Tutti gli articoli di ReseArt

Art,music,culture,education,politics,social. Comments, articles and essays.....

Schiaffi al merito

La cooperazione è meglio della competizione

AIDA N’DIAYE su Libération

Traduzione di GCampagnoli

La farfalla Monarca

Dopo il dituttodipiù dei soliti ed insoliti italici pontificatori in fatto di scuola e di società di cui ormai non se ne può più, leggiamo un parere d’oltralpe apparso oggi su Libération, un giornale un tempo sovversivo oggi soltanto cautamente liberaleggiante.

A voi!

“Competizione piuttosto che cooperazione: schiaffi alla meritocrazia.

Quale soluzione migliore del merito potremmo sognare in una società che si pretende a tutti i costi meritocratica? Chi non vorrebbe dare agli studenti il senso dell’impegno e il gusto del lavoro valorizzando e premiando i più meritevoli? Eppure…Nelle grandi città francesi, più di un terzo degli alunni della scuola secondaria frequentano istituti privati. Queste cifre sono tanto più allarmanti in quanto, in modo più o meno condiviso, la scuola resta l’istituzione da cui ci aspettiamo collettivamente che mantenga o rafforzi il legame sociale. Come ridare allora tutto il suo senso e il suo posto alla scuola e, più in particolare, alla scuola pubblica? Come restituire agli studenti e agli insegnanti il gusto della scuola? Tale questione emerge periodicamente nel dibattito pubblico e politico. A destra come a sinistra, una stessa risposta, uno stesso valore sembrano imporsi come un’evidenza per offrire una soluzione alle difficoltà che il nostro sistema scolastico incontra: il merito.

Ma è poi un principio buono per pensare e organizzare la società in generale e la scuola in particolare? Non avremmo tutto da guadagnare se smettessimo di vedervi l’alfa e l’omega di una società giusta? L’idea di merito presuppone innanzitutto che basti volere per potere (in altre parole, che «quando si vuole si può») e poi che il lavoro paghi (in altre parole, che gli sforzi compiuti siano sistematicamente coronati da successo). Ma questo non è affatto scontato. Infatti se tutto è solo una questione di volontà, bisognerebbe che questa volontà sia alimentata da una motivazione solida: incoraggiamenti, un contesto favorevole, un incontro che ci aprirà delle porte, ecc., sono alcuni degli elementi che possono fornirci le condizioni favorevoli a giustificare impegno e lavoro. Chiediamoci anche perché questi sforzi si potranno rivelare proficui: quali condizioni devono essere soddisfatte affinché il lavoro che svolgo sia sinonimo di successo nel senso economico o sociale del termine? Anche qui il contesto storico, culturale, sociale, ecc., svolge un ruolo determinante.

Tutte queste ragioni fanno sì che non ci si possa accontentare di dire che chi riesce lo deve al suo solo merito, con il corollario che chi non ci riesce avrebbe fallito. È proprio per questo motivo che l’ambiente sociale di origine resta una variabile che influenza fortemente e in modo determinante i percorsi scolastici Siamo dunque lontani da una meritocrazia, cioè da una società in cui gli unici sforzi compiuti determinerebbero il successo degli individui. Ma si può andare ancora oltre nel rimettere in questione la meritocrazia. La critichiamo perché riteniamo che non sia efficace. Dicendo questo, riconosciamo che si potrebbe aspirare ad un’autentica meritocrazia, cioè ad una ripartizione dei beni materiali o simbolici che siano legittimati da ciò che sarebbe dovuto a ciascuno ( “a ciascuno secondo il suo merito”) e non secondo censo o ricchezza. Sarebbe innegabilmente un sistema cui aspirare. Ma sarebbe un sistema il cui principio di fondo sarebbe di ricompensare gli individui mettendoli in competizione gli uni con gli altri.

Il sistema scolastico è così amante delle procedure che, classifica gli studenti, organizzando così una sorta di grande mercato della scuola in cui gli studenti si confrontano e in cui il successo degli uni avviene a scapito di quello degli altri. In questo sistema non si tiene assolutamente conto del fatto che i percorsi non sono mai strettamente individuali. Ciò che una meritocrazia, anche possibile, dimentica dunque fondamentalmente, è questo dato ineluttabile, che il successo non è mai realizzato da un solo uomo o da una sola donna. Ciò a cui dobbiamo aspirare per rendere gli studenti esseri completi per partecipare di una società complessa è un sistema scolastico che valorizzi la cooperazione al posto della concorrenza e della competizione. Mi sembra imperativo che la scuola si occupi di questo argomento lasciando il posto, fin dalla più tenera età, alla collaborazione. Perché non prevedere, a tutti i livelli, spazi di tempo dedicati al volontariato, ad altre attività o ad un impegno associativo? Sarebbe così facile prevedere la partecipazione di tutti i bambini e ragazzi a un lavoro ecologico o sociale, radicato localmente. Sarebbe un primo passo per rendere la scuola un luogo in cui i bambini e i ragazzi crescono insieme e non l’uno contro l’altro. In altro modo stento a vedere come la società verso cui tendiamo potrebbe essere qualcosa di diverso da uno spazio di competizione generalizzata, in cui – come il sociologo Michael Young ha disegnato quando ha configurato l’idea di meritocrazia nel 1968 – le disuguaglianze sono giustificate dal presunto merito di pochi e la rivolta di fronte a questo dominio legittimato dal presunto merito finirà necessariamente e giustamente per esplodere.”

Piccoli passi verso un’idea diversa di educazione? Forse da noi, scongiurando ulteriori terribili retrocessioni dell’attuale contingenza politica, si è un po’ più avanti con tante proposte di innovazione o vera e propria rivoluzione come la nostra educazione diffusa. Perfino il nostro articolo su Le Télémaque pare sia apparso come all’avanguardia nel panorama pedagogico francese!

Ma già trattare il merito come un paradigma da eliminare è un grande avanzamento, visto che il nostro establishment dell’istruzione ha voluto mettersi un distintivo che perfino i più tiepidi in fatto di educazione innovativa stanno contestando.

Giuseppe Campagnoli 30 Novembre 2022

Dissertazioni di architettura ed educazione

Dopo un decennio di impegni e studi, oltre che prove sul campo, dell’educazione diffusa, passando per l’esordio nel 2018 dell’omonimo Manifesto anticipato dalla pubblicazione nel 2017 per i tipi di Asterios editore di Trieste del volume “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa”, risultati dell’incontro e degli studi congiunti di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e della collaborazione attiva di tanti amici pedagogisti, insegnanti, associazioni dedicate all’educazione e gente di scuola, propongo una selezione di articoli e saggi sullo specifico argomento dell’architettura declinata come idea dei luoghi dell’educazione, un messaggio  ancora difficile da far passare e che ancora si presta a tanti equivoci e a tanti atteggiamenti conservatori o falsamente innovatori. Pensiamo a come da tempo si parli anche di museo diffuso, albergo diffuso, biblioteca diffusa o ancora meglio “ospedale diffuso”. 

Finisce il tempo dei monumenti da “bianche galere” simboli più spesso di potere e controllo che di uso collettivo o cura. I due ambiti culturali di riferimento sono quelli della contro-educazione di cui tanto ha trattato il mio amico Paolo Mottana e dell’ultra-architettura da me coniato ed esplicato in seno all’articolo recente sulla rivista di filosofia dell’educazione Le Télémaque: 

Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti – scuole, musei, botteghe, teatri… – e dei luoghi – piazze, strade, radure, boschi… – per renderli virtuosamente eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

L’ e-book presto disponibile in rete.

Dialogo tra un viaggiatore scolastico stressato e un venditore di almanacchi educativi

Commentario tratto pari pari dalla rete social tra un viaggiatore scolastico terrorizzato, bullizzato, mobbizzato e un provocatorio o ingenuo venditore di almanacchi educativi. Ai lettori l’ardua sentenza.

Venditore di almanacchi educativi:

«Ci sono queste studentesse cui non fotte un cazzo della scuola. Hanno altro per la testa: famiglie difficili, amicizie turbolente, amori travagliati. Il libro non lo aprono. Una di loro dice che a casa è impossibile: non saprebbe dove studiare. Ma c’è di peggio. In classe non stanno composte nel banco. Non escono chiedendo il permesso. E poi si truccano. Di continuo. Passano la mattina a truccarsi ossessivamente.

Io sono pagato – diciamo le cose come stanno – per raddrizzarle. Per far sì che la smettano di truccarsi, che stiano composte nel banco, che escano solo dopo averne ottenuto il permesso; e che aprano il libro. Se non per imparare, almeno perché è così che si fa. Facciano finta di aver imparato, come tutti. E saremo tutti felici.

E se non lo fanno? Se non lo fanno mi si chiede di espellerle. Vadano altrove a truccarsi. Magari in un professionale. Si chiama riorientamento.

Io non sono pagato per pensare che non è colpa loro se si trovano in un ambiente che non soddisfa nessuno dei loro bisogni attuali, che non risponde a nessuna delle loro domande, che non dà loro nulla del calore umano di cui hanno bisogno. E che le ha giudicate fin dal primo giorno. Io non sono pagato per sorridere affettuosamente – dentro, non sia mai – della loro ribellione all’istituzione. Non sono pagato nemmeno per voler loro bene e per dar loro la mano. Sono pagato per dir loro che lo studio è importante e l’educazione pure, e che se non studieranno e non si comporteranno come vogliamo noi non potremo considerarle persone a posto. E ci arrabbieremo molto e scriveremo ogni santo giorno sul registro che siamo molto arrabbiati perché loro non sono come vogliamo noi. Perché non hanno, porco cazzo, nessun merito. Noi offriamo loro il sapere su un piatto d’argento e loro, incredibile e scandaloso a dirsi, lo rifiutano: queste ingrate. »

Viaggiatore stressato della scuola:

“Suggerisca il prof. filosofo, al di là della sua facile storiella ironica e senza scrufugliamenti assistenziali, a noi buttati in situazioni veramente insostenibili, che tremano ogni volta che debbono entrare in certe classi, che cosa concretamente suggerisce di mettere in campo per un gruppo in cui una maggiore parte  dei giovani non vorrebbe assolutamente essere  lì perché ha tutt’altri interessi e in qualche modo è stato costretto e “parcheggiato” da altri. Ci dica cosa farebbe in una baraonda incontenibile anche usando ogni escamotage didattico o parapedagogico. 

Non è forse che questa scuola va solo abolita prima possibile?

Tanti rischiano ogni giorno di essere letteralmente sopraffatti, dileggiati, provocati, intimiditi o impegnati ad evitare che lo siano altri ragazzi o gruppi di ragazzi investiti del sempre più crescente fenomeno del bullismo, della emarginazione, della competizione più o meno violenta indotta dalla società, dalla famiglia e dalla scuola stessa. Questa situazione ormai molto diffusa non è sanabile nell’attuale tipo di scuola e neppure nei suoi ingenui tentativi di miglioramento. È inutile e pericoloso pretendere che docenti senza strumenti e alleanze trasversali possano motivare gruppi di studenti che non hanno scelto di essere lì o che sono lì parcheggiati per svariati motivi.Questa situazione dipende da quello che è avvenuto prima in campo educativo, da quello che avviene all’esterno, in famiglia e dallo scollamento totale tra queste realtà; dipende dalla diseguaglianza e dall’emarginazione, dalla mancanza di vero dialogo, dal classismo mai scomparso ma soprattutto da una concezione dell’educazione, declinata in genere solo come istruzione e addestramento, da demolire prima che sia troppo tardi. Gli insegnanti formati per essere solo degli addestratori e classificatori, non per loro colpa, si trovano difronte, come già detto, a una scuola ancora ottocentesca e selettiva per merito e censo che si tenta invano di correggere con un coacervo di giochini parapedagogici e didattici spesso di importazione.”

Venditore di almanacchi  educativi:

“Rispondo volentieri, però se ti sto sul cazzo non dovresti stare sulla mia bacheca.

Il diritto di educare non è scontato. Non l’ho per aver superato un concorso. L’educazione è nella relazione; e nessuno ha il diritto di educare nessuno se non è disposto a costruire una relazione vera. Una relazione di potere non è una relazione vera. Non hai diritto di lamentarti di nessuno studente se non sei sceso dalla cattedra e non lo hai guardato negli occhi.”

Viaggiatore stressato:

 “Assolutamente. Sono un po’ impulsivo ma non mi stai assolutamente dove dici tu. Del resto non mi pseudonominerei Pasquino.. 

Volevo solo un consiglio da chi mi pare davvero ne sappia più di me (senza ironia!)visto che scrivi molto di educazione e scuola. 

Sono tante volte sceso dalla cattedra e ho provato a guardare negli occhi come dici tu ricevendo solo sputi e sberleffi non solo metaforici. Ma forse non sei mai stato in una classe-riformatorio di una periferia metropolitana dove nessuna, nessuna, dico nessuna strategia è possibile se non il laissez faire, tacere e lasciar trascorrere il tempo sperando che non succeda nulla mentre escono a frotte,flirtano,si menano, urlano, insultano, chattano e non ti permettono neppure di dire una parola. Forse sei in una scuolina di provincia dove certe cose non accadono quasi mai? Comunque sia non hai per nulla detto come faresti concretamente se non ti consentissero  di fare una beneamata cippa,se non sperare che non accada nulla di irreparabile.

Anche in una relazione non di potere possono accadere certe cose se manca del tutto per consuetudine consolidata  il rispetto reciproco e quando questo è impossibile da ricostruire. La mia conclusione è comunque sempre la stessa: questa “scuola” che obbliga tutti a stare per ore chiusi in una stanza a fare  cose che non interessano punto,con pochissime palliative vie d’uscita va chiusa. Oggi poi ancor di più.

Dall’educazione infatti vanno tolti  tutti i codici degli obblighi e del disciplinamento  mai mutati da decenni. Ma le relazioni umane non esimono  comunque gli educatori dall’intervenire costruttivamente in presenza  dei sempre più diffusi atteggiamenti prevaricatori, irrispettosi delle persone e del gruppo,  violenti e  delle provocazioni sempre crescenti anche in ambiti di dialogo e giusto coinvolgimento”

Venditore di almanacchi educativi:

Nessuna risposta. Nessuna.

E allora? Chi ha ragione? Il prof. missionario e pedagogico alla moda, alla fine reticente o il prof. dubbioso, comico e spaventato guerriero? Gli studenti arrabbiati, annoiati, ingannati, allenati subdolamente alle mille gare del successo subdolo e finto ? I giovani mollati fin da bimbi ai perfidi social e ad una scuola qualsiasi fuori tempo e fuori senno da una famiglia, una non famiglia, una tribù, una società, una politica che non hanno a cuore il futuro ma solo il profittevole presente infingardo? Non hanno ragione forse quei rivoluzionari contro tutti gli stereotipi precedenti, per motivi diversi ma convergenti? Credo che abbiano in qualche modo ragione tutti nel testimoniare con forza, solo con il loro essere e fare, che questa scuola non è più tollerabile neppure un po’ e va precipitosamente oltrepassata. Come? Oggi credo come qui si suggerisce: E se la scuola chiudesse ancora di più? Forse non tutti i mali verrebbero per nuocere.