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Educazione

Diario diffuso

19 Marzo 2020. Mi sono unito al coro spesso dissonante di questi giorni. Non mi sento di scrivere nulla di nuovo né di eclatante e neppure di pontificare, moralizzare o scrufugliare in questo difficile tempo dove l’impegno e il silenzio forse sono gli unici valori possibili. Mi limito ad esplorare tra le righe di un nuovo racconto sull’educazione diffusa che può sopravvivere in presenza come a distanza, nell’aere come nei territori fisici della città e della natura che non si pone confini con tutte le forze visibili e invisibili che l’uomo usa a volte bene a volte male. Nelle nostre riflessioni  ci sono tante risposte implicite ed esplicite a tante domande che girano vorticosamente in queste ore o che ci sono state ripetute nelle nostre peregrinazioni lunghe tre anni in tutta Italia, quasi sempre da evangelizzatori piuttosto che imbonitori.

Il mondo dell’educazione diffusa come è noto non è e non può essere solo la dimensione fisica ma anche quella ideale dello spirito (vedi il ki orientale) ovvero della città analoga e stratificata tra suolo e mente dove le distanze a qualsiasi causa dovute sono come il ma-ai e il cosiddetto terzo occhio che non dividono ma uniscono a volte assai di più di una toccata e fuga o di una stretta di mano. Ognuno di questi giorni di lazzaretto virtuale e reale ha lasciato un segno immaginario diverso che si può raccontare senza esasperata emotività ma anche senza distacco. La fantasia e la simbologia giocano  un ruolo essenziale in certi momenti critici.

Hanno chiuso le scuole, le chiese, gli stadi, i mercati, i cinema, i musei e i teatri. E ci hanno imposto solo un filo tra noi. Ma la mente è ancora libera e il corpo anche. Le forze dell’aere ci vengono in soccorso. Parliamo, ci vediamo, ascoltiamo ancora. L’ eco e il vento sono con noi. Diffondiamoci e diffondiamo. Sparpagliati ma legati negli spiriti muoviamo passi leggeri da soli ma non soli. Uno verso il bosco, l’altro a qualche metro in radura. E sulla riva del mare, dentro l’anfiteatro, la corte e la via, in mezzo alla piazza vuoti ma visibili dagli altri occhi lontani che la forza ci consente. Questa ci fa parlare, dialogare, vedere, scambiare, suonare insieme anche se un po’ distanti proprio come le danzatrici del tiaso che appena si sfiorano le dita ma riescono a muoversi all’unisono in mosse leggere. Scriviamo pensieri e storie sul foglio lanciato nel prato o sulla vitrea tavoletta moderna mentre osserviamo le case, le selve, le pietre, i numeri e leggiamo i racconti che rimbalzano in aria , le formule, le immagini e i suoni tutti insieme dalla stessa mente non più divisa tra vecchie inutili stanze.

Approfittiamo del fatto che i muri non contengono più a forza frotte di bimbi e giovani, per immaginare un graduale ma deciso e mirabile ritorno tra campi e giardini, piazze, teatri e cortili  non trovando  più aule, corridoi, banchi tondi quadrati, in giro e in quadrato ma tanti altri spazi e tanti altri luoghi sparsi per le stesse città e campagne ripensati dopo questa triste pausa di riflessione indotta da un pericoloso ma forse non del tutto inutile deus ex machina.

Cogliamo l’attimo per cambiare finalmente in educazione, in salute, in mobilità, in cultura, in economia. Il perfido deus ci sta proponendo una forte sveglia. Approfittiamone noi e non permettiamo che ne approfittino, come pare stiano già facendo, i potenti e i devastatori del pianeta e dopo questa introspezione forzata riflettiamo su ciò che non serve o serve a pochi, su ciò che sta distruggendo natura e città, su chi non perde mai tempo per sfruttare, escludere, speculare, dominare. E cominciamo ad agire in comune diffusamente e liberamente. Aprendo e demolendo tutti i recinti reali e virtuali che pretendono di costringerci. Dopo esserci scritti belle lettere e fatti le lontananze da balconi, finestre e da un lato all’altro della strada e della rete ritroviamoci presto  non più segregati e immobili ma in una bella città in mutamento e in una natura in rinascita. Spes dea ultima.

Giuseppe Campagnoli 19 Marzo 2020

 

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Almanacco di una scuola immobile. Re-censione

Nell’ennesimo almanacco, annuario della scuola di Micromega un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire.

La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate (la civica, l’artistica, la aziendale, la finanziaria, la linguistica…) delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, del latino che appare e scompare, delle improbabili “scuole senza”,”scuole con” dell’edilizia scolastica omnipresente, delle materie di cui non si può fare a meno.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata, pochi convinti che debba essere rifondata dalle basi del concetto di educazione magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e pannicelli caldi sparsi quà e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente…

Pochissime le eco che rimandano a qualcosa di più e di oltre. Pochissimo il coraggio di osare anche con il rischio di essere chiamati visionari o sovversivi, come lo erano, d’altra parte Freinet, Illich, Fourier, Ward, Freire…che non sono proprio diventati riferimenti di pedagogie alla moda declinate in troppi modi e in troppe versioni spesso contrastanti tra loro. Non sarebbe il caso di pensare finalmente ad un bel repertorio di buone idee e di buone pratiche? Ad un virtuoso ibrido di belle esperienze che ricostruiscano ex novo una scuola completamente diversa, completamente autonoma dal mondo economico attuale e magari diffusa in ogni ambito della vita e della natura?

Ogni sapiente, come spesso accade, deve dire la sua da un parziale, spesso scontato, punto di vista senza apportare nulla di nuovo e significativo nell’antologia delle prediche sulla scuola a cui ormai siamo terribilmente abituati da tanti decenni, forse fin dalla nascita della scuola pubblica.

Tante perle di saggezza scontata e inutile, a volte in buona fede a volte meno, da Raimo che rilancia l’educazione ad una generica cittadinanza, a Barbero eccellente storico ma improbabile pedagogo, da Galli della Loggia ed altri che fanno la storia di una scuola che non potrà mai proseguire, alle confessioni disperate di prof. che non riescono a capire che occorre ribaltare il tavolo, Scognamiglio che non pare uscire dal paradigma di una scuola che vorrebbe includere escludendo di fatto a priori anche linguisticamente, da Nardella che fa la descrizione implicita dei fallimenti di esperimenti spurii e isolati ad Affinati con le sue esemplari insulae di virtù educativa, alle scuole aperte ma non troppo di Oliva, alla felicità di essere connessi (dove? con chi? perchè?) di Vera Gheno, finanche ai luoghi scolastici belli ma pur sempre chiusi di Berdini. E così via ancora attraverso le scuole pop, la società ottusa e analfabeta di una nuova oclocrazia, gli italiani e le storie, il latino, le note e la lingua fin dalla culla… Il tutto sempre in questo attuale confuso e obsoleto paradigma ideale e reale della scuola.

Una delusione cocente e crescente, soprattutto se penso a ciò che faticosamente si sta muovendo al di fuori di questo dorato recinto della solita speculazione educativo-didattica-didascalico-formativa e parapsicosociopedagogica e che spesso è sconosciuto, misconosciuto, boicottato, minimizzato, quando non ostacolato e ghettizzato. Tutto questo ci dice che occorre più che mai osare ed oltrepassare la scuola lasciando da parte i soloni e i mediatici che parlano di tutto e di niente senza offrire nessuna idea veramente rivoluzionaria e globalmente praticabile anche da subito, sicuramente con meno risorse inutili e sprechi diffusi e con più gratificazione per tutti, insegnanti compresi, che per primi rinascerebbero per primi ad un nuovo ruolo sicuramente più remunerato e più riconosciuto oltre che appassionante. C’è chi ci sta credendo molto e si sta dando da fare, anche da dentro il sistema.

Se siete masochisti e volete versare lacrime amare sul futuro dei nostri giovani e sulla capacità delle genti di leggere e capire la realtà leggete questa mirabile antologia di detti e contraddetti, di pontefici del sapere e del non volere, di mirabili saggi onnipresenti sulla scena abusata degli affabulatori di scuola. Magari vi verrà un sussulto di orgoglio e di disgusto insieme che spinga verso un reale superamento di tutto ciò che rende la scuola a volte vecchia, a volte inutile, a volte pericolosa, a volte perfino grottescamente paradossale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2020

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ambiente Economia Educazione Politica

Non c‘è verde senza il rosso e il nero.

La natura non salta e non viaggia da sola. “Oh natura, oh natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” scriveva il mio sublime concittadino. La natura deve seguire il suo corso senza interferenze dedicate all’ umano egoista e cieco sviluppo. La natura fu violata per primo da chi, come scriveva Rousseau, tracciò quel perfido cerchio sulla terra intorno a sé esclamando: “Questo é mio!” E poi si continuò con mirabili perizia e cinismo fino ai disastri di oggi perpetrati sempre per il profitto e lo sviluppo. Effluvi di veleni nell’aere,nelle foreste, nelle campagne e nelle città, nei monti nei mari e nei fiumi. Stragi di esseri viventi per i mercanti globali, povertà, guerre, devastazioni diffuse per il possesso e il dominio sulle cose e sulle genti da manipolare e degenerare. Non ci può essere verde senza rosso e nero. Il verde da solo ci perde e si confonde, inganna e mette delle piccole toppe alle immani ferite del pianeta. Per di più nell’ipocrisia dell’ossimoro in nuce del “capitalismo etico e sostenibile” dei perfidi di Davos che fanno finte ecologiste usando il treno per radunarsi tra le nevi dorate della Svizzera campione di generosità universale. Intanto il caritatevole Oxfam sciorina regolarmente i dati delle ricchezze e povertà dal suo scranno rigorosamente dichiarato no profit e qualche frangia radical-bobo-green sta assorbendo e fagocitando, con le sue irresistibili sirene,tanti ingenui seguaci. Non sono casuali le incestuose alleanze tra certe destre, certi falsi progressisti e alcuni partiti verdognoli nel mondo. Il verde non potrà mai essere in fondo a destra. Neppure in un centro equilibrista e pusillanime. É incompatibile per ambiente. E allora non c‘é salvezza della natura senza alcuni, pochi ma fermi assunti verbali fondamentali e imprescindibili che sono inequivocabilmente anche libertari e comunitari.

È essenziale ridurre e tendenzialmente sostituire l’attuale sistema economico fondato pur sempre sul dilemma padrone e servo, sfruttatore sfruttato, sia che si tratti di persone che di luoghi, di popoli o di territori. La natura dovrebbe essere aiutata ad evolvere virtuosamente lontano dall’assioma “homo homini lupus” seppure riveduto, corretto e aggiornato, quando non reso slogan ideologico.

Nella fase di transizione occorre portare, attraverso le tasse, almeno al fattore 12 la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi delle persone.

È imperativo usare alcune risorse disponibili per lo stretto bisogno NORMALE, NECESSARIO, NATURALE, al di là di ogni intenzione mercantile e speculativa, anche minima.

Si cominci ad investire il pubblico danaro (frutto dell’equa contribuzione di tutti, ciascuno secondo le proprie disponibilità) per correggere, risanare, minimizzare i danni arrecati alla natura tutta.

Tutti gli organismi internazionali appositamente e finalmente rifondati, si impegnino ad incentivare o anche imporre, l’accoglienza e la permeabilità a fini umanitari dei cosiddetti confini, la mobilità, l’uso del suolo, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente in generale, compatibili con un danno pari a zero per la natura, la salute, il futuro della terra.

Si promuova l’educazione diffusa e la controeducazione indispensabili idee di radicale cambiamento dell’istruzione per combattere consapevolmente ignoranza, egoismo e intolleranza e rifondare le città e i territori, preservando e curando la natura, organizzandosi anche dal basso, collettivamente e liberamente.

Non si può certamente pensare che il pianeta possa essere curato e salvato prescindendo da drastici interventi culturali e sociali cui il capitalismo ovviamente si oppone spesso anche subdolamente per la sua pervicace e immutabile natura, ben oltre le ipocrisie e i palliativi di un improbabile mercato eticamente regolato. Non è una ciclabile in più, una differenziata in più, un’isola pedonale e una bella spuria abitudine o iniziativa ecologoca che faranno la differenza. Occorre cambiare il mondo passando in ordine di priorità per l’educazione, l’economia, la politica. Diffusamente e subitaneamente. Partendo dall’educare. L’educazione appunto, perchè il nodo dell’ignoranza è un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. I cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi ad educarsi e a diventare bene informati. Occorre seriamente pensare ad una limitazione drastica dei poteri pubblici nazionali ed internazionali e ad un decentramento e diffusione capillari dei poteri, quasi fino ad una virtuosa accezione anarchica. In una fase transitoria l’ educazione diffusa e il decentramento progressivo dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche plebiscitarie e populiste, dall’oclocrazia o da un crescente astensionismo della partecipazione alla vita civile e sociale. Senza meno. Affinché il verde, il nero e il rosso insieme si impegnino a cambiare e salvare il mondo, senza distrazioni e rigorosamente in autonomia e libertà.

Giuseppe Campagnoli 21 Gennaio 2020

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Architettura Educazione Varia umanità

L’educazione diffusa e l’architettura della città educante in una raccolta di articoli su ReseArt

All’esordio del 2020, credendo di fare una cosa utile per i lettori proponiamo una selezione ragionata in formato pdf  degli articoli sull’educazione diffusa e l’architettura della città educante pubblicati sul blog ReseArt negli ultimi anni.

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controeducazione cultura Politica

Paralipomeni dei topi, delle rane e delle sardine.

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Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani.

Tra sardine, venerdì per il futuro, sindacati ed educazione da diffondere.

Ma qual è oggi la classe ristretta di cui parlava Leopardi nel 1824? E qual’è il popolaccio  preso dalle cure del sopravvivere? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”?   E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società per bene non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano. Quella società dove il ricco è bene che resti ricco purché faccia ipocritamente professione di populismo. Quella società in cui i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza e i padroni e padroncini resistono a dispetto dell’evidenza naturale e sociale.  Riconosciamo facilmente in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche  di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi,i titoli razzisti e violanti, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco meno che quando diventano gli oggetti di carità ed elemosina oltre che di manipolazione quotidiana. Chi si è procurato ricchezze, quasi sempre sfruttando gli altri, predica spesso la tolleranza e la solidarietà, ma, di contro, anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse a chi non le ha mai pagate, il liberismo, il populismo e il nazionalismo al posto della democrazia partecipata, il green chic e l’elogio della crescita shock neoliberista “chefabeneatutti” al posto della rinuncia alla crescita per salvare la natura nostra e del mondo.

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Nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è più traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia illuminista e liberale già esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza, quando sia plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare alcune minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi oppi dei popoli che Leopardi riconosceva nelle chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

E allora non diventiamo spocchiosi e supponenti se alcune di queste  minoranze muovono dal basso folle di genti che rivorrebbero partecipazione, libertà collettiva di parola, di scelta, di azione, di vita contro chi vorrebbe nuovi domini, sfruttamenti, recinti, padroni e padroncini. Non andiamo a cercare retroscena improbabili e dietrologie ad usum delphini.

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Per superare il vero dramma e la farsa che oggi ha condotto quella classe ristretta e cinicamente ipocrita “delle feste, degli spettacoli, delle chiese e dei comizi urlati” nonché delle risse televisive e dei socialnetworks, a crescere fino a diventare la metà degli italiani, ci sono solo partecipazione e resistenza diffuse, educazione collettiva e ad ampio spettro, dialoghi vis à vis e porta a porta. La storia del declino democratico  è stata in crescendo fin dal nostro vergognoso ventennio di inizio secolo, attraverso cinquant’anni di emblematica classe di governanti dedita a quelle perniciose conversazioni ed un ultimo lustro in cui si è assistito al sublimato di questa società stretta che ha occupato i salotti reali e virtuali, le aule, i parlamenti come se i lumi positivi della morale si fossero definitivamente spenti nel giubileo del danaro, delle feste, delle chiese, dei furbi, dei corrotti e delle vannemarchi sparpagliate in ogni dove. Ne è scaturito un vezzo diffuso dell’effimero in tutte le manifestazioni della vita privata e anche pubblica. Si è consolidato un adattamento di tutta la penisola alle superficiali poche antiche cattive pubbliche abitudini ed agli ozi privati consentendo una seconda definitiva conquista da parte dei poteri forti e del malaffare. Queste sono le nuove “chiese, feste e comizi” che rappresentano il sublimato della violenza del conversare e l’intolleranza palese o sottintesa verso gli altri che si moltiplica sulla carta stampata, in televisione, nei bar, nelle liti condominiali, nei social, nelle tribune politiche, come se fossero aspetti naturali della vita.

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C’è anche chi si meraviglia che queste manifestazioni di stupidità e di egoismo siano apprezzate dai più. Si dice che  tutto sommato danno la parola alla povera gente comune. Ma non si dice che  permettono di esprimersi e di sfogarsi contro altra povera gente comune, magari straniera o diversa che se non potesse in futuro accadere a tutti noi. Non si rendono conto gli amanti di tali spettacoli che si sta plasmando un pubblico inetto e incosciente, tutto preso dalla virtualità e dall’invenzione per non accorgersi di essere sfruttato ancor di più e più incisivamente di quando venivano definite la classe contadina e quella operaia, quelle che Leopardi descriveva come non dedite alle conversazioni e ai pubblici deliri perché troppo occupate a sopravvivere.

Molto è oggi manifestazione di apparenza senza contenuti, esibizione senza costrutto, sproloquio di convegni e media che finiscono per convincere la gente che quella sia la vita mentre in realtà è solo virtualità che offusca la realtà e impedisce di percepirne le miserie e i pericoli ma neppure le possibilità e le speranze. La quotidianità è ricolma di slogans, eventi, campagne tutte tese all’esibizione fine a se stessa, lontanissime da ricadute positive nelle trasformazioni della realtà e nel miglioramento della vita civile e nei comportamenti privati che su questa incidono. Gli italiani, anche quelli una volta preoccupati dei loro bisogni quotidiani sono stati ammaliati da pochi imbonitori furbi e immorali, istigatori di separazioni e discriminazioni. Ora, se c’è un risveglio da tanto torpore e c’è chi ricomincia a  partecipare e resistere contro chi pensa prima a sè al suo gruppo e ai suoi affari piuttosto che al mondo, alla natura e alle genti in sofferenza per l’egoismo di tanti, credo sia una specie di miracolo proprio come  quello che accadrebbe diffondendo e profondendo controeducazione nelle cittâ e nei territori, nelle piazze e nelle strade, nelle scuole e in tutti quei luoghi-monumento dei poteri economici e politici da abolire o trasformare prima che sia troppo tardi.

Non importa che si chiamino sardine, sindacati, venerdì per il futuro. Viva  l’eco di Bella ciao. Vivano le sue note a memoria della liberazione dall’oppressione e dalla dittatura, a memoria della speranza di un lavoro libero dalla schiavitù vecchia e nuova dei padroni vecchi e nuovi, della coscienza civile, della solidarietà e dell’empatia, della educazione che affranca l’uomo e non lo stringe in nuovi lacci.

https://youtu.be/oZDiUCj7KE4

Viva quanto altro possa far rinascere e rinvigorire ciò che è già scritto nelle dichiarazioni dei diritti dell’umanità e della natura e nelle costituzioni che proclamano equità, giustizia e libertà. Viva ciò che induce azioni e comportamenti virtuosi e resistenti in ogni luogo, magari fuori dai parlamenti e dalle assemblee costituite nel vecchio recinto.

 

Giuseppe Campagnoli

Riscritto in Dicembre 2019

 

  

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Architettura edilizia scolastica Educazione Scuola

Un altro treno per l’educazione diffusa?

L’architettura della città educante a Pontedera.

Un corto di sintesi dei contenuti dell’intervento

Il 22 e 23 Novembre scorsi a Pontedera si è svolto un interessante confronto sugli spazi dell’educazione promosso con il Convegno “Mani operose, teste pensanti” dal Centro di Ricerca Educativa e Didattica Valdera che coinvolge una rete dei comuni della val d’Era dedicata ai “servizi” educativi oltre che culturali di quel territorio. Ho partecipato, invitato, con un intervento sull’architettura della città educante fondato sull’idea di oltrepassare la scuola verso l’educazione diffusa. In molti momenti mi sono sentito quasi un infiltrato, circondato da relatori “riformisti” dentro il recinto della scuola istituzionale, con timide e, a volte, un po’ superficiali avanguardie che prospettano cambiamenti solo estetici o di facciata. Da qualche sporadico segnale comunque ho potuto percepire una certa voglia di andare oltre le solite riforme. Perfino nell’intervento promettente del ricercatore esperto in ambienti di apprendimento dell’Indire, partner della manifestazione, ho trovato germi di risveglio.

Che si siano accorti che occorre una vera e propria rivoluzione e non i soliti palliativi? Glisso sull’intervento della rappresentante della “Scuola senza zaino“ che liquida quelli della educazione diffusa come visionari ricordando pedantemente le cifre delle scuole prive di zaini.

Spazi “innovativi” per una didattica “innovativa”. Immagini dal sito pubblico delle “Scuole senza zaino”.

Come se i cosiddetti “visionari” non abbiano generato nella storia dell’educazione esperienze mirabili e veramente rivoluzionarie. Glisso pure su quello dell’architetto che gioca, compiacendosene assai, con le parole, le immagini e gli spazi educativi “centrifughi e centripeti”, mentre ho apprezzato molto gli spunti di alcuni testimoni della trincea educativa che auspicano, in fondo, il superamento di una scuola reclusoria, del controllo, della gerarchia e della rigidezza, a favore della libertà, del movimento, della corporeità, dell’arte e del pensiero cosiddetto “divergente”.

Persiste comunque, ahinoi, la tendenza a pensare che il cambiamento passi per lo spostamento di mobilio, le nuove tecnologie digitali, il colore alle pareti, i banchi, le sedie e le cattedre moderni ed ergonomici, le boutades del design onnipresente o l’autodeterminazione di ambienti comunque chiusi e controllati e alla via così. Ho cercato, alla fine di una estenuante pletora di interventi compressi in un pomeriggio, di lanciare il messaggio dell’educazione diffusa attraverso l’idea dell’architettura di una città e di territori interi che diventano essi stessi scuola. Qui di seguito alcune immagini delle mie provocazioni.

Alla fine, la sorpresa di aver suscitato un forte interesse e una evidente attiva curiosità negli appassionati membri e volontari del CRED come pure in un sindaco rappresentante dei comuni della rete educativa. Mi ha preso in disparte e mi ha testualmente confidato di aspettare da tempo un’idea come quella della città educante, per progettare di applicarla all’ insieme di comuni, di scuole, di luoghi culturali e sociali del suo territorio. Se son rose.. Conservo qualche timida speranza che vedo coltivarsi in potenza anche dentro esperienze come il CRED, in tante parti d’Italia e non solo. Le domande ancora inevase sono quelle che l’architetto mirabile Giancarlo de Carlo si poneva sulla rivista di Harvard nel 1969 : “È necessario costringere la scuola in una istituzione ad hoc? L’attività educativa deve svolgersi in un edificio appositamente progettato e costruito? Entrambe le risposte continuano ad essere negative.

Giuseppe Campagnoli 27 Novembre 2019

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Architettura città Educazione

Architettura, città e potere. Pecunia non olet

“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa” Dicembre 1973 dalla tesi di Laurea di Giuseppe Campagnoli

Architettura e potere. Pecunia non olet.

Prendo spunto dalla tristissima  notizia dell’ennesima cattedrale del potere e del mercato  affidata  a Renzo Piano (archistar di cui ho scritto abbastanza come del resto di Calatrava, Fuksass e altri) dalla Vac Foundation, istituzione moscovita fondata nel 2009 dal l’oligarca e magnate degli idrocarburi Leonid Mikhelson, come “dono “ai cittadini moscoviti e… al mondo!

Qui la descrizione tratta da un articolo di Laura Milan su Tecnoring: “Renzo Piano a Mosca per il GES2, un nuovo centro culturale. Il progetto trasformerà un’ex centrale elettrica in un polo dedicato alla cultura e alla formazione nel centro di Mosca, in un’area vicina all’Ottobre Rosso e allo Strelka Institute di Rem Koolhaas”  

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Non sono finiti i tempi in cui l’architettura e l’arte (se così è lecito ancora definirle oggi) vengono asservite al potere politico o economico continuando a realizzare mostri  e abbandonare tante parti di città al degrado. Nessuno degli architetti oggi emergenti ha mai veramente pensato a risolvere i problemi del costruire, dell’abitare e del vivere la città in modo collettivo, come è giusto e naturale che sia. In modo differente ma alla fine tutto sommato inconsapevolmente convergente  Giancarlo de Carlo e Aldo Rossi lo fecero. L’uno con il sogno di una architettura partecipata e l’altro con l’architettura della città che è idea e memoria collettiva di una specie di autocostruzione rispettosa della storia e delle evoluzioni sociali, decisamente in contrasto con ciò che paventava profeticamente, per il destino delle città moderne seminatrici di discordia, Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano

Dissentire anche in architettura e urbanistica (ammesso che sia diversa dall’architettura) è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo e per ritrovare quella loro funzione sociale ed educativa.

La città che educa non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di qualche anno fa:

“1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnoli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

La città che educa sarà quella pensata e costruita con l’ausilio di nuovi mèntori dell’architettura:

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.”  Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Eleuthera e Apple Books. L’architetto diventa  mediatore  e guida di processi di trasformazione collettiva  delle città e del territorio, direttamente con l’autocostruzione o indirettamente con una  pogettazione e costruziuone mediate non più dal mercato ma dalla società civile secondo i suoi bisogni funzionali e culturali ampiamente condivisi. Ci provò a modo suo tempo fa Giancarlo de Carlo nella sua mirabile esperienza di Urbino da trasformare in una città-campus, una sorta di città educante sostenuta da Carlo Bo e per un po’ dall’amministrazione della città.  La storia è descritta in qualche modo nel libro edito nel 2018: “Sono geloso di questa città” di Lorenzo Mingardi per Quodlibet Studio di Macerata.  Vi si trovano spunti per una idea di città che non sia un mercato totale (immobiliare, turistico, ricreativo, speculativo in ogni sorta di beni) ma una serie di parti e di luoghi con una funzione dialogica, culturale, educativa e residenziale in modo partecipato fina dalle fasi di progettazione. 

Il  libro “racconta l’avventura dei primi vent’anni di lavoro di Giancarlo De Carlo a Urbino, una città che è stata per lui non solo il luogo dei suoi capolavori, ma anche una compagna di vita.
A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la Giunta comunale urbinate – guidata dal sindaco Egidio Mascioli – e il rettore dell’Università, Carlo Bo, lavorano insieme all’elaborazione di un progetto di rilancio economico della città affidato interamente al potenziale culturale dell’Ateneo. A Giancarlo De Carlo è assegnato il compito di tradurre tale programma in forme architettoniche, ampliando le strutture dell’istituzione, sia all’interno sia all’esterno del tessuto storico.
Forte della discussione internazionale sviluppatasi intorno ai CIAM, i suoi interventi fanno di Urbino uno dei più significativi esempi di città-campus mai progettati in Italia nel XX secolo: lo sviluppo dell’Università coincide, cioè, con la crescita della città.
Attraverso documenti inediti, il libro fa emergere la figura di un architetto che non si limita a tradurre in volumi e spazi i desiderata di un committente illuminato, ma li incastona in una strenua difesa del la propria idea di città, confrontandosi anche con fenomeni inediti come la contestazione studentesca – alla base del suo pamphlet del ’68, La piramide rovesciata, incentrato sull’esigenza di un rinnovamento dell’architettura per una più intensa partecipazione degli studenti alle trasformazioni strutturali della società. Ma sono soprattutto le vicende relative al Piano Regolatore (1954-1964), al primo brano dei collegi universitari sul colle dei Cappuccini (1960) e alla Facoltà di Magistero (1968), quelle che ci fanno capire come De Carlo avesse acquisito in quegli anni un’autorevolezza tale da consentirgli di guidare lui stesso la trasformazione culturale della città, divenendone il principale interprete. E non tralasciava nessuna occasione per ribadirlo: «Sono geloso di questa città al punto da non poter dormire la notte se altri la guardano con speranze possessive o, peggio, se le mettono le mani addosso senza capire la sua natura». 

In parallelo osserviamo  le riflessioni e l’agire di Colin Ward che lancia l’architettura del dissenso come chiave di volta per riappropriarsi dei destini della città e del territorio da parte di chi li vive e li usa senza dover subire le imposizioni formali e sostanziali di chi lo vorrebbe trasformare e gestire ad uso e consumo di poche èlites economiche e politiche.

“Il tema di fondo del lavoro di Ward sull’architettura e la città è la storia sociale nascosta dell’abitare, con una particolare attenzione alle forme popolari e non ufficiali di costruzione e trasformazione dei luoghi. Ogni esempio costruttivo di relazione non passiva tra le persone e il proprio ambiente di vita, ogni caso in cui l’habitat umano o una sua piccola porzione è il frutto, anche solo in parte, di una trasformazione attuata da esseri viventi in prima persona e non da un’entità astratta o burocratica, sono per lui testimonianze di quella «anarchia in atto» che costituisce il nucleo centrale della sua idea libertaria, i «semi sotto la neve» di una possibilità latente, da ricercare nella vita di tutti i giorni, molto più che nella prospettiva palingenetica di un futuro remoto. Nella ricerca di questi semi, Colin Ward è stato un vero rabdomante. La sua sfida era di scovarne non solo in luoghi esotici o primitivi, ma nel presente e nel passato prossimo, dentro alle nostre città e campagne, nella Londra capitale del mondo sviluppato, perfino in un’architettura monumentale tra le più celebrate, come dimostra il suo libro sulla cattedrale di Chartres…”

“L’alterità della ricerca di Ward rispetto al discorso contemporaneo sull’architettura, la sua capacità di farvi convergere una molteplicità di esperienze minoritarie e vitali, di «voci di dissenso creativo» (come recita il sottotitolo di uno dei suoi libri più belli) e quindi di indicare tracce di alternative possibili, spesso già in atto, spero che renda questa antologia di testi tradotti per la prima volta in italiano uno strumento utile per l’oggi e il domani, e non solo la testimonianza di un passato recente.
Lo spostamento di baricentro che caratterizza queste riflessioni, dall’architettura come oggetto (di nuovo implicita in tante teorizzazioni contemporanee) al suo sostanziarsi in una rete di relazioni concrete e cangianti con contesti, luoghi, climi, biografie, conflitti, conduce Ward su un terreno più vivo e problematico, che mette in discussione le tecniche edilizie, i processi decisionali, la proliferazione burocratica, ponendoli in rapporto alle questioni energetiche e ambientali, ai gradi di autonomia che tali tecniche e processi aggiungono o tolgono alle persone e alle loro pratiche attive, alla dimensione degli apparati e delle attrezzature che esse implicano, ai loro effetti sulla vita dei cittadini più deboli e più piccoli.”

“L’insieme di esperienze su cui Ward riflette comprende innumerevoli esempi di mutualismo e di auto-organizzazione nel campo dell’abitare (e i loro conflitti con le logiche del welfare in cui sono le istituzioni a provvedere ai bisogni abitativi dei cittadini), le esperienze degli autocostruttori di tutti i tempi e latitudini, studiate in profondità e fuori dai cliché folkloristici che spesso le accompagnano, gli usi degli spazi di umanità offerti dalla città premoderna «a grana fine» e il loro attrito con quelli «pianificati» nel segno dello «sviluppo», le tracce di rivendicazione di un rapporto con la natura e di possibilità di vita all’aria aperta testimoniate dalle attività delle classi popolari urbane: la cultura dell’ortismo, l’epopea dei primi campeggiatori, i giochi e le avventure urbane dei bambini e dei ragazzi. Egli intreccia queste esperienze con le ricerche di architetti e critici in qualche modo irregolari, figure a volte fondamentali nella storia dell’architettura e dell’urbanistica, a volte del tutto marginali e trascurate, mettendo insieme una compagine quanto mai variegata: Mumford, Geddes e Howard, il filone Arts and Crafts con Morris, Ruskin e William Richard Lethaby, il poliedrico Rudofsky, i suoi compagni anarchici Giancarlo De Carlo e John F. Turner …..” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Chiunque abbia intrapreso questa strada sia in via teorica che pratica non ha avuto molto seguito nè dalla politica nè dall’economia forse perchè non c’era ancora quel legame verso il basso, verso la platea dei cittadini che dovrebbero essere i protagonisti principi della crescita e delle trasformazioni dei luoghi in cui vivono, apprendono, lavorano e passano il tempo libero che si spera sia sempre più ampio rispetto a quello dedicato ad un lavoro schiavistico e in gran parte pleonastico perchè funzionale a quel plusvalore che va ai padroni  e padroncini dell’attuale sistema economico paradossalmente e fortunatamente in una fase di crisi crescente anche per i suoi stessi valori. Ma chi fa notizia e danaro sono i vips dell’architettura che pontificano sulla carta e sui media oltre che nel mercato golbalizzato. Le archistars  imperversano nell’empireo delle architetture delle multinazionali e delle oligarchie politiche e mercantili spacciando per arte al servizio della collettività dei monumenti a sè stessi e ad un mondo oppressivo e autoreferenziale che ha coniato un concetto di bellezza improbabile e inesistente perchè affatto gratuito e a suo esclusivo uso e consumo. La questione delle abitazioni non è stata mai risolta. Neppure il degrado crescente e al limite del non ritorno di periferie e centri urbani è stato ancora risolto. Le miracolose ricette dei guru dell’architettura erano solo alla prova dei fatti boutades pubblicitarie e autoreferenziali.Come se replicare le discutibili idee del Beaubourg,  di Potzdam Platz o delle vaghe torri urbane di ferro e vetro e di boscaglia rampicante fossero la soluzione ai problemi delle città! Le riviste patinate di architettura oltre al 70 % di pubblicità mercantile, ai panegirici dei soliti noti e alle discutibili archeologie architettoniche non sanno apportare alcun contributo veramente rivoluzionario ad un pensare e fare architettura oggi vicino a chi questa architettura deve vivere, non come cliente ma come uomo e comunità. Certe cose della vita non possono essere oggetto di mercato. Tra queste ci sono anche l’educazione, l’arte  e l’architettura.

Giuseppe Campagnoli 8 Novembre 2019

 

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La scuola non basta

La scuola non basta

La scuola non basta, non è mai bastata. Violenza, intolleranza, egoismo, sfruttamento, emergenze climatiche e ambientali, dipendenze, criminalità piccola e grande, degrado urbano e territoriale, diseguaglianze. La scuola non basta per uscire dal recinto che contiene ed alimenta tutto questo. Diffondere capillarmente l’educazione potrebbe avviare una rivoluzione persistente e alla fine in qualche modo risolutiva. I dialoghi e i discorsi nei bar, nelle piazze, nei centri commerciali, sul bus, a tavola, al lavoro, dal dottore segnalano una drammatica emergenza libertaria ed educativa dentro e fuori , in ogni luogo, anche culturale, se e quando la cultura è solo moda, intrattenimento, mercato. I luoghi si degradano e con essi le persone che li frequentano ma non li vivono nè li trasformano. Non basta fare convegni, raduni, gruppi, eventi e kermesses spuri e variegati sul clima, sulle migrazioni, sulla sicurezza, il lavoro, la salute. Non basta più e sovente resta solo  un coacervo di lamenti collettivi, promesse, slogans, piccoli angoli di autocompiacimento, buone intenzioni di cui si lastricano ogni giorno  pericolosi e infernali sentieri, viottoli, strade e stradelle. Non è pessimismo  ma sano realismo e ottima spinta  verso una convergenza, di coloro che resistono e vogliono un cambiamento radicale e salvifico, in un unico sforzo che tragga linfa dalla rifondazione della società in un progetto educativo da cui può nascere una vera rivoluzione. Si mettano insieme le buone idee e le buone pratiche senza etichette e bollini, senza sponsor ma con risorse vere e consistenti, umane e materiali. Tante storie ho letto e vissuto che poi restano lì dove sono nate e spesso finiscono senza contaminare e contaminarsi felicemente altrove. Tante belle esperienze non si conoscono o se ne avverte qualcosa troppo tardi. Tantissime scuole. tantissimi insegnanti e studenti, tantissime genti disorientate e irretite vorrebbero trovare la strada insieme per uscire da questo labirinto senza fine in cui ci tiene chiusi un mondo irreale e artefatto gestito e ordinato altrove.

Rieducazione diffusa

Come si recupera più di mezzo secolo di mala educazione  che ha ridotto le persone schiave di chi le vuole sottomesse e senza pensiero? Come si fonda un futuro di buona educazione diffusa per una nuova vita di persone libere, solidali, eque e appassionate ?

Partendo dai luoghi del vivere. Tutti, nessuno escluso e nessuno privilegiato. Partendo da mentori e maestri, tanti, diversi appassionati, bravi e diffusi, o meglio, sparpagliati in ogni angolo, in ogni tempo del giorno e della notte.

Partendo da quei mentori e maestri che già sono in tanti di noi e che solo uscendo da gusci e recinti istituzionali o ingannevolmente innovativi potranno mettersi a disposizione di una collettività disorientata e disillusa , arrabbiata e violenta, preda di tanti pifferai incantatori. Mettersi a disposizione anche quotidianamente, informalente, magari accanto alla scuola che si trasforma e si libera, nel loro piccolo e  intorno bisognoso di tanta controeducazione.

Partendo infine dal mondo per esplorarlo, farvi esperienze e da queste apprendere ciò che piace e ciò che serve, a noi e alla comunità. Non ad altri o per altri. Soprattutto non per chi vorrebbe dominare su tutto e su tutti con il potere, il denaro e i falsi miti.

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Una risata  seppellirà questo mondo morente?

“Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica e soffocante. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita, anch’esso diffuso e cresciuto nelle penultime generazioni . La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato tanti governanti al potere e che forse porterà anche i prossimi, i peggiori in assoluto, finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, degli sfruttati, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.”

“Proseguiamo per questo sulla  strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero, giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che gigioneggia ma agisce in modo decisamente reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento. Solo cosi molti riapriranno gli occhi e le menti liberandosi dall’influenza nefasta dei bravi suonatori di Hamelin nelle istituzioni, nella “cultura”” e nella politica. Tanti mentori “condotti” e riconosciuti potranno guidare e supportare uno spontaneo e collettivo, a volte inconscio, desiderio di educarsi magari disobbedendo e resistendo, cercando nuove vie di conoscenza e nuovi modi di vivere più liberi ed eguali.” Dall’educazione è sempre nato tutto il resto. Nel bene e nel male.

Giuseppe Campagnoli in varie date e in vari luoghi.

 

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L’educazione diffusa si potrà fare solo tutti insieme

Nel panorama delle iniziative e delle condivisioni sul tema della educazione diffusa e della città educante credo si stia facendo ancora un po’ di confusione, muovendosi tra le esperienze in atto delle cento scuole e scuolette private e parentali, del bosco, della campagna, della radura e i filoni storicamente consolidati come le scuole Montessori (con diverse etichette spesso contrapposte), il movimento di cooperazione educativa, le scuole steineriane, quelle ispirate a Don Milani et coetera.

Per il mio punto di vista, che oltre ad essere quello di un uomo che nella scuola ha passato una vita in ruoli diversi è anche quello di un architetto che ha una visone pedagogica e formativa di una possibile evoluzione della città e del territorio, l’educazione diffusa è una specie di repertorio ragionato ed assolutamente integrato di tutte le buone esperienze presenti e passate  in una nuova, rivoluzionaria e complessa visione, di tutto il moderno, il non classista e antimercantile che persiste nelle varie teorie e nelle varie esperienze sparse per il mondo. Una costante tra le nuove e le vecchie idee, seppure ancora innovative, dovrebbe essere quella di proiettare, non occasionalmente, ma definitivamente, l’educazione fuori dai luoghi istituzionalmente e burocraticamente dedicati e a considerarla totalizzante, libera da programmi, discipline, orari, classificazioni, esami e funzioni che non siano quelle della crescita e dello sviluppo della creatività e della curiosità della persona che solo così potrà anche apprendere per sé e per la comunità. Al tempo stesso che l’educazione e la scuola (se vogliamo ancora chiamarla così) siano scevre da etichette, bolllini, sponsors, coacervi settari e imprimatur di vario genere. Tutti i movimenti e le iniziative che si ispirano liberamente, ma condividendone il senso e i principi, al Manifesto della educazione diffusa  fanno dei passi avanti verso la città educante e una educazione veramente rivoluzionaria. E’ allora indispensabile che accanto alla trasformazione dei luoghi della città avvenga, gradualmente ma radicalmente, una trasformazione del concetto di educazione  senza equivoci e possibilmente in modo collettivo anche quando si avviano dall’interno della scuola pubblica o delle istituzioni che rappresentano e governano le città e i territori.

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Mi piace pensare che in campo educativo non sia utile nè serio dividersi in tante teorie, piccole o grandi sette, iniziative spurie, a volte effimere e a volte ridondanti, presuntuose e che spesso presentano caratteri di conservazione, di élite, per esibire le proprie etichette e i propri marchi o bollini nei convegni, nei seminari e nel confronto pubblico, come pure nella realtà scolastica. Come gioveranno tutte queste kermesses al cambiamento dell’educazione e della città che in sostanza mi pare siano ancora le stesse e in qualche caso anche peggiorate? Mi parrebbe più saggio cercare e trovare punti di incontro solidi e reali per rifondare, con il contributo di tutti, un pensiero educativo rivoluzionario, multiforme ma non contraddittorio o decisamente datato o autoreferenziale. L’apporto culturale e teorico ma soprattuto concreto di tante esperienze storicamente emergenti o nascostamente diffuse è fondamentale e indispensabile per ripartire e far nascere  l’educazione del futuro, quella che rispetto a quella tradizionale e istituzionale noi amiamo chiamare Controeducazione.

La strada è lunga, ma occorre almeno imboccarla, tutti insieme. Siamo ancora nella piazzola di partenza dopo due anni dall’uscita del Manifesto della educazione diffusa e dopo tre dalla pubblicazione del libro  che lo ha ispirato e che, con il valore di  fare tesoro di tanti apporti teorici importanti, ha lanciato l’idea dell’educazione diffusa in una città educante.Facciamo tutti uno sforzo di sintesi e di proposta unitaria per non disperdere delle belle idee e delle belle esperienze in cento rivoli facilmente fagocitati o emarginati dalla scuola padronale e governativa che sovente finge di essere o provare a diventare innovativa.

Giuseppe Campagnoli 7 Ottobre 2019

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Tra le righe di Fourier, Freinet, Ward

 

Rilettura di un architetto della città educante tra le righe di Charles Fourier, Celestine Freinet, Colin Ward.

Per questo non c’è bisogno di precettori. Riflessioni e memorie da un interessante articolo apparso tempo fa nel blog di filosofia di Laurence Bouquet e degli allievi del Liceo Xavier Marmier di Pontarlier: “L’enfance du désir, le philosophe Charles Fourier et la question de l’éducation” 

Aldo Rossi la città analoga

L’educazione diffusa e la città educante sono figlie e sorelle di tante maestre e maestri. Quelli a cui mi piace riferirmi di più, anche per esperienza personale, sono proprio Charles Fourier, Celestine Freinet e Colin Ward, per il loro essere sovversivi nella concezione della vita e dell’educazione. La parola chiave sembra essere la “passione” nell’esperienza, nella ricerca, nell’apprendimento e nella crescita. Allora come oggi, mutatis mutandis le persone sono animate dalle medesime passioni: ambizione, invidia, desiderio di ricchezza ed onori, ricerca di piaceri di ogni sorta. La loro indiscriminata repressione, il freno imposto a favore della ragione a tutti i costi impedisce alle passioni di svilupparsi in senso positivo e in direzione dell’umanità e dell’armonia sociale. Il mondo cosiddetto civilizzato cammina “sulla testa” e le passioni vere e sincere potrebbero distruggerlo soprattutto quando sono fondate sull’empatia e sul rispetto delle persone libere e non delle regole e delle ragioni. Costruire una società o una architettura secondo dei paradigmi imposti comporta assenza quasi totale di libertà, di passione, di esperienza e di creatività. Per questo non c’è bisogno di precettori nè di luoghi dei precetti, come non c’è bisogno di regole e tipologie per pensare e costruire i manufatti (manu-fatti!) del nostro vivere. L’educazione e l’architettura debbono essere processi appassionati e collettivi. La società invece ci pone difronte a valori decisamente contrastanti: quelli dei maestri, come la morale e il sapere e quelli della famiglia, come l’ignoranza e il danaro. Anche la città si trasforma e si evolve in queste contraddizioni in una sintesi perversa dell’agire ciascuno contro tutti, dove man mano che si cresce non si è più capaci di uscire dalla società a cui si è condannati dall’economia, dall’educazione, dalla forma e dalla sostanza dell’ambiente in cui si è costretti a vivere. La passione, il disinteresse e la voglia di fare dell’infanzia dovrebbero permeare tutte le età e diventare il carattere essenziale di una educazione diffusa ed esperienziale così come l’impeto e il sapere indotto dal fare che ispirava i costruttori delle cattedrali gotiche e delle città medievali come delle architetture collettive aborigene di ogni parte del mondo. Al contempo diventa essenziale il legame tra generazioni, un legame non di tradizioni e ricordi ma di esperienze comuni, di mentori reciproci.

La città sostenibile

Le cose umane passano attraverso il tempo e si interpolano mirabilmente per ingenerare attraverso l’armonia continue novità generate da passione e curiosità da ricerca indietro e vanti nel tempo.

“A l’inverse l’harmonie engendre la nouveauté, elle met les institutions au service du désir ou plutôt des passions multiples, elle ne soumet pas le désir aux institutions. Elle n’impose pas à l’homme une seconde nature qui tout au plus dissimule les penchants qu’elle prétend combattre. L’éducation sociétaire ne contraint pas la nature, elle l’accompagne. Il s’agit non de transformer l’individu, mais de tout faire pour empêcher l’arrêt de son développement naturel. La nature chez n’est pas une essence fixe permettant de définir l’homme ; il la conçoit plutôt comme un principe de production du divers à partir des  passions fondamentales qui nous habitent.”

Non bisogna sottomettere il desiderio, la passione e la curiosità alle istituzioni perchè l’educazione non deve coartare la natura ma assecondarla e consentire all’uomo di svilupparsi non di trasformarsi ad uso e consumo di qualcun altro. L’educazione non può imporre un fine prestabilito e preordinato ma scoprire e attualizzare le infinite possibilità dell’essere umano senza selezioni e senza costrizioni. Perfino la suddivisione classificatoria tra infanzia adolescenza ed età adulta è una povertà semantica che maschera realtà ben più complesse e intrecciate.       « Nourrissons et nourrissonnes 0 à 9 mois, poupons et pouponnes 9 à 21 mois, lutins et lutines 21 à 36 mois, bambins et bambines 36 à 4 ½ ans, chérubins et chérubines 4 ½ à 6 ½ ans, séraphins et séraphines 6 ½ à 9 ans, lycéens et lycéennes 9 à 12 ans, gymnasiens et gymnasiennes 12 à 15 ans, jouvenceaux et jouvencelles 15 à 19 ans »

Marciapiedi diffusi

Celestine Freinet propaga, espande ed applica tutto questo nella sua “pedagogia sovversiva” per non svilire il gusto innato di apprendere dentro schemi preordinati e muri fisici e mentali. E allora esperienza,studio e ricerca fuori dalle mura scolastiche, apprendimento condiviso e reciproco,autoorganizzazione della vita collettiva con attenzione alla singolarità di ciascuno (per inciso la mia formazione elementare con i miei maestri di casa, di bottega e di vita) cercando di non separare l’educazione dalla vita e quindi la scuola dalla vita. In una frase tutta un’ idea di educazione: «Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessantissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?»

La classe. Celestine Freinet

Le stesse domande e pressappoco le stesse risposte in Colin Ward che singolarmente era un architetto, un amante del fare arte, un insegnante, un direttore di scuola, un figlio di maestri proprio come colui che scrive. L’incidentalità dell’educazione oltrepassa le barriere delle istituzioni “famiglia” e “scuola”. per le strade, nei boschi,negli spazi di gioco, sui bus, nei negozi e nelle botteghe, nelle campagne e e nelle officine si trovano i luoghi vitali pieni di opportuinità educative straordinarie.La creatività, l’intraprendenza, la passione sono i motori dell’apprendere non strutturato e non programmato “sulle” persone per gli scopi spesso venali delle istituzioni. “I moderni sistemi scolastici hanno isolato ogni forma di sapere esperienziale, hanno standardizzato e unificato i profili di uscita degli studenti, hanno omologato criteri e metodi di valutazione che pesano fortemente sull’insegnare e sull’apprendere” (Francesco Codello in “L’educazione incidentale Eleuthera Milano 2018)

Da tutto questo e tanto altro nel 2017  l’educazione diffusa per una città educante 

Giuseppe Campagnoli 23 Settembre 2019

 

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El obispo rojo

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Avevo qualche remora a raccontare questa storia, vuoi per un senso di pudore familiare vuoi per le mie consolidate convinzioni non proprio inclini alle religioni ed alle evangelizzazioni di qualsiasi genere. Le recenti terribili notizie sull’Amazzonia hanno fatto emergere prepotentemente l’esigenza di una breve narrazione un po’ autobiografica. El obispo rojo veniva chiamato il fratello di mia madre vescovo salesiano missionario nel Territorio Federal Amazonas del Venezuela, a Puerto Ayacucho, tra i confini brasiliano e Colombiano. Andando a trovarlo quando era ancora in vita (ora è “enterrado” in terra amazzonica) e visitando le zone tra Puerto Ayacucho e Manapiare, alla fine degli anni ’80, scoprii tanto, riguardo alle sue idee ed azioni in difesa della natura e degli Indios Yanomami senza peraltro pretendere conversioni o adesioni ma addirittura consentendo una specie di virtuosa quanto singolare commistione tra il loro credo animista e quello cattolico solo quando liberamente accolto. Scoprii dell’ impegno suo personale e dei confratelli (che sembravano più dei rivoluzionari che dei preti, barbudos che fumavano yopo e vivevano per lunghi periodi nei villaggi isolati della selva) teso a salvaguardare dallo sfruttamento, dalle deportazioni e anche dalle uccisioni da parte di banditi legali e illegali, di compagnie minerarie, di latifondisti e di governi, le popolazioni locali, soprattutto di etnia yanomami. Più volte i missionari li accompagnavano tra mille rischi dal Brasile oltre il confine che per loro, naturalmente, non esisteva, con il Venezuela fino ad allora meno pericoloso (si fa per dire) per la loro sopravvivenza anche perchè addirittura venvano fatti oggetto di caccia spietata da parte dei latifondisti con gli elicotteri. Scoprii altresì che aveva fondato un Museo Etnografico in Puerto Ayacucho, prendendolo in giro perchè lo avevano voluto intitolare a lui ancora vivente!

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Museo etnografico di Puerto Ayacucho

Il museo aveva ed ha tuttora l’unico intento da testimone  di raccogliere la storia, le tradizioni e la cultura yanomami allo scopo di farne conoscere l’essenza preziosa assolutamente da preservare senza interferenze o contaminazioni,  con una azione decisa di  difesa e tutela contro un progresso basato sulla distruzione sistematica di natura e persone, per il  profitto di compagnie minerarie e agricole e dell’avanzante turismo globale dissacratore, incolto e devastatore che avrebbe voluto trasformare le belle churuate in altrettanti resorts.

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Lo Shabono. Un villaggio centrale e collettivo

El obispo rojo lo chiamavano perchè spesso soleva dire che se nel combattere per difendere il popolo indio, il suo habitat, la sua cultura veniva tacciato di ideologia comunista, allora sì, poteva essere chiamato “comunista”. In una tesi di dottorato pubblicata nel 2007 a Brasilia dedicata alle popolazioni indios tra Brasile e Venezuela, sono riprese alcune sue posizioni ed  interventi che venivano citati attraverso la stampa venezuelana come  di “estrema sinistra” quando chiedevano di bloccare le concessioni per lo sfruttamento, la contaminazione e la progressiva distruzione di quei luoghi e di quelle popolazioni a scopo minerario, agricolo o turistico.

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L’obispo rojo

“Ci sono sovversivi  nelle Amazzoni” titolava il “Diario di Caracas” nel 1987.

Da questa visita, da questi fatti e da tante riflessioni scaturì negli anni ’90 un progetto partecipato di recupero architettonico di un villaggio indio utilizzando idee, forme, materiali e tecniche tradizionali (legno di alberi da ripiantare subito come è loro costume, adobe, mattoni di terra…) per sostituire le baraccopoli di lamiera costruite dal governo per rendere forzatamente stanziali i gruppi e poter avere mano libera sul territorio con una specie di “villaggio educante nomade” antelitteram. Il progetto, guidato da due architetti (Stohr e Campagnoli) venne ideato e disegnato con la partecipazione di una classe dell’Istituto d’Arte di Pesaro. Una storia questa che dovrebbe far riflettere su quello che certi governi violenti e irresponsabili stanno facendo all’Amazzonia, terra da sempre senza confini e padroni se non la natura e chi ci vive liberamente da secoli e su quanto si potrebbe fare per contrastare attivamente questa terribile tendenza.

Giuseppe Campagnoli

Agosto 2019

Churuate e nuovi villaggi a Manapiare

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Italiani: un déjà vu?

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Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani del 2019

Ma qual è oggi la “classe ristretta” di cui parlava Leopardi nel 1824? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”? Ci sono nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza. Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si adula nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttore di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco o diventano gli oggetti di carità ed elemosina mentre chi si è procurato ricchezze quasi sempre sfruttando gli altri predica la tolleranza e la solidarietà, ma anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse anche a chi non le ha mai pagate, il liberismo invece del liberalesimo, il populismo al posto della democrazia partecipata. E’ nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia come esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza quando questa è plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare le minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi “oppi dei popoli” che citava Leopardi: ..le chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

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Singolari affinità elettive verso l’architettura della città educante

Ricordo le tappe importanti e un po’ autobiografiche del percorso verso la negazione dell’efficacia dell’edilizia scolastica nell’educazione diffusa, a favore di una intera città educante. Da Aldo Rossi a Giancarlo De Carlo e Colin Ward, ho ritrovato le idee di una architettura “medievale” della città  tra apparenti contrasti e sublimi affinità.

Prendo spunto da passi della  relazione della mia tesi di laurea (1973) e del primo dei rari progetti di edilizia scolastica (1977)  realizzati nella ondivaga carriera di architetto “condotto” , passando attraverso brani dei saggi fondamentali, per raccontare la marcia di avvicinamento all’architettura della città educante che troverà presto un esito in una specie di breviario utile a suggerire modi per realizzare l’educazione diffusa in una città concepita come educante senza appositi reclusori scolastici. Dell’edilizia scolastica e dei suoi anfitrioni pedagoghi e progettisti ho già detto abbastanza anche nelle loro versioni più o meno avanguardiste. La mia storia è la prova di un cammino di idee sulla città e sulla sua capacità di educare chi la vive senza bisogno di costruire manufatti frutto anche di funzionalismi ingenui o in mala fede.

Dalle  relazioni dei progetti

1973. Intervento sulla città di Chieti.

“Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”

1977. Progetto di Scuola Media a Villa Teresa di Recanati:

” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”

1997. Progetto di restauro e ridisegno dell’Istituto d’Arte di Pesaro:

” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…”  “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”

2009. Concorso internazionale Open Architecture Network. An artistic Classroom:

L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…

Dai saggi

2007. Franco Angeli Milano. “L’architettura della scuola”:

“ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.  “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

2014. ReseArt Pesaro “Questione di stile:”

“Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… “

2015. ReseArt Pesaro. “Oltre le aule”:

“La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca, gli uffici e i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”

2017. Asterios Editore. Trieste. “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”:

“Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e  il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…

L’autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, una mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti, sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua di segni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera  città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali ma credo che avessero in mente già una intera città educante.

Giuseppe Campagnoli 13 Luglio 2019

 

 

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Architettura beni culturali Education Educazione giuseppe campagnoli

Oh che bel castello! Potrebbe essere un bel portale educante.

 

Una storia emblematica e purtroppo ricorrente e assolutamente multipartisan nell’ Italia dell’abbandono progressivo di beni storici e artistici  e spreco di risorse pubbliche è quella del castello di Montefiore di Recanati, dove si intrecciano anche passaggi di architetti con una certa affinità elettiva come il sottoscritto e Giancarlo de Carlo che, oltre ad Aldo Rossi, per idee contrapposte ma ricongiunte come in una circonferenza infinita sono stati i miei riferimenti culturali  originari anche se oggi ampiamente superati ed aggiornati.  Questa storia che si intreccia con la mia biografia e la mia vecchia professione, tanto amata e tanto odiata, è tornata in evidenza di nuovo e di recente,  in conseguenza ad un ripresa di interesse locale per il monumento.

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Il monumento

Punto forte del sistema difensivo duecentesco del Comune di Recanati verso Osimo costruito sulle rovine del castrum Montali, la fortificazione fu ristrutturata e rinnovata dal 1405 per tutto il XV secolo con l’aggiunta della torre centrale in funzione di avvistamento per la guarnigione già presente. Il castello divenne una vera e propria rocca con cassero e rivellino. Si trasforma nel tempo, venute meno le esigenze difensive, in borgo rurale  a partire dal seicento e le tracce di sedime delle abitazioni all’interno della corte sono solide, evidenti e fanno parte integrante della storia del manufatto. Permane nell’ottocento il borgo con 29 famiglie di artigiani, braccianti e filatrici più la parrocchia. Il borgo murato è completo a metà ottocento ma viene demolito negli anni successivi secondo la perniciosa filosofia conservativa e purista del tempo. Restano tracce del sedime e rari documenti catastali gregoriani della struttura interna della cortina abitata. Una foto del 1920, dopo alcuni interventi di consolidamento e restauro statali e comunali otto-novecenteschi (compresa la rampa d’accesso) mostra ancora un corpo (la chiesa) interno alla cinta muraria poi demolito insieme ad altri.

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L’idea di un recupero possibile

Nel lontano 1987 l’idea di recuperare il Castello, un presidio dal disegno e dalla storia originali, venne proposta all’allora Amministrazione del Comune che la accolse con qualche ambiguità e con qualche riserva ma la fece sviluppare fino a che non divenne un progetto vero e proprio con tanto di approvazione, dopo varie vicende burocratiche, della Soprintendenza competente.  Nel 1990 a progetto definitivo completato arrivò il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici con alcune prescrizioni utili alla realizzazione delle opere, ed una sorprendente indicazione di mantenere la rampa di accesso in muratura (novecentesca) forse perché realizzata a suo tempo proprio su progetto di quell’ufficio. Il progetto completo di preventivi particolareggiati, di diagnosi e cura dei dissesti, di particolari costruttivi di strutture murarie, arredi fissi e mobili e impianti tecnologici, compreso un plastico in legno, fu consegnato definitivamente al Comune. Ma del progetto, dopo alterne vicende burocratiche, che non sto per pudore ad elencare, non si  fece nulla.

Le linee principali del progetto

Il progetto di consolidamento, restauro e riuso prevedeva di destinare la struttura a botteghe artistiche ed artigiane, una ludoteca pubblica e un centro di documentazione con biblioteca, emeroteca e audiovisivi,, in sostanza un polo educativo e culturale che con qualche intervento accessorio e aggiornato potrebbe ben essere oggi una delle basi e dei portali dell’educazione diffusa. L’impianto avrebbe dovuto essere integrato, nella corte, da strutture prefabbricate in legno che avrebbero riprodotto la fisionomia del vecchio borgo sorto all’interno delle mura tra il 1500 e il 1800.Una mini città educante.  Partecipò al progetto anche il noto e compianto artista  Loreno Sguanci che disegnò una scultura-stele  simbolica da porre all’esterno della cinta muraria. Un parere estremamente utile e lusinghiero per i due giovani progettisti fu espresso in una lettera dall’Arch. Faglia consulente del FAI e dell’Istituto Italiano dei Castelli che lo visitò insieme al principe di Galles in un viaggio a Recanati. Collaborarono ufficialmente al progetto redatto dagli architetti Giuseppe Campagnoli e Giancarlo Stohr, giovani studenti di architettura e neo architetti alle prime armi. Il progetto era pronto quasi esecutivo ma ben tre amministrazioni di diverso colore non riuscirono o non vollero  realizzarlo.

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I progetti  successivi

Le amministrazioni succedutesi nel tempo, pur avendo già un progetto pagato (nella sostanza valido anche dopo trent’anni per la sua attualità, soprattutto nelle destinazioni d’uso previste), da cui partire per il restauro e  riuso del castello, diedero  incarichi ad altri professionisti, tra cui uno studio legato a Giancarlo De Carlo, di cui si vedono alcuni rendering e disegni qui sotto, suscitando anche l’attenzione della Corte dei Conti che dovette intervenire con gli esiti noti ai cittadini di Recanati. Successivamente, alla fine degli anni ’90, furono effettuati alcuni minimi interventi per un uso parziale come teatro all’aperto e per l’accessibilità alla torre maestra. Pare che non siano stati effettuati interventi di consolidamento delle fondazioni. Oggi si torna a parlare del castello (perché di castello si tratta) . Cosa succederà? Che si possa riparlare di un uso culturale ed educativo? Che possa diventare un bel portale aperto al territorio, alla campagna ed alla città? Per una città educante sarebbe un bel gioiello da recuperare ad un uso veramente attivo e permanente con biblioteche, botteghe, radure, anfiteatri all’aperto, costruiti come  in un bello scenario di apprendimento incidentale ed esperienziale, seppure nella sua contenuta dimensione che comunque è un pregio di dimensione umana. Nemo propheta in patria come suggerisce la storia in quel di Recanati e poi di Pesaro e Urbino per realizzare architetture per l’ educazione diffusa…ma non si può mai sapere.

Giuseppe Campagnoli Luglio 2019

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Dialogo tra un viaggiatore e venditori di dorati reclusori scolastici

Dialogo tra un viandante e venditori di dorati reclusori scolastici

Ho appena finito di leggere (rigorosamente in diagonale, come suggeriva Manfredo Tafuri in certi casi) l’ennesimo libro che tratta di “pedagogia e architettura scolastica” ma che scrive, disserta e disegna sempre e comunque di volgare, seppure aggiornata, edilizia scolastica. Ripensando a Giovani Papini  ad Aldo Rossi, Giancarlo de Carlo e soprattutto a Colin Ward non mi viene, un po’ per il caldo e un po’ per la noia di doversi sempre ripetere, di scrivere una recensione né di osservare come nel libro manchino del tutto riflessioni sulle idee di vera rivoluzione per i luoghi dell’educazione. Allora mi limito a riproporre il testo integrato di alcuni miei articoli recentemente pubblicati qui e su comune-info in linea con Il Manifesto della educazione diffusa, che esprimono a pieno ed esaurientemente il mio pensiero sul rapporto tra architettura ed educazione che non può prescindere dall’idea di società, di città e di territorio. Pensiero che non trova molti accoliti tra gli architetti del mercato e dell’accademia. Ma questo non è poi un gran male.

L’architettura dissenziente (vedi Colin Ward) e l’educazione diffusa possono aiutare a costruire nuove città e territori. Trasformare il ruolo di architetti, urbanisti, insegnanti ed educatori in funzione di una visione partecipata e collettiva della città e dell’educazione è possibile. Le difficoltà a far digerire una siffatta concezione non è trascurabile perché si sottrarrebbero poteri a figure e sistemi che hanno il monopolio  della gestione del futuro dei luoghi e delle persone, ma vale la pena darsi da fare per questo. L’idea è che una città educante non si costruisce dal nulla o non si trasforma dalla vecchia configurazione imponendola ex cathedra ma si autocostruisce leggendo la sua storia, interpretando i suoi valori educanti in modo collettivo e proseguendo in modo coerente la sua crescita positiva e a misura dell’umanità che la deve vivere. Solo una discreta organizzazione condivisa dal basso potrà essere affidata ad esperti e addetti ai lavori che assumeranno il ruolo di mere guide e traduttori per ridurre e assorbire virtuosamente quegli spazi di improvvisazione e di non conoscenza che potrebbero indurre una partecipazione spontaneista o una democrazia diretta tout court. Le norme e i regolamenti saranno solo dei pretesti e dei pro-forma ovvero delle convenzioni condivise per poi muoversi liberamente a concepire fisionomie diverse per i territori e le città e per i luoghi dell’educare già presenti in essi o da progettare e realizzare. La residenza, le strutture pubbliche collettive aperte e chiuse (nel senso di protette dagli agenti atmosferici) i parchi e i giardini, le campagne, i monti e i litorali dovranno essere letti e reinterpretati, in qualche caso per trasformarli, in altri per conservarli. Il territorio e la città vanno ascoltati e assecondati per evitare fratture pericolose ad uso solo della speculazione o del successo di qualche tecnico o politico narcisista. Città e natura La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Soltanto così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perché l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione, ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza.

Gradara/PU (tratta da pixabay.com)

La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sé idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a se stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le ”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi.

Dissentire in educazione come in architettura. Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:

“I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”.

In un testo noto come Il mutuo appoggio nel 1902 scrive invece Pëtr Kropotkin:

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”.

Architettura sociale diffusa

All’architettura come attività sociale diffusa ha dedicato molte attenzioni anche Colin Ward. Nell’antologia Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano (eleuthera), a cura di Giacomo Borella, tra l’altro, si legge:

“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica…”. “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo…”. “L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico…”. “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”.

Massa Marittima/Gr (tratta da pixabay.com)

Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata” che è comunque un passo avanti ma dove il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare e applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna… Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi, degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de L’architettura della città educante si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.

scuola rurale

Il potere, politico, laico, religioso o economico  si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti e le sue città che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e ifinancial buildings, le residenze e i giardini rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura di pochi sui tanti. Ma anche i tipi della residenza e del lavoro sono stati influenzati dai vari poteri. La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città in modo collettivo ed autonomo per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale, una casa.

È finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma anche solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionati. La prima cosa da fare è non costruire più nulla per un po’ o forse per sempre. Il lavoro degli architetti, ammesso che ve ne sia ancora bisogno, è nella fase transitoria verso una “architettura incidentale”, quello di trasformare e riadattare continuamente. È infatti un delitto non riutilizzare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, riadattarli magari in autocostruzione come dovrebbe essere fatto anche per le nuove residenze e i servizi collettivi, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…). La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. È questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa e della architettura “incidentale” e dissenziente. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma non definitiva, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia. La nuova architettura sarà pensata e costruita dai suoi fruitori collettivamente come avveniva spesso fino al medioevo e anche oggi nelle poche aree del pianeta ancora non contaminate dal mercato e dalla tecnologia del consumo, senza intermediari pubblici o privati.n Questione di stile del 2014 avevo già tracciato qualche linea di controarchitettura. “Rileggendo gli scritti e i  disegni di Aldo Rossi ho rinnovato la convinzione che vi sia più che mai bisogno di rifondare l’architettura della città affinché non si dica in futuro che dal razionalismo in poi non vi è più stato uno stile in architettura e forse anche nelle altre arti. Uno stile non autoritario ma spontaneo, diffuso, collettivo. Da tempo ho rinunciato alla professione abbandonando l’ordine professionale italiano con una lettera in cui lamentavo la situazione di un mestiere che è pur sempre stato un venale mercato dove l’arte  la cultura e la socialità hanno un ruolo subalterno quando non sono assenti del tutto. Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia! Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità e al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella oltre che nella politica e nella professione ammesso che ve ne sia ancora bisogno. La società non ha bisogno delle archistars e forse non ha nemmeno più bisogno dell’architettura così come l’abbiamo concepita finora né dei suoi mercantili mentori. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola..” Bene ha scritto Colin Ward nella sua Architettura del dissenso:

“La cultura ufficiale e autoritaria prescrive determinate forme architettoniche per la casa, l’ufficio, l’opificio, la scuola, anche differenziati per ogni tipo di gerarchia… Ora che il movimento moderno si è esaurito capiamo come i suoi principi fossero elitari o brutalmente meccanicisti ignorando le preferenze della gente per i luoghi della loro vita, del loro lavoro, del loro svago…”.

Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata Juste assez de… edizioni Dunod intitolato Juste assez d’architecture pour briller en société di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i cinquanta grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright…. gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana e del paesaggio, fino a diventare autonoma, collettiva e spontanea come se la città trasformasse da sola sé stessa. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile per l’uomo ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, a un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese. A me pare che oggi questo non esista più e da una parte è anche un bene se si volesse ricominciare da zero a ridisegnare le città e il territorio. Oggi è un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive, quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poiché ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora oggi non diventi parte del fare umano e non di pochi eletti è una disgrazia. Lo stile più bello in Europa era quello del medioevo, quando non c’erano architetti ma interpreti della città come i famosi maestri comacini e i meravigliosi anonimi autocostruttori del popolo.

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La lettura de L’educazione incidentale raccolta di scritti di Colin Ward a cura di Francesco Codello per Elèuthera di Milano (2018) e ancor prima de L’architettura del dissenso dello stesso autore e casa editrice (2016) mi conducono a recensirli entrambi o meglio a rileggerli e commentarli con la lente del concetto di città educante. Le intuizioni pedagogiche e architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo. Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto fin dal tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più autentico ma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo pedagogico e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione.

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Colin Ward rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze tra l’architettura e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto “incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford, Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie pure nel mio maestro Aldo Rossi, mi riappacifica con l’idea che la pedagogia e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia, psicologismi e mercato, materiali inerti, rigide organizzazioni e vita fluente. Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tutto sommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione della nostra città educante: un viaggio, come ho già detto altrove, di una coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta (leggi Una scuola oltre le mura).

Annota Colin Ward:
“In quanto osservatore di come i bambini sappiano colonizzare un ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle «tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano”.
Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”. Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri. Che dire degli orti urbani e rurali e delle loro meravigliose doti di cultura architettonica libera e autonoma e di piccola grande aula all’aperto che dal primo libro di Ward sull’architettura rimandano direttamente a quello sull’educazione incidentale?
“Troppe persone hanno un’impressione sbagliata degli orti. Il movimento non è totalmente dipendente per il suo benessere dal sostegno che riceve da governo ed enti locali (…). Gli orti hanno la loro origine nel self-help, non nella beneficenza, e anche adesso il concetto di self-help è fondamentale (…). Nell’intero corso della sua storia, il movimento degli orti ha sempre avuto come forza motrice il self-help. L’esempio è dato dai lavoratori giunti dalla campagna durante le crisi periodiche nell’andamento del ciclo economico dell’epoca vittoriana, i quali, essendo costretti a cercare un impiego in città (spesso lavorando 55 ore settimanali, con mansioni orribili), cercavano impazientemente un’attività alternativa al lavoro in fabbrica ed erano quindi felicissimi di lavorare la terra quando ne avevano la possibilità (…). È sorprendente che in così tanti abbiano trovato la forza, la determinazione e l’autentica passione per il giardinaggio che erano necessarie per accudire i loro orti: sono segni di un sentimento profondo”.

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Il discorso dell’orto urbano o rurale come luogo dell’apprendere, non solo ai fini di un mestiere agricolo, si ritrova nell’educazione incidentale tra le tante possibilità di pensare ad una teoria di spazi per crescere al di fuori delle rigidezze istituzionali e per superarle nel tempo. Anche l’idea delle aree tematiche trasversali è già sfiorata nelle descrizioni di Colin Ward e fa intendere comunque una “discreta organizzazione” collettiva dei contenuti, dell’insegnamento e degli ambiti in cui opera senza obblighi particolari o classificati. Illuminante è la presentazione del volume di Ward fatta da Elèutheria anche alla luce delle nostre idee di educazione diffusa :
“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria”.

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Il susseguirsi dei capitoli, già in alcuni titoli e nelle note del curatore Francesco Codello, prefigura un’idea mirabilmente affine a quella della città educante e del suo ridisegno: La libertà della strada:
“la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.
La città come risorsa:
“rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.
Adattare l’ambiente imposto:
“superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.
Il gioco come protesta ed esplorazione:
“ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.
Luoghi di apprendimento:
”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e delimitati”. E qui fervono le citazioni di Friedrich Froebel, Pestalozzi, Rousseau,la Summerhill School, Steiner, Illich, Goodman…
Educare all’intraprendenza:
”Esiste un luogo nel quale tutti possiamo ritornare ad essere bambini, svincolati da vuoti formalismi e pericolose forme di competitività…”.

Che l’estate porti consiglio a chi si occupa di scuola e di architettura…

Giuseppe Campagnoli 2018-2019

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Architettura Educazione

Innovazione o rivoluzione educativa ? Una guida.

CONTROEDUCAZIONE E CONTROARCHITETTURA DELLA CITTÀ EDUCANTE.UNA GUIDA.

Ho voluto rielaborare e riproporre aggiornato un articolo apparso ormai due anni fa nel primo numero di INNOVATIOEDUCATIVA, rivista che si occupa di educazione, istruzione e formazione, ma ancora dentro il recinto della tradizione seppure con qualche anelito alla innovazione e qualche curiosità per le esperienze avanzate, ma con troppo juicio…

L’articolo ribadisce il concetto che il luogo dell’educazione non è assolutamente indifferente all’educazione stessa e che non ha alcun senso pensare di realizzare l’educazione diffusa negli stessi luoghi chiusi e gerarchici della scuola tradizionale o anche solo timidamente innovativa, ma neppure solamente nei boschi o nelle radure delle cosiddette scuole libertarie e naturaliste per l’effetto settario e un po’ elitario di talune esperienze. Bisogna infatti superare l’edificio scolastico o anche solo il bosco  per un territorio complesso dell’apprendimento: la città e la natura insieme con il loro complesso di luoghi, persone, attività, atmosfere e spazi. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la futura scolarizzazione. Un’aula unica aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico fino anche a quello virtuale del web, che metta in relazione continua bambini, ragazzi, adulti, anziani, gente che lavora, che usa il tempo libero, che amministra, aiuta,fa politica, produce e al tempo stesso insegna e impara. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio o recinto. La realtà scolastica non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato ai saperi e alla conoscenza.

L’errore sta nel pensare ad edifici dedicati e separati, a luoghi privilegiati o a campus frikkettoni , nel far coincidere la scuola con un manufatto o comunque con un recinto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e utilizzarli per raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura. Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un prototipo flessibile di intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto. Prenderà invece le mosse da un portale “educante” in periferia, come in centro, in campagna o in montagna che in una realtà urbana complessa. Non è un luogo chiuso da muri e comparti o da confini reali o virtuali, non è un edificio unico e monolitico o un bosco di specie rare: la scuola è diffusa ed en plein air nel senso totale del termine. Nel volume La città giardino del domani di Ebenezer Howard si fa riferimento a due splendide utopie viste come un’unica realtà: la Garden City e la Città Educante. Per trasformare il contesto urbano e la campagna in città educante, occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola, perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. La stessa cosa, mutatis mutandis, pensava Colin Ward nei suoi interventi sull’architettura e l’educazione libertarie. Si sono fatti e si fanno esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino a oggi nulla o quasi è stato ancora prospettato per una nuova architettura della città per superare muri, aule e luoghi chiusi e ambienti concentrati dedicati all’apprendimento. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di school building se non nelle forme variegate, ipertecnologiche ed ecologiche di una edilizia scolastica d’avanguardia. Non vi può essere una nuova educazione e una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tradizionali tipologie dell’edilizia scolastica seppure avanzate e d’avanguardia. La città nuova non distinguerebbe più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Cercherebbe di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca, si coltiva l’orto e il giardino. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono. La marcia di avvicinamento a un nuovo modello di scuola, si potrebbe integrare mirabilmente in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, sfruttando ad usum delphini, in questa fase transitoria, l’insieme dei progetti, dei tempi e dei luoghi-scuola che è riuscita a garantire la recente riforma scolastica. Utopie? Non tanto e non proprio se queste esperienze hanno già coinvolto studenti, scolari, insegnanti, presidi veramente innovativi e qualche rara e coraggiosa amministrazione pubblica in alcune realtà presenti nel nostro territorio.  Immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante, in una realtà urbana reale.

Il “Manifesto dell’educazione diffusa” lo spiega bene e in modo convincente nella teoria. Ora nella pratica occorre qualche suggerimento e qualche strumento. Stiamo vivendo in uno scenario economico e sociale che si avvia giocoforza a un profondo mutamento spinto dalle migrazioni ineluttabili, dalla povertà da combattere con decisione solo assestando colpi efficaci alla morente protervia della ricchezza che ha generato ignoranza, mediocrazia, miseria e violenza. Educarsi e rieducarsi per tutta la vita e in ogni luogo con l’aiuto di mentori, maestri ed esperti è la chiave per superare tutto ciò. Ma occorre farlo con l’esperienza diretta negli spazi e nei contesti reali che una città trasformata dovrebbe offrire. Stiamo mettendo a punto proprio per questo e per rendere agibile a tutti il Manifesto della educazione diffusa, gli utensili concreti e flessibili  suggerendo il chi, che cosa, come, quando e dove di questa nuova educazione. Questi potrebbero essere alcuni spunti relativi ai luoghi, già in parte provati dalle tante esperienze, più o meno valide, in atto nei territori italiani e non solo. Qui alcune frasi chiave per quello che potrebbe essere e che forse presto sarà, nero su bianco, un “breviario ed una mappa dei luoghi dell’educazione diffusa”:

  • La finalità fondamentale di una fase transitoria è innanzitutto quella di far perdere la percezione della scuola come monumento e  luogo delle istituzioni dedicato, chiuso, organizzato e controllato.
  •  Trasformare in modo leggero e in economia alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti e che possano diventare occasioni di educazione diffusa
  •  Progettare in modo partecipato e realizzare un sistema integrato di portali e luoghi della città trasformando manufatti pronti ad ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente..
  • Progettare ex novo un articolato ma non rigido sistema da replicare in varie parti di città e del territorio composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti ad esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni della città, dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere.
  • Il portale è una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire. I luoghi per apprendere sono per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.
  • In una sperimentazione di transizione basterà, come già accennato, partendo anche da un edificio scolastico vecchia maniera adattabile o da un polo culturale esistente, prefigurare una mini rete di luoghi, accessibili con una mobilità sostenibile, in accordo con privati (botteghe, librerie , caffè e laboratori, giardini e ville, centri commerciali acquisiti dal pubblico e assolutamente trasformati) e pubblico (piccole o grandi biblioteche, giardini, parchi  e teatri, spazi sportivi..) che possano essere fruibili in modo permanente e che abbiano già ambiti adatti a raggrupparsi, a stare, a fare attività diverse teoriche o pratiche che siano.
  • Proviamo a costruire una rete di luoghi urbani ed extraurbani, pubblici o privati che siano, per la nostra città educante, da collegare con i portali e le basi o ad essi adiacenti. La prima cosa da fare è una specie di censimento, classificazione ed una mappatura geografica dei luoghi e degli spazi possibili, con funzioni molteplici e flessibili e stabilirne la potenzialità d’uso e la collegabilità.
  • Le tre parti del coinvolgimento educativo, la famiglia o il gruppo e associazione, chi amministra la cosa pubblica e la scuola  questa volta progetteranno e lavoreranno in sinergia per tutto il tempo. Prima, durante e dopo. La città progetta sé stessa in tutte le sue parti perché vi partecipano tutti i cittadini non sempre in forma demagogicamente diretta o plebiscitaria ma  interpretati saggiamente e fedelmente o anche criticamente nei loro bisogni e desideri dalle figure di guide e intermediari che poi saranno gli stessi del percorso educativo incidentale edel disegno dei luoghi ad esso dedicati: architetti, educatori, mentori, esperti.

Un collage di esperienze ante litteram  tentate, realizzate o in atto farà da chiosa alle indicazioni operative per testimoniare che in qualche caso l’idea ha funzionato e continua a funzionare seppure parzialmente e tra tante difficoltà e diffidenze. Appuntamento a Settembre!

Giuseppe Campagnoli

15 Giugno 2019

 

 

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Architettura città controeducazione cultura edifici scolastici Educazione giuseppe campagnoli Scuola

Roma VII Municipio: intorno all’educazione diffusa.

 

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Un bell’incontro di autoformazione sul tema della comunità per l’educazione diffusa  il 30 Maggio scorso a Roma presso il centro di aggregazione giovanile Scholè del VII Municipio di Roma nell’ambito dell’iniziativa Comunità educante diffusa promossa dall’assessore Elena De Santis.

L’dea di città educante per oltrepassare la scuola di oggi è stata illustrata presentando i contenuti del Manifesto della educazione diffusa, nato ormai tre anni fa e concretizzato in un appello pubblicato nel Luglio 2018 e sottoscritto da oltre 400 persone della scuola e della società civile. Gli interventi teorici del pedagogista Vincenzo Piccione e dello psicologo Filippo Pergola oltre a quelli esperienziali di esponenti di istituzioni e associazioni che si occupano di educazione nel territorio del municipio, hanno fatto da corollario all’essenza dell’incontro, tutta incentrata sul concetto di città educante, chiave di volta della trasformazione dell’attuale paradigma scolastico in un’accezione libertaria, aperta ed in una comunione progressivamente integrata con la città, per contribuire alla sua trasformazione in un luogo accogliente e vivibile, inclusivo e tollerante, occasione di apprendimento, crescita e formazione in ogni suo spazio e attività e in ogni momento della vita.

Personalmente ho potuto apprezzare la varietà di idee presenti nei contesti amministrativi locali che si declinano a volte in modo anche opposto in relazione al territorio in cui operano, contraddicendo, in positivo e inaspettatamente, certi luoghi comuni sulla monoliticità ideologica di certi movimenti del cosiddetto “nuovo che avanza”. Provenendo da un piccolo comune amministrato dalla stessa compagine politica ho constatato come profondamente differenti e piacevolmente contraddittorie possano essere le azioni e le iniziative in campo educativo  in luoghi e situazioni diverse. Le persone e la loro esperienza spesso fanno un’ enorme  differenza nell’approccio con la realtà e la volontà di rivoluzionarla, tanto da non riconoscere a volte la comune origine politica di chi opera e amministra.

1270136e-0839-4d5e-bc80-10eba06dfb01-1.jpgFoto  tratta dalla pagina  della Comunità educante del VII Municipio

Dall’incontro sono emersi punti di vista comuni sul concetto di educazione diffusa che non è uno slogan o un titolo per troppi racconti apparentemente simili ma profondamente diversi. E’ piuttosto una modalità di lento ma forte  ribaltamento dell’istituzione scuola e del concetto di educazione, di istruzione, di formazione decisamente opposti a quelli attuali, ancorché tendenti ad una specie di timida riforma o ad innovazioni che tali in fondo non sono anche per la loro natura teorica e metodologica troppo legata ai paradigmi della società post industriale e mercantilmente tecnologica. Per non dilungarmi vorrei lasciare spazio ad una specie di sintetico report testuale ed audiovisivo del bel pomeriggio dedicato alla diffusione della educazione in una città da trasformare partendo da una prima declinazione sperimentale dell’educazione diffusa.

I principi «attivi», concreti e  fondanti del Manifesto della educazione diffusa si possono   condensare in qualche riga essenziale:

  • L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.
  • L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.
  • L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.
  • L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
  • Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

 

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Da qui anche qualche suggerimento immediatamente operativo:

Strutturare percorsi didattici per macroaree tematiche trasversali e integrate nei diversi linguaggi che stimolino la partecipazione in senso creativo attraverso l’esperienza nel tessuto culturale e sociale di riferimento superando progressivamente la fittizia ripartizione in discipline, le misurazioni, la competizione, i tempi rigidi e contingentati. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali..

Elaborare insieme ad altri soggetti ipotesi di architettura per trasformare gli spazi individuati nella città educante in luoghi di apprendimento. Avviare sperimentazioni che includano una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta” trasformando ed aprendo gli spazi scolastici da ridisegnare come “portali” educanti che possano essere cogestiti anche da genitori e realtà sociali.

 

Stimolare e promuovere politiche di cittadinanza per bambine/i e ragazze/i in ogni settore della vita sociale ed istituzionale nella città.

 

Dedicare parte dei percorsi educativi alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione ed agli esercizi di dialogo interiore attraverso l’animazione, il teatro, la musica…

Educazione diffusa al VII Municipio

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2019

 

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Ma questo è un bel manifesto!

“Ma questo è un bel manifesto!” Ha esclamato una mia amica leggendo questi punti che ho buttato giù ma che ho in mente da sempre per avviare la società ad un futuro vicino all’equità, alla libertà ed alla fratellanza tra gli uomini. Come sosteneva Rousseau tutti i mali sono venuti dal possesso e dalla proprietà ed è per questo che è proprio l’economia a fare la differenza tra uno stato di sfruttamento, di povertà e ricchezza contrapposte ed uno stato di libertà. Nella nostra Italia martoriata da tempo, giusto fin dalla sua “non-unità” una delle caratteristiche più eclatanti è che siamo da tanto un paese  povero e allo stremo, con servizi collettivi al collasso mentre tanti cittadini sono più meno ricchi e risparmiatori. Non vi fa venire in mente qualcosa di lapalissiano questa constatazione? Da dove vengono i danari per i servizi, per lo stato sociale, per il funzionamento della nostra comunità? Dai contributi dei cittadini attraverso le tasse. E allora perché lo stato è povero e gran parte   dei suoi cittadini  di fatto non lo è e tende a nasconderlo nelle banche, nei beni immobili oltre la casa dove abita e in investimenti vari, salvo poi il piagnisteo  e la ignobile pretesa che tutti paghiamo per loro quando vengono truffati per la loro dabbenaggine o la loro ingordigia? Tutto ciò accade perchè c’è troppo mercato e troppo poco Stato. E c’è un sistema fiscale decisamente iniquo che non accenna, neppure nelle intenzioni elettorali di tutti i contendenti a cambiare per nulla. La cosiddetta tassa piatta e le elemosine sotto varie forme, tendenti a lasciare i poveri come sono e i ricchi anche, se non ad aumentarli, aggravano questo stato di cose. Per una società più giusta e più libera, non certo utopica , molto si potrebbe fare già da ora, non solo nel nostro strano paese dove l’analfabetismo di ritorno ed una scuola chiusa, inutile per i più e a senso unico hanno vanificato l’educazione e il vero senso di solidarietà ed onestà nella maggior parte della gente che viene invece sopraffatta dall’ignoranza e dall’ egoismo. Questi potrebbero essere i primi utili passi in una sorta di lista delle azioni propedeutiche ed ineluttabili verso una democrazia laica e libertaria.

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