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  • Il monte dell’abate. Tutta l’Italia è paese.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Certo che per essere il luogo dove pare spirasse precocemente il Papa tedesco Suidgero della Signoria sassone di Morsleben e Hornburg dal nome di Clemente II, i suoi abitanti o chi per loro, ne hanno conservato mirabilmente il sito e la memoria! La bella storia dell’abbazia di Mons Abatis (toponimo del feudo monastico che ha dato origine al locus) ha subito la stessa sorte delle vestigia industriali (ormai in gran parte archeologia lugubre e preoccupante), delle aree residenziali  e dell’architettura pubblica di questo piccolo paese che per sorte ancora mi ospita e che avrebbe meritato di più e di meglio anche per la sua posizione strategica sulla storica via urbinate. Gli altri luoghi del dominio abbaziale, il Castello e il borgo murato di Farneto sono quasi abbandonati e fatiscenti nonostante i tentativi di progettarne il recupero nel tempo, vanificati sempre dalla protervia delle amministrazioni che si sono succedute, forse più attente al mercato che alla cultura e neppure lì con esiti positivi. Ognuna voleva fare mari e monti:  invece, nella migliore delle ipotesi, ha lasciato lo stato delle cose così come lo aveva trovato. Solo il risibile prosopopaico museo semiparrocchiale denominato “Spazio Nobili” con il suo curioso ossimoro nell’intitolazione, collocato nella non disprezzabile architettura della vecchia sede comunale (che meritava ben altra nobile destinazione) ha suscitato lo strano interesse e l’immediato attivismo, di amministrazioni anche di segno opposto. Lo stesso è accaduto per  la ferraglia di cui è disseminato il territorio comunale considerata inspiegabilmente come pubblica opera d’arte. Il resto è semplice inarrrestata decadenza. Le zone residenziali di nuova espansione a ridosso della obsoleta zona industriale sono in condizioni da mezzogiorno d’Italia (con  le ovvie doverose distinzioni).

    (altro…)

  • Architettura: questione di stile.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Scuola 2014

    Per introdurre prossimi interventi, quasi autobiografici, sull’architettura ripropongo un passo significativo da “Questione di stile” libello per l’architettura e “contro ” gli architetti.

    “Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia!

    Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “fanta building”.

    La società non ha bisogno delle archistars. Sono loro che ne hanno avuto bisogno e l’hanno sfruttata e turlupinata.

    In qualche paese, diventano  senatori honoris causa anche gli architetti del mercato globale. Allora si capisce l’antica provocazione di Caligola!

    E’ un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive, quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revivals, neocorrenti,epigoni ad ogni angolo,eclettismo di bassa lega e soprattutto grandi bluff .

    L’architettura  è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile delle arti, poichè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non si meriti uno stile contemporaneo è un vero peccato.

    Numeri da pandemia in Italia (senza contare geometri, ingegneri, periti edili, periti agrari…)

    Italia 147.000 architetti su 60 milioni di abitanti: 1 ogni 400

    Germania 101.000 su 82 milioni: 1 ogni 800 circa

    Spagna 51.000 su 47 milioni: 1 ogni 921

    Regno Unito 33.500 su 61 milioni: 1 ogni 1800

    Francia 30.000 su 65 milioni: 1 ogni 2200″

    Tutto questo, perpetrato all’ennesima potenza in un paese fragile come l’Italia ha provocato più danni che in altri paesi, maggiormente attenti all’architettura o meno dotati di patrimoni storico artistici in cui inserire nuovi manufatti.

    URBAN MIRROR CUBE SKETCHES

  • Tutti possono esprimersi con l’arte.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Vorrei raccontare un’esperienza interessante fondata su una pedagogia artistica nuova ma non del tutto moderna. Ricordando la maieutica ci sono delle correnti artistiche che sostengono, contro il dominio spesso nefasto del professionismo e del mercato, che ognuno ha in sé, in nuce, il linguaggio dell’espressione artistica come possiede quello della comunicazione in altre forme più coltivate nella educazione formale della persona attraverso la famiglia e la scuola. Nel Marzo del 2012, partecipando ad un progetto europeo ho avuto l’opportunità di sperimentare direttamente una di queste proposte pedagogiche innovative e, per certi versi, rivoluzionarie. Partendo dall’assunto che l’arte non può essere riservata ad una élite di addetti ai lavori autoproclamatisi artisti o certificati da percorsi formali di addestramento scolastico o peggio dal mercato, il gruppo di Liegi guidato dall’artista Werner Moron e denominato Paracommand’art sostiene e sperimenta una forma di insegnamento-apprendimento del fare artistico dedicata a tutti i cittadini di qualsiasi età e di qualsiasi formazione, indipendentemente da qualsiasi applicazione di mestiere dell’attività proposta e realizzata. Il metodo pedagogico è teso a far emergere l’immaginario e la creatività attraverso le storie personali, le emozioni e le percezioni di bambini, adolescenti, adulti in gruppi di lavoro e di azione artistica informali che progettano e creano opere e oggetti artistici. Il progetto ebbe origine all’Accademia di Liegi nel 1998 con lo strumento pedagogico denominato “La Nation-Moi”, uno strumento di introspezione attraverso un percorso reale e virtuale (trajet réel-trajet virtuel) dell’Io come Tutto, per esprimere poi all’esterno l’insieme delle nostre emozioni e dei nostri ricordi oggettivandoli e raccontandoli in varie forme.

    In occasione del progetto europeo “Y’a pas d’heure pour créer” (Non è mai troppo tardi-o troppo presto- per creare) ognuno dei partecipanti fu coinvolto in una specie di brainstorming della propria storia personale, del proprio essere e delle proprie sensazioni da tradurre, con l’apporto di esperti di musica, di coreografia, di arti visive, di cinema e fotografia,in un prodotto multimediale frutto di un lavoro collettivo di dialogo, di scambio di emozioni e storie. Il  seminario, tra sessioni dedicate ai principi della musica, della danza e delle varie arti, perforate in spazi chiusi, sets fotografici e spazi della città di Liegi,  si svolse nell’arco di 9 giorni e terminò con le sessioni di ripresa e montaggio sulle idee elaborate da tutti, incrociando storie e pensieri, che costruirono 11 cortometraggi artistici. In seguito i video,veramente straordinariamente di qualità, sono stati esposti alla visione (con un manifesto in cui chi scrive fungeva da testimonial!) nel corso della Biennale Internazionale di Fotografia ed arti visive di Liegi presso la Chataignerie. Una carrellata dei prodotti è ancora visibile al link del Réseau d’Intervenents Artistiques.

    L’idea di ReseArt, che ci si augura avrà anche la partnership di Associazioni culturali e artistiche della regione Marche ed Emilia Romagna, è quella di replicare un evento formativo analogo qui in Italia alla fine dell’estate o nella primavera dell’anno prossimo, coinvolgendo, se sarà disponibile, il maestro di Paracommad’art Werner Moron. Il seminario sarebbe destinato ad un pubblico vasto e sostanzialmente puro e libero da stereotipi in quanto a formazione artistica. L’azione, per così dire, maieutica potrà “tirar fuori” da ogni gruppo ristretto di massimo 15 persone di tutte le età e condizioni sociali, storie e sensazioni tratte dalla loro vita per tradurle in prodotti artistici sotto la guida di esperti delle arti che verranno individuate come campo dell’azione espressiva.I prodotti potrebbero confluire in una mostra o in un evento pubblico per diffondere la metodologia educativa in italia e disseminare i risultati delle diverse esperienze realizzate qui come in Belgio dall’epoca delle prime sperimentazioni.

    Giuseppe Campagnoli

    Febbraio 2015

  • L’arte di andare in pensione in uno Stato fedifrago.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Populista economico anche Tito Boeri dalle tribune agli altari dell’INPS? Questa è l’Italia.

    Sono intervenuto sul tema anche nei commenti presso il sito La voce.info ma pare che quando gli economisti trattano di tagli pensino sempre all’accetta e non al bisturi, con poco riguardo alle persone. Fin troppo facile pare intervenire sul corpo martoriato della pubblica amministrazione e della dipendenza privata dimenticando che il buco previdenziale si colloca prevalentemente nelle casse  degli autonomi, dei dirigenti, dei quadri e dei professionisti, per gestioni endemicamente discutibili quando non dissennate. Le boutades demagogiche e giustizialiste, opposte ai principi di equità da applicare sia al lavoro che alla pensione, sono spinte oggi anche da media sensazionalistici, piagnucolosi e tendenziosi oltre che da incoscienti “esperti” avvoltoi sociali. Si grida alle pensioni d’oro che pure ci sono e sono collocate sempre nei livelli alti della amministrazione e della dirigenza pubblica e privata, senza distinguo alcuno tra quelle sostenibili ed eque e quelle scandalosamente iperboliche. La chiave della questione sta tutta nel rapporto lavoro-pensione, nell’applicazione del dettato costituzionale su lavoro, la giusta remunerazione e la conseguente pensione, non sempre e non per tutti verificata. Chi è andato o sta andando in pensione in questi anni e non sia un grand commis dello stato, delle grandi e medie imprese, del parastato e delle multinazionali, firmò a suo tempo un contratto, comprendente anche le regole per la pensione,puntualmente cambiate durante il gioco, in cui era previsto di essere pagati per lo stesso lavoro in termini di preparazione professionale e accademica, qualità, orario, responsabilità e rischi, quasi tre volte meno di un omologo nella maggior parte dei paesi europei cosiddetti civili. Nel patto sottoscritto (che forse era in nuce scellerato) la differenza per anni di stipendi nettamente al di sotto delle medie europee ma nettamente al di sopra per risultati ed efficienza nella maggior parte dei contraenti, veniva tacitamente “rinviata” al momento della pensione, come salario differito di importi dignitosi, ma comunque, ancora nettamente al di sotto dell’ultimo stipendio percepito. Ora si vorrebbe mettere nel calderone di questo sabba populista gli emolumenti immeritati ed esorbitanti di certe categorie privilegiate, spesso percepiti avendo lavorato senza competenze, senza rispondere di fatto dei risultati e senza l’intensità di lavoro compatibile con i ruoli ricoperti, in netto contrasto col dettato costituzionale che parla di remunerazione per una vita dignitosa, nel bene e nel male? Non sono certo quelli che viaggiano a più di 5, 10, 20 mila euro netti al mese che si sacrificano per reggere un welfare disastrato mantenendo figli e nipoti allo studio o mentre cercano disperatamente un lavoro. Sono invece quelli cui quel contratto di assunzione assicurava una vecchiaia tranquilla e un dignitoso tenore di vita che oggi si tolgono oltre i due terzi di un importo lordo compreso tra i 1500 e poco più di 3500 euro mensili per contribuire in modo disinteressato e forte al futuro delle nuove generazioni che  sono invece sempre più meschinamente aizzate contro di loro da tribuni incoscienti e in mala fede. La soluzione equa sarebbe quella, ovvia ma ipocritamente disattesa perché troppo coraggiosa, di tagliare grandi redditi, rendite e patrimoni che tutti sanno bene come siano stati acquisiti e quanto poco siano stati meritati. La classe media di pensionati ha già dato. Ha dato anche troppo, visto che si è caricata, a discapito di una vecchiaia serena, tutti gli oneri e le responsabilità spettanti ad altri.

    Giuseppe Campagnoli

    4 Febbraio 2015

  • Dimmi chi sei.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Non vorrei essere biografico ed agiografico insieme, ma è importante presentarsi di nuovo anche a quei pochi (ma buoni) seguaci che ci fanno l’onore di leggerci sia da WP che da Facebook, Twitter e Google+. Invito anche i nostri bravi e volontari autori a presentarsi brevemente e magari argutamente con un post dopo il mio. Qualcuno mi chiede chi siamo e come la pensiamo sulla vita, sull’arte, sulla cultura e sulla varia umanità. Per contraddire il diffuso e maleducato  anonimato e pseudonimato del web è giusto rispondere e ricordarlo ogni tanto.

    Dopo la laurea a soli 23 anni agli inizi degli anni ’70 con un percorso difficile, senza molti soldi e con una carriera universitaria preclusa perché non si poteva essere mantenuti fuori casa per il tempo necessario a partecipare ai concorsi facendo l’assistente volontario; dopo un ingresso nel mondo del lavoro anch’esso pieno di sacrifici e rinunce (c’erano già allora laureati che dovevano fare altri mestieri per la crisi ricorrente e la disoccupazione ai livelli di oggi!) ho trascorso una parte della vita nella professione libera di architetto e una parte nella scuola. Da professionista vòlto al sociale e fondamentalmente educato all’onestà non mi sono  arricchito convinto di dare anche come dovere civile. Da insegnante prima, preside e dirigente mercenario in un ufficio periferico del ministero dell’istruzione poi, con un intermezzo breve da amministratore locale  per passione verso la collettività non mi sono egualmente arricchito. Ho invece conservato il patrimonio più prezioso che è l’orgoglio (la vita e le numerose testimonianze di ex studenti, di docenti, famiglie e cittadini me ne hanno dato la conferma) di aver formato bravi professionisti, insegnanti, artigiani e di aver lasciato un segno, spero non effimero, nella società con  piccole opere e impegno quotidiano lungo l’arco di quarant’anni. Ho lavorato anche come pubblico dipendente e, come si dice servitore dello Stato (quello Stato vero, fatto da cittadini onesti, che guadagnano il giusto con il loro lavoro, pagano le tasse e partecipano democraticamente alla vita civile contribuendo al progresso e all’equità sociale) insieme a tanti altri che non hanno approfittato del loro ruolo ma hanno dato tutto per la società civile senza voler mirare al profitto, ai facili guadagni o a un posto di tutto riposo. Spesso ho dovuto difendere la publica utilitas e chi vi lavora dagli attacchi sovente incivili e analfabeti di tanta parte della società (oggi scatenata dietro l’anonimato e la provvidenziale deregulation del web) che considera il lavoro esclusivamente come dedicato parossisticamente al proprio profitto anche a discapito degli altri (la cosiddetta concorrenza), all’accumulo di ricchezza senza dare nulla alla collettività (l’evasione fiscale) o, infine, al tendere costantemente ad una vita al di sopra di quelle possibilità che la Costituzione indica come caratteristiche del vivere dignitosamente non avendone né le capacità né il merito. Oggi, da pochi anni, il mio lavoro principale, utilizzando gran parte di quel “salario differito” che si chiama pensione, guadagnata con sacrificio, rinunce e dedizione dopo 40 anni di impegno e di versamenti e considerata quasi un risarcimento pro-vita per anni di stipendi meno che “europei” per un ruolo più che “europeo”, è quello di contribuire alla formazione dei figli che lo meritano perché sono capaci ed onesti e, non secondario, di continuare ad educare anche con la ricerca, la scrittura e i nuovi media, quella gran parte di cittadini disorientati e perniciosamente influenzati dai tribuni di turno che in Italia hanno avuto tanto appeal fin dai tempi non troppo lontani dell’unità, ahimè,an cora incompleta, della nazione. Potrebbe essere la storia minima di non pochi cittadini italiani che si sentono “saggi” e mettono la loro esperienza al servizio della collettività e da questa dovrebbero essere accolti e “sfruttati” per quel che hanno fatto e continuano, a dispetto dell’età, a saper fare, come avviene in paesi più civili, invece di essere bersaglio di drammatiche pubbliche invettive populiste basate su stereotipi di “invidia sociale”, di disinformazione diffusa e di analfabetismo che ritorna.

    Giuseppe Campagnoli, 65 anni, già architetto, docente e dirigente scolastico. Diploma di maturità classica a Recanati, studi di architettura a Firenze, Pescara e Napoli, docente a Macerata e Pesaro, preside a Cagli, Riccione e Pesaro, responsabile dell’Ufficio Studi presso l’Ufficio Scolastico Regionale di Ancona dal 2001 al 2006. Ora ricercatore e saggista no profit nel campo dell’architettura, della scuola, della sicurezza e della cultura in generale. Musicista per passione. Co-fondatore e amministratore di questo blog.

    L’ultima lettera su “La Stampa” 23 Gennaio 2014 ” Ci siamo venduti l’abbecedario?”

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  • Le responsabilità della crisi…

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Vi giro un vecchio articolo di due anni fa dalle lettere a La Stampa che ancora non risulta datato! Che significa? Che nulla è cambiato!

    Su chi si scaricano le responsabilità

    “L’altra sera ho finalmente scoperto chi ha contribuito a generare la grave crisi che ha colpito il nostro Paese. Un solerte analista italiano, a Ballarò, non solo ha negato qualsiasi responsabilità da parte della finanza nell’attuale disastro economico, ma ha detto che la colpa del disavanzo pubblico in Italia è dovuta in parte alle generazioni nate negli anni trenta, quaranta e cinquanta che si sono assicurate tutti i diritti a discapito dei giovani.

    Mio papà è nato nel 1920 e gode di un privilegio veramente indecente: una pensione di mille euro al mese dopo una vita intera dedicata al lavoro. Giovanissimo ha partecipato alla seconda guerra mondiale, ha attraversato l’Italia a piedi per raggiungere dalla Campania il nord Italia dove ha partecipato alla guerra di Liberazione.

    Ha contribuito, con i bambini degli anni ’30 e ’40 a ricostruire l’Italia devastata dalla seconda guerra mondiale. Ha lavorato per quarant’anni in fabbrica. Poi ha continuato a lavorare come artigiano, denunciando regolarmente al fisco tutti i suoi introiti. E’ stato molto fortunato, perché, nato in Piemonte, non ha dovuto affrontare il dramma dell’emigrazione verso altri paesi europei. Ha permesso ai suoi figli di studiare e di raggiungere un minimo di benessere economico, ad oggi minato anche a causa di quegli abili analisti finanziari che in televisione non esitano a vedere in lui e in altre persone con un percorso di vita duro e impegnativo come il suo la causa dei mali d’Italia.

    Vorrei solo porre una domanda al giovane analista di Morgan Stanley: pensa di aver fatto altrettanto per il suo paese? “

    G. B.”

    Forse questo squilibrio (qui rappresentato per l’Italia) che si riflette al contrario nei redditi è la vera causa della crisi!

    Rifletta chi crede ancora nel nuovo che avanza! E nei sedicenti movimenti per i cittadini!

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  • Il nuovo che avanza in Italia. Les Saltimbanques.

    Il nuovo che avanza in Italia. Les Saltimbanques.

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    Le Saltimbanques

    Per celebrare il Primo Maggio e poiché siamo sempre a ridosso di nuovi appuntamenti cruciali della vita politica e sociale italiana e vogliamo riproporre una riflessione su ciò che scrivemmo ormai quattro anni fa e che vale anche per oggi.

    Siamo per quei partiti e movimenti che eleggono democraticamente e in trasparenza, con atti pubblici e registrati, TUTTI i loro leaders (come in tutte le associazioni libere e democratiche), senza padroni o uomini soli al comando dietro il paravento comodo di garanti  in nome di chi non è dato sapere.
    Se esistesse un movimento o partito che  si impegnasse pubblicamente attraverso i suoi rappresentanti eletti a maggioranza dei suoi iscritti reali e con atto registrato ad attuare in tempi brevi il seguente programma urgente dimostrerà di essere il vero rinnovamento e allora potremo discutere.

    Ecco i  punti fondamentali, irrinunciabili e prioritari:

    -Nuova legge elettorale con candidati scelti dalla maggioranza degli iscritti ai partiti o movimenti  per una vera  democrazia rappresentativa al di là di ogni forma di partecipazione diretta che dipendesse troppo dalla alfabetizzazione e dalla preparazione politica dei cittadini e dai loro singoli interessi o delle lobbies cui appartengono.
    -Lotta sistematica all’evasione ed elusione fiscale
    -Lotta all’esportazione di capitali
    -Forte tassa patrimoniale al di sopra dei 100.000 Euro (al 70%)
    -Legge per l’equità sociale ed il riequilibrio dei redditi (differenze tra patrimoni e redditi di non più di cinque volte tra minimi e massimi) con  tariffe controllate per tutti i beni, i servizi e le prestazioni di opera manuale o intellettuale
    -Confisca dei beni mobili e immobili non utilizzati a tempo pieno o non affittati a canone controllato
    -Riforma e aumento investimenti sensibile per la scuola, la sanità e la cultura con più equità e rigore
    -Riforma per una giustizia rapida ed efficiente
    -Legge anticorruzione e sul falso in bilancio
    -Nuova legge sull’immigrazione e la cittadinanza fondata sull’accoglienza sostenibile
    -Legge integrata sui diritti civili e morali

    -Rilancio immediato con incentivi e piani demergenza per:
    Agricoltura
    Turismo
    Cultura, arte e beni culturali
    -Tagli alla spesa pubblica delle inefficienze e della politica evitando tassativamente però che solo i ricchi possano candidarsi a cariche pubbliche
    -Applicazione di tutte le direttive europee in materia di ambiente, scuola, diritti civili
    -Nuovo ruolo in una Europa da consolidare nei suoi aspetti positivi più che da distruggere tout court ed incoscientemente per mettersi nelle mani di Putin o di Trump.
    -Lotta al libero mercato incontrollato e incontrollabile
    -Abolizione del Concordato con la Chiesa Cattolica

    Questo è quanto scrivevamo ormai due anni fa su questo blog. Siamo andati e a vedere le carte. Fermo restando il giudizio estremamente negativo sull’attuale governo neodemocristiano e sulle opposizioni di centro destra e di destra, per motivi opposti, ci duole confermare anche il giudizio estremamente negativo sul sedicente “nuovo che avanzava” dei sedicenti “cittadini”. La nostra proposta minima  per punti non ci pare toccata per nulla dalla compagine parlamentare del dei nuovi movimenti che si è dimostrata solo agitata e provocatoria ma del tutto inefficace e per nulla  concreta anche nella maggior parte delle esperienze di governo locale. Da coacervo di ex-forzisti, ex democristiani, ex post fascisti e qualunquisti né di destra né di sinistra (?) ma soprattutto difensori accaniti del libero mercato, del capitalismo (sotto-sotto anche dell’evasione fiscale) e nemici giurati di tutto ciò che è pubblico (dimenticando che lì c’è la scuola, la salute, la sicurezza, la cultura…)i movimenti italiani che si dichiarano   hanno solo attaccato tutto e tutti a difesa del loro strano fortino neo-liberista lanciando parole d’ordine al limite delle farneticazioni o dell’ingenua favola. Le poche idee praticabili sono sempre in minoranza rispetto a quelle fantascientifiche o pro domo sua.

    Facendo le pulci alle schede dei nuovi “cittadini” eletti sia al Senato che alla Camera, scopriamo, senza sorpresa, che moltissimi sono imprenditori, artigiani, commercianti e liberi professionisti,quadri privati, molti meno sono dipendenti privati, decisamente minoritari quelli pubblici e qua e là abbiamo trovato persino, come rarissime perle, disoccupati conclamati,  operai e contadini. Come volevasi dimostrare. Gli italiani dovrebbero sapere  che vorrebbe essere solo l’ennesima rivoluzione borghese contro altri borghesi più furbi, più ladri e più ricchi. La nostra lista di proposte democratiche ed innovative di allora, non sembra nemmeno nella mente di nessun movimernt di peso in Italia, sia che sia chiamato a “parlamentare” al centro che in periferia. Dobbiamo perdere la speranza di cambiare l’Italia? Forse il declino della scuola italiana, il consolidato neo-analfabetismo funzionale e l’invariato stato dei costumi degli italiani, stanno confermando gli eterni  amari frutti anche nella politica?

    ReseArt  Gennaio 2015-Maggio 2017

  • Azione e meccanicità (seconda parte)

    di Marco Santoro Marco-Santoro

    Oggi assistiamo ad una tecnica che opprime un uomo dalla debole capacità difensiva: essendo egli capace di provare comunque atteggiamenti ‘sentimentali’, piuttosto che  continuare ad amare  i segreti della natura, rimane affascinato dalla tecnica e dalla tecnologia.

    Non si fa solo riferimento al  fenomeno dell’industrializzazione, ma anche a tutti quei mezzi tecnici diventati popolari come la televisione, i giornali, la pubblicità, e tutto ciò che rientra nella comunicazione. “Molto spesso tanto la TV che i cinegiornali e le inchieste filmate si avvalgono di spettacoli ricostruiti e truccati ma spacciati “per veri”; o, al contrario, di veri ma spacciati per artificiali (o di cui si lascia credere che lo siano). Le cronache dei nostri giornali ne sono colme:  basta assistere al più modesto e innocente spettacolo per avvedersene: le smorfie d’imbarazzo, l’impaccio, la confusione d’un personaggio interrogato ad un “quiz” sono vere o false? Lo spettatore di solito partecipa con giubilo, con acuto e morboso interesse, a tali manifestazioni (dopotutto di sofferenza morale), proprio perché è convinto di assistere all’autentica situazione d’un uomo che si dibatte di fronte a domande insidiose” (Dorfles Gillo, Artificio e natura, Torino, p.45-46). “In tutte queste trasmissioni, dunque, siamo posti di fronte ad un tipico caso di contraffazione della naturalità; ossia assistiamo – e ce ne compiacciamo – ad un episodio reale ma provocato ad arte (e per di più con fine malizioso)” (Dorfles Gillo, op. cit., p.46). Il risultato è il dilagare di un fenomeno che conduce gli osservatori ad uno scetticismo nei confronti dell’informazione o del semplice intrattenimento a cui, pur essendo consapevoli della loro ambigua realtà, sono assuefatti.

    Con questo non si vuole intendere negativamente l’uso degli strumenti mediatici, semplicemente è preferibile rendersi conto quanto di un prodotto che ci viene proposto attraverso i media tecnologici sia autentico e quanto non lo sia, o si presume non lo sia.

    Si dovrà dare conferma a quanto detto prima: cioè la crisi dell’umanismo è legata alla perdita della soggettività umana nei meccanismi dell’oggettività scientifica e poi tecnologica. Questo particolare rapporto dell’uomo con la macchina (o la tecnica) è contornato di un alone di minaccia, per cui il pensiero deve rendersi cosciente delle distinzioni che il mondo umano dà dell’oggettività tecnica, sforzandosi di riappropriarsi della propria centralità.

    Nel capitolo precedente abbiamo potuto osservare come idea e manualità fossero i principi caratterizzanti e riconducibili all’essere umano. Ma, oggi, l’azione e la meccanicità dove conducono l’uomo? La macchina potrebbe essere una risposta, in tutte quelle forme di tecnologia che hanno profondamente caratterizzato il nostro tempo. Queste ultime hanno insegnato all’uomo a vivere nell’azione, viceversa l’uomo non è mai riuscito a trasferire loro (in senso artistico) l’idea e la creatività autonome.

    La macchina ha fatto sì che l’uomo perdesse la propria manualità (istintiva caratteristica della creatività), imponendogli di ragionare secondo una logica tecnica secondo cui l’azione prevale sul pensiero ed è capace di attingere dalla verità e dall’assoluto. L’azione della tecnica ha portato a delle conquiste, ma anche a distruzioni; le scoperte che hanno portato all’energia nucleare hanno condotto anche alla morte: il suo duplice aspetto può far godere i benefici del suo progresso oppure portare a morte e distruzioni, e non necessariamente in senso materiale.

    Ma non è solo in tale senso catastrofico che in questo discorso s’intende parlare dell’azione della tecnica come fine dell’evoluzione creativa dell’uomo. Anche se l’incombere di una possibile distruzione atomica è evento reale, viene considerata come un elemento caratteristico di questo nuovo modo di vivere l’esperienza nell’era post-moderna, la cui azione non è del  tutto negativa. Si pensi a quanti progressi essa ha apportato al genere umano e a quanti benefici non avremmo neppure immaginato di godere. Si può affermare che le esperienze dell’uomo si muovono di  moto perpetuo, e come in precedenza è stato affermato: “la vita è esperienza, la ripetizione è arresto di esperienza”, (Argan C.G. op. cit.p.,26) quindi morte.

    Ciò che caratterizza un epoca viene sostituito da altro nella successiva. Definire oggi l’azione della tecnica come un qualcosa a noi estraneo significherebbe vivere chiudendo gli occhi alla realtà, oltre al fatto che sarebbe un’ipocrisia imputare ad essa tutte le colpe dei mali della società contemporanea. Un possibile rimedio potrà realizzarsi quando si attuerà un processo di ‘naturalizzazione’ della macchina, considerarla ‘natura’ alla stessa stregua di come lo furono ieri gli ‘animali’ e le ‘piante’. “Si tratta cioè di considerare “natura” non più soltanto la natura allo stato selvaggio oggi sempre più rara e irraggiungibile – ma anche queste nuove forme di natura meccanizzata o elettronicamente integrata. In altre parole: occorre che le costruzioni artificiali dell’uomo – sia che appartengono alle manipolazioni manuali che un tempo spettavano all’artigiano (e alle altre arti), sia che appartengano ai prodotti diretti della meccanica, sia che si tratti, non già di prodotti tangibili, ma di forme di pensiero, di immagini – vengano ad un certo punto “rettificate”; subiscano quel processo di naturalizzazione che solo può conferirgli una nuova valenza creativa” (Dorfles Gillo, op. cit. p., 27).

    Queste affermazioni potranno apparire paradossali, soprattutto per la posizione dell’uomo oggi  che deve saper convivere con queste nuove forme di ‘natura’. È  lui che dovrà essere in grado di compiere una determinante azione sulla tecnica, e non il contrario. Non sappiamo quello che il futuro rivelerà, ma sappiamo che la misura che determina il progresso della tecnica scorre più rapidamente rispetto al tempo di adattamento dell’uomo, e da questo possiamo notare come ‘l’onnipresente’ macchina sia già stata sostituita dal ‘mimetico’ circuito; quest’ultimo, in futuro, sicuramente cederà il suo posto.

    In conclusione si può affermare, considerato che l’essere umano è dotato di una intelligenza progressiva, che l’’Homo Sapiens’, in quanto tale, deve affrontare il continuo progresso cosciente della propria esperienza plurisecolare, non vivendo di paure e timori di ciò che egli stesso ha creato.

    Marco Santoro

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  • Lo Sguardo Educato (8)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

     

    Il potere dello sguardo

    In tema di sguardo, prima di iniziare a scrivere il mio primo post di quest’anno, vorrei augurarvi un buon 2015 impegnandoci ad avere un occhio di riguardo per tutto ciò che ci circonda, per ciò che viviamo, nel rispetto verso noi stessi e gli altri, soprattutto se non la pensano come noi.

    Un bellissimo articolo di Davide Ferrario nell’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica scorsa (4 gennaio) dal titolo Non sappiamo più guardare, parla di come lo smatphone o l’iPad abbiano ucciso il cinema e la capacità di osservare il mondo. In effetti, questi piccoli schermi non sfruttano totalmente la potenzialità dell’occhio, ma limitano il fuoco della visione in un angolo sempre più ristretto. La visione, da globale e condivisa, è diventata parziale e privata. Questa riduzione tecnologica spiega la moda dei selfie e la chiusura dello sguardo che, scrive il regista, “ricorda quello che capita al cavallo quando si mette i paraocchi: vedere solo quello che gli sta di fronte. Cioè, solo quello che interessa al padrone che lui veda. Quella che sembra una semplice discussione accademica diventa subito una questione che ha a che fare con la libertà.” Libertà e sguardo sono strettamente legati. Quindi sta nell’occhio la promessa di libertà. Alla fine, tutto dipende dai nostri occhi, dai nostri buoni occhi.[1]

    Con questa riflessione che anticipa il finale di questo mio breve saggio a puntate, andiamo avanti a parlare della storia dello sguardo attraverso i due dispositivi, Panorama e Panopticon, che hanno condizionato in maniera massiccia il modo di guardare. Ho iniziato con il tracciare una breve storia del Panorama, il prototipo dei mass media come la televisione e cinema, precursore del concetto di simulacro formulato da Baudrillard poiché il contenuto della riproduzione contiene le aspettative di ciò che vedrà lo spettatore prima che veda le cose reali. Ora che del Panorama ne sappiamo un tantino di più possiamo andare avanti con le nostre considerazioni.

    Perché nel XIX secolo c’è una forte e insistente richiesta per il “vero”? Perché il desiderio di presentare una scena illusoria? A cosa rispondeva l’immagine con l’insorgere di nuove ricchezze, nuovi bisogni e nuove fantasie?

    L’inganno visivo tentò di soddisfare un doppio sogno, quello di scatenare fantasie di totalità e possesso. Questa tecnologia, con la richiesta degli spettatori che parteciparono al gioco dell’immaginazione, appagò la loro smania di totalizzazione e di estensione. All’epoca gli individui erano afferrati dalla febbre di sperimentare l’orizzonte, scalare campanili e montagne, viaggiare per la prima volta sull’oceano, viaggiare su aerostati, tutte attività che permettevano di vedere senza ostruzioni in ogni direzione.

    Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.
    Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.

    Il Panorama celebra la capacità della borghesia di vedere le cose da una nuova angolazione. Lo storico Stephen Oetterman prende in causa il dipinto di scena dell’età barocca dove l’unico punto di vista dal quale si poteva guardare il dipinto intero senza alcuna distorsione, era quella del re. Nel caso del Panorama, grazie alla molteplicità degli sguardi raggruppati lungo il perimetro, i cittadini potevano giustamente godere un’intera visione. La posizione di vantaggio che privilegiava il regime, ora poteva essere occupata da chiunque. Chi guardava riconosceva su di sé la sensazione dello sguardo divino, allo stesso modo in cui molti avvertono la presenza di Dio nella loro coscienza. Nel corso del XVIII e XIX secolo gli europei avevano una forte consapevolezza di sé caratterizzata dalla religione; cresciuti con la Bibbia e concetti come eternità e onnipotenza, si vedevano come immagine di Dio. Così, ad esempio, salendo sulla torre di Munster, un luogo all’epoca molto popolare, si aveva la capacità di dominare con il proprio sguardo, scacciando Dio dalla sua posizione. Lo sguardo diventa sguardo di massa, democratico e borghese; non più uno ma molti più sguardi dello stesso valore che confermano l’equivalenza della secolarizzazione dello sguardo di Dio verso l’orizzonte.

    Continua…

    [1] La libertà negli occhi, Roberto Escobar, il Mulino, 2006.

  • Contro tutte le correnti!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Ara Pacis “in vitro”

    Cominciamo il 2015 con  una prima serie di considerazioni rigorosamente controcorrente e politically incorrect sulle varie arti che trattiamo in questo blog.

    Arte delle arti 

    I BLUFF DELL’ ARCHITETTURA, DELLA MUSICA E  DELLE ARTI CONTEMPORANEE. Ho scritto molte volte e forse invano di che cosa credo debba essere considerato arte e cosa no, che cosa debba essere considerato architettura e che cosa solo una macchina o uno strumento urbano tecnologico. Anche per la musica vale lo stesso discorso sia  classica o popolare. La differenza sta spesso tra il virtuosismo, l’abilità manuale e l’ispirazione poetica (dal poiein di classica memoria). Molti grandi poeti cantanti sapevano suonare male o poco mentre molti mediocri artisti erano e sono, quando va bene, solo dei grandi talenti della manualità meccanica e vocale sostenute dalle moderne tecnologie.  La pittura, la scultura, la decorazione, l’architettura, la musica, la danza e varie altre attività espressive dell’uomo  diventano arte sotto certe condizioni. Queste condizioni non sono presenti nei numerosi artisti locali che hanno riempito la maggior parte degli spazi pubblici e delle provincialissime “pinacoteche moderne” che molti  comuni piccoli e grandi vantano, ma non sono presenti anche in molti nomi delle arti e dell’intrattenimento nazionale e internazionale. La capacità mediatica e di convincimento di critici, televisioni, giornali e social networks ha creato molte stars fasulle e inconsistenti, gradite al mercato e non rispondenti per nulla a quelle che io chiamo le regole d’oro dell’opera d’arte: la fisicità, la gratuità, l’universalità, la immediata capacità di trasmissione estetica  (versus l’anestetico), la grande cultura che trapela sottotraccia dall’autore, dalla sua scuola certa e consolidata. Quando l’architettura, ad esempio, travalica la funzione specifica del suo essere fisico e tecnico e trasfigura verso l’estetico, raccontando o evocando storie ed emozioni in tutti (e dico tutti) diventa arte. Altrimenti è un oggetto d’uso come un’automobile o un tavolo, una nave o un martello, piacevole o sgradevole che sia. Ciascuno credo debba essere in grado di riconoscere  con sicurezza se un poeta è anche un artista, così come un cantautore, un musicista, uno scrittore, un architetto, un danzatore.

    Arte della politica 

    IMPRONTA ECOLOGICA, GLOBALIZZAZIONE, EQUITA’, DEMOGRAFIA IN EUROPA. Secondo una interpolazione delle formule scientifiche, ormai assodate, sull’impronta ecologica e la sostenibilità demografica l’Europa non potrebbe sostenere più di 200.000.000 di abitanti in condizioni di vita solo accettabili se fossero equamente distribuite risorse e ricchezza. Oggi siamo circa 713.000.000! E la crisi? E le migrazioni da altri continenti che paradossalmente hanno molte più risorse naturali vanificate e rese inutili o accaparrate da moderni colonialismi, da guerre tribali, religiose ed economiche, e sovrapopolazione? Vogliamo riflettere senza ipocrisie e pensare a soluzioni concrete per il futuro? Le nazioni della vecchia Europa, sempre più in crisi e sempre meno ricche, per evitare che si avveri il presagio sociologico di Alexander Mitscherlich o Ulrich Beck, debbono pianificare, insieme agli Stati economicamente avanzati del mondo e all’ONU, una politica urgente e non più rinviabile di sostegno effettivo all’emancipazione politica e sociale delle regioni da cui partono i flussi migratori favorendo la fine di conflitti tribali, religiosi ed economici e soprattutto imponendo l’estinzione della colonizzazione occidentale ancora attuata pervicacemente da multinazionali, da imprese occidentali e orientali e, non raramente, da ONG ed enti di beneficenza e cooperazione abilmente dissimulati. Lo spazio vitale e le risorse del mondo sarebbero sufficienti per tutti a patto che si possano attuare sensate politiche demografiche, educative e culturali valorizzando in chiave moderna l’ambiente, le tradizioni e le  storie di ogni popolo. Nella metafora dei vasi comunicanti della ricchezza e povertà i livelli si debbono progressivamente avvicinare fino quasi a pareggiarsi. Le parole comode di tanta politica, religione e filosofia: carità, elemosina, solidarietà si debbono rapidamente trasformare in sforzi verso garanzie di pari opportunità, emancipazione ed equità sociale.

    Arte del cibo 

    MAC DONALD’S, EATALY E SLOW FOOD. Le mode esistono anche nel mangiare. Se il colosso Mac Donald’s cede timidamente al “local” rispetto al “global” e propone piatti quasi a km 0 fondati sulla tradizione dei luoghi in cui opera, Eataly si vanta di essere rigorosamente global e trasferisce il “meglio del cibo” italiano ovunque nel mondo non preoccupandosi dell’inquinamento dovuto al trasporto né del fatto che, come dicevano i nostri anziani contadini e pescatori, i prodotti del mare e della terra non possono essere consumati nemmeno a qualche decina di metri di distanza dai loro luoghi perché si perderebbe l’odore, lo spirito intrinseco della loro origine e tutta la cultura che si respira, come ambiente, arte e storia nei siti della loro nascita e cura. Ho provato, per curiosità e dovere di cronaca, un pasto in una Hamburgeria di Eataly ed ho ricevuto cibo nella media, servizio come un qualsiasi fast-food a prezzi non proprio popolari. Un grande bluff? Certo è che la globalizzazione che sradica le cose belle e buone dal loro contesto geografico  fa enormi danni alla cultura e alla salute per un mito del cibo “etnico” che ha mostrato, nel tempo, tutti i suoi limiti di qualità e di sostenibilità. Slow Food suggerisce, pur nei limiti della sua dimensione di impresa in questo mercato fondato sul profitto e sulla libera impresa, qualche strada percorribile per la determinazione della libertà dei popoli in merito al diritto ad una sana ed adeguata alimentazione. Note critiche emergono comunque su alcuni aspetti come viene evidenziato nelle pagine di Wikipedia: “Nonostante i lodevoli obiettivi ci sono altri problemi che non vengono affrontati. Ad esempio, senza alterare in modo significativo la giornata di lavoro delle masse, la preparazione del cibo in una maniera slow food può essere un onere aggiuntivo a chi prepara il cibo (spesso donne). Al contrario, la società più benestanti possono permettersi il tempo e le spese di sviluppo di ‘gusto’, ‘conoscenza’ e ‘discernimento’. L’obiettivo dichiarato di Slow Food di preservare se stesso dal “contagio della moltitudine” può essere visto come elitario”.

  • Analisi del 2014

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

    Ecco un estratto:

    Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.000 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 6 viaggi per trasportare altrettante persone.

    Clicca qui per vedere il rapporto completo.

  • Lo sguardo educato (7)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

    La città in bottiglia

     Il Panorama costituiva una struttura architettonica nuova e quindi all’architetto era riconosciuto un ruolo fondamentale. Barker nel suo brevetto descrive molto bene come scritto nell’articolo Lo sguardo educato (2). I primi Panorami non avevano un aspetto elaborato e sembravano davvero delle tozzi “bottiglioni”. La società dei consumi e del tempo libero accolse con meraviglia lo show biz dei Panorami che, tuttavia, conobbe anche un calo di consensi dopo le tante rappresentazioni di battaglie e città lontane. Bisognava cambiare e perfezionare la struttura e le attrattive per riaccendere la popolarità del Panorama. Una vera e propria innovazione fu il Colosseum di Hornor che aprì al pubblico nel 1829 presso il Regents Park a Londra e divenne subito un’attrazione alla moda e un punto d’incontro per i turisti. Decimus Burton lo progettò secondo il modello del Pantheon, con un diametro di 38 m. e un’altezza di 24 m. Come ebbe a notare Hittorf, il Colosseum è la copia-interpretazione del Pantheon realizzato da Canova a Possagno.

    Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862. Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.
    Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862.
    Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.

    Il gigantesco panorama dipinto da Thomas Corner, rappresentava la vista di Londra dal campanile della Cattedrale di St. Paul. Al centro si alzava una torre definita con gli stessi parametri del campanile. Alta 11,5 m. racchiudeva un ascensore centrale e scale a doppia elica. Da qui si raggiungeva la piattaforma di osservazione. Al di sotto della torre da cui si osservava il Panorama si apriva una vasta rotonda con la funzione di spazio espositivo per sculture. E poi serre e sale per intrattenimenti vari. All’esterno era stato costruito un parco che con l’aiuto di specchi e trucchi scenografici appariva notevolmente più vasto di quanto non fosse in realtà. Fontane, cascate, grotte, terrazze, fiori e piante esotici, passaggi sotterranei, un giardino zoologico e anche un cottage svizzero dalla cui finestra si poteva ammirare un torrente e una cascata. Alla sera il giardino era illuminato da lampade a gas nascoste tra le piante mentre una luna artificiale risplendeva in cima all’edificio.

    Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
    Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
    Cottage svizzero nel parco del Colosseum
    Cottage svizzero nel parco del Colosseum

    In un testo di Edward Walford, tratto da Old and New London, si legge: “In alcune dimore nel Regent’s Park vi hanno abitato illustri personaggi tra cui Ugo Foscolo, durante l’esilio dall’Italia. Qui si costruì un cottage (il famoso Dygamma Cottage presso South Bank a Regent’s Park) arredato lussuosamente e con gusto. Ai suoi amici diceva: “ Ricco o povero morirò da gentiluomo, in un letto pulito, circondato da busti di grandi uomini…e siccome dovrò essere seppellito in Inghilterra, sono felice di avere, per il resto della mia vita, un cottage indipendente, circondato da arbusti e fiori, dove coustrirò una piccola abitazione per il mio cadavere”. In realtà morì a Turnham Green nel 1827 e fu seppellito a Chswick.”

    La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick. dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.
    La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick.
    Dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.

    Per mantenere un tale progetto sempre all’altezza per soddisfare le aspettative del pubblico servivano finanziamenti importanti. Hornor non fu più in grado di pagare i suoi debiti. Susseguirono altri imprenditori ma la gestione fu sempre in perdita. Il colosseum fu demolito nel 1875.

    Come abbiamo già detto il Panorama nasce a Londra ma la vera capitale fu Parigi. Nel 1799 Robert Fulton si accordò con Barker e fu il primo a mettere in atto l’importante licenza con la costruzione del primo teatro circolare al Jardin des Capucines. Tra il 1800 e 1801 si aprirono una dopo l’altra altre due rotonde nei giardini dell’Hotel de Montmorency-Luxembourg, nel Boulevrda Montmatre, demolite poi nel 1831. Nel 1809 fu inaugurata una nuova rotonda all’angolo di Boulebard des Capucines e Rue-St-Augustin. Nel 1831 Charles Langlois, primo ufficiale di Napoleone aprì la sua rotonda in Rue des Marais-du-Temple inaugurata con la Battaglia navale di Navarino. Una delle grandi innovazioni fu la piattafarma con i connotati della poppa di una nave dove lo spettatore era chiamato a partecipare alla battaglia trovandosi al centro dell’azione. Langlois perfezionò l’imitazione del terreno, potenziò l’effetto con l’illuminazione a gas per simulare il fuoco, e ventilatori per mutare la brezza del mare. Il successo fu clamoroso tanto che l’architetto Jaques Ignace Hirtoff, richiese la costruzione di una rotanda dal diametro di 40 m. a nord dei Champs Elyséè tra Cours la Reine e Grand Carré de Fetes. L’architetto progettò una rotonda molto innovativa con accorgimenti da sperimentare. La finalità era di rivelare un maggior senso di illusione con pochi ed essenziali accorgimenti come modificare il disegno del tetto in modo da eliminare l’asse centrale, liberando completamente la piattaforma.

    J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l'Architecture, 1841
    J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l’Architecture, 1841

    Questo significava che la copertura non poteva più reggersi su un sostegno centrale da dove entrava la luce naturale, un problema che avrebbe condizionato l’intera struttura. Pensò di adottare i nuovi materiali ed una nuova tecnica costruttiva ma la sua sfida ai modelli tradizionali spaventò il costruttore. Il panorama di Hirtoff non venne mai realizzato secondo il suo progetto ma fu costruito in una versione modificata, molto più pesante e massiccia. Il progetto di Hirtoff senza il sostegno centrale diventò un riferimento obbligato per le successive costruzioni.

    Continua….

  • Dare i numeri sulla buona scuola.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Proprio dare i numeri, anche in senso figurato. Questo mi pare sia il risultato della consultazione ministeriale “ciceroprodomosua” della Buona Scuola. Cosa ci si aspettava che dicessero i docenti? E i genitori? E i Presidi? E le associazioni di docenti tese spasmodicamente, a parte rare illuminate eccezioni, ad aumentare gli orari delle loro classi di concorso? Ricordo che fosse più attendibile e anche meno superficiale la famigerata consultazione del ministro Berlinguer che ne ebbe anche a soffrire! Mettendo insieme le priorità espresse dai vari interlocutori  viene fuori poco e sarà il Governo a fare quello che vuole insieme a Confindustria che tanto pare apprezzare il magico e “rivoluzionario” new deal. L’edilizia scolastica viene lasciata a parte come se non fosse determinante per una buona scuola. Ah già!  ma lì ci sono un miliardo di Euro! Sapete che gli investimenti corrispondenti sull’architettura scolastica di altri paesi in Europa (quelli che contano) sono circa 15 volte di più? Con un miliardo si riesce a mala pena ad intervenire seriamente, tra nuovi edifici, ristrutturazioni e messa in sicurezza (pro tempore..) su non più di un migliaio  tra 42.000 edifici!

    Ma questo è un discorso a parte di cui abbiamo trattato più volte. I numeri della scuola sono comunque significativi per descrivere schizofrenie, corporazioni, carenza di consapevolezza pedagogica e di equità sociale, stereotipi e burn out, assemblearismo endemico, demagogia e assistenzialismo. L’equità e il diritto allo studio sono un’altra cosa. Passano attraverso il rigore, la serietà, le pari opportunità e la giustizia che, a loro volta passano attraverso una preparazione solida ed una vocazione eccezionale di docenti e dirigenti scolastici!

    Non mi pare che si possa rifondare la scuola interpolando i dati contraddittori che ho letto. Non credo sia possibile senza le risorse adeguate con investimenti di almeno il 4% del PIL nel segmento primario e secondario solo per rimettersi in carreggiata. Qualcosa comunque si può dire e, leggendo in diagonale e molto tra le righe, qualche proposta di buon senso appare.

     Alcune brevi note sui suggerimenti che si ritengono parzialmente positivi (come facemmo per il documento programmatico da noi chiamato “voglio ma non posso“) per ciascun macrocapitolo del report.

    1. Assunzioni: fine delle graduatorie e nuove regole per concorsi collegati con preparazione universitaria ad hoc
    2. Organico funzionale: disponibilità di docenti non per “tappabuco” o “badanza”ma per attività didattiche effettive programmate anche a livello sovra-istituto.
    3. Abilitazione: obbligo di lauree ad hoc per insegnare qualsiasi disciplina più un’abilitazione a fine prova e tirocinio di almeno due anni.
    4. Concorso e classi di concorso: Il concorso deve accertare le capacità di insegnare e le competenze disciplinari. Curriculum e pubblicazioni sono solo valore aggiunto. Le classi di concorso vanno ridefinite di nuovo. Occorre copiare gli ambiti disciplinari dei paesi dove funzionano e legarli strettamente alle lauree specialistiche per l’insegnamento.
    5. Formazione e carriera: la formazione e la carriera sono per il miglioramento della qualità del docente e la sua funzione nell’ambito di lavoro collaborativo. Ne discende anche la progressione della retribuzione: merito per l’80% e anzianità per non più del 20%. Istituire una vera Associazione nazionale dei docenti.
    6. Trasparenza e valutazione: Pubblicizzare e valutare le strutture, il piano formativo e i risultati della scuola, i profili dei docenti e i loro curricula, gli esiti a cinque anni dall’uscita degli studenti. Evitare la concorrenza di tipo aziendale delle scuole.
    7. Organi di governo: Più potere agli organi consultivi e deliberativi in campo didattico e organizzativo.Meno partecipazioni esterne se non di tipo solo consultivo. Garantire che l’intervento delle famiglie e degli studenti sia di tipo costruttivo e non da semplici “clienti”.
    8. Scuole aperte: questo punto è legato strettamente agli spazi della scuola e ad una concezione dell’edilizia scolastica come “diffusione” dei luoghi dell’apprendimento. Vedi anche: Gli spazi della scuola diffusi nel territorio – Politiche educative – Education 2.0
    9. Burocrazia: la burocrazia va semplificata e digitalizzata realmente. Non raddoppiare gli archivi (cartacei ed elettronici) formare realmente il personale. Adeguare strutture e reti.
    10. Conoscenze e Competenze: riequilibrare il peso di conoscenze e competenze, fin dalla scuola dell’infanzia, da tempo abbandonate o sottovalutate ma strategiche per un paese come l’Italia e fondamentali nella formazione della persona ad ogni età della vita: creatività, arte, musica, educazione fisica, educazione civica,educazione economica e politica.
    11. Sistema scolastico: i cicli scolastici vanno cambiati in funzione della costruzione di un sistema duale. I danni alla scuola e l’analfabetismo di ritorno sono nati dalle riforme degli anni ’60. Prima fra tutti la perniciosa introduzione della scuola media unica nel 1963: lo spartiacque tra una alfabetizzazione ed una formazione adeguate e una progressiva dealfabetizzazione per rincorrere il falso mito dell’egualitarismo (non dell’equità) scolastico e la sostanziale abolizione dei percorsi vocazionali. Occorre un obbligo scolastico fino ai 18 anni in percorsi distinti per chi intende lavorare ed applicarsi nelle professioni tecniche e in  arti  e mestieri applicati ( manualità colta degli istituti tecnici e professionali) e chi invece vuole aderire a percorsi più teorici e speculativi (struttura liceale) Nessuna preclusione con adeguati accorgimenti di passaggio da un percorso all’altro e adeguato sostegno per i capaci e meritevoli. In molti paesi ha dato prova di funzionamento.Il percorso artistico deve essere un segmento a parte, collegato a Conservatori, Accademie, ISIA, Scuole di architettura etc…
    12. Scuola e mondo del lavoro: è la scuola che deve servirsi del mondo del lavoro, non viceversa, Questa è una regola fondamentale e da questo discendono tutte le possibilità di raccordo proficuo per entrambi evitando sfruttamenti e inutilità di stages e laboratori. Anche qui occorre copiare l’erba del vicino! Le aziende avranno sgravi ed agevolazioni e gli studenti saranno remunerati.
    13. Risorse finanziarie: le risorse della scuola da fonti pubbliche e anche da sponsors. I fondi pubblici erogati anche su base premiale rigorosa anche in base ai contesti in cui si opera. Trasparenza, rigore, efficacia ed efficienza. Il privato può intervenire su strutture, edifici, laboratori, rapporti scuola-lavoro. Ben venga il crowd funding serio che abbia una caratteristica avanzata di banca etica autentica.
    14. Quello che manca: manca la vera fase di progettazione della nuova scuola. Ora va avviato rapidamente e per tappe certe e ravvicinate un lavoro di gruppi composti da docenti,dirigenti ed esperti militanti presi dal territorio della scuola e adeguatamente compensati per questo difficile e prezioso lavoro!
    15. GRAZIE A TUTTI! E ORA FARETE COME VI PARE?

    La grafica della  pagina finale pare emblematica e ahimè profetica: è l’immagine una bolla di sapone? Speriamo con tutte le forze che non lo sia davvero. E speriamo che ci si metta a lavorare rapidamente e per gruppi presi dalla trincea di docenti, presidi ed esperti militanti come si fece virtuosamente ai tempi di Brocca che realizzò un ottimo lavoro, cooptando gente della scuola nel lavoro diretto di riforma, vanificato però poi dalla maledetta consuetudine distorta dello sperimentare in eterno!

    Per la scuola meglio questa immagine…

    IMG_1916

  • Lo sguardo educato (6)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

    La città in bottiglia

    Se il pubblico rispose positivamente e con entusiasmo alle esibizioni panoramiche, non fu così per il “salotto buono” dell’Arte. I personaggi che contavano nel mondo dell’Arte, ovvero la parte più intellettuale formata anche dagli artisti già consacrati Maestri, avevano opinioni differenti. Alcuni come Joshua Reynolds (pittore e fondatore della Royal Academy of Arts), John Ruskin e Jaques Louis David lo sostennero. Caspar David Friedrich nutrì il desiderio di realizzarne uno dopo essere stato a Reisengebirge, con l’intento di rappresentare la sua impressione più che descrivere i particolari del paesaggio. Delacroix difese con passione Charles Langlois, primo ufficiale di Napoleone nonché reporter, panoramista di battaglie e grande innovatore di effetti speciali. Il giudizio di John Constable fu molto più prudente. Guardava lo spettacolo del Panorama con gioia pur giudicandolo “oggetto di falsità”. Le loro opinioni esprimono l’attrito tra Neoclassicismo e Romanticismo. I Romantici infatti accusarono i Neoclassici di cedere alle masse più che all’élite.

    In qualche modo gli artisti si sentivano minacciati dal Panorama e temevano che il loro lavoro artistico fosse rifiutato a favore dei panoramisti, che si sarebbero incorporati nella storia della pittura, tra l’altro protetti anche dalle Accademie. In fondo ciascun panoramista può essere paragonato ad un operaio specializzato chiamato a lavorare su un particolare soggetto dove mostrava abilità di esecuzione. L’uso della camera oscura e la meticolosa esecuzione erano caratteristiche che rientravano nel mondo delle Belle Arti, ma furono anche le ragioni per cui la pittura del Panorama, in genere molto mediocre, fu congedata dalla grande Pittura. Qualcuno scrisse nella rivista Le Mouviment social che la riproduzione della realtà se è un prodotto industriale, non è una creazione artistica. Al pubblico, felice di rimanere “imbottigliato” all’interno della rotonda, poco importava della qualità del dipinto. Era la visione d’insieme che coinvolgeva non solo lo sguardo ma, successivamente, anche i sensi. Il successo fu a livello mondiale e anche se nacque in Inghilterra, la vera capitale dei Panorama fu Parigi.

    E in Italia?

    L’Italia era vista più che altro come “soggetto da raffigurare” da parte dei pittori francesi, tedeschi e inglesi. D’altra parte anche l’assetto politico non era dei più favorevoli. Con la Restaurazione del 1815 veniva ripristinato lo spezzettamento della penisola in Stati e Staterelli, dopo la parziale unificazione politica attuata nel periodo napoleonico; l’Austria, presente in forma massiccia, con la sua politica radicalmente ostile alle aspirazioni di indipendenza e di libertà, condizionò profondamente la storia italiana dei decenni successivi. Pur rimanendo ancora tra i paesi più arretrati d’Europa, l’Italia non fu estranea al dibattito europeo attorno alle questioni dello sviluppo industriale e alle dottrine sulla libertà economica, vive soprattutto in Francia e Inghilterra. L’esigenza pratica di uno sviluppo borghese dell’economia, che appariva assonnata e con un ritmo di vita lento, imponeva la necessità di scacciare l’Austria dalla penisola. Solo nel 1861 si proclamò il regno d’Italia, ma l’unificazione non comportò sensibili modifiche alla vita economica e alla struttura sociale del paese. Per molti anni ancora dopo il 1861 l’agricoltura rimase l’attività prevalente dell’economia italiana rispetto a quella industriale e commerciale, tranne che in alcune città del Nord (Torino, Milano, Genova ma anche Mantova, Lodi, Alessandria). Ma nell’insieme l’unità politica si compì in una generale stagnazione della vita urbana come di quella rurale.

    Non c’erano quindi i presupposti necessari per lo sviluppo del Panorama, se pensiamo che in questa data tale dispositivo aveva già fatto il suo corso con le proprie evoluzioni (ricordiamo che il Diorama di Daguerre fu presentato nel 1822).

    Tuttavia anche l’Italia ha avuto comunque le sue rotonde. I Panorami erano di solito importati dall’estero, e il genere non riuscì a radicarsi come altrove in Europa, probabilmente a causa, tra l’altro, della scarsa consistenza di quella mentalità “industriale” necessaria per organizzare i grandi spettacoli pittorici. Comunque negli anni ‘80 la Société anonyme des Panorama cercò di lanciare il Panorama anche in Italia, con Gli ultimi giorni di Pompei, a Napoli nel 1882, di C. Castellani e M. Baillet, e, sempre lo stesso anno, con la Battaglia di Palestro, a Roma, ancora di Castellani.

    A Milano, durante l’Esposizione italiana del 1881 venne esposto il Panorama della Battaglia di Solferino (probabilmente si trattava del Panorama dipinto da Laglois o di una sua replica), in una rotonda costruita tra il Foro Bonaparte e la Piazza d’Armi, accanto ad altri “divertimenti straordinari” quali il circo e il pallone frenato; l’edificio era finanziato dal belga Maurice Le Tellier, aveva un diametro di 40 metri, lo scheletro in ferro e la copertura in zinco e vetro, opera degli ingegneri B. Bettelli e L. Broggi. La facciata era stata decorata dal pittore Pietro Michis con due figure allegoriche, la Scienza e l’Arte, che alludevano rispettivamente, all’ottica e alla pittura dalla cui fusione si produceva “l’incantevole effetto dei Panorami”.

    Milano, Rotonda dei Panorami al Foro Bonaparte, di B. Bettelli e L. Broggi, 1881.
    Milano, Rotonda dei Panorami al Foro Bonaparte, di B. Bettelli e L. Broggi, 1881.

    Anche Torino ebbe un suo Panorama durante l’Esposizione italiana del 1884, una Veduta di Roma, sistemata in un padiglione nei giardini della Cittadella.

    Anche all’esposizione di Roma del 1911 erano presenti due grandi vedute della città, chiamate ancora col nome di Panorama (ormai usato con grande genericità), anche se non avevano più nulla della tradizionale struttura circolare, pur conservando, forse, qualcosa dell’antico carattere di ricostruzione illusionistica di uno spazio. A Castel Sant’Angelo, nell’antica infermeria, era stato ricostruito un piccolo convento medioevale, completo di ambienti e arredamento; dal suo interno, attraverso due finte finestre prospettiche progettate da Vittorio Costantini, si potevano vedere due vedute della Roma medioevale, due quadri che si fingevano vere aperture visive verso l’esterno; dal campanile Roma al tramonto vista dal Priorato di Malta sull’Aventino, dipinta da Antonio Grassi, e dalla cella di un monaco Roma all’alba vista dal convento dell’Ara Coeli, di Umberto Prencipe. I soggetti erano stati ripresi da disegni del codice Escurialense, su indicazione dello storico dell’arte Federico Hermaninn.[1]

    [1] Silvia Bordini, Storia del Panorama, , Officina Edizioni, Roma, 1984.

    Continua…