Categoria: Educazione

  • Dialogo tra un educatore errante e un venditore di almanacchi

    Dialogo tra un educatore errante e un venditore di almanacchi

    EE: L’idea dell’educazione diffusa non piace affatto all’establishment psicopedagogico perché non utile a troppi interessi e stereotipi da conservare a tutti i costi    

    VA: Esatto. Hai centrato il nodo politico e culturale della questione: l’“educazione diffusa” (nella sua forma più radicale — come visione di un apprendimento che si dà nella vita e non nell’istituzione) mina le fondamenta stesse del sistema di potere educativo, che si regge su:

    la separazione fra “tempo di apprendere” e “tempo di vivere”;

    • la dipendenza dallo specialista (insegnante, psicologo, pedagogista);

    • la burocratizzazione del sapere (valutazioni, crediti, certificazioni);

    • la domesticazione della curiosità, ridotta a competenza misurabile.

    EE: E l’establishment ignora o reagisce?

    È naturale, dunque, che l’establishment psicopedagogico reagisca difendendo lo status quo, perché quell’ordine assicura la propria esistenza e la propria rendita simbolica.

    EE: L’educazione diffusa è considerata   “eretica” ?

    VA: L’educazione diffusa — così come la intendono Paolo Mottana o Giuseppe Campagnoli,rompe la cornice stessa della scuola:

    • non si tratta di “portare fuori” la scuola, ma di disinnescare l’idea che la scuola sia un recinto del sapere;

    • non si tratta di “motivare” gli studenti, ma di restituire senso al mondo come spazio educativo;

    • non si tratta di “riparare” la crisi della scuola, ma di immaginare un’educazione senza recinto, senza voti, senza gerarchie fittizie.

    In questa visione, la città, il territorio, la rete, le relazioni, le esperienze, la manualità, l’arte, la cura diventano luoghi d’apprendimento autentico.

    È un paradigma che mette in crisi ogni struttura verticale — e per questo spaventa

    EE: Qual’è il paradosso dell’establishment?

    Lo psicopedagogismo istituzionale parla di inclusioneautonomiacompetenzebenessere scolastico — ma dentro una gabbia organizzativa che produce l’esatto contrario:

    • stress, isolamento, competizione, impotenza educativa.

    Ogni innovazione “accettata” viene rapidamente assimilata e neutralizzata (basta vedere il destino delle “classi aperte”, della “didattica laboratoriale”, del “service learning”…)

    EE: L’ Educazione diffusa è una pratica di liberazione?

    VA: Tu hai ragione: non è un’utopia ingenua, ma una possibilità concreta di rigenerazione culturale, che parte dai margini — famiglie, docenti, gruppi, territori, esperienze comunitarie — che decidono di non delegare più la crescita umana a un apparato.

    È una politica della libertà educativa ma anche del pensiero critico che permette di vivere il mondo:

    « L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

    Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità  planetaria.

    Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi:deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno.L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale). »

  • Ci siamo venduti l’abbecedario come Pinocchio?

    Da un articolo del 2015 aggiornato in peggio.

    L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano (non vorrei fossero tra i neo-analfabeti!) che internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori (sempre meno santi e poeti) è che il 5 per cento delle persone in occidente (in teoria il piunon è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello “cuneiforme”; il 40 per cento ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30 per cento gravi difficoltà a comprendere ciò che legge: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”. Il resto sono neonati o bambini  in età pre-scolare. Solo il 20 per cento è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace non solo quella tradizionale ma, ahimè, anche quella digitale! Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere “gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”?

    Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei quattordici anni (!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali (anche, eventualmente per limitarne la portata) della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi, Foscolo anche scrittori come Cesare Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Non si riesce più ad instaurare un discorso, una semplice comunicazione, un dibattito con moltissime persone tra i venti e i cinquanta anni. Si ha la forte sensazione di non essere compresi e che tutto ciò che viene detto o scritto, spesso con estrema presunzione unita al non rendersi conto dei propri terribili limiti, è frutto di tanti“copia e incolla” materiali e mentali  da quel terribile coacervo di nozioni e informazioni incontrollate e il più delle volte decisamente poco attendibili che è la tanto osannata “rete” dove per navigare, non esagero nell’affermarlo, ci vorrebbe una patente speciale!

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    La scuola diffusa. Alimentiamo passioniPaolo Mottana

    Nella scuola, mettiamoci in gioco Franco Lorenzoni

    La scuola cambiata dai bambini Rosaria Gasparro

    Una volta, con umiltà, per crescere e continuare a studiare seriamente per tutta la vita, anche svolgendo i mestieri più pratici e meno intellettuali, si ammetteva di non sapere:  “nescio nescire” dicevano i latini. Pochi sono consapevoli di non sapere, o di non sapere abbastanza per vivere in un consesso civile, per lavorare e per comunicare con gli altri in modo non istintivo, a volte belluino, sovente superficiale. Si vorrebbe vivere in una specie di paese dei balocchi dove tutto è semplice e quando non si riesca in qualche cosa per la propria incompetenza, ci si affretta a dare la colpa a qualcun altro: lo stato, la politica, il pubblico, il privato, la scuola e chi più ne ha più ne metta.

    Le responsabilità ci sono ma vanno ben individuate con cognizione di causa. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto. Ma è ancora chiusa fisicamente e idealmente è controllata da programmi, burocrazie e indirizzi. Di fatto è così. È da lì che proviene la comprensione delle cose e la capacità di discernere e di decidere. Un nuovo fallimento nel rifondare la scuola sarà il fallimento per tutto il resto. Pensiamoci bene ed evitiamo di fare demagogia o populismo.

    Abbiamo già affrontato il problema scuola e proposto alcune soluzioni tanto per partire con il piede giusto. Questi i punti essenziali e, a nostro avviso, irrinunciabili da cui deriverebbe una organizzazione ribaltata del concetto di scuola per andare decisamente oltre.

    1. Rivoluzione sottile dei concetti di educazione, istruzione e formazione per rafforzarne i significati collettivi e diffusi. La controeducazione è “l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza”, Paolo Mottana in Controeducazione. Non più maestri e scolari ma guide ed esploratori della conoscenza e del fare sparsi per le città e i territori.
    2. Ridefinizione dei luoghi dell’apprendere in una accezione di ricerca, scoperta scambio diffuse a tutta la città, e al territorio. Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitetturae la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti – scuole, musei, botteghe, teatri… – e dei luoghi – piazze, strade, radure, boschi… – per renderli virtuosamente  eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

    Non si esaurisce qui il problema ma i capisaldi imprescindibili sono quelli indicati e se non si  affronterà la situazione in questo modo l’Italia e forse il mondo intero non si riprenderanno mai dalla perniciosa malattia del mercato e del dominio. Cerchiamo di riscattare l’abbecedario dalle lusinghe di Lucignolo e dalla furbesca perfidia del Gatto e della Volpe mercanti, ladri e truffatori che poi, anche per i classici, coincidevano in Mercurio dio di entrambi.

    Leggerete tutto meglio e in profondità nel libro in pubblicazione La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.

    * Architetto, docente, è stato dirigente scolastico e autore di saggi su scuola, architettura, costume.

    ** (Ho questo articolo di due anni orsono nel riprendere alcuni studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti (?!) sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello “stato presente dei costumi degli italiani”: l’alfabetizzazione primaria).

  • La bella Costituzione quotidiana

    La bella Costituzione quotidiana

    di Giuseppe Campagnoli

    Chi governerà lo farà bene e onestamente solo se darà una risposta concreta e rapida agli articoli più vicini ai cittadini e più suscettibili di applicazione immediata per un minimo di equità sociale. Questo è il nodo della nostra Costituzione e ancora valido e da applicare.

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    L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

    Lavoro per tutti secondo la propria preparazione,i propri meriti e la propria capacità,con redditi adeguati a questi meriti e capacità comunque commisurati solo ad una vita dignitosa. Il lavoro come mezzo per soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali, non per il profitto e l’accumulo, non per la speculazione e l’arricchimento. Ricordiamo che dietro ogni ricchezza anche piccola c’è sempre un crimine.

    La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. 

    Le forme e i limiti della costituzione sono le libere elezioni e il parlamento in una unica Camera  e tutto ciò che vi è connesso. Il popolo esercita la sovranità indirettamente attraverso rappresentanti qualificati e scelti secondo delle regole democratiche. Non è attuabile alcuna forma di democrazia diretta: diventerebbe una pericolosa forma di demagogia e populismo. I cittadini comunque debbono poter scegliere i propri rappresentanti nominalmente. Sarebbe utile limitare tutti i mandati politici ad un quinquennio. L’unico mandante è il cittadino, non il partito o il movimento politico.

    (altro…)

  • ..ma sei fuori!?                                                      Il convegno sull’educazione diffusa a Milano

    ..ma sei fuori!? Il convegno sull’educazione diffusa a Milano

    Alcune belle frasi ed immagini dal reportage di Anna Sicilia  al convegno organizzato da Quartiereducante il 26 Maggio a Milano.  Un bel gruppo di appassionati rivoluzionari dell’educazione e della città.

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     “Ci ha incantato coi racconti video del suo approccio all’educazione diffusa , che lo ha portato a lavorare con la sua classe
    Al progetto Le pietre che narrano … PAESAGGI FUTURI DEL-LA CITTA’ EDUCANTE, itinerario didattico a molteplici sfaccettature (dalle scienze alle matematiche, dalle scienze all’arte, dalla storia alla filosofia, dalla geografia alla poesia) che vuole stimolare l’immaginazione degli insegnanti coinvolti e dei ragazzi dell’istituto.
    Un progetto che è culminato con la realizzazione di una mappa corematica del “Paesaggio Vimercatese”, una “Cartolina Geosofica”, un “quadro”, una “fantastoria”, un video .
    Antonio dimostra come anche il singolo docente, pur tra mille difficoltà, può applicare l’educazione diffusa nell’approccio alla sua classe.
    ” Ho trovato più appoggi fuori che dentro la scuola ” racconta. E infatti Antonio ha creato una comunità unità intorno al suo progetto, che vede anche il coinvolgimento della Banca del Tempo , proiettando i ragazzi in una dimensione dell’ apprendimento appassionata che li ha formati come cittadini attivi , abitanti coscienti del mondo e parte di una comunità educante.”

    Antonio Giulio Cosentino,

     

    “Chi dicesse che il principio di libertà informa oggi la pedagogia e la scuola farebbe ridere, come un fanciullo che davanti alle farfalle infilate insistesse ch’esse sono vive e che possono volare. Un principio di repressione estesa talora fino quasi alla schiavitù, informando gran parte della pedagogia, ha informato anche lo stesso principio della scuola” (M. Montessori) “Semi di educazione diffusa già esistono .”

    Sonia Coluccelli

     

    “Come l’ Universitad de la Tierra.
    O come Cultura in Movimento.
    O Come “E noi che pensavamo fossero palloncini” di Monterotondo.
    ( e molti altri…)
    Tutti hanno elementi in comune.
    Prima di tutto il bisogno di comunità, il passo lento, l’essere nel qui e ora nell’azione, in ogni modo.”

    Gianluca Carmosino

     

    “Ci si lamenta dicendo “Questi ragazzi difficili sono come leoni in gabbia” ma difficilmente si riesce a creare un’ alternativa perché la loro vitalità diventi una risorsa. Bisogna assolutamente ripartire dai bambini per rimettere in crisi i modelli precostituiti , pedagogici , sociali e culturali. Perché i bambini sono tra i pochi soggetti della nostra società non alienati.( Finché non vengono colpiti dal virus dell’adultomorfismo. ) Manca un progetto politico che lavori per cambiare la scuola in sinergia con i dirigenti scolastici e gli insegnanti. Per cui bisogna creare, ora, un manifesto di Educazione diffusa con punti ben chiari ,da far sottoscrivere ad assessori e dirigenti scolastici, monitorati e verificati nel tempo. É di questo che abbiamo bisogno. Che si crei un progetto di comunità. Perché noi abbiamo bisogno di una società educante. É un atto politico portare questo modello nella società. É una sfida che non dobbiamo perdere di vista.”

     

     

    “La scuola deve aprirsi al territorio.
    Andare oltre le mura.
    Ecco la città educante. Nessun reclusorio scolastico , ma una forma di progettazione che riveda la città, che recuperi vari luoghi per farli diventare accoglienti per le varie forme di Educazione diffusa.
    Bisogna realizzare sinergie tra scuole, amministrazioni comunali e architetti, sinergie che spingano fuori dall’edificio scolastico i bambini e i ragazzi facendo rinascere anche le città che ora sono vuote della vita dell’infanzia e dell’adolescenza.
    “Che i giovani architetti si uniscano a noi per ricominciare a riprogettare la città perché diventi città educante”

     

    “I ragazzi che fanno esperienza fuori e dentro la scuola sviluppano comunque competenze .”
    ( Loredana Leoni, MIUR )

    “La scuola deve comunicare con il mondo circostante, non è una monade. ”
    ( Andrea Fianco , psicologo della Gestalt )

    “L’anarchismo e il pensiero libertario hanno sempre avuto ben chiaro il nesso tra rivoluzione ed educazione.”
    (Filippo Trasatti )

    Gabriella Conte, dirigente scolastico milanese dell’Istituto Capponi, racconta come e perché ha aderito col suo istituto, alla proposta di Gaia Educazione diffusa

    Paolo Mottana e Francesca Martino gli anfitrioni del convivio controeducante.

     

    Le emozioni teatrali educanti di Remo Rostagno e la moglie Bruna.

     

     

  • La scuola senza mura

    La scuola senza mura

     

     

    D’ora in poi e per tutto il 2018 il materiale che verrà prodotto (articoli,video,resoconti…) sul tema della Città educante e della educazione diffusa verrà pubblicato nel nuovo sito web: http://www.lacittaeducante.com Vi aspettiamo.

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    Giuseppe Campagnoli

  • Finestra sulla città educante alla Mostra Convegno “Progettare scuole insieme” a Bressanone

    Finestra sulla città educante alla Mostra Convegno “Progettare scuole insieme” a Bressanone

    Progettare scuole insieme. Tra pedagogia, architettura e design. Una voce fuori dal coro? Questa settimana l’esordio del Convegno a Bressanone.

    Il Manifesto della città educante e le sue implicazioni di disegno urbano saranno presenti con un pannello alla Mostra Convegno di Bressanone dei prossimi 27 e 28 Ottobre 2017.

    La Mostra Convegno, organizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano avrà il suo momento topico sabato 28 ottobre con l’inaugurazione della mostra “Forte di Fortezza”. Ringrazio Beate Weyland per aver ospitato anche le nostre idee decisamente controcorrente sia in ambito pedagogico ed educativo che architettonico, non era affatto scontato, visti i boicottaggi cui siamo stati oggetto dall’uscita del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e del sottoscritto. Vi anticipiamo il contenuto della presenza con l’immagine del post che sarà esposto durante il Convegno e con qualche riferimento fotografico che ripercorre la storia del nostro cammino. Nel frattempo sono lieto di annunciare che alla fine del mese di Novembre verrà messa in cantiere la pubblicazione del prosieguo “architettonico” del Manifesto della città educante con il manualetto “Disegnare la città educante” che contiene spunti, idee, suggerimenti anche grafici, per le amministrazioni, i sindaci, e gli architetti coraggiosi che volessero cimentarsi in esperimenti concreti di  disegno urbano della città dell’educazione.

    Giuseppe Campagnoli 23 Ottobre 2017

     

    POSTER BRESSANONE

     

     

  • Lectio brevis

    Lectio brevis

    Le vicende di questo periodo della mia vita, dal successo incipiente dell’idea di scuola diffusa grazie anche al prezioso contributo degli amici Paolo Mottana e Asterios Delithanassis, mi fanno ripensare al primo scritto lungo (non lo chiamo libro) che in solitaria ho affrontato sulla scuola nel lontano 2009 appena sbattute anzitempo tutte le porte delle burocrazie scolastiche e architettoniche per intraprendere una strada libera e autonoma del pensiero. Di quello scritto mi piace oggi ri-citare le parti in cui descrivo “dal di dentro” un mondo pieno di contraddizioni e di ridicole pantomime che ancora perseverano nei patetici e drammatici conati di riforme,  riformine e riformacce.

    Ecco una teoria di stralci in cui molto si riconosceranno e riconosceranno anche personaggi che, chissà come mai, hanno anche fatto ad oggi improvvise carriere burocratiche e accademiche oltre che assumere impensabili e fors’anche improbabili incarichi di grande responsabilità.

    Senza titolo

    “Questo scritto è il risultato artigianale di una proposta che doveva confluire in un libro da pubblicare alla scadenza degli obiettivi che l’Europa, nella Conferenza di Lisbona del 2000, si era prefissata di raggiungere nell’educazione e nell’istruzione entro il 2010. Il saggio elaborato a “quattro mani” da me e da un amico che ringrazio per avermi accompagnato in questa fatica per oltre un anno e mezzo e che non ha trovato interesse nei nostri blasonati italici editori. I miei capitoli, dopo i numerosi grandi rifiuti, sono stati raccolti in questo saggio, insieme ad altri scritti che ricompongono un racconto della mia vita di architetto, insegnante, dirigente scolastico e consulente del Ministero dell’Istruzione.  L’idea originaria per un libello in tandem sarebbe stata buona, ma gli editori cui ci siamo rivolti, con la solita ipocrita formula “non rientra nelle nostre attuali linee editoriali” l’hanno bocciata senza appello, salvo aver poi pubblicato libri alla moda sulla scuola, pamphlet costruiti a tavolino da ghostwriters e giornalisti che trattano di scuola persentitodire, da scrittori improvvisatisi esperti della materia, trattata spesso come un gossip.Ecco alcuni pedagoghi dilettanti che hanno scritto di scuola (li cito intenzionalmente senza dividere il grano dall’oglio, che è abbondante e invito anche voi lettori a discernere): Daniel Pennac, Paola Mastrocola, Gianfranco Giovannone, Mario Giordano, Giovanni Floris, Paolo Mazzocchini, Andrea Bajani, Frank Mc Court, Gianni Resti, Chiara Friso, Vittorino Andreoli, Orazio Niceforo…E la Litizzetto? E Bruno Vespa? Che cosa aspettano? Dov’è il loro libro sulla scuola?  Più realisticamente, allora ho preferito percorrere la via dell’autopubblicazione. Spero di poter far giungere le mie idee più lontano possibile.” “Non ho frequentato una scuola materna, ma ho avuto insegnamenti materni e paterni, oltre che bucolici, avendo vissuto da 0 anni a 11 anni nel giardino della mia casa-scuola, giardino rurale di S.Croce.

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    Ricordo le passeggiate tenendo al guinzaglio mucche al pascolo che mi salutavano con le loro lingue raspose come enormi cani da passeggio! La scuola elementare fu il naturale proseguimento degli insegnamenti tra natura e cultura, con un padre maestro amante dei numeri e della filosofia e una madre maestra amante della musica e della poesia, ma soprattutto del teatro. I miei fratelli condividevano questa specie di comune educativa familiare che si allargava agli altri allievi che, a piedi, raggiungevano la casa-scuola dalle campagne circostanti e avevano sempre qualcosa da insegnare. La solitudine della natura e del pensiero attraverso il rigore magistrale di mio padre e quello dolce e severo di mia madre hanno qui avuto origine e, in qualche modo, costruito la mia controversa personalità, che ha attraversato la vita in alterne fasi artisticamente trasgressive ed edonistiche o rigorosamente etiche e conformiste.

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    Solo ora, nella terza età, abbandonando un lavoro sostanzialmente insoddisfacente, sono alla ricerca, attraverso il passato, senza rimpianti, della mia originaria creatività trasgressiva e prepotente! La scuola mi ha sempre accompagnato non come aspetto marginale o strumentale. Ogni luogo e ogni attività è stata sempre legata in qualche modo alla scuola.Natura e scuola; poesia teatro musica e scuola; architettura e scuola; arte e scuola, amore e scuola! Il privato si è, invece, spiegato in direzione spesso opposta, spesso utilitaristica: a soddisfare solo una delle mie due anime: quella tranquilla e razionale, quella della prosa che consentiva, solo a tratti, di riaffiorare, spesso con prepotenza, all’anima poetica, drammatica, visionaria e passionale che pochi oggi conoscono perché è un mio grande segreto incolpevole e sacro. La passione per la scuola è legata a episodi importanti della mia vita: un libro, una dedica, affinità platoniche che mai avrebbe potuto essere altrove e che ritrovo in alcuni momenti cruciali di pensiero e di memoria. La legge del contrappasso mi ha fatto abbinare una vita sentimentale più banale, più prosaica, come a cercare il rovescio della mia medaglia. Viene, comunque, il momento di un’eredità che si costruisce inaspettatamente e consente di coltivare ancora passioni e amori intellettuali. Un’eclettismo irrequieto che mai si è rassegnato ad affrontare solo una strada. Con la Scuola sempre e comunque in sottofondo per i miei ricordi di scolaro, di studente liceale, di universitario, di docente, di preside, di uomo.”

    “L’essenza dei mali della scuola, delle sue burocrazie e degli stereotipi è visibile nei riti che si replicano e che rappresentano la spia di una scuola malata.

    1 Settembre: l’auditorium della scuola è affollato, molti gruppetti di docenti abbronzati discutono animatamente: si sentono racconti di vacanze e acconti di lamentele per l’anno che sta per iniziare. Entrano il Preside e la sua corte con circa tre quarti d’ora di ritardo e si siedono al tavolo della presidenza.

    1 Settembre: la sala delle Comunicazioni al Ministero 2 è semivuota, qualche borsa appoggiata qua e là, gruppetti di persone che chiacchierano nel corridoio esterno. Sono già trascorsi trenta minuti dall’ora stabilita. Al tavolo della presidenza, già in posizione, due mega direttori generali, qualche ispettore e funzionario. La riunione è fissata dalle 10 alle 13: debbono arrivare convocati da tutta Italia: sono già le 11 e la sala è ancora in attesa.

    5 Settembre: la sala è già piena. Qualcuno arriva trafelato alla spicciolata e prende posto. Il Direttore Generale Regionale è sul suo scranno attorniato dallo staff di ispettori, funzionari, dirigenti, sagrestani e scruta la platea, mentre di fronte a lui si forma un capannello di questuanti e di presenzialisti.

    La riunione doveva iniziare da mezz’ora…

    15 Settembre: il professore è in cattedra, l’aula è semivuota e stanno entrando i primi studenti con 10 minuti di ritardo e già sono a pistolare col cellulare (proibito) o a imbellettarsi fissando attentamente lo specchietto (tollerato). I riti si ripetono immutabili nel tempo, le cose che si dicono, sono sempre le stesse, i ruoli e le gerarchie restano, sfumati ma persistenti. Un cambiamento nel tempo, però, c’è stato. Nel bene e nel male il protagonismo si sta evolvendo al femminile: ministre in performance su You Yube, direttrici generali rare ma spumeggianti, fantasmagoriche, efficienti simboli viventi della managerialità pubblica emergente; dirigenti scolastiche rampanti pronte a fare da coreute al Direttore Generale di turno che stigmatizza, cito testualmente, il cachinnare dei tempi moderni e le onora dell’appellativo di ancillae domini; docenti prese dal furore della pedagogia e della modernità; studentesse di successo, ferocemente competitive e irraggiungibili nelle performances da compagni di classe sempre più avviliti. Falsi femminismi e maldestra emancipazione anche nella scuola che puzza sempre di più di antifemminismo e di razzismo antigenere quando spinge la donna a  fingere di essere un uomo per avanzare socialmente e professionalmente. Sono le movidas delle platee scolastiche e, se il buongiorno si vede dal mattino, non vi risparmio il racconto di queste performances che sono la spia, il risultato ma anche una delle tante cause del malessere scolastico. Per non parlare dei look da donne in carriera! Questi rituali si replicano da decenni a diversi livelli e in differenti occasioni. Il Capo ripescato dalla pensione perché allineato col Ministro saluta l’ennesimo nuovo corso della scuola italiana e i suoi proconsoli regionali a difesa del pensiero unico del “presidente-maestro”, anche qui rappresentato dall’ennesima ancilla ministra. Imperativi sui risparmi, sul rigore, sul rispetto di tempi e regole…Ancora una volta nessun nuovo serio progetto, ma lodi all’innovazione: il maestro unico, il 5 in condotta, i voti in decimi!!! Ispettori vagano con i loro borsoni in mano (ma cosa conterranno?) da un lato all’altro della sala, mentre si percepisce un’attesa nei loro sguardi per un ruolo finalmente non più da mercenari del Mecenate politico di turno o del Direttore illuminato. In un altro luogo, il manager della scuola regionale esordisce sbalordendo la platea con una raffica di citazioni latine alternate da rare sintassi nella lingua madre e qualche arcaismo da Accademia della Crusca mentre, con paludato autoincenso, snoda il rosario del “suo” Progetto culturale per la sua scuola, nella sua regione-laboratorio. Tutti gli astanti (anche quelli che dondolano il capo in avanti in segno di obbedienza) sanno essere, invece, solo una celebrazione dei narcisismi ministeriali. In questi microcosmi c’è tutta la scuola italiana, ma anche il costume e l’habitus degli italiani dabbene di leopardiana memoria. Persino nelle scuole le sceneggiate continuano. Il Preside avvia la sua allocuzione per una platea distratta e già stanca ancor prima di iniziare con un discorso dèjà entendu sulle novità ministeriali, raccomandando di essere seri e rigorosi, ma pur sempre con un occhio vigile al calo degli iscritti e a scongiurare la perdita di posti di lavoro. La platea si risveglia a ogni frase che contenga questioni economiche o sindacali, mentre guarda da un’altra parte o bisbiglia o esce e entra per fumare alla spicciolata quando si discutono il calendario scolastico, il programma delle attività, l’ora di 50 o 60 minuti! (rara applicazione nel quotidiano della teoria della relatività!)”

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    “Vige ancora la burocrazia del controllore e non quella della responsabilità, quella dell’adempimento e non quella del risultato. A fronte di risorse quasi nulle, organici fluttuanti, ma sempre più ridotti e ingessati, edilizia allo stremo e senza alcuna qualità, resiste una èlite amministrativa statale travestita da moderna managerialità che scimmiotta modelli di gestione anglosassoni senza aver modificato di uno spillo la fisionomia della scuola. Le Regioni, nella maggior parte dei casi ignoranti di scuola, con risorse umane riciclate da altri settori, si occupano maldestramente di pianificazione territoriale dei servizi scolastici, del calendario scolastico e di foraggiare, spesso in modo clientelare, quelle attività delle scuole che alimentano una perniciosa progettite che ingoia risorse distribuite a pioggia con risultati difficilmente verificabili.                                   E, nel frattempo, si simula cultura attraverso la cura dell’immagine e della visibilità a tutti i costi, per consolidare o migliorare le rendite di posizione dei dirigenti ministeriali illuminati, ma pur sempre politicamente sponsorizzati. Si inventano progetti, manifesti, concorsi, protocolli d’intesa, corsi di formazione sostanzialmente inutili perché non controllabili nei risultati e nelle ricadute, a breve e lungo termine, sui comportamenti, sulle modificazioni nelle metodologie di insegnamento e, quindi, sull’apprendimento di chi vi partecipa. Imperversano in questo clima sovrastimati e superpagati formatori, opinabili studiosi e ricercatori, cervelli emigrati altrove che trovano l’”America” in Italia pur essendo sovente degli sconosciuti. Tutto ciò gratifica pochi ingenui volontari che ancora credono alle favole psicopedagogiche e sociali di gran di moda, mentre si preparano trampolini per molti arrampicatori stanchi o incapaci di insegnare, alla ricerca di vie brevi per il successo o per appuntarsi medaglie per carriere immeritate.        In una tale deregulation, l’amministrazione statale funge sostanzialmente da passacarte senza alcuna vera capacità di coordinamento o di promozione, mentre quella regionale che dovrebbe nella mente dei legislatori assumere la governance del sistema scolastico si sta occupando solo di pochi spiccioli clientelari, di aprire e chiudere scuole secondo le necessità elettorali e di giocare col calendario scolastico! Il passaggio dai Provveditorati, che erano le mamme e talvolta le suocere dei presidi e dei direttori didattici, agli Uffici Scolastici Regionali (nella mente contorta dei legislatori tanti piccoli ministeri regionali) accanto a una autonomia scolastica zoppa, ha condotto a una confusione evidente di ruoli e ha svuotato di poteri l’amministrazione periferica, lasciando le scuole in una splendida autarchia moltiplicatrice di contenzioso.”

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    Ministri supponenti, sindacati opponenti a ogni costo, presidi manager, amministratori clientelari e funzionari ministeriali presi dalla conservazione della poltrona, si sono riempiti la bocca dell’ autonomia; hanno speso patrimoni per seminari e convegni autocelebrativi, ma sostanzialmente masochisti, senza rendersi conto che sono sempre mancati gli aggettivi capisaldi per una vera libertà della scuola: culturale, ideologica, politica, finanziaria, gestionale. In realtà, le scuole hanno dovuto fare ciò che altrove si decideva senza adeguate risorse e con l’illusione di essere in piena libertà d’azione. La cattiva burocrazia non cede il suo potere e moltiplica adempimenti e illude che non vi sia più il controllo ottuso delle procedure, mentre non c’è modo di incidere sui risultati e i presidi aprono banchetti agli angoli delle strade offrendo gadget e promozioni a che si iscrive alla sua scuola Una guerra tra poveri: veramente la scuola della miseria, non solo tra le scrivanie, ma anche tra i banchi. Leggiamo degli attacchi alla scuola di genitori sempre iperprotettivi e litigiosamente propensi a dare lavoro al TAR, leggiamo sgomenti dei trasgressivi video scolastici immessi nel circuito voyeristico di internet, del bullismo, del burn out degli insegnanti, di presidi con i numeri degli avvocati in tasca!                                                 Ma non sarà con le boutades del Ministro di turno che un problema così grande potrà essere risolto! La politica attuale per la scuola, a tutti i livelli, è quella del levare che, per paradosso, aumenta con il decentrare invece di rendere le risorse più mirate e più abbondanti, proprio perché il decentrare senza autonomia è solo una specie di abbandono al fai da te di scuole sempre più indigenti. La devolution tanto cara agli egoismi padani applicata alla scuola oltre che all’economia, al fisco e all’amministrazione in generale, nella storia italiana di colonizzazione del Sud da parte del Nord non farebbe altro che moltiplicare le differenze e aumentare povertà e ignoranza nel meridione a vantaggio del nord arricchito grazie all’immigrazione interna ed esterna e all’accumulo delle razzie perpetrate nel mezzogiorno fin dall’invasione sabauda. La scuola è morta, viva la scuola?”

    Giuseppe Campagnoli

     

  • Il Manifesto dell’educazione diffusa. Il vento ci porterà!

    Il Manifesto dell’educazione diffusa. Il vento ci porterà!

    Non è  un libro per soli addetti ai lavori.  “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana filosofo dell’educazione a Milano Bicocca e Giuseppe Campagnoli studioso di architettura per la cultura e la scuola è un libro per tutti quelli che hanno a cuore l’educazione, l’architettura e la città. E’ un libro che sogna uno scenario diverso e rivoluzionario del vivere in senso educativo la propria città e il proprio territorio. Non è un saggio paludato e accademico o di nicchia culturale ma una antologia di racconti possibili di luoghi, persone, idee. Il libro è come un insieme di favole che potrebbero diventare realtà nell’immaginario collettivo della scuola e dei luoghi dove si può apprendere per tutta la vita. Dalla critica attiva di come oggi viene vissuta la scuola nella famiglia e nella società si  passa al racconto breve ma intenso di come l’educazione potrebbe permeare vivacemente e liberamente ogni momento della nostra vita in un paese, in una città, in campagna, in montagna, ovunque vi siano luoghi e persone pronti a condividere essenza e conoscenza  utili al nostro vivere. Consigliamo di leggerlo a genitori e maestri, a sindaci e direttori di scuole, a preti ed imam ad atei ed agnostici, a giornalisti e poeti, a filosofi e psicopedagoeducatori e soprattutto a chi ama viaggiare con lo corpo e con la mente e  considera l’errore nel  senso  misterioso dell’errare, l’insegnare come indicare  le più direzioni di un meraviglioso viaggio e l’apprendere come cogliere e interiorizzare tutti gli attimi di un peregrinare  libero ed entusiasmante. E per quanto ci si sforzi ingenuamente o in mala fede di considerare l’idea un’utopia, crediamo che non lo sia, e, d’altronde, alcune buone rivoluzioni sono cominciate proprio da splendide utopie calate nel reale  come “ipotesi di lavoro e come critica efficace alle istituzioni ed alle prassi vigenti”. Anche un luogo che non esiste oggi potrà esistere domani. Se ci pensiamo bene è il fondamento dell’educazione e dell’architettura. Ne è la prova l’accoglienza prevalentemente curiosa e spesso entusiasta delle platee che abbiamo calcato per raccontare i contenuti del Manifesto e prefigurare una nuova idea di scuola e di città. Erano platee fatte di genitori, docenti, studenti ma rari amministratori o burocrati scolastici veramente interessati, se si fa eccezione per l’evento di Cattolica dove abbiamo potuto scambiare idee e proposte con assessori che consideriamo illuminati di vari comuni del circondario.

    Prossimamente altre presentazioni del libro, dopo quelle riuscitissime di Cesena, Macerata, Recanati, Pesaro alla Biblioteca San Giovanni contro l’unica patetica kermesse autocelebrativa ed  istituzional-mercantile di Pesaro presto dimenticata. Formidabili gli incontri di Cattolica al Centro Polivalente  e quella “artistica” del 13 Maggio al Liceo Fellini di Riccione e presso l’Istituto Comprensivo B.Gigli a Recanati. Presto saremo accolti dall’Università di Macerata dove interverrà  Paolo Mottana. Altre date altrove ancora da definire. Il vento di porterà, come dice la  canzone del filmato anche in tante altre città, boschi e radure e chiediamo che coloro che credono che sia un’idea impossibile ci lascino lavorare.

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    Giuseppe Campagnoli  15 Maggio  2017

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  • Gli spazi che insegnano.Venditori di scuole, di banchi, di indulgenze e di fumo.

    Gli spazi che insegnano.Venditori di scuole, di banchi, di indulgenze e di fumo.

    In occasione del nostro bell’ incontro sulla Città educante  Cattolica del 5 Maggio scorso alla presenza di assessori illuminati, amministratori e autorità non omologati e molta gente comune, vogliamo riproporre come brutto contraltare la disavventura subita una settimana fa in quel di Pesaro durante la passerella di venditori di belle scuole e di bei banchi, di fumi ed indulgenze. Eppure Pesaro  ci aveva  ben acconto nella sua Biblioteca San Giovanni giusto un mese fa (ma non c’erano politici, né autorità messe dalla politica né radical chic o prodotti da spoil system ).

    Un nostro amico esperto autorevole di scuola ha così descritto, confortato da decine di opinioni simili, la nostra partecipazione all’incontro con la proposta decisamente controcorrente dell’ “Architettura dell’educazione diffusa”: “Ho visto anche il servizio ed è chiaro il tipo di manipolazione dell’informazione che è stato fatto escudendovi dalla tribuna televisiva ed emarginando il vostro pensiero al riguardo”.

    Dal servizio Rai Tg Marche del Seminario sugli “Spazi che insegnano” organizzato dal Comune di Pesaro per il 26 Aprile u.s. una sintesi significativa dell’evento. Celebrazione e propaganda per la nuova scuola a Pesaro, concezioni obsolete dell’architettura scolastica e degli spazi. Tempo concesso solo alle interviste del progettista pro domo sua e del patetico “esperto di banchi” ma in realtà venditore di banchi. Tutto il funzionalismo ingenuo (o in mala fede?) che aborriva il mio maestro architetto Aldo Rossi in un clima molto politicante.Ed io con la proposta controcorrente di educazione diffusa e città educante dove sono? Sparito. Non oso pensare che non sia stata una libera scelta redazionale o un problema di montaggio(!),

    Gli spazi che insegnano. Ecco come è andata il 26 Aprile scorso a Pesaro.

    Sembrava tutto preordinato. Dovevo aspettarmelo già dalla stranezza dell’invito come prosecuzione di  una mia diatriba del Settembre scorso circa la promessa non mantenuta dal Comune di Pesaro  di un convegno ad hoc sulla “Scuola diffusa” e le nuove idee tra educazione e architettura della città. Forse con qualche senso di colpa (?) provarono ad infilarmi ad un altro convegno di qualche mese fa ma senza seguito.

    Ora è stata la volta degli “Spazi che insegnano” occasione ad hoc per celebrare un nuovo edificio scolastico a Pesaro. Credendo di poter portare alla discussione  la mia esperienza e le idee del Manifesto della educazione diffusa non ho esitato. Ma, col senno di poi, so di aver commesso un grave errore.

    Infatti questa è stata la sequenza:

    Introduzione e saluti delle autorità, avvio dei moderatori (a mio avviso bravi e competenti) e poi, e mi è testimone tutta la platea, è andata così:

    • Lunga ed esauriente passerella descrittiva delle decine e decine di  progetti fatti  e venduti dall’architetto incaricato di  realizzare la scuola a Pesaro, con rare note teoriche sull’architettura educativa se non ribadire che non si potrà mai fare a meno delle aule.
    • Il mio intervento, tra l’architetto e l’esperto di arredi, cercava di spiegare un progetto arduo e complesso, ma è stato interrotto anzitempo da un cenno del moderatore .Ho obbedito senza possibilità di mostrare il trailer del Manifesto della educazione diffusa, ed alcune considerazioni finali dovendo chiudere  di corsa verso l’ultimo relatore.

    • Interviene alla fine un signore che viene presentato come esperto e consulente di arredi scolastici. Ci informa su come sono cambiati  gli arredi in genere, i  banchi, le sedie, su come si possano aggregare modularmente  tra di loro per creare spazi flessibili ed adattabili, con attenzione alla prossemica e all’ergonomia (ricordo ancora  le lezioni universitarie alla fine degli anni ’60 e mi sgomento di sentirle citare come innovazioni alla soglia degli anni ’20 del nuovo secolo).Poi si scopre che era anche un venditore di banchi e di sedie.

        Qualche raro intervento dal pubblico, a volte stimolante e curioso, ha tirato su le  sorti della serata. Dulcis in fundo  gli inviati del TG3, evitandomi accuratamente come fossi un fantasma, si sono affrettati ad intervistare l’ architetto delle cento scuole e l’esperto dei banchi e delle sedie. Nessun cenno alla scuola diffusa, alla Città educante, al Manifesto della educazione diffusa ed alla nuova concezione di architettura scolastica.

    Mi son chiesto allora con sgomento: che cosa c’entro io e  le mie idee di scuola, educazione diffusa e città educante con un architetto che vende progetti di edilizia scolastica e un consulente per la scelta degli  arredi?

    Ho sbagliato a partecipare? Una ingenuità? A Cesena nel convegno sulla “Scuola diffusa” nel Settembre scorso  si dibatteva di ricerca tra Università, Comune di Bologna, esperti ricercatori, Indire, Amministratori locali, e anche studiosi sognatori come noi sicuramente rispettati e ascoltati anche per questo. Ci consola il fatto che Università, associazioni di insegnanti e genitori, istituti scolastici, biblioteche pubbliche e private ci chiedano continuamente di raccontare e spiegare la nostra idea di scuola. Venerdi 5 Maggio a Cattolica al Centro Polivalente, Sabato 13 Maggio a Riccione, il 15 Maggio presso una scuola di Recanati, poi all’Università di Macerata e così via…

    Giovanni Contardi

  • Gli spazi che insegnano.Noblesse oblige.

    Gli spazi che insegnano.Noblesse oblige.

    Gli spazi che insegnano. Seminario di studio a Pesaro.

    Proprio ieri presso la sala del Consiglio Comunale si è svolto il seminario di studi sull’architettura scolastica a Pesaro. In esordio il saluto delle autorità, gli assessori e il dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale che hanno avuto il merito di mettere insieme voci diverse in campo educativo e degli spazi per l’apprendimento. Sono intervenuti l’architetto trentino che sta progettando un edificio scolastico a Pesaro con grande esperienza nel campo, l’esperto di arredi scolastici innovativi, rappresentante dei produttori di arredi per le scuole e infine una voce fuori dal coro che ha illustrato l’idea futuribile di una scuola senza mura e di una città educante contenuta nel “Manifesto della educazione diffusa” dove si trovano spunti per una nuova concezione dell’architettura e dei luoghi per educare nella città futura.

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    Due idee contrapposte che presto potrebbero sostituirsi, con le spinte delle esperienze dal basso, per giungere a come dovrebbe essere l’educazione del futuro, aperta, diffusa e mobile in una concezione di disegno urbano partecipativo che fa della città un insieme di luoghi per educare ed apprendere in modo permanente limitando radicalmente il ricorso a nuove costruzioni di edifici scolastici. I moderatori  hanno tentato di mediare tra le proposte e considerazioni trovando rari punti di contatto  tra le idee distanti e contrapposte, tra le più pragmatiche, omologate e mercantili e quelle più utopiche aperte ad un futuro possibile. Nello spirito celebrativo dell’evento, in occasione del progetto di una nuova scuola a Pesaro, prevale ancora l’idea dell’edificio dedicato e chiuso, delle aule e dei consueti spazi seppure oggi debbano giocoforza essere ipertecnologici, eco, efficienti  ed open.  Per fortuna era curioso, attento ed anche interlocutorio con entrambe le proposte sul tavolo il poco pubblico presente. E’ intervenuto il TG3 Rai con interviste mirate- casualmente?- ai soli relatori decisamente in linea con la concezione ancora egemone della scuola. Una concezione ancora resistente in molti architetti e troppo educatori dell’ “edilizia scolastica” che concentra in manufatti specializzati per tante, troppe ore del giorno alunni e insegnanti con l’unica consolazione di avere begli arredi ergonomici, grandi vetrate, living spaces a mo’ di centri commerciali, ed altri spazi del modernismo contemporaneo ma sempre rigorisamente e rigidamente dentro le mura. Perchè, come ha detto l’architetto interpellato “non è possibile rinunciare alle aule”. Ma le nostre piccole gocce impertinenti scaveranno la pietra non inamovibile della scuola di oggi.

    Giuseppe Campagnoli

    La città educante

    L’edilizia scolastica

    Sono intervenuti:

    Giuliana Ceccarelli assessore alla Crescita

    Enzo Belloni assessore all’operatività

    Marcella Tinazzi dirigente dell’USP di Pesaro

    Moderatori:

    Margherita Finamore architetto servizio nuove opere del comune

    Valter Chiani dirigente del servizio politiche educative del comine

    Relatori:

    Gianluca Perrottoni architetto

    Marco Canazza esperto di arredi scolastici

    Giuseppe Campagnoli studioso di architettura scolastica

  • E la nave va.Educazione ed architettura.

    E la nave va.Educazione ed architettura.

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    Presentazioni e incontri

    L’idea, nata tanto tempo fa dai sogni filosofici e architettonici di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli sta gradualmente prendendo forma e si sta diffondendo attraverso il Manifesto della educazione diffusa, in seminari, convegni assemblee, presentazioni del libro “La città educante.Manifesto della educazione diffusa”, lezioni universitarie e tante altre occasioni e luoghi. Sta nascendo un sito web ad hoc ed un canale YouTube con l’intento di raccogliere suggerimenti, contributi, testimonianze scritti, visuali, grafici e filmici. E’ da tempo attivo il gruppo FB  #lascuolasenzamura che segue lo sviluppo del progetto concreto fin dalla sua nascita alla fine del 2012. Da allora è passata acqua sotto i ponti della città e la pubblicazione del Manifesto è una dichiarazione di intenti per l’educazione e l’architettura della città del futuro in stretta simbiosi e sinergia. Ci aspettiamo sempre più insegnanti, studenti e famiglie interessati e coinvolti per superare una scuola sempre meno adatta all’uomo, all’ambiente ed al loro futuro ma sempre più utile, anche subdolamente, al mercato ed ai suoi accoliti.

    Qui di seguito una galleria di immagini e clip che ripercorrono rapidamente la storia più recente.

     

     

     

     

     

     

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    Progetto di restauro del Castello di Montefiore (Recanati)IMG_6540IMG_0018

    Allegoria della Buona Scuola.images1526324_765921716781197_543269482_nTime for

  • Perseverare diabolicum est. L’arte degli analfabeti del mercato.

    Perseverare diabolicum est. L’arte degli analfabeti del mercato.

    L’arte degli analfabeti del mercato.

    Va bene che siamo in provincia, ma comunque il luogo, Urbino, non meriterebbe il bricolage artistico di cui, spesso. abbiamo scritto. Non lo meritava nemmeno la Pescheria di Pesaro, che ahimè dai tempi del compianto Loreno Sguanci è scesa dalle stelle…Vi proponiamo, senza parole, una replica di un nostro articoletto sul fare dilettantesco e  furbetto di chi sfrutta le leggerezze del mercato, l’analfabetismo diffuso  e la prosopopea di pseudocritici in cerca di fama, quella fama che, come, diceva Hugo, è terribile perché molto spesso disgiunta dal talento. Ma il “popolo” pare di questi tempi sia avvezzo e disposto ai tribuni e ai saltimbanchi di ogni specie. Curiosa la scelta del quotidiano locale alla pagina della “cultura” o forse meglio degli “spettacoli” dove abbonda in spazio per l’ineffabile sedicente artista, un po’ meno per i Lego alla pescheria e un trafiletto dedicato alla presentazione di un libro disinteressato al mercato ma che si occupa di cultura, educazione, architettura e città. Altrettanto curiosa la gerarchia  della vita italiana e dell’informazione tra scuola, gioco e bricolage artistico. Complimenti.

    Non abbiamo osato, per eccesso di pudore culturale, mettere foto delle opere “incriminate” ma riequilibrato con immagini che confortano i sensi.

    Ecco  cosa credevamo e crediamo sia arte.

    L’arte non può essere quella che altri dicono che sia arte. L’arte non può essere quella che i critici incapaci di essere artisti o peggio il “libero” mercato dicono che sia arte. L’arte deve avere in nuce l’essenza della sua identità. E l’essenza dell’arte è la cultura e la vita insieme, il talento e la scienza insieme, la scuola e la pratica insieme. Vi sono personaggi che contrabbandano il loro bricolage (con tutto io rispetto per il vero bricolage) per arte e ci lucrano e si vantano credendosi dei grandi artisti. Ho scritto spesso di questi figuri che sciamano intorno alle città grandi e piccole proponendo, a volte con le scandalose complicità di enti pubblici e di autoaccreditate gallerie, personali, collettive, performances, happenings quando non addirittura si fanno intitolare spazi espositivi pubblici con la scusa di aver donato qualche crosta o qualche ferraglia spacciate per quadri o sculture. Come insegna la storia i grandi artisti avevano dietro di sé grandi bagagli formali o informali di istruzione e di cultura. Non per nulla si studiano gli scritti letterari, filosofici, scientifici, geometrici e poetici, di Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Cellini, Vitruvio…

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    Oggi e da qualche decennio c’è persino chi, appena con la terza media o poco più e male, vanta anche con ingiuriosa prosopopea capacità da grande artista. L’esempio autodidatta di Ligabue e simili non fa testo perchè costituiscono le rarissime eccezioni che confermano una regola di serietà, cultura e professionalità che invece deve essere ferrea. Smascheriamo i falsi artisti con tutti i mezzi perchè altrimenti oltre allo sfacelo in corso dell’insegnamento della storia dell’arte e dell’istruzione artistica in generale avremo solo orde di mercenari analfabeti e velleitari che riempiranno le nostre città e i nostri musei di orrori e nefandezze di ogni genere, diseducando giovani in formazione e cittadini! Facciamo come si fa per il paranormale e il parascientifico. Smascheriamo dovunque il para-artistico e gli speculatori del bello.Chiunque tenga al nostro patrimonio artistico si impegni a farlo, scrivendo, commentando, stigmatizzando ed informando. Il mondo non ci giudica solo dal nostro passato ma anche dal  futuro che sapremo costruire in  arte e cultura.

    Cito sinteticamente e condivido da Maurizio Ferraris “ARTE”:
    Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire,anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
    Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
    Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
    Che provochi solo accidentalmente conoscenza. La funzione prioritaria non è la conoscenza.
    Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
    Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
    Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte.Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
    La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.

    Giovanni Contardi per ReseArt

    Aprile 2017

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  • La città: architettura educante

    La città: architettura educante

    Il manifesto della educazione diffusa

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    Avrò a breve un confronto con un architetto che progetta le belle scuole per le buone scuole. Sarà una bella sfida. Tra technè e poesia, tra prosa e sogno. Partendo dall’ultimo articolo “Architettura e potere”  e prima ancora dal  saggio ” La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe CampagnoliAsterios Editore Trieste, si può già prefigurare uno scenario architettonico e urbano per la città educante oltrepassando la scuola fisica, intellettuale e dominata dal mercato di oggi. Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul  corpo vivo di una vera città, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende  con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un  poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti  le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e  Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi  provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori. Da queste fantasie nascono  i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.

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    Questi saranno gli oggetti,  i luoghi e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali.

    Il portale

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    La radura

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    La tana

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  • Il  diritto di usare il proprio cervello

    Il diritto di usare il proprio cervello

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    La mente è poliedrica ed ha bisogno di libertà.

    Dalla mia pregressa esperienza sulla creatività e sulla percezione visiva nonché sulle neuroscienze legate all’estetica ed ai linguaggi non verbali e non scritti (Silvio Ceccato, Pino Parini, Paolo Manzini..) maturata in anni di direzione di istituti artistici mi sono fatto persuaso (come direbbe Montalbano..) superando anche alcune delle posizioni  degli studiosi che ho citato, che ogni persona ha il diritto di poter sviluppare ed usare allo stesso modo ogni porzione della sua mente senza privilegiare o peggio escludere a priori alcune delle sue facoltà. Leggere, capire e rielaborare, scrivere e far di conto, disegnare e suonare, percepire e restituire diversi stimoli esterni che siano essi audiovisivi o subliminali è un diritto che deve essere garantito a tutti in una accezione complessa e completa dell’educazione. Ciò che è avvenuto nella storia e ciò che ancora sta avvenendo è invece che i linguaggi di volta in volta utili al potere ed al mercato sono quelli privilegiati nella formazione istituzionale e informale dell’individuo. A volte fa comodo che si sappia leggere e scrivere (con juicio) e comprendere (in superficie) ciò che si legge ma non che si sia creativi e preparati in altri linguaggi. A volte fa comodo che non si sappia più leggere e scrivere ma che si sia pronti e reattivi (in direzione precostituita) agli stimoli audiovisivi e subliminali confezionati ad usum delphini. Non fa mai comodo che si sia capaci di far funzionare la  mente pienamente e senza far atrofizzare alcuna delle sue parti precludendo magari di andare oltre fino a scoprire ed usare facoltà ancora latenti o del tutto sconosciute? Non è certamente funzionale a chi ci deve organizzare e controllare che ognuno sia talmente dotato da percepire tutte le sfumature del mondo! Nelle scuole artistiche c’era fino a poco tempo fa (finché non sono state licealizzate) un valore aggiunto che faceva spaziare le menti oltre il “classico” e lo “scientifico” ed è per questo che qualcuno esclamava “strane scuole, strani insegnanti e strani studenti!”. Erano luoghi già anticipatamente aperti e pronti alla diffusione della scuola. Si facevano più che sporadicamente lezioni all’aperto, nei musei, nelle biblioteche, in spiaggia, nei laboratori e nelle botteghe artistiche e la creatività si espandeva in modo esponenziale quando, ahimè, non veniva ricondotta alla regola del coacervo delle cosiddette “materia culturali” (italiano, matematica, fisica..) che si muovevano ancora, come in una istruzione parallela, secondo le regole ottuse della scuola murata, classificatoria, competitiva e sanzionatoria. Nelle materie artistiche, già alla fine degli anni ’60 c’era il lavoro collettivo, il dialogo continuo con la città ed il territorio e un tipo di valutazione condivisa quasi “auto” e in progress. Per questo è necessario battersi affinché il diritto allo sviluppo completo delle menti dei nostri bambini e giovani e il recupero di certe facoltà da parte di adulti ed anziani diventi uno degli obbiettivi fondamentali dell’educazione. Infatti quando fosse inattiva, perché non stimolata ed educata, anche una piccola porzione di cervello  il resto ne risulta irrimediabilmente sminuito o compromesso.

    Giuseppe Campagnoli

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  • La città dell’educazione

    La città dell’educazione

    Non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di un lustro fa:

    “1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
    2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
    3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
    La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

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    Forse è di più, mutatis mutandis, quella di Tucidide  quando fa unire a Pericle in un unico concetto   l’educazione e la cittadinanza: “quello della “città educante” o, con le sue varianti più moderne e rivoluzionarie, della “comunità educante”. L’educazione e la formazione dei cittadini, in quell’idea reale (l’Atene del V-IV secolo) e ideale  non era affidata ai “grammatici” ma all’intera città e ai suoi luoghi: l’agorà, l’assemblea, il tribunale, il teatro, lo stadio…” (da educationduepuntozero).

    Sta per uscire per le edizioni Asterios Abiblos di Trieste il libro “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli: una mirabile coniugazione di alcune idee controcorrente sull’educazione e sull’architettura. Un progetto di controeducazione ed uno di ultraarchitettura che si fondono  per aprire i luoghi e i protagonisti (giovani, adulti, anziani, mentori, maestri e cittadini) dell’educazione a tutta la città ed al territorio in una accezione di libertà del tutto nuova ma irrinunciabile per scongiurare gli effetti nefasti, già ammessi, in una sorta di autocritica ipocrita, anche dalle rilevazioni dei mercanti globali, dell’abisso in cui è sprofondata la scuola italiana e non solo.

    Vi scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione :

    “Oltre la scuola. Proviamo a mettere tra parentesi il termine scuola per il tempo di questa lettura. Immaginiamo che non esistano più edifici chiusi e muri dove i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze restino confinati per il tempo della loro educazione ma che questi, come certi giochi di carta, improvvisamente pieghino le loro pareti verso l’esterno, per lasciare che essi escano fuori, si mescolino al mondo, sciamino per le strade, anche solo per percorrerle, senza nulla da fare, guardandosi in giro, vedendo e toccando, riempiendo l’aria dei loro corpi e dei loro respiri, del loro camminare e correre, del loro muoversi colorato. Immaginiamo.”

    e anche Giuseppe Campagnoli architetto e uomo di scuola:

    “Si potrebbe mantenere il termine “scuola”, rimanendo però fedeli al suo etimo nativo di libertà e tempo libero e quindi di spazio oltre i limiti di qualsiasi manufatto architettonico definito e delimitato (come un carcere, un convento, un nosocomio, una chiesa, un museo), senza cadere nelle ipocrite palliative innovazioni e flessibilità tecnologiche delle pareti mobili, delle scuole verdi, degli spazi di aggregazione, delle architetture per educazione e cultura simili a centri commerciali o open spaces in chiave archistars. Già per Adolf Loos, architetto fuori dal coro nella Vienna del primo novecento, quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura quella è architettura.”

    Da questo connubio di idee può nascere la città che educa. Ne parleremo nei prossimi mesi in più luoghi prefigurando anche la possibilità, già in nuce, di fare una “prova generale” in una vera città.Si prevedono presentazioni del libro a Roma,Milano, Pesaro, Fano, Trieste…

    Giuseppe Campagnoli 8 Febbraio 2017

     

  • Catastrofi naturali e umane.

    Catastrofi naturali e umane.

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    di Giuseppe Campagnoli

     

    Mi duole dover riproporre pari pari questo scritto. I fatti drammatici provocati dagli eventi di questi giorni dopo i momenti di lutto e di cordoglio, mi fanno immediatamente dopo ricordare due riflessioni fatte tempo fa su “La Stampa” e su “La rivista dell’istruzione” a proposito di educazione alla tutela dell’ambiente, alla prevenzione ed alla protezione civile. Come si dice in campo fisiologico che la “prima digestio fit in ore” anche in campo di prevenzione la “prima prevenzione avviene nei nostri comportamenti quotidiani”. Ma una cosa sono le scelte che i cittadini sono in grado di fare, altro è il danno subito da chi non ha le risorse nemmeno per vivere. Nessuna previsione potrà mai dire con certezza assoluta cosa accadrà dopodomani.

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    (altro…)

  • Costruire scuole.

    Costruire scuole.

    Mi piace tornare ad un titolo di una mia lettera pubblicata sulla Stampa di Torino nel 2010, quando stavo timidamente ma dolcemente scivolando verso la scuola oltre le mura e la negazione dell’edilizia scolastica in direzione ostinata di una intera città educante. Mi piace perché è diventato più attuale parlare di edifici scolastici in tempi di crisi e di emergenze. All’epoca stigmatizzavo l’enfasi con cui venivano inaugurati i luoghi di “detenzione educativa” che rappresentavano anche il mondo dell’impresa o della politica con perfidi sponsors tesi soltanto a pubblicizzare  il loro partito o la loro azienda, quando non la loro famiglia di tendenziosi mecenati. Quando i media parlano di politica, di terremoto e di migrazioni non manca mai l’accenno al “bisogno di scuole”. Questi riferimenti però sono ancora convenzionali e  idealmente vecchi come se i bambini e i ragazzi che, in momenti terribili della loro vita, in Italia, in Asia come in Africa, tra guerre e catastrofi naturali e umanitarie anelassero al modello di scuola del mercato, ad essere chiusi tra quattro mura per ore ed ore magari ad apprendere ciò che non sarebbe utile a loro ed alla loro comunità ma al mondo dell’impresa e della finanza globale. In realtà è un terribile condizionamento che viene loro imposto, spesso subliminalmente, dalla società attuale senza distinzione di oriente e occidente, primo mondo o terzo mondo. Il bisogno di scuola che trapela dalle interviste, dagli appelli e dalle manifestazioni è in realtà, nel profondo, il bisogno di educazione e di conoscenza, il bisogno di crescere, di apprendere e di riuscire a saper fare ciò che sarà utile nella vita. Ma è anche un forte bisogno di comunità e di relazioni. Non è certo l’aspirazione a fare tutto questo in una organizzazione che controlla, classifica e valuta meriti e demeriti ad ogni piè sospinto per creare dei perfetti robottini già dall’infanzia battezzati in contumacia per il mercato globale. Non è certo la voglia di rimanere chiusi tra quattro mura, tra quattro pareti di adobe o di fango e paglia, tra quattro pannelli super tecnologici e supertrasparenti ma comunque separati dal mondo. Forse non c’è più alcun bisogno di costruire scuole, con buona pace di costruttori e  architetti rampanti, di Ong, stati e amministrazioni, mecenati e privati in cerca di gloria e di profitti mascherati da bontà e altruismo. Forse sarebbe utile ripensare radicalmente alla costruzione di una idea di scuola diversa, di scuola oltre la scuola, nei contenuti e nelle modalità di realizzarsi, nei luoghi e nei maestri. Occorre dire a quei bambini e anche a quei maestri e mentori che ci si può educare diversamente e reciprocamente in ogni luogo reso adatto a questo scopo senza edificare nuovi santuari o chiese dell’educazione.

    Giuseppe Campagnoli

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    Progetto di un intero villaggio amazzonico in alternativa alle baracche di lamiera a Manapiare (Venezuela). Tipologie e materiali locali con inserti tecnologici ed ecologici. Giuseppe Campagnoli e Istituto d’Arte di Pesaro 1990

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    La Controeducazione

    La scuola diffusa

    L’ultra architettura

    The scattered school (La scuola diffusa oltre le aule)

  • Il paese dei balocchi. La scuola chiusa?

    Il paese dei balocchi. La scuola chiusa?

    Ci siamo venduti l’abbecedario come Pinocchio?

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    Aggiorno questo articolo di due anni orsono nel riprendere alcuni studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti (?!) sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello “stato presente dei costumi degli italiani”: l’alfabetizzazione primaria.

    L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano (non vorrei fossero tra i neo-analfabeti!) che internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori italiani (sempre meno santi e poeti) è che il 5% degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello “cuneiforme”; il 40 % ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30% gravi difficoltà a comprendere ciò che legge: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”. Il resto sono neonati o bambini  in età pre-scolare. Solo il 20% è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace non solo quella tradizionale ma, ahimè, anche quella digitale! Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere “gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”? Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei 14 anni (!!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali (anche,eventualmente per limitarne la portata) della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi, Foscolo anche scrittori come Cesare Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Non si riesce più ad instaurare un discorso, una semplice comunicazione, un dibattito con moltissime persone tra i 20 e i 50 anni. Si ha la forte sensazione di non essere compresi e che tutto ciò che viene detto o scritto, spesso con estrema presunzione unita al non rendersi conto dei propri terribili limiti, è frutto di tanti “copia e incolla” materiali e mentali  da quel terribile coacervo di nozioni e informazioni incontrollate e il più delle volte decisamente poco attendibili che è la tanto osannata “rete” dove per navigare, non esagero nell’affermarlo, ci vorrebbe una patente speciale!

     Una volta, con umiltà, per crescere e continuare a studiare seriamente per tutta la vita, anche svolgendo i mestieri più pratici e meno intellettuali, si ammetteva di non sapere:  “nescio nescire” dicevano i latini. Pochi sono consapevoli  di non sapere, o di non sapere abbastanza per vivere in un consesso civile, per lavorare e per comunicare con gli altri in modo non istintivo, a volte belluino, sovente superficiale. Si vorrebbe vivere in una specie di paese dei balocchi dove tutto è semplice e quando non si riesca in qualche cosa per la propria incompetenza, ci si affretta a dare la colpa  a qualcun altro: lo stato, la politica, il pubblico, il privato, la scuola e chi più ne ha più ne metta.

    Le responsabilità ci sono ma vanno ben individuate con cognizione di causa. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto.Ma è ancora chiusa fisicamente e idealmente è controllata da programmi, burocrazie e indirizzi. Di fatto è così. E’ da lì che proviene la comprensione delle cose e la capacità di discernere e di decidere. Un nuovo fallimento nel rifondare la scuola sarà il fallimento per tutto il resto. Pensiamoci bene ed evitiamo di fare demagogia o populismo.

    Abbiamo già affrontato il problema scuola e proposto alcune soluzioni tanto per partire con il piede giusto. Questi i punti essenziali e, a nostro avviso, irrinunciabili da cui deriverebbe una organizzazione ribaltata del concetto di scuola per andare decisamente oltre.

    • Rivoluzione sottile dei concetti di educazione, istruzione e formazione per rafforzarne i significati collettivi e diffusi. La controeducazione è “l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza”  Paolo Mottana in “Controeducazione”.Non più maestri e scolari ma guide ed esploratori della conoscenza e del fare sparsi per le città e i territori.
    • Ridefinizione dei luoghi dell’apprendere in una accezione di ricerca, scoperta scambio diffuse a tutta la città, e al territorio. Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti (scuole, musei, botteghe, teatri…) e dei luoghi (piazze, strade, radure, boschi…)per renderli virtuosamente  eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

     

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    Non si esaurisce qui il problema ma i capisaldi imprescindibili sono quelli indicati e se non si  affronterà la situazione in questo modo l’Italia e forse il mondo intero non si riprenderanno mai dalla perniciosa malattia del mercato e del dominio. Cerchiamo di riscattare l’abbecedario dalle lusinghe di Lucignolo e dalla furbesca perfidia del Gatto e della Volpe mercanti, ladri e truffatori che poi, anche per i classici, coincidevano in Mercurio dio di entrambi.

    Leggerete tutto meglio e in profondità nel libro in pubblicazione “La città educante.Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.

    Giuseppe Campagnoli

  • La città che educa (2). Un progetto reale.

    La città che educa (2). Un progetto reale.

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    Ancora disegni e impressioni del progetto di città che educa. Le porte, le vie, le radure, i boschi, le case, le botteghe, le piazze senza mura e senza barriere. 

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    Poiché nessun architetto giovane o attempato ha ritenuto di aderire al mio appello per contribuire gratisetamoredei al nostro meritorio progetto per una architettura di città educante che superi totalmente l’edilizia scolastica, procederò in solitaria. Dobbiamo immaginare  la trasformazione fisica di una città in città educante. Il luogo che mi ha visto operare come docente, dirigente scolastico  e architetto (sempre costruttivamente “bastian contrari” e sempre, prima o poi, ostracizzati) è Pesaro. Una città di provincia in tutti i sensi. Da quello che culturalmente e turisticamente di solito accade non sembra avere le aperture intellettuali e nemmeno economiche della vicina Romagna mentre conserva molti difetti delle Marche cui appartiene.  Lavorerò proprio sul corpus di Pesaro per collocare la mia idea controarchitettonica di scuola diffusa e quella controeducativa del mio amico Paolo Mottana. I “portali” avranno una proposta di collocazione reale e le loro forme, disegnate ad hoc, verranno a dialogare con la città e i suoi luoghi emergenti partendo dalla configurazione medievale del centro storico per riportare i luoghi dell’apprendere al centro della vita urbana.  Le reti di mobilità verranno ridisegnate a toccare i poli significativi per la cultura e l’educazione, sfruttando una cosa buona che la città ha fatto, ma non completato, per sè stessa, la bicipolitana. Si potranno così consentire gli spostamenti sostenibili dei nuovi protagonisti della città che educa. Il centro storico, cuore della città educante, che ora farà pulsare la sua linfa anche verso periferie rinate, dove non vi saranno più casamenti scolastici murati ma giardini, orti, laboratori, biblioteche e teatri, non sarà più appannaggio di un terziario fatto di banche, assicurazioni, uffici, botteghe e negozi d’élite o di retroguardia commerciale ma potrà ridiventare vivo di abitazioni, laboratori artigiani, di piccoli musei e platee, di pizzicagnoli e mercanti a chilometro zero e costi sostenibili, di aule vaganti e radure dialoganti. La pianta di Pesaro è già pronta per essere benevolmente sconvolta e rivitalizzata in una proposta che si potrà realizzare a piccoli passi con una enorme economia di scuole non costruite e non più gestite a mezzo servizio con costi abnormi , di spazi recuperati e fruiti liberamente e a tempo pieno, di benefica commistione tra pubblico e privato, di felici migrazioni di persone che apprendono da un luogo e l’altro della città e della campagna. Il progetto richiederà tempo ma, alla fine, credo se ne potranno apprezzare gli spunti che vanno oltre l’utopia, verso una reale fattibilità. Sarebbe una bestemmia intellettuale e politica ostacolare o ignorare quell’idea di città e di scuola. Quelle amministrazioni e quei gruppi che ci hanno dato credito stanno già apprezzando il loro gesto ed il loro coinvolgimento. E con il 2017 come dice il mio amico Paolo Mottana “scuoteremo il mondo!”

    Giuseppe Campagnoli

    2 Gennaio 2017

    Controeducazione e ultrarchitettura della città. 

    La città educante.

  • Una architettura dell’educazione.

    Una architettura dell’educazione.

    “Bravo. Ce projet, c’est adopter une démarche révolutionnaire dans l’écologie du mode d’apprendre.” Denis-Michel Brochet Paris

    “Merci mon ami!! Je continue ma recherche et les dessins d’une nouvelle ville et une nouvelle école viendront..” Giuseppe Campagnoli  Pesaro

    A Cesena il 12 Settembre scorso, organizzato dal Centro di Documentazione Educativa Gianfranco Zavalloni del Comune di Cesena e diretto da Gabriella Giornelli c’è stato un bell’incontro in cui sono emersi spunti interessanti per il dibattito tuttora in corso sull’educazione e gli spazi della scuola, tra statistiche e buone pratiche convenzionali, ricerca d’avanguardia e utopie possibili. Amministratori locali e architetti della facoltà di Architettura Aldo Rossi dell’Università di Bologna hanno esposto i loro punti di vista tra tecnologia ed ecologia, bilanci e programmazione del territorio, prossemica ed emergenze di compatibilità edilizia e sicurezza. Tutti sembrano d’accordo nell’abolire il termine burocratico e urbanistico edilizia scolastica per utilizzare la definizione, poetica e scientifica insieme, di architettura della scuola . E’ emerso e con grande stupore, per bocca del dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale, seppure timidamente, il bisogno, di uscire dalle mura degli edifici per coinvolgere la città in senso biunivoco e molto più ampio del consueto per approfittare delle competenze che si possono acquisire meglio fuori che chiusi dentro le mura scolastiche. Si parla anche di “laboratori cittadini”. Le statistiche e gli studi della Facoltà di Architettura di Cesena e il caso della città di Bologna esposti da Giulia Olivieri e Valentina Orioli rappresentano la situazione del patrimonio di edilizia scolastica esistente nel territorio in termini prevalentemente urbanistici e tecnici e descrivono gli interventi che si mettono in campo per trasformare gli spazi dell’apprendimento approfittando anche dell’esistente per risanarlo, trasformarlo e riutilizzarlo al meglio. Si sono analizzati i modelli possibili e le strategie per migliorare la qualità degli spazi e introdurre elementi di innovazione architettonica e tecnologica mentre si sono stigmatizzati perentoriamente i ritardi nella programmazione e le condizioni del patrimonio pubblico esistente auspicando maggiore attenzione nell’azione politica e nella progettazione alle questioni di sostenibilità e di rinnovamento delle modalità di fruizione in sinergia tra chi fa ricerca, chi progetta, chi gestisce e chi usa i manufatti, sempre comunque in un quadro non mutato dell’organizzazione scolastica e delle tipologie edilizie scolastiche.

    Si è proposto di cambiare il modello delle aule, dei corridoi e dei disimpegni ma ciò che si continua a realizzare di nuovo, lo vedremo anche più avanti, non va oltre gli open spaces aggregati a grappolo e appena proiettati verso l’esterno attraverso l’uso delle vetrate sempre più ampie con diffusi rischi di effetto serra. Si sono intravisti in filigrana ulteriori tentativi di costruire una specie di abaco di linee guida amministrative, tecniche e urbanistiche ma poco pedagogiche per la progettazione di edifici scolastici. L’INDIRE ha presentato il suo punto di vista istituzionale attraverso i ricercatori sul campo Elena Mosa e Leonardo Tosi. Sono stati descritti la ricerca da tempo praticata nella sezione dell’ente dedicata all’architettura scolastica e il progetto “Avanguardie Educative” che attraverso il “Manifesto per l’innovazione” è impegnato nell’induzione di buone pratiche promuovendo sperimentazioni da parte elle scuole nell’ organizzazione della didattica, del tempo e dello spazio. Gli esempi illustrati per mostrare la bontà degli spazi educativi sono quasi tutti provenienti da modelli del nord Europa, tendenti a superare i blocchi aula e corridoio con open spaces e corners specializzati (cucina, biblioteca, angoli di discussione, isole) francamente e forse, non tanto inopinamente, un po’ troppo simili, per concezione tecnica ed estetica, agli spazi di uno shopping center: una specie di scuola on demand dove anche i mattoncini LEGO trovano il loro posto. Stupisce un po’ che si parli ancora, con linguaggio squisitamente mercantile e webeconomico, di capitale umano, di marketing, di formazione blended, messa a sistema, di training, webinar etc.. Gli argomenti si fanno decisamente più stimolanti e appassionanti quando vengono presentati dei casi di ancora primordiale ma decisa “scuola diffusa” da Beate Weyland e Simone Gabrielli, l’ una esperta di didattica dell’Università di Bolzano e l’altro assessore architetto di Bagno di Romagna. Ci hanno raccontato insieme l’esperienza di indagine ed azione sul campo partita dall’Alto Adige, facendo tesoro di esperienze e buone pratiche nei contesti di lingua e cultura tedesca, per gli ambiti delle scuole dell’infanzia e primarie, in linea con le caratteristiche innovative degli interventi normativi della provincia autonoma che prevedono un’ampia partecipazione e condivisione tra cittadini, amministratori, progettisti e personale della scuola e la storia di altre scuole italiane che hanno usufruito dei risultati della ricerca come quelle di Bagno di Romagna. Sono portati vari esempi di eccellenza in quanto a progettazione condivisa e coinvolgimento delle città nel pensare e realizzare i luoghi della scuola anche per risolvere le emergenze dovute alla vetustà degli edifici ed alle mutate esigenze della popolazione scolastica e degli insegnanti. Lo scopo principale della proposta è arrivare a definire un’identità pedagogica dell’edificio scolastico con l’apporto simultaneo di diversi e complementari interessi e professionalità che lavorano insieme: dall’architetto al pedagogista, dall’amministratore ai docenti, al dirigente scolastico, ai cittadini. Ma è con Giuseppe Campagnoli che le cose prendono una piega utopica ma non tanto. Partendo dalle provocazioni di Giovanni Papini, Ivan Illich e Aldo Rossi, tra architettura, filosofia e pedagogia, l’architetto e preside pentito (come dice lui) introducono l’idea di una scuola oltre le aule per arrivare, in un futuro non proprio lontano, ad una scuola diffusa nella città dove gli unici “edifici scolastici” resteranno dei portali, oggetti architettonici vivi che introducono alla cultura ed alla scuola sparsi nei luoghi attrezzati ad hoc della città. I “portali” potranno essere dei contenitori di funzioni amministrative e collettive, degli spazi comuni e multimediali e fungeranno da punti di ritrovo e di partenza che condurranno, attraverso un rinnovato sistema di mobilità, ad aule e spazi decisamente diversi e innovativi: luoghi per apprendere come la bottega, il museo, la biblioteca, il teatro, la strada, la piazza, la radura, il bosco e anche il web. A Cesena viene lanciato ufficialmente il “Manifesto della scuola diffusa” che, con il contributo dello stesso Campagnoli architetto ed ex dirigente scolastico e di Paolo Mottana filosofo dell’educazione dell’Università Bicocca di Milano, unisce, per affinità elettive, i concetti estremi ma coinvolgenti di Controeducazione ed Ultrarchitettura prefigurando non solo una collaborazione ma una identità tra architettura ed educazione in uno scenario del tutto nuovo e rivoluzionario della scuola e dei suoi spazi, nelle città.

    https://youtu.be/c17QJLn1jdo

    Una città dell’educazione. Oltre le aule e le architetture omologhe.

    Sto costruendo una mappa per realizzare un esperimento di scuola diffusa praticabile ed efficace fino a ridurre di almeno il 70% la famigerata e triste edilizia scolastica in una città intorno ai 100 mila abitanti, utilizzando tutti gli attuali strumenti possibili per una diversa organizzazione della scuola. Il modello potrà essere applicato in sinergia tra le più avanzate e coraggiose amministrazioni locali, scolastiche, le agenzie e le piccole imprese e associazioni pubbliche e private che abbiano la determinazione di avviarsi sulla strada della controeducazione. Quale città oggi avrebbe il coraggio e forse la lungimiranza di provare, anche solo per un breve periodo, un tale esperimento di scuola diffusa  per una vera rivoluzione in fatto di scuola e di spazi educativi e culturali? Quali città sarebbero così evolute da creare un monumento-portale che fungesse da simbolico ingresso ad una dimensione urbana fatta di aule sui generis come radure, teatri, giardini, botteghe, musei, palazzotti del potere e del non potere? Le utopie a volte possono avvicinarsi a noi e prendere forma come una carovana che avanza nella polvere del deserto o una nave dalla nebbia. Occorre costruire i sogni pezzo dopo pezzo per trasformarli in realtà. Dall’immaginazione al disegno all’architettura reale e vivibile. In una accezione di scuola non scuola anche la scuola può mimetizzarsi nella città come un gioco di specchi o uno specchio magico che moltiplica le occasioni educative in un continuo viaggio  dentro e fuori la città.

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    La città che educa

    Per entrare nel concreto: saranno i disegni e le animazioni che costruiranno con fatica un progetto impossibile a condurvi nel racconto di come la città stessa diventa scuola e le scuole di muro in essa si fingeranno per dissolversi e rinascere in altre forme libere e viventi. Qui si immagina una città in parte trasformata nei suoi gangli vitali e aperta alle novità di una mobilità inusitata e di luoghi popolati tutto il giorno da gente multietà, multiforme, multietnica e piena di fantasia e di voglia di scoprire ed imparare muovendosi e dialogando, giocando e fermandosi a studiare e riflettere.

    Sarà il mio primo progetto urbano dopo quasi 25 anni e farà tesoro delle idee, degli spunti degli appunti visuali e testuali di questo scorcio di tempo dedicato alle architetture o alle non architetture della cultura e dell’educazione. Ci vorrà del tempo e forse qualche compagno di viaggio non ancora fagocitato del tutto dal mercato e con qualche sogno urbano in tasca. Dopo l’uscita, prevista da Gennaio 2017, del volumetto realizzato da Paolo Mottana con la collaborazione del sottoscritto dal titolo provvisorio “La città Educante”-Manifesto della educazione diffusa darò il via, come conseguenza diretta, alla redazione del progetto architettonico dedicato una città europea ideale, meglio ancora se reale.

    Intanto, oltre alle parole scritte, i segni e disegni in una miscellanea di tanti anni di ricerca e di pensieri sparsi intorno a questo tema appassionante e poetico. Lo stile è quello della città ideale, dell’educazione ideale, della vita ideale, che oggi non possono che essere contro, o meglio, oltre.

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    Giuseppe Campagnoli 24 Ottobre 2016