Ecco l’ineffabile anchor-man per eccellenza che, “da sinistra”, difende ed elogia il mercato. Ricordiamo i nostri post di tempo fa per ribadire il concetto che pare sfuggire ai più, spesso in malafede, secondo cui è bene che il servizio pubblico non si contamini con il privato (sponsors, appalti, pubblicità, contratti fuori budget..) per mantenere autonomia, indipendenza dalle logiche di mercato ed etica sociale.
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Dio come insieme di valori essenzialmente umani e naturali?
Ascoltando ieri di nuovo, dal pulpito di Fabio Fazio, Vito Mancuso studioso di teologia, oltre che una delle nuove stars spirituali (!) mediatiche, in contraddittorio sottile con lo scienziato Veronesi, ho ricordato una frase che disse in una intervista precedente e che ieri, stranamente, non ha ripetuto. Forse sosteneva la parte del mistico “credente”?
Aveva tradito nel discorso di allora la sua, a mio avviso apprezzabile, vocazione umanista, rispondendo alla fatidica domanda di Fabio Fazio: “Cosa vuol dire per te credere in Dio?”. Quasi allo stesso modo in cui rispose mirabilmente anche Eugenio Lecaldano in “Etica senza Dio”. La replica di Vito Mancuso, inequivocabile, in sintesi è stata: “Credere in Dio significa che la passione per il bene e la giustizia che è dentro di noi è l’attestazione di una realtà più profonda che tradizionalmente dagli uomini viene chiamata Dio”
In definitiva Dio non sarebbe altro che il “nomen” con cui gli uomini hanno sempre identificato il senso di giustizia, di uguaglianza, di libertà e in generale di bene che appare innato in loro stessi. La frase dal sen fuggita di un teologo famoso fa ben riflettere, come fa pensare che ieri, di fronte al laico Veronesi, non sia stato lo stesso: esigenze di copione?
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Gramellini. La lettera incriminata (2)
Questa la lettera,inviata diverse volte, anche in forma edulcorata, che non fu mai pubblicata.
“Si ripete in TV il solito meschino teatrino dei conduttori di chiara fama, anche sedicenti progressisti, che continuano a schernirsi, tra lazzi e battute, dicendo che i loro lauti e smisurati compensi vengono dalla pubblicità e non dal canone. Mi sono sentito doppiamente raggirato poiché è palese che si aggiunge la beffa al danno di un mercato subdolo e speculatore che usa la tv pubblica come quella privata per turlupinare i consumatori ingenui sponsorizzando format che si presentano spesso come culturali e di servizio, con l’unico scopo di aumentare i loro non sempre meritati profitti.
I famosi giornalisti, conduttori e comici quando si sentono chiamati in causa (excusatio non petita… ) nelle saccocce, si affrettano con animosità a difendere il loro diritto di arricchirsi “onestamente” ritenendo che sia giusto e soprattutto commisurato ad una vita dignitosa (!) lo stipendio sicuramente superiore ai 5000 Euro al mese che qualsiasi bravo professionista meriterebbe per compensare il suo lavoro e soddisfare i suoi legittimi bisogni.
Queste ripetute e, a volte piagnucolose o accalorate, pubbliche autodifese dei vecchi e nuovi divi dello spettacolo e dei media mi fanno riflettere sui professionisti, sui meriti e sui guadagni.
Se ammettiamo che un conduttore televisivo, o un comico rampante, seppure onesti contribuenti, debbano giocoforza guadagnare un milione di euro l’anno per un mestiere che, perdonatemi, non avrebbe proprio una ineluttabile valenza civile, se non quella di alimentare il consumo dei prodotti dei generosi sponsors, quanto dovrebbe guadagnare un insegnante, un preside, un medico ospedaliero,un magistrato, un poliziotto e tutte quelle figure portatrici senza clamore ed esibizionismo di vera efficienza sociale?”Giuseppe Campagnoli





