Categoria: Ecomomia

  • Una storia italiana ma non solo

    Una storia italiana ma non solo

    C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie. Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e procurando bottino, che il Centurione Procolo propose per lui un premio oltre al soldo usuale. Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
    Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere. Accrebbe i suoi beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che dal suo. Vendeva i suoi prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare. Non aveva alcun merito e non possedeva alcuna competenza se non quelle di spadroneggiare, sfruttare e usare prepotenza e furbizia.

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  • Catastrofi naturali e umane.

    Catastrofi naturali e umane.

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    di Giuseppe Campagnoli

     

    Mi duole dover riproporre pari pari questo scritto. I fatti drammatici provocati dagli eventi di questi giorni dopo i momenti di lutto e di cordoglio, mi fanno immediatamente dopo ricordare due riflessioni fatte tempo fa su “La Stampa” e su “La rivista dell’istruzione” a proposito di educazione alla tutela dell’ambiente, alla prevenzione ed alla protezione civile. Come si dice in campo fisiologico che la “prima digestio fit in ore” anche in campo di prevenzione la “prima prevenzione avviene nei nostri comportamenti quotidiani”. Ma una cosa sono le scelte che i cittadini sono in grado di fare, altro è il danno subito da chi non ha le risorse nemmeno per vivere. Nessuna previsione potrà mai dire con certezza assoluta cosa accadrà dopodomani.

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  • Il merito che distrugge le società.

    Il merito che distrugge le società.

    Prendo spunto dal libro “La société des Egaux” e da una vecchia intervista a Pierre Rosanvallon per tornare a formulare idee e pensieri che pare esperti, politici, giornalisti bendati e mezzibusti non capiscano o non vogliano capire e su cui continuano a pontificare “ad usum delphini” anche in questo caldo scorcio d’estate.

    I pensieri sono semplici e chiari. Solo una società fondata su una reale uguaglianza può sconfiggere i mali del nostro secolo. La società diseguale è una minaccia globale. Le differenze sociali sono sempre più marcate e il disastro morale e civile è alle porte, nonostante gli ottimismi di facciata di un capitale liberista morente. La coesione sociale fa passi indietro pericolosi e la società condanna fenomeni che sono prodotti da regole e sistemi che però in fondo continua ad accettare.Si denunciano le retribuzioni scandalose di managers e finanzieri e non ci si indigna per gli emolumenti enormi di certi avvocati, medici, artisti, calciatori, giornalisti, scrittori…Si continua ad accettare il falso assioma che il merito possa produrre differenze economiche enormi mentre la vera democrazia, quella fondata sull’uguaglianza, sta morendo. Nelle fratture sociali allora si insinuano i populismi che esaltano un senso di comunità e cittadinanza falso e spesso basato sulla difesa di alcune corporazioni, sull’intolleranza, sul razzismo e sulla scarsa percezione che nella politica, anche quella dei partiti, non tutto sia da buttare. Per sconfiggere queste pulsioni occorre solo promuovere fermamente una società fondata sull’uguaglianza. Se dagli anni ottanta la meritocrazia e l’uguaglianza di opportunità sono divenute importanti è egualmente cresciuto l’individualismo trasformato da universale a singolare nell’era dei consumi.Il liberismo ha reso sacro il consumo insieme al merito finalizzato a questo ed al suo mercato che si fonda sulla concorrenza generalizzata.

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    Occorre elaborare una filosofia dell’uguaglianza che non significa egualitarismo e appiattimento. Dovrebbe essere un’uguaglianza relazionale e coniugata con il bisogno di singolarità. Bisogna dare a ciascuno i mezzi della propria individualità senza discriminazioni e con una forte educazione alla reciprocità che esclude del tutto la competizione e la sopraffazione che è la regola dell’attuale libero mercato. “C’è reciprocità quando ciascuno contribuisce in modo equivalente ad una società dove l’equilibrio dei diritti e dei doveri è lo stesso per tutti”. E’ necessario per questo mettere l’uguaglianza al centro dello spazio sociale e della vita di relazione anche pubblica e politica: una uguaglianza che genera redistribuzione economica e che, di fatto, non ha più bisogno della meritocrazia perché non è su questa che si fonda. Un saluto a tutti i saggi!

    Giuseppe Campagnoli

  • Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

    Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

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    Ecco il mondo che piace a chi ha il potere. Anche chi si contrappone alla politica si muove in questi confini. Pochi parlano di lotta alla ricchezza, troppi di lotta alla povertà.

    C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie.
    Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e popolazioni inermi, procurandosi il bottino che il Centurione Procolo propose per lui in premio oltre al soldo usuale.
    Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
    Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere che non rinnegò mai. Accrebbe i suoi beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che dal suo. Vendeva i suoi prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare.
    Alla sua morte passò i beni ai suoi figli che continuando a sfruttare schiavi e a vendere a più del dovuto consegnarono agli eredi una fortuna in campi, armenti e servi della gleba. Passarono le invasioni barbariche che invece di impoverire i nostri eroi, attraverso complotti, assassinii e ruberie li fecero diventare signorotti del loro territorio con tanto di castello e foresta.
    Estesero i loro possedimenti con la violenza e la prepotenza verso i confinanti, non pagando sempre le gabelle all’imperatore o al papa mentre passavano secondo la convenienza ora dalla parte dell’uno ora dalla parte dell’altro. Avevano avviato anche una proficua attività commerciale che, dati i loro innati talenti truffaldini, diventò l’attività principale. Vendevano manufatti realizzati sfruttando una manodopera quasi da schiavi, anche se la schiavitù “ufficiale” stava pian piano scomparendo nel mondo.
    La famiglia crebbe e si trasferì dal centro al nord dove riusci anche a fondare una banca diversificando così le attività, per così dire, speculative. Passò il tempo e i discendenti, eredi a volte incolpevoli di tanto ben di dio, sempre più ricchi, alla fine dell’800 ebbero anche l’idea di avviare un opificio. I servi della gleba e i mezzadri si trasformarono in operai ma i padroni erano sempre gli stessi. Per mantenere i patrimoni ereditati senza lavoro e senza scrupoli, occorreva mantenere i profitti senza alcuna remora di tipo sociale e men che meno morale. Attraversarono indenni le lotte operaie, la guerra, la ricostruzione e caddero sempre in piedi per le loro eccezionali abilità trasformiste. Alla metà del secolo scorso la famiglia intraprese anche una parallela attività nell’edilizia e cominciò a darsi all’attività finanziaria moltiplicando il grande patrimonio accantonato nel tempo con spericolate speculazioni nel “mercato” che cominciava a caratterizzare il capitalismo moderno. La famiglia ora può anche contare su alcuni membri laureati all’estero, sopratutto avvocati ed economisti e altri entrati con successo in politica o nell’editoria . Altri ancora si stanno impegnando  nell’antipolitica in movimenti populisti o conservatori. Parte del parimonio è già all’estero e non ritornerà più se non in minima parte con condoni e perdoni vantaggiosi. Gran parte delle attività è stata decentrata dove sia più facile sfruttare, rubare, maltrattare e uccidere l’ambiente, gli animali e le persone e dove esiste ancora una specie di servitù della gleba e di libertà dalle giuste gabelle!

    Ecco perché qualcuno disse  che dietro ogni ricchezza piccola o grande che sia c’è sempre un crimine,piccolo o grande che sia.
    Così sono nati e si sono perfidamente evoluti, mutatis mutandis, il libero mercato e l’imprenditoria, le professioni liberali e liberiste, i mercanti e i mediatori, piccoli e grandi, sempre difesi a spada tratta dai media e dai politici e antipolitici gregari, amanti e servili verso il liberismo e il profitto in nome del meschino “diritto” alla libera impresa, annessi e connessi inclusi. Tanto poi per i poveri, che debbono restare poveri, c’è l’elemosina, la religione e l’”ascensore sociale”! E c’è chi parla ancora di invidia! Buone vacanze a tutti.

    Riscritta e attualizzata  da Giuseppe Campagnoli, Luglio 2016

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  • Il merito sociale.

    Il merito sociale.

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    Nella eterna diatriba tra pubblico è bello, privato è meglio, pubblico è disonesto, privato no sarebbe utile rileggere questi contributi apparsi su La Stampa di Torino e scritti dal nostro Giuseppe Campagnoli tempo fa (in coincidenza con la comparsa massiccia sulla scena politica dei “grilletti” difensori alla cieca del privato cittadino contro il pubblico comunque sia.

    Plusvalore disvalore

    10 Giugno 2011

    Cresce ancora la forbice tra i redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Sarebbe ora di riflettere su certe remunerazioni inspiegabilmente ipervalutate Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale,liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni,finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da cicala o da formica -degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma diplusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbicetra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali » con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!

    Efficienza sociale

    3 Luglio 2013

    È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società », questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione,nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito. Tutti possono fare altrettanto?

  • Buonasera.Perchè Sanremo non è sempre Sanremo.

    Buonasera.Perchè Sanremo non è sempre Sanremo.

    L’arte di arrangiarsi.

    Non è vero che si ruba solo con l’assenteismo pubblico. Il fenomeno è anche nel privato e oltre a manifestarsi tra i dipendenti tenuti ad un orario è rilevabile, in forme diverse, tra professionisti, mercanti, artigiani. Avviene tutte le volte che paghiamo un prezzo esorbitante per servizi e beni scadenti, sbagliati o addirittura truffaldini, senza alcuna difesa anche peggio che nel pubblico. Andare in tribunale o da una associazione di consumatori, quasi sempre aggiunge danno a danno e beffa a beffa.

    Leggi, regole, sanzioni certe e rapide insieme ad una diversa organizzazione del lavoro dipendente e autonomo risolverebbero molto e presto. Nessuno conta i danni ai cittadini per le “ruberie” legalizzate e non, di taluni commercianti, dentisti, notai, idraulici, parrucchieri, ristoratori, mezzibusti, giornalisti…

    Nel pubblico invece (fatta eccezione per le professioni in cui la presenza oraria è difficilmente evitabile: docenti, medici.,) si dovrebbe finalmente arrivare a organizzare il lavoro non per tempi ma per risultati. Ecco un nuovo efficace contratto: per questo stipendio devi fare queste attività, ottenendo questi risultati di qualità, in questi tempi, nei luoghi e con gli strumenti deputati, con queste modalità, pena riduzioni di stipendio e di altri benefici oppure, nei casi certi e gravi il licenziamento. Niente orologi e tornelli ma obbiettivi da raggiungere. Correre dietro alla mera misura della presenza e dei tempi è una battaglia persa e Gramellini e C. scriveranno ancora ironie e sarcasmi sugli scandali e scandaletti di questi pubblici fannulloni!

    Giuseppe Campagnoli

  • Pensando alla Grecia…e all’Italia. Crescita contro l’equità sociale.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    La dipendenza dalla crescita: cause e soluzioni alle crisi.

    Ogni attività di commercio e di pubblicità consiste nel creare bisogni in un mondo che crolla sotto il meccanismo della produzione. Questo esige un tasso di rinnovo e di consumo dei prodotti sempre più rapido, e,di conseguenza,una produzione dei rifiuti sempre più forte e un’attività di smaltimento sempre più importante.

    Bernard Maris

    Il destino della nostra società è legato a una organizzazione fondata sull’accumulo illimitato. Questo sistema è condannato alla crescita. Nel momento in cui questa rallenta o si blocca,come sta avvenendo, è la crisi o  persino il panico. Ritroviamo il detto:  “Accumulate, accumulate, questa la legge  dei profeti del capitale” del vecchio Marx. Questa necessità rende la crescita una camicia di forza. Il posto di lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo delle spese pubbliche ( educazione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità, ecc) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL). “L’unico antidoto alla disoccupazione permanente è la crescita”, insiste Nicolas Baverez il  “declinologo” vicino a Sarkozy, supportato in questo,per paradosso, da molti noglobal. Alla fine il circolo virtuoso diventa un circolo infernale.. La vita del lavoratore si riduce sempre più spesso a quella di un “biogisteur” che metabolizza il salario con la merce e la merce con il salario, passando dalla fabbrica al supermercato e dal supermercato alla fabbrica.

    Tre sono gli ingredienti necessari perché la società consumistica possa continuare il suo girotondo diabolico: la pubblicità, che suscita il desiderio di consumare, il credito, che ne crea i mezzi e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità. Queste tre molle della società della crescita sono delle vere e proprie spinte al crimine ed alla diseguagliaza sociale”

    Noi aggiungiamo che gli strumenti a volte inconsapevoli, il più delle volte complici sono la politica asservita al capitale, gli evasori fiscali e gli accumulatori di beni e capitali,la pubblicità,le banche,le imprese,i commercianti e i professionisti dei servizi.

    Le prime vittime designate sono l’esistenza dei cittadini, l’educazione, l’istruzione,la salute,la mobilità,la cultura e l’arte. I carnefici sempre gli stessi: imprese, finanza, banche, mercato, governi e politica. È inutile girarci intorno e fare inutili distinguo.

  • Ritagli

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    A breve un e-book gratuito su iBook e iTunes che raccoglie un lustro di articoli e saggi di giuseppe campagnoli sul quotidiano La Stampa  come scrittore-lettore e sulla rivista telematica Educatiodue.0 edita da RCS Libri e diretta da Luigi Berlinguer. Tutto gratis et amore dei o piuttosto amore scolae, artis et architecturae. Chi volesse divertirsi a leggerlo potrà farmi pervenire qualche commento e ” recensione” su questo blog o su FB. Grazie!! Ho concluso la mia attività di articolista volontario perché sto concludendo il terzo e ultimo libro (probabilmente un e-book autoprodotto, visto che nemo propheta in patria e che tutti sono ormai scrittori!) sull’architettura scolastica: “Aprite le aule!”.

    Giuseppe Campagnoli

    28 Maggio 2015

  • Riforma della scuola. Paura?

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Scuole elementari 1906

    Siamo alle solite. La scuola è il motore della società? Allora rimandiamone la riforma o minimizziamola. Come temevamo l’elefante ha partorito il topolino!

    La riforma degli annunci mirabolanti si sta riducendo alla solita serie di misure palliative e inutili. Il corpus della scuola non verrà nemmeno sfiorato e sarà tanto se si risolverà, con una italica ricetta ipocrita e minimalista, l’annosa questione dei docenti precari autogenerati nel tempo da una scellerata organizzazione delle risorse umane e, anche, da una incomprensibile sudditanza verso sindacati autoreferenziali che hanno spesso difeso, ammettiamolo, lo status quo  e la quantità, fingendo di puntare alla qualità del servizio pubblico che può essere garantita solo con autentica formazione ricorrente e obbligatoria, valutazione e merito.  Se il fondamento di uno stato moderno è la scuola e se da lì parte tutto il resto siamo alle solite. L’Italia non ripartirà mai veramente. La chiave del successo degli stati emergenti in Europa e nel mondo è la scuola, la cultura, l’educazione e la formazione continua. Gli investimenti nei sistemi scolastici, nelle risorse umane e nelle infrastrutture (edilizia, servizi etc…) negli altri paesi sono, nell’insieme, quasi tripli, rispetto al nostro. Non faremo molta strada se accontenteremo solo le imprese e i lavoratori autonomi a discapito dei servizi pubblici fondamentali e dei contribuenti più assidui e sicuri. Consiglio di confrontare i nostri più recenti articoli con i fatti che stanno accadendo in questi giorni in seno al nostro governo.

    Il paese di balocchi

    Sulla buona scuola avevamo già scritto

    Dare i numeri sulla buona scuola

    La scuola buona o la buona scuola?

     Giuseppe Campagnoli 4 Marzo 2015

  • Le responsabilità della crisi…

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Vi giro un vecchio articolo di due anni fa dalle lettere a La Stampa che ancora non risulta datato! Che significa? Che nulla è cambiato!

    Su chi si scaricano le responsabilità

    “L’altra sera ho finalmente scoperto chi ha contribuito a generare la grave crisi che ha colpito il nostro Paese. Un solerte analista italiano, a Ballarò, non solo ha negato qualsiasi responsabilità da parte della finanza nell’attuale disastro economico, ma ha detto che la colpa del disavanzo pubblico in Italia è dovuta in parte alle generazioni nate negli anni trenta, quaranta e cinquanta che si sono assicurate tutti i diritti a discapito dei giovani.

    Mio papà è nato nel 1920 e gode di un privilegio veramente indecente: una pensione di mille euro al mese dopo una vita intera dedicata al lavoro. Giovanissimo ha partecipato alla seconda guerra mondiale, ha attraversato l’Italia a piedi per raggiungere dalla Campania il nord Italia dove ha partecipato alla guerra di Liberazione.

    Ha contribuito, con i bambini degli anni ’30 e ’40 a ricostruire l’Italia devastata dalla seconda guerra mondiale. Ha lavorato per quarant’anni in fabbrica. Poi ha continuato a lavorare come artigiano, denunciando regolarmente al fisco tutti i suoi introiti. E’ stato molto fortunato, perché, nato in Piemonte, non ha dovuto affrontare il dramma dell’emigrazione verso altri paesi europei. Ha permesso ai suoi figli di studiare e di raggiungere un minimo di benessere economico, ad oggi minato anche a causa di quegli abili analisti finanziari che in televisione non esitano a vedere in lui e in altre persone con un percorso di vita duro e impegnativo come il suo la causa dei mali d’Italia.

    Vorrei solo porre una domanda al giovane analista di Morgan Stanley: pensa di aver fatto altrettanto per il suo paese? “

    G. B.”

    Forse questo squilibrio (qui rappresentato per l’Italia) che si riflette al contrario nei redditi è la vera causa della crisi!

    Rifletta chi crede ancora nel nuovo che avanza! E nei sedicenti movimenti per i cittadini!

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  • Contro tutte le correnti!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Ara Pacis “in vitro”

    Cominciamo il 2015 con  una prima serie di considerazioni rigorosamente controcorrente e politically incorrect sulle varie arti che trattiamo in questo blog.

    Arte delle arti 

    I BLUFF DELL’ ARCHITETTURA, DELLA MUSICA E  DELLE ARTI CONTEMPORANEE. Ho scritto molte volte e forse invano di che cosa credo debba essere considerato arte e cosa no, che cosa debba essere considerato architettura e che cosa solo una macchina o uno strumento urbano tecnologico. Anche per la musica vale lo stesso discorso sia  classica o popolare. La differenza sta spesso tra il virtuosismo, l’abilità manuale e l’ispirazione poetica (dal poiein di classica memoria). Molti grandi poeti cantanti sapevano suonare male o poco mentre molti mediocri artisti erano e sono, quando va bene, solo dei grandi talenti della manualità meccanica e vocale sostenute dalle moderne tecnologie.  La pittura, la scultura, la decorazione, l’architettura, la musica, la danza e varie altre attività espressive dell’uomo  diventano arte sotto certe condizioni. Queste condizioni non sono presenti nei numerosi artisti locali che hanno riempito la maggior parte degli spazi pubblici e delle provincialissime “pinacoteche moderne” che molti  comuni piccoli e grandi vantano, ma non sono presenti anche in molti nomi delle arti e dell’intrattenimento nazionale e internazionale. La capacità mediatica e di convincimento di critici, televisioni, giornali e social networks ha creato molte stars fasulle e inconsistenti, gradite al mercato e non rispondenti per nulla a quelle che io chiamo le regole d’oro dell’opera d’arte: la fisicità, la gratuità, l’universalità, la immediata capacità di trasmissione estetica  (versus l’anestetico), la grande cultura che trapela sottotraccia dall’autore, dalla sua scuola certa e consolidata. Quando l’architettura, ad esempio, travalica la funzione specifica del suo essere fisico e tecnico e trasfigura verso l’estetico, raccontando o evocando storie ed emozioni in tutti (e dico tutti) diventa arte. Altrimenti è un oggetto d’uso come un’automobile o un tavolo, una nave o un martello, piacevole o sgradevole che sia. Ciascuno credo debba essere in grado di riconoscere  con sicurezza se un poeta è anche un artista, così come un cantautore, un musicista, uno scrittore, un architetto, un danzatore.

    Arte della politica 

    IMPRONTA ECOLOGICA, GLOBALIZZAZIONE, EQUITA’, DEMOGRAFIA IN EUROPA. Secondo una interpolazione delle formule scientifiche, ormai assodate, sull’impronta ecologica e la sostenibilità demografica l’Europa non potrebbe sostenere più di 200.000.000 di abitanti in condizioni di vita solo accettabili se fossero equamente distribuite risorse e ricchezza. Oggi siamo circa 713.000.000! E la crisi? E le migrazioni da altri continenti che paradossalmente hanno molte più risorse naturali vanificate e rese inutili o accaparrate da moderni colonialismi, da guerre tribali, religiose ed economiche, e sovrapopolazione? Vogliamo riflettere senza ipocrisie e pensare a soluzioni concrete per il futuro? Le nazioni della vecchia Europa, sempre più in crisi e sempre meno ricche, per evitare che si avveri il presagio sociologico di Alexander Mitscherlich o Ulrich Beck, debbono pianificare, insieme agli Stati economicamente avanzati del mondo e all’ONU, una politica urgente e non più rinviabile di sostegno effettivo all’emancipazione politica e sociale delle regioni da cui partono i flussi migratori favorendo la fine di conflitti tribali, religiosi ed economici e soprattutto imponendo l’estinzione della colonizzazione occidentale ancora attuata pervicacemente da multinazionali, da imprese occidentali e orientali e, non raramente, da ONG ed enti di beneficenza e cooperazione abilmente dissimulati. Lo spazio vitale e le risorse del mondo sarebbero sufficienti per tutti a patto che si possano attuare sensate politiche demografiche, educative e culturali valorizzando in chiave moderna l’ambiente, le tradizioni e le  storie di ogni popolo. Nella metafora dei vasi comunicanti della ricchezza e povertà i livelli si debbono progressivamente avvicinare fino quasi a pareggiarsi. Le parole comode di tanta politica, religione e filosofia: carità, elemosina, solidarietà si debbono rapidamente trasformare in sforzi verso garanzie di pari opportunità, emancipazione ed equità sociale.

    Arte del cibo 

    MAC DONALD’S, EATALY E SLOW FOOD. Le mode esistono anche nel mangiare. Se il colosso Mac Donald’s cede timidamente al “local” rispetto al “global” e propone piatti quasi a km 0 fondati sulla tradizione dei luoghi in cui opera, Eataly si vanta di essere rigorosamente global e trasferisce il “meglio del cibo” italiano ovunque nel mondo non preoccupandosi dell’inquinamento dovuto al trasporto né del fatto che, come dicevano i nostri anziani contadini e pescatori, i prodotti del mare e della terra non possono essere consumati nemmeno a qualche decina di metri di distanza dai loro luoghi perché si perderebbe l’odore, lo spirito intrinseco della loro origine e tutta la cultura che si respira, come ambiente, arte e storia nei siti della loro nascita e cura. Ho provato, per curiosità e dovere di cronaca, un pasto in una Hamburgeria di Eataly ed ho ricevuto cibo nella media, servizio come un qualsiasi fast-food a prezzi non proprio popolari. Un grande bluff? Certo è che la globalizzazione che sradica le cose belle e buone dal loro contesto geografico  fa enormi danni alla cultura e alla salute per un mito del cibo “etnico” che ha mostrato, nel tempo, tutti i suoi limiti di qualità e di sostenibilità. Slow Food suggerisce, pur nei limiti della sua dimensione di impresa in questo mercato fondato sul profitto e sulla libera impresa, qualche strada percorribile per la determinazione della libertà dei popoli in merito al diritto ad una sana ed adeguata alimentazione. Note critiche emergono comunque su alcuni aspetti come viene evidenziato nelle pagine di Wikipedia: “Nonostante i lodevoli obiettivi ci sono altri problemi che non vengono affrontati. Ad esempio, senza alterare in modo significativo la giornata di lavoro delle masse, la preparazione del cibo in una maniera slow food può essere un onere aggiuntivo a chi prepara il cibo (spesso donne). Al contrario, la società più benestanti possono permettersi il tempo e le spese di sviluppo di ‘gusto’, ‘conoscenza’ e ‘discernimento’. L’obiettivo dichiarato di Slow Food di preservare se stesso dal “contagio della moltitudine” può essere visto come elitario”.

  • Mecenati pro domo sua?

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Scrissi tempo fa una lettera a La Stampa di Torino criticando bonariamente il mecenatismo “peloso” dell’industriale ciarliero Diego Della Valle quando donò un nuovo edificio scolastico al suo paese d’origine. Il gesto era apprezzabile per la comunità, se si fa eccezione per qualche neo dovuto al fatto che l’edificio pare fosse stato progettato dalla consorte in un discutibile stile american neoclassic e che sia stato intitolato al fondatore della dinastia Della Valle. Tutti conoscono la successiva saga dell’intervento di sponsorizzazione del restauro del Colosseo. Oggi leggiamo di una analoga iniziativa del patron del cachemire italiano Brunello Cucinelli che nel “Progetto per la Bellezza” della sua Fondazione vuole contribuire a salvare il paesaggio e la natura. L’idea era quella di trasformare una pianura fatta di capannoni industriali  negli anni ’70-’90, dismessi e abbandonati o ridestinati a depositi e magazzini, in un parco interurbano di giardini, orti e frutteti attrezzati da “oratori laici” e strutture di accoglienza e ricreazione sociale. Il progetto si dovrebbe concludere nel 2015 anche con il restauro di un borgo medievale (paese della moglie) la creazione di un teatro e di una scuola per arti e mestieri. Demolire il cemento invece di costruire e risanare qualificandole aree deindustrializzate da politiche e imprenditorialità incoscienti ed analfabete, non è un cattiva idea. Occorrerebbe  spingere con “decisione” le imprese piccole e grandi ad investire il plusvalore non utilizzato in ricerca e innovazione in una specie di “tassa attiva” per incrementare la loro efficienza sociale distogliendo risorse al profitto per destinarle al territorio e al salvataggio e valorizzazione del paese in cui anche una industrializzazione senza regole e discrezione ha provocato danni su danni al patrimonio ambientale, culturale e artistico.  Un risarcimento “in nuce” che sarebbe premiato con reali agevolazioni e investimenti pubblici (sulla linea di una interpolazione virtuosa delle teorie  economiche della nostra ricercatrice e docente espatriata nei lidi britannici Mariana Mazzucato e del “neomarxista” Piketty)

    L’efficienza sociale

    Mi vengono in mente le nostre  aree industriali della teoria di valli che si protendono dalle colline al mare come la Valle del Tronto, quella del Tenna, del Chienti e del Potenza, la Vallesina e la Valle del Misa, non ultima quella che vediamo dalle nostre finestre, la Valle del Foglia,  cui ci riferiamo a mo’ di esemplificazione. (“Chi è causa del suo mal” La Stampa Maggio 2013) Non ho visto nessun programma veramente concreto e nemmeno futuribile in questa direzione dalle amministrazioni “progressiste” o sedicenti “dalla parte dei cittadini” della nostra provincia come delle altre. Sarebbe invece la prima cosa da fare per le aree degradate e sfruttate dallo slogan speculativo dei “pochi maledetti e subito” senza prospettive e reali programmi pluriennali di sviluppo e sostenibilità dei nostri ineffabili piccoli e grossi industrialotti di provincia. Sarebbe veramente un sogno che si creasse un’alleanza trasversale tra i sindaci delle valli per pianificare con ampio respiro il futuro dei nostri territori, puntando sul recupero, sulla salvaguardia e sulla trasformazione di tutte le aree nella direzione degli unici settori plausibili per un paese come l’Italia: l’agricoltura di prossimità e il turismo, la cultura e l’educazione, il tempo libero e la ricreazione, la vera arte e il vero artigianato. Credo ci potrà salvare solo una joint venture virtuosa tra un  pubblico divenuto efficiente, efficace, economico ed onesto ed un privato divenuto più colto e lungimirante. Ci piacerebbe un privato più attento al sociale che al profitto e senz’altro anch’esso, vista la corruzione subliminale e palese che si fa in due e l’evasione (di sopravvivenza delle persone o dei beni?) diffusa che si fa da soli, decisamente più onesto. Noi avremmo nel cassetto un progetto di ampio respiro di “ridisegno urbano” per i nostri territori, sicuramente esportabile altrove e fondato sul verde, l’agroalimentare, il turismo e la mobilità compatibili, l’arte e la cultura. Chissà se qualche sindaco illuminato rifletterà ed agirà dopo aver letto questo nostro accorato appello ed invito?

    Giuseppe Campagnoli

  • Lo stato dell’arte politica. Verità nascoste.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Molte sono le verità che una certa arte della politica e della comunicazione nascondono accuratamente all’opinione pubblica per consentire che nei miserevoli teatrini in tv, nelle piazze populiste e nel web, si blateri di tutto meno che dei fatti incontestabili dell’economia e della società. Alcuni importanti luoghi comuni sono da sfatare, prima di altri e prima che sia troppo tardi e che ci si riduca a far la guerra ai nemici sbagliati.

    1. PENSIONI. Le pensioni cosiddette “retributive” non sono altro che un patto scellerato tra lavoratori e datori di lavoro (tra cui lo Stato) : “io ti pago   stipendi tre volte ( e anche 4)  più bassi della media europea per 40 anni di lavoro  qualificato e il resto te lo darò quando sarai in pensione pagandoti dei ratei che corrispondono circa all’80% del tuo ultimo stipendio”  Si tratta quindi in effetti di un salario differito che insieme alla liquidazione non raggiungerà mai, comunque, ciò che era dovuto per il tempo lavorato con uno stipendio adeguato, di livello europeo e costituzionalmente equo. Si parla di pensioni da miseria (400-600 euro mensili) senza fare cenno ai tanti,che si lamentano anche in tv,( ad esempio commercianti, artigiani, autonomi in genere) mentre non dicono di aver versato contributi risibili e  si guardano bene dal confessare di aver accantonato ingentissimi patrimoni immobiliari e tesoretti in banca!  Altro che pensino d’oro e liquidazioni di diamante!
    2. EVASIONE SOCIALE. Sono più di quanti si possa pensare i figli di lavoratori autonomi che godono di provvidenze, sconti, mense, alloggi per studiare quasi gratis, mentre conducono un tenore di vita altissimo grazie alle loro famiglie ricche che dichiarano redditi bassi e nascondendo nelle pieghe di leggi implicitamente compiacenti patrimoni più che ragguardevoli.
    3. COMUNISMO E LIBERISMO. Il comunismo e il socialismo sapevano distribuire ma non sapevano produrre. Il capitalismo e il liberismo (quest’ultimo in Italia è l’unico verbo della politica che va, con minime sfumature, da Berlusconi a Renzi e da Salvini a Beppe Grillo) sanno produrre ma non distribuire ricchezza perché lo scopo principale è ancora il profitto per pochi e la carità, quando si può, per gli altri.
    4. CRISI. La crisi non esiste di per sé. Sono le imprese, grandi, piccole e piccolissime che quando hanno visto scendere i loro profitti per il calo fisiologico e scientificamente plausibile dei consumi, per la loro endemica incapacità ad investire in ricerca, innovazione e formazione non hanno fatto altro che “fallirsi” , delocalizzare, licenziare, scappare con il malloppo o piangere sul latte versato da loro stessi anche con miserevoli atti di autolesionismo su cui la stampa ha fatto la sua consueta parte da rapace.
    5. CORSI E RICORSI. I cicli economici hanno sempre un inizio ed una fine. Oggi, per fortuna, siamo alla fine di un grande pernicioso ciclo. Per garantire l’equilibrio sociale occorre allora, senza indugio, limitare i redditi e le rendite, introdurre più pubblico sano,  ridurre e controllare l’iniziativa privata, abolire le speculazioni finanziarie ed imporre meccanismi di ridistribuzione della ricchezza solo in base al lavoro e al merito.
    6. RICCHEZZA E POVERTA’. Possibile che anche la chiesa cattolica sia arrivata a dire che non si tratta di carità e che il traguardo immediato deve essere quello dell’abolizione della povertà attraverso la costruzione di una società degli eguali nelle pari opportunità in ogni campo per non cadere nell’errore opposto di una società degli “identici”? Come ottenere questo se non prendendo da chi ha immeritatamente e spesso disonestamente e criminalmente molto di più? Altro che euro, banche centrali, finanza! La chiave è molto più semplice e a portata di mano. Per una volta, da agnostico, mi sento di spezzare una lancia a favore del “comunismo” dissimulato di papa Bergoglio!

    Giuseppe Campagnoli

  • La scuola buona o la buona scuola?

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    La scuola buona o la buona scuola?

    Ripropongo  i principali  punti governativi e provo a dire qualcosa rapidamente e sinteticamente dopo aver passato 40 anni nella scuola da insegnante, preside e ricercatore più 20 da studente.

    1) Mai più precari nella scuola e basta supplenze. L’idea non è male. Coniugando il fabbisogno di docenti  reale e consolidato di ogni scuola con le risorse disponibili e in attesa si potrebbe chiudere la partita ed aprire una nuova era (di standard internazionale) per il reclutamento e la gestione del personale della scuola. Ma sono stati fatti bene i conti economici? Chi supererà lo stereotipo del  lavoro sotto casa? E come verrà determinata la consistenza del team stabile scolastico?

    2) Si entra solo per Concorso. Bene! Ma sarà possibile dal 2016? E quali saranno le regole? E l’efficienza ed equità delle procedure? Occorrono le classiche “cento misure” per un solo giusto taglio! Bene cambiare il reclutamento dei dirigenti e bene la proposta per i cosiddetti privilegiati e nonsisacome reclutati “ispettori” di farne un segmento della carriera dei presidi! E’ da tempo che l’avevamo proposto.

    3) Carriera. Qualità valutazione e merito. Quis custodiet custodes? In un paese di raccomandati e di bluff la domanda è d’obbligo! Occorre cambiare forma mentis e allora anche la valutazione potrà entrare, rigorosa, equa e attendibile. E potrà essere accettata da tutti.

    4) Formazione e innovazione. Scuola digitale. I soldi spesi in passato per la formazione sull’informatica e le lingue straniere e per l’innovazione (computers, lavagne interattive, tablets ed altre diavolerie) hanno lasciato solo macerie..Speriamo che la formazione e diventi obbligatoria, ricorrente, gratuita e di qualità per tutti. E speriamo che a gestire la pianificazione per  l’innovazione e la digitalizzazione omogenee e con standards simili in tutta Italia, pensi gente seria, preparata,con trascorsi di sicura pluriennale esperienza e moderna.

    5) Scuola di vetro e scuola sbloccata. Trasparenza e qualità da costruire nel tempo. Occorre educare cittadini e operatori della scuola per gestire il cambiamento. In Italia sarà possibile? Abolire la burocrazia inutile? Bene. Ma chi toglierà finalmente la dirigenza dell’amministrazione a coloro che non hanno mai avuto formazione scolastica specifica e sono ancora tutti laureati in giurisprudenza? Tutto il personale dell’amministrazione deve venire dalla carriera scolastica!!! Occorre cambiare radicalmente i profili! Meglio un preside a dirigere un provveditorato (o come si chiama ora) che un giurisprudente burocrate!

    6) Sport, musica e storia dell’arte. Lingue, economia e competenze digitali. Si auspicano curricoli progressivi dall’infanzia all’università, solidi per qualità e quantità alla pari delle materie umanistiche e scientifiche. Chi se ne è occupato per una vita da docente o esperto saprebbe come fare presto e bene. Un consiglio per le arti: Artemdocere

    7) Scuola e lavoro, scuola e territorio. Fare rete e attrarre simbiosi tra imprese serie, enti locali e territoriali,associazioni  e mondo della scuola. Impostare veri percorsi-tandem scuola e lavoro con sistemi di crediti per una formazione integrata continua ed efficace, utile non alla scuola o all’impresa ma al cittadino in fase formativa. Chi si forma si educa e chi si educa si forma. Chi fa stages in azienda non è là per attaccare francobolli sulle buste o portare il caffè agli impiegati!

    8) Scuola statale e scuola paritaria: non dimentichiamoci che la Costituzione su questo punto è assolutamente chiara e dimentichiamoci che siamo il paese della Città del Vaticano. Prendiamo spunto dall’Europa.

    9) A latere. L’edilizia scolastica. Consigliamo la lettura dei nostri articoli su Education2.0, sull’ultimo numero della “Rivista dell’Istruzione” Maggioli Editore e del libello “Questione di Stile” gratis su Itunes e Ibook. Una sola cosa da dire, per ora. Un milione di euro è la decima parte di quello che investe, per esempio, la Gran Bretagna nei suoi piani triennali sull’architettura scolastica, in una sola annualità.

    Per finire: non ripetiamo l’avvilente consultazione di berlingueriana e morattiana memoria! Facciamo i cambiamenti per induzione! I plebisciti e l’assemblearismo allungano solo i tempi e creano ostacoli e demagogie. Impariamo dai saggi di Atene!

    P.S. Chi sono  infine  Simona Montesarchio, Damien Lanfrey, Donatella Solda, Antonio Aloisi e Matteo Benedettino?

            Ci piacerebbe saperlo e comunque li ringraziamo anche noi. Qualche spunto buono c’è nel documento.

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  • Scuola? Ci strabilieranno con effetti speciali!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Le famose tre “i” di Moratti e poi Gelmini (inglese, informatica e inglese) ora son diventate due (informatica e inglese) Ancora? Dove son finiti i risultati dei milioni spesi per il Progetto Lingue dal 2000? E quelli per la formazione a tappeto dei docenti sull’informatica? E le lavagne interattive? Pare un drammatico e definitivo “déjà vu”! E dallo stesso obsoleto e anacronistico palco del Meeting di Rimini.

    Aumentare le ore ai docenti pagandoli il giusto? Eliminare i supplenti ? (per carità non fisicamente si affretta a dire la ministra..) Belle scuole e nuove scuole con un solo miliardo di Euro? Di nuovo cambio dei programmi didattici? Riabilitare la dignità della storia dell’arte e della musica come insegnamenti fondamentali con poca spesa? E tanto altro. Staremo a vedere. Ma la nostra esperienza di quarant’anni nella scuola da docenti, dirigenti e consulenti, anche a stretto contatto con le segrete stanze ministeriali, non ci fa ben sperare. Forse soltanto perchè chi veramente ci capisce di scuola credo non sia stato nemmeno sentito.

    Giuseppe Campagnoli

    Agosto 2014

  • Economia spicciola? Buon Ferragosto!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    E’ inutile fare tanti grafici e discorsi, ricette e consigli di varia economia. A qualcuno è venuto in mente per caso che il capitalismo è al capolinea e occorre pensare a qualcos’altro? Per esempio un socialismo e uno sviluppo sostenibili e rigorosamente basati su equità ed equilibrio di redditi e patrimoni? Non sarebbe così complicato. E’ inutile accanirsi ancora su un malato ormai spacciato! Ciò che sta accadendo in Europa accadrà anche nei paesi cosiddetti emergenti e apparentemente in ripresa. E’ solo questione di tempo. E allora sarà la tragedia! Dovrebbe intervenire l’ONU e finalmente farebbe almeno una parte dei suoi doveri istituzionali: contribuire a salvare il mondo!

    Giuseppe Campagnoli, 15 Agosto 2014

  • Prima delle vacanze

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Queste vacanze 2014  qualcuno le potrà passare divertendosi e spendendo gli ultimi danari o quelli che ancora guadagnerà in abbondanza non si sa come e non si sa perchè. Qualcun’altro invece trascorrerà il tempo rovente  rimpiangendo, dalla poltrona di casa o dalla sdraio sul balcone, le stagioni, in cui bene o male, poteva viaggiare e svagarsi grazie ad una maggiore equità sociale. Io vi ripropongo  una riflessione sulla microteoria economica e sociale che ritengo sempre più valida ed attuale.

    L’ efficienza sociale

    È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione, nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito.

    Tutti possono fare altrettanto?

    Giuseppe Campagnoli, pubblicato su La Stampa in Luglio 2013

  • Educazione allo Sviluppo Sostenibile

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    La prossima Settimana UNESCO di Educazione allo Sviluppo Sostenibile si terrà dal 24 al 30 novembre p.v. E’ possibile aderire già da ora, attraverso la scheda di adesione disponibile sul sito unesco.it nella sezione dedicata. Invitiamo tutti ad aderire numerosi all’edizione conclusiva del Decennio con iniziative proprie e a farsi promotori della Settimana presso la propria rete e presso i potenziali interessati.

    A conclusione del ciclo unescano 2005-2014 il tema scelto dal recente Comitato Nazionale non poteva che essere l’ EDUCAZIONE alla sostenibilità in senso lato, ovvero il tema centrale e trasversale all’intero Decennio, con un forte accento sulle attività svolte e su ciò che rimarrà dopo di esso in termini di contributo concreto di tutti gli aderenti sul territorio.

    Dettagli, scheda di adesione, requisiti, lettera del Presidente, sintesi del CN 2014, lista dei referenti regionali, etc sono disponibili sul sito unesco.it alla pagina http://www.unesco.it/cni/index.php/settimana-dess-2014

    Segnaliamo inoltre che:

    – a breve sarà inviato un questionario di indagine sullo stato delle attività di educazione alla sostenibilità in Italia, utile come supporto ad una monografia dedicata all’analisi dello stato dell’arte e alla raccolta di buone pratiche;

    – è stato creato un gruppo facebook chiuso (non ufficiale nè istituzionale) per tutti coloro che desiderano scambiare contatti, esperienze, condividere eventi ed iniziative. Il gruppo si chiama “DO UT DESS” e chi vuole può  chiedere di aderire. Per farlo la procedura più semplice è chiedere l’amicizia a Filippo A. Delogu, per essere poi aggiunti al gruppo. Una volta entrati nel gruppo sarà possibile suggerire altri potenziali membri.

    Per qualsiasi ulteriore informazione non esitate a contattarci presso gli uffici della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO. Di seguito i nostri contatti:

    Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO

    Settore Sviluppo Sostenibile

    Tel 06 68 73 713 / 12 int. 211 / 208

    E-mail: filippo.delogu@gmail.it; maria.torresani@esteri.it;

    www.unesco.it; www.unescodess.it;

     

  • Addio moto pesaresi.

    di Angela Guardato Angela-Guardato

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    In tarda mattinata, dopo la scuola, ho fatto un salto con il presidente dell’associazione di cui faccio parte, a vedere la sala della Benelli, quella delle moto, che potrebbe essere location per presentare un libro fotografico sull’argomento. Dopo il giretto, sono rimasta piacevolmente e spiacevolmente stupita: le vecchie motociclette sono davvero bellissime (le avevo sempre viste solo di sfuggita); poi ho chiesto quale fosse Tonino Benelli e me lo hanno mostrato nelle foto: un bellissimo viso, di quelli che fanno storia. Alla fine ho domandato da chi fosse gestita oggi la ditta. Non ricevendo subito risposta, ho pensato: “che sciocca” e mi sono affrettata a rispondermi ad alta voce: “gli eredi, no?”. No. La Benelli è oggi gestita da una compagnia cinese, la Quanjiang, che pare abbia operato il salvataggio della nostra, in fallimento. :/
    Ma che fine hanno fatto i grandi imprenditori italiani? Pare che la maestria e l’esperienza dei “vecchi” sia stata cancellata con un colpo di spugna, per sempre.

    Angela Guardato