Prendo spunto da una serie di articoli su Libération che pone il problema dei sondaggi elettorali che hanno in sé il virus pubblicitario della manipolazione delle masse, dell’influenza della cooptazione furbesca truffaldina. La pubblicità è l’anima del commercio. Del commercio appunto. Circuire, convincere e vincere. Sono efficaci non nel senso della previsione di scenari o distribuzioni numeriche ma della capacità di orientare forzatamente (con l’aiuto becero dei social e degli altri media oltre che di artefatti campioni spacciati per realistici, contando anche sul crescente neoanalfabetismo e l’assoluta mancanza di pensiero critico nel cosiddetto “popolo bue”) Un bello strumento che si potrebbe denominare “Pifferaio di Hamelin IA” che oltre al flauto oggi usa anche la perversa intelligenza meccanica capace solo di manipolare dati e numeri per abbagliare i poveri di spirito e spingerli a destra, a sinistra, in alto, in basso e anche sotto a seconda del committente e del padrone di turno.

Ecco le brevi analisi di Jonathan Bouchet-Petersen e Frédéric Dabi su diversi aspetti della questione.

“Periodi senza sondaggi: una soluzione per la democrazia?”

È una dipendenza che si è intensificata nel corso degli anni. I nostri processi democratici e, più in generale, la vita pubblica sono ormai permeati, e persino deformati, dai sondaggi. Essi possono certamente alimentare le scienze sociali e aiutare i responsabili politici a comprendere l’opinione dei cittadini, ma soprattutto nutrono una macchina mediatica che ne è avida. I sondaggi hanno un effetto performativo: servono spesso a imporre un tema nell’agenda pubblica o a dare visibilità a un candidato. Nulla è neutrale: il modo in cui vengono formulate le domande, la scelta delle personalità testate e la correzione statistica dei risultati influenzano gli esiti. Inoltre, campioni troppo ridotti vengono spesso commentati senza la necessaria prudenza.
Nel ciclo elettorale del 2027 i sondaggi sulle intenzioni di voto avranno un peso ancora maggiore. Molti candidati, in assenza di primarie, cercano di eliminare i concorrenti dello stesso schieramento proprio attraverso i sondaggi. Ciò rivela la debolezza dei partiti e la frammentazione del panorama politico. Vietare completamente i sondaggi appare irrealistico, ma valorizzare maggiormente il margine di errore non basta.
(Ndr: Prenderli con le pinze di chi ha scienza e coscienza e non seguirne le tendenze, per ora è l’unica difesa possibile)

Pur riconoscendo che gli elettori possano aver bisogno di conoscere i rapporti di forza per orientare il proprio voto, l’autore propone una regolamentazione più severa affinché il dibattito sulle idee prevalga sulla continua cronaca delle classifiche elettorali. Ritiene inoltre privo di senso interrogare gli elettori quando non sono ancora noti tutti i candidati, anche perché vengono considerate soltanto le risposte di chi dichiara già di voler votare.
Propone quindi due possibili soluzioni: vietare la pubblicazione delle intenzioni di voto nei tre mesi precedenti le elezioni, creando una zona di calma democratica, oppure, al contrario, autorizzarla soltanto nell’ultima settimana di campagna, così da informare gli elettori senza condizionare per mesi il dibattito pubblico.

«La finalità di un sondaggio è mostrare un rapporto di forza»

Intervista a Frédéric Dabi, direttore generale dell’IFOP.

Secondo Dabi, invece vietare la pubblicazione dei sondaggi durante la campagna elettorale sarebbe un errore. Ricorda che in passato il divieto non impediva di realizzare sondaggi, ma soltanto di pubblicarli, favorendo così chi poteva permettersi di commissionarli privatamente. A suo giudizio, anche i partiti che criticano i sondaggi continuerebbero comunque a utilizzarli.
Egli ritiene inoltre illusorio pensare che i sondaggi possano decidere quale candidato debba prevalere prima del primo turno: essi fotografano un momento, ma non determinano l’esito della campagna, che resta influenzata dagli eventi politici.
Alla crescente diffidenza verso i sondaggi risponde auspicando una migliore educazione del pubblico: occorre leggere sempre il rapporto completo, conoscere la metodologia, la data e il modo in cui le domande sono state formulate.
Dabi non condivide la proposta di vietare i sondaggi sulle intenzioni di voto finché tutti i candidati non siano ufficialmente noti. Per lui il compito del sondaggio non è fare profezie, ma descrivere i rapporti di forza esistenti in un determinato momento.
È invece più favorevole alla possibilità di pubblicare sondaggi sul secondo turno già prima del primo, poiché possono fornire informazioni utili sui livelli di consenso e di rifiuto dei candidati. Quanto al cosiddetto voto utile, riconosce che i sondaggi possono influenzarlo, ma osserva che gli elettori continuano comunque a votare anche per candidati privi di reali possibilità di vittoria, mossi da convinzioni politiche e identitarie.

Ma purtroppo è proprio l’educazione che è venuta meno nelle ultime generazioni e che sarà arduo e lungo ricostruire. Di conseguenza l’idea dell’attendibilità e dell’utilità dei sondaggi in ogni campo è distorta e strumentalizzata da chi li ordina e chi li gestisce obbedendo. E allora dovremmo ancora fidarci delle urne sempre meno partecipate e attendibili? Dovremmo fidarci quando assicurano ormai da tempo il potere alle oligarchie o conviene invece considerarle delle gabbie per imbecilli? Non sarebbe meglio invece partecipare dal basso a resistenze attive e fattive che inducano i radicali cambiamenti necessari nel meno tempo possibile con la partecipazione di quella sana parte di popolo che non è quello cinico di Leopardi e neppure quello bue di Carducci, Papini e Malaparte.

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