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La crisi dell’ascolto

Tower labeled 'LANGUAGE' with formal communication feeding from the top and modern slang spilling below
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Ogni giorno assistiamo alla svalutazione della parola a favore dell’invettiva o della minaccia: l’ascolto è messo in discussione mentre scompare la conversazione. Peggio ancora: sui social network, dove non ci sono più volti, né corpi, l’odio verso l’altro si diffonde. L’astrazione delle reti, con interlocutori fisicamente assenti, fa sì che la reciprocità del faccia a faccia diventi un’eccezione. Il passaggio dall’Homo sapiens all’Homo numericus segna una rottura antropologica colossale, che rende anacronistici la maggior parte dei principi che credevamo intangibili della civiltà e, quindi, del legame sociale. L’ascolto, che implicava la uguale dignità degli interlocutori, diventa sempre più raro. Il dibattito democratico, che un tempo era uno scambio di argomenti e risposte, si trasforma in una joute agonistica. I regimi autoritari giungono al potere attraverso una democrazia che poi si affannano a distruggere. Non si ascolta più l’altro, che non è più lo specchio di sé stessi, ma un avversario da combattere. La sottigliezza e la complessità del mondo si dissolvono in posizioni arroganti o in minacce verso chi la pensa diversamente. Siamo lontani dallo scambio, nel senso democratico del termine, descritto un tempo da Hannah Arendt:

“Mi formo un’opinione considerando una cosa da diversi punti di vista, rendendo presenti nella mia mente le posizioni di coloro che sono assenti; cioè, li rappresento”.

Queste immagini sono oramai desuete. Presto diremo “schermo a schermo” per indicare la risonanza con l’altro. L’ascolto, un’attività fondamentale dell’esistenza umana, oggi è minacciato. La parola, sotto forma di conversazione o dibattito, sta vivendo una crisi profonda. Gli iper-individui, incollati ai loro smartphone anche mentre camminano per la città, sommersi da un flusso incessante di notifiche, con le cuffie nelle orecchie, sono tagliati fuori da ciò che li circonda. Non percepiscono più il loro ambiente fisico e umano se non in modo marginale. Non sono più in ascolto, ma in uno stato di stordimento visivo davanti allo schermo, rispondendo alle infinite sollecitudini che ricevono e inviano.

Non sono più in grado di ascoltarsi, riconoscersi e guardarsi negli occhi. Vivono in una chiusura narcisistica. Lo spessore dell’altro scompare a favore di una sorta di autismo sociale, dove ognuno è rinchiuso dietro il proprio schermo, disertando il resto del mondo. L’autopromozione sostituisce il legame sociale e la cura viva degli altri. L’isolamento si moltiplica, dando l’illusioni che gli altri siano convocabili e congedabili in qualsiasi momento. Le antiche solidarietà scompaiono a favore di un iperindividualismo a sfumatura narcisistica. La conversazione è una democrazia elementare: il fondamento comune del legame sociale è profondamente alterato, frammentato da questo iperindividualismo.

I vecchi riti della civiltà della conversazione, basati sul principio della sacralità della persona di fronte a sé, sono messi in discussione. Anche nel fine settimana, più volte la bambina chiede al padre di ascoltarla. Ipnotizzato dal telefono, lui risponde sempre in modo meccanico di starla ascoltando. Ferita e delusa, alla fine gli dice: “Papà, voglio che mi ascolti con gli occhi”. Se qualche anno fa sarebbe stato scortese parlare con qualcuno senza guardarlo o con un’ascolto distratto, oggi questo è entrato nella banalità delle interazioni.

Anche se una conversazione conferma o smentisce opinioni, la volontà di non ferire l’altro prevale. Il volto è un luogo di responsabilità reciproca, di possibile identificazione con colui o colei con cui parlo. L’affermazione perentoria della verità, essendone convinti di esserne i garanti, è sempre stata tragica nel corso della storia. Solo una parola contro un’altra, un ascolto contro un altro, uno scambio reciproco di argomenti è in grado di eliminare il pericolo. Ma sui social network, dove non ci sono più volti, né corpi, né presenza, l’odio verso l’altro si diffonde senza limiti, favorito dall’anonimato. Divorato dalla mercificazione dell’attenzione, l’ascolto è diventato una questione maggiore.

Il telefono si interpone costantemente tra noi e gli altri come un muro invisibile dietro cui rifugiarsi in qualsiasi momento. Durante una discussione, alcuni lo prendono in mano, rispondono a una chiamata o inviano un messaggio mentre sembrano ancora ascoltare. A volte lasciano in sospeso il loro interlocutore, che non sa cosa fare di quel tempo di cancellazione della sua presenza, quel momento penoso in cui è stato messi in pausa, in attesa che l’altro, finalmente tornato, prema il tasto “riavvio”.

Ancora attenti al bisogno di riconoscimento della loro parola, i bambini si ribellano, come quella bambina che parla con suo padre, che non vede altro che il suo telefono. I vecchi modi di scambio che implicavano l’ascolto sono ogni giorno sempre più soppiantati dal digitale, un mondo senza volto, cioè anonimo, senza corpo, dove l’altro diventa un fantasma, una presenza puramente spettrale. Le polemiche che nascono da divergenze di interpretazione su fatti tangibili sono una manna per i social network, che trattengono più a lungo gli utenti e aumentano i loro ricavi pubblicitari. La volontà di distruggere chi la pensa diversamente è moneta corrente. L’invettiva domina discussioni diventate difficili.

Ascoltare con gli occhi. Il telefono si interpone in modo permanente tra noi e gli altri. La volontà di distruggere l’altro che non la pensa come noi è diventata comune. L’invettiva domina discussioni sempre più ardue. I vecchi riti della civiltà della conversazione, basati sul principio della sacralità della persona di fronte a sé, sono messi in discussione. Si cercava di risparmiare all’altro un’umiliazione, una ferita all’amor proprio. Si cercava di “salvare la faccia”, per usare le parole di Erving Goffman, considerando un dovere fare altrettanto.

Ma sui social network, dove non ci sono più volti, né corpi, né presenza, l’odio verso l’altro si diffonde senza misura, favorito dall’anonimato. L’ascolto, divorato dalla mercificazione dell’attenzione, è diventato una questione sociale maggiore.

David Le Breton Sociologo, autore di “La fine della conversazione?” Libération, giovedì 30 luglio 2026

Ricordiamo parafrasando Umberto Eco e il Discorso sopra lo stato presente (e futuro ahinoi) i costumi degli italiani di Leopardi: «I social media, la tv e certi fogliacci stampati danno diritto di commentare a legioni di imbecilli che prima parlavano solo in privato,  al bar dopo un bicchiere di vino, o dal parrucchiere durante una messa in piega,senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione pericolosa degli imbecilli».

Riflessioni sul carattere nazionale italico allora come ora.

  • Mancanza di morale comune: Gli italiani non hanno costumi stabili o forti, ma seguono solo abitudini e mode passeggere. 
  • Il vizio del ridere di tutto: Per difendersi dal dolore e dal vuoto, l’italiano impara a «ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da sé medesimo». Castigat ridendo mores? No, castiga ridendo virtutem!
  • Assenza di una vera società: Manca in Italia quella forza invisibile ma forte del “buon tono” e dell’opinione pubblica che in altri Paesi spinge le persone a comportarsi bene per rispetto degli altri. E qui faceva l’esempio della Francia che non a caso oggi da noi molti detestano. Se non fosse che l’Italietta è uno Stato da appena due secoli, la Francia da un millennio!

Il cinismo e l’indifferenza

  • Il disprezzo reciproco: Leopardi nota che in Italia c’è una grandissima sfiducia tra i cittadini, unita a una freddezza che rende difficile ogni vera unione civile. 
  • L’apparenza e il vuoto: Senza illusioni nobili o grandi ideali condivisi, la vita sociale diventa un teatro di egoismi mascherati da indifferenza.

L’invasione degli imbecilli e dei neoanalfa è pericolosa ma anche gli imbecilli e gli ignoranti volontari lo sono individualmente quando poi votano delle oligarchie postfasciste ovvero si ritirano vigliaccamente nell’astensionismo o alimentano odi e rappresaglie razziste e xenofobe. Ed è individualmente che andrebbero scongiurati con gli strumenti dell’educazione e della conoscenza seppure per qualcuno sia già tardi.

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