Giusto contributo da tutti alla collettività in base a redditi e rendite.
No. Non usiamo un nome che fa paura a destra come nella finta sinistra. A volte le parole sono più pericolose della realtà specie quando sono propaganda pro o contro. Occorre che i poveri e la classe media capiscano che l’eccesso di tasse dipende dalla loro cattiva distribuzione. E allora pensiamo bene a come fermare la degenerazione feroce e violenta delle diseguaglianze sociali conclamate cavalcate da populismi e conservatorismi estremi tesi a difendere poteri e patrimoni costruiti con una moderna schiavitù, speculazioni, sfruttamento e perché no?, come sempre anche attraverso occupazioni, invasioni e guerre.
Soluzioni non difficili ci sarebbero. In Italia (ma non solo) se mettessimo insieme ed applicassimo finalmente le norme costituzionali sul lavoro remunerato dignitosamente. Si, perché la dignità è da considerare in basso e in alto. Non è dignitoso un salario che non ti permette di vivere (casa, salute, istruzione, cibo…) ma neppure redditi e rendite elevati o elevatissimi acquisiti sfruttando, rubando, speculando o semplicemente accumulando senza meriti.Se anche la proprietà fosse limitata dalla funzione sociale (come recita bene la Costituzione) e il contributo progressivo alla comunità (volgarmente tassazione) fosse garantito, si comincerebbero a risolvere tanti problemi.
È anche per questo che alcuni poteri e governi hanno tentato tentano di distruggere la prima lex repubblicana.Per quella strada si arriverebbe matematicamente ad una sorta di “Facteur 12” (proposition économique et sociale visant à plafonner les revenus. Théorisée par l’économiste Gaël Giraud et la philosophe Cécile Renouard. https://www.alternatives-economiques.fr/facteur-12-faut-plafonner-revenus/00044809 ) simile a ciò che proponeva, dal suo punto di vista, anche da un capitalista come JP Morgan!

Il numero 12 è il gap massimo previsto tra minimo e massimo di reddito e rendite. Per un ISEE di 300.000 Euro ci sarebbero 60 000 euro da versare annualmente alla collettività finché si resta oltre il limite di 12 volte rispetto al minimo ISEE di 20 000 Euro. Un contributo automatico periodico da organizzare (neppure tanto difficile tecnicamente) sulla base del superamento della differenza prevista (12 volte appunto). Perfino il saggio “La società degli eguali” di Pierre Rosanvallon rientrerebbe in una idea del genere.

“Senza una vera uguaglianza la democrazia si riduce a forma di regime, e non può diventare società, comunità di singoli che condividono un terreno comune. Pierre Rosanvallon prosegue con questo libro la sua analisi della crisi del sistema democratico e ne individua la ragione profonda proprio nell’arretramento del concetto di uguaglianza e nello svilimento del suo significato. La società prodotta dal trionfo del neoliberismo – un’ideologia pervasiva che è riuscita a trasformare la propria parziale interpretazione della realtà in un insieme di verità non più discutibili – è il mondo della disuguaglianza, che non è solo ingiusto, ma anche minaccioso, violento e aperto all’irruzione di un populismo basato sull’esclusione. La sinistra ha progressivamente accettato questa visione. Può arrivare a governare, ma di fatto non rappresenta più “l’immagine positiva di un mondo desiderabile”, qualcosa per cui valga la pena combattere e sulla quale progettare un futuro migliore. A un’analisi della situazione attuale, Rosanvallon risponde con la necessità di rifondare una vera e propria filosofia dell’uguaglianza che sia basata sulla partecipazione e sulla reciprocità. Una “società di eguali” che non può più fare ricorso alla spesa pubblica ma nemmeno consegnarsi al mito della meritocrazia, che pensi contemporaneamente i concetti di comunità e differenza e ponga il principio di un’”uguaglianza-relazione”, capace di produrre un vero legame sociale”
https://www.lafeltrinelli.it/societa-dell-uguaglianza-libro-pierre-rosanvallon/e/9788832822915?
Avevo già anticipato qualcosa tempo fa alcuni concetti in un articolo su comune-info.net:
Il capitalismo può essere anche buono? Non è nella sua natura. Che si mostri liberale e inclusivo non basta assolutamente. Che sia di Stato o del mercato non fa alcune differenza. Il capitalismo un po’ di Stato e un po’ di mercato ha lanciato le peggiori multinazionali della storia e regge ancora le peggiori dittature.Dentro quel recinto si discute spudoratamente di educazione, di lavoro, di salute, di casa, di ecologia, di impresa, di salario, di comunicazione, di sicurezza e anche di cambiamenti di rinnovamento, di riforme di giustizia sociale.
Tutto è viziato dal peccato originale di una società votata al profitto prima che ad altro. Tutto va bene purché ci sia la crescita. Crescita di chi? A discapito di chi e di che cosa? Lo sappiamo bene. Oggi il presunto talento, la fortuna (il caso), l’appartenere per nascita a un ceto sociale piuttosto che a un altro, la dose di pelo sullo stomaco per rubare, truffare e prevaricare anche legalmente, fanno la differenza tra il ricco e il povero. La meritocrazia è un’invenzione ad uso del potere politico ed economico per formare e controllare le sue élites e i suoi gregari. Tanto è vero che si sono costruiti anche gli strumenti ad hoc per misurare i meriti: dalle rilevazioni OCSE per l’economia, l’ambiente, il lavoro, la salute e la formazione, alle forme di selezione e reclutamento, alla valutazione dell’istruzione e del lavoro. Ma tutti, a destra, sinistra, in alto e in basso, radical chic e shock, sovranisti e populisti o popolari che siano, continuano a riempirsi la bocca di giaculatorie incentrate su merito, talento, produttività, impresa, competitività e perfino di educazione… applicati in ogni campo della vita umana.

Perfino la cooperazione che doveva essere la summa della negazione di certi valori mercantili è diventata una vera e propria attività imprenditoriale sotto mentite spoglie. Il recinto è anche mobile nell’aprire e chiudere per fagocitare tutti, anche quelli che credono di essere dei rivoluzionari o fanno finta artatamente di esserlo. Le storie umane e disumane dentro questo recinto sono tante. Per cambiare ci vorrebbe veramente poco e il germe credo si diffonderebbe presto in ogni parte del mondo. I primi forti provvedimenti sarebbero impopolari solo per non più del 10 per cento della popolazione in qualsiasi paese: ridurre progressivamente l’accumulato con forti interventi patrimoniali permanenti applicando per esempio il Fattore 12; nella fase transitoria cominciare a calmierare i redditi con tassazioni d’equilibrio; eliminare gradualmente il lavoro salariato con forme di cooperazione autentica e di autogestione sociale; promuovere e divulgare l’educazione permanente e diffusa che dovrebbe essere alla base di ogni cambiamento stabile e che contiene in sé le idee di accoglienza e inclusione, di libertà, di apprendimento incidentale, di equità sociale; sottrarre progressivamente la salute, l’alimentazione, la casa, l’educazione e tutti i servizi di pubblica utilità allo sfruttamento ed alla speculazione, perché siano libere e gratis per tutti. Questo solo per cominciare. Tanto altro ancora si potrebbe fare “senza sforzo”, semplicemente smontando pezzo dopo pezzo, dal basso senza false deleghe o democrazie eterodirette, il recinto del capitalismo, allo scopo di includere tutti nelle pari opportunità, in una accezione mai ancora verificatasi nel mondo, se non in rarissime eccezioni, di libertà, eguaglianza e, per dirla, visto che la lingua è pensiero, con un termine non discriminatorio, adelfità.






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