Categoria: Varia umanità

  • Elogio della follia.

    Elogio della follia.

    Sono folli artisti della violenza o lucidi fanatici?

    L’arte della follia sembra molto praticata in questi giorni di notizie di violenze ed attentati in giro per il mondo. La follia? Chi agisce con violenza magari gridando Dio è grande! viene considerato uno psicopatico? E’ forse la paura che fa dire questo mentre si aborrisce l’idea che ci possano essere dei fanatici spinti dalla religione (si! dalla religione!) o dalla depressione sociale, dalla noia esistenziale, dalla povertà ed emarginazione o infine dalla adesione totale a regole esasperate che pure fanno parte delle leggi di stati sovrani come l’Arabia Saudita,la Turchia, la Nigeria e il Sudan,il Pakistan e l’Iran o gli Emirati vari con cui facciamo affari, gigionerie,proposte di amicizia, interviste edulcorate e succubi (vedi Erdogan). Non vorremmo parlare di queste arti aberranti ma ci tocca. Lo facciamo anche con l’ironia e il sarcasmo del nostro caro Charlie Hebdo e delle sue boutades a volte irriverenti e feroci ma colte e intelligenti, soprattutto libere, accanto alle nostre provinciali vignette ed a nostri collages di attiualità.La follia lucida e la falsa follia si combattono a colpi di cultura e con quella goccia che scava giorno per giorno anche le menti più ottuse che si chiama educazione, anche una educazione militante, porta a porta, di prossimità. Bisogna rompere le balle ai nostri vicini razzisti, ai nostri vicini islamici e cristiani, ai nostri vicini ladri e sfruttatori, a tutti gli intolleranti e violenti, ai pavidi e timidi omertosi di qualsiasi specie che ci capitino a tiro. Con le parole,le battute. gli scritti, le foto, i disegni i video e tanta ,tanta cultura e saggezza, tanta arte e musica, tanta letteratura e tantissima poesia.

    Giuseppe Campagnoli

  • Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

    Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

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    Ecco il mondo che piace a chi ha il potere. Anche chi si contrappone alla politica si muove in questi confini. Pochi parlano di lotta alla ricchezza, troppi di lotta alla povertà.

    C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie.
    Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e popolazioni inermi, procurandosi il bottino che il Centurione Procolo propose per lui in premio oltre al soldo usuale.
    Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
    Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere che non rinnegò mai. Accrebbe i suoi beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che dal suo. Vendeva i suoi prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare.
    Alla sua morte passò i beni ai suoi figli che continuando a sfruttare schiavi e a vendere a più del dovuto consegnarono agli eredi una fortuna in campi, armenti e servi della gleba. Passarono le invasioni barbariche che invece di impoverire i nostri eroi, attraverso complotti, assassinii e ruberie li fecero diventare signorotti del loro territorio con tanto di castello e foresta.
    Estesero i loro possedimenti con la violenza e la prepotenza verso i confinanti, non pagando sempre le gabelle all’imperatore o al papa mentre passavano secondo la convenienza ora dalla parte dell’uno ora dalla parte dell’altro. Avevano avviato anche una proficua attività commerciale che, dati i loro innati talenti truffaldini, diventò l’attività principale. Vendevano manufatti realizzati sfruttando una manodopera quasi da schiavi, anche se la schiavitù “ufficiale” stava pian piano scomparendo nel mondo.
    La famiglia crebbe e si trasferì dal centro al nord dove riusci anche a fondare una banca diversificando così le attività, per così dire, speculative. Passò il tempo e i discendenti, eredi a volte incolpevoli di tanto ben di dio, sempre più ricchi, alla fine dell’800 ebbero anche l’idea di avviare un opificio. I servi della gleba e i mezzadri si trasformarono in operai ma i padroni erano sempre gli stessi. Per mantenere i patrimoni ereditati senza lavoro e senza scrupoli, occorreva mantenere i profitti senza alcuna remora di tipo sociale e men che meno morale. Attraversarono indenni le lotte operaie, la guerra, la ricostruzione e caddero sempre in piedi per le loro eccezionali abilità trasformiste. Alla metà del secolo scorso la famiglia intraprese anche una parallela attività nell’edilizia e cominciò a darsi all’attività finanziaria moltiplicando il grande patrimonio accantonato nel tempo con spericolate speculazioni nel “mercato” che cominciava a caratterizzare il capitalismo moderno. La famiglia ora può anche contare su alcuni membri laureati all’estero, sopratutto avvocati ed economisti e altri entrati con successo in politica o nell’editoria . Altri ancora si stanno impegnando  nell’antipolitica in movimenti populisti o conservatori. Parte del parimonio è già all’estero e non ritornerà più se non in minima parte con condoni e perdoni vantaggiosi. Gran parte delle attività è stata decentrata dove sia più facile sfruttare, rubare, maltrattare e uccidere l’ambiente, gli animali e le persone e dove esiste ancora una specie di servitù della gleba e di libertà dalle giuste gabelle!

    Ecco perché qualcuno disse  che dietro ogni ricchezza piccola o grande che sia c’è sempre un crimine,piccolo o grande che sia.
    Così sono nati e si sono perfidamente evoluti, mutatis mutandis, il libero mercato e l’imprenditoria, le professioni liberali e liberiste, i mercanti e i mediatori, piccoli e grandi, sempre difesi a spada tratta dai media e dai politici e antipolitici gregari, amanti e servili verso il liberismo e il profitto in nome del meschino “diritto” alla libera impresa, annessi e connessi inclusi. Tanto poi per i poveri, che debbono restare poveri, c’è l’elemosina, la religione e l’”ascensore sociale”! E c’è chi parla ancora di invidia! Buone vacanze a tutti.

    Riscritta e attualizzata  da Giuseppe Campagnoli, Luglio 2016

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  • #popsophismi 1

    #popsophismi 1

    Come promesso, cominciamo con una citazione da “Il Fatto quotidiano” del 2014 per un giudizio che noi condividiamo sui popsophaici:

    “Un intellettuale, nell’epoca della sua riproducibilità social, si occupa di popsophia. Avendo scritto molti libri, pensiamo ad esempio alla celeberrima Filosofia di Peppa Pig, è elevato dalla massa benpensante a vate, in inglese water. I frequentatori abituali dei festival si attaccano alle sue zinne, sedotti da brochure, happy hour, meeting, conferenze e tavole rotonde. Alla fine dei giochi, lo spettatore – quello non addormentato, per parafrasare alla rovescia alcune pagine di Ennio Flaiano – si accorge che il festival è una fiera, e alla fiera si compra e si consuma, piuttosto che pensare. Costui – il popfilosofo – polemizza con il realismo: a suo dire è un populismo. Eppure popoli adulanti – unti e gremiti, assiepati, imburrati e spalmati sulle piccionaie dei teatri – calcano le scene dove costui proferisce la parola popfilosofica. Calcano, sì, ma nel senso di pensare con i piedi.

    Il  nostro clip  punto di vista su Popsophia 2015

    Il popfilosofo – non filosofo pop, in quanto i popcorn precedono l’amore per la verità – afferma: «È necessario partire da materiali spuri per risalire allo zeitgeist». Magari. Costui, sovrapponendo il vocabolario di Heidegger a Beautiful, l’analitica esistenziale a Un posto al sole e il decostruzionismo ai Teletubbies, pensa veramente di fare filosofia, e molti ci cascano: il collage è una forma d’arte, ma non tutti i collage sono arte. Che si tratti di cataste concettuali, e non di indagini, è mostrato dalla natura delle sue pubblicazioni: pubblicistica ammantata di marketing, caterve di filosofie della soap, master of science in eventi mondani, champagne, boogie boogie, pletore di sofisticati leccapiedi, vestitini griffati – che forse, per fare del sommo bene, sarebbe meglio togliere alle furbe popfilosofe di Epistemologia di Spongebob. E ancora chignon, profiterole, croissant, pain au chocolat, brioche, ratatouille e volumi come Estetica di Dora l’esploratrice. Guardando costui, subentra la nostalgia per autori che lo prendevano allegramente nel cucù tra i cespugli – ben venga se travestiti da marinai o ufficiali – invece di farlo nei teatri: quella sì che era comprensione e critica del presente, e non popfilosofica adesione acritica travestita da politicamente scorretto.

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    Sull’Europa cala il tramonto, il buio ci scuote e i lupi azzannano le porte. I padri muoiono soli, i figli percorrono un aborto di vita. La persona è obsoleta e l’uomo, nudo, è abbandonato. La popsophia, in salotto, guarda la Tv: in mezzo ai tramezzini riflette sul Titanic che affonda.” Idolo Hoxhvogli 15 Giugno 2014

  • #popsophisticherie?

    #popsophisticherie?

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    Chi paga e chi tifa..

    #popsophisma

    Hanno fatto il colpaccio di avere una riserva sulle pagine de La Repubblica il giornale di pseudofilocentrocentrosinistra ora un po’ più liberaleggiante. Sono arrivati sugli italici altari mediatici. I popsophaici saranno contenti e no profit. Quest’anno, poiché abbiamo detto ed espresso tutto su questa saga popolarfurbesca negli anni passati e il giro è sempre lo stesso a parte dei cambi di mezzibusti, presentiamo una raccolta ragionata in tre puntate degli incensi e delle critiche (spero ve ne saranno abbastanza vista la capacità di censura preventiva  dello staff prosoposophaico..) pubblicate in rete e sulla stampa.

    Le danze inizieranno da giovedì 14.

    Researtù

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    Il ritorno della forza!

  • Teniamoci forte

    Da Raimondo Bolletta

    Non mi consola aver in parte previsto quello che è successo. Non ho votato la Raggi e sono preoccupato perché rimango convinto che è caduta in una trappola, siamo caduti in una trappola.

    Sorgente: Teniamoci forte

  • Italiani: un déjà vu?

    Italiani: un déjà vu?

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani del 2016

    Ma qual è oggi la “classe ristretta” di cui parlava Leopardi nel 1824? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”? Ci sono nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza. Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si adula nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttore di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco o diventano gli oggetti di carità ed elemosina mentre chi si è procurato ricchezze quasi sempre sfruttando gli altri predica la tolleranza e la solidarietà, ma anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse anche a chi non le ha mai pagate, il liberismo invece del liberalesimo, il populismo al posto della democrazia partecipata. E’ nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia come esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza quando questa è plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare le minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi “oppi dei popoli” che citava Leopardi: ..le chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

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    (altro…)

  • L’arte della salute: i nostri denti.Una questione di civiltà

    L’arte della salute: i nostri denti.Una questione di civiltà

    E’ in corso una petizione rivolta al Ministero della Salute, alle Commissioni Parlamentari ed al governo di centrosinistra(?) per sollecitare una legge che modifichi le modalità di accesso alle prestazioni del SSN includendo tutte le cure e gli interventi dedicati ai nostri denti. E’ una vergogna che la tutela di questa parte importante  del nostro corpo spesso foriera di gravi malattie sia considerata quasi una mera questione estetica e che gran parte degli interventi di sistemazione o di ripristino di danni provocati da carie e altre malattie come protesi, impianti etc. vengano lasciati ad un crimonogeno, instabile e pericoloso mercato dei liberi professionisti privati che oggi più che mai , per contrastare la fuga dei cittadino  verso i paesi dell’est e del sudamerica, ha messo in  moto anche in Italia il business spesso truffaldino e di dubbia sicurezza e qualità delle cliniche private dentali low cost o high cost, dai nomi a dir poco ridicoli, subdoli  o grotteschi: Clinica Sorriso, Centro dentale Sorridi, Caredent, DentalPro, Dentex, Smile e chi più ne ha più ne metta. Il web è pieno di chat di clienti truffati, danneggiati anche gravemente o spennati vivi sia in Italia che all’estero. Le finanziarie e le banche (gli altri avvoltoi di turno) hanno inventato prodotti ad hoc per prestare danaro a questo scopo! Speculazione sulla pelle della gente a go go! Il Servizio Sanitario Nazionale, che non ha mai veramente sviluppato questa branca, non può di fatto lasciare in mano al mercato un aspetto così importante della nostra salute come sta tentando di fare sotto sotto anche con altri settori. Vi deve essere da parte del cittadino una possibilità di scelta paritetica tra pubblico o privato. E’ bene cambiare e modificare radicalmente la legge nazionale e i regolamenti regionali. Non permettiamo che si sia liberisti fino al parossismo nei bisogni ineluttabili e primari della gente. Non ho visto nemmeno i movimenti del nuovo che avanza(?) prendere posizione su queste tematiche. Sono tutti insieme difensori  del perfido libero mercato?

    FIRMATE|E FATE FIRMARE SUBITO LA NOSTRA PETIZIONE SU CHANGE ORG. CHE RIGUARDA L’ARTE DELLA SALUTE DEL NOSTRO SORRISO!  ECCO IL LINK: https://www.change.org/p/ministero-della-sanità-prestazioni-odontoiatriche-complete-per-tutti-con-il-servizio-sanitario-nazionale?recruiter=39304914&utm_source=share_petition&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive

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    E’ ora di limitare il mercato scandaloso di un bene prezioso come la salute dei nostri denti. Tutte le prestazioni di cure odontoiatriche e odontostomatologiche, comprese le protesi fisse e mobili, gli impianti dentali e i trattamenti speciali- che ormai è assodato non appartengono all’estetica ma alla salute, al benessere e, a volte, anche all’incolumità dei cittadini- debbono avere la stessa possibilità di accesso tramite il Servizio Sanitario Nazionale di ogni altra cura dedicata ad altre parti del corpo stranamente ritenute più importanti. Le lobbies dei dentisti privati dovranno adeguarsi a tutte le altre categorie sanitarie e conservare ila monopolio del solo mercato elettivo, accanto a quello pubblico.

    Vi aspettiamo numerosi!! Amici blogger e followers divulgate la petizione! E’ una questione di civiltà!

    Giuseppe Campagnoli e ReseArt

  • L’oro d’Italia: l’arte.

    L’oro d’Italia: l’arte.

    Nel mio ampio excursus con gli articoli su ReseArt relativamente a che cosa sia arte e che cosa sia invece solo mercimonio e bricolage redditizio, a che cosa sia l’educazione formale ed informale all’arte in tutto l’arco della vita e in quali luoghi si debba praticare e con quali insegnanti, traspariva l’essenza preziosa di tutte le arti, anche come veicolo, quando sana e reale, di rilancio non speculativo dell’economia di un paese. Mi piace citare una frase del Prof.  Flavio Caroli   che dirime a pieno la vexata quaestio della qualità in campo artistico. Ci si riferiva espressamente a mostre ed eventi di arte figurativa ma il concetto appare valido anche per il teatro, il cinema, la musica, i laboratori “artistici” per infanti, anziani, dilettanti e dilettevoli, le scuole di danza, di canto, di musica, di arti varie che crescono come funghi a volte buoni a volte velenosi, le kermesses cultural popolari di cui oggi è piena l’Italia con alterne sorti di valore (abbiamo parlato e riparleremo presto, per esempio, della nostra vicina Popsophia o “Popsophisma” come l’abbiamo ribattezzata).

    ARTE, ARTE! ARTE?

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    ineffabile bricolage artistico di uno dei soliti carneadi con una curiosa storia

    L’oro d’Italia nella migliore delle ipotesi sta facendo arricchire altri paesi più efficienti o forse più furbi (vedi il Regno Unito con la mostra su Pompei fatta poco tempo fa con i nostri reperti concessi ad una contropartita ridicola), nella peggiore si sta trasformando in rovine materiali e spirituali per il degrado e l’abbandono gridati da anni, la scarsa qualità degli eventi, la speculazione di enti e privati, la superficialità ed il proliferare di associazioni, personaggi e congreghe incompetenti e spesso anche supponenti.

    Ecco una galleria di veri artisti, falsi artisti, dilettanti, buffoni, truffaldini e mentecatti,saltimbanchi delle arti. Chi possiede cultura profonda non fatica a riconoscerli.

    Il binomio vincente dovrebbe essere più educazione e scuola di qualità per formare artisti, addetti, esperti e managers dedicati, più Stato efficiente ed efficace e meno privato (cfr. Mazzuccato) pronto a speculare e mirare solo al profitto, per sponsorizzare, conservare, allestire, rilanciare e ottimizzare i nostri preziosi prodotti. Arte, turismo, agricoltura e  cultura sarebbe una terna vincente se non fosse ormai quasi troppo tardi.. Si vedono alcuni segnali, ma non bastano e sono stati intempestivi. I giovani ne cogliessero il significato e si preparassero con dedizione e studio a diventare essi stessi dei bravi artisti, storici, musicisti, cineasti, architetti, insegnanti, lasciando in secondo piano i reality, i social perniciosi, i talents, il bricolage artistico provinciale e i truffaldini presenti ad ogni angolo della cultura, e soprattutto l’idea del profitto che è nemico di tutte le arti.

    Giuseppe Campagnoli

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    Carlo Franzini (Saturnino) e Alberto Spadolini (Spadò)

    due veri artisti al margine.

  • Gramellini. Alchimie liberiste.

    di Giuseppe Campagnoli

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    Questo scrissi tempo fa a Mr. Massimo Gramellini :

    “Ho scritto molte volte alle rubriche contenute nello spazio dei lettori ed ho avuto il piacere di vedere pubblicate molte mie lettere su argomenti vari e altrettanti editoriali. Da un certo momento storico in poi i miei scritti sono stati regolarmente cestinati. Il mio timore, spero non fondato, è che i presunti rifiuti siano dovuti ad alcuni reiterati interventi critici sulle prebende di giornalisti e conduttori tv che, pur dichiarandosi liberali e progressisti e conducendo battaglie per l’equità sociale, non dimenticano mai, schernendosi, di difendere con la scusa del mercato (che a loro dire a volte aborriscono) i loro lauti stipendi. Continuo a ritenere che , al di là dei meriti e della professionalità indiscutibili, quei compensi milionari non siano fondati sui principi dell’equità e della continenza e nemmeno su quelli costituzionali che contemplano il giusto compenso per il lavoro che si svolge commisurato ai bisogni di una vita dignitosa non escludendo il companatico di discreti svaghi.
    Sbaglio ad avere questo sospetto? Per favore mi rassicuri e mi dica che le cose non stanno così, per la stima che ho ancora verso di Lei, il suo giornale e, comunque, anche verso la trasmissione tv cui mi riferivo nelle mie critiche”

    Così mi rispose Mr. Gramellini da liberista più che da liberale:
    “E’ il mercato, caro Giuseppe, a determinare quanto è “giusto” il compenso erogato. Se il personaggio in questione, con il suo lavoro e/o la sua presenza, porta introiti pubblicitari tali da giustificare il compenso richiesto, questo gli viene erogato. La stessa cosa succede in certi sport, come il calcio.
    Può piacere o non piacere, ma funziona così.
    Cari saluti
    MG

    Così replicai infine ma non ottenni risposta:
    “In realtà il problema non sta nel fatto che la cosa possa piacere o no ma se sia morale ed equa o no e se il mercato non debba invece essere regolato per evitare simili scandalose sperequazioni e ingiustizie. Non mi ha risposto circa le mie lettere… Grazie comunque. GC

    Ma forse ora ha cambiato idea?

    No comment.

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  • Paris impressions et reves

    Paris impressions et reves

     

    Una serie di impressioni visive della “mia” Parigi 2016. Tanti ricordi si intrecciano fin dal mio primo viaggio a metà degli anni ’70. Tante volte sono stato per diletto, per lavoro e per nostalgia. La città non migliora, cambia come cambia l’Europa. Ma in qualche angolo nascosto resta intatta l’anima di Lutetia, di Robespierre, di Lautrec, di Yves Montand e Piaf, di Aznavour e Paolo Conte  e anche di Salomè L’amor impossible.

    Des impressions  et des reves  de ma Paris pendant 40 années depuis le 1977.. La ville change comme l’Europe et ma vie. La ville me conduit à travers Salomè dans un amour impossible qui est la ville meme, moi meme, elle meme, elles meme.

     

    Giuseppe Campagnoli Maggio 2016

  • La nostra scuola innovativa.

    La nostra scuola innovativa.

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    E’ uscito un singolare bando di concorso ministeriale per idee di edilizia scolastica innovative. L’innovazione starebbe nel costruìre altre scuole con aule, corridoi, atri, arredi, banchi etc.? L’innovazione starebbe nell’aggiungere altri edifici in una concezione ormai obsoleta degli spazi per apprendere? Una specie di gara d’appalto (le regole sono quelle) indistinta sulla scorta di criteri generici e sostanzialmente vecchi limitata a delle specifiche aree geografiche.

    Ecco lo spirito in nuce:

    “In esecuzione del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 3 novembre 2015, n. 860, adottato ai sensi dell’articolo 1, comma 155, della legge 13 luglio 2015, n. 107, è avviato il presente concorso di idee, da svolgersi secondo le modalità di cui all’articolo 156 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. L’obiettivo è quello di acquisire idee progettuali per la realizzazione di scuole innovative da un punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale e antisismica, caratterizzate dalla presenza di nuovi ambienti di apprendimento e dall’apertura al territorio. Il concorso di idee si svolge in un’unica fase consistente nell’esame e nella valutazione, da parte di apposita Commissione giudicatrice di esperti, delle proposte ideative presentate dai concorrenti e finalizzata alla individuazione delle migliori idee per singole aree territoriali regionali. Il concorso di idee è unico ma suddiviso in 52 aree territoriali, individuate da ciascuna Regione sulla base della procedura avviata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 7 agosto 2015, n. 593…”

    “Nella presentazione della propria proposta progettuale i candidati dovranno tenere conto delle seguenti finalità:

    – realizzazione di ambienti didattici innovativi, a partire dalle esigenze pedagogiche e didattiche e dalla loro relazione con la progettazione degli spazi.

    In particolare:

    ▪ permettere agilmente l’allestimento di setting didattici diversificati e funzionali ad attività differenziate (lavorare per gruppi, lavorare in modo individualizzato, presentare elaborati, realizzare prodotti multimediali, svolgere prove individuali o di gruppo, discutere attorno ad uno stesso tema, svolgere attività di tutoraggio tra pari tra studenti ecc.);

    ▪ permettere lo svolgimento di attività laboratoriali specialistiche tanto per ambito disciplinare che per tipologia di strumentazione necessaria (ad esempio dotazioni tecnologiche o periferiche specifiche);

    – sostenibilità ambientale, energetica ed economica: rapidità di costruzione, riciclabilità dei componenti e dei materiali di base, alte prestazioni energetiche, utilizzo di fonti rinnovabili, facilità di manutenzione;

    – presenza di spazi verdi fruibili che arricchiscono l’abitabilità del luogo; – relazione della soluzione progettuale con l’ambiente naturale, con il paesaggio e con il contesto di riferimento anche in funzione didattica. In particolare, gli spazi verdi e l’ambiente naturale dovranno essere in continuità o facilmente accessibili dagli spazi della didattica quotidiana formando in tal modo una estensione concretamente fruibile dell’ambiente educativo integrato della scuola;

    – apertura della scuola al territorio: la scuola come luogo di riferimento per la comunità; – coinvolgimento dei soggetti interessati e loro partecipazione attiva; – permeabilità e flessibilità degli spazi, fruibilità di tutti gli ambienti;

    – attrattività degli spazi anche al fine di contrastare il fenomeno della dispersione scolastica;

    – concezione dell’edificio come strumento educativo finalizzato allo sviluppo delle competenze sia tecniche che sensoriali;

    – attenzione alla presenza di spazi per la collaborazione professionale e il lavoro individuale dei docenti;

    – presenza di spazi dedicati alla ricerca, alla lettura e alla documentazione, con particolare riguardo all’ottimizzazione degli stessi rispetto alle possibilità di utilizzo di dispositivi tecnologici digitali individuali o di gruppo e alle potenzialità offerte dalla connettività diffusa; Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali Direzione generale per interventi in materia di edilizia scolastica, per la gestione dei fondi strutturali per l’istruzione e per l’innovazione digitale

    – concezione e ideazione degli spazi nell’ottica del benessere individuale e della socialità, anche attraverso la previsione di aree sociali e informali in cui la comunità scolastica può incontrarsi e partecipare ad attività interne o aperte al territorio.”

    Dopo le ineffabili Linee Guida sull’edilizia scolastica di qualche mese fa ora le #scuoleinnovative  Noi della “Scuola diffusa” contrapponiamo al conformismo didattico e pedagogico condito di futurismo neoliberista, un’idea di più ampio respiro, veramente innovativa e rivoluzionaria legata davvero al territorio e alla città che recupera il recuperabile degli spazi esistenti senza disperdere risorse per restauri e messe in sicurezza dispendiosi quando non impossibili, e nuove costruzioni pensate da professionisti che spesso sanno poco o nulla di scuola ma sono sicuramente alla moda per ipertecnologia e ipersostenibilità.

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    Ecco invece, in nuce la nostra proposta di “Scuola diffusa” che dopo un decennio di studi è finalmente approdata nel dibattito nazionale sugli spazi per la cultura e l’istruzione

    “Ripercorreremo, dopo aver citato i passi del libro-madre che hanno fatto sviluppare l’idea la storia e le tappe fondamentali che hanno condotto a questo seminario di studi. Nel capitolo “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del libro L’architettura della scuola si legge, tra l’altro: “Trattando di cultura e di scuola il locus non può non essere il cuore della città” e ancora “ pensiamo che nel progettare una scuola o un museo o una biblioteca sono più presenti i significati e i contenuti che la “meccanica” funzione” oppure meglio: “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.” (altro…)

  • Meglio Marhaban che As-salamu alaycum!

    Meglio Marhaban che As-salamu alaycum!

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    Assistevo oggi ad una trasmissione radiofonica sui culti in Italia e nel mondo. Si parlava in particolare di islam e si sosteneva dagli imam e dai rappresentanti intervistati  che il Corano e l’Islam sarebbero validi per tutti i tempi e per tutti i luoghi, salvo poi contraddirsi nell’ammettere, con ovvio intento gigionesco,  che si debba adattare ai vari contesti culturali. Ma come? In molte prescrizioni coraniche valide ancor oggi i credenti dovrebbero agire come se i cristiani e gli ebrei dovessero seguire ancora i dettami della Bibbia di migliaia di anni fa, fatti per popolazioni di nomadi incolti del deserto, in tempi dove la violenza e le guerre tra tribù erano all’ordine del giorno anche per cause futili e le genti dovevano essere “guidate” anche ricorrendo a racconti mistici, fantastici ed esotici.Molto passa per il verbo e la lingua:  il Corano e le sue pseudo-interpretazioni  si servono molto dell’espressione scritta e orale come veicolo di proselitismo e di identità. Per quel poco che ne so, infatti, la lingua  araba mi pare si sia involuta più che evoluta nella direzione di una lingua ufficiale del culto anche nelle sue forme quotidiane. Un cittadino che professi la religione cattolica o cristiana che ne incontrasse un’altro non direbbe mai “La pace sia con te” o “sia lode al Signore” a meno che non sia un frate o un prete. La religione in occidente e, in parte, in estremo oriente, evoluta attraverso l’umanesimo, l’illuminismo o il materialismo storico, è diventata sempre di più un fatto privato e personale, o per lo meno si è trasformata, lentamente e con qualche resistenza che permane, in quella direzione.

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    Quando incontrassi un arabo, una africano, un siriano, un pakistano, un israeliano, guarderei alla sua etnia ed alla sua cultura e lo saluterei con un “marhaban”,ciao, salve! o “Sabahu-al- khayr”, buongiorno! Non userei mai “as salamu alaykum” o “shalom” (la pace sia con te) che si augurava quando la guerra era implicita nel vivere quotidiano (in certi,troppi, posti ahimè lo è diventata ancor oggi). I cristiani per esempio hanno da tempo superato l’uso di una lingua confessionale (come il latino dei padri della chiesa) che era comunque appannaggio degli alfabetizzati e delle classi colte per quasi tutto il medioevo europeo proprio grazie al dominio, anche politico, della religione in quei tempi. I laici e i non religiosi oggi usano la lingua senza alcun riferimento esplicito alle loro convinzioni filosofiche o etiche ma con una implicazione meramente culturale e comunicativa. Il ragionamento è identico a quello che facemmo a proposito di altri segni pubblici del proprio credo dal velo islamico, al crocefisso, dall’indice verso il cielo ad altre forme distintive della  fede da voler imporre, in un certo senso, palesemente o subliminalmente urbi et orbi, nel privato come nel pubblico. Ma quanti mussulmani sanno che la lingua adottata come “lingua del profeta e di dio”  deriva dall’aramaico e pare sia stata di fatto costruita e codificata da due cristiani di al-Hira più di cento anni prima di Maometto? La cultura come la natura non “facit saltus“nemmeno in nome di una supposta divinità! E far superare con la libertà e l’eguaglianza, l’ignoranza indotta e mantenuta alle genti ed ai popoli è l’unica via possibile per la pace. Allora è più di buon auspicio per la convivenza salutarsi con un “salve” piuttosto che con un “la pace sia con te”.

    Giuseppe Campagnoli 17 Maggi8o 2016

  • Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre!

    Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre!

    Dopo aver visitato la mostra dedicata a Giovanni Boldini ai Musei San Domenico di Forlì, e la mostra sul Liberty nella stessa sede ora tocca a Piero della Francesca e pare che perseverare diabolicum sit. I cerberi addestrati nelle varie sale placcavano e tampinavano quando non emettevano grida improvvise e perentorie verso chi solo provasse a rivolgere il proprio smartphone o la propria digitale verso una qualsiasi opera, o anche solo verso il muro! Quanto a “Piero della Francesca: indagine su un mito”, quattro o cinque quadri di Piero e troppo altro intorno. Specchietti per le allodole del mercato. L’idea era buona ma ci aspettavamo molto più Piero e meglio collocato tra i tanti studiosi, le tante citazioni e i tanti rimandi anche troppo lontani. Ma una cosa ho assodato ed è stato utilissimo, se ce ne fosse bisogno: grandi artisti moderni, dai macchiaioli agli impressionisti, da Balthus a Hopper, lo avevano visto, letto, studiato, disegnato. Tanti falsi artisti analfabeti del mercato, oltre alla scuola formale o informale purché rigorosa, hanno fatto altrettanto con lui e con altri geni del passato?

    Nelle immagini qui sotto, la locandina-specchio e quella che per onestà e un pizzico di suspence avrebbe dovuto essere.

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    Quanto alla libertà di fotografare e ridisegnare le opere per tracciare la storia della propria visita, mi piace riportare di nuovo (della serie gutta cavat lapidem!) una bella lettera aperta pubblicata sul Corriere di Como già nel Marzo 2014. Lo scopo di chi fotografa con onestà e competenza è scrivere una nota o un appunto, fare uno schizzo nel proprio diario per una memoria colta dei propri viaggi di studio, non certo assicurarsi una specie di trofeo consumistico. Credo sia il perfido mercato dei cataloghi e delle proprietà delle opere (auspico che l’arte, quella vera, sia un giorno tutta pubblica e lasciamo le botteghe al bricolage artistico di tanti pseudo artisti di cui è pieno il mondo !) ad imporre tali divieti e il mercimonio plateale che si fa ancora dell’opera d’arte.

    “Lettera aperta al direttore della Triennale e colleghi.
    In Italia molti responsabili di esposizioni, musei, mostre sono nemici giurati delle macchine fotografiche del pubblico. Ma perché? Io vedo tre ragioni.
    Primo motivo: alcuni oggetti (quadri, tele, carte) possono essere davvero rovinati dai flash. Secondo motivo: si vogliono tutelare i diritti d’autore dei musei. Terzo: si vogliono vendere i cataloghi.
    Obiezioni. 1: per proteggere gli oggetti, basta proibire i flash, non le macchine fotografiche. 2: per avere un’immagine commercializzabile, pubblicabile, vendibile bisogna avere delle condizioni che in genere il pubblico non ha: bisognerebbe togliere tutti i vetri, inclinare gli oggetti in modo opportuno rispetto alla luce, perché sia ben illuminato, non abbia strani riflessi di luce, di fari e faretti, di oggetti che sono di fronte e che sono, magari, degli oggetti a righe. Le foto realizzate dal normale visitatore non riescono a esser commercializzabili. 3: se poi il problema è quello di vendere i cataloghi, non tutti dopo aver pagato il biglietto e il viaggio possono pagare anche il catalogo. Chi poi va a vedere le mostre gratuite, a volte va a vederle proprio perché sono gratuite e se deve pagare il catalogo invece del biglietto siamo al punto di prima. E in ogni caso nessuno può permettersi di pagare tutti i cataloghi di tutte le mostre che vede.
    Quindi: perché non lasciamo che il visitatore si faccia le sue foto, anche bruttarelle?
    Sono bruttarelle, ma sono le sue, gli servono da promemoria: quando va a casa, guarda una foto brutta, chiude gli occhi e pensa l’originale bello; guarda la foto di una didascalia e va a cercarsi su Internet o sull’enciclopedia chi è quell’autore. Perché questo non si deve fare? Perché non dare questo sostegno alla memoria?
    In tal modo una cosa vista una volta diventa davvero patrimonio di chi l’ha vista, diventa un fatto culturale, non rimane una cosa vista una volta, mordi e fuggi.
    Altrimenti vedere una mostra sarebbe come mangiare un gelato: quando l’hai mangiato non c’è più.
    Dico male? Buon lavoro a tutti quelli che lavorano per la cultura.
    Caterina de Camilli”

    Giuseppe Campagnoli 16 Maggi8o 2016

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  • Il manifesto del Festival di Cannes

    Il manifesto del Festival di Cannes

    Finalmente un bel manifesto che mette insieme tante arti: l’architettura, la letteratura, il cinema, la fotografia, la natura. Sarà che Adalberto Libera  è il mio architetto preferito tra i non-architetti e poeti nel movimento moderno dopo il mio maestro Aldo Rossi e che l’accostamento con Capri, Curzio Malaparte e Jean-Luc Godard mi piace molto, tanto che ho apprezzato la scelta e il taglio artistico del manifesto. Solo Vincenzo Mollica di solito ineffabile incensatore urbi et orbi  critico dell’effimero e del nulla sugli altari dei media nostrani, sul TG1 si è espresso inaspettatamente e sorprendentemente contro il manifesto con troppa decisione per uno come lui. Misteri del giornalismo o della senectute.

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    Non mi piacciono i concorsi e i festivals, e Cannes non fa eccezione, perché sono diventati specchio del mercimonio più che della cultura e dell’arte e vetrina del business neoliberista degli USA e dei capitalismi emergenti nel mondo. Non mi piace quando un’arte diventa industria perché non è più un’arte: è altro. Ma del resto oggi sta succedendo a tutta la cultura. Parliamo allora di mostre, eventi e kermesses commerciali solo come una qualsiasi esibizione di prodotti del mercato rivolta a dei compratori, molto spesso incolti.

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    Quando però, per avventura, c’è qualcosa di buono in mezzo all’oglio non bisogna buttare via tutto. E questo è il caso. La bella casa sulla roccia ci dice che Capri è sempre Capri e che l’architettura moderna poteva avere solo il background culturale europeo  dei sempre nuovi stili nel vecchio continente pieni di poesia e poveri di tecnica. Un luogo magico anche per Malaparte e Godard lontani ma vicini su quella scala da e verso il mare  e il cielo con la musica delle onde.

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    Giuseppe Campagnoli

    Maggio 2016

  • Arte ed educazione

    Arte ed educazione

    “L’educazione e l’istruzione in campo artistico in Italia sono un sistema dal passato glorioso ma dal presente in via di estinzione per mancanza di progetto organico e di risorse. Il mercato dell’improvvisazione e del casual la fa invece da padrone.” Il declino dell’educazione alle arti nel nostro Paese: una situazione a cui è necessario porre rimedio con buone idee e buone pratiche, prima che sia troppo tardi.

     

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    Ho scritto molte volte sul tema dell’educazione e dell’istruzione artistica in Italia. Ho l’impressione che, da quanto sta accadendo, io abbia vestito gli amari panni di Cassandra.

    L’argomento si lega in maniera inscindibile con le problematiche della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e artistico italiano e con quelle della produzione artistica e progettuale contemporanea.

    Insieme a dei volonterosi colleghi abbiamo provato inutilmente a creare una rete di soggetti privati e pubblici da impegnare nella ricerca finalizzata alla promozione di un sistema organico dedicato all’educazione, alla formazione e all’istruzione in campo artistico attraverso la valorizzazione delle preziose esperienze storiche italiane attualmente in fase di smantellamento. Il progetto sta incontrando enormi difficoltà anche per la tendenza a curare il proprio orticello piuttosto che tutto il campo e per l’abitudine tutta italiana di evitare accuratamente di “fare sistema”.

    È ormai assodato che il concetto di educazione e formazione si riferisce all’acquisizione di uno dei linguaggi fondamentali della vita dell’uomo accanto alla comunicazione scritta e orale alla formazione scientifica e logica mentre l’istruzione afferisce alla costruzione di competenze professione o anche alla pratica disinteressata dell’arte e alla sua comprensione.

    I due percorsi debbono essere egualmente solidi nel sistema educativo e dell’istruzione italiana, per assicurare conoscenze e pari opportunità a tutti i cittadini da utilizzare per la comprensione e la fruizione delle diverse forme d’arte e per la scelta di professioni in campo artistico e progettuale.

    Abbiamo assistito in questi tempi alla proliferazione di associazioni, enti, che si dichiarano tutti interessati al mondo della formazione artistica o della tutela del patrimonio italiano mentre vanno a caccia di fondi a destra e a manca, ottenendoli molto spesso per vie “politiche” in cambio di risultati non proprio esaltanti.

    Nella esperienza personale raramente ho ancora trovato un sodalizio che non guardasse prioritariamente a un suo privato orticello di corporazioni e lobbies politiche, professionali o imprenditoriali. Sarebbe sicuramente più proficuo unire gli sforzi per studiare e rifondare l’intero campo del sistema educativo italiano dedicato all’arte recuperando e rivalutando tutta l’esperienza pregressa.  (altro…)

  • Beni culturali ed equità.

    Beni culturali ed equità.

     

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    Equità e cultura. La Stampa 10 Gennaio 2013

    Giuseppe Campagnoli

    Non ci sarebbe bisogno di raccolte fondi per il recupero del nostro patrimonioculturale, storico e artistico se solo si facessero pagare le tasse – equamente – a tutti. Vi sono delle Associazioni e degli Enti culturali «storici» in Italia che pervicacemente continuano a muoversi sulla strada dell’ipocrisia promuovendo iniziative, appelli, ricerche di fondi per il recupero e il mantenimento del nostro patrimonio culturale, storico e artistico senza far parola dell’unica forma veramente efficace di tutela: l’equità. Sono Enti e Associazioni nate spesso per la salvaguardia in primis di patrimoni molto «privati» con la scusa del pubblico. Non si dice quasi mai che le risorse verrebbero miracolosamente trovate se solo si facessero veramente pagare le tasse a chi le deve, se si combattesse incisivamente l’evasione, se si tassassero pesantemente tutti i patrimoni immobiliari, finanziari e le rendite sopra i 300 mila euro l’anno. In una più ampia prospettiva si dovrebbe fare finalmente una politica dei redditi tale da abbassare il differenziale (lo hanno detto perfino due papi della chiesa cattolica) tra minimi e massimi a uno o due punti. Si dovrebbe determinare la diversità  solo in base  alla reale preparazione in funzione delle condizioni di partenza e dei bisogni effettivi, alla responsabilità del lavoro svolto (qualunque esso sia) e dai risultati conseguiti, sia nel pubblico che nel privato. A ciascuno secondo le proprie capacità e i propri bisogni.Si dovrebbe imporre ai privati di reinvestire nella ricerca nella cultura e nell’innovazione il surplus di ricavi, rendendo di fatto tutto il mondo dell’impresa sostanzialmente «no profit» senza pregiudicare i fattori di rischio e gli investimenti iniziali da compensare in forma adeguata. I principi di equità così fondati garantirebbero sicuramente, tra le altre cose, la conservazione, la tutela ela promozione, anche in chiave turistica, dell’intero patrimonio artistico e storico italiano.

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  • Le dame velate dell’islam

    Le dame velate dell’islam

    Gli esibizionisti del velo.

    Prendendo spunto da un episodio avvenuto a Sciences Po a Parigi, Charlie Hebdo è intervenuto sul tema dell’ipocrisia e del velo islamico. Abbiamo tratto una sintesi dal pezzo di Gérard Biard.

    “Smettiamola di girare intorno al velo. Smettiamola, soprattutto, di vederlo per ciò che realmente non è: uno strumento di emancipazione, o per quello che non è più: l’espressione innocente di un credo religioso.”

    L’happening presso Scienze politiche a Parigi,una scuola destinata a formare giornalisti, ricercatori, analisti politici e…presidenti de la République, consisteva nell’invitare tutti gli studenti ad indossare il velo per vedere l’effetto che fa con una motivazione pseudo egalitaria.

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  • Giovani esploratori a Recanati

    Giovani esploratori a Recanati

    Un reportage dall’inaugurazione, a Recanati il 23 Aprile 2016, della mostra “60 anni di scout” presso la Chiesa di San Vito. Organizzata da Fabio Buschi e Roberto Calorosi in collaborazione con il Circolo Numismatico Filatelico Recanatese e con il patrocinio del Comune di Recanati e della campagna “Recanati Capitale della Cultura 2018”. Sponsors dell’evento Unipol Sai e Banca di Credito Cooperativo di Recanati e Colmurano. Incontri, memorie , rimpatriate, commozione ed impressioni. Le foto sono di Giuseppe e Marco Campagnoli, i testi  della memoria qui riportati sono di Giuseppe Campagnoli ed Enzo Polverigiani.

    Ricordi Scout 1961-1968
    di Giuseppe Campagnoli

    “Ho ricordi ondivaghi del mio trascorso da scout nell’ASCI di Recanati 1° prima come lupetto, poi come “giovane esploratore” e  Akela per qualche mese..
    Il periodo era dall’inizio degli anno ’60 fino oltre la metà quando a 17 anni sotto la spinta del rock’n roll,  della politica e delle fanciulle  abbandonai Don Mariano e gli scouts…
    Ho dei flash di memoria di quando ci dondolavamo sugli sgabelli di legno fatti da noi nell’angolo di squadriglia, delle litigate ai campi estivi con altri capisquadriglia in competizione, di quando mio fratello Alfredo salì su un albero e vi rimase per qualche tempo in segno di protesta per  un fatto che lo aveva colpito ingiustamente e il mio contributo alla sua discesa. Ricordo ancora le guardie notturne alla cambusa da difendere dalle scorrerie degli altri reparti
le notti all’addiaccio dentro una sacco di iuta davanti al fuoco, l’alzabandiera mattutina, le cucine con i bidoni di lamiera,la promessa, i nomi di caccia e i tanti giochi di avventura. 
    Ho poca memoria dell’aspetto religioso e caritatevole, molta della solidarietà e delle amicizie nate e consolidate. Ho ancora presenti i costumi e i movimenti del Miles Gloriosus di Plauto recitato tra gli applausi al San Giorgio di Ascoli Piceno e le scene della sfortunata kermesse che mi vide cadere platealmente  da “cavallo” nella giostra del saracino “scout” allo stesso San Giorgio!”

     

    Ricordi Scout 1952-1956
    di Enzo Polverigiani

    “Da quando, dalle note biografiche del neo presidente del Consiglio Matteo Renzi, si è appreso che lo stesso è stato lupetto e boy scout, a differenza di tanti suoi seguaci che setacciando le loro vite si sono scoperti, guarda caso, boy scout a loro volta, mi sono sempre accuratamente imboscato. Ma adesso una fotografia, emersa dalla notte dei tempi, mi inchioda senza scampo: così esco allo scoperto e dichiaro di essere stato boy scout, anche se per poco e con scarso profitto. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e dei compagni ritratti nella foto ne riconosco appena un paio, augurandomi che siano presenti e riconoscano anche me, magari facendosi una risata.
    Perché, e questo lo ricordo bene, diedi le dimissioni dalla squadriglia Tigre (molto meno aggressiva di quella, tristemente famosa, che avrei incrociato anni e anni dopo, in Bosnia) per via di…un paio di lenzuola. Bisogna sapere che mia madre, l’istigatrice della mia iscrizione, mi teneva nella bambagia, con la divisa sempre in ordine e mi raccomandava le buone maniere. Per cui ero guardato un po’ di traverso, come un signorino, dal rude, manesco e decisionista cappellano don Mariano, e dai miei compagni altrettanto rudi, abituati ai campeggi, ai sacchi a pelo, alle tende che io cercavo invece di schivare. In più, essendo uno dei più giovani, non mi era permesso portare l’agognato coltello (a pensarci bene, di misure proibite) che era di pertinenza soltanto dei più anziani ed esperti.
    Un bel giorno, mia madre mi convinse a partecipare a un campeggio: e io, quando fu ora di dormire sotto la tenda, dopo i cori di rito, invece del sacco a pelo tirai fuori lenzuola e coperte. Fui seppellito dalle risate, e ciò mi indusse, poi, a rassegnare le dimissioni. Forse anche per questo non ho mai provato a diventare presidente del Consiglio.”

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