Campotenese: ampio vestibolo, agevole varco per un tuffo nel verde
Campotenese per noi di Mormanno era solo un altipiano a sud-est, ci dovevamo arrivare per andare a Rotonda. Solo se ci riflettiamo un po’ notiamo che è la ’porta di accesso alle cime del Pollino’. Proviamo ad immaginare la visione aerea, da nord a sud: lago Cotugno di Senise, boschi, foreste, il fiume Frido, il santuario della Madonna di Pollino (1.500 m. slm), colle Impiso (1.500 m.), le cime del massiccio verso sinistra, piano Ruggio, Campotenese (1.100 m.), dopo 50 km qualche segno della civiltà (l’autostrada – la statale n. 19) e poi si prosegue verso sud: m. Palanuda (1.600 m.), Cozzo Pellegrino (2000 m.) la Mula, il santuario del Pettoruto, il mare, altri 50 km. C’è un altro luogo in Italia dove è possibile percorrere 100 Km nel verde senza incontrare, paesi, fabbriche? Non esiste.
Negli ultimi anni i terreni che hanno valore non sono più quelli nei centri storici: abbiamo visto proliferare centri commerciali alle uscite autostradali, le merci arrivano facilmente, ma soprattutto i clienti, tutti in auto, trovano ampi parcheggi, sono disposti a fare un po’ di chilometri perché si trova assortimento, quantità e varietà a prezzi convenienti. Prima o poi gli svedesi dell’IKEA (che è già arrivata a Baronissi -Salerno-) potrebbero voler creare uno stabilimento a Campotenese (i loro prodotti sono a basso impatto ambientale), oppure società del nord realizzare un outlet.
Forse è meglio prevedere altri interventi ecocompatibili considerando che dall’autostrada è l’accesso più comodo al Parco del Pollino (intendendo anche la zona a sud, verso Novacco, i monti e la valle dell’argentino verso Orsomarso).
Forse è meglio che Campotenese diventi un centro per i visitatori perché di fronte al nulla poi si è costretti ad accogliere qualsiasi altra proposta, cedendo al solito ricatto (un po’ di occupazione a basso costo per qualche anno).
Prendo spunto dalle affermazioni rilasciate da Papa Bergoglio nell’ultima udienza generale, dedicata, come noto, alla riflessione sul tema del legame uomo donna, per suggerire la lettura di un paio di articoli recentemente pubblicati nella rete, e sui siti linkati in questo blog, che mi sembrano interessanti per comprendere e ragionare sulla questione, ciclicamente posta all’attenzione dell’opinione pubblica spesso con la sola intenzione di strumentalizzarla a fini politici, delle libertà di espressione e manifestazione delle identità di genere, del rispetto dei diritti fondamentali della persona ad esse connessi e delle posizioni che la Chiesa Cattolica è tornata ad assumere, nonostante le dichiarazioni rese dal papa nei primi mesi del suo pontificato, su argomenti centrali del dibattito culturale nella società italiana degli ultimi anni.
In particolare vorrei segnalare l’ottima sintesi offerta da Giulia Siviero sul Post diretto da Luca Sofri, nel suo articolo Che cos’è la “teoria del genere”. Mi sembra un bellissimo esempio di cosa significhi oggi scrivere contenuti on-line di qualità, documentandosi sul tema e provando a spiegare ai lettori quali sono le posizioni e le opinioni degli studiosi delle discipline coinvolte (biologia, sociologia, psicologia, etc), le linee culturali di riferimento e le domande chiave che aiutano a fare chiarezza sull’intera questione.
Un altro articolo, che trovo estremamente rigoroso (e franco) e che si sforza di definire i termini della questione ricorrendo – correttamente – al contributo scientifico per chiarire prima di tutto cos’è l’identità sessuale, è disponibile su Wired ed firmato da Simona Regina: si intitola, assai significativamente, Cosa (non) è la teoria del gender e (non soltanto per questo motivo) può considerarsi, a parere di chi scrive, complementare e necessario rispetto al primo.
Un breve racconto per condividere un’impressione ed essere leggermente autobiografico nel constatare come il passato debba essere ricordato per un attimo per poi andare avanti sfruttando solo la memoria che è già dentro di noi. Absit iniuria verbis…Mi aspettavo molto di più, mi aspettavo di salutare finalmente Francesca, dopo tanto tempo, annunciata ed evocata dalla poesia di Giacomo, “Verrà?”, mi aspettavo un abbraccio ideale dai compagni di un tempo, perché, nonostante il tempo, noi, in fondo, siamo sempre gli stessi e siamo fatti di passato e presente e di desideri per il futuro. Mi aspettavo un attimo, solo un attimo di memoria fuori dal tempo, dolce e serena. Ma così non è stato.
Ecco il breve racconto di una delusione improvvisa, inspiegabile, struggente.
Poco tempo fa, sapendo che ci sarebbe stato un incontro di musica e poesia e forse un rendez vous di vecchi amici ho fatto una toccata e fuga serale a Recanati. A parte l’abbraccio sincero con il mio amico ottimo anfitrione e il saluto caloroso di una vecchia conoscenza che non vedevo da decenni, una platea ancien e sconosciuta o almeno non riconosciuta, tipica delle università della terza età, nella cornice di un’atmosfera della città grigia e ventosa è il teatro della kermesse che appare subito affatto popolare pur anche nelle citazioni più familiari e nei ricordi più leggeri. L’esordio delle immancabili presentatrici istituzionali è già illuminante con il distinguo tra “lettere basse e lettere alte” come se una lettera popolare ma sincera di un contadino o di un soldato non possa essere sublime poesia e sia necessario essere di lettera culturalmente altolocata per scrivere in plausibili versi. Conoscevo le poesie dell’autore sul palco e le avevo apprezzate nelle letture dal web, riconoscendovi, in un misto di sana nostalgia ed emozione, luoghi, fatti e persone che sono stati a me molto familiari e vicini. In sala ahimè i versi hanno reso meno, in una dizione a fil di voce che è sembrata meno appassionata, forse per la vertigine della platea… Gli intervalli con gli accordi di un musicista sicuramente virtuoso ma apparso un po’ imbolsito, ripetitivo e a tratti anche incerto, non hanno giovato alla comunicazione ed alle emozioni che si sarebbero potute suscitare. Ho capito finalmente, in una fortissimissima (per dirla con Leopardi) sensazione di disagio, che la mia città forse non era più la mia città e come sia vero il detto che nessuno è profeta in patria se è un profeta e soprattutto se non ha più una vera patria. Nel mezzo di un irresistibile senso di patetico, il pensiero e la fuga discreta sono stati un attimo. Un grazie comunque sincero a Leo perché mi ha fatto involontariamente capire che, a volte, il passato è meglio che resti dov’è, bello perché irrangiugibile come, sovente, anche il presente. Addio Recanati sparita, melanconica e irresistibile solo nei miei ricordi da lontano.Addio ricordi di figure che ho amato forse nella mia immaginazione e che non posso e non debbo sperare che tornino neppure a salutarmi da lontano.
L’aria fritta del dibattito sull’edilizia scolastica in Italia.
Le scuole “sicure” o scuole diverse? I fatti di questi giorni ci fanno riflettere e ci convincono che “repetita non iuvant”! Ma noi non desistiamo. Ho riletto criticamente la serie di articoli del focus sull’edilizia scolastica pubblicato in Ottobre sul N° 4 della “Rivista dell’istruzione” cui anche il sottoscritto ha contribuito, apparendo forse a prima vista utopico, fuori dal mondo ed eccessivamente “creativo”. Ne ho tratto la sensazione di una certa disforia e una percezione di quella non rara “aria fritta” che il mio buon maestro napoletano Uberto Siola attribuiva a certi intellettuali e in particolare agli architetti e agli psicopedagogisti. Ho lasciato la professione militante anche per questo e ho cercato di muovermi verso i lidi dell’aria da respirare sia in architettura che in scuola. Ho trovato nei testi molti luoghi comuni e molte mode intellettuali sulla scuola e sull’architettura e su entrambe. Amore per l’erba del vicino e parole, parole, parole, spesso narcisisticamente prese a prestito da un infondato complesso di inferiorità verso il mondo anglosassone e quello scandnavo. Rarissime le costanti ideali e le coincidenze propositive. Non è di un edificio specializzato che a mio avviso occorre parlare ma su quali siano i luoghi per apprendere. Altrimenti ripeteremmo quello che anche Papini considerava un errore: pensare ancora ad uno stabilimento, un opificio, un monumento unico, immobile anche se tecnologicamente innovativo e formalmente mirabolante. (altro…)
Appuntamento con l’arte. La prima puntata di “Recanati Sparita” a cura di Giuseppe Campagnoli. Martedì 24 Marzo su Radioerre Recanati con Nikla Cingolani.
L’architettura della cittadina leopardiana in una storia “favolosa” un po’ autobiografica.
Autocitandomi dal pamphlet “Questione di Stile” una doverosa premessa sull’architettura moderna e contemporanea riguarda chi progetta. Recanati è stato una specie di laboratorio sui generis in architettura e la summa esemplare dei beni e dei mali italiani in questo campo, oltre che, per inciso, la mia palestra di giovane architetto.
Secondo una specie di dato statistico demografico, culturale ed ambientale riferito al contesto europeo, a Recanati spetterebbero oggi non più di 10 progettisti qualificati in architettura. Il mercato (quello che solo da noi vede geometri, periti edili, periti agrari, ingegneri di tutti i tipi arrogantemente in pista per fare architettura) è un’altra cosa. Sappiamo che il mercato è contro l’ambiente e la qualità, ma l’ipocrisia e il liberismo sono ahimè ancora vincenti. Chi perde sono insieme la città, l’ambiente, il territorio, la qualità della vita e l’equità sociale. Recanati non ha fatto eccezione. Partendo da queste premesse contemporanee vorrei percorrere la storia dei muri di Recanati attraverso la mia esperienza personale che si è conclusa alla fine degli anni ’90 con l’episodio tormentato del restauro del Castello di Montefiore. Cominciai il mio dialogo con la città di Recanati da architetto neo laureato nel lontano 1974 insieme ai miei compagni di viaggio fino all’inizio degli anni ’80, poi da solo. Orgogliosamente e coerentemente ho sempre provato ad applicare, interpolandoli saggiamente, gli insegnamenti dei miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi, Uberto Siola e Salvatore Di Pasquale. Mi sono dedicato molto all’architettura pubblica per l’educazione e la cultura e meno alla residenza, con sperimentazioni e provocazioni che i miei clienti illuminati hanno sempre saputo accettare. All’epoca Recanati conservava ancora un minimo di fisionomia urbana accettabile e riconoscibile nonostante i primi danni si fossero già verificati fin dagli anni ’60 con i ritorni in provincia del boom edilizio italiano e i primi piani urbanistici spesso più dedicati alla speculazione intenzionalmente o per limiti normativi. La forma di città lineare di crinale era ancora percepibile da ogni accesso e le periferie vere e proprie, popolari o residenziali che fossero, non si erano ancora formate. C’era una cintura a ridosso della circonvallazione fatta di case popolari ancora dignitose e frutto di eredità architettoniche di tutto rispetto.
La convinzione che non vi dovesse essere urbanistica e pianificazione basata su norme e standards ma solo architettura e disegno urbano mi ha dato, nel tempo, ragione. A Recanati, oggi, è come se ci si trovasse difronte a un piccolo museo esemplare dei fatti e misfatti architettonici italiani, ma anche di alcune, isolate nel tempo e nello spazio, felici intuizioni. Il centro storico, le prime espansioni disordinate dei piani di fabbricazione, quelle ordinate ma “ad usum delphini” della speculazione edilizia che ha tradito, come era prevedibile, anche le buone intenzioni del primo PRG e delle sue trasformazione, gli interventi pubblici occasionali e raramente di qualità, i monumenti autocelebrativi di non pochi architetti autoctoni ed esotici, in genere eclettici e imitatori, possono suggerire una specie di percorso didattico su come non si debba fare architettura, come poche rare eccezioni. Con l’industrializzazione e il fabbisogno di case anche in un paese come Recanati partiva l’espansione nelle aree periferiche sottratte alla campagna, spesso senza alcun distinguo idrogeologico (non erano d’obbligo le indagini geognostiche) o paesaggistico se non dove l’orografia era più favorevole e non c’erano o non c’erano ancora vincoli storico-artistici. L’architettura, se così si può definire, la facevano le imprese edili più che i pianificatori e gli architetti. Da qui ragioneremo nelle chiacchierate che seguiranno per riconoscere i prodromi e le cause di ciò che vediamo oggi e perché, parafrasando la “Roma sparita”, si può parlare di “Recanati Sparita”, nascosta dietro la cortina di nebbia dell’ eclettismo di “bassa edilizia” che accoglie il visitatore nelle prime periferie della città.
Gaetano La Terza. Un nuovo autore che racconta della Calabria.
Comunico ai lettori che sto iniziando un rapporto di collaborazione con il blog marchigiano ReseArt– informazione, ricerca ed educazione artistica.
Qui di seguito la scheda del Parco del Pollino che servirà per comprendere meglio i miei articoli già pubblicati su Faronotizie, che vedremo presto anche su ReseArt in una forma un po’ diversa. Probabilmente il primo dei prossimi articoli sarà dedicato a Campotenese e al nuovo centro visitatori di Mario Cucinella.
L’architetto Mario Cucinella è conosciuto dagli addetti ai lavori anche per le sue collaborazioni con l’architetto Giancarlo De Carlo, le cui opere si trovano anche ad Urbino e in questa nostra Provincia Bella, nonchéper il lavoro nello studio di Renzo Piano a Genova (dal 1987 al’92), che ha aumentato il suo prestigio.
Il Parco del Pollino
Mappa sintetica del parco
Nel 1958, in occasione della settima festa nazionale della montagna, svoltasi a Piano Ruggio, fra Basilicata e Calabria, vennero presentate le proposte progettuali di sviluppo di un territorio che diventerà Parco Nazionale solo nel 1993.
Il logo dell’ente evidenzia la presenza sulle cime del pino loricato, sopravvissuto alle glaciazioni; la corteccia a scaglie ricorda le loriche, le corazze romane, gli alberi giganteschi ed agili sono veri e propri monumenti vegetali, ancor di più quelli morti dove il tronco riesce a stare in piedi, nonostante il vento, la bufera, la neve e il ghiaccio che piegano i rami.
I progetti Ote – Efim e quello del WWF privilegiavano lo sviluppo a danno della conservazione o la conservazione a danno dello sviluppo. (altro…)
Dobbiamo ancora assistere alla violenza, fisica, economica o sociale che siano, in nome e per conto di una o più divinità di cui non è dato sapere. Anche l’arte, accanto alla rappresentazione delle cose degli uomini ha spesso disegnato (quando fosse concesso dai dogmi e dalle leggi iconoclaste degli uomini) le figurazioni di chi ci eravamo inventati. L’homo sapiens doveva supplire alla ragione che non poteva trovare spiegazioni plausibili. Queste, nel tempo, sono arrivate dalla scienza e allora, quasi tutte le credenze si sono comodamente e prontamente adattate allo stato mutato delle cose. La fantasia applicata al mistero ha generato capolavori in tutto il mondo ma la realtà poi è cambiata ancora e oggi la rappresentazione di divinità e profeti obsoleti anche per chi non sia propriamente colto è sempre diminuita se non oggi, quando è diventata invece pericoloso e pretestuoso “casus belli”. L’arte che si occupa di religione oggi, infatti, con grandissimo coraggio è quella della satira scritta e disegnata. I capi delle religioni più potenti però, se da una parte si combattono per vie traverse o per interposte persone, dall’altra si mostrano concordi nel condannare il riso, seppure sempre innocuo, delle cose sacre. Ricordo come un mio zio vescovo, compianta e rara eccezione nel mondo della chiesa, ridesse con noi delle barzellette sulle cose sacre, credo perché le ritenesse anche profondamente umane e tutto sommato rispettose delle convinzioni altrui, davvero ben poco solide se fossero state colpite da innocue parodie. Sentire parlare non più di arte ma di guerra fa veramente male. Sentire indicare gli uomini come cristiani, ebrei o musulmani come se fosse un insulto fa ancora più male e ci fa rivolgere alla storie delle filosofie per cercare di comprendere le ragioni storiche di questo presente.
La scarsa lungimiranza degli investitori privati, gli stessi che con il loro agire dedicato al solo profitto immediato, hanno contribuito a gettare nella crisi il bacino produttivo del pesarese (cfr. “Chi è causa del suo mal” su La Stampa) ora faranno l’ennesima brutta e perniciosa azione abbandonando al suo destino una buona esperienza formativa piena di prospettive e fattori di qualità. Pesaro Studi, sede decentrata dell’Università di Urbino, forse verrà chiusa per carenza di fondi. Rendiamo di ampio dominio pubblico i nomi degli illuminati mecenati che hanno ritenuto di buttare a mare con ottusità da bottegai questa bella esperienza culturale non proprio improduttiva anche in una logica bassamente mercantile. Solidarizziamo con studenti, famiglie e docenti e con chi ancora crede e sostiene anche materialmente la scuola pesarese.
“Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani 2.0”
Una miscellanea bipartisan di almeno tre generazioni di inconsapevoli saggi e neoanalfabeti: una passeggiata quasi casuale tra aforismi e commenti, chiose e varia umanità dai principali social networks.
Divagando tra socialnetwork, ho sentito l’impulso irrefrenabile di creare una piccola antologia (florilegio o sortilegio?) di perle di saggezza, di conoscenza, di stereotipo e abilità linguistiche, di cinismo e squallore morale, tratte dai principali social pubblicati nel web italiano. I campioni scelti casualmente danno una idea raccapricciante di quali generazioni siano uscite dalle famiglie e dalla scuola italiane , più per colpa delle prime che della seconda (vittima degli attacchi e dei tagli continui da parte dei governi che si sono succeduti dal dopoguerra) con un back ground misero unito a protervia aggressività e presunzione.
Torna ogni settimana alla ribalta la gara un po’ opportunista e populista a difendere i clienti delle quattro banchetti fallite, senza alcun pudore!\Comitati, piazzate, promesse del governo a nome dei cittadini avveduti e tanto altro ancora. ll salvataggio delle banche che hanno fatto imbrogli e turlupinato poveri gonzi diavoli è come lodare il gatto e la volpe per aver condotto Pinocchio nel campo dei miracoli per piantare gli zecchini d’ oro sperando che dessero frutti abbondanti e risarcire il burattino per la sua dabbenaggine. Le banche sono dei “mercanti” privati che trattano con altri privati inducendoli a giocare spesso d’azzardo. Se io chiedo ad una banca di investire i miei risparmi sui mercati o sulle sue rischiose azioni (da tempo si sapeva quali banche fossero in crisi e quali fossero un po’ più truffaldine delle altre..) non sono altri che un privato un po’ “gonzo” nelle mani di un altro privato un po’ “rapace”. E allora lo Stato e io cittadino accorto e prudente dovremmo pagare per chi si è comportato come i clienti di Vanna Marchi? Dovremmo risarcire chi ha perso i suoi danari all’azzardo? L’arte di farsi fregare lasciamola con tutte le conseguenze a chi ne è stato un campione. In Italia è sempre quel certo Pantalone onesto, di buon senso ed avveduto ad aprire la borsa anche per chi, seppure con la scusa di essere poco alfabetizzato, cadesse nelle grinfie dei manigoldi di Collodi. Le lotterie in genere sono legali ma rischiose, molto rischiose. Le vannemarchi della finanza sono illegali e rischiose. E i cittadini onesti e che non si sono fatti gabbare non vogliono pagare sempre per i fessi e i furbi!
Dalla pagina Facebook della trasmissione 28′ di ARTE TV France
Prendiamo spunto da un post della TV franco-tedesca ARTE TV per girare, mutatis mutandis, la ricetta ironica al nostro contesto politico e sociale.
12 proposte per salvare l’Italia:
1) Inviare Silvio Berlusconi in missione per convincere sè stesso a devolvere tutto il suo patrimonio allo Stato: 100 miliardi di Euro.
2) Far pagare l’iscrizione ai Centri per l’impiego 10 € : 60 milioni di Euro.
3) Far pagare una tassa mensile sul diritto di lamentarsi e protestare : 4 miliardi di Euro.
4) Regalare Lampedusa a Malta: 50 miliardi di Euro.
5) Legalizzare la marijuana: 3 miliardi di Euro.
6) Dare tutto il potere ai gatti per assicurarsi che il debito pubblico non sfori di nuovo nel 2016.
7) Far pagare una tassa di 10 € ad ogni cantante italiano per ogni album che si classifichi ai primi cinque posti delle vendite: 30 milioni di Euro.
8) La Germania si impegna a trasformare in Euro i 140 litri di birra bevuti da ogni persona in un anno da versare all’Italia e alla Grecia: 20 milioni di Euro.
9) Abolire i ripetenti a scuola: 5 miliardi di Euro.
10) Il Giappone dà all’Italia 21,5 miliardi di € da investire per sorpassare la Cina così come fece con l’Africa nel 2013.
11) Costruire una seconda torre di Pisa a Rimini per raddoppiare il numero di turisti in Italia: 90 milioni di Euro.
12) Obbligare Matteo Salvini a passare tre mesi di lavoro socialmente utile in ciascuno dei paesi islamici più integralisti del medio oriente. Questo non ha prezzo!
Post scriptum x l’Italia: Mandiamo per un anno Renzi & Serracchiani ad un campo scout in Patagonia e Grillo & Casaleggio ad un campo di scientology in Alaska. Gli italiani onesti e lavoratori sapranno rimettere in sesto l’Italia anche da soli.
Traduzione e trasposizione di Giuseppe Campagnoli.
Il nostro Mattia il gradasso in un attimo di delirio di onnipotenza rilegge con occhio critico quasi fosse un temino l’elaborato del suo ministro dell’Istruzione. Trova un errore e non resiste al gusto di metterla in ridicolo dicendo che nelle sue slide ha trovato un errore grave da segnare con il blu. I curriculum vitae … non si dice … il plurale di curriculum è curricula …
Il nostro non ha consultato un buon vocabolario … avrebbe trovato che curriculum è s.m.inv. sostantivo maschile – non neutro – e invariabile. Ma chi sfoggia il latinorum preferisce curricula non ricordando che le parole straniere acquisite nelle lingua italiana non seguono le regole della lingua di provenienza … si dice i film non i films ….
Quindi Mattia il gradasso non solo zoppica in inglese ma anche in italiano mostra qualche incertezza mascherata dalla prosopopea di chi detiene il potere e sproloquia…
Siamo alle solite. La scuola è il motore della società? Allora rimandiamone la riforma o minimizziamola. Come temevamo l’elefante ha partorito il topolino!
La riforma degli annunci mirabolanti si sta riducendo alla solita serie di misure palliative e inutili. Il corpus della scuola non verrà nemmeno sfiorato e sarà tanto se si risolverà, con una italica ricetta ipocrita e minimalista, l’annosa questione dei docenti precari autogenerati nel tempo da una scellerata organizzazione delle risorse umane e, anche, da una incomprensibile sudditanza verso sindacati autoreferenziali che hanno spesso difeso, ammettiamolo, lo status quo e la quantità, fingendo di puntare alla qualità del servizio pubblico che può essere garantita solo con autentica formazione ricorrente e obbligatoria, valutazione e merito. Se il fondamento di uno stato moderno è la scuola e se da lì parte tutto il resto siamo alle solite. L’Italia non ripartirà mai veramente. La chiave del successo degli stati emergenti in Europa e nel mondo è la scuola, la cultura, l’educazione e la formazione continua. Gli investimenti nei sistemi scolastici, nelle risorse umane e nelle infrastrutture (edilizia, servizi etc…) negli altri paesi sono, nell’insieme, quasi tripli, rispetto al nostro. Non faremo molta strada se accontenteremo solo le imprese e i lavoratori autonomi a discapito dei servizi pubblici fondamentali e dei contribuenti più assidui e sicuri. Consiglio di confrontare i nostri più recenti articoli con i fatti che stanno accadendo in questi giorni in seno al nostro governo.
Curiosità e coincidenze in rete: insieme al logo del Liceo Mengaroni di Pesaro di cui abbiamo trattato nel precedente post, anche il Comune di Pesaro in Dicembre 2014 ebbe la sua saga artistica. La creatività non ha limiti? Telepatia o affinità elettive? Epigoni o citazioni? Plagi o burle? C’è forse in corso un gemellaggio con le tre Venezie? Ma l’amore, che fa rima con cuore, sottinteso o esplicito c’è sempre!
Giuseppe Campagnoli ultimo aggiornamento 3 Marzo 2015
Ecco i quattro loghi “fratelli” tra Marche, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.
Veneto
Tra la terra il cielo
Una chiosa da un commento in rete:
Il rischio di plagio nell’artista in genere diminuisce in funzione della sua preparazione e della sua formazione. Chi si improvvisa artista senza alcuna scuola cade più frequentemente nella copia e nel plagio. Quando si progetta occorre fare preliminarmente una approfondita ed ampia analisi storica e iconografica, una ricognizione documentale, un ricorso al proprio solido bagaglio culturale (oggi il web, se ben usato è uno strumento preziosissimo, specialmente se si adoperano le webquest). Un musicista ad esempio più ascolta i classici e la musica contemporanea più riuscirà ad orientarsi verso lidi originali e ad evitare di copiare platealmente. La citazione e l’ispirazione da allievo di un maestro sono un’altra cosa. La frase abusata che dice pressappoco “Chi imita è un buon artista, chi copia è un geniale artista” credo sia stata inventata dai plagiatori di professione!!! Per vaccinarsi contro ogni pericolo è necessario conoscere,studiare, leggere,vedere, conoscere,conoscere! Ciò che ho scritto sopra vale per chi sia in buona fede. Per chi invece è in mala fede il discorso è decisamente un altro. Nell’analfabetismo di ritorno ci sono compresi anche gli epigoni, i plagiatori e i copisti!
Giuseppe Campagnoli aggiornato il 3 Marzo 2015 ore 9,50
Chi si è ispirato a chi? Oliviero Toscani ai grafici del Liceo Artistico Mengaroni di Pesaro o viceversa? Come la mela dei Beatles e quella di Apple o di New York? Ma davvero le note sono solo sette? This is the question….
Qui a été inspiré par qui? Oliviero Toscani vers l’école d’art de Pesaro Mengaroni ou vice versa? Comme la pomme des Beatles et de celui d’Apple ou de la ville de New York? Mais vraiment les notes ne sont que sept? Ca c’ est la question ….
Who was inspired by whom? Oliviero Toscani to charts of the Art School of Pesaro Mengaroni or vice versa? As the apple of the Beatles and that of Apple or New York? But really the notes are only seven? This is the question ….
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