Prendo spunto da un articolo di Marco Rovelli sul Manifesto per stigmatizzare una tendenza sempre più diffusa e pericolosa di questi tempi che ci porta indietro oltre tutte le poche ma decisive conquiste di libertà

“Doveva essere un esame in grado di valutare la maturità degli adolescenti, così aveva detto il ministro Valditara. E allora sono le tracce dei temi a indicare in quale modo bisognerebbe essere maturi. Due, in particolare, ci mostrano quale idea di mondo propone il nostro Valditara agli adolescenti.
La prima è quella di Frank Furedi, sociologo che per brevità possiamo definire sovranista: l’estratto del suo libro riguarda il tema del titolo – confini e frontiere – non in relazione all’identitarismo nazionalista o alla questione dell’immigrazione, ma in relazione ai confini generazionali che sono sfumati: «Quando si è veramente adulti?». Da una parte Furedi mette gli «adultescenti», coloro che rifiutano di impegnarsi e vorrebbero «continuare a fare festa anche durante la mezza età»; dall’altra, «maturità, responsabilità e impegno». Il tema è quello della fuga dell’età adulta, che viene riassunta in tre frasi: «Essere adulti non è sempre desiderabile»; «l’indipendenza può diventare solitudine»; «la responsabilità può trasformarsi in stress». Perciò la cultura contemporanea, che Furedi condanna, idealizza la puerilità. Che è vero: ma da dove nascono questa idealizzazione della puerilità e il totem dell’eterna giovinezza? Su questo, il silenzio.
Eppure, le risposte sono già in quelle frasi. Essere adulti nel mondo dell’ipermodernità neoliberale significa rottura di legame e di relazione, divenire individui a pieno titolo, ciò su cui questo mondo si fonda; in un mondo di individui votati alla competizione tra individui, lo «stress» (parola ombrello che sussume e nasconde un universo di sofferenze psichiche, che sono principalmente «patologie della relazione») diventa la norma. L’adultescenza è legata a doppio filo all’età della performance e del narcisismo individualista, dove si vive in case di vetro col terrore dello sguardo e del giudizio, in una perenne rincorsa a standard di valutazione e di confini che si spostano sempre: ciò che è ovviamente l’aspetto psichico della struttura fluida di questa ipermodernità fondata sul precariato lavorativo ed esistenziale. Senza considerare questa struttura psicosociale, non si può capire nulla della tendenza all’eterna giovinezza che percorre questa società. Tanto più quando a condannarla è il ministero «dell’educazione e del merito», dove il merito è proprio l’ideologia della società dell’individualismo trionfante.

Tutto questo va letto insieme al senso dell’altra traccia proposta, quella estratta dal libro di Mario Calabresi, che elogia la «fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia«. Quella fatica che fa eco all’impegno che gli adultescenti – e la cultura contemporanea – eviterebbero. Perché nella cultura contemporanea è passata l’idea illusoria che sia possibile raggiungere risultati senza fare fatica. Sarà mica colpa di quel lungo Sessantotto che è dichiaratamente obiettivo polemico di questo ministero?
Ma il capolavoro, sta nel contrapporre a questi sfaticati (o sdraiati, o bamboccioni…) tutta quella «gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta».
Tra la fatica e il prendersi cura, però, c’è un abisso. Prendersi cura del mondo significherebbe proprio far sì che non ci fosse più chi fa fatica quotidiana alzandosi all’alba, per alimentare una società in cui la diseguaglianza è sempre più grande. Invece qui si propone un mondo immobile, in cui la fatica è una condizione inevitabile e in cui diventare adulti significa adattarsi a questa fatica in cui non si hanno orari, in cui tempo di lavoro e tempo di vita si confondono, e non hanno più confini.”
L’obbedienza come la fatica non sono più una virtù. O almeno non dovrebbero. Il valore della fatica per la competizione, il successo e, nella peggiore e più normale delle ipotesi, poter solamente vivere spesso non dignitosamente è propria della società dei diseguali (cfr Rosanvallon) e dello sfruttamento. Paradossalmente perfino l’IA tenderebbe a ridurre drasticamente la fatica e potrebbe essere uno dei pochi aspetti positivi.
Fatica, competizione, meritocrazia e alla via così sono le parolacce-chiave mai scomparse che ora si tenta di far divenire valori imprescindibili nella vita. Ho già scritto tanto, forse troppo, su questi temi ma certi rigurgiti mi fanno insistere e ribadire che la triade libertà, eguaglianza e fraternità dovrebbe essere sempre presente in tutti noi e soprattutto in chi dovrebbe, se così si può dire ancora, fare politica. Non vedo la fatica, la sofferenza, la disuguaglianza, la competizione in quelle tre parole se non per raggiungerle e conquistarle quando non ci sono o non ci sono più.




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