Categoria: Varia umanità

  • Ritagli. Un e-book di articoli e brevi saggi.

    E’ in disponibile gratuitamente su iTunes Store ed iBook store l’antologia “Ritagli” di Giuseppe Campagnoli. Il volumetto raccoglie articoli, lettere e saggi pubblicati su La Stampa e Educationdue.0 tra il 2010 e il 2015.

    Ecco il link.

    Ritagli.pdf

  • Ritagli

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Ritagli.pdf

    A breve un e-book gratuito su iBook e iTunes che raccoglie un lustro di articoli e saggi di giuseppe campagnoli sul quotidiano La Stampa  come scrittore-lettore e sulla rivista telematica Educatiodue.0 edita da RCS Libri e diretta da Luigi Berlinguer. Tutto gratis et amore dei o piuttosto amore scolae, artis et architecturae. Chi volesse divertirsi a leggerlo potrà farmi pervenire qualche commento e ” recensione” su questo blog o su FB. Grazie!! Ho concluso la mia attività di articolista volontario perché sto concludendo il terzo e ultimo libro (probabilmente un e-book autoprodotto, visto che nemo propheta in patria e che tutti sono ormai scrittori!) sull’architettura scolastica: “Aprite le aule!”.

    Giuseppe Campagnoli

    28 Maggio 2015

  • Matera, capitale della cultura.

    di Gaetano La Terza Gaetano La Terza

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    Matera. Foto da Viaggio Routard (CC)

    Pesaro, Pollino, passaparola, pensieri, parole, progetti, proposte, promozione.

    Dopo la terza (La Terza, guarda caso) mia riflessione sul Parco del Pollino, su Campotenese nello specifico, ora su Matera, per Faronotizie e per ReseArt mi chiedo perché continuare: io mi diverto, mi aiuta a scaricare la tensione quotidiana, mi presento a un vasto pubblico non tanto con la mia faccia ma con il mio cervello, anche con l’illusione che possa contribuire a cambiare la tipica mentalità del ticciabbaca (espressione del dialetto calabrese che suona all’incirca così: chi te lo fa fare), secondo cui le mie idee sono solo ciutìe (stupidaggini). Prima pensa, poi parla, perché parole poco pensate provocano pene (ed a maggior ragione se si scrive, ne sono consapevole – io ci provo nonostante i miei limiti, che riconosco – e vale anche per voi che leggete…). Oggi sono troppi quelli che scrivono e pochi quelli che leggono, ma io ho un cruccio che mi porto dentro da trent’anni: la convinzione che lo sviluppo turistico del Pollino sia possibile e che molti giovani potrebbero trovare lavoro nel settore se venissero adeguatamente stimolati ed aiutati, ma solo in una prima fase. Abitare a 700 chilometri di distanza dai luoghi di cui parlo mi aiuta a seguire le vicende da un altro angolo visuale: osservo con un terzo occhio che mi permette di porre in relazione il Pollino con il resto del mondo (e con le Marche, in cui vivo). Quante persone accetterebbero l’invito di visitare il Parco del Pollino per conoscere una realtà originale fuori dalle mete del turismo commerciale?

    (altro…)

  • “Teoria del genere”, virgolette comprese.

    di Stanislao Biondo Stanislao-Biondo

    Prendo spunto dalle affermazioni rilasciate da Papa Bergoglio nell’ultima udienza generale, dedicata, come noto, alla riflessione sul tema del legame uomo donna, per suggerire la lettura di un paio di articoli recentemente pubblicati nella rete, e sui siti linkati in questo blog, che mi sembrano interessanti per comprendere e ragionare sulla questione, ciclicamente posta all’attenzione dell’opinione pubblica spesso con la sola intenzione di strumentalizzarla a fini politici, delle libertà di espressione e manifestazione delle identità di genere, del rispetto dei diritti fondamentali della persona ad esse connessi e delle posizioni che la Chiesa Cattolica è tornata ad assumere, nonostante le dichiarazioni rese dal papa nei primi mesi del suo pontificato, su argomenti centrali del dibattito culturale nella società italiana degli ultimi anni.

    In particolare vorrei segnalare l’ottima sintesi offerta da Giulia Siviero sul Post diretto da Luca Sofri, nel suo articolo Che cos’è la “teoria del genere”. Mi sembra un bellissimo esempio di cosa significhi oggi scrivere contenuti on-line di qualità, documentandosi sul tema e provando a spiegare ai lettori quali sono le posizioni e le opinioni degli studiosi delle discipline coinvolte (biologia, sociologia, psicologia, etc), le linee culturali di riferimento e le domande chiave che aiutano a fare chiarezza sull’intera questione.

    Un altro articolo, che trovo estremamente rigoroso (e franco) e che si sforza di definire i termini della questione ricorrendo – correttamente – al contributo scientifico per chiarire prima di tutto cos’è l’identità sessuale, è disponibile su Wired ed firmato da Simona Regina: si intitola, assai significativamente, Cosa (non) è la teoria del gender e (non soltanto per questo motivo) può considerarsi, a parere di chi scrive, complementare e necessario rispetto al primo.

  • Pesaro Studi.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Pesaro Studi. Privato è bello?

    La scarsa lungimiranza degli investitori privati, gli stessi che con il loro agire dedicato al solo profitto immediato, hanno contribuito a gettare nella crisi il bacino produttivo del pesarese (cfr. “Chi è causa del suo mal” su La Stampa) ora faranno l’ennesima brutta e perniciosa azione abbandonando al suo destino una buona esperienza formativa piena di prospettive e fattori di qualità. Pesaro Studi, sede decentrata dell’Università di Urbino, forse verrà chiusa per carenza di fondi. Rendiamo di ampio dominio pubblico i nomi degli illuminati mecenati che hanno ritenuto di buttare a mare con ottusità da bottegai questa bella esperienza culturale non proprio improduttiva anche in una logica bassamente mercantile. Solidarizziamo con studenti, famiglie e docenti e con chi ancora crede e sostiene anche materialmente la scuola pesarese.

     

  • Etruria, BancaMarche, la Banca del Campo dei miracoli e… lo Stato Pantalone.

    Etruria, BancaMarche, la Banca del Campo dei miracoli e… lo Stato Pantalone.

    Torna ogni settimana alla ribalta la gara un po’ opportunista e populista a difendere i clienti delle quattro banchetti fallite, senza alcun pudore!\Comitati, piazzate, promesse del governo a nome dei cittadini avveduti e tanto altro ancora. ll salvataggio delle banche che hanno fatto imbrogli e turlupinato poveri gonzi diavoli è come lodare il gatto e la volpe per aver condotto Pinocchio nel campo dei miracoli per piantare gli zecchini d’ oro sperando che dessero frutti abbondanti e risarcire il burattino per la sua dabbenaggine. Le banche sono dei “mercanti” privati che trattano con altri privati inducendoli a giocare spesso d’azzardo. Se io chiedo ad una banca di investire i miei risparmi sui mercati o sulle sue rischiose azioni (da tempo si sapeva quali banche fossero in crisi e quali fossero un po’ più truffaldine delle altre..) non sono altri che un privato un po’ “gonzo” nelle mani di un altro privato un po’ “rapace”. E allora lo Stato e io cittadino accorto e prudente dovremmo pagare per chi si è comportato come i clienti di Vanna Marchi? Dovremmo risarcire chi ha perso i suoi danari all’azzardo? L’arte di farsi fregare lasciamola con tutte le conseguenze a chi ne è stato un campione. In Italia è sempre quel certo Pantalone onesto, di buon senso ed avveduto ad aprire la borsa anche per chi, seppure con la scusa di essere poco alfabetizzato, cadesse nelle grinfie dei manigoldi di Collodi. Le lotterie in genere sono legali ma rischiose, molto rischiose. Le vannemarchi della finanza sono illegali e rischiose. E i cittadini onesti e che non si sono fatti gabbare non vogliono pagare sempre per i fessi e i furbi!

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    Researtù 13 Marzo 2016

  • Come salvare l’Italia.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Dalla pagina Facebook della trasmissione 28′ di ARTE TV France

    Prendiamo spunto da un post della TV franco-tedesca ARTE TV per girare, mutatis mutandis, la ricetta ironica al nostro contesto politico e sociale.

    12 proposte per salvare l’Italia:

    1) Inviare Silvio Berlusconi in missione per convincere sè stesso a devolvere tutto il suo patrimonio allo Stato: 100 miliardi di Euro.

    2) Far pagare l’iscrizione ai Centri per l’impiego 10 € : 60 milioni di Euro.

    3) Far pagare una tassa mensile sul diritto di lamentarsi e protestare : 4 miliardi di Euro.

    4) Regalare Lampedusa a Malta: 50 miliardi di Euro.

    5) Legalizzare la marijuana: 3 miliardi di Euro.

    6) Dare tutto il potere ai gatti per assicurarsi che il debito pubblico non sfori di nuovo nel 2016.

    7) Far pagare una tassa di 10 € ad ogni cantante italiano per ogni album che si classifichi ai primi cinque posti delle vendite: 30 milioni di Euro.

    8) La Germania si impegna a trasformare in Euro i 140 litri di birra bevuti da ogni persona in un anno  da versare all’Italia e alla Grecia: 20 milioni di Euro.

    9) Abolire i ripetenti a scuola: 5 miliardi di Euro.

    10) Il Giappone dà all’Italia 21,5 miliardi di € da investire per sorpassare la Cina così come fece con l’Africa nel 2013.

    11) Costruire una seconda torre di Pisa  a Rimini per raddoppiare il numero di turisti in Italia: 90 milioni di Euro.

    12) Obbligare Matteo Salvini a passare tre mesi di lavoro socialmente utile in ciascuno dei paesi islamici più integralisti del medio oriente. Questo non ha prezzo!

    Post scriptum x l’Italia: Mandiamo per un anno Renzi & Serracchiani ad un campo scout in Patagonia e Grillo & Casaleggio ad un campo di scientology in Alaska. Gli italiani onesti e lavoratori sapranno rimettere in sesto l’Italia anche da soli.

    Traduzione e trasposizione di Giuseppe Campagnoli.

  • Il maestrino della matita rossa e blu

    Avatar di Raimondoraccontare e riflettere

    Il nostro Mattia il gradasso in un attimo di delirio di onnipotenza rilegge con occhio critico quasi fosse un temino l’elaborato del suo ministro dell’Istruzione. Trova un errore e non resiste al gusto di metterla in ridicolo dicendo che nelle sue slide ha trovato un errore grave da segnare con il blu. I curriculum vitae … non si dice … il plurale di curriculum è curricula …

    Il nostro non ha consultato un buon vocabolario … avrebbe trovato che curriculum è s.m.inv. sostantivo maschile – non neutro – e invariabile. Ma chi sfoggia il latinorum preferisce curricula non ricordando che le parole straniere acquisite nelle lingua italiana non seguono le regole della lingua di provenienza … si dice i film non i films ….

    Quindi Mattia il gradasso non solo zoppica in inglese ma anche in italiano mostra qualche incertezza mascherata dalla prosopopea di chi detiene il potere e sproloquia…

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  • ReseArt. Il blog di tutte le arti.The blog of arts.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    ReseArt (Reseau Art) is the blog of an ideal network of information, research and art education. The added value of the blog is that for “arts” means all of the arts in an extended sense of the term. The themes of the news, articles and pages concern the commonly understood Arts (Architecture, Visual Arts, Design, Music, Photography, etc.) and the Arts as a fundamental human activity (art of politics, art of rhetoric, education , philosophy …) according to a cut also educational.Contact the editors to learn more or submit your files for selection at the following address: researt49@gmail.com

    ReseArt (Réseau Art) es el blog de una red ideal de la información, la investigación y la educación artística. El valor añadido del blog es que para “artes” significa todas las artes en un sentido amplio del término. Los temas de las noticias, artículos y páginas afectar las Artes comúnmente entendidos (Arquitectura, Artes Visuales, Diseño, Música, Fotografía, etc.) y las artes como una actividad humana fundamental (arte de la política, el arte de la retórica, la educación , filosofía …) de acuerdo con un corte también educativo.Póngase en contacto con los editores para obtener más información o enviar sus archivos para la selección en la siguiente dirección: researt49@gmail.com

    ReseArt (Réseau Art) est le blog d’un réseau idéal de l’information, la recherche et l’éducation artistique. La valeur ajoutée du blog est que pour «arts» désigne tous les arts dans un sens large du terme. Les thèmes de la nouvelles, des articles et des pages concerner les Arts communément comprises (architecture, arts visuels, design, musique, photographie, etc.) et les arts comme une activité humaine fondamentale (art de la politique, l’art de la rhétorique, de l’éducation , la philosophie …) selon une coupe aussi éducatif. Contactez les rédacteurs en savoir plus ou soumettre vos fichiers pour la sélection à l’adresse suivante: researt49@gmail.com

    ReseArt (Reseau Artistique) è il blog di una rete ideale di informazione, ricerca ed educazione artistica. Il valore aggiunto del blog è che per “arti” si intende l’insieme delle arti in una accezione estesa del termine. I temi delle notizie, degli articoli e delle pagine riguardano le Arti comunemente intese (Architettura, Arti figurative, Design, Musica, Fotografia etc.) e le Arti come attività fondamentali dell’uomo (Arte della politica, arte della retorica, dell’educazione, della filosofia…) secondo un taglio anche educativo. Contatta la redazione per saperne di più o invia i tuoi file per la selezione al seguente indirizzo: researt49@gmail.com

  • Azione e meccanicità (seconda parte)

    di Marco Santoro Marco-Santoro

    Oggi assistiamo ad una tecnica che opprime un uomo dalla debole capacità difensiva: essendo egli capace di provare comunque atteggiamenti ‘sentimentali’, piuttosto che  continuare ad amare  i segreti della natura, rimane affascinato dalla tecnica e dalla tecnologia.

    Non si fa solo riferimento al  fenomeno dell’industrializzazione, ma anche a tutti quei mezzi tecnici diventati popolari come la televisione, i giornali, la pubblicità, e tutto ciò che rientra nella comunicazione. “Molto spesso tanto la TV che i cinegiornali e le inchieste filmate si avvalgono di spettacoli ricostruiti e truccati ma spacciati “per veri”; o, al contrario, di veri ma spacciati per artificiali (o di cui si lascia credere che lo siano). Le cronache dei nostri giornali ne sono colme:  basta assistere al più modesto e innocente spettacolo per avvedersene: le smorfie d’imbarazzo, l’impaccio, la confusione d’un personaggio interrogato ad un “quiz” sono vere o false? Lo spettatore di solito partecipa con giubilo, con acuto e morboso interesse, a tali manifestazioni (dopotutto di sofferenza morale), proprio perché è convinto di assistere all’autentica situazione d’un uomo che si dibatte di fronte a domande insidiose” (Dorfles Gillo, Artificio e natura, Torino, p.45-46). “In tutte queste trasmissioni, dunque, siamo posti di fronte ad un tipico caso di contraffazione della naturalità; ossia assistiamo – e ce ne compiacciamo – ad un episodio reale ma provocato ad arte (e per di più con fine malizioso)” (Dorfles Gillo, op. cit., p.46). Il risultato è il dilagare di un fenomeno che conduce gli osservatori ad uno scetticismo nei confronti dell’informazione o del semplice intrattenimento a cui, pur essendo consapevoli della loro ambigua realtà, sono assuefatti.

    Con questo non si vuole intendere negativamente l’uso degli strumenti mediatici, semplicemente è preferibile rendersi conto quanto di un prodotto che ci viene proposto attraverso i media tecnologici sia autentico e quanto non lo sia, o si presume non lo sia.

    Si dovrà dare conferma a quanto detto prima: cioè la crisi dell’umanismo è legata alla perdita della soggettività umana nei meccanismi dell’oggettività scientifica e poi tecnologica. Questo particolare rapporto dell’uomo con la macchina (o la tecnica) è contornato di un alone di minaccia, per cui il pensiero deve rendersi cosciente delle distinzioni che il mondo umano dà dell’oggettività tecnica, sforzandosi di riappropriarsi della propria centralità.

    Nel capitolo precedente abbiamo potuto osservare come idea e manualità fossero i principi caratterizzanti e riconducibili all’essere umano. Ma, oggi, l’azione e la meccanicità dove conducono l’uomo? La macchina potrebbe essere una risposta, in tutte quelle forme di tecnologia che hanno profondamente caratterizzato il nostro tempo. Queste ultime hanno insegnato all’uomo a vivere nell’azione, viceversa l’uomo non è mai riuscito a trasferire loro (in senso artistico) l’idea e la creatività autonome.

    La macchina ha fatto sì che l’uomo perdesse la propria manualità (istintiva caratteristica della creatività), imponendogli di ragionare secondo una logica tecnica secondo cui l’azione prevale sul pensiero ed è capace di attingere dalla verità e dall’assoluto. L’azione della tecnica ha portato a delle conquiste, ma anche a distruzioni; le scoperte che hanno portato all’energia nucleare hanno condotto anche alla morte: il suo duplice aspetto può far godere i benefici del suo progresso oppure portare a morte e distruzioni, e non necessariamente in senso materiale.

    Ma non è solo in tale senso catastrofico che in questo discorso s’intende parlare dell’azione della tecnica come fine dell’evoluzione creativa dell’uomo. Anche se l’incombere di una possibile distruzione atomica è evento reale, viene considerata come un elemento caratteristico di questo nuovo modo di vivere l’esperienza nell’era post-moderna, la cui azione non è del  tutto negativa. Si pensi a quanti progressi essa ha apportato al genere umano e a quanti benefici non avremmo neppure immaginato di godere. Si può affermare che le esperienze dell’uomo si muovono di  moto perpetuo, e come in precedenza è stato affermato: “la vita è esperienza, la ripetizione è arresto di esperienza”, (Argan C.G. op. cit.p.,26) quindi morte.

    Ciò che caratterizza un epoca viene sostituito da altro nella successiva. Definire oggi l’azione della tecnica come un qualcosa a noi estraneo significherebbe vivere chiudendo gli occhi alla realtà, oltre al fatto che sarebbe un’ipocrisia imputare ad essa tutte le colpe dei mali della società contemporanea. Un possibile rimedio potrà realizzarsi quando si attuerà un processo di ‘naturalizzazione’ della macchina, considerarla ‘natura’ alla stessa stregua di come lo furono ieri gli ‘animali’ e le ‘piante’. “Si tratta cioè di considerare “natura” non più soltanto la natura allo stato selvaggio oggi sempre più rara e irraggiungibile – ma anche queste nuove forme di natura meccanizzata o elettronicamente integrata. In altre parole: occorre che le costruzioni artificiali dell’uomo – sia che appartengono alle manipolazioni manuali che un tempo spettavano all’artigiano (e alle altre arti), sia che appartengano ai prodotti diretti della meccanica, sia che si tratti, non già di prodotti tangibili, ma di forme di pensiero, di immagini – vengano ad un certo punto “rettificate”; subiscano quel processo di naturalizzazione che solo può conferirgli una nuova valenza creativa” (Dorfles Gillo, op. cit. p., 27).

    Queste affermazioni potranno apparire paradossali, soprattutto per la posizione dell’uomo oggi  che deve saper convivere con queste nuove forme di ‘natura’. È  lui che dovrà essere in grado di compiere una determinante azione sulla tecnica, e non il contrario. Non sappiamo quello che il futuro rivelerà, ma sappiamo che la misura che determina il progresso della tecnica scorre più rapidamente rispetto al tempo di adattamento dell’uomo, e da questo possiamo notare come ‘l’onnipresente’ macchina sia già stata sostituita dal ‘mimetico’ circuito; quest’ultimo, in futuro, sicuramente cederà il suo posto.

    In conclusione si può affermare, considerato che l’essere umano è dotato di una intelligenza progressiva, che l’’Homo Sapiens’, in quanto tale, deve affrontare il continuo progresso cosciente della propria esperienza plurisecolare, non vivendo di paure e timori di ciò che egli stesso ha creato.

    Marco Santoro

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  • Lo Sguardo Educato (8)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

     

    Il potere dello sguardo

    In tema di sguardo, prima di iniziare a scrivere il mio primo post di quest’anno, vorrei augurarvi un buon 2015 impegnandoci ad avere un occhio di riguardo per tutto ciò che ci circonda, per ciò che viviamo, nel rispetto verso noi stessi e gli altri, soprattutto se non la pensano come noi.

    Un bellissimo articolo di Davide Ferrario nell’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica scorsa (4 gennaio) dal titolo Non sappiamo più guardare, parla di come lo smatphone o l’iPad abbiano ucciso il cinema e la capacità di osservare il mondo. In effetti, questi piccoli schermi non sfruttano totalmente la potenzialità dell’occhio, ma limitano il fuoco della visione in un angolo sempre più ristretto. La visione, da globale e condivisa, è diventata parziale e privata. Questa riduzione tecnologica spiega la moda dei selfie e la chiusura dello sguardo che, scrive il regista, “ricorda quello che capita al cavallo quando si mette i paraocchi: vedere solo quello che gli sta di fronte. Cioè, solo quello che interessa al padrone che lui veda. Quella che sembra una semplice discussione accademica diventa subito una questione che ha a che fare con la libertà.” Libertà e sguardo sono strettamente legati. Quindi sta nell’occhio la promessa di libertà. Alla fine, tutto dipende dai nostri occhi, dai nostri buoni occhi.[1]

    Con questa riflessione che anticipa il finale di questo mio breve saggio a puntate, andiamo avanti a parlare della storia dello sguardo attraverso i due dispositivi, Panorama e Panopticon, che hanno condizionato in maniera massiccia il modo di guardare. Ho iniziato con il tracciare una breve storia del Panorama, il prototipo dei mass media come la televisione e cinema, precursore del concetto di simulacro formulato da Baudrillard poiché il contenuto della riproduzione contiene le aspettative di ciò che vedrà lo spettatore prima che veda le cose reali. Ora che del Panorama ne sappiamo un tantino di più possiamo andare avanti con le nostre considerazioni.

    Perché nel XIX secolo c’è una forte e insistente richiesta per il “vero”? Perché il desiderio di presentare una scena illusoria? A cosa rispondeva l’immagine con l’insorgere di nuove ricchezze, nuovi bisogni e nuove fantasie?

    L’inganno visivo tentò di soddisfare un doppio sogno, quello di scatenare fantasie di totalità e possesso. Questa tecnologia, con la richiesta degli spettatori che parteciparono al gioco dell’immaginazione, appagò la loro smania di totalizzazione e di estensione. All’epoca gli individui erano afferrati dalla febbre di sperimentare l’orizzonte, scalare campanili e montagne, viaggiare per la prima volta sull’oceano, viaggiare su aerostati, tutte attività che permettevano di vedere senza ostruzioni in ogni direzione.

    Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.
    Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.

    Il Panorama celebra la capacità della borghesia di vedere le cose da una nuova angolazione. Lo storico Stephen Oetterman prende in causa il dipinto di scena dell’età barocca dove l’unico punto di vista dal quale si poteva guardare il dipinto intero senza alcuna distorsione, era quella del re. Nel caso del Panorama, grazie alla molteplicità degli sguardi raggruppati lungo il perimetro, i cittadini potevano giustamente godere un’intera visione. La posizione di vantaggio che privilegiava il regime, ora poteva essere occupata da chiunque. Chi guardava riconosceva su di sé la sensazione dello sguardo divino, allo stesso modo in cui molti avvertono la presenza di Dio nella loro coscienza. Nel corso del XVIII e XIX secolo gli europei avevano una forte consapevolezza di sé caratterizzata dalla religione; cresciuti con la Bibbia e concetti come eternità e onnipotenza, si vedevano come immagine di Dio. Così, ad esempio, salendo sulla torre di Munster, un luogo all’epoca molto popolare, si aveva la capacità di dominare con il proprio sguardo, scacciando Dio dalla sua posizione. Lo sguardo diventa sguardo di massa, democratico e borghese; non più uno ma molti più sguardi dello stesso valore che confermano l’equivalenza della secolarizzazione dello sguardo di Dio verso l’orizzonte.

    Continua…

    [1] La libertà negli occhi, Roberto Escobar, il Mulino, 2006.

  • Analisi del 2014

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

    Ecco un estratto:

    Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.000 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 6 viaggi per trasportare altrettante persone.

    Clicca qui per vedere il rapporto completo.

  • Lo sguardo educato (7)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

    La città in bottiglia

     Il Panorama costituiva una struttura architettonica nuova e quindi all’architetto era riconosciuto un ruolo fondamentale. Barker nel suo brevetto descrive molto bene come scritto nell’articolo Lo sguardo educato (2). I primi Panorami non avevano un aspetto elaborato e sembravano davvero delle tozzi “bottiglioni”. La società dei consumi e del tempo libero accolse con meraviglia lo show biz dei Panorami che, tuttavia, conobbe anche un calo di consensi dopo le tante rappresentazioni di battaglie e città lontane. Bisognava cambiare e perfezionare la struttura e le attrattive per riaccendere la popolarità del Panorama. Una vera e propria innovazione fu il Colosseum di Hornor che aprì al pubblico nel 1829 presso il Regents Park a Londra e divenne subito un’attrazione alla moda e un punto d’incontro per i turisti. Decimus Burton lo progettò secondo il modello del Pantheon, con un diametro di 38 m. e un’altezza di 24 m. Come ebbe a notare Hittorf, il Colosseum è la copia-interpretazione del Pantheon realizzato da Canova a Possagno.

    Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862. Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.
    Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862.
    Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.

    Il gigantesco panorama dipinto da Thomas Corner, rappresentava la vista di Londra dal campanile della Cattedrale di St. Paul. Al centro si alzava una torre definita con gli stessi parametri del campanile. Alta 11,5 m. racchiudeva un ascensore centrale e scale a doppia elica. Da qui si raggiungeva la piattaforma di osservazione. Al di sotto della torre da cui si osservava il Panorama si apriva una vasta rotonda con la funzione di spazio espositivo per sculture. E poi serre e sale per intrattenimenti vari. All’esterno era stato costruito un parco che con l’aiuto di specchi e trucchi scenografici appariva notevolmente più vasto di quanto non fosse in realtà. Fontane, cascate, grotte, terrazze, fiori e piante esotici, passaggi sotterranei, un giardino zoologico e anche un cottage svizzero dalla cui finestra si poteva ammirare un torrente e una cascata. Alla sera il giardino era illuminato da lampade a gas nascoste tra le piante mentre una luna artificiale risplendeva in cima all’edificio.

    Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
    Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
    Cottage svizzero nel parco del Colosseum
    Cottage svizzero nel parco del Colosseum

    In un testo di Edward Walford, tratto da Old and New London, si legge: “In alcune dimore nel Regent’s Park vi hanno abitato illustri personaggi tra cui Ugo Foscolo, durante l’esilio dall’Italia. Qui si costruì un cottage (il famoso Dygamma Cottage presso South Bank a Regent’s Park) arredato lussuosamente e con gusto. Ai suoi amici diceva: “ Ricco o povero morirò da gentiluomo, in un letto pulito, circondato da busti di grandi uomini…e siccome dovrò essere seppellito in Inghilterra, sono felice di avere, per il resto della mia vita, un cottage indipendente, circondato da arbusti e fiori, dove coustrirò una piccola abitazione per il mio cadavere”. In realtà morì a Turnham Green nel 1827 e fu seppellito a Chswick.”

    La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick. dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.
    La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick.
    Dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.

    Per mantenere un tale progetto sempre all’altezza per soddisfare le aspettative del pubblico servivano finanziamenti importanti. Hornor non fu più in grado di pagare i suoi debiti. Susseguirono altri imprenditori ma la gestione fu sempre in perdita. Il colosseum fu demolito nel 1875.

    Come abbiamo già detto il Panorama nasce a Londra ma la vera capitale fu Parigi. Nel 1799 Robert Fulton si accordò con Barker e fu il primo a mettere in atto l’importante licenza con la costruzione del primo teatro circolare al Jardin des Capucines. Tra il 1800 e 1801 si aprirono una dopo l’altra altre due rotonde nei giardini dell’Hotel de Montmorency-Luxembourg, nel Boulevrda Montmatre, demolite poi nel 1831. Nel 1809 fu inaugurata una nuova rotonda all’angolo di Boulebard des Capucines e Rue-St-Augustin. Nel 1831 Charles Langlois, primo ufficiale di Napoleone aprì la sua rotonda in Rue des Marais-du-Temple inaugurata con la Battaglia navale di Navarino. Una delle grandi innovazioni fu la piattafarma con i connotati della poppa di una nave dove lo spettatore era chiamato a partecipare alla battaglia trovandosi al centro dell’azione. Langlois perfezionò l’imitazione del terreno, potenziò l’effetto con l’illuminazione a gas per simulare il fuoco, e ventilatori per mutare la brezza del mare. Il successo fu clamoroso tanto che l’architetto Jaques Ignace Hirtoff, richiese la costruzione di una rotanda dal diametro di 40 m. a nord dei Champs Elyséè tra Cours la Reine e Grand Carré de Fetes. L’architetto progettò una rotonda molto innovativa con accorgimenti da sperimentare. La finalità era di rivelare un maggior senso di illusione con pochi ed essenziali accorgimenti come modificare il disegno del tetto in modo da eliminare l’asse centrale, liberando completamente la piattaforma.

    J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l'Architecture, 1841
    J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l’Architecture, 1841

    Questo significava che la copertura non poteva più reggersi su un sostegno centrale da dove entrava la luce naturale, un problema che avrebbe condizionato l’intera struttura. Pensò di adottare i nuovi materiali ed una nuova tecnica costruttiva ma la sua sfida ai modelli tradizionali spaventò il costruttore. Il panorama di Hirtoff non venne mai realizzato secondo il suo progetto ma fu costruito in una versione modificata, molto più pesante e massiccia. Il progetto di Hirtoff senza il sostegno centrale diventò un riferimento obbligato per le successive costruzioni.

    Continua….

  • Lo sguardo educato (6)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

    La città in bottiglia

    Se il pubblico rispose positivamente e con entusiasmo alle esibizioni panoramiche, non fu così per il “salotto buono” dell’Arte. I personaggi che contavano nel mondo dell’Arte, ovvero la parte più intellettuale formata anche dagli artisti già consacrati Maestri, avevano opinioni differenti. Alcuni come Joshua Reynolds (pittore e fondatore della Royal Academy of Arts), John Ruskin e Jaques Louis David lo sostennero. Caspar David Friedrich nutrì il desiderio di realizzarne uno dopo essere stato a Reisengebirge, con l’intento di rappresentare la sua impressione più che descrivere i particolari del paesaggio. Delacroix difese con passione Charles Langlois, primo ufficiale di Napoleone nonché reporter, panoramista di battaglie e grande innovatore di effetti speciali. Il giudizio di John Constable fu molto più prudente. Guardava lo spettacolo del Panorama con gioia pur giudicandolo “oggetto di falsità”. Le loro opinioni esprimono l’attrito tra Neoclassicismo e Romanticismo. I Romantici infatti accusarono i Neoclassici di cedere alle masse più che all’élite.

    In qualche modo gli artisti si sentivano minacciati dal Panorama e temevano che il loro lavoro artistico fosse rifiutato a favore dei panoramisti, che si sarebbero incorporati nella storia della pittura, tra l’altro protetti anche dalle Accademie. In fondo ciascun panoramista può essere paragonato ad un operaio specializzato chiamato a lavorare su un particolare soggetto dove mostrava abilità di esecuzione. L’uso della camera oscura e la meticolosa esecuzione erano caratteristiche che rientravano nel mondo delle Belle Arti, ma furono anche le ragioni per cui la pittura del Panorama, in genere molto mediocre, fu congedata dalla grande Pittura. Qualcuno scrisse nella rivista Le Mouviment social che la riproduzione della realtà se è un prodotto industriale, non è una creazione artistica. Al pubblico, felice di rimanere “imbottigliato” all’interno della rotonda, poco importava della qualità del dipinto. Era la visione d’insieme che coinvolgeva non solo lo sguardo ma, successivamente, anche i sensi. Il successo fu a livello mondiale e anche se nacque in Inghilterra, la vera capitale dei Panorama fu Parigi.

    E in Italia?

    L’Italia era vista più che altro come “soggetto da raffigurare” da parte dei pittori francesi, tedeschi e inglesi. D’altra parte anche l’assetto politico non era dei più favorevoli. Con la Restaurazione del 1815 veniva ripristinato lo spezzettamento della penisola in Stati e Staterelli, dopo la parziale unificazione politica attuata nel periodo napoleonico; l’Austria, presente in forma massiccia, con la sua politica radicalmente ostile alle aspirazioni di indipendenza e di libertà, condizionò profondamente la storia italiana dei decenni successivi. Pur rimanendo ancora tra i paesi più arretrati d’Europa, l’Italia non fu estranea al dibattito europeo attorno alle questioni dello sviluppo industriale e alle dottrine sulla libertà economica, vive soprattutto in Francia e Inghilterra. L’esigenza pratica di uno sviluppo borghese dell’economia, che appariva assonnata e con un ritmo di vita lento, imponeva la necessità di scacciare l’Austria dalla penisola. Solo nel 1861 si proclamò il regno d’Italia, ma l’unificazione non comportò sensibili modifiche alla vita economica e alla struttura sociale del paese. Per molti anni ancora dopo il 1861 l’agricoltura rimase l’attività prevalente dell’economia italiana rispetto a quella industriale e commerciale, tranne che in alcune città del Nord (Torino, Milano, Genova ma anche Mantova, Lodi, Alessandria). Ma nell’insieme l’unità politica si compì in una generale stagnazione della vita urbana come di quella rurale.

    Non c’erano quindi i presupposti necessari per lo sviluppo del Panorama, se pensiamo che in questa data tale dispositivo aveva già fatto il suo corso con le proprie evoluzioni (ricordiamo che il Diorama di Daguerre fu presentato nel 1822).

    Tuttavia anche l’Italia ha avuto comunque le sue rotonde. I Panorami erano di solito importati dall’estero, e il genere non riuscì a radicarsi come altrove in Europa, probabilmente a causa, tra l’altro, della scarsa consistenza di quella mentalità “industriale” necessaria per organizzare i grandi spettacoli pittorici. Comunque negli anni ‘80 la Société anonyme des Panorama cercò di lanciare il Panorama anche in Italia, con Gli ultimi giorni di Pompei, a Napoli nel 1882, di C. Castellani e M. Baillet, e, sempre lo stesso anno, con la Battaglia di Palestro, a Roma, ancora di Castellani.

    A Milano, durante l’Esposizione italiana del 1881 venne esposto il Panorama della Battaglia di Solferino (probabilmente si trattava del Panorama dipinto da Laglois o di una sua replica), in una rotonda costruita tra il Foro Bonaparte e la Piazza d’Armi, accanto ad altri “divertimenti straordinari” quali il circo e il pallone frenato; l’edificio era finanziato dal belga Maurice Le Tellier, aveva un diametro di 40 metri, lo scheletro in ferro e la copertura in zinco e vetro, opera degli ingegneri B. Bettelli e L. Broggi. La facciata era stata decorata dal pittore Pietro Michis con due figure allegoriche, la Scienza e l’Arte, che alludevano rispettivamente, all’ottica e alla pittura dalla cui fusione si produceva “l’incantevole effetto dei Panorami”.

    Milano, Rotonda dei Panorami al Foro Bonaparte, di B. Bettelli e L. Broggi, 1881.
    Milano, Rotonda dei Panorami al Foro Bonaparte, di B. Bettelli e L. Broggi, 1881.

    Anche Torino ebbe un suo Panorama durante l’Esposizione italiana del 1884, una Veduta di Roma, sistemata in un padiglione nei giardini della Cittadella.

    Anche all’esposizione di Roma del 1911 erano presenti due grandi vedute della città, chiamate ancora col nome di Panorama (ormai usato con grande genericità), anche se non avevano più nulla della tradizionale struttura circolare, pur conservando, forse, qualcosa dell’antico carattere di ricostruzione illusionistica di uno spazio. A Castel Sant’Angelo, nell’antica infermeria, era stato ricostruito un piccolo convento medioevale, completo di ambienti e arredamento; dal suo interno, attraverso due finte finestre prospettiche progettate da Vittorio Costantini, si potevano vedere due vedute della Roma medioevale, due quadri che si fingevano vere aperture visive verso l’esterno; dal campanile Roma al tramonto vista dal Priorato di Malta sull’Aventino, dipinta da Antonio Grassi, e dalla cella di un monaco Roma all’alba vista dal convento dell’Ara Coeli, di Umberto Prencipe. I soggetti erano stati ripresi da disegni del codice Escurialense, su indicazione dello storico dell’arte Federico Hermaninn.[1]

    [1] Silvia Bordini, Storia del Panorama, , Officina Edizioni, Roma, 1984.

    Continua…

     

  • Recanati sparita.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Molte sono le ipotesi sull’origine “urbanistica” di Recanati. Monaldo Leopardi ne tratta nei suoi “Annali di Recanati” ed altri autori ne hanno scritto. Certa è invece l’evoluzione recente, a partire dai primi del ‘900. La fisionomia di città di crinale, con la caratteristica forma a “gabbiano” (oggi di difficile individuazione), viene alterata nel tempo con l’occupazione diffusa e disordinata (non c’è stato alcun ordine nella filosofia pianificatoria della burocrazia negli ultimi cinquant’anni se non di natura speculativa)  degli spazi tra i colli originari. Fortunatamente, nel tempo, è stato in qualche modo  preservato lo skyline a monte, verso Macerata e l’Appennino, per motivi orografici e grazie ad alcune provvidenziali norme di tutela. Dopo il passaggio da un’economia mercantile e artigianale ad una prevalentemente agricola, con il declino della fiera dal XVI secolo, scompare gradualmente la struttura porticata del centro mentre è nel  XIX secolo che avvengono le trasformazioni più di impatto sul disegno della città, segnando l’avvio di una sequenza di modifiche estremamente negative anche dal punto di vista del microclima saggiamente creato nel centro storico dagli anonimi architetti medievali nell’urbanizzare i colli del crinale. La serie di interventi iniziati con la costruzione del nuovo edificio comunale ed il disegno della grande piazza, entrambi  decisamente fuori scala, la demolizione di conventi di San Domenico e San Francesco e l’inserimento di un percorso di circonvallazione che incide il monte Tabor chiudendolo alla vista diretta della campagna, (cfr.Giacomo Leopardi) tutti ottocenteschi, si conclude degnamente con lo sventramento del periodo fascista, che genera la bruttissima Via 1° Luglio, peggiorata con i recenti discutibili inserti scultorei nelle presuntuose nicchie. Il disegno del borgo, negli anni successivi, si completa con  la costruzione scellerata della torre dell’acquedotto accanto al complesso di Sant’Agostino, del mercato accanto a Palazzo Venieri e degli interventi in sostituzione dell’intorno della demolita Porta San Francesco. La città, avviata alla deturpazione già dagli anni ’50 e ’60, viene definitivamente compromessa negli ultimi quarant’anni di attività panificatorie sfuggite di mano per incompetenza o messe in atto in malafede, nonostante le buone intenzioni di alcuni illuminati episodi di pianificazione generale e particolareggiata molto “architettoniche” e poco “urbanistiche” dalla fine degli anni’70 ai  primi anni ’80. L’applicazione delle poche buone norme e  indicazioni urbanistiche, a parte qualche virtuoso esempio nella ristrutturazione e recupero del centro storico, cui anche il sottoscritto partecipò per alcuni edifici significativi ubicati ai poli principali della città (Castelnuovo,Via Falleroni,Via Roma,Piazzale dei Cappuccini), ha portato alla fisionomia espansiva speculativa che, ahimè, si può ancora apprezzare, ad esempio , nei nuovi quartieri delle Grazie, di Villa Teresa, San Lorenzo, Fratesca, San Francesco e negli  insediamenti residenziali lungo Via del Mare come nelle zone industriali. In questo quadro, non fa eccezione l’edilizia pubblica, rara e generalmente di scarsa qualità. Anche qui ho avuto esperienze dirette e  tormentate già raccontate a suo tempo in una specie di saga: quella della progettazione, nel 1977, insieme agli architetti Paolo Basilici e Sergio Tarducci,  della Scuola Media di Villa Teresa che poi fu realizzata, tra le nostre aperte contestazioni, in modo assai difforme dal Comune e quella della progettazione, nel 1988, del restauro e recupero del Castello di Montefiore che ebbe anche uno strascico civile e amministrativo di oltre un decennio senza, naturalmente, alcun esito di concreta realizzazione ma per fortuna con  un nostro sostanziale successo intellettuale e, in minor misura, anche finanziario. L’immagine  attuale della città è quella non proprio edificante che appare oggi agli occhi del visitatore, con le ultime ciliegine dell’ascensore leopardiano di cui ho già scritto  in una lettera su “La Stampa”, e dell’indicibile parcheggio urbano sotto il municipio. Continueremo con degli approfondimenti su questa narrazione in  anteprima con delle puntate dedicate agli episodi più significativi e discussi di questa storia urbana.

    Giuseppe Campagnoli, Dicembre 2014

    From Google Maps. Recanati oggi: il gabbiano diventa un cappone!

    Recanati oggi

    Dettagli

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  • Lo sguardo educato (5)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

    La città in bottiglia

    “Il vero non ha finestre. Il vero non guarda fuori nell’universo. E l’interesse per i panoramas sta tutto nel vedere la vera città. “La città in bottiglia”. La città in casa. Ciò che trova nella casa senza finestre è il vero. Una casa senza finestre è, per esempio, il teatro; di qui l’eterno piacere che si trova in esso, di qui il piacere che danno quelle rotonde senza finestre, i panoramas.”

    Walter Benjamin

     

    Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.
    Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.

    Nella storia dei media il Panrama è spesso menzionato solamente in maniera passeggera, più che altro come intermediario tra i suoi precursori come il paesaggio panoramico e i suoi successori, il diorama e il cinema. Il panorama è uno stile pittorico con una tecnica più avanzata dei suoi precursori perché, come ogni invenzione, si allontanò dai modelli precedenti. Dalla Villa dei Misteri o se vogliamo dai graffiti delle grotte di Lascaux, si può tracciare una linea che nel corso dei secoli arriva alle grandi decorazioni pubbliche o private del Rinascimento, fino ad arrivare allo spazio prospettico del periodo barocco. Bisogna tener conto che nonostante l’ambiente fosse interamente tappezzato di motivi scenici, dalle pareti al soffitto, spesso l’interruzione di finestre o porte portava lo spettatore a muoversi in questo spazio liberamente, con la possibilità di toccare i muri. Con il nuovo spazio, la rotonda, quello originale fu trasformato e messo dentro un altro spazio, dove la rappresentazione non lasciava tracce di ciò che era la realtà, diventandone la perfetta sostituzione. A questo punto è utile ricordare che anche l’edificio fu costruito ad hoc: un’illusoria architettura e pittura mescolate e incorporate tra loro che garantivano circolarità continua, illimitata, dove la configurazione stabiliva il rapporto tra lo spettatore e la tela. Il paradosso del Panorama è che in un’area chiusa si apre la libera rappresentazione di tutte le limitazioni del mondo.[1]

    Anche se la tecnica del dipinto risultava mediocre, si ricorreva comunque ad ogni mezzo per rendere l’illusione perfetta; Daguerre per esempio, nel suo Diorama, offriva al pubblico degli occhialetti stereoscopici per trasmettere l’illusione di tridimensionalità (ricordate Lowrence Iacoby, l’eccentrico psichiatra di Twin Peaks che sfoggiava occhiali con una lente blu e una rossa?). Tuttavia, una volta che interviene l’immaginazione, la rappresentazione offerta come realtà, è giudicata in relazione di chi la osserva. Di conseguenza è valutato l’artista e la sua abilità nel trasferire, con il colore, un aspetto della vita che tocca profondamente la sensibilità dell’osservatore.

    Il pittore decide cosa devono vedere gli osservatori, se lo desiderano, ed essere abile di verificare per loro. Ogni cosa dipendeva dal punto di vista del pittore e ciò che decideva di dipingere; nella rappresentazione non veniva trasferito tutto quello che si rivelava ai suoi occhi. Alcuni particolari venivano nascosti nell’orizzonte da altri dettagli. Si ritorna perciò alla composizione che implica il punto di vista privilegiato dal pittore che, per fornirci un documento enciclopedico della natura, abbandona se stesso nella registrazione di tutte le sfaccettature della realtà. Per questo i panoramisti furono bersagliati dalla critica.

    Continua…

    [1] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Books, 1999