IDENTITÀ?


Emanuele Coccia (Libération 31 gennaio 2026)

Emanuele Coccia (Fermo, Italia, 1976) Filosofo e professore all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi

Traduzione e adattamento Giuseppe Campagnoli

La nostra identità culturale non è definita né dal sangue né dal suolo.

Una cultura non si arresta là dove finiscono le frontiere. Emanuele Coccia si stupisce di essere talvolta ricondotto all’Italia, suo paese d’origine, pur non vivendovi più e non parlandone la lingua da decenni.

Per abitudine o per distrazione, tendiamo a definire la nostra cultura nello stesso modo in cui definiamo la nostra cittadinanza. Così, come ciò che definisce la nostra appartenenza politica è il luogo in cui siamo nati o il legame genealogico che ci unisce all’identità dei nostri genitori, anche la nostra identità culturale sarebbe definita dal sangue e dal suolo. Sembra una conclusione legittima, ma basta rifletterci un poco per rendersi conto che si tratta di un’idea del tutto assurda. Per esempio, è curioso che io venga riconosciuto come una persona di cultura italiana perché sono nato in un paese ( ndr. poco attraente scrive il Coccia) della costa adriatica da genitori italiani, anche se ho trascorso molto più tempo fuori da quel paese e non ne parlo più la lingua da decenni. (ndr: sindrome da Rital?)

Ripartire da zero. I problemi si trovano altrove.

Assimilare la cultura al sangue e al suolo significa assimilarla alla nazionalità: eppure una cultura certamente non si arresta là dove finiscono le frontiere e non muore con la fine di uno Stato.

D’altra parte, in questo modo, la nazionalità stessa viene immediatamente considerata come un fatto culturale perfettamente riconoscibile e omogeneo, mentre ogni nazione non è che un’arena in cui innumerevoli identità culturali si confrontano per imporre la propria egemonia. E i problemi non finiscono qui. Per esempio, il meccanismo di assimilazione sembra più rigido per le culture che per la cittadinanza: se infatti è possibile acquisire la cittadinanza di un paese in cui non si è nati o al quale non si è legati da alcun vincolo genealogico, sembra invece impossibile acquisire un’identità culturale. Posso diventare francese per cittadinanza, ma il mio accento continuerà a suggerire che la mia identità culturale debba essere cercata altrove.

Tutte queste incoerenze si fondano su un errore antico e profondo: l’idea che sia la nascita a darci accesso a una cultura. Eppure, la nascita è precisamente la prova che non apparteniamo naturalmente a nessuna cultura. È la nascita che definisce una estraneità assoluta, ontologica, a tutte le culture del mondo, che ci condanna a dover acquisire faticosamente e sempre in modo imperfetto le conoscenze, le abitudini, i modi di vita che altri, in altre epoche, hanno inventato e trasmesso al mondo. È la nascita che ci rende stranieri a ogni cultura. È la nascita che fa di qualunque cultura una lingua straniera che non riusciremo mai a padroneggiare davvero. La nascita è un accento che non potremo mai cancellare. Nascere è precisamente ciò che interrompe la continuità temporale e geografica del sapere e costringe l’io a ricominciare da zero… Così, proprio perché sono nato, non sarò mai veramente italiano, così come non sarò mai veramente francese, cinese o yanomami sul piano culturale. Ed è questo il punto essenziale: la nascita ci rende anche stranieri a tutto il mondo, o, se si preferisce, vicini a tutto il mondo.

Il passato straniero.

E ciò che vale per la cultura vale anche, e soprattutto, per il passato e per le diverse tradizioni. Anche il passato dell’umanità è lontano ed estraneo per chi nasce: quando apriamo gli occhi, nessun evento passato ci è più vicino di un altro, nemmeno l’esperienza di coloro che ci hanno generati. Non è certo la genealogia o la geografia a definire la mia prossimità con il fascismo italiano, così come non sono più vicino alla conquista del continente americano o all’unificazione imperiale di Qin Shi Huangdi. Così non è, perché la cultura deve essere appresa, acquisita con sforzo, e perché il rapporto con il passato viene costantemente ridisegnato in funzione di ciò che accadrà domani o dopodomani. Pensare il contrario equivarrebbe a fare della storia l’equivalente terrestre dell’astrologia: se fosse davvero il luogo di nascita a renderci più vicini a un evento che letteralmente non esiste più, allora sarebbe del tutto giusto e sacrosanto pensare che la posizione del Sole e delle altre stelle al momento della nascita definisca il nostro carattere.

Se è importante ricordare queste evidenze e liberarsi da questa forma di superstizione storica e culturale, è perché viviamo in un momento in cui l’illusione secondo cui la cultura si divide come si dividono le frontiere degli Stati è diventata difficile da credere o da accettare, persino per i più fanatici. È diventato urgente riconoscere che viviamo in uno spazio comune, che chiede di essere plasmato da tutti i popoli, tutte le nazioni e tutte le culture, per poter costruire insieme un futuro accettabile.

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