L’invidia dei cugini e i neoanalpha italici

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Spinto dalla curiosità, dai racconti di episodi crescenti dagli anni ’80 in poi (vedremo perché) oltre che dalla percezione e dalle testimonianze quasi quotidiane di un familiare che ha sempre avuto per formazione, per lavoro, per esperienza accademica un fortissimo legame con la Francia, propongo una riflessione su un sentiment di ostilità apparentemente inspiegabile e diffuso nella popolazione (ahimè non sempre e non solo di bassa lega) nei confronti della Francia, della sua lingua, del suo popolo, della sua cultura. Si arriva perfino nelle forme più abiette e retrograde, oggi neppure tanto rare, a tacciare di spirito non virile la francofonia e la francocultura. Roba da folli o da inutili umani totalmente ignoranti oltre che razzisti.. Ci sono comunque delle coincidenze da non sottovalutare. Il crescente neoanalfabetismo funzionale e culturale si è palesato in modo evidente già a partire dagli anni ’70 e a ben osservare è proprio da quel periodo che è cominciato un certo atteggiamento. La generazione clou di questo atteggiamento infondato e neoanafabeta è proprio quella dei 40, 50, 60enni. Generazione che guarda caso coincide, da tutti i dati accademici e statistici internazionali, con il buco nero della scuola italiana e non solo.

Ricordiamo che la lingua, la letteratura, le arti, la storia della Francia era stata enormemente oggetto di studio nelle scuole (elementari, medie, superiori) e di frequentazione culturale (scrittori, artisti, cinema, musica leggera)dalla Belle Epoque (fine ‘800) fino agli anni ’70 solo con una lieve flessione (ma non tanto),comprensibilmente sciovinista, nel ventennio fascista.
Basterebbe riflettere, tenendo ferme le uniche prerogative italiane (che erano parcellizzate in tante realtà geografiche e politiche fino alla fine dell’800 e oltre, forse fino ad oggi) del periodo classico etrusco romano, del medioevo e del rinascimento, peraltro condivisi spesso oltralpe (Caterina de’ Medici, Mazarino, Leonardo Da Vinci…) sugli enormi mutamenti provocati in tutta Europa e non solo, con effetti positivi ancora durevoli, da tre eventi epocali francesi: l’illuminismo, la rivoluzione giacobina e il maggio del ’68 che hanno poi generato o indotto eventi di influenza internazionale in campo politico, letterario, artistico, filosofico e anche scientifico.
Basterebbe anche solo ricordare e illustrare, a chi non ne sia edotto, come e quando i due Stati siano diventati tali.
Il nucleo dello Stato francese nasce con l’ascesa di Ugo Capeto nel 987, data tradizionalmente considerata l’inizio della monarchia francese stabile. Nei secoli successivi i re di Francia consolidarono progressivamente il controllo sul territorio, soprattutto tra il XII e il XV secolo. Alla fine del Medioevo la Francia era già uno dei principali Stati centralizzati d’Europa.


Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), la penisola italiana rimase divisa per oltre un millennio in regni, ducati, repubbliche e domini stranieri. L’unificazione politica avvenne soltanto con il Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, grazie al processo del Risorgimento guidato dal Regno di Sardegna anche con l’aiuto determinate della Francia. Roma divenne capitale solo nel 1871, dopo la presa della città nel 1870. Quasi mille anni di gap storico e culturale unitario.


Ora io credo, in definitiva, che tutto questo “odio” verso i cugini (come ben si ricorda, il cuginanze o è compare o avversario) sia imputabile ad una profonda ignoranza sopraggiunta, per tanti diversi motivi che in altri saggi ho potuto approfondire, in concomitanza con le “riforme” scolastiche demagogiche degli anni ’60 integrate con le trasformazioni ipermercantili della società, dei media e dell’istruzione collegate strettamente alla nascita di Internet e dei social che hanno completato l’opera di neoanalfabetizzazione globale. Non per nulla si leggono dati orrendi nelle ricerche sull’educazione e l’istruzione fin dai primi anni del 2000 dell’ISTAT, EUROSTAT, OCSE-PISA, UNESCO etc. Consolidati in Italia dagli studi di Tullio De Mauro, Umberto Eco etc. È sconcertante ascoltare perfino certi docenti, certi sedicenti intellettuali, certi esperti di economia e di impresa dileggiare e sminuire l’essenza di questa lingua. Un effetto Dunnning Kruger incombente.

È altrettanto sconcertante, di contro, assistere all’ascesa di una lingua, da tempo non più solo europea. I motivi sono ben noti a chi è veramente esperto di linguaggi, cultura, letteratura, economia: sono legati alle mode del turismo mercantile, di certa musica sudamericana ma soprattutto della semplicità di acquisizione e di studio dell’idioma ispanico da parte di italiani spesso ben poco avvezzi perfino alla propria lingua. Con tutto il rispetto per un linguaggio più da fratelli che da cugini, per annosa esperienza personale e familiare considero per lo spagnolo e la sua versione oltreoceano, il castigliano, quasi più un “dialetto” latinoitalico che una vera e propria lingua straniera. Occorre per inciso rammentare il calibro inerente la letteratura, la filosofia , la scienza e pure il mercato che guarda caso spesso richiede le uniche lingue ancora ufficiali in Europa. Pochi sanno come stia crescendo la richiesta, su Preply e altre piattaforme, di lezioni private di francese di lavoratori italiani, (che sovente scelsero lo spagnolo o addirittura il cinese) nei paesi francofoni o in aziende di analoga provenienza sempre più presenti in Italia e nel mondo.
Cè da dire che ogni popolo poi ha i suoi equivalenti difetti, le sue indoli indotte dalle storie, a volte anche comuni, dalle culture e dagli eventi susseguitisi nel tempo. Provate a leggere come esempio illuminante le tante citazioni di Giacomo Leopardi sulla Francia, sulla sua cultura e sulle sue genti. «Da’ tempi di Luigi XIV […] tutte le nazioni avevano spontaneamente ceduto di onore alla Francia.»
Leopardi riconosce che per oltre un secolo la Francia fu il principale modello culturale e politico dell’Europa.
«La Francia stessa […] è fatta tollerante e disposta a render giustizia agli stranieri fino a un certo segno.»
Secondo Leopardi, la Francia del suo tempo aveva attenuato il tradizionale nazionalismo arrogante e mostrava maggiore equilibrio nel giudicare gli altri popoli.
Uno dei passi più celebri è questo:
«Le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l’Inghilterra e la Germania, hanno un principio conservatore della morale e quindi della società.»
Per Leopardi questo “principio conservatore” è l’importanza attribuita all’opinione pubblica e all’onore civile, che induce i cittadini a moderare i propri comportamenti.
Il confronto più duro non è contro la Francia, ma contro l’Italia:
«Gl’Italiani stessi non iscrivono né pensano sui loro costumi.»
Leopardi rimprovera gli italiani per la mancanza di autocritica, mentre considera francesi, inglesi e tedeschi più capaci di riflettere sulla propria società.
Scrive inoltre:
«Per l’uso e il dominio degli stranieri, massime de’ Francesi, l’Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli.»
Pur riferendosi al periodo napoleonico e post-napoleonico, Leopardi riconosce che l’influenza francese contribuì alla modernizzazione culturale dell’Italia.


Nella mia famiglia anche allargata e nella mia cerchia di amicizie e conoscenze, da sempre i popoli franzosi d’oltralpe sono stati cugini, con tutte le affinità, i pregi e i difetti dei cugini, quasi-fratelli. Tantissimi i viaggi, i conoscenti, gli amici, le collaborazioni di mestiere, come dovunque e con chiunque, senza particolari stereotipi o diffidenze. Sono stato a volte maltrattato di più a casa mia, tra le diverse realtà statuali ancora influenzate dal prima del 1861, che a casa loro oltralpe ,se di case diverse si può parlare.

Per concludere un’ultima considerazione sul quasi odio della rozza gens italica nei confronti di una lingua sorella che oggi soffre di discriminazioni persino nella scuola pubblica e sul fatto che si preferisca addirittura lo spagnolo che tra l’altro non è lingua storicamente ufficiale in Europa (inglese, francese e tedesco) e affatto significativa statisticamente nel mercato, nella cultura, nell’arte e nella letteratura se non nei paesi ispanici e in parte in nordamerica. Si tratta in effetti di una lingua assai appetibile dai giovani e dalle famiglie ingenuamente influenzate da gossip e media legati all’ispanico turismo godereccio.

Chi gestisce e organizza i percorsi educativi in Italia dovrebbe riflettere su tutti questi concetti e per lo meno illustrare realmente, su dati storici, culturali ed economici oggettivi, l’importanza per lo meno paritaria delle lingue istituzionali europee e quella realistica e non istintiva della loro consorella iberica. Spiegare bene fin dalle elementari l’essenza delle lingue europee, la loro effettiva storia, i loro fondamenti e la loro consistenza e solidità culturale oltre che la loro spendibilità reale nella vita vera e non solo nella sua minima parte legata al tempo libero godereccio e vacanziero.

Leggere e studiare prime di scegliere

I docenti di tutte le lingue europee e, per utile ma non strettamente necessaria specializzazione, di alcune lingue extraeuropee (le sindromi russe, cinesi, giapponesi…)insieme alle loro scuole, ai ministeri, ai pedagogisti ed educatori, alle università, dovrebbero onestamente e con consapevolezza intellettuale agire sui percorsi della scuola primaria e secondaria di primo grado, sulle famiglie e sulle istituzioni per illustrare con serietà e completezza l’importanza e la reale utilità di ogni lingua per delle scelte dettate da consapevolezza e conoscenza e non da effimere e inutili mode paraculturali. L’anglio ancora lingua della colonizzazione globale ce la dobbiamo sorbire per un po’ ma credo per poco viste le palesi defaillances anglosassoni al di là della Manica e dell’Atlantico. Il franzoso e l’alemanno insieme, sono giustamente con l’inglese le lingue ufficiali dell’Europa comune per indiscutibili motivi. Quanto all’ iberico chi conosce la storia della penisola ispanica e del Sudamerica oltre ai popoli latinos negli Usa sa perfettamente quale sia il ruolo che può avere anche in Europa. Per una conclusione equa sarebbero da affrontare tutte allo stesso modo e nella stessa quantità. In una accezione di educazione diffusa lo sarebbero senz’altro. Dovrebbero saperlo per il loro futuro anche coloro che improvvidamente la eleggono a lingua essenziale per la loro vita culturale e lavorativa. Vogliamo arrivare a oltrepassare le tre “i” di un ridicolo slogan ministeriale di qualche tempo fa (inglese, impresa e informatica) aggiungendo la “i” dell’idioma iberico? Sappiamo bene come finirà.

Riflettere sulle foto e sui nomi che parlano da soli. E riflettiamo pure, se possibile, sulla musica leggera e sui cantautori.

  • Georges Brassens 
  • Jacques Brel 
  • Léo Ferré 
  • Charles Aznavour 
  • Barbara 
  • Serge Gainsbourg 
  • Georges Moustaki…

vs

  • Joan Manuel Serrat 
  • Paco Ibáñez 
  • Luis Eduardo Aute 
  • Joaquín Sabina 
  • Víctor Manuel 
  • Ana Belén 

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