenzione di uscire da qual recinto di cui tante volte abbiamo parlato, all’interno del quale si vuole migliorare l’esistente perché sia più efficiente, efficace ed economico.Tornano ancora infatti le tre “e” che fanno la perfetta, perfida terna con le diabolicamente perseveranti tre “i” dell’inglese, l’informatica e l’impresa e le tre “c” delle conoscenze, competenze e capacità, parole chiave della scuola mercantile e classificatoria spesso abbracciata, poveri noi, con juicio anche da un certo establishment di cosiddetta sinistra media o estrema che sia.

Vi è addirittura tra gli autori, ma non me ne meraviglio più di tanto, chi ha firmato il nostro Manifesto della Educazione diffusa ed esprime concetti decisamente opposti al suo spirito, in fatto di spazi e luoghi dell’educazione, credendo ingenuamente che si possa continuare a costruire reclusori scolastici come nell’ ‘800, salvo renderli più belli, moderni, ipertecnologici o ipocritamente iperecologici. E’ emblematico proprio per questo il titolo del pezzo che sottolinea l’occasione mancata dell’educazione diffusa perché poteva essere felicemente sperimentata ovunque in questi tempi difficili, ampliando la platea di chi, comunque, ci sta coraggiosamente provando. Cogliere l’occasione avrebbe segnato l’inizio di una rivoluzione in campo educativo e di uso della città insieme, rinunciando finalmente al funzionalismo ingenuo degli edifici monumentali e monofunzione di cui giustamente aveva intuito l’estrema perniciosità anche Giovanni Papini più di un secolo fa. Consiglio la lettura dell’articolo rigorosamente insieme a tutti gli altri. Sarà chiara la diversità profonda tra le idee e la visione del futuro per l’educazione che qualcuno si ostina ancora a chiamare “scuola” per ricomprendervi concetti separati e separanti come: istruzione, addestramento, formazione, educazione formale, informale e non formale o quello che i pedagogisti francesi chiamano con un termine veramente azzeccato: “dressement”. Comunque ancora grazie a Giancarlo Cerini che offre spazio anche al dissenso come del resto hanno fatto di recente anche le riviste Educatiodue.0, Innovatio educativa, Le Télémaque e soprattutto, infine ma non ultima Comune-info.net.

Giuseppe Campagnoli Primavera 2021

Riferimenti e note:

Grazie per la foto di copertina “rubata” all’amica appassionata insegnante Titti Tarabella nella sua scuola del mare.

AA.VV. (2018) Il Manifesto della educazione diffusa. Comune-info.net Roma

Bion W.R., (1990), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma

Campagnoli G. (2007) L’architettura della scuola.Franco Angeli Milano

Campagnoli G. (2016) Oltre le aule. La scuola en plein air. Apple Books

Campagnoli G. (2019) L’architettura di una città educante. ReseArt Edizioni Pesaro

Capitini A., (1967-1968), Educazione aperta. voll. I & II., La Nuova Italia,

Codello F., Né obbedire né comandare. Lessico libertario, Eleuthera, Milano.

Dewey J., (2014), Esperienza ed educazione, Raffaello Cortina, Milano.

Freinet E., Freinet C., (1976), Nascita di una pedagogia popolare, La

Nuova Italia, Firenze

Fourier C., (1966), Oeuvres complètes, Anthropos, Parigi.

Freire P., (2002), La pedagogia degli oppressi, EGA, Torino.

Illich I., (2010), Descolarizzare la società, Mimesis, Milano.

Montessori M., (2008), Educare alla libertà, Mondadori, Milano.

Mottana P., (1993), Formazione e affetti. Il contributo della psicoanalisi allo studio e all’elaborazione dei processi di apprendimento, Armando, Roma.

Mottana P., (2015), Cattivi maestri. La controeducazione di Schérer, Vaneigem,Bey, Castelvecchi, Roma.

Mottana P., Campagnoli G., (2017), La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa. Come oltre passare la scuola, Asterios, Trieste.

Mottana.,P.Campagnoli G (2020) Educazione diffusa istruzioni per l’uso Terra Nuova Edizioni Firenze

Fourier C., (2006), Vers une enfance majeure, La Fabrique, Parigi.

Tramma S., (2009). Pedagogia della comunita . Criticita e prospettive educative, Franco Angeli,Milano.

Vigilante A., Vittoria P., (2011), Pedagogia della liberazione. Freire, Boal, Capitini, Dolci, Edizioni del Rosone, Foggia.

Ward C., (2018), L’educazione incidentale, Eleuthera, Milano

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Educazione Francia istruzione Italia

Dissertazione leggera su istruzione ed educazione

Dissertazione sulle educazioni in tempo di epidemia di sapienti diffusi.

Prendo spunto da un appello collettivo su Libération di oggi legato alla questione delle scuole parentali per riflettere ancora sull’idea concreta di educazione coniugata con le difficoltà del tempo. Si tratta di un appello a doppia faccia perché l’educazione non va comunque parcellizzata tra outdoor, parentale, senza quello o senza questo, cooperante, dei piccoli e grandi paesi e delle piccole e grandi scuole, laboratori qui e là, ma resa totale e diffusa con una virtuosa integrazione tra pubblico e volontario incidentale sia esso sociale  che familiare e finalmente frutto di un virtuoso repertorio tra le mille spurie esperienze storiche e attuali. Superare le “educazioni distratte” per una unica educazione diffusa pubblica, cioè collettiva e sostenuta da tutti, è la via migliore per garantire pari opportunità a tutti nella vita e per non cedere ad élite opportuniste o esibizioniste spazi tali da privilegiare parti della popolazione a discapito di altre. L’ educazione (con tutto ciò di implicito che si porta dietro: istruzione, formazione, crescita consapevole, partecipazione, eguaglianza, gioco, ambiente, etc..) non deve separare  e classificare ma unire e rendere liberi e autonomi servendosi delle risorse della collettività (stato, finché ci sarà, cittadini, associazioni, politica, cultura, arte, natura…).

“In Francia (come in parte anche in Italia) l’istruzione è obbligatoria, ma i bambini possono essere istruiti al di fuori del sistema educativo statale o anche di qualsiasi istituzione scolastica, ciò che comunemente si chiama «istruzione parentale » secondo il principio della libertà pedagogica garantita. Da poco più di vent’anni, i governi successivi, sia di destra che di sinistra, non hanno cessato di limitare progressivamente questa libertà a colpi di rimaneggiamenti delle norme sull’istruzione e di restringere così la morsa del controllo istituzionale statale sulla formazione dei bambini che si sono visti imporre una «base comune», dei livelli successivi e, più recentemente, addirittura un abbassamento dell’età a partire dalla quale l’applicazione delle norme educative e l’acquisizione delle conoscenze e competenze dovranno essere controllate.

Oggi, vietando l’istruzione a domicilio, il presidente della Repubblica eliminerebbe ogni possibilità di istruirsi diversamente. Potremmo indirizzare le nostre argomentazioni contro questo disegno di legge in molti modi. Potremmo evocare, ad esempio, il carattere offensivo di una tale legge rispetto ad una libertà che riteniamo fondamentale, non solo in quanto permette di garantire il rispetto della diversità delle scelte educative, sociali, culturali, economiche, in sostanza, delle scelte di vita. In tal modo, mostreremmo come questo progetto si inserisce in un quadro più ampio di restrizione delle libertà individuali e di impoverimento del modo di vivere. Potremmo anche denunciare, non tanto il carattere irrisorio e tutto sommato poco influente o piuttosto il valore simbolico di questa misura, ma invece la sua evidente, palese, scandalosa inadeguatezza rispetto ad un problema mal identificato e descritto, quello del «separatismo» religioso o, cerchiamo di essere più diretti, del «separatismo» che è in gran parte un prodotto dell’intolleranza per esempio, nel caso della Francia e non solo, verso la comunità musulmana e delle discriminazioni che subisce anche in fatto di cultura.

Vorremmo invece soprattutto evocare la deriva sicura di una classe politica che sa gestire la violenza solo attraverso più controllo, quindi più violenza. Vorremmo ricordare un’altra convinzione, fonte di sofferenze: quella secondo cui la scuola deve, in via prioritaria, garantire la sicurezza dei bambini, quella secondo cui essa potrebbe proteggerli, come pure l’insieme della società, da tutti i suoi mali. Probabilmente lo fa, in un certo senso, per alcuni figli di genitori estremamente violenti o deboli. Ma il «racconto» della scuola omette sistematicamente di evocare la violenza strutturale dell’istituzione scolastica. Non ci riferiamo qui solo alla violenza nelle scuole (racket, molestie, ecc.). Si tratta di una violenza di situazione che produrrà atti di violenza: quella che consiste nel raggruppare in un luogo chiuso e separato dalle altre attività umane tutti i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni (o più) per impartire loro un insegnamento inadeguato alle loro esigenze di sviluppo, ai loro ritmi e alla loro sensibilità. La scuola è la causa principale della drastica riduzione del tempo libero dei bambini, di cui molti psicobiologi, come Peter Gray o Hubert Montagner, hanno mostrato gli effetti deleteri. La scolarizzazione esercita una presa totale sulla costruzione dei figli e causa rotture affettive con la famiglia. D’altra parte, la sociologia, che così spesso ci confronta con le nostre illusioni, ha dimostrato a più riprese come la scuola, anche ammettendo che sia riuscita ad elevare il livello globale d’istruzione della popolazione da un secolo, non riesca a ridurre le disuguaglianze, ma le produca o le riproduca. La scuola ha anche prodotto un male nuovo: «l’insuccesso scolastico»(misurato con i parametri del nostro sistema mercantile e competitivo)

L’ambiente familiare non ha del resto il monopolio delle violenze (fisiche, psicologiche, sessuali) Queste infatti si verificano anche tra le pareti della scuola, dove figure di autorità possono essere tentate di abusarne continuamente.. La violenza sessuale sui minori, in particolare, che ha luogo nell’ambiente familiare, può talvolta essere riprodotta e replicata a scuola dalle sue vittime su altrettante vittime. Se ricordiamo tutti questi fatti, non è per chiedere l’abolizione della scuola (ne siete sicuri?) ma per mettere le cose in prospettiva e mostrare i limiti delle promesse di un governo che sbaglia: no, più scuola e meno libertà, non ci premunirà contro la violenza. Le salvaguardie, spesso, generano le violenze che dovrebbero prevenire, instaurano una falsa sicurezza e sono deleterie. La fine della possibilità di vivere e di istruirsi fuori dalla scuola (e non al suo margine), o addirittura libera dalle costrizioni di una società scolastica, rappresenta non solo una privazione, una negazione di libertà, un’impossibilità di scegliere il proprio stile di vita, ma anche un impoverimento culturale dello stesso ordine di quello che consiste nell’uniformare, standardizzare, normalizzare, calibrare gli individui secondo una logica di gestione meccanica industriale della vita. Tutto in nome di un pretesto, forse di una menzogna: quella della sicurezza. La sicurezza è sempre stata la scusa di coloro che vogliono instaurare più controllo, smantellare gli ultimi bastioni di diversità e di autonomia, piuttosto che riflettere su modi diversificati, resilienti, flessibili, non polizieschi e soprattutto collettivi di gestione delle violenze. In definitiva, è forse questo che preoccupa maggiormente e, in questo caso, la minaccia «separatista» sarebbe un pretesto.

Ancora una volta, il sacrificato è il bambino, definito dalla sua vulnerabilità che esige una protezione in spregio dei suoi diritti più fondamentali. Proteggere un bambino significa costringerlo a vivere e a formarsi in qualche modo? Dovrebbe essere possibile lottare contro gli abusi subiti dai bambini in un contesto familiare «separatista» senza vietare l’istruzione in famiglia.

Firmatari: Yazid Arifi cofondatore dell’Ecole Démocratique de Paris, Elodie Bayart antropologo, Bernard Collot insegnante pensionato, Marc-André Cotton insegnante, Manuèle Lang giornalista, Olivier Maurel professore pensionato, Daliborka Milovanovic filosofo, Thierry Pardo ricercatore, Ophélie Perrin terapista, e Audrey Vernon attrice”

Naturalmente anche questo appello si pone, ahinoi, sempre dentro il recinto della non abolizione della scuola attuale ma della richiesta di libertà di porvi accanto altre forme libere.Una libertà prevista da tante Costituzioni pensate a metà del secolo scorso e sul modello di una scuola più fondata sull’addestramento che sull’educazione ed appannaggio esclusivo o quasi degli stati nazionali. Il lapsus ideale è quello di insistere sul termine di istruzione e non concentrarsi invece su quello più ampio e significativo di educazione. Si continua a lasciare, mettendo incautamente in campo anche le religioni, la porta aperta, purtroppo, a forme talvolta elitarie e settarie di istruzione che moltiplicano la scolarizzazione della società invece di andare nella auspicabile direzione opposta. Ricordo per inciso una mia digressione recente sulle diverse “educazioni” in campo e sulla necessità che ne venga superata la loro fittizia e surrettizia distinzione per passare attraverso una salutare fase di descolarizzazione progressiva in funzione della contemporanea costruzione dell’educazione diffusa che le ricompone, le sintetizza superandole mirabilmente. Scrive Paolo Mottana coideatore del Manifesto della educazione diffusa: “Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Nella presentazione, su di una rivista universitaria francese “Le Télémaque”, di un Dossier denominato proprio “L’ educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, Didier Moreau, docente di filosofia ed educazione all’Università di Paris 8, disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale evocando perfino Cicerone e Platone mentre rammenta un primo utilizzo en passant del termine “educazione diffusa” da parte dell’UNESCO in una accezione riduttiva di mera educazione informale, per giungere alla determinazione, fluttuante ancora nelle nebbie della dissertazione filosofica, che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma infatti che non è solo la struttura formale che rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questo pare essere in definitiva uno slogan sottotraccia dell’educazione incidentale per aree di esperienza che porta direttamente all’educazione diffusa come la intendiamo noi.
Se la famiglia e la scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono una formazione, nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Chiudo ricitando una frase rubata ad una trasmissione recente di France Culture dedicata alla scuola del nostro tempo.

Collage di varie educazioni diffuse. Immagini dal progetto “Bimbisvegli” di Serravalle d’Asti

La classe en plein air, un’idea piena di avvenire ? Mentre si avvicina la ripresa della scuola e pone numerosi interrogativi tra i maestri, i professori, i genitori e gli alunni, diversi ricercatori, pedagogisti, insegnanti e formatori hanno firmato un appello per condividere i vantaggi della educazione all’aperto, nella città e nei suoi luoghi, comunque fuori dalle mura scolastiche soprattutto in tempi di pandemia”

Giuseppe Campagnoli 9 Ottobre 2020