Categoria: edifici scolastici

  • Gli spazi che insegnano.Noblesse oblige.

    Gli spazi che insegnano.Noblesse oblige.

    Gli spazi che insegnano. Seminario di studio a Pesaro.

    Proprio ieri presso la sala del Consiglio Comunale si è svolto il seminario di studi sull’architettura scolastica a Pesaro. In esordio il saluto delle autorità, gli assessori e il dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale che hanno avuto il merito di mettere insieme voci diverse in campo educativo e degli spazi per l’apprendimento. Sono intervenuti l’architetto trentino che sta progettando un edificio scolastico a Pesaro con grande esperienza nel campo, l’esperto di arredi scolastici innovativi, rappresentante dei produttori di arredi per le scuole e infine una voce fuori dal coro che ha illustrato l’idea futuribile di una scuola senza mura e di una città educante contenuta nel “Manifesto della educazione diffusa” dove si trovano spunti per una nuova concezione dell’architettura e dei luoghi per educare nella città futura.

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    Due idee contrapposte che presto potrebbero sostituirsi, con le spinte delle esperienze dal basso, per giungere a come dovrebbe essere l’educazione del futuro, aperta, diffusa e mobile in una concezione di disegno urbano partecipativo che fa della città un insieme di luoghi per educare ed apprendere in modo permanente limitando radicalmente il ricorso a nuove costruzioni di edifici scolastici. I moderatori  hanno tentato di mediare tra le proposte e considerazioni trovando rari punti di contatto  tra le idee distanti e contrapposte, tra le più pragmatiche, omologate e mercantili e quelle più utopiche aperte ad un futuro possibile. Nello spirito celebrativo dell’evento, in occasione del progetto di una nuova scuola a Pesaro, prevale ancora l’idea dell’edificio dedicato e chiuso, delle aule e dei consueti spazi seppure oggi debbano giocoforza essere ipertecnologici, eco, efficienti  ed open.  Per fortuna era curioso, attento ed anche interlocutorio con entrambe le proposte sul tavolo il poco pubblico presente. E’ intervenuto il TG3 Rai con interviste mirate- casualmente?- ai soli relatori decisamente in linea con la concezione ancora egemone della scuola. Una concezione ancora resistente in molti architetti e troppo educatori dell’ “edilizia scolastica” che concentra in manufatti specializzati per tante, troppe ore del giorno alunni e insegnanti con l’unica consolazione di avere begli arredi ergonomici, grandi vetrate, living spaces a mo’ di centri commerciali, ed altri spazi del modernismo contemporaneo ma sempre rigorisamente e rigidamente dentro le mura. Perchè, come ha detto l’architetto interpellato “non è possibile rinunciare alle aule”. Ma le nostre piccole gocce impertinenti scaveranno la pietra non inamovibile della scuola di oggi.

    Giuseppe Campagnoli

    La città educante

    L’edilizia scolastica

    Sono intervenuti:

    Giuliana Ceccarelli assessore alla Crescita

    Enzo Belloni assessore all’operatività

    Marcella Tinazzi dirigente dell’USP di Pesaro

    Moderatori:

    Margherita Finamore architetto servizio nuove opere del comune

    Valter Chiani dirigente del servizio politiche educative del comine

    Relatori:

    Gianluca Perrottoni architetto

    Marco Canazza esperto di arredi scolastici

    Giuseppe Campagnoli studioso di architettura scolastica

  • E la nave va.Educazione ed architettura.

    E la nave va.Educazione ed architettura.

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    Presentazioni e incontri

    L’idea, nata tanto tempo fa dai sogni filosofici e architettonici di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli sta gradualmente prendendo forma e si sta diffondendo attraverso il Manifesto della educazione diffusa, in seminari, convegni assemblee, presentazioni del libro “La città educante.Manifesto della educazione diffusa”, lezioni universitarie e tante altre occasioni e luoghi. Sta nascendo un sito web ad hoc ed un canale YouTube con l’intento di raccogliere suggerimenti, contributi, testimonianze scritti, visuali, grafici e filmici. E’ da tempo attivo il gruppo FB  #lascuolasenzamura che segue lo sviluppo del progetto concreto fin dalla sua nascita alla fine del 2012. Da allora è passata acqua sotto i ponti della città e la pubblicazione del Manifesto è una dichiarazione di intenti per l’educazione e l’architettura della città del futuro in stretta simbiosi e sinergia. Ci aspettiamo sempre più insegnanti, studenti e famiglie interessati e coinvolti per superare una scuola sempre meno adatta all’uomo, all’ambiente ed al loro futuro ma sempre più utile, anche subdolamente, al mercato ed ai suoi accoliti.

    Qui di seguito una galleria di immagini e clip che ripercorrono rapidamente la storia più recente.

     

     

     

     

     

     

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    Progetto di restauro del Castello di Montefiore (Recanati)IMG_6540IMG_0018

    Allegoria della Buona Scuola.images1526324_765921716781197_543269482_nTime for

  • La città dell’educazione

    La città dell’educazione

    Non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di un lustro fa:

    “1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
    2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
    3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
    La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

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    Forse è di più, mutatis mutandis, quella di Tucidide  quando fa unire a Pericle in un unico concetto   l’educazione e la cittadinanza: “quello della “città educante” o, con le sue varianti più moderne e rivoluzionarie, della “comunità educante”. L’educazione e la formazione dei cittadini, in quell’idea reale (l’Atene del V-IV secolo) e ideale  non era affidata ai “grammatici” ma all’intera città e ai suoi luoghi: l’agorà, l’assemblea, il tribunale, il teatro, lo stadio…” (da educationduepuntozero).

    Sta per uscire per le edizioni Asterios Abiblos di Trieste il libro “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli: una mirabile coniugazione di alcune idee controcorrente sull’educazione e sull’architettura. Un progetto di controeducazione ed uno di ultraarchitettura che si fondono  per aprire i luoghi e i protagonisti (giovani, adulti, anziani, mentori, maestri e cittadini) dell’educazione a tutta la città ed al territorio in una accezione di libertà del tutto nuova ma irrinunciabile per scongiurare gli effetti nefasti, già ammessi, in una sorta di autocritica ipocrita, anche dalle rilevazioni dei mercanti globali, dell’abisso in cui è sprofondata la scuola italiana e non solo.

    Vi scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione :

    “Oltre la scuola. Proviamo a mettere tra parentesi il termine scuola per il tempo di questa lettura. Immaginiamo che non esistano più edifici chiusi e muri dove i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze restino confinati per il tempo della loro educazione ma che questi, come certi giochi di carta, improvvisamente pieghino le loro pareti verso l’esterno, per lasciare che essi escano fuori, si mescolino al mondo, sciamino per le strade, anche solo per percorrerle, senza nulla da fare, guardandosi in giro, vedendo e toccando, riempiendo l’aria dei loro corpi e dei loro respiri, del loro camminare e correre, del loro muoversi colorato. Immaginiamo.”

    e anche Giuseppe Campagnoli architetto e uomo di scuola:

    “Si potrebbe mantenere il termine “scuola”, rimanendo però fedeli al suo etimo nativo di libertà e tempo libero e quindi di spazio oltre i limiti di qualsiasi manufatto architettonico definito e delimitato (come un carcere, un convento, un nosocomio, una chiesa, un museo), senza cadere nelle ipocrite palliative innovazioni e flessibilità tecnologiche delle pareti mobili, delle scuole verdi, degli spazi di aggregazione, delle architetture per educazione e cultura simili a centri commerciali o open spaces in chiave archistars. Già per Adolf Loos, architetto fuori dal coro nella Vienna del primo novecento, quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura quella è architettura.”

    Da questo connubio di idee può nascere la città che educa. Ne parleremo nei prossimi mesi in più luoghi prefigurando anche la possibilità, già in nuce, di fare una “prova generale” in una vera città.Si prevedono presentazioni del libro a Roma,Milano, Pesaro, Fano, Trieste…

    Giuseppe Campagnoli 8 Febbraio 2017

     

  • La città che educa (2). Un progetto reale.

    La città che educa (2). Un progetto reale.

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    Ancora disegni e impressioni del progetto di città che educa. Le porte, le vie, le radure, i boschi, le case, le botteghe, le piazze senza mura e senza barriere. 

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    Poiché nessun architetto giovane o attempato ha ritenuto di aderire al mio appello per contribuire gratisetamoredei al nostro meritorio progetto per una architettura di città educante che superi totalmente l’edilizia scolastica, procederò in solitaria. Dobbiamo immaginare  la trasformazione fisica di una città in città educante. Il luogo che mi ha visto operare come docente, dirigente scolastico  e architetto (sempre costruttivamente “bastian contrari” e sempre, prima o poi, ostracizzati) è Pesaro. Una città di provincia in tutti i sensi. Da quello che culturalmente e turisticamente di solito accade non sembra avere le aperture intellettuali e nemmeno economiche della vicina Romagna mentre conserva molti difetti delle Marche cui appartiene.  Lavorerò proprio sul corpus di Pesaro per collocare la mia idea controarchitettonica di scuola diffusa e quella controeducativa del mio amico Paolo Mottana. I “portali” avranno una proposta di collocazione reale e le loro forme, disegnate ad hoc, verranno a dialogare con la città e i suoi luoghi emergenti partendo dalla configurazione medievale del centro storico per riportare i luoghi dell’apprendere al centro della vita urbana.  Le reti di mobilità verranno ridisegnate a toccare i poli significativi per la cultura e l’educazione, sfruttando una cosa buona che la città ha fatto, ma non completato, per sè stessa, la bicipolitana. Si potranno così consentire gli spostamenti sostenibili dei nuovi protagonisti della città che educa. Il centro storico, cuore della città educante, che ora farà pulsare la sua linfa anche verso periferie rinate, dove non vi saranno più casamenti scolastici murati ma giardini, orti, laboratori, biblioteche e teatri, non sarà più appannaggio di un terziario fatto di banche, assicurazioni, uffici, botteghe e negozi d’élite o di retroguardia commerciale ma potrà ridiventare vivo di abitazioni, laboratori artigiani, di piccoli musei e platee, di pizzicagnoli e mercanti a chilometro zero e costi sostenibili, di aule vaganti e radure dialoganti. La pianta di Pesaro è già pronta per essere benevolmente sconvolta e rivitalizzata in una proposta che si potrà realizzare a piccoli passi con una enorme economia di scuole non costruite e non più gestite a mezzo servizio con costi abnormi , di spazi recuperati e fruiti liberamente e a tempo pieno, di benefica commistione tra pubblico e privato, di felici migrazioni di persone che apprendono da un luogo e l’altro della città e della campagna. Il progetto richiederà tempo ma, alla fine, credo se ne potranno apprezzare gli spunti che vanno oltre l’utopia, verso una reale fattibilità. Sarebbe una bestemmia intellettuale e politica ostacolare o ignorare quell’idea di città e di scuola. Quelle amministrazioni e quei gruppi che ci hanno dato credito stanno già apprezzando il loro gesto ed il loro coinvolgimento. E con il 2017 come dice il mio amico Paolo Mottana “scuoteremo il mondo!”

    Giuseppe Campagnoli

    2 Gennaio 2017

    Controeducazione e ultrarchitettura della città. 

    La città educante.

  • Controeducazione  ed Ultrarchitetttura

    Controeducazione ed Ultrarchitetttura

     

    ARLECCHINO VENICE DREAM COLLAGE. AN OLD LADY

    Controeducazione ed ultrarchitettura non possono che essere extra.

    Dopo aver letto il “Piccolo manuale di controeducazione” del mio amico di penna (in senso letterario) Paolo Mottana ed averlo seguito sulla strada di una rivoluzione educativa ed architettonica a partire dall’idea di andare oltre la scuola ora penso che dovrei scrivere un “Piccolo manuale di ultrarchitettura”.Probabilmente lo farò. Ma non prima di aver scandito alcune premesse. Per inquadrare le idee di scuola oltre e di architettura oltre, che viaggiano di pari passo, dovrei dire che entrambe sono extra e non possono essere altro. Fuori dalla politica tradizionale ma anche da quella che si dice innovativa e finisce per essere come la prima, (perché comunque liberal-liberista, perché nel parlamento e perchè non lontana dalle umane miserie) fuori dall’accademia, fuori dalle professioni, ma soprattutto fuori dal mercato, piccolo o grande che sia.

    La libertà dall’economia dominante è essenziale perché comporta l’autonomia di giudizio e la possibilità di sognare e osare di poter realizzare ciò che si sogna. Detto questo, componendo con fatica il puzzle delle mie idee spurie e sparse in più di quarant’anni di elucubrazioni, porrò le premesse, partendo proprio dagli spazi della scuola che è stata fisicamente la mia maestra di vita e di architettura, per una nuova concezione dell’architettura non mercantile e non occlusiva. Una ultrarchitettura.

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    Dalla scuola oltre le mura si può facilmente passare alla casa oltre le mura, al municipio oltre le mura, ad una architettura totale oltre le mura e ad una città intera oltre le mura. Proverò a figurare questi non spazi e non luoghi in “loci” pieni di significato come quelli di Adolf Loos, pensati e costruiti collettivamente sotto la guida di nuovi artisti e architetti, ma soprattutto sotto la guida della città stessa che indica e suggerisce attraverso il racconto di sé le  trasformazioni proprio come un organismo vivente.

    Giuseppe Campagnoli

    “L’architettura della scuola”

    “Questione di stile”

    “Oltre le aule”

    “Ritagli”

    Old and new lady  architecture  for sustainable life

  • Oltre le aule.Nemo profeta in patria.

    Oltre le aule.Nemo profeta in patria.

    Un successo di qualità delle idee.

     

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    “La scuola diffusa nella città educante” Cesena 12 Settembre 2016 Sala Rosa Cinema San Biagio. Si è parlato anche di Controeducazione. Sabato scorso un articolo con una intervista sulla scuola diffusa e la controeducazione di Paolo Mottana (docente ordinario di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca) su  http://www.criticaletteraria.org

    Il Seminario è stato un successo  di qualità, degli esperti, degli organizzatori e del pubblico. Presto una sintesi dell’incontro, che avrà un seguito, sulla sezione del nostro sito dedicata all’architettura per la scuola e la cultura. 

    E’ comunque d’obbligo fare un  passo indietro  per descrivere come vanno le cose oggi, tra luci ed ombre, nella scuola italiana. In tempo di riapertura delle scuole sarebbe stato interessante dibattere di edilizia scolastica o meglio di architettura scolastica e di scuola diffusa anche nella nostra regione. Alla fine della primavera del 2016 proposi all’amministrazione comunale di Pesaro,magari con la collaborazione del mondo scolastico e accademico, di organizzare un seminario nel mese di Settembre sulle tematiche degli spazi per l’educazione.La stessa proposta avevo esposto anche nella vicina Romagna.
    Da Pesaro rinvii e promesse ma a tutt’oggi nulla di fatto. Il Centro di documentazione educativa del Comune di Cesena, grazie alla Prof.ssa Giornelli, accoglie invece la proposta e insieme al dipartimento di architettura Aldo Rossi dell’Università di Bologna, organizza una giornata di studi sull’argomento incentrata anche su idee innovative e futuribili come quella della scuola diffusa oltre le aule.
    Il sottoscritto aveva invitato , per tempo, a divulgare la notizia del Seminario di Cesena anche alle confinanti scuole marchigiane, interpellando l’amministrazione scolastica statale nella sua sede regionale.

    Non ho trovato la notizia neppure sulla bacheca degli uffici scolastici regionale e provinciali. E’ veramente un peccato. Questa riflessione amara ci fa anche rimpiangere la bella, anche se discussa, esperienza de “Le Marche una regione laboratorio” promossa e realizzata dall’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche di allora e che impegnò negli anni tra il 2003 e il 2010 tutta la scuola marchigiana presentandosi ricca di spunti di ricerca, di esperienze sul campo e di connessioni con il mondo dell’università e delle imprese sane.

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    La storia non finisce qui. Dulcis in fundo, due settimane  fa mi era stato chiesto, pare su segnalazione dell’ineffabile (pentita?) assessora all’istruzione pesarese, di partecipare, naturalmente, per me, gratis et amore dei , ad una kermesse intitolata “Città Liberi tutti” in programma a Pesaro da prossimo 24 Settembre. Gli organizzatori dell’evento, dopo avermi interpellato e richiesto la disponibilità,  l’altro ieri, con un scusa via mail, hanno pensato bene di liberarsi di un relatore forse non proprio in linea con la filosofia un po’ radical chic ma tuttosommato conformista della kermesse che pare rispecchiare quella della gestione culturale e popsofistica della città. Mi spiace per Pesaro e per le Marche, forse anche per l’Italia.

    Intanto ecco il corto dell’intervento al Seminario di Cesena  di Giuseppe Campagnoli.

    https://youtu.be/c17QJLn1jdo

     

    Giuseppe Campagnoli

     

  • Le belle scuole.

    Le belle scuole.

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    Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi. Sostanzialmente quello di un secolo fa.Statico, fisso, sclerotico. Papini ripeterebbe ancora il suo appello del 1914:
    “Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
    Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi – in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore.
    Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita – e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorni offensivi verso qualcun di noialtri.
    Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
    …Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano…”

    Papini è sicuramente discutibile e condannabile per altre  sue idee che rispecchiavano gli umori degli inizi del ‘900 ma non lo è, a mio avviso, quando parla dei luoghi simbolo della nostra società. I luoghi monumento del potere e della costrizione che tarpano le ali piuttosto che dispiegare la creatività e la voglia di apprendere.

    A classroom for the future

    Iternational competition Open Architecture Network 2009

    Nuove scuole per un vecchio modello di scuola

    Se è una quasi utopia fare a meno di punto in bianco degli edifici scolastici, brutti e deprimenti, dove si intruppano centinaia di persone a fare le stesse cose giorno per giorno e anno per anno, non lo è quella di costruire un nuovo modello di educazione che nel tempo porti con sé anche una nuova concezione degli spazi per apprendere. Piano piano si faranno uscire di più i bambini e i ragazzi dalle mura in cui sono costretti per apprendere in luoghi diversi e piano piano si ridurranno le scuole fino ad arrivare ad un numero minimo di architetture, diverse, aperte, solo introduttive ad una intera città che invita a ricercare e ad imparare e che diventa essa stessa scuola. Cinquant’anni, cento anni? Forse si o forse no. Comunque già porsi delle domande e prefigurare degli scenari profondamente diversi da quelli di oggi è un grande passo avanti. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno  per vedere dove ci possono portare.

    1 Settembre 2016

    Giuseppe Campagnoli

  • Scuole: non tutti i muri vengono con il foro.

    Scuole: non tutti i muri vengono con il foro.

     

    Glissando elegantemente sul fatto che a nostro avviso i luoghi e le suppellettili dell’apprendere non dovrebbero essere più edifici scolastici ad hoc, aule, corridoi, sgabuzzini, banchi sedie e lavagne (La scuola senza mura!) ci sono alcune considerazioni da fare sul racconto sicuramente non eccezionale, ma sintomatico di una situazione, di Massimo Gramellini qualche tempo fa, su una lavagna da appendere e “Quattro fori nel muro”. Una vita trascorsa nella scuola da alunno, poi da insegnante, da preside e da dirigente in un ufficio studi periferico del Ministero mi hanno insegnato che la scuola è ridotta materialmente così come ora la vediamo, anche se per fortuna non sempre e non dovunque, per tre ordini di fattori principali. Gli sprechi perpetrati per anni su progetti e attrezzature inutili e dispendiosi (in una scuola d’arte ho dovuto denunciare a chi di dovere di aver trovato persino un enorme torchio tipografico per realizzare manifesti giganti mai usato per anni perché non vi erano fondi per formare insegnanti che lo mettessero in funzione!) diffusi geograficamente e nel tempo; l’incapacità gestionale delle cose della scuola a livello centrale e periferico (ministero, uffici scolastici, ex provveditorati, scuole autonome, amministrazioni locali), l’endemica carenza di finanziamenti incrementatasi nel tempo fino a far sì, oggi, che manchi perfino la carta igienica. (altro…)

  • Controeducazione.La scuola diffusa.

    Un anno fa è apparso un post sul blog  “controeducazione.blogspot.com” di Paolo Mottana e ora, grazie alla condivisione di Gabriella Giornelli, lo propongo come contributo all’idea di scuola diffusa del progetto “La scuola senza mura”. I contatti con enti e istituzioni per organizzare un seminario e studiare la fattibilità di questa quasiutopia sono in corso e la speranza è l’ultima a morire. Intanto raccogliamo contributi, proposte e suggerimenti.

    “La “scuola diffusa” oltre la scuola. Paolo Mottana 15 Aprile 2015

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    Bisogna smettere di pensare alla vita dei bambini rinchiusa dentro una scuola, una casa, un oratorio. Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi devono ricominciare a circolare nel mondo, e allora il mondo prenderà un nuovo ritmo, più armonico. Quando i bambini, le ragazze e i giovani ricominceranno a essere presenti nel mondo, anche noi smetteremo di girare a vuoto. Liberare loro dalla gabbia significherà liberare anche noi.

    Immaginiamo una non-scuola come quella che oggi alcuni chiamano “scuola diffusa” (Campagnoli tra al.). Cosa potrebbe essere? Seguiamo Campagnoli:

    Un luogo minimale, “un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di “portale” di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la “stazione” di partenza verso le “aule” virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di “rendezvous” all’inizio della giornata di studio” (http://www.educationduepuntozero.it/tecnologie-e-ambienti-di-apprendimento/scuola-diffusa-provocazione-o-utopia-4031005060.shtml).

    E’ un buon punto di partenza. Ma è un punto di partenza che impone un drastico rovesciamento perché, appunto, le aule svanirebbero nella loro accezione consueta e i luoghi di apprendimento sarebbero altrove, nel territorio fuori dalla scuola. Ogni giorno i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, avrebbero un carniere di “esperienze” da vivere “là fuori” e non “qui dentro”. Campagnoli si preoccupa dei trasporti: “Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un “orario di prossimità”, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione.” (altro…)

  • La scuola diffusa. Una storia da raccontare.

    La scuola diffusa. Una storia da raccontare.

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    In previsione di un seminario che potrebbe coinvolgere l’amministrazione scolastica, quella locale e una università, ho preparato una sintesi storica del progetto “La scuola diffusa” che da anni sto curando in attesa di sviluppi concreti e che verrà letta e discussa ufficialmente alla prima occasione pubblica utile.

    Il progetto ha tratto spunto da un’idea che era già in nuce nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere poi sviluppata in successivi saggi, articoli, iniziative e attività di ricerca. E’ il momento di fare la storia di questa proposta e intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. La Buona Scuola dice di muoversi nella direzione di una rivoluzione organizzativa ma nulla si dice di nuovo sull’edilizia scolastica se non provvedere a tappare i buchi della sicurezza e tamponare una obsolescenza ormai cronica. Il discorso potrebbe essere ribaltato. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, forse non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna.

    Giuseppe Campagnoli

    Ecco il link al testo integrale:

     La scuola diffusa 2016. Una storia da raccontare.

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  • Gli spazi innovativi della scuola. Non interessa proprio nessuno?

    Gli spazi innovativi della scuola. Non interessa proprio nessuno?

    In allegato un recente saggio intitolato “Gli spazi della scuola: le proposte rivoluzionarie dell’attivismo nell’organizzazione degli spazi educativi e le ricadute successive” di Mariagrazia Marcarini, utile documento nell’ambito del Progetto “La scuola senza mura”.

    La scuola militante tace. Gli amministratori locali e scolastici pensano alle loro buro-crazie quotidiane, ai loro eventi effimeri e improduttivi oltre che a turare le falle di un sistema ormai perduto, sia nel fisico che nelle idee.

    Nessuno, a parte i membri del folto gruppo di Facebook, “La scuola senza mura” si sta interessando seriamente all’idea di spazi scolastici al di fuori delle ottocentesche mura di una scuola ormai obsoleta. Perché?

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    Gli spazi della scuola. Mariagrazia Marcarini

    Mariagrazia Marcarini PhD Università di  Bergamo – Pedagogista, Formatrice, Tutor – Comune di Milano Settore Scuole Paritarie Esperta di architettura e pedagogia.

    La scuola en plein air: a quando?

    Clip di ReseArt per La scuola senza Mura: oltre le aule.

  • La scuola italiana:una storia infinita.

    La scuola italiana:una storia infinita.

    Mi accingo a leggere la storia della scuola italiana di Giuseppe Ricuperati (Storia della scuola in Italia Editrice La Scuola Brescia 2015). Ho assistito alla presentazione del volume a Pesaro, a cura dello stesso autore, per la Società di Studi Storici. Confesso lo sgomento per la scandalosa latitanza della gente di scuola (presidi,”provveditori”, insegnanti, amministratori locali..) rappresentata  soltanto da sparuti gruppetti. A tal proposito vorrei riproporre dei pensieri pubblicati tempo fa su La Stampa per annunciare (alla fine della mia lettura) una recensione partecipata e propositiva del libro in questione soprattutto per la parte “moderna e contemporanea”.

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    Mea culpa sulla scuola. 1 Maggio 2014

    Nel ricordare il geniale maestro Manzi, da uomo che ha passato una vita nella scuola, non posso nonpensare ai danni che sono stati fatti negli ultimi 40 anni. Mi rimprovero, da docente e dirigente di nonaver combattuto abbastanza per il diritto negato a una scuola più rigorosa e quindi più efficace, controriforme pensate da tecnici e politici incompetenti e/o in mala fede. Il pernicioso analfabetismo funzionale di cui soffre oggi un’ampia fetta della popolazione italiana diffonde i suoi effetti nefasti su concezione della vita, lavoro, capacità imprenditoriale, autonomia di giudizio, voto e molto altro. E sulla percezione della democrazia e della libertà. Ho vissuto il sessantotto in modo critico e credo che parte dello stato della scuola italiana di oggi abbia origine da quei tempi e da quei principi travisati. L’insieme delle norme e dei comportamenti (a partire dall’infausta riforma della scuola media) su formazione dei docenti e carriere scolastiche degli studenti,gestione della scuola, valutazione, relazioni sindacali ha reso il sistema educativo, dalla primaria all’università, una fabbrica di ignoranza ma, ahimè, anche di presunzione dove le eccezioni confermano solo una diffusa e consolidata regola. E’ utile lanciare un appello affinché le cose cambino anche copiando con umiltà qualche eccellenza dei vicini europei che, grazie al loro modo di concepire l’istruzione, stanno combattendo con successo la crisieconomica per assicurare un futuro ai loro giovani. La ricetta è sempre quella del buon senso e del coraggio: moltiplicare per 10 gli investimenti, dare in mano a personalità capaci, competenti e di trincea le leve per migliorare e consolidare ciò che funziona ma cambiare subito ciò che non funziona. Alcuni esperti, allarmati per il crescente fenomeno dell’analfabetismo nella popolazione italiana,propongono una soluzione: richiamare ciclicamente i cittadini ad un test di competenze linguistiche,scientifiche, artistiche e di cultura generale. Le sorprese sarebbero infinite. Una provocazione? Forse.

    La solita riforma. 10 Luglio 2014

    Ancora una volta si parla di cambiare la scuola.. Ma non ho sentito le parole cultura, istruzione, investimento. Solo di aumento di ore per gli insegnanti. L’ennesima riforma scolastica? Questa volta si parla anche di orario dei docenti. Il problema è semplice. Si propone di estendere l’orario «certo» dalle 18 alle 36 ore settimanali. Nulla di male se poi questo orario corrispondesse a quello attualmente in vigore tra lavoro certo (lezioni e riunioni obbligatorie) e sommerso (preparazione, correzioni compiti etc.) e nulla di male se lo stipendio mensile diventasse dilivello europeo. Ma sarà poi così? O sarà l’ennesimo taglio infingardo a uno dei settori strategici per unanazione che vuol crescere, abbassando ulteriormente qualità e rigore? Da ex studente e docente (oltre 40 anni ) e anche dirigente scolastico (17 anni) ammetto che è necessaria e urgente una riforma del sistema anche per quel che riguarda la carriera dei docenti ma dico altresì che occorre osservare e trasformare tutto il campo e non i singoli orticelli. Abbiamo assistito ai balletti sulla scuola negli ultimi quarant’anni di riforme annunciate, false riforme, restaurazioni e promesse dirivoluzioni sottili. Se i nuovi rottamatori facessero sul serio dovrebbero riflettere sul fatto che nei paesi europei più avanzati e di buon senso in fatto di scuola fare il docente è una professione ambita perché frutto di una preparazione e selezione adeguata e ad hoc, dotata di mezzi abbondanti e di emolumenti, a parità di impegno e competenze, corrispondenti a quasi al doppio di quelli italiani. Cosa si vuol fare? Si vuole mettere in campo l’ennesima guerra tra i poveri e continuare a far credere aduna opinione pubblica sempre più analfabeta che il mestiere della scuola è quello che può godere di tre mesi di vacanze? Oppure si deciderà di mettere le mani veramente nella cultura e nell’istruzione italiana una volta per tutte?

    La scuola oltre le mura. 9 Dicembre 2014

    Ho riletto criticamente le serie di articoli pubblicati dai media sull’edilizia scolastica cui anche il sottoscritto ha contribuito, apparendo forse utopico. Ne ho tratto la sensazione di una certa disforia e una percezione di quella non rara «aria fritta» che un mio buon maestro napoletano di architettura attribuiva in particolare agli rchitetti e agli psicopedagogisti. Ho lasciato la professione militante anche per questo. Ho trovato nei testi che trattano di architettura scolastica molti luoghi comuni e mode intellettuali. Amore per l’erba del vicino e parole spesso narcisisticamente prese a prestito da uninfondato complesso di inferiorità verso il mondo anglosassone e scandinavo. Non è di un edificio specializzato che occorre parlare ma su quali siano i luoghi per apprendere. Altrimenti ripeteremmo quello che Papini considerava un errore: pensare a uno stabilimento, un monumento immobile anche se tecnologicamente innovativo. Si sa che a respingere l’uomo in formazione può essere il paludato ambiente neoclassico come l’ipertecnologia di una «machine à enseigner» piena di tubi, vetri e ferri. Nessuno pare aver letto gli oltre 5000 progetti di scuole del concorso lanciato da Open architecture network nel 2009 con il titolo «Better classroom design». Là si potevano trovare spunti per un dibattito meno provinciale evitando di ripetere le giaculatorie che si sentono da anni sulle innovazioni tecnologiche, l’ecosostenibilità, le scuole belle, verdi, gialle, rosse e blu. L’errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta ai primi del’900 nel suo «Chiudiamo le scuole» dal discusso Papini. Perché non raccogliere la sfida di una scuolaoltre le mura e senza le mura?

    Ci siamo venduti l’abbecedario? 23 Gennaio 2015

    Il 5% degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto. Guai a fallire la sua riformaRiprendo gli studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello «stato presente dei costumi degli italiani»: l’alfabetizzazione primaria.L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano che Internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori italiani è che il 5%degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce ascrivere che in uno stampatello «cuneiforme »; il 40 % ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30% gravi difficoltà a comprendere ciò che legge. Solo il 20% è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace. Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche,creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale,a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi eper la collettività, senza possedere «gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea»? Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei 14 anni (!!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi,Foscolo anche scrittori come Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Le responsabilità ci sono ma vanno individuate con cognizione di causa. Di fatto è così. Un nuovo fallimento nel rifondarla sarà il fallimento per tutto il resto.

    Giuseppe Campagnoli

  • Tu scendi dalle stelle

    Tu scendi dalle stelle

    Ci associamo all’editoriale di Gad Lerner sul suo blog per la vicenda della scuola di Rozzano su cui hanno speculato tutti, dalla ridicola Gelmini che testimonia con talento la sua complicità per aver distrutto la scuola italiana, al rozzo Salvini che documenta lo sfacelo dell’edilizia scolastica cui ha contribuito anche la Lega che ha governato per decenni con la destra. Noi commentiamo solo dicendo che in una scuola pubblica di un paese dove non c’è il culto di stato, non deve esistere l’insegnamento di nessuna religione e queste debbono entrare solo come libere materie culturali e storiche, se previste nei contenuti delle discipline, con  pari dignità. Aggiungiamo anche la chiosa che abbiamo proposto qualche articolo fa:

    “Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi,le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai
    bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che
    pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che
    pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello,
    quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la
    sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli
    che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto,
    quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro
    Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli
    che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il
    capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di
    sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle
    loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che
    benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia,
    quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…
    Tutti voi,che non potete vivere senza un Babbo Natale e senza un Padre castigatore.
    Tutti voi,che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.
    Tutti voi,che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il piu’ stupido, il piu’ meschino, il piu’ sanguinario, il piu’geloso,
    il più avido di lodi tra voi.
    Voi, oh, tutti voi
    Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.»
    François Cavanna (uno dei fondatori di Charlie Hebdo)

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    Giuseppe Campagnoli