Categoria: Varia umanità

  • I miei libri- Le pubblicazioni

     

    I libri e le opere di Marisa Cossu.Meritano.

    ” Che cosa manca” Poesia selezionata per l’antologia. Diploma di merito. “Sentire” con disco di poesie recitate    Audiolibro,Ed. Pagine, Roma Raccolta Poetica ”…

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  • La meritocrazia. Un falso mito.

    La meritocrazia. Un falso mito.

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    Mi sono fatto persuaso, come direbbe il Commissario Montalbano, che le questioni di meritocrazia di cui tanto si parla, a destra, a sinistra (!) in alto e in basso, nel lavoro, nell’amministrazione, a scuola, nelle università etc. siano falsi miti, pericolosi e iniqui nella sostanza. Il merito sembra essere diventato la foglia di fico del neo-neoliberismo a destra come nella sedicente sinistra.

    Affinché il concetto corrente di merito possa essere valido e giusto dovrebbero essere assicurate alcune fondamentali propedeuticità: la parità di condizioni di partenza (economiche, sociali, di salute..) la parità di trattamento durante le attività (di lavoro, di apprendimento..), l’assenza di discriminazioni in base al sesso, alla razza, alle convinzioni religiose, ideali e politiche e l’assenza di ostacoli esterni e indipendenti dalla propria volontà. Chi sproloquia ad ogni angolo di merito ne tratta a prescindere dalle condizioni o ha tenuto conto dei requisiti basilari affinché sia garantita a tutti la libertà e l’eguaglianza nello svolgimento dei propri compiti e doveri? La meritocrazia credo, ahimè, che non possa prescindere, per come è strutturata la società in occidente e, peggio, in oriente e nel terzo mondo, dal concetto di competizione e competitività esasperate tutte legate al mercato anche quando si tratti di istruzione, salute, benessere e sicurezza.

    Il merito legato alla competizione è quindi una parola d’ordine liberista e non libertaria. Chi la usa non può definirsi progressista e liberal. Alcuni paesi, partendo dal campo educativo stanno affrontando una rivoluzione culturale che tende a ridurre se non ad eliminare la competizione, nemica dell’apprendimento, del lavoro e del raggiungimento di obbiettivi di qualità, in netta controtendenza rispetto a quanto si è creduto finora. I risultati di tale inversione si stanno già apprezzando.

    Poiché la natura, come si sa, non ama fare  salti sono convinto che ognuno abbia in nuce  uno o più talenti. Il compito della società è allora solo quello di aiutarci a scoprirli e valorizzarli, non invece quello  di premiare solo chi abbia avuto la fortuna, l’avventura o i mezzi di poterli utilizzare perché già palesi ed evidenti. Chi dà al massimo delle proprie capacità merita lo stesso compenso di chi ha avuto fortuna e talento. Questa è equità. (altro…)

  • Parigi oh strana! Il corto.

    Parigi oh strana! Il corto.

    Dopo il breve racconto sulla mia “gita ” familiare a Parigi, propongo, sulle immagini del precedente articolo, il brevissimo corto che ne è scaturito. La musica è artigianalmente del sottoscritto come le riprese. Dal Boulevard de l’Hopital a Saint Germain de Près, un passaggio al caffè Procope e la chiusura al Jardin des Plantes con il mio ormai proverbiale rondeau! Non dico nulla per pudore della disavventura del nostro pied-à-terre targato AirBnB che per una volta non si è dimostrato affatto all’altezza del marchio : sporco, senza alcuna sicurezza (elettrica, idraulica , di gas) pieno di effetti personali degli ospiti sparsi qua e là, lenzuola non pulite e letti scomodi e sfatti, un cesso più che una toilette di meno di un metro quadro, nessun armadio e nessuno strumento di pulizia. L’unica cosa bella ma avventurosa la scala elicoidale in legno che si vede all’inizio del cortometraggio. Singolari i quadretti un po’ naives e onirici sparsi nelle pareti e l’oggettistica retro dell’alloggio. Di fronte alle nostre finestre c’è l’antico, famoso, seppure deturpato da un terribile corpo anni sessanta, Hopital Pitié Salpètrière, di cui il mio amico Denis mi ha raccontato mirabilmente l’interessante storia anche un po’ autobiografica.

    Giuseppe Campagnoli

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  • Parigi, oh cara!

    Parigi, oh cara!

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    Una settimana a Parigi. La quarta volta nella mia vita nella città che io chiamo “effimera”. La prima, un incontro fatale di gioventù, la seconda, segnata dalla prosaicità di un viaggio studio con i miei studenti dell’istituto d’arte, la terza per diletto e turismo, la quarta per visitare un figlio che vi studia e lavora, ma soprattutto per avere il, tempo di far emergere, dopo le esperienze precedenti, una cocente delusione tra l’apprensione dei fatti di attualità, la malinconia di un luogo ferito e la scoperta, infine, di una città piena di contraddizioni che forse fanno capire molto di quanto vi succede e vi è successo di terribile. Contraddizioni che cominciano dal tempo di Marzo dove in una giornata di minuto in minuto, si passa dal sole caldo, alla pioggia, al vento impetuoso, alla grandine e persino alla neve. Contraddizioni che proseguono con l’ostinazione della gente di viverci ancora tutta insieme parallelamente,a prima vista senza integrarsi: turisti, bobos, riccastri e clochards, spacciatori e meretrici, mistici e fanatici con i segni delle loro superstizioni, poliziotti e soldati, fricchettoni e hippies retro. Una città ricca ma miseranda per le strade e nelle peggiori banlieux, crogiolo di paura e di godimento, di rabbia e fanatismo, di curiosità e gigionismo, di sfruttamento e cinico mercato ma anche di benefattori, filantropi e idealisti egalitari. La delusione è che il bene non pare abbia prevalso sul male. E per bene intendo la sintesi del motto “Libertè, egalitè fraternitè” che restano ancora solo parole. Le prepotenti fioriture primaverili ai Giardini del Lussemburgo mentre grandina  e tira un vento gelido del nord rappresentano la metafora di tutto questo, forse verso un futuro migliore che fatica ad affermarsi, un po’ come tutta la vecchia Europa.

    Per non essere i soliti turisti albergati abbiamo alloggiato in un tugurio malsano ed insicuro ma di “lusso” perché in centro. Dei bohémiens a prezzi da quattrostelle per scendere ogni giorno i tre piani di una bella e impossibile scala elicoidale in legno.

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    Abbiamo fatto la spesa nei mercati, girato per tram, treni e metro preclusi ai disabili, telefonato e presi caffè a prezzi da ricchi borghesi senza pensieri. Non è una città dove vivere bene. Solo i bobos e i ricchi esibizionisti la possono amare ed apprezzare a pieno, grazie alle loro risorse (acquisite e consolidate come?) Studiare nel pubblico costa poco ma tutto ciò che è intorno compensa e supera abbondantemente questi vantaggi e obbliga a trovarsi più lavori per poter reggere i costi barcamenandosi tra gli orari. Ecco perchè gli amici Erasmus e interni di mio figlio nella scuola prestigiosa che frequenta sono tutti ricchi rampolli della borghesia industriale o mercantile italiana, francese, tedesca, britannica o cinese !  Lavorare a Parigi è la regola della precarietà e lo sfruttamento a gogo, ed ora, tanto per gradire, stanno facendo una legge decisamente peggiorativa per chi lavora, simile al nostro “progressista” job act! Ho scoperto che già nel settecento un medico come Basaglia, Philippe Pinel,  sosteneva che i matti non dovessero essere legati! Ho pensato però che certi matti “consapevoli” di oggi forse lo dovrebbero essere!

    Alla fine del viaggio due cose certe da dire ci sono: la fortuna di aver reincontrato dopo quasi quattro anni il mio simpatico Denis, amico parigino, veramente amabile e ospitale che mi ha fatto dimenticare per qualche momento quella Parigi irriconoscibile ed altri amici un po’ distanti. Per finire un saluto maliconico al nostro amico ideale per affinità culturali e musicali Gianfranco Testa che solo in una certa piccola bella Parigi era apprezzato.

    Giuseppe Campagnoli 30 Marzo 2016

  • LA PESTE DEL NOSTRO SECOLO.

    LA PESTE DEL NOSTRO SECOLO.

    La peste del nostro secolo, il terrorismo, generato dall’ ignoranza, dall’ intolleranza, dallo sfruttamento e dalla povertà va combattuta come una epidemia. A mali estremi estremi rimedi. Noi in Italia conosciamo bene l’omertà e la capacità di coperture delle nostre mafie, insegnamo  che per eradicare la mafia integralista islamica occorre tagliare tutti i legami politici, geografici e finanziari, le complicità ambientali e familiari e le ipocrisie del politically correct.

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  • Coincidenze. O il furto più incredibile della storia.

    Coincidenze. O il furto più incredibile della storia.

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    Parigi, 21 agosto 1911

    Ore 5:30 

    Cara madre,

     ogggi è lunedi una giornata calda e umida. Mi sono alzato presto perche non riuscvo a prendere sonno questa notte forse per il gran caldo, perche la mia nuova stanza e piccola e viene poca aria da la finestra tra i palazzi tutti ataccati del nuovo quartiere. Non e un gran posto ma ci hanno mandato qua perché ora lavoriamo per Messiè Gobier. Cominciamo un lavoro inportante al museo di Luvre, dobbiamo ripulire tutti quadri e ricoprirli con il vetro. Ieri mattina presto ci hanno mostrato velocemente i posti. E’ un museo enorme ma noi dobiamo lavorare solo in alcune sale. I miei dolori alo stomaco non passano, mi sento debole e ho spesso dela nausea. Voi come state? Arrivano le lettere del babbo da Lione? La prosima volta vi raconto del nuovo lavoro. Intanto vi mando 200 lire. Non e molto ma meglio di niente.

    Mi mancate. Vi abraccio a tutti.

     Vostro caro Vincenzo.

     

    Vincenzo piegò la lettera e la ripose nella busta. Scrisse lentamente l’indirizzo di casa della sua famiglia, che a Dumenza attendeva sempre con ansia quelle poche righe.

    Vincenzo era emigrato insieme al padre per cercare fortuna in Francia, a Lione, perché in Italia, di lavoro, non ce n’era. Dopo qualche anno, si era spostato da solo a Parigi. Era artigiano: imbianchino e decoratore, quindi sempre a contatto con le vernici. Spesso la notte si alzava per vomitare, e i crampi allo stomaco erano, a tratti, insopportabili. Ma che doveva fare? «Vogliamo lasciare il lavoro per queste cosette?» Andava ripetendo il capomastro a chiunque lamentasse simili disturbi. «Voi siete privilegiati, a poter lavorare qua. Un giorno tornerete a casa che avete fatto fortuna! » Rideva sornione. «Ma se a qualcuno non sta bene qualcosa, quella è la porta. Andate. Tra cinque minuti ne trovo un altro, giovane, forte e bell’e pronto a lavorare, senza lamentarsi!» Pure Vincenzo era giovane, faceva trent’anni a ottobre, ma non era forte: era piccoletto e cagionevole. E però lavorava di buona lena lo stesso. Nonostante il saturnismo, la malattia da cui era affetto per via del piombo nelle vernici.

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  • L’epidemia  della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

    L’epidemia della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

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    Education, job, freedom and peace against violence of sharia, religions and global markets.

    Non sto qui a spiegare che cosa sia la Sharia. Bastano Wikipedia e tutte le conferenze e gli scritti che ne trattano in giro per il mondo. Invece vorrei associarmi ad una idea che, se perseguita e sviluppata, potrebbe disinfestare il mondo dal terrorismo e dalle farneticazioni di tipo islamico. Le armi vincenti saranno l’istruzione, la cultura e il lavoro.

    Massicce infusioni di conoscenza ed istruzione faciliteranno la strada verso il lavoro, la salute e la pacifica convivenza attraverso la liberazione totale dalle nefaste credenze e superstizioni ancora legate all’ignoranza delle tribù di pastori del deserto di tanti secoli fa o delle congreghe chiesastiche dell’occidente.

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  • L’arte  della sicurezza: un salto di qualità.

    L’arte della sicurezza: un salto di qualità.

     

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    L’Associazione S.E.T.A. si rilancia.

    In quasi otto anni dalla sua fondazione l’Associazione S.E.T.A (Safety Education & Training Agency) ente no profit marchigiano che si occupa di educazione e formazione alla sicurezza, alla sostenibilità, alla protezione civile e di tutela del patrimonio culturale e artistico, ha lanciato e svolto varie attività formative anche con discreto successo di risultati. Tra queste emergono un progetto europeo sulla gestione della sicurezza e della prevenzione e protezione in vari ambiti (Workshop Grundtvig Educivis); una attività di formazione dedicata alle scuole aquilane coinvolte nel sisma del 2009 (Araba Fenice); un progetto di rete  in e-learning per docenti italiani e argentini sulla didattica della sicurezza (Perla); un corso di Perfezionamento sulla educazione alla sostenibilità, alla protezione civile ed alla tutela del patrimonio artistico in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia, un percorso di formazione sulla sicurezza alimentare (Alibe) poi sfociato in una candidatura ad un Erasmus plus  ed altre iniziative di formazione in ambito scolastico o destinate alle amministrazioni locali riconosciute anche dal Ministero dell’Istruzione. Oggi l’associazione vanta l’accreditamento presso la Regione Marche quale ente di formazione professionale e sta rinnovando la sua azione anche  in partnership  con le Università di Macerata e Camerino sui comuni argomenti istituzionali.

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  • E-learning ed arte.Il caso MoMa.

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    Impara l’arte a distanza? Il caso di “Seeing Through Photographs” or Seeing Through american Photographs?

    Ho sempre sottolineato i limiti della formazione e dell’apprendimento a distanza. Senza le relazioni di un lavoro cooperativo in presenza e la guida di uno o più “maestri” l’apprendimento e l’acquisizione di competenze sono limitati e, spesso, effimeri. Nelle arti, soprattutto applicate, queste considerazioni valgono ancora di più. Ho iniziato, soprattutto per sperimentare, un corso sulla fotografia lanciato sulla piattaforma Coursera dal Museo di Arte Moderna di New York (MoMa). Quasi a metà del percorso mi sono reso conto della pochezza e della aleatorietà dell’offerta. A parte l’incenso continuo e predominante riservato al museo ed ai fotografi d’oltre oceano nella parte teorica e storica, il progetto  non offre la possibilità di apprendere a realizzare un proprio prodotto fotografico magari valutato, dopo un precorso di apprendimento tecnico e artistico. Il corso poteva essere anche offerto a distanza per la tecnica e la pratica, finanche con una parte di verifica e valutazione, visto che, per esempio, numerosi sono i concorsi di fotografia che ti consentono agevolmente di caricare le tue opere da sottoporre al vaglio di giurie internazionali. Niente di tutto ciò. Le lezioni che seguono nel programma non prevedono altro se non contenuti audiovisivi, selezionati ad usum delphini, da studiare e riportare nei terribili questionari finali che, a ben osservare e provare con adeguate strategie, sono superabili anche con risposte del tutto casuali a partire dal terzo tentativo!

    Alla fine del corso ecco invece l’ineffabile, risibile, prova finale, tesa a far acquisire la certificazione didattica, che lascio alla traduzione del lettore:

    “Assignment: Final Project

    Instructions       Now that you have completed the coursework for Seeing Through Photographs, use the following prompts to demonstrate your understanding of the course content.

    Prompt 1 requires you to reflect on the concepts presented in the course modules and convey your interest in and understanding of those concepts.

    Prompt 2 gives you the opportunity to select an image or series of images that relate to what you learned while taking this course and describe how and why this is a good addition to the module of your choice.
    Review criterialess
    When evaluating final projects use the rubric provided below, referring back to the course when necessary to confirm that the learner accurately describes the module’s ideas, issues and themes.”

    Ho abbandonato perché mi sentivo ridicolo e un po’ anche gabbato seppure la quota di iscrizione sia stata anch’essa ridicola ma, forse, all’altezza del prodotto che, a dire il vero, non vale più di 50 Euro, certificato finale compreso. Non  consiglio il corso a nessuno, men che meno a chi avesse voglia di imparare ad essere e a fare. Se si va sul sito del MoMa stesso, della London National Gallery o di altri musei internazionali alla sezione fotografia, si trovano gli stessi contenuti anche se in modo spurio ma decisamente più libero e d asettico.

    Giuseppe Campagnoli

    Pace
    La reciprocità e la tolleranza. Giuseppe Campagnoli. Menzioni in numerosi concorsi fotografici

  • La Buona scuola. Quale modello di orario?

    La Buona scuola. Quale modello di orario?

    Ecco dove dovrebbero andare le risorse: gli spazi della scuola, il superamento delle rigidezze organizzative, l’inserimento dei linguaggi dell’arte nei curricula.

    Da Education2.0  Organizzazione della scuola  3 Marzo 2016 Giuseppe Campagnoli

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    giuseppe campagnoli 2014  Allegoria (o Allegria?)  della buona scuola

    Dalle informazioni raccolte presso i miei ex colleghi dirigenti e docenti sull’applicazione dell’organico, del PTOF e sulle altre “innovazioni” organizzative introdotte dalla “Buona Scuola” ho percepito un clima da arte dell’arrangiarsi. Le poche buone pratiche nascono casualmente, spesso come frutto della creatività nel risolvere le emergenze e della necessità di attuare giocoforza alcune indicazioni contenute nella legge. La malattia endemica della scuola, la “progettite” (cfr. un mio studio del 2003 di quando dirigevo l’Ufficio Studi dell’USR per le Marche) non è regredita negli ultimi 15 anni ma è peggiorata e si indirizza in mille rivoli di progetti e iniziative a volte inutili e risibili, mentre l’uso delle risorse non pare né pianificato né ottimizzato. Sembra che i docenti “in più” e a disposizione finiscano sovente a fare i tappabuchi e i “badanti” in classe oppure, se va meglio, per coprire le esigenze aleatorie della diffusa e storica “iperprogettualità” che vede i collegi dei docenti esercitarsi in funamboliche quanto improbabili e spesso intempestive programmazioni e in una concreta guerra tra poveri. Era già difficile con il POF, figuriamoci con il PTOF. Ma, invece dei piagnistei, nonostante la “cattiva scuola” pare continui, vediamo di fare proposte, anche visionarie. (altro…)

  • Lo chiamavano Jeeg Robot

    Lo chiamavano Jeeg Robot

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    LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT. UN SUPEREROE TUTTO ITALIANO.

    di Angela Guardato.

    Ecco perché secondo me dovreste correre a vedere questo film e perché Mainetti (il regista) e Guaglione-Menotti (ai quali si devono soggetto e sceneggiatura) con quest’opera hanno superato i super-hero movies americani.
    Lo chiamavano Jeeg Robot è sì, un film di genere, ma allo stesso tempo esula da ogni tentativo di etichettamento: è un film di supereroi, di avventura, di fantascienza, d’azione, drammatico, un urban fantasy direbbe qualcuno, ma in fondo non è nessuna di queste cose in assoluto, o solamente. E’ tutto questo e molto di più. Sì, perché Lo chiamavano Jeeg Robot è un film splendidamente giostrato e meravigliosamente poetico, anche se terribilmente duro. E’ la storia di ogni uomo, in fondo, del dramma personale che diventa universale e si scontra con l’immaginario collettivo, spesso becero e gretto (pensiamo alle voci over, sugli ultimissimi minuti di pellicola), con la gente che cerca di sopravvivere e quindi se ne frega di tutto e tutti. E’ desiderio di evasione da una vita immeritata, nel bene o nel male; desiderio di svolta, fama e notorietà, ma alla fine anche solo di affetto e amore, quelli che i protagonisti probabilmente non hanno mai ricevuto da nessuno.
    In questo film ci sono tutti i canoni della pellicola da supereroe anche se, si badi bene, il film non vuole essere un live action sul celebre robot dei cartoni animati giapponesi, ma qualcosa per l’appunto del tutto nuovo, pur rispettando le basilari regole di un film di (questo) genere.
    La trama del film è semplicissima e si rifà al più classico filone dei film di supereroi, a cui rende palesemente omaggio: un ragazzo di borgata si ritrova a possedere strani superpoteri, si scontra con il cattivo che vuole dominare il mondo, e in mezzo c’è l’incontro con l’unica ragazza che potrebbe essere l’amore della sua vita. Ma vediamo più da vicino i personaggi principali. (altro…)

  • Oscar. The comedy of errors

    Oscar. The comedy of errors

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    Oscar. The comedy of errors

    The Oscar prize make jump the hearts of Europe and Italy for joy and make tremule actors, directors, musicians, producers and film distributors. Especially producers and distributors! Is a market’s award not an artistic award. It comes from America, for America and his markets. The jury is almost totally american. The prize start in the country of frenetic liberism where nothing move out of the markets and the business. It is rash to talk about films art! Better to talk about business and profit. Stories, talents  and ideas are as function of profit. Films prize winners was often blockbusters!! Rarely independents and niche cultural products wins the award.  Italians friends, look like this at the Oscar Prize from the history, without any surprise: from Sciuscià, to Fellini, from Roberto Benigni to Youth, from Dante Ferretti to Ennio  Morricone. All products and producers and actors  “malgrè tout ” are very very yankees. The art, I believe, is elsewhere, and the winner is..the business!

    From Wikipedia:

    “Voters
    The Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), a professional honorary organization, maintains a voting membership of 5,783 as of 2012.Academy membership is divided into different branches, with each representing a different discipline in film production. Actors constitute the largest voting bloc, numbering 1,311 members (22 percent) of the Academy’s composition. Votes have been certified by the auditing firm PricewaterhouseCoopers (and its predecessor Price Waterhouse) for the past 73 annual awards ceremonies. All AMPAS members must be invited to join by the Board of Governors, on behalf of Academy Branch Executive Committees. Membership eligibility may be achieved by a competitive nomination or a member may submit a name based on other significant contribution to the field of motion pictures.New membership proposals are considered annually. The Academy does not publicly disclose its membership, although as recently as 2007 press releases have announced the names of those who have been invited to join. The 2007 release also stated that it has just under 6,000 voting members. While the membership had been growing, stricter policies have kept its size steady since then.In 2012, the results of a study conducted by the Los Angeles Times were published describing the demographic breakdown of approximately 88% of AMPAS’ voting membership. Of the 5,100+ active voters confirmed, 94% were Caucasian, 77% were male, and 54% were found to be over the age of 60. 33% of voting members are former nominees (14%) and winners (19%).In May 2011, the Academy sent a letter advising its 6,000 or so voting members that an online system for Oscar voting will be implemented in 2013.[35]

    Rules
    According to Rules 2 and 3 of the official Academy Awards Rules, a film must open in the previous calendar year, from midnight at the start of 1 January to midnight at the end of 31 December, in Los Angeles County, California and play for seven consecutive days, to qualify (except for the Best Foreign Language Film).[36][37] For example, the 2009 Best Picture winner, The Hurt Locker, was actually first released in 2008, but did not qualify for the 2008 awards as it did not play its Oscar-qualifying run in Los Angeles until mid-2009, thus qualifying for the 2009 awards.Rule 2 states that a film must be feature-length, defined as a minimum of 40 minutes, except for short subject awards, and it must exist either on a 35 mm or 70 mm film print or in 24 frame/s or 48 frame/s progressive scan digital cinema format with a minimum projector resolution of 2048 by 1080 pixels.Producers must submit an Official Screen Credits online form before the deadline; in case it is not submitted by the defined deadline, the film will be ineligible for Academy Awards in any year. The form includes the production credits for all related categories. Then, each form is checked and put in a Reminder List of Eligible Releases.Film companies will spend as much as several million dollars on marketing to awards voters for a movie in the running for Best Picture, in attempts to improve chances of receiving Oscars and other movie awards conferred in Oscar season. The Academy enforces rules to limit overt campaigning by its members so as to try to eliminate excesses and prevent the process from becoming undignified. It has an awards czar on staff who advises members on allowed practices and levies penalties on offenders.[42] For example, a producer of the 2009 Best Picture nominee, The Hurt Locker, was disqualified as a producer in the category when he contacted associates urging them to vote for his film and not another that was seen as front-runner (The Hurt Locker eventually won).”

    Giuseppe Campagnoli

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  • “Perfetti sconosciuti”: perfetti ma non troppo..

    “Perfetti sconosciuti”: perfetti ma non troppo..

    “Non mi sposo perchè non mi piace avere della gente estranea in casa”

    La celebre citazione di Alberto Sordi è quella che per prima mi è balzata in mente durante i titoli di coda del film, un film fatto di risate, momenti di riflessione e, in più casi, applausi…molto sarcastici, ma inevitabili. Sin da subito ci troviamo inseriti nella storia, nella vita di queste coppie che potrebbero essere nostri amici, con i quali stiamo trascorrendo una “tranquilla” serata. Loro sono lì, seduti a tavola ed è per noi naturale ascoltarli, ridere alle loro battute e assecondarne gli scherzi. L’intera pellicola si svolge nella durata di una cena, cena in cui si versa del vino rigorosamente biodinamico (sto ancora cercando di capire cosa significhi) e vengono servite portate alle volte interrotte da pettegolezzi o da battute spesso fuori luogo. Tutto è riportato immediatamente alla realtà ordinaria, alle diversità caratteriali e soprattutto comportamentali che caratterizzano i singoli personaggi. All’inizio capiamo che ognuno dei protagonisti ha un piccolo segreto che nasconde al rispettivo partner, ma non sappiamo esattamente quale o non ne cogliamo la motivazione: tra chi si chiude in bagno con il cellulare e chi esce di casa senza mutandine… tutto molto sospetto.

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    Ci si concentra quasi subito su quello che sarà il motivo scatenante del susseguirsi di una serie di disastri, ovvero decidere di tenere tutti i cellulari al centro della tavola e rendere pubblici chiamate e messaggi ai commensali. Non so quanti di noi si troverebbero d’accordo nell’accettare questa moderna roulette russa multimediale ma una cosa è certa, i nostri cari amici, seduti a quel tavolo, tenteranno e spereranno (pur sudando freddo), di mostrare la loro “fedina sentimentale” pulita. E’ palese sin da subito che nessuno si sente a proprio agio in questa situazione, e lo si capisce dai sussulti e dagli sguardi allertati, a ogni minimo accenno di suoneria; tutto è sotto controllo, almeno finché è il tecnico del computer a telefonare e la sorella di qualcuno a farsi sentire…ma a poco poco l’ambiente inizierà a scaldarsi insieme al vino… Quello che più ci attrae è la totale corrispondenza alla realtà. Ogni commensale ha una nostra piccola caratteristica o ci ricorda maledettamente  qualcuno di passaggio nella nostra esistenza e, per quanto sia verosimile, facciamo fatica, molta fatica, ad accettare che possa accadere anche a noi, o magari sia già accaduto a nostra insaputa.  Il susseguirsi di messaggi ambigui su whatsapp, le richieste di scambio di cellulari fatte al volo sul terrazzo, le foto da cancellare e le suonerie da abbassare ci mostrano già l’aspetto psicologico di ogni  personaggio, che si troverà alla fine a veder crollare la propria maschera inesorabilmente. Tutti noi conosciamo l’epilogo, ma, non si sa perché, non riusciamo ad immaginarcelo.Ed è proprio questo che ci tiene incollati alla poltrona, in attesa della scena successiva, la continua domanda che nella vita reale non ci è concesso porre: “Finirà come penso io?” Siamo in pieno psicodramma, si spalleggiano e si scontrano, tutti contro tutti, le scuse iniziano a vacillare, le voci ad affievolirsi e le bugie ad emergere… da i giochini erotici fatti con sconosciuti all’amante, salvato nella rubrica sotto falso nome, agli ex che chiedono consigli inopportuni ed ai gruppi whatsapp dai quali qualcuno è rimasto fuori. Tutto viene a galla e riversato su quella tavola che ormai si sta trasformando in un campo di battaglia. Questo è il primo e unico momento in cui i protagonisti si alzano, mollano le sicure sedie per rincorrersi l’un l’altro per tutta casa, urlando, chiedendo, cercando spiegazioni che non troveranno mai risposta. Nel turbine delle incomprensioni arriva, come fulmine a ciel sereno, il coming out di uno degli amici che causerà reazioni differenti ma soprattutto inaspettate e passerà a breve in secondo piano rispetto al carnevale di tradimenti, messo in scena da quegli stessi compagni di avventure, che inevitabilmente lo giudicheranno.

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    Ora conosciamo ognuno di loro, per quello che hanno fatto e detto, e non riusciamo a fare a meno di guardali con occhi diversi, come se quelle bugie, in qualche modo, le avessero dette anche noi, a noi che con tanto trasporto li stavamo inseguendo intorno al divano. Come una scenografia tolta prima della fine, tutto ha un sapore più amaro, ma vero.                         Inevitabile è il paragone con la quotidianità e il continuo annuire di fronte a certi episodi ci fa sentire spettatori delle nostre stesse esperienze, fino al finale, se vogliamo a sorpresa, se vogliamo causato dall’inconscio, un finale in parte positivo che ci mostra come sarebbe andata “SE”  non avessero accettato di fare quel gioco, se ognuno di loro avesse perpetuato la propria quotidiana ipocrisia e se tutti avessero continuato, come niente fosse, a portare avanti i propri segreti.
    Vogliamo credere che il nostro vissuto e il nostro relazionarci con gli altri possa essere frutto di una scelta, di una porta che decidiamo noi, se aprire o meno, e che, nel momento esatto di questa scelta, riusciamo a prendere piena responsabilità e coscienza delle conseguenze che ne scaturiscono. Vogliamo crederci, vogliamo raccontarcela, ma in realtà ci resta facile, molto più facile, rimanere in scena con la propria maschera, anche quando le quinte si alzano, le luci si spengono e il pubblico se ne va.

    Silvia Donati

  • Laici, agnostici, atei…tempi duri per il libero pensiero!

    Laici, agnostici, atei…tempi duri per il libero pensiero!

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    ReseArt  ha sempre detto, scritto e disegnato ciò che pensa della natura, della filosofia, delle religioni e delle superstizioni. Ha sempre liberamente accolto il pensiero di tutti e offerto uno spazio per scrivere delle arti del mondo. Le religioni e le varie credenze o consorterie, politiche o mistiche che siano, si combattono e si abbracciano alternativamente, in modo palese o sottotraccia, anche quali strumenti di altri poteri ben più prosaici (economia, politica, mercato globale) per garantire lo status quo delle disuguaglianze nel mondo spesso fingendo di combatterle con la beneficienza, l’elemosina o la carità, a seconda delle latitudini. La guerra contro il pensiero libero è sbarcata anche sui social e le società più retrive (ahimè spesso collocate nei paesi più poveri del mondo) fanno di tutto per combatterla anche con i mezzi più feroci o più subdoli, utilizzando il terrorismo fisico o quello virtuale  del web con mezzi che violano frequentemente i più elementari diritti dell’uomo. ReseArt abbraccia  la petizione lanciata su Change Org in questi giorni e ne fa anche una sua bandiera di libertà.

    Chi volesse informarsi ed eventualmente aderire può recarsi su: https://www.change.org/p/mark-zuckerberg-stop-deleting-arab-atheists-and-seculars-groups-and-pages

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    Giuseppe Campagnoli

  • La mia seconda casa al mare. Il gossip architettonico

    La mia seconda casa al mare. Il gossip architettonico

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    Ho sempre pensato da cittadino, da professionista e anche da esperto di educazione che la casa debba essere considerata un bene primario come l’alimentazione, il lavoro, l’istruzione, la salute.
    Per questo ho sempre stigmatizzato la speculazione su questo bene che spesso è stata anche un’opera d’arte. I vari “cerco casatrova casala casa dei miei sogni, la seconda casa non si scorda mai” sono a mio avviso il peggio del gossip edilizio, senza nulla togliere a quel mercato sano e onesto (e che non arricchisce per questo) che fa incontrare correttamente la domanda di chi ha bisogno di una abitazione con una offerta sempre più disforica e iniqua (si pensi ai milioni di vani inutilizzati in attesa di specularvi difronte ai milioni di cittadini che hanno bisogno di un tetto!).
    Ma il peggio viene quando si mostra la ricerca penosa e umiliante (per chi vede) di abitazioni di lusso, case al mare, seconde case che non si scorderebbero mai!
    E avvilisce ancor più sentire architetti (spero siano degli attori, altrimenti la professione risulterebbe proprio definitivamente svilita e mercificata) cicisbei che ricamano su spazi e oggetti con un linguaggio  da commediola americana (come nel formato del “spostate quel bus”!) e da stereotipo dell’arredatore radical-chic!
    Che dovrebbe dire uno spettatore con un introito familiare di 1200 Euro al mese, che non potrà che accantonare (con mutui., ricatti vari e una esistenza praticamente annullata)  in una vita intera  appena l’occorrente per due vani e servizi in periferia o attendere una casa popolare tra quelle per tre quarti già occupate abusivamente?  Che si dovrebbe pensare,soprattutto in tempi di crisi, di squallidi clienti, in genere “grossiers pervenus” (speriamo che anche questi siano attori di una fiction!) arricchiti non sappiamo come che non battono ciglio  difronte a richieste di milioni di euro per la loro seconda casa in campagna o al mare?
     Abbiamo tutti noi cittadini onesti, in cuor nostro e nella nostra visione etica e sociale, la consapevolezza, ampiamente supportata anche da economisti  credibili e insospettabili, che un reddito onestamente guadagnato, da serio contribuente, per un professionista, un dirigente o imprenditore, un artista o un calciatore che siano,  non potrebbe e non dovrebbe  superare i 100.000 euro l’anno per rendere sostenibile la nostra società e assicurare a tutti i servizi e i bisogni essenziali tra cui emergono la scuola, la salute, la casa- prima e unica per tutti-, il tempo libero?
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    Former architect  Giuseppe Campagnoli
    PS
    Sono fuggito dalla professione di architetto per non confondermi con la pazza  e sconsiderata folla dei miei ex omologhi! Gli architetti italiani sono 4 volte quelli della Francia e della Gran Bretagna e poi ci sono anche geometri, geometri travestiti da architetti, periti edili, ingegneri…

     

  • Le religioni,le parole, l’interpretazione, il dominio che si giova dell’ignoranza.

    Le religioni,le parole, l’interpretazione, il dominio che si giova dell’ignoranza.

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    Giordano Bruno non sarebbe piaciuto a Daech ai sionisti, agli emiri, agli ulema e agli imam
     così come non piacque alla Chiesa Cristiana.

    Ancora una  riflessione che mi fa eco sulle religioni e sulla loro benefica o nefasta influenza nella storia dei popoli. I pensieri sono indotti vieppiù dalle tragedie dell’Europa, del Medio Oriente e del Mondo in nome delle religioni, delle superstizioni e di talune ideologie, non ultima quella del mercato. Il linguaggio dei testi che riportano la voce e le narrazioni di uomini che sostengono (senza prova alcuna) di aver ricevuto messaggi da una divinità o da chi parlasse in suo nome (!!) e rivolte ad altri uomini è importantissimo e spesso non occorre interpretare nulla per quanto è chiaro, senza ricorrere alle metafore. Le frasi composte da soggetto, predicato e complemento che si ripetono come mantra, giaculatorie, cantici, sure o rosari non si prestano a dubbi. Basta leggere e capire la lingua. La lettura dei testi è fondamentale e l’invito ad approfondire commentari chiose  o la scusa di una interpretazione autentica, nascondono spesso profonde ambiguità di comunicazione, ipocrisia e mala fede. Se i testi si dice fossero stati scritti per il popolo  giocoforza dovrebbero essere più che chiari ed immediati. Piuttosto occorre collocare la lingua nei tempi in cui ha avuto origine e in quelli in cui è stata revisionata o trasformata per adattarla ai mutamenti dell’umanità. La questione è solo nella lingua e nei costumi che si evolvono, seppure non dovunque e per chiunque.

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  • Impara l’arte perchè è ricchezza.

    Impara l’arte perchè è ricchezza.

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    “Impara l’arte” Giuseppe Campagnoli su La Stampa del 17 Novembre 2010. Cosa è cambiato?

    Una volta c’erano le botteghe degli artigiani e le scuole delle corporazioni. Oggi l’insegnamento è appannaggio per lo più della scuola secondaria: licei e istituti. Per la cultura, l’arte e l’archeologia in Italia oggi non è uno dei momenti migliori. Anche per l’educazione e l’istruzione si è giunti a toccare il fondo. Mi riferisco alle scuole del fare artistico. Non dimentichiamo che, come naturale evoluzione delle botteghe degli artisti e degli artigiani, delle scuole abbaziali e delle corporazioni di arti e mestieri, di quelle sorte nel tempo presso le fabbriche architettoniche, l’istruzione artistica in Italia – dalle scuole serali e domenicali di arti e mestieri agli istituti d’arte ai licei artistici – ha formato generazioni di artisti e di designer, tra cui molte personalità famose nel mondo per la moda, le arti figurative, il cinema. Nel tempo è invece avvenuta una diaspora di questa tipologia di istruzione «sul campo» unica in Europa e forse nel mondo, con l’omologazione forzata di istituti e licei nel coacervo dell’istruzione secondaria di secondo grado, la spinta irragionevole verso una improbabile «liceizzazione» di tutti gli istituti artistici secondari e l’inserimento nell’università dei Conservatori musicali e delle Accademie. La trasformazione si sta completando con le ultime riforme, che hanno di fatto avviato alla triste conclusione un’esperienza storica unica che non poco aveva contribuito alla costruzione del patrimonio artistico italiano degli ultimi cinquant’anni e al cosiddetto «made in Italy». Persino le guide pedagogiche e didattiche di queste scuole che fino agli anni Settanta si chiamavano«direttori» ed erano maestri e artisti, architetti, scultori, pittori spesso di chiara fama, ora sono dirigenti manager formati e scelti in maniera generica per tutti i tipi di scuole superiori. Credo siano necessari un ripensamento e una riflessione.”

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  • Una piccola banlieu italiana in provincia.Come tante.

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    Un nostro lettore ha fatto un breve tour nel territorio di un piccolo paese dell’entroterra pesarese, una volta ricco, ora più povero ma sempre un po’ degradato per ambiente, cultura e qualità della vita. Una specie di banlieu suburbana legata funzionalmente e dipendente dalla città più grande proprio come accade in Francia. Sono cambiate, come altrove, le amministrazioni, ma cosa è cambiato?

    In proposito ricordiamo questo articoletto su La Stampa di tempo fa:

    “Chi è causa del suo mal. Viviamo in un’area del centro nord una volta ricca di un importante distretto produttivo monotematico. Quasi 15 anni fa fu commissionato dalle amministrazioni locali uno studio sullo sviluppo industriale della zona nel ventennio successivo. Gli esperti dissero che se non ci si fosse riconvertiti ad altre produzione sarebbe stata la fine. Nessun imprenditore seguì il consiglio tecnico pensando solo al proprio immediato alto profitto e ora sta succedendo quello che era stato previsto. Fin dagli anni 90 abbiamo assistito a imprese commerciali improvvisate che poi hanno dovuto chiudere nel giro di un anno e si era in tempi in cui il credito veniva erogato senza tanti complimenti. Solo uno sprovveduto avrebbe potuto pensare che la pacchia sarebbe durata più di 10 anni. Anche oggi si vedono numerosi esercizi commerciali con gli stessi prodotti nel raggio di 100-200 metri! E’la concorrenza? No. E’ la follia. Si è buttata a mare l’agricoltura disseminando le campagne di falsi agriturismo (in parte sovvenzionati a fondo perduto) turismo e cultura lasciati a una libera impresa spesso impreparata e votata ad alti profitti in tempi brevi. Le banche nel frattempo hanno fatto il loro dubbio lavoro dando soldi a chi non li meritava e dato il colpo di grazia ad un mercato già viziatodall’improvvisazione imprenditoriale e dalla mancata pianificazione produttiva… La tragedia è che ci stanno rimettendo le persone preparate, oneste e non venali che si trovano sia nel pubblico che nel privato tra quelli che lavorano il tempo necessario, raggiungono gli obbiettivi, guadagnano il giusto e pagano tutte le tasse spesso per avere i servizi inefficienti per colpa di chi non le paga. Per risollevarsi occorre puntare prima sull’istruzione, sulla ricerca, sulla limitazione dell’iniziativa privata quando provoca danni alla collettività (vedi sanità, trasporti) e sugli investimenti nei soli settori che in Italia possono rendere: agricoltura, cultura, turismo, artigianato, manifattura di qualità! Non sarebbe stato difficile!”

  • Gli spazi innovativi della scuola. Non interessa proprio nessuno?

    Gli spazi innovativi della scuola. Non interessa proprio nessuno?

    In allegato un recente saggio intitolato “Gli spazi della scuola: le proposte rivoluzionarie dell’attivismo nell’organizzazione degli spazi educativi e le ricadute successive” di Mariagrazia Marcarini, utile documento nell’ambito del Progetto “La scuola senza mura”.

    La scuola militante tace. Gli amministratori locali e scolastici pensano alle loro buro-crazie quotidiane, ai loro eventi effimeri e improduttivi oltre che a turare le falle di un sistema ormai perduto, sia nel fisico che nelle idee.

    Nessuno, a parte i membri del folto gruppo di Facebook, “La scuola senza mura” si sta interessando seriamente all’idea di spazi scolastici al di fuori delle ottocentesche mura di una scuola ormai obsoleta. Perché?

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    Gli spazi della scuola. Mariagrazia Marcarini

    Mariagrazia Marcarini PhD Università di  Bergamo – Pedagogista, Formatrice, Tutor – Comune di Milano Settore Scuole Paritarie Esperta di architettura e pedagogia.

    La scuola en plein air: a quando?

    Clip di ReseArt per La scuola senza Mura: oltre le aule.

  • Italiani e francesi.Parenti serpenti?

    Italiani e francesi.Parenti serpenti?

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    E’ di questi giorni una specie di contesa a distanza sul savoir faire, sulla correttezza politica ma anche sull’opportunismo mercantile di due nazioni come l’Italia e la Francia (Renzi e Hollande) difronte alla visita del premier iraniano Rohani. Gioielli segreti si, gioielli no, maiale si, maiale no, champagne si, champagne no. In sottofondo si percepisce una sempre quella rugginetta storica tra cugini europei. A tal proposito, proprio ieri mi è giunto un racconto privato lucido, dettagliato ma esauriente  sugli stereotipi d’oltralpe verso l’Italia, questa volta, per paradosso, indirizzati al meno italiano degli italiani per indole e difetti, una specie di eccezione virtuosa (come del resto ce ne sono più di quanto si possa pensare). Un giovane studente Erasmus bravo, impegnato ed educato, che per scelta salutista e di piacere personale non beve, non fuma e non si fa di caffeina, alloggiato presso una famiglia (a pagamento e non proprio a buon mercato) per il suo periodo di studi a Parigi viene invitato a cena dalla sua ospite decisamente cortese, disponibile e simpatica (come del resto anche altri commensali). Nel consesso spicca ahimè invece, unico, un anziano galletto che appena può, in un crescendo poco comprensibile se non ricorrendo ai fumi di champagne, investe il povero ragazzo malcapitato, che cerca di difendersi nei limiti dell’educazione che altri dimostrano di non avere, con battute sarcastiche e pesanti sul suo non bere e non fumare e soprattutto sul suo essere italiano (mama mia! italiani coglioni! colpevoli di tutti i mali d’europa! se non bevi e non fumi almeno fai sesso? gli italiani non sono così!). Nel procedere del discorso sempre più incalzante e spinto dallo pseudoscherzoso al decisamente isterico e cattivo, si scopre che l’ineffabile parente sarebbe un insegnante di matematica in pensione, sedicente socialista e persino laico ed ateo.

    Non sto a descrivere l’amarezza e la delusione del nostro studente, che ha provato da solo  a rintuzzare gli attacchi (!) provocatori e sostanzialmente stupidi di un interlocutore che avendo probabilmente il triplo dei suoi anni avrebbe dovuto mostrare la saggezza propria di quell’età, del suo vecchio mestiere di educatore e delle idee che dice di professare. Il dispiacere alla fine del convivio è stato forte anche per la mancata solidarietà  degli altri commensali, gentili, in evidente imbarazzo ma abbastanza omertosi e inerti rispetto alla antipatica situazione, proprio come certi italiani. Il linguaggio scurrile e gli argomenti antiitaliani del figuro facevano meravigliare per lo stridore con il suo professarsi progressista, laico e di sinistra. Verrebbe da dire Mon Dieu de la France…con tutto quel che segue se non fosse che per noi, di buon senso, non basta un rappresentante, seppure illustre, dell’ignoranza e dell’inciviltà transalpina a farci cambiare idea su un intero popolo che con il nostro ha condiviso per secoli cultura, storia e civiltà  e che oggi soffre la violenza e il terrore anche per le colpe storiche di una Europa colonialista da una parte e del suo essere patria illuminista della laicità dall’altra. Ricordo non a caso il pensiero ammirato del mio concittadino Leopardi nei confronti della Francia che pure all’epoca aveva invaso a più riprese le nostre terre con la scusa sempre tanto abusata nella storia di “liberarci”. Una consolazione comunque c’è: pare che il signore in questione fosse in partenza per una emigrazione definitiva in Thailandia: ” la terra dei sorrisi”!

     

    Giuseppe Campagnoli

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