Ho scritto questa lettera, con tanti riferimenti già espressi in questi dieci anni in mille forme, per un punto fermo e forse definitivo di scrittura sull’ argomento ormai sviscerato ovunque e comunque. Ho inviato la letterina, o letteraccia, anche ad alcune riviste “amiche” con una speranza (vana?) di una più ampia diffusione.

Lettera aperta, anzi spalancata, sull’educazione diffusa.

Dettaglio dell'opera di Lorenzetti, raffigurante un personaggio con corna e un'espressione minacciosa, accompagnato dalla scritta 'L'educazione diffusa non piace? Fa paura?'
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Una lettera aperta, forse spalancata, l’ultima prima di un necessario cambio di rotta, una lettera “j’accuse”, dedicata al territorio, alle scuole che tacciono, tergiversano e si adoperano nella progettite “bricolagista”, ai comuni che promettono e mollano perché l’idea non porta voti, ai pontificatori paradidapsicopedagogici che, nella migliore delle ipotesi, tacciano di utopismo, alla maggioranza delle riviste accademiche che sfrucugliano di tutto meno che di ciò che sarebbe utile e urgente, ai tanti viaggiatori e ai troppi venditori di almanacchi.
Mi piace citare, per iniziare, la voce spontanea e le parole semplici di un cittadino, un amico di borgata, un appassionato, non un politicante, non un intellettualoide, non uno dei tanti imbonitori o pontificatori. Grazie! Per fortuna non è solo e fa ben sperare.
Walter ci scrive nella sua lingua popolare e immediata:


«Un grande progetto innovativo, in cui gli addetti già inseriti, sistemati, conservatori, considerano futuristico, non immediato, che non li riguarda… Faranno gli altri, chi ci sostituirà… Così si frena… si proroga… commettendo un errore di fondo, primario, della competenza scolastica di futura istruzione, evoluzione… È dovere proprio di chi oggi è in sella progettare il futuro, sperimentazioni evolutive ecc. Quindi riguarda eccome. Il consenso non specializzato, scientifico, resta ammirevole, ma lascia il tempo che trova, inerte… impotente. Che dire: non mollare mai!!! Ricordo un vecchio detto contadino, più vicino a me, comprensibile: se coloro che piantano i noci per raccoglierle in stagione… avrebbero perso in partenza. Si tramanda un metodo ai futuri raccoglitori, fruitori del prodotto. Basta guardare intorno: le iniquità imposte, gente che promuove guerre per avere il Nobel della pace, chi si riempie gli arsenali di armi distruttive di massa, ma lo impediscono ad altri… ecc. L’uomo è veramente pericoloso già, per la sua cosiddetta intelligenza, ma si impegna a produrre quella artificiale… ovvero la sua estinzione.»

Un figura vestita a righe che suona un flauto, circondata da un paesaggio con alberi, animali e una città sul fiume. Sullo sfondo si vede una collina con un edificio.


Qual è lo stato dell’arte dell’educazione diffusa? Sta di fatto che alcuni fanno un assaggio, poi mollano. Certe scuole, certe università, certe riviste pedagogiche, certi comuni, certe associazioni, certi amici… Perché? Va bene solo l’effimero educativo, ma tutto sommato innocuo, tranquillo, comunque mediatico e che piace alla conservazione-regressione oltre che a certo finto progressismo?

Collage di immagini di un convegno su giovani e comunità locali, con persone in discussione in diverse sedi.


Ci stiamo accorgendo che l’educazione diffusa non è “boicottata” o ignorata da una regia occulta, ma si scontra con un muro di inerzia sistemica. È ostacolata perché il sistema esistente è progettato per auto-conservarsi e respingere i corpi estranei troppo destabilizzanti o decisamente e autenticamente innovativi. Tuttavia, definirla utopica è sbagliato: è un’utopia concreta, un faro che indica una direzione.
Confidiamo ancora (da ingenui?) nelle promesse e nella speranza indotta da alcuni nostri amici del campo educativo e di alcune amministrazioni locali, che ci hanno offerto spazi per illustrare la nostra idea, il nostro progetto e le rare eccellenti prove sul campo.
Scriveva tempo fa Alain Deneault:
«Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure, di fatto, l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere.»

Illustrazione di molteplici profili e caricature di volti umani, disposti in una composizione affollata, con variazioni nelle espressioni e nei tratti.
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In realtà oggi hanno preso il potere anche quelli che io chiamo i “pejocri”, e decisamente grazie a ciò che sta vincendo nel mondo intero: l’ignoranza e l’effetto Dunning-Kruger. La scuola e i suoi modelli globalizzati sono un complice fondamentale di tutto ciò.
Il modello scolastico attuale, purtroppo radicato più o meno in tutto il mondo, non è solo un sistema: è un paradigma culturale fissato da oltre un secolo. È considerato “normale”, “naturale” e, soprattutto, “sicuro” per il potere liberal-liberista e sovranista, spesso con pochi accorgimenti conservatori e reazionari in salsa gentiliana. L’educazione diffusa, al contrario di un certo “pensiero multiplo”, richiede un cambio di mentalità radicale: da “preparazione alla vita” a “vita che educa”. La scuola tradizionale posticipa la vita reale a “dopo” e in funzione dell’economia mercantile dominante, oltre che del nuovo pensiero unico illiberale. L’educazione diffusa fa iniziare la vita subito, in un’accezione di libertà, autonomia, incidentalità e progressiva acquisizione di pensiero critico e competenze più solide.

Aula scolastica con alunni in piedi, il docente scrive alla lavagna che oggi si parla di soldatini. Appare una bandiera italiana e un elenco dell'alfabeto.


Il sistema vigente è costruito per standardizzare e omologare (programmi, classi, voti). L’educazione diffusa è per sua natura personalizzata e non standardizzabile. Questo cambio di paradigma è percepito dai vari poteri come minaccioso e caotico in relazione a chi è cresciuto e ha costruito la propria identità professionale sul modello precedente.
Il sistema scolastico, ovunque, è una macchina enorme e complessa, con leggi, regolamenti e procedure che resistono pervicacemente al cambiamento radicale e ne accettano solo di gattopardeschi o di estremamente conservatori. La scuola, infatti, è un potentissimo strumento di dominio e controllo sociale, di creazione del consenso e di narrazione nazionale. Un sistema libero e autonomo sfugge a questo controllo. Inoltre, per un politico, è più facile e visibile inaugurare una “nuova palestra”, un evento celebrativo, le solite manifestazioni fintamente pedagogiche e didattiche, l’ennesimo monumento a sé stesso, una “bianca galera” (di papiniana memoria) che finanziare un progetto diffuso e poco tangibile.
La transizione verso questa educazione non sarà certamente una rivoluzione improvvisa che cancella la scuola tradizionale da un giorno all’altro. Sarà un’evoluzione graduale, fatta di sperimentazioni, ibridazioni e di un lento, faticoso, ma inarrestabile cambio di mentalità. I suoi semi stanno germogliando, anche se non ancora come una foresta rigogliosa, ma come un orticello di quartiere. Si tratta di un progetto squisitamente politico e destabilizzante per una certa concezione rigida e opprimente dell’educazione.

Bambini che dormono su banchi di scuola in una classe.


L’educazione diffusa viene boicottata perché fa paura. Non è un’idea astratta, ma una pratica che scardina la logica del controllo, delle gerarchie, della standardizzazione e della burocrazia che governano la scuola tradizionale. Un sistema che fa apprendere davvero attraverso la vita reale, libero e autonomo, toglie potere a ministeri, istituzioni e corporazioni che lucrano sulla formazione. È più comodo bollare tutto come “utopia” piuttosto che ammettere che il modello attuale è obsoleto, inefficace e ingiusto. Per questo l’educazione diffusa viene ostentatamente ignorata: non perché non funzioni, ma perché rischia di funzionare troppo bene.
Per questo non si può “fare politica” a tutti i livelli prescindendo da ciò che è alla base di tutte le idee, le azioni, i cambiamenti: l’educazione. Sappiamo bene, dalla nostra esperienza ormai decennale, che, passati i primi entusiasmi per la novità (vedi adesioni tra il 2018 e il 2024 al Manifesto dell’Educazione Diffusa), il mondo, anche quello apparentemente più aperto — della scuola, della politica, delle associazioni, delle famiglie — si è tutto indistintamente rassegnato all’attuale sistema classista e classificatorio o si è chiuso in sé stesso, accontentandosi di effimeri giochini, forme di bricolage pedagogico e della cosiddetta “progettite” di stampo propagandistico e demagogico. Non sono pronti. Il mondo della scuola non è pronto. I territori e le città non sono pronti. La società non è pronta. Tutto nonostante la evidente facilità ad avviare questo radicale cambiamento, a patto che si sia tutti insieme.
Per quel che ci riguarda e ci resta, continueremo a diffondere, informare, formare e sperimentare dove sarà possibile. Qualche seme germoglierà, prima o poi.

Outdoor group learning with plants and solar panels contrasted with traditional classroom lecture
Children learn outdoors with a hands-on teacher while another classroom follows traditional lessons indoors

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